Addio a Pennacchi, scrittore «fasciocomunista»
Antonio Pennacchi (Twitter)
Il lavoro in fabbrica e nei sindacati, poi la svolta letteraria. Il malore davanti alla moglie.

«Pure il primo dei Savoia dev’essere stato un bandito di strada. E l’ultimo canta a Sanremo». Metteva a fuoco con la Leica un volto, una dinastia, un mondo e li fotografava alla perfezione. Senza sconti, con il berretto da operaio e lo slang da burino orgoglioso di stare sempre dentro sé stesso. È morto Antonio Pennacchi, scrittore, attivista dei diritti a modo suo, uomo di cultura (se ci sentisse ci querelerebbe). Aveva 71 anni. Se n’è andato in casa a Latina, per un malore, mentre stava parlando al telefono; a un certo punto la moglie non lo ha più sentito ed è andata a vedere. In silenzio per sempre.

«Come cantava Gaber, non ho fatto il ladro e le collanine». Gli piaceva definirsi così. Per il resto è stato tutto: operaio all’Alcatel, sindacalista, politico nella sua terra rubata agli acquitrini. Prima con il Msi, poi con un salto da olimpionico, nel partito marxista-leninista italiano. In cassa integrazione ottiene una laurea in Lettere e filosofia e comincia a scrivere, mostrando un talento e una sensibilità straordinari. Poiché le grandi querce hanno radici profonde, il successo arriva con le pennellate impressioniste della sua terra, della sua vita. Nel 2003 pubblica «Il fasciocomunista»: vita scriteriata di Accio Benassi, romanzo autobiografico da cui nel 2007 è tratto il film «Mio fratello è figlio unico», diretto da Daniele Luchetti con Elio Germano e Riccardo Scamarcio. Il fasciocomunista è lui, sempre oltre, mai ingabbiato in un cliché modaiolo dei giorni nostri. Un cavallo di razza capace di riempire le pagine e lo schermo nelle folgoranti apparizioni televisive. Pennacchi non si addomestica, al massimo si ammira. «Lei dice che la libertà l’ha levata il fascismo?», chiedeva all’intervistatore. «Ma in Italia non c’è mai stata la libertà, che t’ha potuto levare il fascismo? Ai signori magari gliel’avrà levata, ma i poveracci non ce l’avevano mai avuta». E quei poveracci sono i suoi eroi, gente sullo sfondo, ombre della Storia che lui tramuta in protagonisti nel libro che lo consacra nel 2010, «Canale Mussolini». Vince il premio Strega, è finalista al Campiello, è il primo a sorprendersi di tanto successo per un intellettuale «impresentabile».

Scrive a raffica, merita un pubblico di affezionati che amano camminare con lui dalla parte in ombra del marciapiede. «Storia di Karel», «Camerata Neandertal», «Canale Mussolini. Parte seconda», «Il delitto di Agora», «La strada del mare». Non smette di fotografare alla perfezione l’Italia che lo circonda e le sue ipocrisie. Quando Emanuele Fiano in preda a furia iconoclasta propone di azzerare le vestigia del Ventennio, lo liquida così: «Certe cose non sono passate per la testa nemmeno a quelli che la Resistenza l’hanno fatta davvero. Se queste cose non sono venute in mente a Pertini e Longo, perché dopo 70 anni dobbiamo essere più antifascisti delle brigate partigiane?». Nel 2011 si candida alle elezioni comunali nella sua Latina, un rigurgito giovanile dentro la politica attiva con Futuro e Libertà di Gianfranco Fini. Ottiene l’1,05% delle preferenze. Commenta da scettico blu: «Pensavo meno. Per come risulto simpatico è un successo». Poi si accende l’ennesima sigaretta e regala a chi gli sta di fronte un rarissimo, meraviglioso sorriso.

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