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2020-05-18
I nuovi poveri
Ansa
Milano, emporio della solidarietà della Caritas Ambrosiana. La fila è silenziosa, composta, dietro la mascherina gli occhi bassi tradiscono un misto di vergogna e orgoglio ferito. «Mai avrei pensato di venire qui. Ho resistito giorni ma poi non ce l'ho fatta più. Ho la mia piccola pensione, tiravo avanti. Poi mio figlio ha perso il lavoro in albergo, è caduto in uno stato di profonda prostrazione. Lui non sa nemmeno che sono venuta qui» dice Ada con voce sommessa. In coda una coppia si tiene per mano, sembra si vogliano far coraggio. Lui era addetto alle pulizie in un albergo e lei arrotondava il magro bilancio familiare, come colf. Con il lockdown, lui viene messo in cassa integrazione ma l'assegno, arrivato pochi giorni fa, è di soli 500 euro e l'affitto è di 900 euro. Poi ci sono tre figli. Il proprietario della casa è stato comprensivo, si è accontentato di 400 euro ma con i restanti 100 euro non si riesce a comprare nemmeno la pappa per il più piccolo.
A Milano sono otto gli hub che distribuiscono viveri. Le persone che chiedono aiuto alla Caritas sono raddoppiate. Nelle diocesi di Milano, Lecco, Varese, Monza e province, sono affluite 16.500 famiglie, il doppio di una situazione di normalità. Solo a Milano, 5.000 ricevono il pacco alimentare.
È l'esercito dei nuovi poveri, le vittime sociali del Covid, molti in attesa di una cassa integrazione che comunque sarà insufficiente per vivere, moltissimi sconosciuti allo Stato perché irregolari. In Italia i lavoratori in nero sono una platea di 3,7 milioni, non hanno alcuna tutela eppure rappresentano, secondo l'Istat, il 4,5% del pil nazionale. Questo è l'anello debole dell'economia che il Covid ha sganciato dal mercato.
Da un'indagine della Caritas, da aprile al 2 maggio, è emerso che è raddoppiato (+105%) il numero di coloro che si sono rivolti ai centri per l'ascolto e ai servizi. Sono circa 38.580 i nuovi poveri. Il 98% ha problemi occupazionali e economici e un 69,3% si sta separando. Tutte le diocesi hanno segnalato un incremento della richiesta di beni di prima necessità, cibo, viveri e pasti a domicilio, empori solidali, mense, vestiario, ma anche aiuti economici per il pagamento delle bollette, degli affitti e delle spese per la gestione della casa. È cresciuto il bisogno di ascolto e di sostegno psicologico. Circa 57.000 persone hanno ricevuto pasti a domicilio. «Chi è caduto in povertà non sa come orientarsi, ha un misto di paura e di vergogna» spiega il portavoce della Caritas Ambrosiana, Francesco Chiavarini. «Le prime ad arrivare sono state le badanti e le colf, messe alla porta dalle famiglie impaurite dal contagio. Poi i precari della ristorazione e del settore alberghiero, lavapiatti, cuochi, addetti alle pulizie. Alcuni assunti in modo regolare ma con una indennità insufficiente a pagare l'affitto o i costi di una vita a Milano». E racconta di una donna di 65 anni, che lavorava alla Scala come guardarobiera. Pochi soldi ma una vita dignitosa, poi il blocco dell'attività e la cassa integrazione che non arriva.
Da Milano a Treviso, cambia lo scenario dei nuovi emarginati. «Stanno venendo anche le prostitute, ci chiedono cibo. Hanno storie disperate. Non riescono più a mandare i soldi alle famiglie, nei Paesi d'origine. Alcune sono andate a vivere insieme per dividere le spese» dice don Davide Schiavon. Poi ci parla delle carovane di giostrai, addetti ai circhi, girovaghi dell'intrattenimento. «È un mondo sommerso, senza sussidi». Un altro livello di nuovi poveri, spiega Schiavon, è rappresentato da artigiani e piccoli imprenditori. «Ne sono venuti una cinquantina ma sono molti di più coloro che hanno bisogno. Fanno fatica a farsi avanti, provano vergogna, sono chiusi nell'orgoglio. Temo gesti di disperazione, come i suicidi della crisi del 2011». Sono circa 3.000 i nuovi poveri che sono affluiti in questa diocesi.
Nella diocesi di Bergamo, in questi due mesi, si sono aggiunte 600 famiglie. La maggior parte, dice don Roberto Trussardi, sono stagionali, con contratti irregolari.
Dal Nord a Roma. All'Emporio della solidarietà della Caritas, i nuovi arrivi sono raddoppiati. «Ieri in fila per un pacco di generi alimentari, c'era una giovane donna, con un bimbo in braccio e uno per mano. Faceva la maschera nei teatri tramite una cooperativa, non ha diritto alla cassa integrazione. Il marito è scomparso» ci racconta il portavoce Alberto Colaiacomo. Nei 5 empori e nei 127 punti di distribuzione delle parrocchie sono arrivate oltre 20.000 nuove famiglie. Nella Capitale i più colpiti sono gli addetti alla ristorazione, i camerieri, gli ambulanti, il personale dei catering, delle mense scolastiche o aziendali, del settore dello spettacolo, trasportatori, attrezzisti.
Angelo Rinelli della Fondazione Opera Divino Redentore ha raccolto segnali del dilagare della povertà anche nel centro storico della Capitale. «Nel quotidiano giro per consegnare di pacchi alimentari mi sono imbattuto in un tenore che abita vicino a Largo Argentina. Per la chiusura dei locali ha dovuto interrompere l'attività. Talvolta canta per strada per racimolare qualcosa». Poi ci riferisce di tante famiglie che, per vergogna, gli chiedono di lasciare i pacchi alimentari sul pianerottolo del palazzo, come se fossero consegne di Amazon.
«Non mi sarei mai aspettata di trovarmi qui in fila alla Caritas, mi ha detto una artigiana» ci riferisce don Gabriele D'Annibale, direttore della Caritas diocesana di Albano. «C'è l'orgoglio del piccolo imprenditore che fino a due mesi fa lavorava e ora si trova senza niente». Al centro di Albano arrivano anche tanti giovani. «Facevano piccoli lavori per pagare gli studi e ora non riescono a saldare le tasse universitarie. Un ragazzo appena laureato mi ha chiesto aiuto perché non aveva i soldi per iscriversi all'albo professionale». I nuovi arrivi sono oltre 2.000. Solo nella parrocchia di Pomezia gli assistiti sono passati da 50 a 300, dice don Gabriele. «Alcuni sono stati sfrattati e non sanno dove fare la doccia. Le nuove povertà fanno saltare le coppie. Un uomo, rimasto disoccupato, è stato cacciato di casa dalla moglie. Era andato a dormire nei giardini pubblici. Aveva preferito arrangiarsi in questo modo piuttosto che venire a chiedere aiuto. Ora gli sto pagando una stanza in albergo».
L'industrializzazione di alcune aree della Campania, fino agli anni Ottanta a vocazione agricola, si è rivelata un boomerang per la popolazione locale. «Gli impiegati nelle piccole imprese sono stati i primi a perdere il lavoro mentre gli agricoltori soffrono meno» dice don Nicola De Blasio direttore della diocesi di Benevento che conta 72 comuni. «C'è stato un picco del 70% di nuove richieste di aiuto. Alcune famiglie non avevano nemmeno i soldi per il funerale di un loro congiunto». Emergono situazioni paradossali. Come quella di un trentenne che ha cercato un impiego stagionale presso alcune aziende agricole del Nord Est, per la raccolta delle mele ma è stato respinto. «Gli hanno detto: non sei specializzato. Ora occorre un master anche per raccogliere la frutta» dice sorridendo don Nicola. Nella Caritas della Puglia le richieste sono aumentate del 100% riferisce il coordinatore don Alessandro Mayer. «La nuova povertà è più facile preda della malavita».
«A stare male sono gli insospettabili della porta accanto»

Giovanni Bruno (Ansa)
«Abbiamo avuto un aumento delle richieste di generi alimentari di circa il 40% con punte anche del 70%. Noi non arriviamo al singolo bisognoso perché riforniamo le 7.500 strutture caritative accreditate, ma stiamo comunque ricevendo migliaia di telefonate di persone, improvvisamente precipitate in povertà, che non sanno a chi rivolgersi, cosa fare, disperate, che chiedono informazioni. Non mi stupirei se di qui a poco ci fossero casi di suicidi come avvenuto dopo la crisi del 2008». Giovanni Bruno, presidente della Fondazione del Banco Alimentare, tramite i 21 Banchi sparsi in tutta Italia ha un osservatorio aggiornato costantemente della situazione a livello nazionale.
C'è il rischio di un raddoppio della povertà?
«Con la grande crisi del 2018 fino al 2015 i poveri sono passati da 2 milioni a 4,5 milioni per poi assestarsi su 5 milioni. Non c'è stato alcun miglioramento della condizione di questa fascia di popolazione. Il raddoppio dei numeri che si è verificato nell'arco di sette anni ora potrebbe esplodere in sette mesi».
Chi sono i nuovi poveri?
«Sono quelli che noi definiamo “della porta accanto", quelli che mai ti aspetteresti in condizioni di bisogno. Quelle famiglie che anche prima dell'epidemia dovevano scegliere tra cosa mettere in tavola e un paio di scarpe, che fino a tre mesi fa potevano beneficiare della mensa scolastica dove il figlio riusciva almeno a fare un pasto regolare, spesso l'unico della giornata. A Milano in questa situazione si trovavano già circa 22.000 famiglie. Il salto da questa condizione di border line alla povertà è facile. Basta che il capofamiglia rimanga disoccupato o sia messo in cassa integrazione e il precario equilibrio crolla».
Quindi non sono soltanto i lavoratori irregolari?
«Assolutamente no. Pensate a quanti erano impiegati nel mondo dello spettacolo, nell'intrattenimento, nella ristorazione, del settore alberghiero. E poi dipendenti di palestre, piscine, di saloni di bellezza. Lavoratori autonomi o dipendenti. Tutta gente che si è trovata all'improvviso in una doppia difficoltà materiale e psicologica perché bisogna imparare a essere poveri».
In che senso bisogna imparare a essere poveri?
«Chi non si è mai trovato in condizione di necessità, a cominciare da quella primaria alimentare, non sa a chi rivolgersi. Questo vuol dire non solo il pacco con i viveri ma entrare in una rete di solidarietà per non avere la sensazione psicologica di essere spinto ai margini della società. Il rischio di entrare in una spirale di depressione è alto e pericoloso come dimostrano i suicidi di imprenditori nel periodo della grande crisi economica. La richiesta di informazioni su come muoversi, a chi rivolgersi sono aumentate dell'80%. Ieri il direttore di un nostro Banco mi ha detto che ogni telefonata è un pugno al cuore. Percepisci la disperazione di persone che non sanno come chiedere dove trovare da mangiare, hanno vergogna ad ammettere di aver bisogno anche di un piatto di pasta. Se come dice la Banca d'Italia, il risparmio medio di una famiglia operaia monoreddito, è di 2.800 euro l'anno, è facile comprendere che bastano due-tre mesi di blocco del lavoro per toccare il fondo e restare a secco di liquidità. Stiamo ricevendo migliaia di chiamate di questo genere, che ci chiedono proprio come recuperare qualcosa da mettere in tavola. Ricordo il caso, due anni fa, di quella bambina svenuta il classe, in una scuola del Nord Est. Nessuno sapeva cosa avesse avuto, salvo poi scoprire che non mangiava da due giorni. Eppure sembrava che conducesse una vita normale, che la famiglia non avesse problemi. Situazioni di questo tipo, di povertà della porta accanto, ora si stanno moltiplicando. Ci sono persone che telefonano dicendo che sono preoccupati per i vicini di casa ma poi capisci che è di loro che stanno parlando, ma non hanno il coraggio di esporsi, si vergognano».
Quale è la fascia di età delle persone che si stanno rivolgendo ai vostri Banchi?
«Noi non distribuiamo alimentari, come ho detto, perché serviamo le strutture accreditate, per il 60% la Caritas, ma ci chiamano per avere conforto, per sapere a chi rivolgersi. Sono soprattutto famiglie con componenti tra i 30 e i 45 anni. Alcune, con il Coronavirus, hanno anche perso il nonno che con la pensione li aveva aiutati nei momenti di difficoltà e ora sono senza alcun paracadute. La scomparsa di tanti anziani con il virus ha significato il venir meno di un aiuto importante per tante famiglie».
La chiusura delle chiese non ha aiuto.
«Le parrocchie hanno continuato a svolgere un'importante azione di sostegno ma il blocco di matrimoni, battesimi, cresime, ha interrotto l'afflusso delle tradizionali offerte che rappresentano piccole realtà di sostegno nei paesi come nei quartieri. È una fonte che è mancata. La catena della solidarietà però ha funzionato a pieni giri. Alla crescita del bisogno hanno fatto fronte tante imprese dell'agroalimentare che si sono mobilitate. Pure situazioni di singoli. A Palermo, giorni fa, è stato sequestrato del pesce perché il pescatore aveva contravvenuto al fermo dell'attività. Il carico è andato al Banco Alimentare locale. Ebbene il pescatore si è rallegrato di questa scelta che favoriva chi aveva forse più bisogno di lui. Le iniziative di solidarietà stanno fiorendo ovunque ma di sicuro non possono sopperire all'intervento dello Stato».
Ritiene insufficienti le misure varate dal governo fino ad ora?
«Il problema non sono gli interventi pubblici quanto la tempistica. I soldi della cassa integrazione come dei bonus, devono arrivare ora, non tra quattro mesi, perché nel frattempo una famiglia come vive? È fondamentale poi la valorizzazione del terzo settore, dei corpi intermedi dello Stato. Va ricostruita una trama di relazioni e di umanità che è imprescindibile anche per ripartire. L'inserimento del disoccupato in una trama di volontariato, in tanti casi diventa l'occasione per ritrovare quella fiducia necessaria per cercare nuove occasioni di impiego».
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Sono colf, cuochi, giostrai, ma anche artigiani. Per la Caritas, il loro numero è già raddoppiato: «Gli sfrattati costretti a dormire nei parchi».Il presidente del Banco Alimentare, Giovanni Bruno: «Chi viveva con poco, ora non ha nemmeno un piatto di pasta. Si valorizzi il terzo settore».Lo speciale contiene due articoli.Milano, emporio della solidarietà della Caritas Ambrosiana. La fila è silenziosa, composta, dietro la mascherina gli occhi bassi tradiscono un misto di vergogna e orgoglio ferito. «Mai avrei pensato di venire qui. Ho resistito giorni ma poi non ce l'ho fatta più. Ho la mia piccola pensione, tiravo avanti. Poi mio figlio ha perso il lavoro in albergo, è caduto in uno stato di profonda prostrazione. Lui non sa nemmeno che sono venuta qui» dice Ada con voce sommessa. In coda una coppia si tiene per mano, sembra si vogliano far coraggio. Lui era addetto alle pulizie in un albergo e lei arrotondava il magro bilancio familiare, come colf. Con il lockdown, lui viene messo in cassa integrazione ma l'assegno, arrivato pochi giorni fa, è di soli 500 euro e l'affitto è di 900 euro. Poi ci sono tre figli. Il proprietario della casa è stato comprensivo, si è accontentato di 400 euro ma con i restanti 100 euro non si riesce a comprare nemmeno la pappa per il più piccolo. A Milano sono otto gli hub che distribuiscono viveri. Le persone che chiedono aiuto alla Caritas sono raddoppiate. Nelle diocesi di Milano, Lecco, Varese, Monza e province, sono affluite 16.500 famiglie, il doppio di una situazione di normalità. Solo a Milano, 5.000 ricevono il pacco alimentare.È l'esercito dei nuovi poveri, le vittime sociali del Covid, molti in attesa di una cassa integrazione che comunque sarà insufficiente per vivere, moltissimi sconosciuti allo Stato perché irregolari. In Italia i lavoratori in nero sono una platea di 3,7 milioni, non hanno alcuna tutela eppure rappresentano, secondo l'Istat, il 4,5% del pil nazionale. Questo è l'anello debole dell'economia che il Covid ha sganciato dal mercato. Da un'indagine della Caritas, da aprile al 2 maggio, è emerso che è raddoppiato (+105%) il numero di coloro che si sono rivolti ai centri per l'ascolto e ai servizi. Sono circa 38.580 i nuovi poveri. Il 98% ha problemi occupazionali e economici e un 69,3% si sta separando. Tutte le diocesi hanno segnalato un incremento della richiesta di beni di prima necessità, cibo, viveri e pasti a domicilio, empori solidali, mense, vestiario, ma anche aiuti economici per il pagamento delle bollette, degli affitti e delle spese per la gestione della casa. È cresciuto il bisogno di ascolto e di sostegno psicologico. Circa 57.000 persone hanno ricevuto pasti a domicilio. «Chi è caduto in povertà non sa come orientarsi, ha un misto di paura e di vergogna» spiega il portavoce della Caritas Ambrosiana, Francesco Chiavarini. «Le prime ad arrivare sono state le badanti e le colf, messe alla porta dalle famiglie impaurite dal contagio. Poi i precari della ristorazione e del settore alberghiero, lavapiatti, cuochi, addetti alle pulizie. Alcuni assunti in modo regolare ma con una indennità insufficiente a pagare l'affitto o i costi di una vita a Milano». E racconta di una donna di 65 anni, che lavorava alla Scala come guardarobiera. Pochi soldi ma una vita dignitosa, poi il blocco dell'attività e la cassa integrazione che non arriva.Da Milano a Treviso, cambia lo scenario dei nuovi emarginati. «Stanno venendo anche le prostitute, ci chiedono cibo. Hanno storie disperate. Non riescono più a mandare i soldi alle famiglie, nei Paesi d'origine. Alcune sono andate a vivere insieme per dividere le spese» dice don Davide Schiavon. Poi ci parla delle carovane di giostrai, addetti ai circhi, girovaghi dell'intrattenimento. «È un mondo sommerso, senza sussidi». Un altro livello di nuovi poveri, spiega Schiavon, è rappresentato da artigiani e piccoli imprenditori. «Ne sono venuti una cinquantina ma sono molti di più coloro che hanno bisogno. Fanno fatica a farsi avanti, provano vergogna, sono chiusi nell'orgoglio. Temo gesti di disperazione, come i suicidi della crisi del 2011». Sono circa 3.000 i nuovi poveri che sono affluiti in questa diocesi.Nella diocesi di Bergamo, in questi due mesi, si sono aggiunte 600 famiglie. La maggior parte, dice don Roberto Trussardi, sono stagionali, con contratti irregolari. Dal Nord a Roma. All'Emporio della solidarietà della Caritas, i nuovi arrivi sono raddoppiati. «Ieri in fila per un pacco di generi alimentari, c'era una giovane donna, con un bimbo in braccio e uno per mano. Faceva la maschera nei teatri tramite una cooperativa, non ha diritto alla cassa integrazione. Il marito è scomparso» ci racconta il portavoce Alberto Colaiacomo. Nei 5 empori e nei 127 punti di distribuzione delle parrocchie sono arrivate oltre 20.000 nuove famiglie. Nella Capitale i più colpiti sono gli addetti alla ristorazione, i camerieri, gli ambulanti, il personale dei catering, delle mense scolastiche o aziendali, del settore dello spettacolo, trasportatori, attrezzisti. Angelo Rinelli della Fondazione Opera Divino Redentore ha raccolto segnali del dilagare della povertà anche nel centro storico della Capitale. «Nel quotidiano giro per consegnare di pacchi alimentari mi sono imbattuto in un tenore che abita vicino a Largo Argentina. Per la chiusura dei locali ha dovuto interrompere l'attività. Talvolta canta per strada per racimolare qualcosa». Poi ci riferisce di tante famiglie che, per vergogna, gli chiedono di lasciare i pacchi alimentari sul pianerottolo del palazzo, come se fossero consegne di Amazon.«Non mi sarei mai aspettata di trovarmi qui in fila alla Caritas, mi ha detto una artigiana» ci riferisce don Gabriele D'Annibale, direttore della Caritas diocesana di Albano. «C'è l'orgoglio del piccolo imprenditore che fino a due mesi fa lavorava e ora si trova senza niente». Al centro di Albano arrivano anche tanti giovani. «Facevano piccoli lavori per pagare gli studi e ora non riescono a saldare le tasse universitarie. Un ragazzo appena laureato mi ha chiesto aiuto perché non aveva i soldi per iscriversi all'albo professionale». I nuovi arrivi sono oltre 2.000. Solo nella parrocchia di Pomezia gli assistiti sono passati da 50 a 300, dice don Gabriele. «Alcuni sono stati sfrattati e non sanno dove fare la doccia. Le nuove povertà fanno saltare le coppie. Un uomo, rimasto disoccupato, è stato cacciato di casa dalla moglie. Era andato a dormire nei giardini pubblici. Aveva preferito arrangiarsi in questo modo piuttosto che venire a chiedere aiuto. Ora gli sto pagando una stanza in albergo».L'industrializzazione di alcune aree della Campania, fino agli anni Ottanta a vocazione agricola, si è rivelata un boomerang per la popolazione locale. «Gli impiegati nelle piccole imprese sono stati i primi a perdere il lavoro mentre gli agricoltori soffrono meno» dice don Nicola De Blasio direttore della diocesi di Benevento che conta 72 comuni. «C'è stato un picco del 70% di nuove richieste di aiuto. Alcune famiglie non avevano nemmeno i soldi per il funerale di un loro congiunto». Emergono situazioni paradossali. Come quella di un trentenne che ha cercato un impiego stagionale presso alcune aziende agricole del Nord Est, per la raccolta delle mele ma è stato respinto. «Gli hanno detto: non sei specializzato. 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Chi sono i nuovi poveri? «Sono quelli che noi definiamo “della porta accanto", quelli che mai ti aspetteresti in condizioni di bisogno. Quelle famiglie che anche prima dell'epidemia dovevano scegliere tra cosa mettere in tavola e un paio di scarpe, che fino a tre mesi fa potevano beneficiare della mensa scolastica dove il figlio riusciva almeno a fare un pasto regolare, spesso l'unico della giornata. A Milano in questa situazione si trovavano già circa 22.000 famiglie. Il salto da questa condizione di border line alla povertà è facile. Basta che il capofamiglia rimanga disoccupato o sia messo in cassa integrazione e il precario equilibrio crolla». Quindi non sono soltanto i lavoratori irregolari? «Assolutamente no. Pensate a quanti erano impiegati nel mondo dello spettacolo, nell'intrattenimento, nella ristorazione, del settore alberghiero. E poi dipendenti di palestre, piscine, di saloni di bellezza. Lavoratori autonomi o dipendenti. Tutta gente che si è trovata all'improvviso in una doppia difficoltà materiale e psicologica perché bisogna imparare a essere poveri». In che senso bisogna imparare a essere poveri? «Chi non si è mai trovato in condizione di necessità, a cominciare da quella primaria alimentare, non sa a chi rivolgersi. Questo vuol dire non solo il pacco con i viveri ma entrare in una rete di solidarietà per non avere la sensazione psicologica di essere spinto ai margini della società. Il rischio di entrare in una spirale di depressione è alto e pericoloso come dimostrano i suicidi di imprenditori nel periodo della grande crisi economica. La richiesta di informazioni su come muoversi, a chi rivolgersi sono aumentate dell'80%. Ieri il direttore di un nostro Banco mi ha detto che ogni telefonata è un pugno al cuore. Percepisci la disperazione di persone che non sanno come chiedere dove trovare da mangiare, hanno vergogna ad ammettere di aver bisogno anche di un piatto di pasta. Se come dice la Banca d'Italia, il risparmio medio di una famiglia operaia monoreddito, è di 2.800 euro l'anno, è facile comprendere che bastano due-tre mesi di blocco del lavoro per toccare il fondo e restare a secco di liquidità. Stiamo ricevendo migliaia di chiamate di questo genere, che ci chiedono proprio come recuperare qualcosa da mettere in tavola. Ricordo il caso, due anni fa, di quella bambina svenuta il classe, in una scuola del Nord Est. Nessuno sapeva cosa avesse avuto, salvo poi scoprire che non mangiava da due giorni. Eppure sembrava che conducesse una vita normale, che la famiglia non avesse problemi. Situazioni di questo tipo, di povertà della porta accanto, ora si stanno moltiplicando. Ci sono persone che telefonano dicendo che sono preoccupati per i vicini di casa ma poi capisci che è di loro che stanno parlando, ma non hanno il coraggio di esporsi, si vergognano». Quale è la fascia di età delle persone che si stanno rivolgendo ai vostri Banchi? «Noi non distribuiamo alimentari, come ho detto, perché serviamo le strutture accreditate, per il 60% la Caritas, ma ci chiamano per avere conforto, per sapere a chi rivolgersi. Sono soprattutto famiglie con componenti tra i 30 e i 45 anni. Alcune, con il Coronavirus, hanno anche perso il nonno che con la pensione li aveva aiutati nei momenti di difficoltà e ora sono senza alcun paracadute. La scomparsa di tanti anziani con il virus ha significato il venir meno di un aiuto importante per tante famiglie». La chiusura delle chiese non ha aiuto. «Le parrocchie hanno continuato a svolgere un'importante azione di sostegno ma il blocco di matrimoni, battesimi, cresime, ha interrotto l'afflusso delle tradizionali offerte che rappresentano piccole realtà di sostegno nei paesi come nei quartieri. È una fonte che è mancata. La catena della solidarietà però ha funzionato a pieni giri. Alla crescita del bisogno hanno fatto fronte tante imprese dell'agroalimentare che si sono mobilitate. Pure situazioni di singoli. A Palermo, giorni fa, è stato sequestrato del pesce perché il pescatore aveva contravvenuto al fermo dell'attività. Il carico è andato al Banco Alimentare locale. Ebbene il pescatore si è rallegrato di questa scelta che favoriva chi aveva forse più bisogno di lui. Le iniziative di solidarietà stanno fiorendo ovunque ma di sicuro non possono sopperire all'intervento dello Stato». Ritiene insufficienti le misure varate dal governo fino ad ora? «Il problema non sono gli interventi pubblici quanto la tempistica. I soldi della cassa integrazione come dei bonus, devono arrivare ora, non tra quattro mesi, perché nel frattempo una famiglia come vive? È fondamentale poi la valorizzazione del terzo settore, dei corpi intermedi dello Stato. Va ricostruita una trama di relazioni e di umanità che è imprescindibile anche per ripartire. L'inserimento del disoccupato in una trama di volontariato, in tanti casi diventa l'occasione per ritrovare quella fiducia necessaria per cercare nuove occasioni di impiego».
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Trump vola da Xi mentre la guerra in Iran pesa su economia e politica USA tra rincari, debiti, tensioni con la Cina e sfida elettorale.
Guido Guidesi (Ansa)
I numeri che accompagnano questa ambizione sono solidi. Con oltre il 23% del Pil nazionale e più di un quarto dell'export italiano, la Lombardia è già il principale motore economico del Paese. Dal 2021 al 2025 ha attratto 448 progetti su 1.158 complessivi in Italia, mantenendo una quota costante tra il 35% e il 45% del totale nazionale, con una crescita di 85-90 investimenti diretti esteri all’anno - il 35% in più rispetto al quinquennio precedente (lo dice il Financial Times). Dati ancora più significativi se confrontati con lo scenario globale: tra il 2023 e il 2024 i flussi internazionali di investimenti sono calati dell’11% e quelli europei del 5%, mentre la Lombardia ha segnato un +6%.
Nel periodo 2020-2025, grazie al progetto “Invest in Lombardy” – sviluppato in collaborazione con Milano & Partners – la Regione ha supportato oltre 1.400 aziende estere interessate a insediarsi sul territorio. Solo nel 2025, 34 di queste hanno già avviato o annunciato progetti concreti, con un impatto stimato di 2,8 miliardi di indotto e 6.200 nuovi posti di lavoro. Attualmente sono 428 i progetti in gestione attiva, concentrati nei settori a più alto valore aggiunto: manifattura avanzata (semiconduttori, Industria 4.0), Scienze della Vita (biotecnologie, farmaceutico), Clean Tech e IT/ICT.
«I numeri confermano il nostro primato italiano rispetto all’attrazione investimenti esteri: valiamo il 40% degli investimenti esteri che arrivano in Italia. Ma non possiamo però fermarci al primato nazionale, possiamo e dobbiamo migliorarci», ha dichiarato l’assessore allo Sviluppo economico Guido Guidesi, presentando la nuova strategia regionale.
«Questo è l’obiettivo della nuova strategia di attrazione degli investimenti in cui si evidenzia un ruolo più da protagonista e attivo di Regione Lombardia al fine di cogliere opportunità di nuovi investimenti presentandoci con ecosistemi completi: dalla ricerca, ai fornitori, alle competenze. Proviamo a giocarci la partita dell’attrazione in un campionato più difficile e maggiormente competitivo; alziamo il livello, proviamo a migliorarci; vogliamo essere meta internazionale e hub europeo», ha aggiunto Guidesi, sottolineando che con la nuova direttiva «andremo anche a cercarci gli investitori rispetto alle esigenze che abbiamo dal punto di vista della partecipazione ai nostri ecosistemi».
Tre le direttrici del piano di Guidesi. La prima è la qualità degli investimenti: la Regione punta sui settori ad alto valore aggiunto: ICT, scienze della vita, elettronica, aerospazio, chimica e agroalimentare avanzato. La seconda è la valorizzazione degli ecosistemi territoriali e in questo quadro si inseriscono le Zone di Innovazione e Sviluppo (ZIS), la Zona Logistica Semplificata di Cremona e Mantova, e l'iniziativa “Talenti – Trasferimento delle conoscenze”, che favorisce l’ingresso di dottori di ricerca e professionisti altamente qualificati nelle pmi lombarde. La terza direttrice è la semplificazione e la velocità dei processi, attraverso il rafforzamento del modello one-stop-shop per rendere più rapidi e prevedibili i percorsi di insediamento.
Per Giovanni Rossi, direttore generale di Promos Italia, «l'approccio internazionale è rafforzato da attività promozionali e roadshow nei principali mercati esteri, con “value proposition” focalizzate su settori ad alto valore aggiunto. La “business intelligence” permette di intercettare investitori qualificati e accompagnarli efficacemente nel percorso di insediamento. L'aftercare è considerato strategico per valorizzare le imprese già insediate e favorirne la crescita”, ha concluso Rossi.
Centrale nella strategia è il potenziamento di «Invest in Lombardy» come punto unico di accesso per gli investitori internazionali, capace di accompagnare le imprese lungo l'intero ciclo dell'investimento: dalla valutazione iniziale all'insediamento, fino ai servizi di aftercare.
Un riconoscimento al valore dell’ecosistema lombardo arriva dalle testimonianze delle imprese internazionali già presenti sul territorio. «Regione Lombardia ha accompagnato il nostro percorso di insediamento, supportandoci nel dialogo con il territorio e nello sviluppo delle competenze necessarie. La Lombardia si distingue per un ecosistema industriale solido e collaborativo, favorevole allo sviluppo di nuovi investimenti», ha evidenziato Carina Solsona Garriga, Coo di Affinity Petcare.
«Abbiamo scelto la Lombardia per la sua posizione strategica, la qualità delle infrastrutture e un ecosistema industriale unico a livello europeo, che consente di ottimizzare efficienza, sostenibilità e sviluppo produttivo», ha aggiunto Federico Castelli, amministratore delegato di Rockwool Italia.
«La Lombardia è più attrattiva di molte regioni europee grazie a una filiera industriale avanzata, competenze di altissimo livello e un forte orientamento all’export. Qui troviamo un luogo dove produrre, innovare e costruire valore nel lungo periodo», ha concluso Paolo Bertuzzi, Ceo & Managing Director di Turboden.
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Il primo dato da leggere con attenzione è la distribuzione dei sequestri. Circa la metà dei Paesi dell’America Latina e dei Caraibi registra un aumento, mentre l’altra metà segna una diminuzione. Non è una contraddizione, ma la prova di una trasformazione strutturale: il traffico non si riduce, si sposta. Ogni operazione di contrasto genera un effetto elastico che spinge le organizzazioni criminali verso aree meno controllate. È una dinamica ormai consolidata, che rende inefficace una risposta basata esclusivamente sulla repressione.
In questo scenario, la Colombia resta il cuore del sistema. Nel 2025 le autorità hanno sequestrato 445,9 tonnellate di cocaina, con un incremento del 59,4% rispetto alle 279,7 tonnellate dell’anno precedente. A queste si aggiungono altre 633 tonnellate sequestrate a livello internazionale con il supporto colombiano. Numeri che, più che indicare un successo, segnalano la scala del fenomeno. Il sequestro di 14 tonnellate in un solo container nel porto di Buenaventura rappresenta il più grande degli ultimi dieci anni e conferma la centralità della logistica marittima. Ancora più significativo è l’intercettazione di un narco-sottomarino telecomandato: un segnale che il traffico sta entrando in una fase di innovazione tecnologica avanzata, con l’obiettivo di ridurre i rischi e aumentare l’efficienza. Anche negli altri Paesi produttori emergono criticità profonde. In Perù sono state distrutte 55,6 tonnellate di droga, ma il fatto che il 70% sia classificato come «sostanze simili alla cocaina» solleva dubbi sulla qualità dei dati. L’eradicazione delle coltivazioni è salita a 34.200 ettari, rispetto ai 26.500 del 2024, con un’espansione significativa in aree sensibili come Ucayali e Huanuco. In Bolivia, i sequestri sono scesi a 17,1 tonnellate, ma il calo è in parte spiegato da un’anomalia statistica dell’anno precedente. In Venezuela, invece, i dati ufficiali parlano di 42,6 tonnellate sequestrate, ma la scarsa trasparenza impone cautela, mentre il controllo del traffico sembra passare sempre più nelle mani di gruppi locali.
Il baricentro operativo si sposta però nei Paesi di transito e nei grandi snodi logistici. L’Ecuador, con 75,9 tonnellate sequestrate sul territorio e 124 tonnellate in mare, conferma il suo ruolo strategico nelle rotte globali. Panama resta un passaggio obbligato, con 97 tonnellate sequestrate e operazioni di rilievo nelle acque del Pacifico. In Costa Rica, i sequestri sono aumentati del 72,4%, arrivando a 46,5 tonnellate, segno di un coinvolgimento crescente nelle catene del traffico. La logistica del narcotraffico si è ormai integrata con quella legale: container contaminati, rotte commerciali ibride e carichi mimetizzati tra merci regolari rendono sempre più difficile distinguere tra economia legittima e illegale. Un elemento trasversale è la corruzione. In diversi Paesi, dalle istituzioni locali fino ai livelli politici, emergono segnali di infiltrazione profonda. In Paraguay, casi giudiziari hanno coinvolto esponenti del potere politico; in Guatemala le organizzazioni criminali godono della protezione di funzionari pubblici; in Costa Rica un ex ministro della Sicurezza è stato arrestato per traffico di droga. Il narcotraffico non si limita a operare nei vuoti dello Stato: in molti casi riesce a condizionarne il funzionamento.
Sul fronte dei mercati di consumo, l’Europa si conferma il principale punto di arrivo. Il Belgio ha sequestrato 55 tonnellate di cocaina nel 2025, con un aumento del 25%, mentre la Francia ha registrato 31,3 tonnellate (+49%) e il Portogallo ha raggiunto un record di 25,6 tonnellate. Il porto di Anversa resta il principale hub, ma la pressione delle autorità sta spingendo i trafficanti a diversificare le rotte, puntando su scali minori e nuovi punti di ingresso. Le conseguenze sono visibili nelle città europee, dove la competizione tra gruppi criminali alimenta un’escalation di violenza.
Parallelamente, si rafforza l’espansione verso nuovi mercati. In Asia orientale e in Oceania si registrano sequestri record: 2,6 tonnellate in Corea del Sud e 7,8 tonnellate in Australia, con un aumento del 40%. Le rotte si allungano fino a 13.000 chilometri, collegando direttamente il Sud America a regioni finora marginali. È una scelta strategica: i cartelli cercano mercati meno saturi e più remunerativi rispetto a quello statunitense, dove i consumi restano stabili e i prezzi tendono a scendere. Proprio negli Stati Uniti si manifesta il paradosso più evidente. Nel 2025 sono state sequestrate 20,8 tonnellate di cocaina, in aumento rispetto alle 14,7 del 2024, nonostante l’intensificazione delle operazioni militari e dei raid navali. Il risultato è chiaro: la pressione aumenta, ma il flusso non si interrompe. Le organizzazioni criminali reagiscono spostando le rotte e adattando le modalità operative, dimostrando una capacità di resilienza superiore a quella degli apparati statali. Il quadro che emerge è quello di un sistema globale altamente efficiente. Il narcotraffico funziona come un mercato integrato, capace di innovare e di reagire in tempo reale. Gli Stati, invece, restano vincolati a logiche nazionali e strumenti spesso rigidi. Non è più solo una questione di sicurezza, ma uno scontro tra modelli organizzativi: da un lato strutture istituzionali lente e frammentate, dall’altro reti criminali flessibili, globali e tecnologicamente avanzate. La vera domanda, allora, non è quanta droga venga sequestrata. Ma quanta continui a passare.
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