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2020-05-18
I nuovi poveri
Ansa
Milano, emporio della solidarietà della Caritas Ambrosiana. La fila è silenziosa, composta, dietro la mascherina gli occhi bassi tradiscono un misto di vergogna e orgoglio ferito. «Mai avrei pensato di venire qui. Ho resistito giorni ma poi non ce l'ho fatta più. Ho la mia piccola pensione, tiravo avanti. Poi mio figlio ha perso il lavoro in albergo, è caduto in uno stato di profonda prostrazione. Lui non sa nemmeno che sono venuta qui» dice Ada con voce sommessa. In coda una coppia si tiene per mano, sembra si vogliano far coraggio. Lui era addetto alle pulizie in un albergo e lei arrotondava il magro bilancio familiare, come colf. Con il lockdown, lui viene messo in cassa integrazione ma l'assegno, arrivato pochi giorni fa, è di soli 500 euro e l'affitto è di 900 euro. Poi ci sono tre figli. Il proprietario della casa è stato comprensivo, si è accontentato di 400 euro ma con i restanti 100 euro non si riesce a comprare nemmeno la pappa per il più piccolo.
A Milano sono otto gli hub che distribuiscono viveri. Le persone che chiedono aiuto alla Caritas sono raddoppiate. Nelle diocesi di Milano, Lecco, Varese, Monza e province, sono affluite 16.500 famiglie, il doppio di una situazione di normalità. Solo a Milano, 5.000 ricevono il pacco alimentare.
È l'esercito dei nuovi poveri, le vittime sociali del Covid, molti in attesa di una cassa integrazione che comunque sarà insufficiente per vivere, moltissimi sconosciuti allo Stato perché irregolari. In Italia i lavoratori in nero sono una platea di 3,7 milioni, non hanno alcuna tutela eppure rappresentano, secondo l'Istat, il 4,5% del pil nazionale. Questo è l'anello debole dell'economia che il Covid ha sganciato dal mercato.
Da un'indagine della Caritas, da aprile al 2 maggio, è emerso che è raddoppiato (+105%) il numero di coloro che si sono rivolti ai centri per l'ascolto e ai servizi. Sono circa 38.580 i nuovi poveri. Il 98% ha problemi occupazionali e economici e un 69,3% si sta separando. Tutte le diocesi hanno segnalato un incremento della richiesta di beni di prima necessità, cibo, viveri e pasti a domicilio, empori solidali, mense, vestiario, ma anche aiuti economici per il pagamento delle bollette, degli affitti e delle spese per la gestione della casa. È cresciuto il bisogno di ascolto e di sostegno psicologico. Circa 57.000 persone hanno ricevuto pasti a domicilio. «Chi è caduto in povertà non sa come orientarsi, ha un misto di paura e di vergogna» spiega il portavoce della Caritas Ambrosiana, Francesco Chiavarini. «Le prime ad arrivare sono state le badanti e le colf, messe alla porta dalle famiglie impaurite dal contagio. Poi i precari della ristorazione e del settore alberghiero, lavapiatti, cuochi, addetti alle pulizie. Alcuni assunti in modo regolare ma con una indennità insufficiente a pagare l'affitto o i costi di una vita a Milano». E racconta di una donna di 65 anni, che lavorava alla Scala come guardarobiera. Pochi soldi ma una vita dignitosa, poi il blocco dell'attività e la cassa integrazione che non arriva.
Da Milano a Treviso, cambia lo scenario dei nuovi emarginati. «Stanno venendo anche le prostitute, ci chiedono cibo. Hanno storie disperate. Non riescono più a mandare i soldi alle famiglie, nei Paesi d'origine. Alcune sono andate a vivere insieme per dividere le spese» dice don Davide Schiavon. Poi ci parla delle carovane di giostrai, addetti ai circhi, girovaghi dell'intrattenimento. «È un mondo sommerso, senza sussidi». Un altro livello di nuovi poveri, spiega Schiavon, è rappresentato da artigiani e piccoli imprenditori. «Ne sono venuti una cinquantina ma sono molti di più coloro che hanno bisogno. Fanno fatica a farsi avanti, provano vergogna, sono chiusi nell'orgoglio. Temo gesti di disperazione, come i suicidi della crisi del 2011». Sono circa 3.000 i nuovi poveri che sono affluiti in questa diocesi.
Nella diocesi di Bergamo, in questi due mesi, si sono aggiunte 600 famiglie. La maggior parte, dice don Roberto Trussardi, sono stagionali, con contratti irregolari.
Dal Nord a Roma. All'Emporio della solidarietà della Caritas, i nuovi arrivi sono raddoppiati. «Ieri in fila per un pacco di generi alimentari, c'era una giovane donna, con un bimbo in braccio e uno per mano. Faceva la maschera nei teatri tramite una cooperativa, non ha diritto alla cassa integrazione. Il marito è scomparso» ci racconta il portavoce Alberto Colaiacomo. Nei 5 empori e nei 127 punti di distribuzione delle parrocchie sono arrivate oltre 20.000 nuove famiglie. Nella Capitale i più colpiti sono gli addetti alla ristorazione, i camerieri, gli ambulanti, il personale dei catering, delle mense scolastiche o aziendali, del settore dello spettacolo, trasportatori, attrezzisti.
Angelo Rinelli della Fondazione Opera Divino Redentore ha raccolto segnali del dilagare della povertà anche nel centro storico della Capitale. «Nel quotidiano giro per consegnare di pacchi alimentari mi sono imbattuto in un tenore che abita vicino a Largo Argentina. Per la chiusura dei locali ha dovuto interrompere l'attività. Talvolta canta per strada per racimolare qualcosa». Poi ci riferisce di tante famiglie che, per vergogna, gli chiedono di lasciare i pacchi alimentari sul pianerottolo del palazzo, come se fossero consegne di Amazon.
«Non mi sarei mai aspettata di trovarmi qui in fila alla Caritas, mi ha detto una artigiana» ci riferisce don Gabriele D'Annibale, direttore della Caritas diocesana di Albano. «C'è l'orgoglio del piccolo imprenditore che fino a due mesi fa lavorava e ora si trova senza niente». Al centro di Albano arrivano anche tanti giovani. «Facevano piccoli lavori per pagare gli studi e ora non riescono a saldare le tasse universitarie. Un ragazzo appena laureato mi ha chiesto aiuto perché non aveva i soldi per iscriversi all'albo professionale». I nuovi arrivi sono oltre 2.000. Solo nella parrocchia di Pomezia gli assistiti sono passati da 50 a 300, dice don Gabriele. «Alcuni sono stati sfrattati e non sanno dove fare la doccia. Le nuove povertà fanno saltare le coppie. Un uomo, rimasto disoccupato, è stato cacciato di casa dalla moglie. Era andato a dormire nei giardini pubblici. Aveva preferito arrangiarsi in questo modo piuttosto che venire a chiedere aiuto. Ora gli sto pagando una stanza in albergo».
L'industrializzazione di alcune aree della Campania, fino agli anni Ottanta a vocazione agricola, si è rivelata un boomerang per la popolazione locale. «Gli impiegati nelle piccole imprese sono stati i primi a perdere il lavoro mentre gli agricoltori soffrono meno» dice don Nicola De Blasio direttore della diocesi di Benevento che conta 72 comuni. «C'è stato un picco del 70% di nuove richieste di aiuto. Alcune famiglie non avevano nemmeno i soldi per il funerale di un loro congiunto». Emergono situazioni paradossali. Come quella di un trentenne che ha cercato un impiego stagionale presso alcune aziende agricole del Nord Est, per la raccolta delle mele ma è stato respinto. «Gli hanno detto: non sei specializzato. Ora occorre un master anche per raccogliere la frutta» dice sorridendo don Nicola. Nella Caritas della Puglia le richieste sono aumentate del 100% riferisce il coordinatore don Alessandro Mayer. «La nuova povertà è più facile preda della malavita».
«A stare male sono gli insospettabili della porta accanto»

Giovanni Bruno (Ansa)
«Abbiamo avuto un aumento delle richieste di generi alimentari di circa il 40% con punte anche del 70%. Noi non arriviamo al singolo bisognoso perché riforniamo le 7.500 strutture caritative accreditate, ma stiamo comunque ricevendo migliaia di telefonate di persone, improvvisamente precipitate in povertà, che non sanno a chi rivolgersi, cosa fare, disperate, che chiedono informazioni. Non mi stupirei se di qui a poco ci fossero casi di suicidi come avvenuto dopo la crisi del 2008». Giovanni Bruno, presidente della Fondazione del Banco Alimentare, tramite i 21 Banchi sparsi in tutta Italia ha un osservatorio aggiornato costantemente della situazione a livello nazionale.
C'è il rischio di un raddoppio della povertà?
«Con la grande crisi del 2018 fino al 2015 i poveri sono passati da 2 milioni a 4,5 milioni per poi assestarsi su 5 milioni. Non c'è stato alcun miglioramento della condizione di questa fascia di popolazione. Il raddoppio dei numeri che si è verificato nell'arco di sette anni ora potrebbe esplodere in sette mesi».
Chi sono i nuovi poveri?
«Sono quelli che noi definiamo “della porta accanto", quelli che mai ti aspetteresti in condizioni di bisogno. Quelle famiglie che anche prima dell'epidemia dovevano scegliere tra cosa mettere in tavola e un paio di scarpe, che fino a tre mesi fa potevano beneficiare della mensa scolastica dove il figlio riusciva almeno a fare un pasto regolare, spesso l'unico della giornata. A Milano in questa situazione si trovavano già circa 22.000 famiglie. Il salto da questa condizione di border line alla povertà è facile. Basta che il capofamiglia rimanga disoccupato o sia messo in cassa integrazione e il precario equilibrio crolla».
Quindi non sono soltanto i lavoratori irregolari?
«Assolutamente no. Pensate a quanti erano impiegati nel mondo dello spettacolo, nell'intrattenimento, nella ristorazione, del settore alberghiero. E poi dipendenti di palestre, piscine, di saloni di bellezza. Lavoratori autonomi o dipendenti. Tutta gente che si è trovata all'improvviso in una doppia difficoltà materiale e psicologica perché bisogna imparare a essere poveri».
In che senso bisogna imparare a essere poveri?
«Chi non si è mai trovato in condizione di necessità, a cominciare da quella primaria alimentare, non sa a chi rivolgersi. Questo vuol dire non solo il pacco con i viveri ma entrare in una rete di solidarietà per non avere la sensazione psicologica di essere spinto ai margini della società. Il rischio di entrare in una spirale di depressione è alto e pericoloso come dimostrano i suicidi di imprenditori nel periodo della grande crisi economica. La richiesta di informazioni su come muoversi, a chi rivolgersi sono aumentate dell'80%. Ieri il direttore di un nostro Banco mi ha detto che ogni telefonata è un pugno al cuore. Percepisci la disperazione di persone che non sanno come chiedere dove trovare da mangiare, hanno vergogna ad ammettere di aver bisogno anche di un piatto di pasta. Se come dice la Banca d'Italia, il risparmio medio di una famiglia operaia monoreddito, è di 2.800 euro l'anno, è facile comprendere che bastano due-tre mesi di blocco del lavoro per toccare il fondo e restare a secco di liquidità. Stiamo ricevendo migliaia di chiamate di questo genere, che ci chiedono proprio come recuperare qualcosa da mettere in tavola. Ricordo il caso, due anni fa, di quella bambina svenuta il classe, in una scuola del Nord Est. Nessuno sapeva cosa avesse avuto, salvo poi scoprire che non mangiava da due giorni. Eppure sembrava che conducesse una vita normale, che la famiglia non avesse problemi. Situazioni di questo tipo, di povertà della porta accanto, ora si stanno moltiplicando. Ci sono persone che telefonano dicendo che sono preoccupati per i vicini di casa ma poi capisci che è di loro che stanno parlando, ma non hanno il coraggio di esporsi, si vergognano».
Quale è la fascia di età delle persone che si stanno rivolgendo ai vostri Banchi?
«Noi non distribuiamo alimentari, come ho detto, perché serviamo le strutture accreditate, per il 60% la Caritas, ma ci chiamano per avere conforto, per sapere a chi rivolgersi. Sono soprattutto famiglie con componenti tra i 30 e i 45 anni. Alcune, con il Coronavirus, hanno anche perso il nonno che con la pensione li aveva aiutati nei momenti di difficoltà e ora sono senza alcun paracadute. La scomparsa di tanti anziani con il virus ha significato il venir meno di un aiuto importante per tante famiglie».
La chiusura delle chiese non ha aiuto.
«Le parrocchie hanno continuato a svolgere un'importante azione di sostegno ma il blocco di matrimoni, battesimi, cresime, ha interrotto l'afflusso delle tradizionali offerte che rappresentano piccole realtà di sostegno nei paesi come nei quartieri. È una fonte che è mancata. La catena della solidarietà però ha funzionato a pieni giri. Alla crescita del bisogno hanno fatto fronte tante imprese dell'agroalimentare che si sono mobilitate. Pure situazioni di singoli. A Palermo, giorni fa, è stato sequestrato del pesce perché il pescatore aveva contravvenuto al fermo dell'attività. Il carico è andato al Banco Alimentare locale. Ebbene il pescatore si è rallegrato di questa scelta che favoriva chi aveva forse più bisogno di lui. Le iniziative di solidarietà stanno fiorendo ovunque ma di sicuro non possono sopperire all'intervento dello Stato».
Ritiene insufficienti le misure varate dal governo fino ad ora?
«Il problema non sono gli interventi pubblici quanto la tempistica. I soldi della cassa integrazione come dei bonus, devono arrivare ora, non tra quattro mesi, perché nel frattempo una famiglia come vive? È fondamentale poi la valorizzazione del terzo settore, dei corpi intermedi dello Stato. Va ricostruita una trama di relazioni e di umanità che è imprescindibile anche per ripartire. L'inserimento del disoccupato in una trama di volontariato, in tanti casi diventa l'occasione per ritrovare quella fiducia necessaria per cercare nuove occasioni di impiego».
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Sono colf, cuochi, giostrai, ma anche artigiani. Per la Caritas, il loro numero è già raddoppiato: «Gli sfrattati costretti a dormire nei parchi».Il presidente del Banco Alimentare, Giovanni Bruno: «Chi viveva con poco, ora non ha nemmeno un piatto di pasta. Si valorizzi il terzo settore».Lo speciale contiene due articoli.Milano, emporio della solidarietà della Caritas Ambrosiana. La fila è silenziosa, composta, dietro la mascherina gli occhi bassi tradiscono un misto di vergogna e orgoglio ferito. «Mai avrei pensato di venire qui. Ho resistito giorni ma poi non ce l'ho fatta più. Ho la mia piccola pensione, tiravo avanti. Poi mio figlio ha perso il lavoro in albergo, è caduto in uno stato di profonda prostrazione. Lui non sa nemmeno che sono venuta qui» dice Ada con voce sommessa. In coda una coppia si tiene per mano, sembra si vogliano far coraggio. Lui era addetto alle pulizie in un albergo e lei arrotondava il magro bilancio familiare, come colf. Con il lockdown, lui viene messo in cassa integrazione ma l'assegno, arrivato pochi giorni fa, è di soli 500 euro e l'affitto è di 900 euro. Poi ci sono tre figli. Il proprietario della casa è stato comprensivo, si è accontentato di 400 euro ma con i restanti 100 euro non si riesce a comprare nemmeno la pappa per il più piccolo. A Milano sono otto gli hub che distribuiscono viveri. Le persone che chiedono aiuto alla Caritas sono raddoppiate. Nelle diocesi di Milano, Lecco, Varese, Monza e province, sono affluite 16.500 famiglie, il doppio di una situazione di normalità. Solo a Milano, 5.000 ricevono il pacco alimentare.È l'esercito dei nuovi poveri, le vittime sociali del Covid, molti in attesa di una cassa integrazione che comunque sarà insufficiente per vivere, moltissimi sconosciuti allo Stato perché irregolari. In Italia i lavoratori in nero sono una platea di 3,7 milioni, non hanno alcuna tutela eppure rappresentano, secondo l'Istat, il 4,5% del pil nazionale. Questo è l'anello debole dell'economia che il Covid ha sganciato dal mercato. Da un'indagine della Caritas, da aprile al 2 maggio, è emerso che è raddoppiato (+105%) il numero di coloro che si sono rivolti ai centri per l'ascolto e ai servizi. Sono circa 38.580 i nuovi poveri. Il 98% ha problemi occupazionali e economici e un 69,3% si sta separando. Tutte le diocesi hanno segnalato un incremento della richiesta di beni di prima necessità, cibo, viveri e pasti a domicilio, empori solidali, mense, vestiario, ma anche aiuti economici per il pagamento delle bollette, degli affitti e delle spese per la gestione della casa. È cresciuto il bisogno di ascolto e di sostegno psicologico. Circa 57.000 persone hanno ricevuto pasti a domicilio. «Chi è caduto in povertà non sa come orientarsi, ha un misto di paura e di vergogna» spiega il portavoce della Caritas Ambrosiana, Francesco Chiavarini. «Le prime ad arrivare sono state le badanti e le colf, messe alla porta dalle famiglie impaurite dal contagio. Poi i precari della ristorazione e del settore alberghiero, lavapiatti, cuochi, addetti alle pulizie. Alcuni assunti in modo regolare ma con una indennità insufficiente a pagare l'affitto o i costi di una vita a Milano». E racconta di una donna di 65 anni, che lavorava alla Scala come guardarobiera. Pochi soldi ma una vita dignitosa, poi il blocco dell'attività e la cassa integrazione che non arriva.Da Milano a Treviso, cambia lo scenario dei nuovi emarginati. «Stanno venendo anche le prostitute, ci chiedono cibo. Hanno storie disperate. Non riescono più a mandare i soldi alle famiglie, nei Paesi d'origine. Alcune sono andate a vivere insieme per dividere le spese» dice don Davide Schiavon. Poi ci parla delle carovane di giostrai, addetti ai circhi, girovaghi dell'intrattenimento. «È un mondo sommerso, senza sussidi». Un altro livello di nuovi poveri, spiega Schiavon, è rappresentato da artigiani e piccoli imprenditori. «Ne sono venuti una cinquantina ma sono molti di più coloro che hanno bisogno. Fanno fatica a farsi avanti, provano vergogna, sono chiusi nell'orgoglio. Temo gesti di disperazione, come i suicidi della crisi del 2011». Sono circa 3.000 i nuovi poveri che sono affluiti in questa diocesi.Nella diocesi di Bergamo, in questi due mesi, si sono aggiunte 600 famiglie. La maggior parte, dice don Roberto Trussardi, sono stagionali, con contratti irregolari. Dal Nord a Roma. All'Emporio della solidarietà della Caritas, i nuovi arrivi sono raddoppiati. «Ieri in fila per un pacco di generi alimentari, c'era una giovane donna, con un bimbo in braccio e uno per mano. Faceva la maschera nei teatri tramite una cooperativa, non ha diritto alla cassa integrazione. Il marito è scomparso» ci racconta il portavoce Alberto Colaiacomo. Nei 5 empori e nei 127 punti di distribuzione delle parrocchie sono arrivate oltre 20.000 nuove famiglie. Nella Capitale i più colpiti sono gli addetti alla ristorazione, i camerieri, gli ambulanti, il personale dei catering, delle mense scolastiche o aziendali, del settore dello spettacolo, trasportatori, attrezzisti. Angelo Rinelli della Fondazione Opera Divino Redentore ha raccolto segnali del dilagare della povertà anche nel centro storico della Capitale. «Nel quotidiano giro per consegnare di pacchi alimentari mi sono imbattuto in un tenore che abita vicino a Largo Argentina. Per la chiusura dei locali ha dovuto interrompere l'attività. Talvolta canta per strada per racimolare qualcosa». Poi ci riferisce di tante famiglie che, per vergogna, gli chiedono di lasciare i pacchi alimentari sul pianerottolo del palazzo, come se fossero consegne di Amazon.«Non mi sarei mai aspettata di trovarmi qui in fila alla Caritas, mi ha detto una artigiana» ci riferisce don Gabriele D'Annibale, direttore della Caritas diocesana di Albano. «C'è l'orgoglio del piccolo imprenditore che fino a due mesi fa lavorava e ora si trova senza niente». Al centro di Albano arrivano anche tanti giovani. «Facevano piccoli lavori per pagare gli studi e ora non riescono a saldare le tasse universitarie. Un ragazzo appena laureato mi ha chiesto aiuto perché non aveva i soldi per iscriversi all'albo professionale». I nuovi arrivi sono oltre 2.000. Solo nella parrocchia di Pomezia gli assistiti sono passati da 50 a 300, dice don Gabriele. «Alcuni sono stati sfrattati e non sanno dove fare la doccia. Le nuove povertà fanno saltare le coppie. Un uomo, rimasto disoccupato, è stato cacciato di casa dalla moglie. Era andato a dormire nei giardini pubblici. Aveva preferito arrangiarsi in questo modo piuttosto che venire a chiedere aiuto. Ora gli sto pagando una stanza in albergo».L'industrializzazione di alcune aree della Campania, fino agli anni Ottanta a vocazione agricola, si è rivelata un boomerang per la popolazione locale. «Gli impiegati nelle piccole imprese sono stati i primi a perdere il lavoro mentre gli agricoltori soffrono meno» dice don Nicola De Blasio direttore della diocesi di Benevento che conta 72 comuni. «C'è stato un picco del 70% di nuove richieste di aiuto. Alcune famiglie non avevano nemmeno i soldi per il funerale di un loro congiunto». Emergono situazioni paradossali. Come quella di un trentenne che ha cercato un impiego stagionale presso alcune aziende agricole del Nord Est, per la raccolta delle mele ma è stato respinto. «Gli hanno detto: non sei specializzato. 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Chi sono i nuovi poveri? «Sono quelli che noi definiamo “della porta accanto", quelli che mai ti aspetteresti in condizioni di bisogno. Quelle famiglie che anche prima dell'epidemia dovevano scegliere tra cosa mettere in tavola e un paio di scarpe, che fino a tre mesi fa potevano beneficiare della mensa scolastica dove il figlio riusciva almeno a fare un pasto regolare, spesso l'unico della giornata. A Milano in questa situazione si trovavano già circa 22.000 famiglie. Il salto da questa condizione di border line alla povertà è facile. Basta che il capofamiglia rimanga disoccupato o sia messo in cassa integrazione e il precario equilibrio crolla». Quindi non sono soltanto i lavoratori irregolari? «Assolutamente no. Pensate a quanti erano impiegati nel mondo dello spettacolo, nell'intrattenimento, nella ristorazione, del settore alberghiero. E poi dipendenti di palestre, piscine, di saloni di bellezza. Lavoratori autonomi o dipendenti. Tutta gente che si è trovata all'improvviso in una doppia difficoltà materiale e psicologica perché bisogna imparare a essere poveri». In che senso bisogna imparare a essere poveri? «Chi non si è mai trovato in condizione di necessità, a cominciare da quella primaria alimentare, non sa a chi rivolgersi. Questo vuol dire non solo il pacco con i viveri ma entrare in una rete di solidarietà per non avere la sensazione psicologica di essere spinto ai margini della società. Il rischio di entrare in una spirale di depressione è alto e pericoloso come dimostrano i suicidi di imprenditori nel periodo della grande crisi economica. La richiesta di informazioni su come muoversi, a chi rivolgersi sono aumentate dell'80%. Ieri il direttore di un nostro Banco mi ha detto che ogni telefonata è un pugno al cuore. Percepisci la disperazione di persone che non sanno come chiedere dove trovare da mangiare, hanno vergogna ad ammettere di aver bisogno anche di un piatto di pasta. Se come dice la Banca d'Italia, il risparmio medio di una famiglia operaia monoreddito, è di 2.800 euro l'anno, è facile comprendere che bastano due-tre mesi di blocco del lavoro per toccare il fondo e restare a secco di liquidità. Stiamo ricevendo migliaia di chiamate di questo genere, che ci chiedono proprio come recuperare qualcosa da mettere in tavola. Ricordo il caso, due anni fa, di quella bambina svenuta il classe, in una scuola del Nord Est. Nessuno sapeva cosa avesse avuto, salvo poi scoprire che non mangiava da due giorni. Eppure sembrava che conducesse una vita normale, che la famiglia non avesse problemi. Situazioni di questo tipo, di povertà della porta accanto, ora si stanno moltiplicando. Ci sono persone che telefonano dicendo che sono preoccupati per i vicini di casa ma poi capisci che è di loro che stanno parlando, ma non hanno il coraggio di esporsi, si vergognano». Quale è la fascia di età delle persone che si stanno rivolgendo ai vostri Banchi? «Noi non distribuiamo alimentari, come ho detto, perché serviamo le strutture accreditate, per il 60% la Caritas, ma ci chiamano per avere conforto, per sapere a chi rivolgersi. Sono soprattutto famiglie con componenti tra i 30 e i 45 anni. Alcune, con il Coronavirus, hanno anche perso il nonno che con la pensione li aveva aiutati nei momenti di difficoltà e ora sono senza alcun paracadute. La scomparsa di tanti anziani con il virus ha significato il venir meno di un aiuto importante per tante famiglie». La chiusura delle chiese non ha aiuto. «Le parrocchie hanno continuato a svolgere un'importante azione di sostegno ma il blocco di matrimoni, battesimi, cresime, ha interrotto l'afflusso delle tradizionali offerte che rappresentano piccole realtà di sostegno nei paesi come nei quartieri. È una fonte che è mancata. La catena della solidarietà però ha funzionato a pieni giri. Alla crescita del bisogno hanno fatto fronte tante imprese dell'agroalimentare che si sono mobilitate. Pure situazioni di singoli. A Palermo, giorni fa, è stato sequestrato del pesce perché il pescatore aveva contravvenuto al fermo dell'attività. Il carico è andato al Banco Alimentare locale. Ebbene il pescatore si è rallegrato di questa scelta che favoriva chi aveva forse più bisogno di lui. Le iniziative di solidarietà stanno fiorendo ovunque ma di sicuro non possono sopperire all'intervento dello Stato». Ritiene insufficienti le misure varate dal governo fino ad ora? «Il problema non sono gli interventi pubblici quanto la tempistica. I soldi della cassa integrazione come dei bonus, devono arrivare ora, non tra quattro mesi, perché nel frattempo una famiglia come vive? È fondamentale poi la valorizzazione del terzo settore, dei corpi intermedi dello Stato. Va ricostruita una trama di relazioni e di umanità che è imprescindibile anche per ripartire. L'inserimento del disoccupato in una trama di volontariato, in tanti casi diventa l'occasione per ritrovare quella fiducia necessaria per cercare nuove occasioni di impiego».
Reza Pahlavi (Getty Images)
La crisi economica sta strangolando il Paese e, per evitare il crollo, il regime iraniano ha iniziato a versare l’equivalente di circa 6 euro al mese per sovvenzionare l’aumento dei costi dei prodotti alimentari essenziali, come riso, carne e legumi. Alcuni economisti hanno però previsto che molti beni di base triplicheranno il loro costo per il crollo della moneta iraniana e la fine del tasso di cambio agevolato tra dollaro e rial sostenuto dal governo per importatori e i produttori. Inoltre, ieri, come segnalato da Netblocks a Teheran e in gran parte del Paese non è possibile accedere a Internet. La crisi della Repubblica islamica è però molto più profonda e le proteste dimostrano come un cambio di regime possa essere vicino. Le due principali organizzazioni di opposizione all’estero sono il Consiglio nazionale della Resistenza iraniana, il braccio politico del gruppo dei Mojahiddin del Popolo, e i cosiddetti monarchici radunati intorno a Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià dell’Iran, Mohammad Reza Pahlavi. Shahin Gobadi è il portavoce del Consiglio Nazionale della Resistenza iraniana, guidato da Maryam Rajavi, cofondatrice del movimento. «Il regime sta crollando e dopo 47 anni di dittatura, corruzione e spargimenti di sangue, è giunto ad un punto morto», racconta a La Verità, «non è più in grado di soddisfare nemmeno i bisogni più elementari del popolo iraniano, come dimostrano le proteste scoppiate nei bazar di Teheran. Il nostro popolo è stremato dal costante crollo del potere d’acquisto degli stipendi, causato dal saccheggio delle ricchezze nazionali utilizzate per finanziare la Guardia rivoluzionaria. La crisi economica è profonda con l’inflazione annua al 43%, che sui beni essenziali supera addirittura il 100%. Il crollo della valuta nazionale, il rial, sembra inarrestabile, nell’ultimo anno ha perso circa il 70% del suo valore». Gobadi descrive una situazione economica allo stremo, ma quella politica sembra addirittura peggiore. «Nel 2025 ci sono state 2.200 esecuzioni e la risposta di Ali Khamenei alle proteste è stata l’uso di proiettili veri contro i manifestanti e la nomina del generale Ahmad Vahidi, come vicecomandante del Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica (Irgc). Sulla testa di Vahidi pende un mandato di arresto internazionale e sembra sia stato uno dei responsabili dell’attentato al centro comunitario ebraico di Buenos Aires nel 1994 che causò la morte di 85 persone. Il regime non ha più base sociale e le Unità di Resistenza, i rappresentanti interni del nostro movimento, si stanno espandendo in tutte le province e le giovani generazioni si stanno unendo al movimento». Ma sul futuro del Paese mediorientale il rappresentante dei Mojahiddin del Popolo ha le idee chiare. «Gli iraniani rifiutano sia le dittature monarchiche che quelle religiose e vogliono un futuro basato sulla volontà sovrana del popolo. Ma una guerra dall’esterno non è la risposta e coloro che hanno riposto le loro speranze in un intervento militare esterno sono stati screditati. La vera soluzione risiede nella resistenza organizzata e nella rivolta popolare, noi abbiamo la forza di abbattere Il regime da soli». Il principe Pahlavi è invece visto dalla diaspora come una grande risorsa e lui non si tira indietro. «Nonostante riconosca che durante il regno di mio padre siano stati commessi degli errori, in tanti in Iran rimpiangono il periodo dello Scià. Ci sono tutte le condizioni perché il regime crolli, continue defezioni, fame e mancanza di acqua. Vogliono addirittura spostare la capitale, perché manca l’acqua per gli abitanti, dopo aver distrutto ed inquinato tutte le falde sotterranee. Per le strade c’è la protesta più forte che abbiamo mai visto e questa volta alla Casa Bianca non ci sono Barack Obama o Joe Biden che non hanno appoggiato le proteste. Biden ha anche permesso al regime di avere accesso ad oltre 200 miliardi di entrate petrolifere ed il regime ha utilizzato quei fondi per finanziare i suoi alleati e questo ha portato all’attacco di Hamas del 7 ottobre. Il presidente Trump la pensa diversamente e lo stiamo vedendo anche perché Marco Rubio è il primo Segretario dai tempi della rivoluzione che capisce l’Iran». Ma su un intervento militare a Teheran anche Pahlavi frena. «Non credo sia necessario fare come in Venezuela, perché il cambiamento in Iran deve essere nelle mani del popolo iraniano. Il mondo deve sostenere la lotta contro questa dittatura religiosa che adesso può crollare. Io mi metto a disposizione per guidare questo cammino ed è già pronto il Progetto di Prosperità dell’Iran, un piano per i primi 100 giorni dopo il crollo. Garantiremo un passaggio di consegne tranquillo ed eviteremo il caos, visto in Iraq e Libia. Dobbiamo sostituire il regime con una formula secolare e democratica coinvolgendo sia monarchici che repubblicani».
Il principe Pahlavi guarda anche ad Israele. «Teheran dovrebbe creare un Accordo di Ciro, per entrare nel gruppo degli Accordi di Abramo. L’ho detto due anni fa a Gerusalemme incontrando Netanyahu: Iran ed Israele hanno una relazione biblica da 25 secoli».
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«Non mi hanno nemmeno concesso le attenuanti generiche», ha sussurrato ai suoi legali il vicebrigadiere Emanuele Marroccella, dopo aver appreso dalla lettura del dispositivo che il giudice Claudio Politi della sezione decima del tribunale di Roma l’ha condannato in primo grado a tre anni di reclusione, inasprendo la pena a due anni e sei mesi chiesta dalla Procura. Imponendo inoltre il pagamento immediato di una provvisionale di 125.000 euro a un carabiniere che dovrebbe lavorare sei anni solo per liquidare le parti civili, parenti del pregiudicato morto.
Gli avvocati Paolo Gallinelli e Lorenzo Rutolo riferiscono anche le parole, piene di amarezza, pronunciate dal carabiniere del radiomobile di Roma, ritenuto colpevole di «eccesso colposo nell’uso legittimo di armi» per aver difeso il suo collega, Lorenzo Grasso (vivo per miracolo), sparando e uccidendo il delinquente siriano Jamal Badawi. «Non è stato preso nella giusta considerazione che l’altro carabiniere era stato ferito al torace e che nella sua fuga Badawi avrebbe aggredito pure i colleghi della pattuglia», ha commentato scosso il vicebrigadiere.
Una sentenza durissima, quella nei confronti di Marroccella, 44 anni, sposato con figli, originario di Napoli e residente ad Ardea, provincia di Roma. Intervenuto nella notte del 20 settembre 2020 con tre pattuglie, dietro segnalazione di un furto in un condominio dell’Eur, dopo aver intimato due volte «Fermo, carabinieri», aveva visto il siriano aggredire il collega con un’arma contundente che poi si era rivelata un grosso cacciavite. Per bloccare il malvivente aveva sparato due colpi di pistola, uno dei quali aveva ucciso Badawi, 56 anni, quattro fogli di espulsione mai eseguiti.
A nulla è servita la memoria difensiva, che puntualmente ha documentato le brevissime e concitate fasi dell’attività dell’equipaggio del radiomobile alle prese con il ladro e la sua aggressività. Eppure la consulenza tecnica di parte fornita dal professor Giulio Di Mizio aveva dimostrato che Marroccella impugnava l’arma con inclinazione verso il basso.
Dietro «percezione di un pericolo imminente, concreto e perdurante», aveva «sparato dall’alto verso il basso» puntando alle gambe per bloccare il malvivente, non al busto. Per la difesa del vicebrigadiere, l’uso dell’arma «costituì l’unica opzione concretamente praticabile data la concitazione dell’azione, la natura dell’aggressione e l’impossibilità di predisporre rimedi alternativi che non esponessero anche ulteriori soggetti al pericolo per la loro incolumità».
Il giudice invece non ha avuto dubbi, ha applicato l’articolo 532 del codice di procedura penale: Marroccella, secondo il magistrato, risulta colpevole al di là di ogni ragionevole dubbio. Quel dubbio che trattiene tanti giudici dal mandare alla sbarra i delinquenti. Ci hanno insegnato che le guardie cacciano i ladri, ma sono i ladri a dettare legge ormai.
Il tribunale ha disposto anche l’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni del vicebrigadiere, che deve pagare le spese processuali e una provvisionale immediatamente esecutiva di 125.000 ai parenti del siriano che si sono costituiti parte civile. Precisamente, 15.000 euro a ciascuno dei cinque figli e alla moglie di Badawi che si erano trasferiti in Svizzera; 5.000 a ciascuno dei sette fratelli. È solo l’anticipo sull’importo integrale che il carabiniere dovrà versare in via definitiva, qualora la sua condanna venga confermata in appello e in terzo grado di giudizio.
L’avvocato Claudia Serafini, legale rappresentante dei familiari della vittima e che si aspettava una sentenza addirittura per «omicidio volontario», aveva chiesto una provvisionale di 200.000 euro per ciascuno dei familiari. Senza contare la richiesta di 800.000 euro di risarcimento danni che intende avanzare in sede civile. Il povero militare, oltre a subire una condanna eccessiva e a non essersi vista riconosciuta alcuna attenuante, dovrà indebitarsi all’inverosimile per pagare una cifra così alta.
Per fortuna può continuare a lavorare nell’Arma, «che gli ha sempre dimostrato stima e sostegno», spiegano i suoi legali, ma con uno stipendio di 1.500 euro al mese come potrà vivere il vicebrigadiere che ha moglie e figli da mantenere e un debito così pesante?
Jamal Badawi era giunto in Italia alla fine degli anni Novanta. Più volte incarcerato, doveva essere espulso già dal 2020. Con decreto del prefetto di Catanzaro il 22 gennaio 2020; il 21 febbraio 2020 un’ordinanza del magistrato di Sorveglianza di Catanzaro ne disponeva l’espulsione immediata in quanto soggetto socialmente pericoloso per aver commesso reati quali rapina, estorsione, lesioni, evasione, violazione leggi armi, danneggiamento. Nuovo foglio firmato dal prefetto di Roma il 6 luglio 2011 e altra espulsione, ordinata ma pure non eseguita, l’8 giugno 2024.
Pochi giorni prima del 20 settembre 2020, in agosto Badawi era stato fermato e trasferito a un commissariato romano, per essere identificato dopo una lite con la sua affittacamere. Ancora una volta, verificata la non disponibilità di posti presso un Centro di permanenza per i rimpatri (Cpr), «gli agenti di polizia di Stato lo rimettevano in libertà», precisano gli avvocati della difesa.
Al siriano era stata tolta la potestà genitoriale, quindi doveva averne combinate parecchie e la famiglia viveva distante, eppure si è ricompattata per costituirsi parte civile. I soldi che riceveranno, se in appello la sentenza risultasse a favore del carabiniere, state certi che nessuno li restituirà.
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Matteo Renzi (Imagoeconomica)
Tutto ha origine dagli ultimi episodi di cronaca nera di fine anno. Prima l’accoltellamento di un ragazzo a Milano, poi l’incursione dei pro Pal nella redazione della Stampa di Torino, quindi un minorenne minacciato e derubato nel capoluogo lombardo, l’aggressione di Napoli a opera di un quindicenne e di un diciassettenne, l’omicidio di Aurora Livoli di nuovo a Milano, la rissa della Spezia, l’assassinio del capotreno di Bologna e l’assalto a un furgone portavalori vicino a Ortona. Ce n’è abbastanza, deve aver detto Renzi ai suoi compagni, per attaccare Giorgia Meloni sul tema della sicurezza e definire fallimentare l’azione del governo. Detto, fatto: l’interrogazione con tanto di percentuali sugli incrementi dei reati negli ultimi tre anni è stata presentata in Senato il giorno della Befana. Un regalo nella calza della premier a scopo propagandistico.
Ma Piantedosi si è presentato a Palazzo Madama armato di percentuali diverse, mettendo a confronto i dati del periodo in cui a Palazzo Chigi c’era Renzi. Con il centrosinistra al governo, ha snocciolato il ministro, i reati erano superiori del 18%, gli omicidi del 33%, i migranti sbarcati il triplo di quelli di oggi e i morti in mare anche. Per di più i rimpatri erano appena il 2,5% degli sbarcati, mentre oggi sono al 10%. Certo, i problemi non sono risolti, ha commentato Piantedosi, ma per lo meno un miglioramento c’è, con una riduzione delle violenze sessuali (meno 7,5%), dei furti (meno 6%) e delle rapine (meno 4,5%). La sottile perfidia di citare i dati del passato, ovviamente, rispondeva al tono dell’interrogazione, in cui si parlava di «crescente peggioramento dei livelli di sicurezza e incolumità pubblica nel Paese», quasi fossimo a Caracas.
Il divertente siparietto fra il pifferaio toscano e il ministro della Repubblica, tuttavia, non tiene conto di un fatto e cioè di ciò che quotidianamente avviene nelle questure, nelle caserme dei carabinieri e nei tribunali. Un fenomeno che il padre del capotreno assassinato a Bologna da un balordo che avrebbe dovuto essere espulso ha sintetizzato con amarezza in un’intervista: «Ti mettono dentro, ti rilasciano subito e continui a fare quello che facevi prima. È il sistema che non funziona». Gli agenti possono arrestare il ladro, ma se il pm non convalida il fermo e rimette in libertà il delinquente, questi torna a rubare, a molestare, ad aggredire. Possono portare il clandestino in un Cpr ma, se il giudice non convalida il trattenimento, lo straniero torna in strada a fare quello che faceva prima. E si può anche condannare uno stupratore, ma se poi c’è un magistrato che lo libera o lo giudica incompatibile con la custodia in un centro, finisce che il violentatore torna ad aggredire le donne e, come nel caso di Aurora Livoli, magari le uccide.
È il sistema che dovrebbe garantire il rispetto della legge, applicandola senza sconti, a non funzionare. È la giustizia a dover essere riformata, per evitare che qualche toga la interpreti a seconda delle proprie inclinazioni politiche.
Puoi assumere tutti i poliziotti e i carabinieri che vuoi, ma quando un agente, costretto a sparare per fermare un ladro che lo minaccia e aggredisce, è indagato o, peggio, condannato, come accaduto al carabiniere che dovrà scontare tre anni di carcere e pagare 125.000 euro ai famigliari del pluridenunciato, si capisce che a dover cambiare è il sistema, come dice il padre del capotreno. Balordi, stupratori e rapinatori devono stare dietro le sbarre e le forze dell’ordine devono essere tutelate. Per questo abbiamo deciso di lanciare una sottoscrizione fra i nostri lettori, allo scopo di aiutare il carabiniere condannato a pagare per aver fatto il proprio dovere e difeso un collega.
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L'ingresso del Cpr di via Corelli a Milano, dove il senegalese Assane Thiaw ha soggiornato da marzo ad ottobre 2025 (Ansa)
Il caso più recente è quello di Marin Jelenic, che per motivi abietti, ha ucciso alla stazione di Bologna il capotreno Alessandro Ambrosio. Poi il clandestino stupratore, Emilio Gabriel Valdez Velazco, accusato di aver ucciso la giovane Aurora Livoli a Milano lo scorso 29 dicembre. Oppure il nordafricano Fady Helmy Abdelmalak Hanna, regolare in Italia ma senza fissa dimora e con una lunga lista di reati alle spalle, che prima ha seminato il panico in corso Buenos Aires a Milano e poi ha ferito un poliziotto.
L’ultima storia che desta preoccupazione è quella del senegalese Assane Thiaw, 27 anni, trattenuto per mesi al Cpr di Milano e poi trasferito nell’analoga struttura di Gjader in Albania, inaugurata nel 2024 dal governo italiano. Il suo caso è esemplificativo e ne ha parlato il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ieri pomeriggio al question time in Senato, rispondendo a una domanda di Ilaria Cucchi (Avs). Ebbene, Assane, che parrebbe avere anche problemi psichiatrici, adesso è irreperibile. Perché? Dopo la sua permanenza per nove mesi al Cpr di via Corelli a Milano, dal 26 marzo al 30 ottobre 2025, è stato trasferito in Albania dove, però, è stato dichiarato «non idoneo alla permanenza in comunità ristretta» per ragioni di salute mentale. A quel punto, il 10 novembre, è stato riportato in Italia e gli è stato intimato a lasciare il Paese entro i successivi sette giorni. Tuttavia, di lui, da quel momento, non si hanno più tracce. «Come è possibile che una persona sotto la tutela dello Stato sparisca da un momento all’altro?», si chiede Cucchi, «L’ipotesi è che sia stato abbandonato senza alcuna presa in carico da parte delle istituzioni». «Faremo di tutto perché non si tratti dell’ennesimo caso di persona liberata dal trattenimento grazie a cavilli giudiziari e che poi ritroviamo in occasione della commissione di reati», risponde Piantedosi. Soprattutto se si considera che dal 2022 al 2025, il senegalese ha accumulato numerosi precedenti per violenza, resistenza a pubblico ufficiale, lesioni e danneggiamento.
Il ministro ha, però, sottolineato che, durante la sua permanenza al Cpr di Milano, Assane Thiaw «non presentava alcuna criticità di natura sanitaria o psichiatrica» e il medico del servizio sanitario aveva «attestato la compatibilità delle sue condizioni di salute con la convivenza in una comunità ristretta». Un’idoneità confermata dal medico del Cpr prima del trasferimento in Albania. Diversa però la valutazione una volta arrivato a Gjader. Il fatto che un altro clandestino insano di mente, con una valanga di precedenti per violenza, vada a spasso libero sui nostri marciapiedi, non ci rassicura per niente. Ma di chi è la colpa di tutto questo? «L’opposizione», osserva Piantedosi, «scopre solo ora il tema della sicurezza e il suo legame con l’immigrazione irregolare: gli stranieri sono responsabili del 35% dei reati, con picchi ancora più alti in alcune città. Quando la sinistra vinse le elezioni e governò per cinque anni, furono organizzate varie operazioni, Mare nostrum, Triton, Sofia che favorirono l’arrivo in Italia di oltre 650.000 clandestini».
Il governo Meloni, invece, ha ridotto gli sbarchi e aumentato i rimpatri del 12% ogni anno, che oggi sfiorano i 7.000 complessivi. Malgrado le espulsioni, però, ci ritroviamo lo stesso tanti soggetti pericolosi girare indisturbati nelle nostre comunità, liberi di colpire ancora. Questo grazie alla sinistra e a una parte della magistratura. Poliziotti e carabinieri fermano, identificano, segnalano. Poi, però, non accade nulla. Ricorsi, sospensive e mancate esecuzioni riportano tutto come era prima e i fermati vengono rilasciati. Chi dovrebbe essere allontanato resta lì, spesso nelle solite città. Il problema non è l’azione di prevenzione sul territorio delle forze di polizia, ma ciò che accade o, meglio, non accade dopo, con giudici che rimettono questi soggetti in libertà.
Ma per la sinistra, dopo anni di politiche migratorie compiacenti che hanno aperto le porte del Paese a una invasione incontrollata di extracomunitari, adesso la colpa è del governo Meloni che non è capace di fermare le violenze di quegli stessi immigrati che loro hanno fatto accomodare in Italia. Gli stessi che poi certa magistratura lascia liberi di agire bloccando le espulsioni, dando sempre più ragione agli stranieri violenti che alle forze dell’ordine che fanno il loro lavoro. Perché per la sinistra anche i clandestini vanno aiutati, compresi, integrati. Poi, però, non ci lamentiamo se ogni giorno leggiamo sui giornali di stupri, aggressioni, danneggiamenti e omicidi.
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