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2019-02-26
Abbiamo 5.569.000 lavoratori sottopagati
Ansa
Bisogna dare atto all'attuale governo di avere imparato a tirare fuori i problemi. A farli emergere. Purtroppo, al momento è complicato dire che sia altrettanto bravo a trovare le soluzioni. Il che non significa che ciò non avverrà in futuro. Nel frattempo, i gialloblù, portando in Parlamento il decretone sul reddito di cittadinanza, hanno imposto al dibattito politico il tema delle paghe dei lavoratori. Il trend dei precari era da anni in costante aumento, e il governo precedente si limitava a celebrare l'aumento costante del dato dell'occupazione.
«Ottimo», diceva Paolo Gentiloni. Peccato che il record di 58% di persone con un'occupazione non corrisponda alla piena occupazione. Per rientrare nella lista, infatti, basta lavorare anche una sola ora a settimana, il che certamente non garantisce uno stipendio degno di tale nome. Il problema dipende da una serie di fattori, tra cui la produttività e l'immenso cuneo fiscale che grava sulle spalle di aziende e lavoratori: qualcosa come il 55%.
La necessità di sostenere le famiglie con paghe sufficienti a stimolare i consumi è un fatto econometrico, ma anche degno di riflessione da parte di un governo. Il reddito di cittadinanza vorrebbe essere una risposta: non sappiamo se funzionerà. Ma rispondere al tema come hanno fatto opposizione e Confindustria appare un po' riduttivo, e pure offensivo: «Gli italiani», hanno detto, «non andranno a lavorare se il reddito varrà più degli stipendi». Forse sarebbe meglio domandarsi perché le buste paga sono così povere, e cercare di alzarle. Non lo si può fare per decreto, ma non ragionarci sarebbe delittuoso dal punto di vista sociale.
Ecco perché il Rapporto sul mercato del lavoro 2018 diffuso ieri da Inps, Istat, Inail e Anpal preoccupa. Sia per il risultato, sia per l'effetto mediatico che rischia di produrre. Nel documento si parla in modo diffuso del rapporto tra impiego e grado di istruzione. Ne risulta che un occupato su quattro è troppo istruito per il lavoro che fa. Nel 2017 circa un milione di occupati ha lavorato meno ore di quelle per cui sarebbe stato disponibile, mentre la schiera dei sovraistruiti ammonta a 5.569.000 persone: quasi un occupato su 4. Viene sottolineato che negli anni il fenomeno risulta «in continua crescita, sia in virtù di una domanda di lavoro non adeguata al generale innalzamento del livello di istruzione, sia per la mancata corrispondenza tra le competenze specialistiche richieste e quelle possedute». Ne consegue che la mancanza di opportunità lavorative adeguate comporti la decisione di migrare all'estero. Un fenomeno in crescita negli ultimi anni: da 40.000 del 2008 a quasi 115.000 persone nel 2017.
Quindi in meno di dieci anni le fughe sono quasi triplicate. Lo studio è di per sé neutro, ma il rischio è che passi un messaggio straniante: serve manodopera meno istruita per rispondere alla domanda di basso livello. Un po' quello che il Pd sembra ventilare quando sostiene che il sussidio debba essere più basso non perché la spesa pubblica sarebbe insostenibile ma perché altrimenti le buste paga sarebbero fuori mercato.
Non stupisce sapere che i lavoratori italiani siano istruiti, ma fa impressione sapere che siano addirittura un quarto degli occupati. Quasi 5,7 milioni di persone. Non è dunque sbagliato ragionare su un reddito di inclusione più ampio. Un sistema politico che prenda atto della formazione di chi non è preparato alle nuove sfide e un sostegno a quelle filiere che sono assetate di lavoratori professionisti e specializzati. Il governo dovrebbe - assieme all'avvio dei cantieri - fare la «rivoluzione del cuneo». Basta tasse così pesanti sul reddito da lavoro. Ammazzano le aziende e azzerano la capacità di spesa. Se si vuole uscire dalla recessione è un passo da fare. Più deficit per portare avanti lo schema? Ecco un tema per cui vale la pena litigare in sede europea. Allo stesso tempo, vale la pena litigare su un altro nodo tanto caro ai sindacati italiani: quello dei contratti nazionali. «Nella stima preliminare del quarto trimestre 2018», si legge nel rapporto diffuso ieri, «torna a crescere lievemente l'occupazione permanente (+0,1%), dopo la caduta del terzo» ma è «il tempo determinato (+0,1%)» a toccare «il valore massimo di oltre 3,1 milioni di occupati». In dieci anni, tra il 2008 e il 2018, i dipendenti con contratto a tempo sono aumentati di 735.000 unità. Dovendo sradicate tali parametri non ha più senso discutere di contratti parificati tra Milano e Palermo. Un modo per adeguare gli importi al costo della vita è quello di dare libero sfogo ai contratti aziendali uniti a quelli regionali. Una sorta di scala mobile della quale l'Italia ora non può fare a meno. I lavoratori non cercano stabilità ma soldi. I vecchi sindacati non accetteranno mai di abdicare alle grandi trattative anacronistiche: firmerebbero la loro definitiva scomparsa. È, però, un freno da rimuovere. Al più presto.
Ogni italiano ha perso 73.000 euro da quando è nata la moneta unica
Premessa doverosa: i rischi non vanno negati ma affrontati, delineando scenari e contromisure adeguate. Tuttavia, come sottolineava ieri l'editoriale del direttore Maurizio Belpietro, colpisce il timing con cui la nostra grande stampa ingigantisce le nubi all'orizzonte, facendo sponda alle voci che dall'estero sembrano interessate a descrivere un'Italia alle corde.
Così, da giorni si alimenta un'emergenza bancaria ben oltre il reale stato delle cose: e, puntualissimo, ieri è arrivato un minaccioso report dello European economy advisory group, un gruppo di economisti guidato da un italiano (Giuseppe Bertola, Università di Torino) ma costituito dall'Istituto tedesco per la ricerca economica (Ifo). E, in supersintesi, che dice questo report? Sceglie il peggiore scenario possibile, la peggiore concatenazione di eventualità, con l'Italia colpevole di un effetto domino. Seguiamo il ragionamento: si parte dalla possibilità di un riaccendersi dello scontro sul bilancio tra governo italiano e Commissione Ue, si immagina un effetto sulle aste dei nostri titoli (con rendimenti drammaticamente al rialzo), e a quel punto si ipotizza un problema di solvibilità del nostro Paese. Non basta? Ancora no: perché, siccome titoli del nostro debito sono in «pancia» alle banche sia italiane sia estere, questo determinerebbe una crisi continentale e un effetto di contagio. Il governo italiano come il «grande untore», insomma.
Ora, lo ribadiamo nuovamente: non c'è dubbio sul fatto che si debbano tenere d'occhio le aste dei nostri titoli e l'andamento dei rendimenti; così come - non da ora - va considerato il tema delicato del portafoglio di titoli pubblici italiani detenuti dalle banche. Ma – una volta tanto – sarebbe anche il caso di considerare la massa di titoli «tossici» detenuti dalle banche tedesche e francesi, foriere di un non meno grave potenziale rischio sistemico. Contemporaneamente, sarebbe il caso di chiedere a Francoforte cosa attenda la Bce a mettere in campo nuove potenti forme di garanzia sui debiti sovrani in euro: il solo annuncio sarebbe un super estintore in grado di spegnere ogni principio d'incendio, e di ridurre il premio di rischio richiesto dagli investitori.
E ancora, rimanendo alla Bce, resta da capire quando Francoforte assumerà la decisione sul nuovo «giro» di Tlro che, secondo quanto si legge testualmente nei verbali dell'ultimo consiglio, «non dovrebbe essere presa con eccessiva fretta». Eppure l'urgenza c'è. Si tratta delle cosiddette operazioni mirate di rifinanziamento a più lungo termine (Targeted longer term refinancing operations), quindi di finanziamenti a tassi agevolati alle banche affinché facciano credito a famiglie e imprese.
Almeno nelle intenzioni, si tratta di misure volte a sostenere la liquidità delle banche e quindi – in seconda battuta – a ridurre fenomeni di credit-crunch. Sappiamo bene che le banche non hanno funzionato granché come cinghia di trasmissione verso l'economia reale, e quindi non c'è da attendersi effetti miracolosi. Ma senza questa misura le banche italiane sarebbero costrette a imponenti accantonamenti, e quindi a una pericolosa stretta creditizia.
Intanto, mentre i maggiori media italiani sono dediti all'autoflagellazione, ci sarebbe materia per riflessioni ben diverse. Secondo il rapporto «20 anni di Euro: vincitori e vinti» del Centre for european policy di Friburgo, la Germania emerge come principale percettore di benefici, e l'Italia come la maggiore vittima di danni. In media, ogni tedesco ha infatti guadagnato 23.000 euro da quando c'è l'euro, mentre ogni italiano, nello stesso arco di tempo, ne ha persi più di 73.000.
Il report centra un punto nodale: l'impossibilità per l'Italia di giocare la carta della svalutazione competitiva. Di qui una simulazione su quale sarebbe stato il Pil per ciascun paese in caso di mancata adozione dell'euro, e la sua suddivisione pro capite, che genera i guadagni e le perdite che abbiamo menzionato.
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Secondo il Rapporto sul mercato del lavoro 2018, un occupato su quattro è troppo istruito per la mansione professionale svolta. Ma allora c'è da intervenire sulle retribuzioni, non evocare manodopera poco qualificata per soddisfare la domanda di basso livello.Il Cep di Friburgo certifica che solo Berlino ha guadagnato con l'introduzione dell'euro.Lo speciale contiene due articoliBisogna dare atto all'attuale governo di avere imparato a tirare fuori i problemi. A farli emergere. Purtroppo, al momento è complicato dire che sia altrettanto bravo a trovare le soluzioni. Il che non significa che ciò non avverrà in futuro. Nel frattempo, i gialloblù, portando in Parlamento il decretone sul reddito di cittadinanza, hanno imposto al dibattito politico il tema delle paghe dei lavoratori. Il trend dei precari era da anni in costante aumento, e il governo precedente si limitava a celebrare l'aumento costante del dato dell'occupazione. «Ottimo», diceva Paolo Gentiloni. Peccato che il record di 58% di persone con un'occupazione non corrisponda alla piena occupazione. Per rientrare nella lista, infatti, basta lavorare anche una sola ora a settimana, il che certamente non garantisce uno stipendio degno di tale nome. Il problema dipende da una serie di fattori, tra cui la produttività e l'immenso cuneo fiscale che grava sulle spalle di aziende e lavoratori: qualcosa come il 55%. La necessità di sostenere le famiglie con paghe sufficienti a stimolare i consumi è un fatto econometrico, ma anche degno di riflessione da parte di un governo. Il reddito di cittadinanza vorrebbe essere una risposta: non sappiamo se funzionerà. Ma rispondere al tema come hanno fatto opposizione e Confindustria appare un po' riduttivo, e pure offensivo: «Gli italiani», hanno detto, «non andranno a lavorare se il reddito varrà più degli stipendi». Forse sarebbe meglio domandarsi perché le buste paga sono così povere, e cercare di alzarle. Non lo si può fare per decreto, ma non ragionarci sarebbe delittuoso dal punto di vista sociale. Ecco perché il Rapporto sul mercato del lavoro 2018 diffuso ieri da Inps, Istat, Inail e Anpal preoccupa. Sia per il risultato, sia per l'effetto mediatico che rischia di produrre. Nel documento si parla in modo diffuso del rapporto tra impiego e grado di istruzione. Ne risulta che un occupato su quattro è troppo istruito per il lavoro che fa. Nel 2017 circa un milione di occupati ha lavorato meno ore di quelle per cui sarebbe stato disponibile, mentre la schiera dei sovraistruiti ammonta a 5.569.000 persone: quasi un occupato su 4. Viene sottolineato che negli anni il fenomeno risulta «in continua crescita, sia in virtù di una domanda di lavoro non adeguata al generale innalzamento del livello di istruzione, sia per la mancata corrispondenza tra le competenze specialistiche richieste e quelle possedute». Ne consegue che la mancanza di opportunità lavorative adeguate comporti la decisione di migrare all'estero. Un fenomeno in crescita negli ultimi anni: da 40.000 del 2008 a quasi 115.000 persone nel 2017. Quindi in meno di dieci anni le fughe sono quasi triplicate. Lo studio è di per sé neutro, ma il rischio è che passi un messaggio straniante: serve manodopera meno istruita per rispondere alla domanda di basso livello. Un po' quello che il Pd sembra ventilare quando sostiene che il sussidio debba essere più basso non perché la spesa pubblica sarebbe insostenibile ma perché altrimenti le buste paga sarebbero fuori mercato. Non stupisce sapere che i lavoratori italiani siano istruiti, ma fa impressione sapere che siano addirittura un quarto degli occupati. Quasi 5,7 milioni di persone. Non è dunque sbagliato ragionare su un reddito di inclusione più ampio. Un sistema politico che prenda atto della formazione di chi non è preparato alle nuove sfide e un sostegno a quelle filiere che sono assetate di lavoratori professionisti e specializzati. Il governo dovrebbe - assieme all'avvio dei cantieri - fare la «rivoluzione del cuneo». Basta tasse così pesanti sul reddito da lavoro. Ammazzano le aziende e azzerano la capacità di spesa. Se si vuole uscire dalla recessione è un passo da fare. Più deficit per portare avanti lo schema? Ecco un tema per cui vale la pena litigare in sede europea. Allo stesso tempo, vale la pena litigare su un altro nodo tanto caro ai sindacati italiani: quello dei contratti nazionali. «Nella stima preliminare del quarto trimestre 2018», si legge nel rapporto diffuso ieri, «torna a crescere lievemente l'occupazione permanente (+0,1%), dopo la caduta del terzo» ma è «il tempo determinato (+0,1%)» a toccare «il valore massimo di oltre 3,1 milioni di occupati». In dieci anni, tra il 2008 e il 2018, i dipendenti con contratto a tempo sono aumentati di 735.000 unità. Dovendo sradicate tali parametri non ha più senso discutere di contratti parificati tra Milano e Palermo. Un modo per adeguare gli importi al costo della vita è quello di dare libero sfogo ai contratti aziendali uniti a quelli regionali. Una sorta di scala mobile della quale l'Italia ora non può fare a meno. I lavoratori non cercano stabilità ma soldi. I vecchi sindacati non accetteranno mai di abdicare alle grandi trattative anacronistiche: firmerebbero la loro definitiva scomparsa. È, però, un freno da rimuovere. Al più presto.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/abbiamo-5-569-000-lavoratori-sottopagati-2629994185.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ogni-italiano-ha-perso-73-000-euro-da-quando-e-nata-la-moneta-unica" data-post-id="2629994185" data-published-at="1781300675" data-use-pagination="False"> Ogni italiano ha perso 73.000 euro da quando è nata la moneta unica Premessa doverosa: i rischi non vanno negati ma affrontati, delineando scenari e contromisure adeguate. Tuttavia, come sottolineava ieri l'editoriale del direttore Maurizio Belpietro, colpisce il timing con cui la nostra grande stampa ingigantisce le nubi all'orizzonte, facendo sponda alle voci che dall'estero sembrano interessate a descrivere un'Italia alle corde. Così, da giorni si alimenta un'emergenza bancaria ben oltre il reale stato delle cose: e, puntualissimo, ieri è arrivato un minaccioso report dello European economy advisory group, un gruppo di economisti guidato da un italiano (Giuseppe Bertola, Università di Torino) ma costituito dall'Istituto tedesco per la ricerca economica (Ifo). E, in supersintesi, che dice questo report? Sceglie il peggiore scenario possibile, la peggiore concatenazione di eventualità, con l'Italia colpevole di un effetto domino. Seguiamo il ragionamento: si parte dalla possibilità di un riaccendersi dello scontro sul bilancio tra governo italiano e Commissione Ue, si immagina un effetto sulle aste dei nostri titoli (con rendimenti drammaticamente al rialzo), e a quel punto si ipotizza un problema di solvibilità del nostro Paese. Non basta? Ancora no: perché, siccome titoli del nostro debito sono in «pancia» alle banche sia italiane sia estere, questo determinerebbe una crisi continentale e un effetto di contagio. Il governo italiano come il «grande untore», insomma. Ora, lo ribadiamo nuovamente: non c'è dubbio sul fatto che si debbano tenere d'occhio le aste dei nostri titoli e l'andamento dei rendimenti; così come - non da ora - va considerato il tema delicato del portafoglio di titoli pubblici italiani detenuti dalle banche. Ma – una volta tanto – sarebbe anche il caso di considerare la massa di titoli «tossici» detenuti dalle banche tedesche e francesi, foriere di un non meno grave potenziale rischio sistemico. Contemporaneamente, sarebbe il caso di chiedere a Francoforte cosa attenda la Bce a mettere in campo nuove potenti forme di garanzia sui debiti sovrani in euro: il solo annuncio sarebbe un super estintore in grado di spegnere ogni principio d'incendio, e di ridurre il premio di rischio richiesto dagli investitori. E ancora, rimanendo alla Bce, resta da capire quando Francoforte assumerà la decisione sul nuovo «giro» di Tlro che, secondo quanto si legge testualmente nei verbali dell'ultimo consiglio, «non dovrebbe essere presa con eccessiva fretta». Eppure l'urgenza c'è. Si tratta delle cosiddette operazioni mirate di rifinanziamento a più lungo termine (Targeted longer term refinancing operations), quindi di finanziamenti a tassi agevolati alle banche affinché facciano credito a famiglie e imprese. Almeno nelle intenzioni, si tratta di misure volte a sostenere la liquidità delle banche e quindi – in seconda battuta – a ridurre fenomeni di credit-crunch. Sappiamo bene che le banche non hanno funzionato granché come cinghia di trasmissione verso l'economia reale, e quindi non c'è da attendersi effetti miracolosi. Ma senza questa misura le banche italiane sarebbero costrette a imponenti accantonamenti, e quindi a una pericolosa stretta creditizia. Intanto, mentre i maggiori media italiani sono dediti all'autoflagellazione, ci sarebbe materia per riflessioni ben diverse. Secondo il rapporto «20 anni di Euro: vincitori e vinti» del Centre for european policy di Friburgo, la Germania emerge come principale percettore di benefici, e l'Italia come la maggiore vittima di danni. In media, ogni tedesco ha infatti guadagnato 23.000 euro da quando c'è l'euro, mentre ogni italiano, nello stesso arco di tempo, ne ha persi più di 73.000. Il report centra un punto nodale: l'impossibilità per l'Italia di giocare la carta della svalutazione competitiva. Di qui una simulazione su quale sarebbe stato il Pil per ciascun paese in caso di mancata adozione dell'euro, e la sua suddivisione pro capite, che genera i guadagni e le perdite che abbiamo menzionato.
Dietro i risultati economici ci sono investimenti continui nelle persone, nei servizi, nell’innovazione e nel territorio: una strategia che ha permesso all’azienda di consolidare il proprio ruolo di riferimento nel panorama automotive italiano, affrontando con fiducia le sfide di un settore in profonda trasformazione.
Parole che diventano realtà guardando i numeri: il 2025 si è, infatti, chiuso con un fatturato globale di 478 milioni di euro, in crescita del 13% rispetto all’anno precedente. Un risultato che conferma la traiettoria di sviluppo del dealer. Ma è il 2026 ad accendere davvero l’entusiasmo: nel solo primo trimestre, il fatturato è cresciuto del 42% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, segnando uno dei migliori avvii nella storia dell’azienda.
Il comparto Service - spesso il vero termometro della fiducia del cliente - ha raggiunto 26,3 milioni di euro nel 2025, con una crescita del 6%. Un trend confermato nel primo trimestre 2026, con un ulteriore +8,31%. «Questi risultati confermano la solidità del nostro modello di business e la capacità di Fratelli Giacomel di generare crescita anche in un contesto di mercato in continua evoluzione. L’ottimo avvio del 2026 rafforza la nostra fiducia e ci spinge a proseguire con determinazione nel percorso di sviluppo e innovazione che abbiamo intrapreso», ha spiegato Alberto Giacomel, direttore generale Fratelli Giacomel. Nei primi tre mesi del 2026 sono state consegnate 4.242 vetture nuove: 1.478 unità in più rispetto allo stesso periodo del 2025, con una crescita superiore al 50%. Un’accelerazione trainata in modo decisivo dal canale flotte aziendali.
Questo comparto, infatti, è passato da oltre il 50% nel 2025 al 70% del primo trimestre 2026, per un totale di circa 3.000 vetture consegnate. Un dato che non è solo la fotografia di un trimestre eccezionale: è il segnale di una trasformazione strutturale del mercato, con le aziende che scelgono sempre più motorizzazioni sostenibili - plug-in hybrid ed elettriche - spinte da vantaggi fiscali significativi sui fringe benefit.
Nel 2025, le vendite di vetture usate sono cresciute del 17%, quelle del nuovo del 5,5%. Il post-vendita ha confermato il proprio ruolo strategico con un +6% di fatturato e un +3% dei contatti d’officina. L’usato continua a rappresentare uno dei pilastri della strategia di Fratelli Giacomel, non come alternativa al nuovo, ma come una scelta sempre più consapevole da parte dei clienti. Nel 2025 oltre il 60% delle vetture ritirate è stato destinato al mercato dei privati, mentre il restante 40% è stato gestito attraverso canali professionali B2B.
A fare la differenza è soprattutto la qualità dell’offerta: oltre il 90% delle vetture vendute ai clienti privati è certificato secondo i programmi ufficiali delle Case rappresentate dal dealer e può beneficiare di estensioni di garanzia fino a 48 mesi.
Un livello di controllo, trasparenza e tutela che consente di affrontare l’acquisto di un’auto usata con la stessa serenità e affidabilità che si ricerca nel nuovo, trasformando questo comparto in uno dei principali punti di forza dell’azienda. «Il settore sta vivendo una trasformazione senza precedenti. I costruttori europei dovranno essere sempre più rapidi e flessibili. Tuttavia disponiamo di un vantaggio competitivo straordinario: una rete di distribuzione fatta di competenze, relazioni e professionalità costruite nel tempo. Sarà questo patrimonio umano a fare la differenza anche in futuro», conclude Alberto Giacomel.
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Mentre molti costruttori riducono progressivamente l’offerta di motorizzazioni a gasolio, la Casa di Stoccarda continua a credere nelle potenzialità del diesel, soprattutto quando abbinato a sistemi elettrificati capaci di migliorarne efficienza e fluidità. Il risultato? Un suv premium che, come nello stile della casa, coniuga prestazioni elevate e comfort. E, in questo caso, consumi tutto sommato contenuti. L’abbiamo provata.
Partiamo dal design. Dagli esterni. A guardarla, la Glc 450 d trasmette una sensazione di solida eleganza. Le proporzioni sono equilibrate. Riesce ad essere perfino sinuosa. La sua presenza su strada è importante ma mai eccessiva. Il frontale è dominato, come ormai abitudine, dalla grande calandra Mercedes. I gruppi ottici affilati e le superfici pulite contribuiscono a creare un design moderno e raffinato. Anche in questo caso, puro stile Mercedes.
Saliamo a bordo. Nel nostro caso, l’auto era dotata di interni chiari. Una volta entrati nell’abitacolo, si viene accolti dalla pure tradizione Mercedes nel segmento premium, soprattutto nel caso in cui si possa scegliere la versione Amg. La qualità percepita è elevata, grazie a materiali accuratamente selezionati, assemblaggi precisi e una cura dei dettagli che emerge in ogni elemento. La plancia è dominata dal grande display centrale verticale del sistema Mbux, intuitivo e ricco di funzionalità, mentre il quadro strumenti digitale offre numerose possibilità di personalizzazione.
In quest’auto stanno comodi sia chi si trova nei sedili anteriori sia chi si trova in quelli posteriori. Questi ultimi, infatti, possono contare su una buona abitabilità anche nei lunghi viaggi, mentre il bagagliaio si dimostra adeguato alle esigenze di una famiglia. Tutto è progettato per garantire comfort e praticità, senza rinunciare a quell’atmosfera tecnologica che caratterizza le Mercedes più recenti.
Il vero protagonista, come sempre per la casa di Stoccarda, è il motore. Sotto il cofano troviamo un sei cilindri in linea diesel da 3,0 litri abbinato alla tecnologia mild hybrid a 48 volt. Una configurazione sempre più rara sul mercato che, però, continua a offrire parecchi vantaggi. La potenza è abbondante e la coppia disponibile praticamente a ogni regime, consentendo accelerazioni brillanti e riprese immediate.
Alla guida, la Glc 450 d sorprende soprattutto per la fluidità di funzionamento. Il sei cilindri lavora con una regolarità quasi impercettibile, tanto che in molte situazioni è facile dimenticare di essere al volante di un diesel. L’assistenza elettrica contribuisce a rendere le partenze più dolci e le transizioni ancora più lineari, mentre il cambio automatico 9G-Tronic gestisce i rapporti con rapidità e precisione. Lo abbiamo provato sia su strade urbane sia extraurbane.
In città questo suv si muove con una disinvoltura superiore rispetto a quanto le dimensioni potrebbero far pensare. Lo sterzo è leggero nelle manovre, la visibilità è buona e i numerosi sistemi di assistenza aiutano a gestire traffico e parcheggi. È però sulle strade extraurbane e in autostrada che emergono le sue qualità migliori. A velocità di crociera la Glc 450 d mostra una notevole capacità di isolamento acustico. Fruscii aerodinamici e rumori di rotolamento sono praticamente inesistenti, creando un ambiente rilassante anche dopo molte ore al volante. Le sospensioni assorbono efficacemente le irregolarità dell’asfalto, mentre la trazione integrale 4Matic garantisce sempre elevati livelli di sicurezza e stabilità.
Nonostante il peso e la vocazione turistica, il comportamento dinamico risulta convincente anche tra le curve. Il telaio è ben bilanciato e il controllo dei movimenti della carrozzeria è efficace. Non si tratta di un suv sportivo in senso stretto, ma la precisione dell’avantreno e la generosa spinta del sei cilindri permettono di affrontare i percorsi più guidati con soddisfazione. Ma non solo. È anche possibile utilizzare la trazione integrale, andando così ovunque. Uno degli aspetti più interessanti riguarda i consumi. Pur disponendo di prestazioni di alto livello, la Glc 450 d riesce a mantenere valori parecchio contenuti. Nei lunghi trasferimenti autostradali è possibile percorrere distanze importanti senza frequenti soste al distributore, confermando uno dei tradizionali punti di forza della tecnologia diesel. Sul fronte tecnologico, la dotazione è ricca e comprende sistemi avanzati di assistenza alla guida, con funzioni di mantenimento della corsia, cruise control adattivo e monitoraggio dell’ambiente circostante. Il sistema Mbux continua inoltre a rappresentare uno dei riferimenti del segmento per qualità grafica, rapidità di risposta e integrazione dei comandi vocali.
In un panorama automobilistico dominato dall’elettrificazione, la Glc 450 d dimostra che il diesel ha ancora molto da dire quando viene sviluppato con competenza e integrato con le tecnologie più avanzate. Forse non sarà questo il futuro a lungo termine dell’automobile, ma oggi rappresenta una delle proposte più convincenti per chi cerca un suv premium capace di macinare chilometri nel massimo comfort, senza sacrificare piacere di guida ed efficienza.
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Leone XIV (Ansa)
Peraltro, rimarcando un caposaldo della dottrina sociale della Chiesa cattolica che aveva già richiamato anche nel suo importante discorso al Parlamento spagnolo a Madrid martedì scorso. Ma deve esserci un qualche riflesso pavloviano che scatta inesorabile nelle redazioni quando si pensano i titoli sul Papa che parla di migranti.
Il quotidiano Repubblica nella sua homepage titolava ieri sul grido morale del Papa che richiama l’Europa a non abituarsi «a un Mediterraneo cimitero dei migranti», così allo stesso modo il Corriere della Sera. E il quotidiano devi vescovi italiani Avvenire altrettanto, pur ponendo l’accento sul fatto sacrosanto che «nessuno ha il diritto di disprezzarli». Tutto vero, ma anche parziale.
Perché se il Papa alle Canarie nel suo sesto giorno di viaggio apostolico in Spagna ha certamente detto che «l’Europa […] non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi», lo ha fatto però in un ragionamento molto più ampio, che chi ha letto il testo integrale non può ignorare. Infatti, il Papa ha chiamato in causa tutti: i Paesi di origine, quelli di transito, l’Europa e l’intera comunità internazionale, ciascuno con responsabilità precise. Non è un dettaglio: è la struttura stessa del discorso. Una complessità che troppo spesso passa in secondo piano, perché si vuole fare dell’accoglienza un assoluto dal sapore politico, finendo per avere una lettura distorta come quella di chi è animato da odio. Semplificazioni.
Nella dottrina sociale della Chiesa, infatti, il diritto a emigrare è inseparabile dal diritto a non emigrare. La persona ha diritto a cercare altrove condizioni di vita dignitose, ma ha anche diritto a non essere costretta a farlo. E questo implica un dovere politico preciso: creare condizioni di giustizia, pace e sviluppo nei Paesi di origine. Non solo. Lo stesso papa Leone nel novembre scorso, nell’ormai consueto passaggio con i giornalisti uscendo da Villa Barberini a Castelgandolfo, mentre commentava la dichiarazione del 13 novembre della Conferenza episcopale degli Stati Uniti su migranti e richiedenti asilo, richiamava alla necessità di trattare le persone con dignità, aggiungendo: «Penso che ogni Paese abbia il diritto di determinare chi, come e quando le persone entrano». È ancora una volta un richiamo alla dottrina sociale della Chiesa che appunto riconosce alle autorità politiche il diritto di porre condizioni al fenomeno migratorio per preservare il bene comune, controllare le frontiere e regolare i flussi. Questi sono i punti che di solito spariscono dai titoli, eppure aiutano a comprendere veramente la posizione della Chiesa e del Papa.
È una linea che tiene insieme due principi che nel dibattito pubblico vengono sistematicamente separati: sovranità e dignità. Eppure, nei titoli, resta quasi sempre solo uno dei due. Il risultato è un cortocircuito: il Papa viene arruolato a forza dentro categorie che non sono le sue. Diventa, a seconda dei casi, un campione dell’accoglienza senza limiti o un moralista che ignora la realtà. Ma nessuna delle due caricature regge al discorso pronunciato ieri a Gran Canaria o a quanto detto dal Papa davanti ai Parlamentari spagnoli martedì.
Il Papa fa il Papa e tiene insieme accoglienza e responsabilità, diritti dei migranti e doveri delle istituzioni, solidarietà immediata e giustizia strutturale. Dire che il Mediterraneo non può essere un cimitero non significa ignorare il problema dei flussi. Significa rifiutare che la soluzione sia la morte. Così porre domande sulle possibilità e modalità di accoglienza non può significare che chi le fa sia una qualcuno che si gira dall’altra parte di fronte alle persone che chiedono aiuto. Dare letture parziali al fenomeno dei migranti, magari utilizzando il Papa, è un altro modo per calare l’ideologia sulla realtà.
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Fin qui nulla da dire, anzi ben venga, tanto più di questi tempi, che la proposta educativa oratoriale risulti sia attiva e partecipata. In effetti, tante sono le attività, dal basket al rugby fino appunto ai laboratori durante la fase estiva, che la parrocchia milanese - preparata anche ad accogliere i bambini con disabilità - offre; e di questo non si può che esser grati.
Il punctum dolens dell’attività di tale oratorio sta nella decisione presa dal parroco, don Giovanni Salatino, di renderlo «inclusivo e aperto al dialogo» fino al punto di concedere anche ai ragazzi musulmani un loro momento di preghiera. A questo verranno riservati spazi, momenti di preghiera per l’appunto, e perfino animatori del Grest…già islamici. Nessuna esagerazione, è lo stesso don Salatino - intervistato sul sito diocesano ChiesadiMilano.it - a dichiarare di avere «la fortuna di avere alcuni animatori, già grandi, di fede islamica: saranno loro, quindi, a guidare la preghiera con i ragazzi, in un luogo separato». Da quanto è dato capire anche i giovani islamici seguiranno, con altri, un percorso di condivisione fatto di riflessione sul tema di volta in volta al centro delle singole giornate, seguendo la storia dell’anno, sulla vita di San Francesco.
Poi però a questi ragazzi, guidati lo si ripete da animatori anch’essi musulmani, sarà concesso di appartarsi per propri momenti di preghiera. «Immagino che la preghiera si possa concludere con la formula islamica del Bismillah», è al riguardo il commento del parroco, secondo cui «è sempre meglio aiutare i ragazzi a pregare» dato che, prosegue don Salatino, «preghiamo lo stesso Dio, certamente all’interno di tradizioni religiose differenti. E riconoscere all’altro la propria identità è nello spirito del Vangelo». Ora, senza minimamente dubitare delle ottime intenzioni del sacerdote, sono diversi i profili, rispetto a questa iniziativa, che destano qualche perplessità. A partire dal fatto, come lo stesso articolo di ChiesadiMilano.it riporta, che «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» nel quartiere di Baggio.
Non che una più sostanziosa presenza musulmana avrebbe reso meno singolare l’iniziativa in parola, ovviamente; ma il fatto che questa presenza, se non esigua, risulti comunque quanto meno contenuta, ecco, alimenta ancor più un certo stupore. In effetti, andando a leggere i commenti sui social, ci si imbatte nelle perplessità di non pochi fedeli che, con toni pacati, manifestano imbarazzo e incredulità. Sotto il post Facebook della diocesi di Milano, per esempio, un utente afferma che «la Chiesa deve accogliere, aiutare e amare tutti, rompendo ogni barriera. Quindi è giusto che le parrocchie, le mense per i poveri e la Caritas aiutino tutti al di là della religione». «Ma», aggiunge questa stessa persona, «momenti di preghiera islamica - o di qualsivoglia altra religione - in oratorio no. Questo è sbagliato».
Un altro utente con toni egualmente pacati ha lasciato un commento simile: «Si può fare tutto, ma la preghiera musulmana in oratorio anche no, come dicevate crea confusione, trovate un posto fuori dell’oratorio!». C’è perfino chi, conoscendo e stimando molto don Giovanni Salatino («ci metto la mano sul fuoco, ho fiducia e rispetto. Dio lo benedica sempre!»), lascia trasparire un certo disappunto: «Far pregare i musulmani in oratorio non mi è mai andato a genio».
Dulcis in fundo, non ci si può non chiedere - dato che la sala di preghiera musulmana verrà concessa durante un’«estate francescana», come si legge su ChiesadiMilano.it - cosa penserebbe di tutto questo lui, il santo di Assisi. Che nel 1219, al cospetto del sultano Malik al-Kami, anziché tessere l’elogio del dialogo ad oltranza non esitò a ricorrere a parole oggettivamente forti: «Gesù ha voluto insegnarci che, se anche un uomo ci fosse amico o parente, o perfino fosse a noi caro come la pupilla dell’occhio, dovremmo essere disposti ad allontanarlo, a sradicarlo da noi, se tentasse di allontanarci dalla fede e dall’amore del nostro Dio». «Proprio per questo», concludeva, «i cristiani agiscono secondo giustizia quando invadono le vostre terre e vi combattono, perché voi bestemmiate il nome di Cristo».
Erano tutt’altri tempi, certo: ma san Francesco quello era, quello pensava e diceva. E colpisce che, in nome del dialogo - anche dove «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» - spazi di oratori che pure, repetita iuvant, svolgono molte attività lodevoli, finiscano con l’essere appaltati ad altre fedi; con l’amaro risultato di lasciare di sale anche quei fedeli che faticano a riconoscere l’ambiente parrocchiale in cui sono cresciuti e a cui, come tantissimi, si sentono ancora legati.
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