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2023-06-10
Luci e ombre dell’accordo sui migranti. La chiave di tutto rimane la Tunisia
Avanti e indietro. In una settimana due volte in Tunisia. Giorgia Meloni dopo aver trascorso la mattina di mercoledì nel Paese africano, tornerà domani al palazzo presidenziale di Kaïs Saïed. Stavolta in compagnia della presidente della commissione Ue, Ursula von der leyen, e del premier olandese Mark Rutte. La notizia anticipata ieri dalla Meloni è che porteranno la prima valigetta di aiuti. «È grazie al lavoro molto prezioso che l’Italia ha fatto, insieme a quella missione, che si dovrebbe concretizzare il primo pacchetto di aiuti della commissione che è anche propedeutico a favorire l’accordo con il Fmi. A Tunisi e Fondo monetario», ha spiegato ieri, «chiedo un approccio il più possibile pragmatico e non ideologico e mi pare che su questo si stiano facendo passi in avanti». In pratica, incassa un vittoria diplomatica molto importante sul fronte dell’Ue. Fino a marzo lo stesso commissario all’Economia, Paolo Gentiloni, si era dichiarato in linea con Germania e la classe dirigente di Bruxelles contrario a qualunque sostegno finanziario. Nonostante la crisi imminente e il rischio di una ulteriore ondata migratoria. A seguito delle pressioni italiane qualcosa si è smosso. Gentiloni è volato a Tunisi e poi numerosi incontri fino al coinvolgimento della commissione confermato a inizio settimana. Meloni, dando la notizia dello sblocco dei fondi, fa anche capire che è consapevole della storia di Saïed e dei movimenti che l’hanno sostenuto fino ad oggi. Compreso il ruolo che la Fratellanza musulmano continua a rivestire nella società tunisina. Il riferimento al possibile semaforo verde del Fmi (per la propria tranche di aiuti) è, invece, chiaramente una richiesta diretta agli Stati Uniti per togliere il presidente tunisino dalla loro lista nera. Per il resto l’obiettivo della missione di domani è frenare i flussi migratori illegali che hanno portato in Italia oltre 50.000 persone da inizio anno, un flagello che colpisce entrambe le sponde del Mediterraneo e miete vittime in mare e nel deserto. Sul fascicolo dei flussi migratori, la sinergia tra il nostro governo e quello di Tunisi è parsa evidente, al punto che i discorsi di Meloni e Saïed sull’argomento coincidono quasi totalmente. L’Italia, peraltro, ha accolto la proposta tunisina per realizzare una «conferenza internazionale» sul tema delle migrazioni e, anzi, ha annunciato che ospiterà a Roma un evento che si sposa perfettamente con il cosiddetto Piano Mattei per l’Africa.
Insomma, sembra essere passato il concetto che la Tunisia è l’ultimo baluardo. Se crollasse il Paese maghrebino l’ondata di flussi migratori sarebbe così imponente e travolgente che si potrà rischia di sguarnire ancor di più le altre aeree del Sahel, lasciando ai russi di Wagner campo libero per rafforzarsi ulteriormente. In questo momento i militari francesi sono al loro livello minimo nella presenza in Sahel. Praticamente cacciati dai russi dal Mali, dal Burkina Faso e dalla Repubblica Centrafricana dovranno concentrarsi (probabilmente con l’aiuto congiunto Ue e italiano) sui Paesi rivieraschi del Golfo di Guinea che a loro volta sono sotto schiaffo dei movimenti terroristici che premono da Nord. Dall’altro lato, i mercenari di Vladimir Putin da qualche mese si muovono con estrema disinvoltura a Port Sudan. Da lì, dalle acque del Mar Rosso, la longa manus del Cremlino può far arrivare rifornimenti e infilarsi in profondità nel Sahel. Non è un caso se la capitale del Sudan, Khartum, è stata travolta da un colpo di Stato meno di un mese fa. L’ennesimo golpe africano.
Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, tenterà la prossima settimana di convincere l’Fmi ad accettare una volta per tutte la proposta italiana per sbloccare il maxi-prestito da 1,9 miliardi dollari: una prima tranche andrebbe erogata subito, una seconda a riforme avviate e infine una terza quando verranno concluse le misure di contenimento della spesa pubblica e il risanamento dell’economia. Ma non sarà semplice trovare un compromesso tra il netto rifiuto di Saïed di accettare «direttive preimpostate», come ad esempio l’impopolare rimozione dei sussidi, e la rigidità dei canoni dell’Fmi. Se però la trattativa si sbloccasse allora comincerebbero a incastrarsi i vari elementi del puzzle. Sul fronte europeo procede la mediazione del ministro Matteo Piantedosi. Votato il piano di ricollocamenti, adesso bisogna lavorare ai dettagli che sono sempre forieri di sorprese. Anche qui però la Tunisia resta una chiave di volta. Lo schema Ue prevede la possibilità di rimpatriare i migranti irregolari non nei loro Paesi di origine, ma anche nei Paesi di transito, a patto che siano considerati «sicuri», grazie al concetto di «connessione». È chiaro che la Tunisia si candida a essere il Paese terzo più vicino all’Italia e quindi indirizzo di invio dei ricollocamenti. Non ci sono tanti altri Paesi. La Libia potenzialmente sì, ma è in guerra. Egitto ed Algeria hanno politiche contraria. Marocco non se ne parla. Nella fascia subsaharia si candida il Niger e forse in un lontano futuro, nel Corno d’Africa, la Somalia.
Passo in avanti sul diritto d’asilo. Un patto con dei possibili inciampi
Il Patto sull’immigrazione approvato l’altra sera dal Consiglio Ue, passato a maggioranza qualificata con il voto contrario solo di Polonia e Ungheria (astenute Malta, Lituania, Slovacchia e Bulgaria) e che dovrà essere mediato con il Parlamento europeo, si è sviluppato su due direttrici: la Procedura d’asilo (Apr) e la Gestione dell’asilo e della migrazione (Ammr). Il governo italiano, sui punti indesiderati ha tentato di dominare le mediazioni, portando dalla sua anche alcuni Paesi del Nord Europa. E, così, dopo sette anni di negoziati, i governi dell’Unione europea hanno trovato un’intesa per aggiornare le norme sul diritto d’asilo, introducendo elementi di solidarietà (per aiutare i Paesi di primo approdo), ma anche più vincoli nella gestione degli ingressi. Che graveranno proprio sull’Italia. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, però, ha ottenuto meno limiti nelle procedure per le espulsioni, anche verso i Paesi in cui sono transitati. E che i 20.000 euro a migrante dei Paesi che decideranno di non accogliere non andranno allo Stato che se ne farà carico, ma ai Paesi terzi sicuri nei quali verranno respinti gli irregolari. La proposta che voleva istituire dei campi profughi a pagamento, e che aveva fatto storcere il naso al governo di Giorgia Meloni (che giudica l’accordo «un passo in avanti»), quindi è stata ritoccata. Polonia e Ungheria hanno votato comunque contro (e se per Viktor Orbán «l’Ue abusa del suo potere», Mateusz Morawiecki ha bocciato ricollocamenti e contributi finanziari). Anche perché il Patto, pur permettendo dei passi in avanti, presenta delle ombre e anche delle zone grigie. Tra queste, per esempio, c’è un passaggio sul «numero minimo annuale» di ricollocamenti, stabilito in 30.000. Un dato che, confrontato con quello dei trasferiti nell’ultimo anno (1.500), sembra derubricare la norma a un buon proposito. Proprio come il meccanismo di solidarietà, che permetterebbe di scegliere tra redistribuzione e finanziamento di 20.000 euro a migrante ai Paesi terzi sicuri. Sempre che, di fatto, sia realmente applicabile. Poi ci sono le ombre. In primis le procedure di frontiera obbligatorie, «con lo scopo di valutare rapidamente» le domande già ai confini. Una norma che grava proprio sull’Italia. Come anche quella sulla «capacità adeguata, in termini di accoglienza e risorse umane», che fissa la quota a 30.000 migranti, per «svolgere le procedure di frontiera». A livello Ue «questa capacità adeguata è di 30.000 persone». Il calcolo che ha fatto il Consiglio tiene conto del numero di attraversamenti irregolari e dei rimpatri su un periodo di tre anni. Una formula che appare poco applicabile. L’Italia chiedeva un tetto a 20.000 ma, nonostante gli sforzi, Piantedosi ha dovuto rinunciare. Terza fregatura: «Lo Stato membro di primo ingresso sarà competente per la domanda di asilo per una durata di due anni». La norma sembrerebbe favorire l’Italia, visto che Dublino estendeva la responsabilità a tutta la durata della pratica. Subito dopo, però, nel Patto è stato inserito un ulteriore dettaglio, che dispone la possibilità di presentare la domanda solo «negli Stati membri di primo ingresso o di soggiorno legale», scoraggiando così i movimenti secondari e limitando le possibilità di cessazione o trasferimento della responsabilità tra gli Stati membri. La possibilità per il richiedente di scegliere lo Stato membro in cui presentare la domanda risulta quindi particolarmente compressa. Gli altri punti approvati sembrano, almeno sulla carta, affermare dei principi accettabili. Primo su tutti stabilire una «procedura comune in tutta l’Ue» da seguire «quando i migranti chiedono protezione internazionale». Evitando così le varie scorciatoie che hanno permesso a chi non aveva i requisiti per ottenere la protezione internazionale di rientrare tramite altri escamotage. I tempi saranno più snelli: 12 settimane per stabilire chi può ottenere asilo e chi no. Inoltre, chi proviene da un Paese «che ha un tasso di riconoscimento della protezione internazionale inferiore al 20 per cento non sarà autorizzato a entrare nel territorio dello Stato membro». E «i Paesi di primo ingresso non avranno più la responsabilità permanente per i migranti ai quali viene rifiutato l’asilo (ora fissata a 15 mesi)». Le persone salvate in operazioni Sar, poi, «saranno sotto tutela dello Stato solo per 12 mesi», al contrario dei 24 applicati agli altri richiedenti asilo. È previsto anche un «Piano di finanziamenti straordinario Ue» per il rafforzamento di accoglienza e dei sistemi di asilo «dei Paesi di primo ingresso». Infine, sempre sulla carta, davanti all’impossibilità di rimpatriare gli irregolari nei loro Paesi d’origine, si potranno inviare i migranti in Paesi terzi, purché siano sicuri e sia stabilita una «connessione» con la persona. Sui concetti di connessione e di Paese terzo sicuro il dibattito è stato duro. La mediazione ha portato a questa conclusione: i Paesi terzi dovranno essere ritenuti sicuri dagli Stati membri e dovrà essere provata la permanenza (ma dovrebbe essere sufficiente anche il transito) del migrante in quel territorio. Resta da capire cosa sarà realizzabile.
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La novità del ricollocamento in Paesi di transito può funzionare solo se si puntella Kaïs Saïed. Domenica Giorgia Meloni e Ursula von der Leyen portano la prima tranche di aiuti Ue. Poi tocca al Fmi.Dopo sette anni di negoziati, i governi dell’Unione europea hanno trovato un’intesa per aggiornare le norme. Il «numero minimo» di ricollocamenti annuali è stabilito in 30.000. A fronte dei 1.500 del 2022, è un proposito.Lo speciale contiene due articoli.Avanti e indietro. In una settimana due volte in Tunisia. Giorgia Meloni dopo aver trascorso la mattina di mercoledì nel Paese africano, tornerà domani al palazzo presidenziale di Kaïs Saïed. Stavolta in compagnia della presidente della commissione Ue, Ursula von der leyen, e del premier olandese Mark Rutte. La notizia anticipata ieri dalla Meloni è che porteranno la prima valigetta di aiuti. «È grazie al lavoro molto prezioso che l’Italia ha fatto, insieme a quella missione, che si dovrebbe concretizzare il primo pacchetto di aiuti della commissione che è anche propedeutico a favorire l’accordo con il Fmi. A Tunisi e Fondo monetario», ha spiegato ieri, «chiedo un approccio il più possibile pragmatico e non ideologico e mi pare che su questo si stiano facendo passi in avanti». In pratica, incassa un vittoria diplomatica molto importante sul fronte dell’Ue. Fino a marzo lo stesso commissario all’Economia, Paolo Gentiloni, si era dichiarato in linea con Germania e la classe dirigente di Bruxelles contrario a qualunque sostegno finanziario. Nonostante la crisi imminente e il rischio di una ulteriore ondata migratoria. A seguito delle pressioni italiane qualcosa si è smosso. Gentiloni è volato a Tunisi e poi numerosi incontri fino al coinvolgimento della commissione confermato a inizio settimana. Meloni, dando la notizia dello sblocco dei fondi, fa anche capire che è consapevole della storia di Saïed e dei movimenti che l’hanno sostenuto fino ad oggi. Compreso il ruolo che la Fratellanza musulmano continua a rivestire nella società tunisina. Il riferimento al possibile semaforo verde del Fmi (per la propria tranche di aiuti) è, invece, chiaramente una richiesta diretta agli Stati Uniti per togliere il presidente tunisino dalla loro lista nera. Per il resto l’obiettivo della missione di domani è frenare i flussi migratori illegali che hanno portato in Italia oltre 50.000 persone da inizio anno, un flagello che colpisce entrambe le sponde del Mediterraneo e miete vittime in mare e nel deserto. Sul fascicolo dei flussi migratori, la sinergia tra il nostro governo e quello di Tunisi è parsa evidente, al punto che i discorsi di Meloni e Saïed sull’argomento coincidono quasi totalmente. L’Italia, peraltro, ha accolto la proposta tunisina per realizzare una «conferenza internazionale» sul tema delle migrazioni e, anzi, ha annunciato che ospiterà a Roma un evento che si sposa perfettamente con il cosiddetto Piano Mattei per l’Africa. Insomma, sembra essere passato il concetto che la Tunisia è l’ultimo baluardo. Se crollasse il Paese maghrebino l’ondata di flussi migratori sarebbe così imponente e travolgente che si potrà rischia di sguarnire ancor di più le altre aeree del Sahel, lasciando ai russi di Wagner campo libero per rafforzarsi ulteriormente. In questo momento i militari francesi sono al loro livello minimo nella presenza in Sahel. Praticamente cacciati dai russi dal Mali, dal Burkina Faso e dalla Repubblica Centrafricana dovranno concentrarsi (probabilmente con l’aiuto congiunto Ue e italiano) sui Paesi rivieraschi del Golfo di Guinea che a loro volta sono sotto schiaffo dei movimenti terroristici che premono da Nord. Dall’altro lato, i mercenari di Vladimir Putin da qualche mese si muovono con estrema disinvoltura a Port Sudan. Da lì, dalle acque del Mar Rosso, la longa manus del Cremlino può far arrivare rifornimenti e infilarsi in profondità nel Sahel. Non è un caso se la capitale del Sudan, Khartum, è stata travolta da un colpo di Stato meno di un mese fa. L’ennesimo golpe africano. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, tenterà la prossima settimana di convincere l’Fmi ad accettare una volta per tutte la proposta italiana per sbloccare il maxi-prestito da 1,9 miliardi dollari: una prima tranche andrebbe erogata subito, una seconda a riforme avviate e infine una terza quando verranno concluse le misure di contenimento della spesa pubblica e il risanamento dell’economia. Ma non sarà semplice trovare un compromesso tra il netto rifiuto di Saïed di accettare «direttive preimpostate», come ad esempio l’impopolare rimozione dei sussidi, e la rigidità dei canoni dell’Fmi. Se però la trattativa si sbloccasse allora comincerebbero a incastrarsi i vari elementi del puzzle. Sul fronte europeo procede la mediazione del ministro Matteo Piantedosi. Votato il piano di ricollocamenti, adesso bisogna lavorare ai dettagli che sono sempre forieri di sorprese. Anche qui però la Tunisia resta una chiave di volta. Lo schema Ue prevede la possibilità di rimpatriare i migranti irregolari non nei loro Paesi di origine, ma anche nei Paesi di transito, a patto che siano considerati «sicuri», grazie al concetto di «connessione». È chiaro che la Tunisia si candida a essere il Paese terzo più vicino all’Italia e quindi indirizzo di invio dei ricollocamenti. Non ci sono tanti altri Paesi. La Libia potenzialmente sì, ma è in guerra. Egitto ed Algeria hanno politiche contraria. Marocco non se ne parla. 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Il governo italiano, sui punti indesiderati ha tentato di dominare le mediazioni, portando dalla sua anche alcuni Paesi del Nord Europa. E, così, dopo sette anni di negoziati, i governi dell’Unione europea hanno trovato un’intesa per aggiornare le norme sul diritto d’asilo, introducendo elementi di solidarietà (per aiutare i Paesi di primo approdo), ma anche più vincoli nella gestione degli ingressi. Che graveranno proprio sull’Italia. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, però, ha ottenuto meno limiti nelle procedure per le espulsioni, anche verso i Paesi in cui sono transitati. E che i 20.000 euro a migrante dei Paesi che decideranno di non accogliere non andranno allo Stato che se ne farà carico, ma ai Paesi terzi sicuri nei quali verranno respinti gli irregolari. La proposta che voleva istituire dei campi profughi a pagamento, e che aveva fatto storcere il naso al governo di Giorgia Meloni (che giudica l’accordo «un passo in avanti»), quindi è stata ritoccata. Polonia e Ungheria hanno votato comunque contro (e se per Viktor Orbán «l’Ue abusa del suo potere», Mateusz Morawiecki ha bocciato ricollocamenti e contributi finanziari). Anche perché il Patto, pur permettendo dei passi in avanti, presenta delle ombre e anche delle zone grigie. Tra queste, per esempio, c’è un passaggio sul «numero minimo annuale» di ricollocamenti, stabilito in 30.000. Un dato che, confrontato con quello dei trasferiti nell’ultimo anno (1.500), sembra derubricare la norma a un buon proposito. Proprio come il meccanismo di solidarietà, che permetterebbe di scegliere tra redistribuzione e finanziamento di 20.000 euro a migrante ai Paesi terzi sicuri. Sempre che, di fatto, sia realmente applicabile. Poi ci sono le ombre. In primis le procedure di frontiera obbligatorie, «con lo scopo di valutare rapidamente» le domande già ai confini. Una norma che grava proprio sull’Italia. Come anche quella sulla «capacità adeguata, in termini di accoglienza e risorse umane», che fissa la quota a 30.000 migranti, per «svolgere le procedure di frontiera». A livello Ue «questa capacità adeguata è di 30.000 persone». Il calcolo che ha fatto il Consiglio tiene conto del numero di attraversamenti irregolari e dei rimpatri su un periodo di tre anni. Una formula che appare poco applicabile. L’Italia chiedeva un tetto a 20.000 ma, nonostante gli sforzi, Piantedosi ha dovuto rinunciare. Terza fregatura: «Lo Stato membro di primo ingresso sarà competente per la domanda di asilo per una durata di due anni». La norma sembrerebbe favorire l’Italia, visto che Dublino estendeva la responsabilità a tutta la durata della pratica. Subito dopo, però, nel Patto è stato inserito un ulteriore dettaglio, che dispone la possibilità di presentare la domanda solo «negli Stati membri di primo ingresso o di soggiorno legale», scoraggiando così i movimenti secondari e limitando le possibilità di cessazione o trasferimento della responsabilità tra gli Stati membri. La possibilità per il richiedente di scegliere lo Stato membro in cui presentare la domanda risulta quindi particolarmente compressa. Gli altri punti approvati sembrano, almeno sulla carta, affermare dei principi accettabili. Primo su tutti stabilire una «procedura comune in tutta l’Ue» da seguire «quando i migranti chiedono protezione internazionale». Evitando così le varie scorciatoie che hanno permesso a chi non aveva i requisiti per ottenere la protezione internazionale di rientrare tramite altri escamotage. I tempi saranno più snelli: 12 settimane per stabilire chi può ottenere asilo e chi no. Inoltre, chi proviene da un Paese «che ha un tasso di riconoscimento della protezione internazionale inferiore al 20 per cento non sarà autorizzato a entrare nel territorio dello Stato membro». E «i Paesi di primo ingresso non avranno più la responsabilità permanente per i migranti ai quali viene rifiutato l’asilo (ora fissata a 15 mesi)». Le persone salvate in operazioni Sar, poi, «saranno sotto tutela dello Stato solo per 12 mesi», al contrario dei 24 applicati agli altri richiedenti asilo. È previsto anche un «Piano di finanziamenti straordinario Ue» per il rafforzamento di accoglienza e dei sistemi di asilo «dei Paesi di primo ingresso». Infine, sempre sulla carta, davanti all’impossibilità di rimpatriare gli irregolari nei loro Paesi d’origine, si potranno inviare i migranti in Paesi terzi, purché siano sicuri e sia stabilita una «connessione» con la persona. Sui concetti di connessione e di Paese terzo sicuro il dibattito è stato duro. La mediazione ha portato a questa conclusione: i Paesi terzi dovranno essere ritenuti sicuri dagli Stati membri e dovrà essere provata la permanenza (ma dovrebbe essere sufficiente anche il transito) del migrante in quel territorio. Resta da capire cosa sarà realizzabile.
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa del 24 giugno con Carlo Cambi
Giancarlo Giorgetti (Michele Silvestro)
Prima la sorpresa. Poi la speranza. Infine la politica. In mezzo, come sempre, Giancarlo Giorgetti snocciola una montagna di numeri e lancia una manciata di frecciate.
Sul palco del Giorno della Verità, incalzato dalle domande di Maurizio Belpietro, il ministro dell’Economia si presenta con un messaggio che vale molto più di una semplice fotografia dei conti pubblici. Perché dietro le cifre, dietro il Superbonus, dietro il debito e perfino dietro le schermaglie nella Lega, emerge un’idea precisa: il governo intende arrivare alla fine naturale della legislatura. Il voto ad aprile si allontana. Prima delle elezioni bisogna completare il percorso dell’autonomia differenziata e il federalismo fiscale. Un’agenda che richiede tempo, passaggi parlamentari e soprattutto stabilità politica. Considerati i calendari l’ipotesi delle urne a primavera perde consistenza. Ma la vera novità arriva dai numeri.
Per anni l’Italia è stata raccontata come il sorvegliato speciale costretto a presentarsi agli esami comunitari con il cappello in mano. Giorgetti prova a ribaltare il racconto. «L’Italia è uno dei pochi Paesi che rispetta totalmente il Patto di stabilità europeo». Un messaggio indirizzato ai mercati, alla Commissione europea e agli elettori. Il ministro sostiene che Roma sta facendo i compiti meglio di molti partner continentali che per anni hanno impartito lezioni di rigore. «Potremmo scoprire a settembre di essere dentro il 3%, uscendo dalla procedura d’infrazione». Il ministro sceglie la prudenza. «Le probabilità non sono altissime» ammette «Ma la partita non è ancora finita, ci sono i tempi supplementari». La metafora calcistica non è casuale. Lui che tifa Southampton e che addirittura contribuì a fondare un fan club conosce bene la passione degli inglesi per le scommesse. Soprattutto quelle giocate all’ultimo minuto. La speranza è legata al gigantesco lavoro di pulizia contabile sui contributi all’edilizia. «I controlli sul Superbonus stanno producendo risultati e per questo ringrazio l’Agenzia delle Entrate e la Guardia di Finanza». Stanno emergendo gigantesche irregolarità che valgono dieci miliardi. Da quando è arrivato all’Economia non ha mai nascosto il suo giudizio. Considera quella misura una delle più controverse mai realizzate dalla finanza pubblica italiana. «Tra bonus facciate e Superbonus sono stati spesi circa 195 miliardi». Una montagna di denaro. Diverse leggi finanziarie messe una sopra l’altra come mattoni.
Secondo il ministro, il problema non riguarda soltanto il costo. È sbagliato anche il modo in cui quei soldi sono stati distribuiti. A suo parere bisognava concentrarsi sulle prime case, sulle famiglie in difficoltà, sulle situazioni realmente meritevoli di sostegno. Invece ha finito per finanziare ristrutturazioni di ville, residenze di pregio e persino castelli. Insomma ha regalato cappotti termici anche all’aristocrazia immobiliare. «Ci sono ancora da liquidare circa 40 miliardi nel 2026 e altri 23 miliardi nel 2027» ricorda. In sostanza il conto continua a correre anche quando il banchetto è stato già smontato. Se il Superbonus rappresenta il capitolo delle zavorre, la finanza è quello delle soddisfazioni. Per anni il debito italiano è stato descritto come una montagna instabile, una minaccia permanente, una specie di Vesuvio finanziario pronto a risvegliarsi. Oggi Giorgetti racconta una storia diversa. «Adesso c’è la corsa a comprare Btp: anche banche centrali asiatiche sono venute a comprare debito pubblico italiano, cosa che non avevano mai fatto». I mercati internazionali stanno mostrando fiducia. «Anche gestire il debito pubblico è sovranismo». Una definizione che probabilmente farà discutere economisti e politologi ma che fotografa bene il ragionamento di Giorgetti: uno Stato è davvero sovrano quando riesce a finanziare il proprio debito a condizioni sostenibili. E finora, osserva, i risultati gli stanno dando ragione.
«Siamo riusciti a venderlo e anche a un buon prezzo». Naturalmente il ministro non nasconde il problema rappresentato dai tassi d'interesse.
Con quasi 3.000 miliardi di debito ogni movimento deciso dalla Banca centrale europea viene osservato con la stessa attenzione con cui un cardiologo segue il battito di un paziente delicato.
«Se mi chiedete se sono contento che aumentino i tassi di interesse, dico di no». Ogni rialzo costa miliardi. Ogni punto percentuale si trasforma in una fattura da pagare.
Sul fronte della difesa, invece, Giorgetti sceglie la via della diplomazia. Nessuna polemica con Guido Crosetto. Nessuna guerra di bilancio. «Tutti legittimamente chiedono stanziamenti. Chi deve fare il bilancio deve dosarli saggiamente». Tutti vogliono soldi, ma qualcuno deve fare i conti. Poi arriva la politica. Quella vera. Quella che agita i corridoi dei partiti molto più delle tabelle del deficit. La Lega attraversa settimane agitate. Giorgetti sceglie una definizione destinata probabilmente a entrare negli annali del lessico politico. «La Lega è un movimento politico effervescente». Ma non per questo fuori controllo. «Troveremo la via giusta». Molto meno diplomatico quando il discorso cade su Roberto Vannacci. «Il programma economico mi sembra leggermente irrealistico». Aggiunge una riflessione che sembra una lezione di realismo politico.
«Capisco che la politica a volte sconfini nell’utopia e che l’utopia può essere una bellissima cosa. Ma bisogna essere realisti». E forse è proprio questa la chiave di lettura dell’intervento del ministro.
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