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2019-02-26
Abbiamo 5.569.000 lavoratori sottopagati
Ansa
Bisogna dare atto all'attuale governo di avere imparato a tirare fuori i problemi. A farli emergere. Purtroppo, al momento è complicato dire che sia altrettanto bravo a trovare le soluzioni. Il che non significa che ciò non avverrà in futuro. Nel frattempo, i gialloblù, portando in Parlamento il decretone sul reddito di cittadinanza, hanno imposto al dibattito politico il tema delle paghe dei lavoratori. Il trend dei precari era da anni in costante aumento, e il governo precedente si limitava a celebrare l'aumento costante del dato dell'occupazione.
«Ottimo», diceva Paolo Gentiloni. Peccato che il record di 58% di persone con un'occupazione non corrisponda alla piena occupazione. Per rientrare nella lista, infatti, basta lavorare anche una sola ora a settimana, il che certamente non garantisce uno stipendio degno di tale nome. Il problema dipende da una serie di fattori, tra cui la produttività e l'immenso cuneo fiscale che grava sulle spalle di aziende e lavoratori: qualcosa come il 55%.
La necessità di sostenere le famiglie con paghe sufficienti a stimolare i consumi è un fatto econometrico, ma anche degno di riflessione da parte di un governo. Il reddito di cittadinanza vorrebbe essere una risposta: non sappiamo se funzionerà. Ma rispondere al tema come hanno fatto opposizione e Confindustria appare un po' riduttivo, e pure offensivo: «Gli italiani», hanno detto, «non andranno a lavorare se il reddito varrà più degli stipendi». Forse sarebbe meglio domandarsi perché le buste paga sono così povere, e cercare di alzarle. Non lo si può fare per decreto, ma non ragionarci sarebbe delittuoso dal punto di vista sociale.
Ecco perché il Rapporto sul mercato del lavoro 2018 diffuso ieri da Inps, Istat, Inail e Anpal preoccupa. Sia per il risultato, sia per l'effetto mediatico che rischia di produrre. Nel documento si parla in modo diffuso del rapporto tra impiego e grado di istruzione. Ne risulta che un occupato su quattro è troppo istruito per il lavoro che fa. Nel 2017 circa un milione di occupati ha lavorato meno ore di quelle per cui sarebbe stato disponibile, mentre la schiera dei sovraistruiti ammonta a 5.569.000 persone: quasi un occupato su 4. Viene sottolineato che negli anni il fenomeno risulta «in continua crescita, sia in virtù di una domanda di lavoro non adeguata al generale innalzamento del livello di istruzione, sia per la mancata corrispondenza tra le competenze specialistiche richieste e quelle possedute». Ne consegue che la mancanza di opportunità lavorative adeguate comporti la decisione di migrare all'estero. Un fenomeno in crescita negli ultimi anni: da 40.000 del 2008 a quasi 115.000 persone nel 2017.
Quindi in meno di dieci anni le fughe sono quasi triplicate. Lo studio è di per sé neutro, ma il rischio è che passi un messaggio straniante: serve manodopera meno istruita per rispondere alla domanda di basso livello. Un po' quello che il Pd sembra ventilare quando sostiene che il sussidio debba essere più basso non perché la spesa pubblica sarebbe insostenibile ma perché altrimenti le buste paga sarebbero fuori mercato.
Non stupisce sapere che i lavoratori italiani siano istruiti, ma fa impressione sapere che siano addirittura un quarto degli occupati. Quasi 5,7 milioni di persone. Non è dunque sbagliato ragionare su un reddito di inclusione più ampio. Un sistema politico che prenda atto della formazione di chi non è preparato alle nuove sfide e un sostegno a quelle filiere che sono assetate di lavoratori professionisti e specializzati. Il governo dovrebbe - assieme all'avvio dei cantieri - fare la «rivoluzione del cuneo». Basta tasse così pesanti sul reddito da lavoro. Ammazzano le aziende e azzerano la capacità di spesa. Se si vuole uscire dalla recessione è un passo da fare. Più deficit per portare avanti lo schema? Ecco un tema per cui vale la pena litigare in sede europea. Allo stesso tempo, vale la pena litigare su un altro nodo tanto caro ai sindacati italiani: quello dei contratti nazionali. «Nella stima preliminare del quarto trimestre 2018», si legge nel rapporto diffuso ieri, «torna a crescere lievemente l'occupazione permanente (+0,1%), dopo la caduta del terzo» ma è «il tempo determinato (+0,1%)» a toccare «il valore massimo di oltre 3,1 milioni di occupati». In dieci anni, tra il 2008 e il 2018, i dipendenti con contratto a tempo sono aumentati di 735.000 unità. Dovendo sradicate tali parametri non ha più senso discutere di contratti parificati tra Milano e Palermo. Un modo per adeguare gli importi al costo della vita è quello di dare libero sfogo ai contratti aziendali uniti a quelli regionali. Una sorta di scala mobile della quale l'Italia ora non può fare a meno. I lavoratori non cercano stabilità ma soldi. I vecchi sindacati non accetteranno mai di abdicare alle grandi trattative anacronistiche: firmerebbero la loro definitiva scomparsa. È, però, un freno da rimuovere. Al più presto.
Ogni italiano ha perso 73.000 euro da quando è nata la moneta unica
Premessa doverosa: i rischi non vanno negati ma affrontati, delineando scenari e contromisure adeguate. Tuttavia, come sottolineava ieri l'editoriale del direttore Maurizio Belpietro, colpisce il timing con cui la nostra grande stampa ingigantisce le nubi all'orizzonte, facendo sponda alle voci che dall'estero sembrano interessate a descrivere un'Italia alle corde.
Così, da giorni si alimenta un'emergenza bancaria ben oltre il reale stato delle cose: e, puntualissimo, ieri è arrivato un minaccioso report dello European economy advisory group, un gruppo di economisti guidato da un italiano (Giuseppe Bertola, Università di Torino) ma costituito dall'Istituto tedesco per la ricerca economica (Ifo). E, in supersintesi, che dice questo report? Sceglie il peggiore scenario possibile, la peggiore concatenazione di eventualità, con l'Italia colpevole di un effetto domino. Seguiamo il ragionamento: si parte dalla possibilità di un riaccendersi dello scontro sul bilancio tra governo italiano e Commissione Ue, si immagina un effetto sulle aste dei nostri titoli (con rendimenti drammaticamente al rialzo), e a quel punto si ipotizza un problema di solvibilità del nostro Paese. Non basta? Ancora no: perché, siccome titoli del nostro debito sono in «pancia» alle banche sia italiane sia estere, questo determinerebbe una crisi continentale e un effetto di contagio. Il governo italiano come il «grande untore», insomma.
Ora, lo ribadiamo nuovamente: non c'è dubbio sul fatto che si debbano tenere d'occhio le aste dei nostri titoli e l'andamento dei rendimenti; così come - non da ora - va considerato il tema delicato del portafoglio di titoli pubblici italiani detenuti dalle banche. Ma – una volta tanto – sarebbe anche il caso di considerare la massa di titoli «tossici» detenuti dalle banche tedesche e francesi, foriere di un non meno grave potenziale rischio sistemico. Contemporaneamente, sarebbe il caso di chiedere a Francoforte cosa attenda la Bce a mettere in campo nuove potenti forme di garanzia sui debiti sovrani in euro: il solo annuncio sarebbe un super estintore in grado di spegnere ogni principio d'incendio, e di ridurre il premio di rischio richiesto dagli investitori.
E ancora, rimanendo alla Bce, resta da capire quando Francoforte assumerà la decisione sul nuovo «giro» di Tlro che, secondo quanto si legge testualmente nei verbali dell'ultimo consiglio, «non dovrebbe essere presa con eccessiva fretta». Eppure l'urgenza c'è. Si tratta delle cosiddette operazioni mirate di rifinanziamento a più lungo termine (Targeted longer term refinancing operations), quindi di finanziamenti a tassi agevolati alle banche affinché facciano credito a famiglie e imprese.
Almeno nelle intenzioni, si tratta di misure volte a sostenere la liquidità delle banche e quindi – in seconda battuta – a ridurre fenomeni di credit-crunch. Sappiamo bene che le banche non hanno funzionato granché come cinghia di trasmissione verso l'economia reale, e quindi non c'è da attendersi effetti miracolosi. Ma senza questa misura le banche italiane sarebbero costrette a imponenti accantonamenti, e quindi a una pericolosa stretta creditizia.
Intanto, mentre i maggiori media italiani sono dediti all'autoflagellazione, ci sarebbe materia per riflessioni ben diverse. Secondo il rapporto «20 anni di Euro: vincitori e vinti» del Centre for european policy di Friburgo, la Germania emerge come principale percettore di benefici, e l'Italia come la maggiore vittima di danni. In media, ogni tedesco ha infatti guadagnato 23.000 euro da quando c'è l'euro, mentre ogni italiano, nello stesso arco di tempo, ne ha persi più di 73.000.
Il report centra un punto nodale: l'impossibilità per l'Italia di giocare la carta della svalutazione competitiva. Di qui una simulazione su quale sarebbe stato il Pil per ciascun paese in caso di mancata adozione dell'euro, e la sua suddivisione pro capite, che genera i guadagni e le perdite che abbiamo menzionato.
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Secondo il Rapporto sul mercato del lavoro 2018, un occupato su quattro è troppo istruito per la mansione professionale svolta. Ma allora c'è da intervenire sulle retribuzioni, non evocare manodopera poco qualificata per soddisfare la domanda di basso livello.Il Cep di Friburgo certifica che solo Berlino ha guadagnato con l'introduzione dell'euro.Lo speciale contiene due articoliBisogna dare atto all'attuale governo di avere imparato a tirare fuori i problemi. A farli emergere. Purtroppo, al momento è complicato dire che sia altrettanto bravo a trovare le soluzioni. Il che non significa che ciò non avverrà in futuro. Nel frattempo, i gialloblù, portando in Parlamento il decretone sul reddito di cittadinanza, hanno imposto al dibattito politico il tema delle paghe dei lavoratori. Il trend dei precari era da anni in costante aumento, e il governo precedente si limitava a celebrare l'aumento costante del dato dell'occupazione. «Ottimo», diceva Paolo Gentiloni. Peccato che il record di 58% di persone con un'occupazione non corrisponda alla piena occupazione. Per rientrare nella lista, infatti, basta lavorare anche una sola ora a settimana, il che certamente non garantisce uno stipendio degno di tale nome. Il problema dipende da una serie di fattori, tra cui la produttività e l'immenso cuneo fiscale che grava sulle spalle di aziende e lavoratori: qualcosa come il 55%. La necessità di sostenere le famiglie con paghe sufficienti a stimolare i consumi è un fatto econometrico, ma anche degno di riflessione da parte di un governo. Il reddito di cittadinanza vorrebbe essere una risposta: non sappiamo se funzionerà. Ma rispondere al tema come hanno fatto opposizione e Confindustria appare un po' riduttivo, e pure offensivo: «Gli italiani», hanno detto, «non andranno a lavorare se il reddito varrà più degli stipendi». Forse sarebbe meglio domandarsi perché le buste paga sono così povere, e cercare di alzarle. Non lo si può fare per decreto, ma non ragionarci sarebbe delittuoso dal punto di vista sociale. Ecco perché il Rapporto sul mercato del lavoro 2018 diffuso ieri da Inps, Istat, Inail e Anpal preoccupa. Sia per il risultato, sia per l'effetto mediatico che rischia di produrre. Nel documento si parla in modo diffuso del rapporto tra impiego e grado di istruzione. Ne risulta che un occupato su quattro è troppo istruito per il lavoro che fa. Nel 2017 circa un milione di occupati ha lavorato meno ore di quelle per cui sarebbe stato disponibile, mentre la schiera dei sovraistruiti ammonta a 5.569.000 persone: quasi un occupato su 4. Viene sottolineato che negli anni il fenomeno risulta «in continua crescita, sia in virtù di una domanda di lavoro non adeguata al generale innalzamento del livello di istruzione, sia per la mancata corrispondenza tra le competenze specialistiche richieste e quelle possedute». Ne consegue che la mancanza di opportunità lavorative adeguate comporti la decisione di migrare all'estero. Un fenomeno in crescita negli ultimi anni: da 40.000 del 2008 a quasi 115.000 persone nel 2017. Quindi in meno di dieci anni le fughe sono quasi triplicate. Lo studio è di per sé neutro, ma il rischio è che passi un messaggio straniante: serve manodopera meno istruita per rispondere alla domanda di basso livello. Un po' quello che il Pd sembra ventilare quando sostiene che il sussidio debba essere più basso non perché la spesa pubblica sarebbe insostenibile ma perché altrimenti le buste paga sarebbero fuori mercato. Non stupisce sapere che i lavoratori italiani siano istruiti, ma fa impressione sapere che siano addirittura un quarto degli occupati. Quasi 5,7 milioni di persone. Non è dunque sbagliato ragionare su un reddito di inclusione più ampio. Un sistema politico che prenda atto della formazione di chi non è preparato alle nuove sfide e un sostegno a quelle filiere che sono assetate di lavoratori professionisti e specializzati. Il governo dovrebbe - assieme all'avvio dei cantieri - fare la «rivoluzione del cuneo». Basta tasse così pesanti sul reddito da lavoro. Ammazzano le aziende e azzerano la capacità di spesa. Se si vuole uscire dalla recessione è un passo da fare. Più deficit per portare avanti lo schema? Ecco un tema per cui vale la pena litigare in sede europea. Allo stesso tempo, vale la pena litigare su un altro nodo tanto caro ai sindacati italiani: quello dei contratti nazionali. «Nella stima preliminare del quarto trimestre 2018», si legge nel rapporto diffuso ieri, «torna a crescere lievemente l'occupazione permanente (+0,1%), dopo la caduta del terzo» ma è «il tempo determinato (+0,1%)» a toccare «il valore massimo di oltre 3,1 milioni di occupati». In dieci anni, tra il 2008 e il 2018, i dipendenti con contratto a tempo sono aumentati di 735.000 unità. Dovendo sradicate tali parametri non ha più senso discutere di contratti parificati tra Milano e Palermo. Un modo per adeguare gli importi al costo della vita è quello di dare libero sfogo ai contratti aziendali uniti a quelli regionali. Una sorta di scala mobile della quale l'Italia ora non può fare a meno. I lavoratori non cercano stabilità ma soldi. I vecchi sindacati non accetteranno mai di abdicare alle grandi trattative anacronistiche: firmerebbero la loro definitiva scomparsa. È, però, un freno da rimuovere. Al più presto.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/abbiamo-5-569-000-lavoratori-sottopagati-2629994185.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ogni-italiano-ha-perso-73-000-euro-da-quando-e-nata-la-moneta-unica" data-post-id="2629994185" data-published-at="1780032725" data-use-pagination="False"> Ogni italiano ha perso 73.000 euro da quando è nata la moneta unica Premessa doverosa: i rischi non vanno negati ma affrontati, delineando scenari e contromisure adeguate. Tuttavia, come sottolineava ieri l'editoriale del direttore Maurizio Belpietro, colpisce il timing con cui la nostra grande stampa ingigantisce le nubi all'orizzonte, facendo sponda alle voci che dall'estero sembrano interessate a descrivere un'Italia alle corde. Così, da giorni si alimenta un'emergenza bancaria ben oltre il reale stato delle cose: e, puntualissimo, ieri è arrivato un minaccioso report dello European economy advisory group, un gruppo di economisti guidato da un italiano (Giuseppe Bertola, Università di Torino) ma costituito dall'Istituto tedesco per la ricerca economica (Ifo). E, in supersintesi, che dice questo report? Sceglie il peggiore scenario possibile, la peggiore concatenazione di eventualità, con l'Italia colpevole di un effetto domino. Seguiamo il ragionamento: si parte dalla possibilità di un riaccendersi dello scontro sul bilancio tra governo italiano e Commissione Ue, si immagina un effetto sulle aste dei nostri titoli (con rendimenti drammaticamente al rialzo), e a quel punto si ipotizza un problema di solvibilità del nostro Paese. Non basta? Ancora no: perché, siccome titoli del nostro debito sono in «pancia» alle banche sia italiane sia estere, questo determinerebbe una crisi continentale e un effetto di contagio. Il governo italiano come il «grande untore», insomma. Ora, lo ribadiamo nuovamente: non c'è dubbio sul fatto che si debbano tenere d'occhio le aste dei nostri titoli e l'andamento dei rendimenti; così come - non da ora - va considerato il tema delicato del portafoglio di titoli pubblici italiani detenuti dalle banche. Ma – una volta tanto – sarebbe anche il caso di considerare la massa di titoli «tossici» detenuti dalle banche tedesche e francesi, foriere di un non meno grave potenziale rischio sistemico. Contemporaneamente, sarebbe il caso di chiedere a Francoforte cosa attenda la Bce a mettere in campo nuove potenti forme di garanzia sui debiti sovrani in euro: il solo annuncio sarebbe un super estintore in grado di spegnere ogni principio d'incendio, e di ridurre il premio di rischio richiesto dagli investitori. E ancora, rimanendo alla Bce, resta da capire quando Francoforte assumerà la decisione sul nuovo «giro» di Tlro che, secondo quanto si legge testualmente nei verbali dell'ultimo consiglio, «non dovrebbe essere presa con eccessiva fretta». Eppure l'urgenza c'è. Si tratta delle cosiddette operazioni mirate di rifinanziamento a più lungo termine (Targeted longer term refinancing operations), quindi di finanziamenti a tassi agevolati alle banche affinché facciano credito a famiglie e imprese. Almeno nelle intenzioni, si tratta di misure volte a sostenere la liquidità delle banche e quindi – in seconda battuta – a ridurre fenomeni di credit-crunch. Sappiamo bene che le banche non hanno funzionato granché come cinghia di trasmissione verso l'economia reale, e quindi non c'è da attendersi effetti miracolosi. Ma senza questa misura le banche italiane sarebbero costrette a imponenti accantonamenti, e quindi a una pericolosa stretta creditizia. Intanto, mentre i maggiori media italiani sono dediti all'autoflagellazione, ci sarebbe materia per riflessioni ben diverse. Secondo il rapporto «20 anni di Euro: vincitori e vinti» del Centre for european policy di Friburgo, la Germania emerge come principale percettore di benefici, e l'Italia come la maggiore vittima di danni. In media, ogni tedesco ha infatti guadagnato 23.000 euro da quando c'è l'euro, mentre ogni italiano, nello stesso arco di tempo, ne ha persi più di 73.000. Il report centra un punto nodale: l'impossibilità per l'Italia di giocare la carta della svalutazione competitiva. Di qui una simulazione su quale sarebbe stato il Pil per ciascun paese in caso di mancata adozione dell'euro, e la sua suddivisione pro capite, che genera i guadagni e le perdite che abbiamo menzionato.
Però, se per la Germania c’è solo da guadagnare, per l’Italia c’è solo da perdere e, dunque, il disegno è da respingere in blocco, perché se l’Ucraina diventasse membro della Ue saremmo cornuti e pure mazziati.
Cominciamo col dire che finora Kiev è costata all’Europa una montagna di miliardi e, siccome il nostro Paese è tra i contributori netti, ossia versa nelle casse di Bruxelles più soldi di quelli che riceve, una parte di quel denaro l’abbiamo pagata noi, cioè i contribuenti italiani. E se passasse il piano tedesco, saremmo ancora noi a sostenere la ricostruzione e l’ingresso dell’Ucraina nell’Unione. Oltre all’assegno di 200 miliardi che la Ue ha già staccato, oltre a quello di 90 che presto staccherà, dovrà aggiungere molte altre decine di miliardi. Nessuno infatti si può illudere che sarà Mosca a finanziare la ricostruzione, né che i soldi arrivino dagli States: Trump lo ha già fatto capire e ha già stretto l’accordo sulle terre rare che più gli interessava.
L’aspetto più paradossale della proposta del cancelliere di latta (così lo chiamano in patria, dove il consenso è ai minimi) è che a Kiev, pur senza diritto di voto, sarebbe concesso ciò che a un Paese fondatore come l’Italia non è consentito, cioè di non rispettare alcun parametro di bilancio. A noi fanno la predica e minacciano sanzioni nel caso i conti pubblici sforino il limite dello zero virgola. Mentre con l’Ucraina - che tecnicamente, se non fosse sostenuta dai fondi europei (cioè nostri) sarebbe fallita - non si chiude un occhio ma tutti e due. Da anni neghiamo l’ingresso nella Ue alla Serbia e ad altri Paesi, ma con Kiev siamo pronti a srotolare i tappeti rossi. Inoltre, quella dei conti non sarebbe la sola eccezione. L’Europa pretende che gli Stati, oltre a soddisfare determinati parametri di bilancio, rispettino anche alcune regole democratiche, come elezioni, libertà di stampa, diritti delle opposizioni, lotta alla corruzione. E come si fa con un Paese dove la democrazia è sospesa dalla legge marziale, non si vota da tempo e l’opposizione, se non piace a Zelensky, non ha diritto di rappresentanza, mentre l’apparato statale è zeppo di ladri? Come si può accogliere a braccia aperte uno Stato che vieta l’espatrio ai propri cittadini che hanno l’età per essere mandati al fronte? Anche un bambino capirebbe che non puoi far entrare in pace un Paese che è in guerra, perché significherebbe portare dentro casa un conflitto. Ma a Merz tutto ciò importa poco. Al cancelliere, che è riuscito nell’incredibile opera di far scavalcare la sua Cdu dal partito di destra Afd, importa di salvare la poltrona con un incredibile gioco di prestigio, ovvero rilanciare un’economia in crisi con la ricostruzione dopo la guerra.
L’ingresso dell’Ucraina, oltre alle incongruenze e ai probabili costi, avrebbe anche un secondo effetto. Kiev ha una importante produzione agricola e domani, se facesse parte della Ue, avrebbe diritto a ricevere i fondi che oggi vengono divisi fra i principali Paesi dell’Unione. In pratica, la torta dei soldi Ue, che già oggi non riesce a soddisfare le esigenze degli agricoltori, dovrebbe essere divisa con il nuovo ospite che, viste le dimensioni della sua produzione, rischia di prendersi la fetta più grossa. Insomma, avete capito. Così come su gas e bollette il sostegno a Kiev non è stato gratis (ricordate la celebre frase di Mario Draghi, «si tratta di scegliere tra pace e aria condizionata»?), così fare entrare l’Ucraina nella Ue e consentirle di beneficiare dei finanziamenti a sostegno della propria economia non sarebbe indolore, bensì una mossa che verrebbe pagata da contribuenti e produttori.
In altre parole, Merz vuole applicare la solita ricetta würstel e crauti, dove noi però saremmo il würstel. Non so voi, ma io di finire nel piatto della Germania non ho alcuna voglia.
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Vladimir Putin (Ansa)
Rispondere a questa domanda è complesso. Sebbene la Russia sia effettivamente all’offensiva da diverso tempo, l’intensità e l’efficacia delle sue azioni militari sono molto variabili e incostanti, e le linee difensive ucraine non sono affatto crollate. La Russia non ha ottenuto ancora gli obiettivi che si era prefissata: il controllo totale del Donbass e la cosiddetta «denazificazione» del Paese, che si risolverebbe nel cambio di regime e nell’identificazione di un nuovo leader ucraino più vicino agli interessi di Mosca. Conseguentemente, è decisamente difficile sostenere che Vladimir Putin stia vincendo o abbia raggiunto i suoi scopi: voleva rendere l’Ucraina russa, ma il risultato ottenuto è che Kiev si è molto avvicinata all’Europa; puntava a fermare l’espansione della Nato, mentre Finlandia e Svezia hanno aderito all’Alleanza successivamente al suo attacco. In ogni caso, il dato incontrovertibile è che il conflitto continua, e probabilmente sarà proprio il fattore tempo l’elemento chiave a determinarne le sorti. Per quanto tempo il Cremlino sarà disposto e soprattutto sarà in grado di sostenere uno sforzo bellico di tale intensità? Difficile pronosticarlo, anche se non bisogna mai sottovalutare la pazienza e la resilienza russa. Inoltre, gli europei continuano a non mettere nel conto che la Russia dispone di un arsenale nucleare imponente, che ovviamente ci auguriamo tutti non venga mai utilizzato.
E nell’altro campo, per quanto tempo l’Ucraina sarà capace di resistere? Ma soprattutto, per quanto ancora i Paesi occidentali potranno e vorranno sostenerla? Il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, ha recentemente formalizzato la sua proposta di concedere all’Ucraina una «membership associata» all’Ue. L’obiettivo dovrebbe essere quello di accelerare l’integrazione di fatto mentre sono in corso i negoziati con la Russia. Secondo il cancelliere, sarebbe una tappa verso la piena adesione. Ma dietro al pragmatismo di questa mossa si nasconde una pericolosa trappola: si creerebbe una sorta di «sala d’attesa» dove tenere gli ucraini ancora a lungo, forse per sempre. Nella Ue manca assolutamente la volontà politica comune necessaria per affrontare i problemi legati all’adesione dell’Ucraina. La «membership associata» proposta da Merz assomiglia a un’adesione fittizia, come i villaggi di cartapesta fatti costruire dal principe Grigorij Potemkin per Caterina II di Russia. La verità è che l’Ucraina rappresenta un serio problema, e forse anche un pericolo per l’Ue, perché è considerata da molti come troppo grande, pericolosa o corrotta per essere ammessa nel consesso europeo. Alcuni affermano addirittura che con l’adesione ci troveremmo con un milione di ex combattenti, capaci di maneggiare le armi, liberi di circolare nell’Ue: preoccupazioni o accuse che possono sembrare eccessive o infondate, ma di fatto riflettono le percezioni in alcune capitali. In ogni caso nessun leader sembra essere disposto a rischiare per far entrare l’Ucraina, stante l’ostilità più o meno accentuate delle opinioni pubbliche.
Ma c’è un secondo e più grande problema: la Ue sclerotizzata non è capace di riformarsi per procedere a un nuovo grande allargamento. Ventidue anni dopo la riunificazione con i Paesi dell’ex blocco di Varsavia e 13 anni dopo l’ultima adesione della Croazia, la domanda rimane sempre la stessa: l’Ue è in grado di mantenere le sue promesse di integrazione e armonizzazione per un efficace allargamento?
A tutto ciò bisogna aggiungere che la geopolitica mondiale è in continuo movimento. Alcuni osservatori informati sostengono che nel recente vertice a Pechino tra Xi Jinping e Donald Trump il leader cinese abbia ribadito che non è possibile immaginare che la Russia perda la guerra. Non a caso subito dopo ha ricevuto, in pompa magna, proprio il leader russo Vladimir Putin. L’Europa, oltre che Kiev, è avvertita. Per cui sarebbe consigliabile che i soloni di Bruxelles accogliessero le disponibilità russe per l’apertura di un negoziato invece di prendere tempo nella ricerca di un negoziatore, e usassero nello stesso tempo più cautela nell’affermare che Volodymyr Zelensky stia vincendo la guerra, perché corrono il rischio molto alto di cadere semplicemente in una illusione ottica.
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Matteo Messina Denaro (Ansa)
I 200 milioni di euro sequestrati ieri dalla Direzione distrettuale antimafia di Palermo sono il perimetro di una ricchezza smisurata che affonda le radici negli anni Ottanta, quando i narcos siciliani cominciavano a moltiplicare il denaro della droga con una velocità che la mafia dei corleonesi non aveva mai conosciuto. Il blitz, coordinato dal procuratore Maurizio de Lucia e dall’aggiunto Vito Di Giorgio ha attraversato mezzo mondo: da Palermo e Trapani a Marbella, da Puerto Banùs, Malaga e Benahavis alla Svizzera, dal Principato di Monaco al Libano, ad Andorra, alle Isole Cayman e a Gibilterra.
Eppure, la scena iniziale sembra quasi stonata rispetto alla montagna di denaro saltata fuori. Giacomo Tamburello, 66 anni, definito come uno storico trafficante di hashish e indicato da chi indaga come vicino, da sempre, a Matteo Messina Denaro, viveva ai domiciliari nella piccola casa della madre, a Campobello di Mazara. Apparentemente ormai ai margini. In realtà, secondo l’inchiesta della Guardia di finanza, sarebbe il custode del tesoro. Quando è scattato il blitz, Tamburello è stato arrestato in provincia di Trapani. Nello stesso momento, in Spagna, sono finite in manette l’ex moglie Maria Antonina Bruno e il figlio Luca.
Intanto i finanzieri del Gico del Nucleo di polizia economico-finanziaria di Palermo mettevano i sigilli a beni, società e disponibilità finanziarie. Gli inquirenti gli contestano l’autoriciclaggio aggravato dall’avere «agevolato l’attività dell’associazione mafiosa». Ma per capire la portata dell’inchiesta bisogna tornare indietro. Gli investigatori ricostruiscono un sistema economico costruito nel tempo. Secondo i collaboratori di giustizia, Tamburello sarebbe uno dei grandi snodi. Vincenzo Spezia, storico esponente della famiglia mafiosa di Campobello di Mazara, ha raccontato ai magistrati gli intrecci tra Messina Denaro e Tamburello, sostenendo che risalirebbero «al 1983». Finora, spiegano gli investigatori, lo Stato è riuscito a sequestrare a Messina Denaro e ai suoi prestanome circa 4 miliardi di euro.
Ma gli inquirenti sono convinti che quella cifra rappresenti soltanto una porzione della reale disponibilità economica del boss morto dopo 30anni di latitanza. L’inchiesta è nata quasi per caso tre anni fa. Ad Agosto, a Madrid, un finanziere in servizio all’ambasciata italiana segnala al Gico di Palermo una situazione anomala: l’ex moglie di Tamburello, casalinga, risulta avere 12 milioni di euro in conti lussemburghesi e 1 milione e mezzo ad Andorra. L’intuizione avvia l’azione investigativa. Madre e figlio avevano aperto i primi conti ad Andorra nel 2005. Poi erano partiti i trasferimenti internazionali. Conti, società, partecipazioni, immobili, carte di credito, investimenti. Dal 2000 Tamburello e la moglie risultavano separati consensualmente. Lui aveva ufficialmente un’altra compagna. Ma il patrimonio familiare continuava a essere amministrato proprio dall’ex moglie e dal figlio, residenti fra Marbella e la Costa del Sol. Gli investigatori intercettano anche una preoccupazione. Madre e figlio avrebbero valutato di trasferire a Dubai parte delle ricchezze per sottrarle alle indagini. Non hanno fatto in tempo.
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Kaja Kallas (Ansa)
Ieri mattina, a margine della riunione del Consiglio affari esteri dell’Ue a Cipro, Kallas ha annunciato davanti ai giornalisti che i diplomatici americani hanno abbandonato Kiev, ma è falso. «Da quanto abbiamo appreso ieri (mercoledì, ndr) dall’Ucraina, tutte le ambasciate sono rimaste tranne una. Anche questo richiede coraggio da parte di tali ambasciate. Tutti gli Stati europei sono rimasti, l’America se n'è andata», ha detto ai microfoni. Neanche troppo velatamente, ha tacciato la Casa Bianca di non essere risoluta, avendo ceduto alle richieste russe di far evacuare il personale diplomatico dalla capitale ucraina.
Inevitabile è stata la pioggia di smentite. Sul sito dell’ambasciata americana in Ucraina, nella sezione «News», compare la scritta: «L’ambasciata degli Stati Uniti è aperta». Nel portale viene specificato: «Non ci sono cambiamenti nelle nostre operazioni e le notizie contrarie sono false. Il Dipartimento di Stato non ha priorità più alta della sicurezza dei cittadini americani e rivede regolarmente il livello di sicurezza dell’ambasciata di Kiev». Anche l’Ucraina non ha potuto fare altro che negare quanto affermato dall’alleata europea. Il portavoce del ministero degli Esteri ucraino, Georgiy Tykhyi, ha spiegato che «le informazioni sulla partenza dell’ambasciata statunitense non sono vere».
Peraltro, perfino Mosca ha ammesso che da Washington non ha ricevuto alcuna risposta sulla richiesta di evacuazione. «La Russia ha trasmesso una raccomandazione agli Stati Uniti attraverso i canali appropriati riguardo agli attacchi su Kiev, ma non c’è stata ancora alcuna risposta. Nessun messaggio è stato trasmesso da Donald Trump a Vladimir Putin», ha riferito il consigliere presidenziale russo, Yuri Ushakov.
Non deve essere stato poco l’imbarazzo a Bruxelles. Sul sito dell’Ue che riporta la trascrizione delle domande e risposte con i giornalisti, l’affermazione di Kallas è stata modificata. Ora si legge: «Da quanto abbiamo appreso ieri dall’Ucraina, tutte le ambasciate sono rimaste*, il che richiede coraggio da parte di queste ambasciate, ma sì, tutti gli europei sono rimasti*». Gli asterischi sono doverosi perché, al termine della dichiarazione, compare tra parentesi: «*Aggiornato con una correzione riguardo alla presenza diplomatica a Kiev».
Il granchio preso da Kallas, la cui portavoce ha comicamente parlato di un «fraintendimento» nella conversazione col ministro degli Esteri ucraino, suggerisce ancora una volta che la sua nomina ad Alto rappresentante Ue non è probabilmente stata una delle scelte più lungimiranti. Nel 2009, quando Bruxelles ha riformato questo ruolo introducendo una sorta di «ministro» degli Esteri dell’Ue, era convinta di aver risposto al quesito del celebre diplomatico americano Henry Kissinger: «Chi devo chiamare se voglio parlare l’Europa?». Eppure, tralasciando il fatto se ci sia riuscita oppure no, se a qualche cancelleria venisse da snobbare la Kallas, non ci sarebbe troppo da sorprendersi. La donna, ex primo ministro dell’Estonia e ora alla guida della politica estera europea, non ha mai dimostrato la statura del diplomatico. Passo dopo passo, ha collezionato figuracce che hanno assottigliato la sua fragile credibilità. Aveva dichiarato che per lei era una «novità» che Mosca e Pechino avessero sconfitto il nazismo e il fascismo nella Seconda guerra mondiale. E, dimostrando che forse non era la prima della classe a scuola, aveva persino sentenziato: «In 100 anni la Russia ha attaccato 19 Paesi, alcuni dei quali anche tre o quattro volte. Ma nessuno ha attaccato la Russia in quel periodo». Essere estoni, e dunque aver subito l’occupazione sovietica, non esime dal conoscere la storia delle guerre mondiali.
Bruxelles ha a lungo definito la «disinformazione» come la maggiore minaccia alla democrazia. Poi i vertici europei sono i primi a non accertarsi se stanno comunicando o meno notizie veritiere.
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