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2023-06-10
Luci e ombre dell’accordo sui migranti. La chiave di tutto rimane la Tunisia
Avanti e indietro. In una settimana due volte in Tunisia. Giorgia Meloni dopo aver trascorso la mattina di mercoledì nel Paese africano, tornerà domani al palazzo presidenziale di Kaïs Saïed. Stavolta in compagnia della presidente della commissione Ue, Ursula von der leyen, e del premier olandese Mark Rutte. La notizia anticipata ieri dalla Meloni è che porteranno la prima valigetta di aiuti. «È grazie al lavoro molto prezioso che l’Italia ha fatto, insieme a quella missione, che si dovrebbe concretizzare il primo pacchetto di aiuti della commissione che è anche propedeutico a favorire l’accordo con il Fmi. A Tunisi e Fondo monetario», ha spiegato ieri, «chiedo un approccio il più possibile pragmatico e non ideologico e mi pare che su questo si stiano facendo passi in avanti». In pratica, incassa un vittoria diplomatica molto importante sul fronte dell’Ue. Fino a marzo lo stesso commissario all’Economia, Paolo Gentiloni, si era dichiarato in linea con Germania e la classe dirigente di Bruxelles contrario a qualunque sostegno finanziario. Nonostante la crisi imminente e il rischio di una ulteriore ondata migratoria. A seguito delle pressioni italiane qualcosa si è smosso. Gentiloni è volato a Tunisi e poi numerosi incontri fino al coinvolgimento della commissione confermato a inizio settimana. Meloni, dando la notizia dello sblocco dei fondi, fa anche capire che è consapevole della storia di Saïed e dei movimenti che l’hanno sostenuto fino ad oggi. Compreso il ruolo che la Fratellanza musulmano continua a rivestire nella società tunisina. Il riferimento al possibile semaforo verde del Fmi (per la propria tranche di aiuti) è, invece, chiaramente una richiesta diretta agli Stati Uniti per togliere il presidente tunisino dalla loro lista nera. Per il resto l’obiettivo della missione di domani è frenare i flussi migratori illegali che hanno portato in Italia oltre 50.000 persone da inizio anno, un flagello che colpisce entrambe le sponde del Mediterraneo e miete vittime in mare e nel deserto. Sul fascicolo dei flussi migratori, la sinergia tra il nostro governo e quello di Tunisi è parsa evidente, al punto che i discorsi di Meloni e Saïed sull’argomento coincidono quasi totalmente. L’Italia, peraltro, ha accolto la proposta tunisina per realizzare una «conferenza internazionale» sul tema delle migrazioni e, anzi, ha annunciato che ospiterà a Roma un evento che si sposa perfettamente con il cosiddetto Piano Mattei per l’Africa.
Insomma, sembra essere passato il concetto che la Tunisia è l’ultimo baluardo. Se crollasse il Paese maghrebino l’ondata di flussi migratori sarebbe così imponente e travolgente che si potrà rischia di sguarnire ancor di più le altre aeree del Sahel, lasciando ai russi di Wagner campo libero per rafforzarsi ulteriormente. In questo momento i militari francesi sono al loro livello minimo nella presenza in Sahel. Praticamente cacciati dai russi dal Mali, dal Burkina Faso e dalla Repubblica Centrafricana dovranno concentrarsi (probabilmente con l’aiuto congiunto Ue e italiano) sui Paesi rivieraschi del Golfo di Guinea che a loro volta sono sotto schiaffo dei movimenti terroristici che premono da Nord. Dall’altro lato, i mercenari di Vladimir Putin da qualche mese si muovono con estrema disinvoltura a Port Sudan. Da lì, dalle acque del Mar Rosso, la longa manus del Cremlino può far arrivare rifornimenti e infilarsi in profondità nel Sahel. Non è un caso se la capitale del Sudan, Khartum, è stata travolta da un colpo di Stato meno di un mese fa. L’ennesimo golpe africano.
Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, tenterà la prossima settimana di convincere l’Fmi ad accettare una volta per tutte la proposta italiana per sbloccare il maxi-prestito da 1,9 miliardi dollari: una prima tranche andrebbe erogata subito, una seconda a riforme avviate e infine una terza quando verranno concluse le misure di contenimento della spesa pubblica e il risanamento dell’economia. Ma non sarà semplice trovare un compromesso tra il netto rifiuto di Saïed di accettare «direttive preimpostate», come ad esempio l’impopolare rimozione dei sussidi, e la rigidità dei canoni dell’Fmi. Se però la trattativa si sbloccasse allora comincerebbero a incastrarsi i vari elementi del puzzle. Sul fronte europeo procede la mediazione del ministro Matteo Piantedosi. Votato il piano di ricollocamenti, adesso bisogna lavorare ai dettagli che sono sempre forieri di sorprese. Anche qui però la Tunisia resta una chiave di volta. Lo schema Ue prevede la possibilità di rimpatriare i migranti irregolari non nei loro Paesi di origine, ma anche nei Paesi di transito, a patto che siano considerati «sicuri», grazie al concetto di «connessione». È chiaro che la Tunisia si candida a essere il Paese terzo più vicino all’Italia e quindi indirizzo di invio dei ricollocamenti. Non ci sono tanti altri Paesi. La Libia potenzialmente sì, ma è in guerra. Egitto ed Algeria hanno politiche contraria. Marocco non se ne parla. Nella fascia subsaharia si candida il Niger e forse in un lontano futuro, nel Corno d’Africa, la Somalia.
Passo in avanti sul diritto d’asilo. Un patto con dei possibili inciampi
Il Patto sull’immigrazione approvato l’altra sera dal Consiglio Ue, passato a maggioranza qualificata con il voto contrario solo di Polonia e Ungheria (astenute Malta, Lituania, Slovacchia e Bulgaria) e che dovrà essere mediato con il Parlamento europeo, si è sviluppato su due direttrici: la Procedura d’asilo (Apr) e la Gestione dell’asilo e della migrazione (Ammr). Il governo italiano, sui punti indesiderati ha tentato di dominare le mediazioni, portando dalla sua anche alcuni Paesi del Nord Europa. E, così, dopo sette anni di negoziati, i governi dell’Unione europea hanno trovato un’intesa per aggiornare le norme sul diritto d’asilo, introducendo elementi di solidarietà (per aiutare i Paesi di primo approdo), ma anche più vincoli nella gestione degli ingressi. Che graveranno proprio sull’Italia. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, però, ha ottenuto meno limiti nelle procedure per le espulsioni, anche verso i Paesi in cui sono transitati. E che i 20.000 euro a migrante dei Paesi che decideranno di non accogliere non andranno allo Stato che se ne farà carico, ma ai Paesi terzi sicuri nei quali verranno respinti gli irregolari. La proposta che voleva istituire dei campi profughi a pagamento, e che aveva fatto storcere il naso al governo di Giorgia Meloni (che giudica l’accordo «un passo in avanti»), quindi è stata ritoccata. Polonia e Ungheria hanno votato comunque contro (e se per Viktor Orbán «l’Ue abusa del suo potere», Mateusz Morawiecki ha bocciato ricollocamenti e contributi finanziari). Anche perché il Patto, pur permettendo dei passi in avanti, presenta delle ombre e anche delle zone grigie. Tra queste, per esempio, c’è un passaggio sul «numero minimo annuale» di ricollocamenti, stabilito in 30.000. Un dato che, confrontato con quello dei trasferiti nell’ultimo anno (1.500), sembra derubricare la norma a un buon proposito. Proprio come il meccanismo di solidarietà, che permetterebbe di scegliere tra redistribuzione e finanziamento di 20.000 euro a migrante ai Paesi terzi sicuri. Sempre che, di fatto, sia realmente applicabile. Poi ci sono le ombre. In primis le procedure di frontiera obbligatorie, «con lo scopo di valutare rapidamente» le domande già ai confini. Una norma che grava proprio sull’Italia. Come anche quella sulla «capacità adeguata, in termini di accoglienza e risorse umane», che fissa la quota a 30.000 migranti, per «svolgere le procedure di frontiera». A livello Ue «questa capacità adeguata è di 30.000 persone». Il calcolo che ha fatto il Consiglio tiene conto del numero di attraversamenti irregolari e dei rimpatri su un periodo di tre anni. Una formula che appare poco applicabile. L’Italia chiedeva un tetto a 20.000 ma, nonostante gli sforzi, Piantedosi ha dovuto rinunciare. Terza fregatura: «Lo Stato membro di primo ingresso sarà competente per la domanda di asilo per una durata di due anni». La norma sembrerebbe favorire l’Italia, visto che Dublino estendeva la responsabilità a tutta la durata della pratica. Subito dopo, però, nel Patto è stato inserito un ulteriore dettaglio, che dispone la possibilità di presentare la domanda solo «negli Stati membri di primo ingresso o di soggiorno legale», scoraggiando così i movimenti secondari e limitando le possibilità di cessazione o trasferimento della responsabilità tra gli Stati membri. La possibilità per il richiedente di scegliere lo Stato membro in cui presentare la domanda risulta quindi particolarmente compressa. Gli altri punti approvati sembrano, almeno sulla carta, affermare dei principi accettabili. Primo su tutti stabilire una «procedura comune in tutta l’Ue» da seguire «quando i migranti chiedono protezione internazionale». Evitando così le varie scorciatoie che hanno permesso a chi non aveva i requisiti per ottenere la protezione internazionale di rientrare tramite altri escamotage. I tempi saranno più snelli: 12 settimane per stabilire chi può ottenere asilo e chi no. Inoltre, chi proviene da un Paese «che ha un tasso di riconoscimento della protezione internazionale inferiore al 20 per cento non sarà autorizzato a entrare nel territorio dello Stato membro». E «i Paesi di primo ingresso non avranno più la responsabilità permanente per i migranti ai quali viene rifiutato l’asilo (ora fissata a 15 mesi)». Le persone salvate in operazioni Sar, poi, «saranno sotto tutela dello Stato solo per 12 mesi», al contrario dei 24 applicati agli altri richiedenti asilo. È previsto anche un «Piano di finanziamenti straordinario Ue» per il rafforzamento di accoglienza e dei sistemi di asilo «dei Paesi di primo ingresso». Infine, sempre sulla carta, davanti all’impossibilità di rimpatriare gli irregolari nei loro Paesi d’origine, si potranno inviare i migranti in Paesi terzi, purché siano sicuri e sia stabilita una «connessione» con la persona. Sui concetti di connessione e di Paese terzo sicuro il dibattito è stato duro. La mediazione ha portato a questa conclusione: i Paesi terzi dovranno essere ritenuti sicuri dagli Stati membri e dovrà essere provata la permanenza (ma dovrebbe essere sufficiente anche il transito) del migrante in quel territorio. Resta da capire cosa sarà realizzabile.
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La novità del ricollocamento in Paesi di transito può funzionare solo se si puntella Kaïs Saïed. Domenica Giorgia Meloni e Ursula von der Leyen portano la prima tranche di aiuti Ue. Poi tocca al Fmi.Dopo sette anni di negoziati, i governi dell’Unione europea hanno trovato un’intesa per aggiornare le norme. Il «numero minimo» di ricollocamenti annuali è stabilito in 30.000. A fronte dei 1.500 del 2022, è un proposito.Lo speciale contiene due articoli.Avanti e indietro. In una settimana due volte in Tunisia. Giorgia Meloni dopo aver trascorso la mattina di mercoledì nel Paese africano, tornerà domani al palazzo presidenziale di Kaïs Saïed. Stavolta in compagnia della presidente della commissione Ue, Ursula von der leyen, e del premier olandese Mark Rutte. La notizia anticipata ieri dalla Meloni è che porteranno la prima valigetta di aiuti. «È grazie al lavoro molto prezioso che l’Italia ha fatto, insieme a quella missione, che si dovrebbe concretizzare il primo pacchetto di aiuti della commissione che è anche propedeutico a favorire l’accordo con il Fmi. A Tunisi e Fondo monetario», ha spiegato ieri, «chiedo un approccio il più possibile pragmatico e non ideologico e mi pare che su questo si stiano facendo passi in avanti». In pratica, incassa un vittoria diplomatica molto importante sul fronte dell’Ue. Fino a marzo lo stesso commissario all’Economia, Paolo Gentiloni, si era dichiarato in linea con Germania e la classe dirigente di Bruxelles contrario a qualunque sostegno finanziario. Nonostante la crisi imminente e il rischio di una ulteriore ondata migratoria. A seguito delle pressioni italiane qualcosa si è smosso. Gentiloni è volato a Tunisi e poi numerosi incontri fino al coinvolgimento della commissione confermato a inizio settimana. Meloni, dando la notizia dello sblocco dei fondi, fa anche capire che è consapevole della storia di Saïed e dei movimenti che l’hanno sostenuto fino ad oggi. Compreso il ruolo che la Fratellanza musulmano continua a rivestire nella società tunisina. Il riferimento al possibile semaforo verde del Fmi (per la propria tranche di aiuti) è, invece, chiaramente una richiesta diretta agli Stati Uniti per togliere il presidente tunisino dalla loro lista nera. Per il resto l’obiettivo della missione di domani è frenare i flussi migratori illegali che hanno portato in Italia oltre 50.000 persone da inizio anno, un flagello che colpisce entrambe le sponde del Mediterraneo e miete vittime in mare e nel deserto. Sul fascicolo dei flussi migratori, la sinergia tra il nostro governo e quello di Tunisi è parsa evidente, al punto che i discorsi di Meloni e Saïed sull’argomento coincidono quasi totalmente. L’Italia, peraltro, ha accolto la proposta tunisina per realizzare una «conferenza internazionale» sul tema delle migrazioni e, anzi, ha annunciato che ospiterà a Roma un evento che si sposa perfettamente con il cosiddetto Piano Mattei per l’Africa. Insomma, sembra essere passato il concetto che la Tunisia è l’ultimo baluardo. Se crollasse il Paese maghrebino l’ondata di flussi migratori sarebbe così imponente e travolgente che si potrà rischia di sguarnire ancor di più le altre aeree del Sahel, lasciando ai russi di Wagner campo libero per rafforzarsi ulteriormente. In questo momento i militari francesi sono al loro livello minimo nella presenza in Sahel. Praticamente cacciati dai russi dal Mali, dal Burkina Faso e dalla Repubblica Centrafricana dovranno concentrarsi (probabilmente con l’aiuto congiunto Ue e italiano) sui Paesi rivieraschi del Golfo di Guinea che a loro volta sono sotto schiaffo dei movimenti terroristici che premono da Nord. Dall’altro lato, i mercenari di Vladimir Putin da qualche mese si muovono con estrema disinvoltura a Port Sudan. Da lì, dalle acque del Mar Rosso, la longa manus del Cremlino può far arrivare rifornimenti e infilarsi in profondità nel Sahel. Non è un caso se la capitale del Sudan, Khartum, è stata travolta da un colpo di Stato meno di un mese fa. L’ennesimo golpe africano. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, tenterà la prossima settimana di convincere l’Fmi ad accettare una volta per tutte la proposta italiana per sbloccare il maxi-prestito da 1,9 miliardi dollari: una prima tranche andrebbe erogata subito, una seconda a riforme avviate e infine una terza quando verranno concluse le misure di contenimento della spesa pubblica e il risanamento dell’economia. Ma non sarà semplice trovare un compromesso tra il netto rifiuto di Saïed di accettare «direttive preimpostate», come ad esempio l’impopolare rimozione dei sussidi, e la rigidità dei canoni dell’Fmi. Se però la trattativa si sbloccasse allora comincerebbero a incastrarsi i vari elementi del puzzle. Sul fronte europeo procede la mediazione del ministro Matteo Piantedosi. Votato il piano di ricollocamenti, adesso bisogna lavorare ai dettagli che sono sempre forieri di sorprese. Anche qui però la Tunisia resta una chiave di volta. Lo schema Ue prevede la possibilità di rimpatriare i migranti irregolari non nei loro Paesi di origine, ma anche nei Paesi di transito, a patto che siano considerati «sicuri», grazie al concetto di «connessione». È chiaro che la Tunisia si candida a essere il Paese terzo più vicino all’Italia e quindi indirizzo di invio dei ricollocamenti. Non ci sono tanti altri Paesi. La Libia potenzialmente sì, ma è in guerra. Egitto ed Algeria hanno politiche contraria. Marocco non se ne parla. 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Il governo italiano, sui punti indesiderati ha tentato di dominare le mediazioni, portando dalla sua anche alcuni Paesi del Nord Europa. E, così, dopo sette anni di negoziati, i governi dell’Unione europea hanno trovato un’intesa per aggiornare le norme sul diritto d’asilo, introducendo elementi di solidarietà (per aiutare i Paesi di primo approdo), ma anche più vincoli nella gestione degli ingressi. Che graveranno proprio sull’Italia. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, però, ha ottenuto meno limiti nelle procedure per le espulsioni, anche verso i Paesi in cui sono transitati. E che i 20.000 euro a migrante dei Paesi che decideranno di non accogliere non andranno allo Stato che se ne farà carico, ma ai Paesi terzi sicuri nei quali verranno respinti gli irregolari. La proposta che voleva istituire dei campi profughi a pagamento, e che aveva fatto storcere il naso al governo di Giorgia Meloni (che giudica l’accordo «un passo in avanti»), quindi è stata ritoccata. Polonia e Ungheria hanno votato comunque contro (e se per Viktor Orbán «l’Ue abusa del suo potere», Mateusz Morawiecki ha bocciato ricollocamenti e contributi finanziari). Anche perché il Patto, pur permettendo dei passi in avanti, presenta delle ombre e anche delle zone grigie. Tra queste, per esempio, c’è un passaggio sul «numero minimo annuale» di ricollocamenti, stabilito in 30.000. Un dato che, confrontato con quello dei trasferiti nell’ultimo anno (1.500), sembra derubricare la norma a un buon proposito. Proprio come il meccanismo di solidarietà, che permetterebbe di scegliere tra redistribuzione e finanziamento di 20.000 euro a migrante ai Paesi terzi sicuri. Sempre che, di fatto, sia realmente applicabile. Poi ci sono le ombre. In primis le procedure di frontiera obbligatorie, «con lo scopo di valutare rapidamente» le domande già ai confini. Una norma che grava proprio sull’Italia. Come anche quella sulla «capacità adeguata, in termini di accoglienza e risorse umane», che fissa la quota a 30.000 migranti, per «svolgere le procedure di frontiera». A livello Ue «questa capacità adeguata è di 30.000 persone». Il calcolo che ha fatto il Consiglio tiene conto del numero di attraversamenti irregolari e dei rimpatri su un periodo di tre anni. Una formula che appare poco applicabile. L’Italia chiedeva un tetto a 20.000 ma, nonostante gli sforzi, Piantedosi ha dovuto rinunciare. Terza fregatura: «Lo Stato membro di primo ingresso sarà competente per la domanda di asilo per una durata di due anni». La norma sembrerebbe favorire l’Italia, visto che Dublino estendeva la responsabilità a tutta la durata della pratica. Subito dopo, però, nel Patto è stato inserito un ulteriore dettaglio, che dispone la possibilità di presentare la domanda solo «negli Stati membri di primo ingresso o di soggiorno legale», scoraggiando così i movimenti secondari e limitando le possibilità di cessazione o trasferimento della responsabilità tra gli Stati membri. La possibilità per il richiedente di scegliere lo Stato membro in cui presentare la domanda risulta quindi particolarmente compressa. Gli altri punti approvati sembrano, almeno sulla carta, affermare dei principi accettabili. Primo su tutti stabilire una «procedura comune in tutta l’Ue» da seguire «quando i migranti chiedono protezione internazionale». Evitando così le varie scorciatoie che hanno permesso a chi non aveva i requisiti per ottenere la protezione internazionale di rientrare tramite altri escamotage. I tempi saranno più snelli: 12 settimane per stabilire chi può ottenere asilo e chi no. Inoltre, chi proviene da un Paese «che ha un tasso di riconoscimento della protezione internazionale inferiore al 20 per cento non sarà autorizzato a entrare nel territorio dello Stato membro». E «i Paesi di primo ingresso non avranno più la responsabilità permanente per i migranti ai quali viene rifiutato l’asilo (ora fissata a 15 mesi)». Le persone salvate in operazioni Sar, poi, «saranno sotto tutela dello Stato solo per 12 mesi», al contrario dei 24 applicati agli altri richiedenti asilo. È previsto anche un «Piano di finanziamenti straordinario Ue» per il rafforzamento di accoglienza e dei sistemi di asilo «dei Paesi di primo ingresso». Infine, sempre sulla carta, davanti all’impossibilità di rimpatriare gli irregolari nei loro Paesi d’origine, si potranno inviare i migranti in Paesi terzi, purché siano sicuri e sia stabilita una «connessione» con la persona. Sui concetti di connessione e di Paese terzo sicuro il dibattito è stato duro. La mediazione ha portato a questa conclusione: i Paesi terzi dovranno essere ritenuti sicuri dagli Stati membri e dovrà essere provata la permanenza (ma dovrebbe essere sufficiente anche il transito) del migrante in quel territorio. Resta da capire cosa sarà realizzabile.
Ggli impianti nucleari indiani di Kalpakkam (Getty Images)
Il reattore autofertilizzante segna una svolta per Nuova Delhi: meno dipendenza dall’uranio, più autonomia energetica e tecnologica. Un modello costruito in decenni che rafforza il peso geopolitico indiano mentre l’Europa resta in bilico sul nucleare.
Per anni il programma nucleare indiano è stato descritto come ambizioso, autonomo e spesso lento. È una lettura superficiale. In realtà, Nuova Delhi ha seguito una traiettoria coerente, costruita attorno a vincoli strutturali, indipendenza tecnologica e autonomia strategica. Ciò che sta prendendo forma a Kalpakkam rappresenta il punto di arrivo di questa strategia.
Il progresso del reattore veloce autofertilizzante sviluppato presso l’Indira Gandhi Centre for Atomic Research non è un semplice incremento di capacità energetica. È il passaggio decisivo verso un modello nucleare concepito per superare i limiti strutturali dell’India.
L’India non dispone di grandi riserve di uranio. Possiede invece torio in abbondanza. Da qui nasce la logica del programma nucleare a tre fasi: prima i reattori ad acqua pesante, poi i reattori autofertilizzanti, infine un ciclo basato sul torio.
Kalpakkam si colloca esattamente in questo snodo.
Il reattore veloce consente di produrre più materiale fissile di quanto ne consumi. In altri termini, crea il presupposto per rendere sostenibile un sistema energetico nucleare nel lungo periodo. Non è un progresso incrementale, ma una trasformazione strutturale.
La tecnologia dei reattori veloci è complessa e costosa. Molti Paesi l’hanno abbandonata perché potevano contare su abbondanti risorse di uranio. L’India no.
Il fatto che Nuova Delhi sia arrivata a questo punto con capacità prevalentemente indigene segnala tre elementi. Una maturazione industriale. L’India è oggi tra i pochi Paesi in grado di gestire l’intero ciclo di tecnologie nucleari avanzate. Una ridefinizione della sicurezza energetica. I reattori autofertilizzanti estendono drasticamente la disponibilità di combustibile. Un’affermazione di sovranità tecnologica. Dopo decenni di restrizioni e regimi di controllo, il Paese dimostra di poter sviluppare autonomamente tecnologie critiche.
Il significato di Kalpakkam si comprende pienamente se inserito nel contesto del rapporto con gli Stati Uniti. L’accordo nucleare civile del 2008 ha posto fine all’isolamento tecnologico dell’India, aprendo l’accesso ai mercati internazionali. Eppure Nuova Delhi ha scelto di non abbandonare il proprio percorso.
Kalpakkam dimostra che l’India non è un semplice acquirente di tecnologia occidentale, ma un attore con una propria traiettoria. Questo rafforza la sua posizione negoziale. Nei confronti di Washington, l’India si presenta come partner, non come dipendente.
In Europa, e in particolare in Italia, il nucleare torna lentamente al centro del dibattito. Anni di dipendenza dal gas importato e shock energetici hanno cambiato il quadro. L’Italia ha rinunciato al nucleare, ma resta esposta ai flussi energetici esterni. Il tema non è più ideologico. È strategico.
Kalpakkam evidenzia un contrasto netto. Mentre l’Europa discute se rientrare nel nucleare, l’India è prossima a completare una fase avanzata del proprio programma. Non si tratta di replicare il modello indiano, ma di cogliere una lezione: la sicurezza energetica richiede visione di lungo periodo e continuità politica.
Lo Stretto di Hormuz resta uno dei punti più vulnerabili del sistema energetico globale. Qualsiasi tensione in quell’area si traduce immediatamente in volatilità dei prezzi e instabilità. Gli shock recenti lo hanno dimostrato.
In questo contesto il nucleare cambia natura. Non è solo una fonte a basse emissioni. È uno strumento di stabilità strategica.
Kalpakkam riduce l’esposizione dell’India a queste vulnerabilità. Estendendo il ciclo del combustibile e limitando la dipendenza da importazioni, rafforza la resilienza del sistema energetico.
Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, il messaggio è chiaro. Un sistema energetico fondato su dipendenze esterne è intrinsecamente fragile. Diversificare non basta. Serve costruire capacità interne.
Kalpakkam non è un evento spettacolare. Non produce l’impatto simbolico di un accordo o di un lancio. È il risultato di una strategia coerente, perseguita per decenni. Pochi Paesi riescono a mantenere una tale continuità nelle politiche tecnologiche.
Restano sfide. I reattori veloci richiedono disciplina operativa e investimenti. Ma si tratta di problemi legati alla fase di consolidamento, non di incertezza.
Kalpakkam segna il passaggio da un programma nucleare promettente a una capacità strutturale. In un contesto globale segnato da rotte energetiche fragili, competizione geopolitica e shock ricorrenti, questa capacità assume un valore che va ben oltre la produzione di energia. È una leva strategica.
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Il cambio di passo politico è evidente. Con il governo Merz, Berlino ha avviato una revisione profonda del proprio paradigma, approvando un piano straordinario su difesa e infrastrutture che rompe con decenni di rigore fiscale. Tuttavia, la traiettoria macro resta fragile: crescita del Pil ridimensionata allo 0,5% e margini fiscali a rischio dispersione, come segnalato dalla Bundesbank. Anche sul fronte corporate, le aspettative si sono raffreddate: la crescita degli utili attesa per il 2026 è scesa dal 20% al 12%. Il mercato azionario riflette una frattura interna: l’indice Dax, trainato da multinazionali globali, ha sovraperformato nettamente l’Mdax, espressione dell’economia domestica. Secondo Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «il divario tra Dax e Mdax è la prova della crisi profonda. Mentre alcuni giganti si salvano grazie all’export extra-Ue, molte medie imprese sono schiacciate da burocrazia, tassi di interesse elevati e un euro troppo forte per un’economia in stagnazione».
Il nodo più critico resta l’automotive. Colossi come Volkswagen e Bmw stanno perdendo terreno rispetto ai competitor cinesi nell’elettrico, dove il vantaggio tecnologico e di scala è ormai evidente. In parallelo, settori legati alla nuova politica industriale mostrano dinamiche opposte: Rheinmetall e Hochtief hanno registrato performance straordinarie, così come Siemens Energy, spinta dal ciclo globale dell’elettrificazione. Sul piano strutturale, la riforma più sottovalutata riguarda il risparmio previdenziale. Il superamento del modello Riester introduce una svolta: maggiore esposizione ad asset rischiosi e apertura a Etf e azioni. La «Frühstart-Rente» segna un tentativo di finanziarizzazione diffusa del risparmio. «Perché gli analisti guardano con interesse a questa mossa? Perché si passa da un risparmio “morto”», spiega Gaziano, «a un afflusso di capitali potenzialmente fresco e ricorrente verso il mercato azionario. È un cambiamento anche culturale: lo Stato tedesco spinge i cittadini a diventare azionisti e, come accade in Francia o Gran Bretagna, consente di usare gli Etf per farsi la pensione. Roba che in Italia sembra fantascienza, visti gli interessi in campo di banche e reti e governi di tutti i colori che si preoccupano più di compiacere le lobby del settore piuttosto che favorire gli interessi dei risparmiatori».
Le implicazioni per l’asset management sono rilevanti. Player come Dws Group e Amundi, insieme a gruppi assicurativi come Allianz, sono posizionati per intercettare nuovi flussi. E così è anche Deutsche Borse, con un modello di business anti-fragile.
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Stalin (Ansa)
Secondo l’interpretazione dello storico Alain Besançon, il comunismo non può essere ridotto a semplice alleato contingente del nazismo, ma ne rappresenta piuttosto una sorta di «gemello eterozigote»: due sistemi diversi nelle forme e nelle giustificazioni ideologiche, ma accomunati da una radice totalitaria e da una simile concezione del potere assoluto. Come gli Horcrux custodiscono frammenti di un’anima corrotta, così alcune ideologie del Novecento hanno disseminato nel tempo e nello spazio elementi persistenti di violenza, repressione e negazione dell’individuo e antisemitismo camuffato da compassione selettiva. Anche quando una di queste forme storiche è crollata, i suoi presupposti o le sue conseguenze hanno continuato a riemergere in contesti diversi, trasformandosi e adattandosi.
L’analogia non va presa alla lettera, ma aiuta a visualizzare la capacità di certe strutture ideologiche di sopravvivere alla propria apparente sconfitta. In questa prospettiva, il rapporto tra nazismo e comunismo non è solo quello di due finti nemici storici, ma di due veri alleati: i due sistemi che si sono spartiti la Polonia come un panino, che hanno condannato a morte tutti gli ebrei che erano scappati in Unione Sovietica, che hanno permesso al Terzo Reich le guerre lampo grazie alle forniture di materie prime che arrivavano sottocosto da Stalin. Pur contrapponendosi, hanno condiviso tratti profondi: il controllo totale della società, la soppressione del dissenso, l’uso sistematico della paura. Definirli «gemelli» significa riconoscere che entrambi hanno incarnato, in modi diversi, una stessa deriva del pensiero politico moderno. Così, come nel mondo narrativo gli Horcrux rendono difficile la sconfitta definitiva del male, nella storia reale certe idee e pratiche continuano a lasciare tracce, richiedendo uno sforzo costante di comprensione critica e vigilanza per impedirne il ritorno sotto nuove forme.
Una delle forme di ritorno del nazifascismo è l’antifascismo. La liberazione celebrata il 25 aprile fu un’occupazione militare in conseguenza a una guerra persa. La guerra la fece, la cominciò, la dichiarò l’Italia che con poche eccezioni era entusiasticamente fascista. Il fascismo permetteva di dividere tra noi, buoni, e loro, cattivi. Permetteva di insultare, permetteva di disprezzare. Era pura e gratuita arroganza. Permetteva di uccidere impunemente, per esempio Matteotti. Il 25 aprile pomeriggio tutti furono antifascisti. L’antifascismo era semplicemente arroganza, divideva tra noi e loro, noi e buoni e loro cattivi, permetteva impunemente di uccidere, per esempio il filosofo Gentile. Il fascismo fu un fenomeno ripugnante. L’antifascismo ha ancora una dignità o è ormai un fenomeno ripugnante? I conti mai fatti con il sangue dei vinti, l’incapacità a condannare il comunismo, firmatario del patto Ribbentrop-Molotov, dittatura atroce e senza giustificazioni, le distanze mai prese dal terrorismo rosso, l’affetto mai rinnegato per il terrorismo palestinese rendono l’antifascismo uno dei contenitori grazie al quale l’anima frammentata del mostro traversa i decenni, speriamo non i secoli. Che i morti seppelliscano i morti. I sette fratelli Govoni massacrati nella seconda strage di Cento possono seppellire i sette fratelli Cervi?
La Costituzione nata con l’antifascismo non è anticomunista. Non ha evitato scempi come per esempio via Lenin, via Che Guevara, via Mao. La Costituzione nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità di protezione delle libertà elementari dell’individuo, come si è visto nella dittatura pandemica, durante la quale sono stati violati anche i trattati di Norimberga, Helsinki e Oviedo. La nostra Corte costituzionale ha evidenziato come la Costituzione non sia stata violata in queste imposizioni gravissime: la nostra Costituzione è deficitaria, non protegge nemmeno la libertà dell’individuo a non essere costretto ad ammalarsi per fare da cavia e da fornitore di denaro alle grandi case farmaceutiche. La Costituzione è nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità nella protezione del rispetto della fede religiosa dell’individuo, costringendo persone credenti o semplicemente etiche, a pagare con le loro tasse, l’aborto volontario, imposizione che queste persone, io per prima, trovano ripugnante. La nostra Costituzione permette che tre cittadini al giorno vengano incarcerati innocenti perché la loro innocenza sia forse riconosciuta dopo mesi, se non dopo anni, e che nessuno paghi per questi errori tragici. Questa è un’eredità diretta dal fascismo. Il momento è venuto di liberarci del fascismo e di tutti i suoi retaggi.
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