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2023-06-10
Luci e ombre dell’accordo sui migranti. La chiave di tutto rimane la Tunisia
Avanti e indietro. In una settimana due volte in Tunisia. Giorgia Meloni dopo aver trascorso la mattina di mercoledì nel Paese africano, tornerà domani al palazzo presidenziale di Kaïs Saïed. Stavolta in compagnia della presidente della commissione Ue, Ursula von der leyen, e del premier olandese Mark Rutte. La notizia anticipata ieri dalla Meloni è che porteranno la prima valigetta di aiuti. «È grazie al lavoro molto prezioso che l’Italia ha fatto, insieme a quella missione, che si dovrebbe concretizzare il primo pacchetto di aiuti della commissione che è anche propedeutico a favorire l’accordo con il Fmi. A Tunisi e Fondo monetario», ha spiegato ieri, «chiedo un approccio il più possibile pragmatico e non ideologico e mi pare che su questo si stiano facendo passi in avanti». In pratica, incassa un vittoria diplomatica molto importante sul fronte dell’Ue. Fino a marzo lo stesso commissario all’Economia, Paolo Gentiloni, si era dichiarato in linea con Germania e la classe dirigente di Bruxelles contrario a qualunque sostegno finanziario. Nonostante la crisi imminente e il rischio di una ulteriore ondata migratoria. A seguito delle pressioni italiane qualcosa si è smosso. Gentiloni è volato a Tunisi e poi numerosi incontri fino al coinvolgimento della commissione confermato a inizio settimana. Meloni, dando la notizia dello sblocco dei fondi, fa anche capire che è consapevole della storia di Saïed e dei movimenti che l’hanno sostenuto fino ad oggi. Compreso il ruolo che la Fratellanza musulmano continua a rivestire nella società tunisina. Il riferimento al possibile semaforo verde del Fmi (per la propria tranche di aiuti) è, invece, chiaramente una richiesta diretta agli Stati Uniti per togliere il presidente tunisino dalla loro lista nera. Per il resto l’obiettivo della missione di domani è frenare i flussi migratori illegali che hanno portato in Italia oltre 50.000 persone da inizio anno, un flagello che colpisce entrambe le sponde del Mediterraneo e miete vittime in mare e nel deserto. Sul fascicolo dei flussi migratori, la sinergia tra il nostro governo e quello di Tunisi è parsa evidente, al punto che i discorsi di Meloni e Saïed sull’argomento coincidono quasi totalmente. L’Italia, peraltro, ha accolto la proposta tunisina per realizzare una «conferenza internazionale» sul tema delle migrazioni e, anzi, ha annunciato che ospiterà a Roma un evento che si sposa perfettamente con il cosiddetto Piano Mattei per l’Africa.
Insomma, sembra essere passato il concetto che la Tunisia è l’ultimo baluardo. Se crollasse il Paese maghrebino l’ondata di flussi migratori sarebbe così imponente e travolgente che si potrà rischia di sguarnire ancor di più le altre aeree del Sahel, lasciando ai russi di Wagner campo libero per rafforzarsi ulteriormente. In questo momento i militari francesi sono al loro livello minimo nella presenza in Sahel. Praticamente cacciati dai russi dal Mali, dal Burkina Faso e dalla Repubblica Centrafricana dovranno concentrarsi (probabilmente con l’aiuto congiunto Ue e italiano) sui Paesi rivieraschi del Golfo di Guinea che a loro volta sono sotto schiaffo dei movimenti terroristici che premono da Nord. Dall’altro lato, i mercenari di Vladimir Putin da qualche mese si muovono con estrema disinvoltura a Port Sudan. Da lì, dalle acque del Mar Rosso, la longa manus del Cremlino può far arrivare rifornimenti e infilarsi in profondità nel Sahel. Non è un caso se la capitale del Sudan, Khartum, è stata travolta da un colpo di Stato meno di un mese fa. L’ennesimo golpe africano.
Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, tenterà la prossima settimana di convincere l’Fmi ad accettare una volta per tutte la proposta italiana per sbloccare il maxi-prestito da 1,9 miliardi dollari: una prima tranche andrebbe erogata subito, una seconda a riforme avviate e infine una terza quando verranno concluse le misure di contenimento della spesa pubblica e il risanamento dell’economia. Ma non sarà semplice trovare un compromesso tra il netto rifiuto di Saïed di accettare «direttive preimpostate», come ad esempio l’impopolare rimozione dei sussidi, e la rigidità dei canoni dell’Fmi. Se però la trattativa si sbloccasse allora comincerebbero a incastrarsi i vari elementi del puzzle. Sul fronte europeo procede la mediazione del ministro Matteo Piantedosi. Votato il piano di ricollocamenti, adesso bisogna lavorare ai dettagli che sono sempre forieri di sorprese. Anche qui però la Tunisia resta una chiave di volta. Lo schema Ue prevede la possibilità di rimpatriare i migranti irregolari non nei loro Paesi di origine, ma anche nei Paesi di transito, a patto che siano considerati «sicuri», grazie al concetto di «connessione». È chiaro che la Tunisia si candida a essere il Paese terzo più vicino all’Italia e quindi indirizzo di invio dei ricollocamenti. Non ci sono tanti altri Paesi. La Libia potenzialmente sì, ma è in guerra. Egitto ed Algeria hanno politiche contraria. Marocco non se ne parla. Nella fascia subsaharia si candida il Niger e forse in un lontano futuro, nel Corno d’Africa, la Somalia.
Passo in avanti sul diritto d’asilo. Un patto con dei possibili inciampi
Il Patto sull’immigrazione approvato l’altra sera dal Consiglio Ue, passato a maggioranza qualificata con il voto contrario solo di Polonia e Ungheria (astenute Malta, Lituania, Slovacchia e Bulgaria) e che dovrà essere mediato con il Parlamento europeo, si è sviluppato su due direttrici: la Procedura d’asilo (Apr) e la Gestione dell’asilo e della migrazione (Ammr). Il governo italiano, sui punti indesiderati ha tentato di dominare le mediazioni, portando dalla sua anche alcuni Paesi del Nord Europa. E, così, dopo sette anni di negoziati, i governi dell’Unione europea hanno trovato un’intesa per aggiornare le norme sul diritto d’asilo, introducendo elementi di solidarietà (per aiutare i Paesi di primo approdo), ma anche più vincoli nella gestione degli ingressi. Che graveranno proprio sull’Italia. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, però, ha ottenuto meno limiti nelle procedure per le espulsioni, anche verso i Paesi in cui sono transitati. E che i 20.000 euro a migrante dei Paesi che decideranno di non accogliere non andranno allo Stato che se ne farà carico, ma ai Paesi terzi sicuri nei quali verranno respinti gli irregolari. La proposta che voleva istituire dei campi profughi a pagamento, e che aveva fatto storcere il naso al governo di Giorgia Meloni (che giudica l’accordo «un passo in avanti»), quindi è stata ritoccata. Polonia e Ungheria hanno votato comunque contro (e se per Viktor Orbán «l’Ue abusa del suo potere», Mateusz Morawiecki ha bocciato ricollocamenti e contributi finanziari). Anche perché il Patto, pur permettendo dei passi in avanti, presenta delle ombre e anche delle zone grigie. Tra queste, per esempio, c’è un passaggio sul «numero minimo annuale» di ricollocamenti, stabilito in 30.000. Un dato che, confrontato con quello dei trasferiti nell’ultimo anno (1.500), sembra derubricare la norma a un buon proposito. Proprio come il meccanismo di solidarietà, che permetterebbe di scegliere tra redistribuzione e finanziamento di 20.000 euro a migrante ai Paesi terzi sicuri. Sempre che, di fatto, sia realmente applicabile. Poi ci sono le ombre. In primis le procedure di frontiera obbligatorie, «con lo scopo di valutare rapidamente» le domande già ai confini. Una norma che grava proprio sull’Italia. Come anche quella sulla «capacità adeguata, in termini di accoglienza e risorse umane», che fissa la quota a 30.000 migranti, per «svolgere le procedure di frontiera». A livello Ue «questa capacità adeguata è di 30.000 persone». Il calcolo che ha fatto il Consiglio tiene conto del numero di attraversamenti irregolari e dei rimpatri su un periodo di tre anni. Una formula che appare poco applicabile. L’Italia chiedeva un tetto a 20.000 ma, nonostante gli sforzi, Piantedosi ha dovuto rinunciare. Terza fregatura: «Lo Stato membro di primo ingresso sarà competente per la domanda di asilo per una durata di due anni». La norma sembrerebbe favorire l’Italia, visto che Dublino estendeva la responsabilità a tutta la durata della pratica. Subito dopo, però, nel Patto è stato inserito un ulteriore dettaglio, che dispone la possibilità di presentare la domanda solo «negli Stati membri di primo ingresso o di soggiorno legale», scoraggiando così i movimenti secondari e limitando le possibilità di cessazione o trasferimento della responsabilità tra gli Stati membri. La possibilità per il richiedente di scegliere lo Stato membro in cui presentare la domanda risulta quindi particolarmente compressa. Gli altri punti approvati sembrano, almeno sulla carta, affermare dei principi accettabili. Primo su tutti stabilire una «procedura comune in tutta l’Ue» da seguire «quando i migranti chiedono protezione internazionale». Evitando così le varie scorciatoie che hanno permesso a chi non aveva i requisiti per ottenere la protezione internazionale di rientrare tramite altri escamotage. I tempi saranno più snelli: 12 settimane per stabilire chi può ottenere asilo e chi no. Inoltre, chi proviene da un Paese «che ha un tasso di riconoscimento della protezione internazionale inferiore al 20 per cento non sarà autorizzato a entrare nel territorio dello Stato membro». E «i Paesi di primo ingresso non avranno più la responsabilità permanente per i migranti ai quali viene rifiutato l’asilo (ora fissata a 15 mesi)». Le persone salvate in operazioni Sar, poi, «saranno sotto tutela dello Stato solo per 12 mesi», al contrario dei 24 applicati agli altri richiedenti asilo. È previsto anche un «Piano di finanziamenti straordinario Ue» per il rafforzamento di accoglienza e dei sistemi di asilo «dei Paesi di primo ingresso». Infine, sempre sulla carta, davanti all’impossibilità di rimpatriare gli irregolari nei loro Paesi d’origine, si potranno inviare i migranti in Paesi terzi, purché siano sicuri e sia stabilita una «connessione» con la persona. Sui concetti di connessione e di Paese terzo sicuro il dibattito è stato duro. La mediazione ha portato a questa conclusione: i Paesi terzi dovranno essere ritenuti sicuri dagli Stati membri e dovrà essere provata la permanenza (ma dovrebbe essere sufficiente anche il transito) del migrante in quel territorio. Resta da capire cosa sarà realizzabile.
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La novità del ricollocamento in Paesi di transito può funzionare solo se si puntella Kaïs Saïed. Domenica Giorgia Meloni e Ursula von der Leyen portano la prima tranche di aiuti Ue. Poi tocca al Fmi.Dopo sette anni di negoziati, i governi dell’Unione europea hanno trovato un’intesa per aggiornare le norme. Il «numero minimo» di ricollocamenti annuali è stabilito in 30.000. A fronte dei 1.500 del 2022, è un proposito.Lo speciale contiene due articoli.Avanti e indietro. In una settimana due volte in Tunisia. Giorgia Meloni dopo aver trascorso la mattina di mercoledì nel Paese africano, tornerà domani al palazzo presidenziale di Kaïs Saïed. Stavolta in compagnia della presidente della commissione Ue, Ursula von der leyen, e del premier olandese Mark Rutte. La notizia anticipata ieri dalla Meloni è che porteranno la prima valigetta di aiuti. «È grazie al lavoro molto prezioso che l’Italia ha fatto, insieme a quella missione, che si dovrebbe concretizzare il primo pacchetto di aiuti della commissione che è anche propedeutico a favorire l’accordo con il Fmi. A Tunisi e Fondo monetario», ha spiegato ieri, «chiedo un approccio il più possibile pragmatico e non ideologico e mi pare che su questo si stiano facendo passi in avanti». In pratica, incassa un vittoria diplomatica molto importante sul fronte dell’Ue. Fino a marzo lo stesso commissario all’Economia, Paolo Gentiloni, si era dichiarato in linea con Germania e la classe dirigente di Bruxelles contrario a qualunque sostegno finanziario. Nonostante la crisi imminente e il rischio di una ulteriore ondata migratoria. A seguito delle pressioni italiane qualcosa si è smosso. Gentiloni è volato a Tunisi e poi numerosi incontri fino al coinvolgimento della commissione confermato a inizio settimana. Meloni, dando la notizia dello sblocco dei fondi, fa anche capire che è consapevole della storia di Saïed e dei movimenti che l’hanno sostenuto fino ad oggi. Compreso il ruolo che la Fratellanza musulmano continua a rivestire nella società tunisina. Il riferimento al possibile semaforo verde del Fmi (per la propria tranche di aiuti) è, invece, chiaramente una richiesta diretta agli Stati Uniti per togliere il presidente tunisino dalla loro lista nera. Per il resto l’obiettivo della missione di domani è frenare i flussi migratori illegali che hanno portato in Italia oltre 50.000 persone da inizio anno, un flagello che colpisce entrambe le sponde del Mediterraneo e miete vittime in mare e nel deserto. Sul fascicolo dei flussi migratori, la sinergia tra il nostro governo e quello di Tunisi è parsa evidente, al punto che i discorsi di Meloni e Saïed sull’argomento coincidono quasi totalmente. L’Italia, peraltro, ha accolto la proposta tunisina per realizzare una «conferenza internazionale» sul tema delle migrazioni e, anzi, ha annunciato che ospiterà a Roma un evento che si sposa perfettamente con il cosiddetto Piano Mattei per l’Africa. Insomma, sembra essere passato il concetto che la Tunisia è l’ultimo baluardo. Se crollasse il Paese maghrebino l’ondata di flussi migratori sarebbe così imponente e travolgente che si potrà rischia di sguarnire ancor di più le altre aeree del Sahel, lasciando ai russi di Wagner campo libero per rafforzarsi ulteriormente. In questo momento i militari francesi sono al loro livello minimo nella presenza in Sahel. Praticamente cacciati dai russi dal Mali, dal Burkina Faso e dalla Repubblica Centrafricana dovranno concentrarsi (probabilmente con l’aiuto congiunto Ue e italiano) sui Paesi rivieraschi del Golfo di Guinea che a loro volta sono sotto schiaffo dei movimenti terroristici che premono da Nord. Dall’altro lato, i mercenari di Vladimir Putin da qualche mese si muovono con estrema disinvoltura a Port Sudan. Da lì, dalle acque del Mar Rosso, la longa manus del Cremlino può far arrivare rifornimenti e infilarsi in profondità nel Sahel. Non è un caso se la capitale del Sudan, Khartum, è stata travolta da un colpo di Stato meno di un mese fa. L’ennesimo golpe africano. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, tenterà la prossima settimana di convincere l’Fmi ad accettare una volta per tutte la proposta italiana per sbloccare il maxi-prestito da 1,9 miliardi dollari: una prima tranche andrebbe erogata subito, una seconda a riforme avviate e infine una terza quando verranno concluse le misure di contenimento della spesa pubblica e il risanamento dell’economia. Ma non sarà semplice trovare un compromesso tra il netto rifiuto di Saïed di accettare «direttive preimpostate», come ad esempio l’impopolare rimozione dei sussidi, e la rigidità dei canoni dell’Fmi. Se però la trattativa si sbloccasse allora comincerebbero a incastrarsi i vari elementi del puzzle. Sul fronte europeo procede la mediazione del ministro Matteo Piantedosi. Votato il piano di ricollocamenti, adesso bisogna lavorare ai dettagli che sono sempre forieri di sorprese. Anche qui però la Tunisia resta una chiave di volta. Lo schema Ue prevede la possibilità di rimpatriare i migranti irregolari non nei loro Paesi di origine, ma anche nei Paesi di transito, a patto che siano considerati «sicuri», grazie al concetto di «connessione». È chiaro che la Tunisia si candida a essere il Paese terzo più vicino all’Italia e quindi indirizzo di invio dei ricollocamenti. Non ci sono tanti altri Paesi. La Libia potenzialmente sì, ma è in guerra. Egitto ed Algeria hanno politiche contraria. Marocco non se ne parla. 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Il governo italiano, sui punti indesiderati ha tentato di dominare le mediazioni, portando dalla sua anche alcuni Paesi del Nord Europa. E, così, dopo sette anni di negoziati, i governi dell’Unione europea hanno trovato un’intesa per aggiornare le norme sul diritto d’asilo, introducendo elementi di solidarietà (per aiutare i Paesi di primo approdo), ma anche più vincoli nella gestione degli ingressi. Che graveranno proprio sull’Italia. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, però, ha ottenuto meno limiti nelle procedure per le espulsioni, anche verso i Paesi in cui sono transitati. E che i 20.000 euro a migrante dei Paesi che decideranno di non accogliere non andranno allo Stato che se ne farà carico, ma ai Paesi terzi sicuri nei quali verranno respinti gli irregolari. La proposta che voleva istituire dei campi profughi a pagamento, e che aveva fatto storcere il naso al governo di Giorgia Meloni (che giudica l’accordo «un passo in avanti»), quindi è stata ritoccata. Polonia e Ungheria hanno votato comunque contro (e se per Viktor Orbán «l’Ue abusa del suo potere», Mateusz Morawiecki ha bocciato ricollocamenti e contributi finanziari). Anche perché il Patto, pur permettendo dei passi in avanti, presenta delle ombre e anche delle zone grigie. Tra queste, per esempio, c’è un passaggio sul «numero minimo annuale» di ricollocamenti, stabilito in 30.000. Un dato che, confrontato con quello dei trasferiti nell’ultimo anno (1.500), sembra derubricare la norma a un buon proposito. Proprio come il meccanismo di solidarietà, che permetterebbe di scegliere tra redistribuzione e finanziamento di 20.000 euro a migrante ai Paesi terzi sicuri. Sempre che, di fatto, sia realmente applicabile. Poi ci sono le ombre. In primis le procedure di frontiera obbligatorie, «con lo scopo di valutare rapidamente» le domande già ai confini. Una norma che grava proprio sull’Italia. Come anche quella sulla «capacità adeguata, in termini di accoglienza e risorse umane», che fissa la quota a 30.000 migranti, per «svolgere le procedure di frontiera». A livello Ue «questa capacità adeguata è di 30.000 persone». Il calcolo che ha fatto il Consiglio tiene conto del numero di attraversamenti irregolari e dei rimpatri su un periodo di tre anni. Una formula che appare poco applicabile. L’Italia chiedeva un tetto a 20.000 ma, nonostante gli sforzi, Piantedosi ha dovuto rinunciare. Terza fregatura: «Lo Stato membro di primo ingresso sarà competente per la domanda di asilo per una durata di due anni». La norma sembrerebbe favorire l’Italia, visto che Dublino estendeva la responsabilità a tutta la durata della pratica. Subito dopo, però, nel Patto è stato inserito un ulteriore dettaglio, che dispone la possibilità di presentare la domanda solo «negli Stati membri di primo ingresso o di soggiorno legale», scoraggiando così i movimenti secondari e limitando le possibilità di cessazione o trasferimento della responsabilità tra gli Stati membri. La possibilità per il richiedente di scegliere lo Stato membro in cui presentare la domanda risulta quindi particolarmente compressa. Gli altri punti approvati sembrano, almeno sulla carta, affermare dei principi accettabili. Primo su tutti stabilire una «procedura comune in tutta l’Ue» da seguire «quando i migranti chiedono protezione internazionale». Evitando così le varie scorciatoie che hanno permesso a chi non aveva i requisiti per ottenere la protezione internazionale di rientrare tramite altri escamotage. I tempi saranno più snelli: 12 settimane per stabilire chi può ottenere asilo e chi no. Inoltre, chi proviene da un Paese «che ha un tasso di riconoscimento della protezione internazionale inferiore al 20 per cento non sarà autorizzato a entrare nel territorio dello Stato membro». E «i Paesi di primo ingresso non avranno più la responsabilità permanente per i migranti ai quali viene rifiutato l’asilo (ora fissata a 15 mesi)». Le persone salvate in operazioni Sar, poi, «saranno sotto tutela dello Stato solo per 12 mesi», al contrario dei 24 applicati agli altri richiedenti asilo. È previsto anche un «Piano di finanziamenti straordinario Ue» per il rafforzamento di accoglienza e dei sistemi di asilo «dei Paesi di primo ingresso». Infine, sempre sulla carta, davanti all’impossibilità di rimpatriare gli irregolari nei loro Paesi d’origine, si potranno inviare i migranti in Paesi terzi, purché siano sicuri e sia stabilita una «connessione» con la persona. Sui concetti di connessione e di Paese terzo sicuro il dibattito è stato duro. La mediazione ha portato a questa conclusione: i Paesi terzi dovranno essere ritenuti sicuri dagli Stati membri e dovrà essere provata la permanenza (ma dovrebbe essere sufficiente anche il transito) del migrante in quel territorio. Resta da capire cosa sarà realizzabile.
Giuseppe Conte e Luca Di Donna (Ansa)
La testimonianza resa ieri dall’imprenditore Marco Spadaccioli, general manager della Adaltis Srl, alimenta nuovi dubbi sull’attività degli avvocati Luca Di Donna (legale vicino a Giuseppe Conte - lavorava nello stesso studio del professor Guido Alpa, come l’ex premier) e Valerio De Luca, sospettati di aver messo in piedi un sistema di «facilitazioni» di finanziamenti pubblici e affari con Invitalia e la struttura commissariale di Domenico Arcuri per l’ottenimento di ricche commesse statali sui dispositivi medici. In virtù di cosa? Le informative dei carabinieri e gli stessi articoli della Verità, che segue la vicenda delle presunte provvigioni sin dal 2021, sono precise. E altrettanto preciso è stato ieri Spadaccioli, che ha raccontato che la Adaltis, nel periodo dell’emergenza pandemica, ha versato a Di Donna e De Luca ben 454.000 euro per la loro «consulenza»: «Un compenso estremamente importante», ha riconosciuto l’imprenditore, non ascoltato dalle opposizioni che sono uscite dall’Aula prima della sua testimonianza.
I fatti: tra giugno e dicembre 2020 la società aveva effettuato due forniture alla struttura commissariale di Domenico Arcuri. Oggetto delle forniture erano i kit molecolari. Un colpo straordinario per la Adaltis, che non aveva mai ricevuto altre commesse dalla struttura commissariale di Arcuri e non aveva neanche mai partecipato a nessuna gara pubblica. Come riuscì ad aggiudicarsi l’appalto? «Avevamo un kit che era stato molto gradito dagli operatori», ha dichiarato l’imprenditore. Prima di presentare le offerte, però, l’azienda si era premurata di blindare l’operazione siglando due accordi di consulenza (uno a maggio e uno a dicembre 2020) con Di Donna e il suo socio, incaricati di «predisporre e presentare tutta la documentazione necessaria per la partecipazione alla gara pubblica indetta dalla protezione civile presso la Presidenza del Consiglio, commissario straordinario dottor Domenico Arcuri». I due contratti stabilivano all’articolo 5 che il compenso dei due avvocati dovesse essere «pari al 10 per cento dell’importo del prezzo effettivamente incassato dalla società Adaltis».
Era un «compenso a successo», o «success free», ha spiegato Spadaccioli: «Noi ci preoccupavamo di incassare quanto dovevamo incassare, loro ci seguivano nell’incasso e sarebbero stati pagati a incasso avvenuto». Fatto sta, però, che nel corso dell’audizione il manager della Adaltis ha ammesso che i due professionisti non si occuparono affatto della predisposizione o del caricamento dei documenti per la prima gara da 800.000 euro, procedure gestite interamente dagli uffici interni di Adaltis. Di Donna e De Luca si sarebbero limitati a verificare la corretta iscrizione sulla piattaforma telematica e la sussistenza dei requisiti richiesti. «Altre cose non ne ricordo. Anche perché i documenti li abbiamo caricati noi, fisicamente». Per questo controllo durato appena tre giorni (dal giorno della stipula, 15 maggio, alla scadenza della gara, 18 maggio 2020) i legali hanno incassato ben 93.288 euro». Per quale attività? «Avranno controllato i documenti che c’erano da predisporre e che le nostre caratteristiche fossero coerenti e condivisibili».
Lo schema si è ripetuto quasi identico a dicembre dello stesso anno per una seconda commessa da oltre 2,4 milioni di euro, con il paradosso che il nuovo contratto di consulenza con i due avvocati fu firmato addirittura una settimana dopo l’invio dell’offerta di Adaltis, subito dopo un incontro in cui l’imprenditore riceveva ampie rassicurazioni sul buon esito della pratica. «Sono andato allo studio dell’avvocato Di Donna», ha raccontato Spadaccioli, «e mi ha detto: “Sì, potete partecipare tranquillamente, vi aiuteremo, vi supporteremo nel seguire le pratiche di incasso di questa fornitura, state tranquilli”». Dopo le rassicurazioni di Di Donna, la Adaltis si è aggiudicata l’appalto.
A chiudere il cerchio delle tensioni in commissione Covid è stata l’audizione dell’avvocato Nicoletta Spaziani, all’epoca praticante nello studio di Di Donna, che davanti alle domande incalzanti dei commissari ha opposto un muro invalicabile di «non ricordo», liquidando la vicenda come una serie di questioni strettamente personali.
«Durante la pandemia», ha spiegato Alice Buonguerrieri, capogruppo di Fratelli d’Italia in commissione Covid, «sarebbe esistito un sistema di affari che ruotava attorno alle commesse affidate dalla struttura commissariale di Arcuri, nominato da Conte. Oggi abbiamo audito un altro imprenditore che ha pagato 454.000 euro agli avvocati Di Donna e De Luca e ha ottenuto le commesse relative a dispositivi sanitari. Questi fatti sono in correlazione? Se lo fossero, emergerebbe allora che, se gli imprenditori pagavano questi consulenti, ottenevano le commesse con la struttura commissariale di Arcuri, altrimenti restavano con un pugno di mosche in mano. Si trattava quindi di un sistema di affari consolidato che ha coinvolto la struttura commissariale di Arcuri e il governo Conte? Gli italiani devono sapere. Conte venga a riferire in commissione Covid anziché continuare a fuggire».
Non si è fatta attendere la replica del leader del Movimento 5 Stelle. L’ex premier, nel rivendicare la trasparenza del proprio operato, ha cercato di incrinare l’unità della coalizione di governo, elogiando la «maggiore dignità politica» di Forza Italia e il parziale distacco della Lega, accusando invece il partito di Giorgia Meloni di «indagare sul nulla». «Non perdete tempo, perché non troverete mai una mia attività illecita», ha detto Conte.
Uno scontro istituzionale durissimo che, al di là dei risvolti politici parlamentari, attende ora eventuali e definitivi chiarimenti da parte della magistratura.
Tegola sugli obblighi vaccinali Covid
Quattro anni ci sono voluti, per sentirsi dire che non doveva essere sospeso dall’Azienda sanitaria locale nella quale lavorava come amministrativo. Si è conclusa bene, ma con un rilevante costo psicologico e materiale, la tormentata vicenda di un dipendente romagnolo tenuto a casa senza stipendio perché non voleva vaccinarsi contro il Covid. Una sentenza della Cassazione gli ha finalmente dato ragione e ora in molti sperano che altri giudizi di primo grado sfavorevoli vengano rivisti in appello.
Siamo a metà 2026 e ancora ci sono tante persone che scontano scelte fatte durante la pandemia, contro diktat privi di logica. «Otto amministrativi di aziende sanitarie a Reggio Emilia, otto a Brescia solo di miei assistiti si sono visti respingere tutti i ricorsi e aspettano l’appello. I giudici non vogliono sentire ragioni», fa sapere l’avvocato Paola Soragni. Immaginiamoci i numeri in tutta Italia, e quanti avranno rinunciato a procedere in giudizio per non accollarsi altre spese dopo aver perso fino a un anno di retribuzione.
Speriamo che la Cassazione, intervenuta nel caso di Francesco (nome di fantasia), possa segnare un percorso diverso. In servizio presso la Gestione giuridica risorse umane dell’Ausl della Romagna, il lavoratore venne sospeso dal 1° gennaio al 1° novembre 2022 per inosservanza dell’obbligo vaccinale.
Francesco presentò ricorso, ma il 18 ottobre 2022 il Tribunale di Forlì lo respinse. Un anno dopo, il 16 ottobre 2023, la Corte d’Appello di Bologna rigettava il suo ricorso e l’avvocato Giorgio Contratti, che difende l’amministrativo assieme al collega Riccardo Luzi, si rivolse alla Cassazione.
A fine dicembre 2025, gli ermellini hanno ritenuto quella sentenza di secondo grado «non conforme» ai principi di diritto, rimandando gli atti al tribunale di ordine inferiore. Così, la scorsa settimana, praticamente in quarto grado, la sezione Lavoro della Corte d’Appello di Bologna è stata «costretta» a rivedere la sua precedente sentenza e a dichiarare «illegittimo il provvedimento di sospensione adottato» nei confronti dell’amministrativo. Potete immaginare il tempo e i soldi inutilmente spesi?
Interessante è come la sezione Lavoro della suprema Corte di Cassazione, presieduta da Caterina Marotta, bacchetta i giudici di merito per le conclusioni a cui erano giunti nel rigettare i vari ricorsi, «andando contro la legge pur di salvare i provvedimenti delle Ausl», osserva Contratti. L’articolo 4 ter del decreto legge 44 del 2021, dal titolo «Misure urgenti per il contenimento dell’epidemia da Covid-19, in materia di vaccinazioni anti Sars-Cov-2, di giustizia e di concorsi pubblici», non intendeva «estendere l’obbligo vaccinale a tutti i dipendenti delle aziende operanti in campo sanitario e sociosanitario, a prescindere dalla qualifica posseduta e dalla natura dell’attività lavorativa espletata», dichiarano gli ermellini.
L’obbligo era per coloro che lavoravano in strutture quali ospedali, ambulatori, centri riabilitativi dove i servizi venivano svolti «a contatto con persone in situazioni di fragilità», con ciò «escludendo il personale non sanitario per qualifica operante in “luoghi non destinati all’erogazione delle prestazioni sanitarie o socio sanitarie”». Il dipendente sospeso era in una sede dell’Ausl Romagna puramente amministrativa, dove non c’erano pazienti o degenti, eppure gli venne tolto il diritto al lavoro.
Tribunale e appello, poi, rigettarono il suo ricorso, ma per la Cassazione era «fondato» ed è significativa la tirata d’orecchi che gli ermellini fanno ai giudici di Bologna: «La Corte territoriale ha dato un’interpretazione che mortifica il tenore letterale della legge, la quale si riferisce con chiarezza, non all’attività sanitaria o socio sanitaria svolta in generale dal datore di lavoro, bensì alla natura delle prestazioni erogate dalle singole strutture delle quali il soggetto, pubblico o privato operante nel campo sanitario, si avvale».
La sentenza impugnata «non risulta conforme a tale principio di diritto e va pertanto cassata con rinvio alla Corte di Appello di Bologna», scrivono i supremi giudici. La scorsa settimana, i magistrati del capoluogo emiliano presieduti da Susanna Mantovani hanno dovuto mettere la parola fine a questo assurdo iter giudiziario, dichiarando finalmente illegittima la sospensione dell’amministrativo.
La nuova sentenza, diametralmente opposta a quella emessa nel 2023 dalla stessa sezione (ma con giudici diversi), «condanna l’Ausl della Romagna a pagare» la retribuzione che il lavoratore avrebbe percepito negli undici mesi «anche ai fini della tredicesima, delle ferie e della progressione in carriera», oltre a rivalutazione e interessi legali.
Ultima amarezza, o beffa finale. Dei 13.200 euro di spese legali conteggiati dai giudici d’Appello, l’Ausl Romagna dovrà pagare solo il 60%. I rimanenti 5.200 euro sono a carico del lavoratore, oltre a quello che ha dovuto sborsare in questi anni per quattro gradi di giudizio. «Abbiamo dovuto lottare, perché non gli fossero accollate tutte le spese», precisa l’avvocato Contratti. «I giudici di Bologna, infatti, riconoscevano la buona fede dell’Ausl Romagna nell’interpretare la legge, interpretazione confermata da due giudici di merito».
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Benjamin Netanyahu e Donald Trump (Ansa)
Una ritorsione, quella dell’Idf, che è avvenuta, nonostante alcune ore prima il presidente americano avesse cercato di dissuadere il premier israeliano dall’ordinarla. In particolare, Trump aveva detto che Netanyahu non avrebbe avuto altra scelta se non quella di accettare un accordo tra Washington e la Repubblica islamica. «Sono io che comando. Sono io che comando tutto. Lui non comanda», aveva affermato, parlando con il Financial Times. Eppure, come abbiamo visto, il premier israeliano ha alla fine deciso di attaccare l’Iran in quella che è stata la prima azione bellica di Gerusalemme contro il regime khomeinista dal cessate il fuoco dell’8 aprile. Un’azione bellica da cui gli Stati Uniti hanno preso le distanze: un funzionario americano ha infatti precisato ad Axios che Washington non è stata coinvolta nei nuovi attacchi dello Stato ebraico, definendo comunque questi ultimi «relativamente limitati».
Nel frattempo, ieri pomeriggio, Trump e Netanyahu hanno avuto una nuova telefonata. Poco dopo, un funzionario israeliano ha reso noto che Gerusalemme avrebbe interrotto gli attacchi contro la Repubblica islamica sulla base di quanto richiesto dal presidente statunitense. La stessa fonte ha tuttavia aggiunto che lo Stato ebraico proseguirà i raid sul Libano. Il che si configura potenzialmente come un problema: poco prima, l’Iran aveva infatti annunciato di aver sospeso i lanci missilistici contro Israele, ma aveva altresì precisato di essere pronto a nuovi atti militari, nel caso Gerusalemme avesse avuto intenzione di effettuare ulteriori bombardamenti sul Paese dei Cedri. In questo quadro, il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha detto che Gerusalemme condurrà dei raid su Beirut, qualora Hezbollah dovesse colpire lo Stato ebraico.
«Ho avvertito Netanyahu che, se porterà la situazione a una guerra, si troverà da solo contro l’Iran», ha raccontato ieri sera Trump a Channel 12. Non solo. Il presidente americano è anche tornato ad auspicare una soluzione diplomatica. «Entrambe le parti, Israele e Iran, puntano a un cessate il fuoco immediato! I negoziati finali sulla “pace” sono in corso, salvo che ignoranza o stupidità non si frappongano al loro cammino. Il blocco rimarrà in vigore a tutti gli effetti fino al raggiungimento di un ’accordo definitivo’. Le cose dovrebbero procedere rapidamente», ha affermato su Truth. Nel frattempo, il New York Times ha riferito che gli Stati Uniti avrebbero impedito un «massiccio» attacco che lo Stato ebraico aveva predisposto contro l’Iran. «Al momento, gli scontri su questo fronte si sono fermati, perché dopo essere stato colpito, il regime terroristico di Teheran ha smesso di attaccarci», ha affermato ieri sera, a denti stretti, il premier israeliano. «Se quel regime terroristico commetterà di nuovo l’errore di attaccarci, risponderemo con la forza», ha continuato. In questo clima, secondo Al Jazeera, l’ambasciatore statunitense a Beirut, Michel Issa, ha confermato che Trump e Netanyahu avrebbero «sfiorato la rissa sul Libano».
Alla base delle tensioni tra i due leader emergono elementi strutturali. Innanzitutto si registrano divergenze strategiche. Il premier israeliano punta o a un regime change a Teheran o a un Iran fortemente decentralizzato, se non addirittura «spezzettato» (è del resto un noto fautore della carta curda). Il presidente americano, dal canto suo, è favorevole a una soluzione venezuelana: dopo aver decapitato il regime khomeinista, punta, cioè, a scegliersi come interlocutore un pezzo del vecchio sistema di potere, non prima di averlo adeguatamente addomesticato. Trump vuole infatti ridurre l’instabilità, evitare il pantano e collaborare in futuro con Teheran sul fronte della produzione petrolifera. Netanyahu, di contro, considera la soluzione venezuelana incapace di garantire realmente la sicurezza di Israele.
Il secondo nodo è elettorale. Trump vuole arrivare a un accordo con Teheran per ridurre il costo dell’energia e far scendere i prezzi della benzina negli Usa: un obiettivo che gli è necessario per rafforzare il Partito repubblicano in vista delle Midterm di novembre. Netanyahu è invece sotto pressione da parte dell’opposizione per continuare il conflitto con Hezbollah in Libano: una pressione che aumenterà con l’approssimarsi delle elezioni per la Knesset previste a ottobre. Il punto è che, come abbiamo visto, l’Iran ha subordinato un’eventuale intesa con gli Usa alla conclusione delle operazioni militari israeliane nel Paese dei Cedri. Insomma, è questo intricato reticolo di interessi divergenti che sta mettendo a dura prova l’alleanza tra Usa e Israele. Una situazione che rischia di impattare sia sul processo diplomatico in corso tra Washington e Teheran sia sull’eventuale rilancio degli Accordi di Abramo.
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Da sinistra, Friedrich Merz, Volodymyr Zelensky, Emmanuel Macron e dietro Keir Starmer (Ansa)
E proprio nel giorno in cui sono iniziate le esercitazioni aeree Ramstein flag 2026, che fino al 19 giugno impegneranno 150 aerei da combattimento dell’Alleanza atlantica in Finlandia, Svezia, Norvegia e Danimarca, in gran parte presso i confini della Russia. Tra l’altro il governo lettone è caduto neanche un mese fa a causa di un velivolo senza pilota ucraino che si era schiantato sul territorio.
Il drone non è stato definito per quello che era, cioè ucraino, ma, pudicamente, «straniero», dal comunicato del ministero della Difesa lettone. Si è comunque incolpata Mosca asserendo che la deviazione dalla sua rotta era dovuta a interferenze elettroniche, il classico «jamming», attuate dai russi, anziché da ipotetici errori del sistema di guida. Riga ha diramato: «Nello spazio aereo lettone, sulla regione della Latgallia, caccia della missione Nato Baltic air policing hanno abbattuto un veicolo aereo senza pilota straniero entrato in Lettonia a seguito di guerra elettromagnetica russa. I caccia erano stati fatti decollare in risposta alla minaccia nello spazio aereo lettone». L’allarme era accompagnato da un avviso specifico per gli abitanti dei comuni di Ludza, Balvi e Aluksne, ai confini orientali.
Ad abbattere il drone è stato un caccia francese Dassault Rafale del contingente alleato che, a rotazione, assicura la difesa aerea delle Repubbliche baltiche nell’ambito della Baltic air policing. Poiché i Paesi baltici non hanno caccia supersonici, le squadriglie di altre nazioni Nato s’avvicendano a turno sulle loro basi, pronte su allarme. Il Rafale era decollato dalla base di Siauliai, nella vicina Lituania, dove sono stanziati anche F-16 rumeni, mentre in Estonia ci sono F-16 portoghesi. In Estonia è terminata solo due mesi fa una missione dell’Aeronautica italiana, la Baltic eagle III, che ha visto schierati da agosto 2025 ad aprile 2026 caccia F-35 ed Eurofighter italiani, uno dei quali aveva intercettato lo scorso 18 marzo un caccia russo Su-30 sconfinato presso l’isola di Vaindloo.
Ieri un altro drone, pare ucraino, è finito fuori rotta entrando nello spazio aereo della Moldavia e schiantandosi in un campo senza fare danni né vittime. Tutto ciò mentre dal vertice fra il presidente ucraino Volodymir Zelensky, il premier britannico Keir Starmer, il presidente francese Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco Friedrich Merz si ribadiva la richiesta di un dialogo con la Russia, ma a condizione di «cessate il fuoco immediato, congelamento dell’attuale linea del fronte, garanzie di sicurezza vincolanti per l’Ucraina e congelamento degli asset russi fino a risarcimento dei danni di guerra». I Paesi E3 hanno promesso a Zelensky che nei prossimi vertici, il G7 di Evian il 15-17 giugno, il vertice Nato di Ankara il 7-8 luglio e il summit dei Paesi «volenterosi» di Parigi il 14 luglio, si discuterà l’intensificazione del sostegno militare all’Ucraina, con l’aumento di produzione di sistemi di difesa e sviluppo congiunto di capacità antimissile e di attacco a lungo raggio. Da Mosca il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha già definito irricevibili le condizioni: «È difficile immaginare accordi con Kiev in queste condizioni». Ha definito «incoerenti» le posizioni emerse a Londra: «Parlano di pace e allo stesso tempo evidenziano la loro intenzione di aiutare il regime di Kiev a produrre nuovi tipi di armi per continuare la guerra».
Ma il summit E3-Ucraina è anche legato alle polemiche contro il governo di Giorgia Meloni sulla mancata presenza dell’Italia, che invece sarà in prima fila al G7, al vertice Nato e a quello dei volenterosi. Una risposta l’ha data la Germania, col portavoce Stefan Kornelius, che ha assicurato che l’Italia e la Polonia non sono da meno degli altri: «Polonia e Italia sono anch’esse coinvolte nel processo. V’è uno scambio costante con tutti i partner europei. Il formato E3 è un formato consolidato e collaudato. Nelle ultime settimane e negli ultimi mesi s’è dimostrato più volte vantaggioso preparare i vari passaggi anche in una cerchia ristretta. Ciò non significa che gli altri partner europei non siano coinvolti».
Intanto la guerra macina distruzione. Ieri la Russia ha lanciato sull’Ucraina «155 droni, di cui 124 abbattuti», sostiene l’aviazione di Kiev. Alcuni ordigni hanno colpito una fermata d’autobus a Zaporizhzhia, uccidendo due persone e ferendone 15. Un raid su Konotop, nell’area di Sumy, ha causato la morte di una donna e il ferimento di tre persone. Ieri il ministro della Difesa ucraino, Mykhailo Fedorov, ha rivelato che è stato collaudato un sistema di droni da intercettazione, denominato Brave1, in grado di centrare autonomamente i droni d’attacco russi Shahed.
Anche gli ucraini attaccano in profondità. Un drone di Kiev ha colpito il treno Mosca-Simferopoli, uccidendo un passeggero e ferendone un altro. Sempre vicino a Simferopoli i velivoli senza pilota ucraini hanno incendiato un deposito di petrolio, inoltre altre cisterne di greggio sono state colpite a Grushevaya Balka, presso Novorossiysk, come parte della strategia di lungo periodo mirata a logorare il settore energetico russo. Il ministero della Difesa di Mosca ha sostenuto che nelle ore precedenti erano stati «neutralizzati 300 droni ucraini». Di essi, almeno sette erano diretti sulla capitale, ma secondo il sindaco di Mosca, Sergei Sobyanyan, sono stati abbattuti, sebbene l’allarme abbia causato la chiusura dell’aeroporto.
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