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2018-07-10
A furia di pozzi ci prendiamo anche l’Egitto
Ansa
L'Eni annuncia una seconda scoperta nel deserto occidentale egiziano, circa 130 chilometri a Nord dell'oasi di Siwa. Dopo aver confermato i grandi pozzi di gas Zohr e Noor (giacimenti che garantiscono 50 volte le necessità italiane), la novità di ieri rappresenta la seconda perforazione nel grande bacino del Faghur, arrivata a 4.523 metri di profondità, con la scoperta di olio equivalente.
«Questa seconda scoperta», spiega una nota, «conferma l'elevato potenziale esplorativo e produttivo delle sequenze profonde del bacino del Faghur». Eni ha in programma, nel breve termine, la perforazione di altri prospetti esplorativi limitrofi alle due scoperte già effettuate che potranno aprire un nuovo polo produttivo per cane a sei zampe nel Paese. La produzione potrà essere collegata alle infrastrutture esistenti e poi inviata al terminale di El Hamra, dopo l'approvazione del piano di sviluppo da parte del ministero del petrolio.
Eni è presente in Egitto dal 1954 ed è il principale produttore del Paese con una produzione equity pari a circa 300.000 barili di olio equivalente al giorno, destinata a salire nell'anno con la progressiva crescita della produzione del campo di Zohr e dell'ancora più recente scoperta di Noor.
Il bacino orientale del Mediterraneo si sta confermando il luogo che potrebbe portare alla realizzazione delle speranze di Enrico Mattei, il quale si augurava di poter vedere un giorno il «Mare nostrum» quale sorgente energetica per tutti i suoi Paesi limitrofi. I bacini individuati a Cipro, di fronte a Israele e all'Egitto stanno lentamente ridisegnando la geopolitica energetica della regione e il nostro campione nazionale ne è uno degli attori principali. L'Egitto è uno Stato in cui le leve del potere e dell'economia sono nelle mani dell'esercito e i suoi presidenti sono fin dai tempi di Gamal Abd El Nasser, nonostante la cortina fumogena degli anni di propaganda socialista del periodo dei non allineati, sempre amichevolmente consigliati da Washington. Nasser, con i soldi avanzati dal colpo di Stato fornitigli dal rappresentante della Cia, Kim Roosevelt, fece perfino costruire la torre sull'isolotto del Cairo. Nonostante il periodo di caos del disorientamento geopolitico obamiano, che ha fatto saltare nella regione i saldi punti di riferimento del passato in Egitto, gli Usa hanno ben presto favorito la fine della cosiddetta primavera, rimettendo al vertice del potere un militare vicino ai loro interessi.
Nel 2011, durante le primissime ore dalla destituzione del presidente Hosni Mubarak, l'allora sconosciuto generale Abd Al Fattah Al Sisi, capo dei servizi segreti egiziani, volava di nascosto all'accademia militare americana di West Point per coordinare le mosse necessarie per riportare l'ordine desiderato da Washington al Cairo. Saranno necessari due anni, ma oggi Al Sisi rappresenta la continuità del passato con cui anche Eni è riuscita a instaurare un rapporto proficuo e da cui si attende nelle prossime settimane il prolungamento di diverse licenze chiave. Non è dunque un caso il boom di notizie che arriva dall'Egitto. I tempi della crisi legata all'omicidio di Giulio Regeni, il ricercatore inglese ucciso per le sue attività al Cairo, sembrano essere molto lontani. La diplomazia dell'Eni si è mossa bene, ma stando a quanto risulta alla Verità anche il governo si sarebbe mosso. Non solo a livello ufficiale ma anche ufficioso, da parte della Lega. L'obiettivo congiunto sarebbe quello di diventare il Paese di riferimento nell'area orientale del Mediterraneo. Dai giacimenti congiunti Israele-Cipro fino alla Libia. Non a caso quattro giorni fa il cane a sei zampe ha annunciato l'avvio del progetto offshore di Bahr Essalam con l'obiettivo di incrementare la sola produzione libica con ulteriori 400 milioni di piedi cubi di gas al giorno.
Sabato scorso il ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, è volato all'improvviso a Tripoli per incontrare Fajez Serraj, premier di quell'area della Libia. L'obiettivo è rivedere gli accordi in tema di immigrazione. Ma l'unica leva per ripristinare la stabilità è tornare a estrarre petrolio e gas. Per questo manca ancora un tassello: il riavvio dei rapporti con il governo di Khalifa Haftar, responsabile della Cirenaica. È necessario non solo sul tema immigrazione ma soprattutto per chiudere il progetto Eni. È necessario per avviare un ruolo di Paese di riferimento in tutta la mezzaluna orientale del Mediterraneo. Inutile dire che più terreno o mare conquista l'Italia meno peso ha la Francia di Emmanuel Macron.
Claudio Antonelli
Ci serve il bis dell’accordo Cav-Gheddafi. Ma ora a firmarlo devono essere in tre
Durante la visita di sabato scorso a Tripoli, il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi ha esposto la sua strategia per il futuro dei rapporti tra Italia e Libia. Un futuro che, in realtà, guarda molto al passato: in sostanza, per Moavero si tratta di rimettere le lancette al 2008, quando l'allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e il raìs Muammar Gheddafi siglarono il trattato di Bengasi (che in Libia interruppe l'usanza di celebrare, ogni 7 ottobre, il «giorno della vendetta» anti italiana).
Il responsabile della Farnesina si è intrattenuto a colloquio con il premier libico Fayez al-Serraj, il vice primo ministro Ahmed Maitig, il ministro degli Esteri Mohammed Taher Siyala e il presidente dell'Alto Consiglio di Stato Khaled al-Meshri. La delegazione di Tripoli ha confermato la propria disponibilità a ripartire dall'accordo Berlusconi-Gheddafi, che il nostro Paese (non senza qualche imbarazzo, poiché il testo dell'intesa prescriveva che un'eventuale rottura del patto dovesse essere concordata da entrambe le parti) sospese unilateralmente nel 2011, dopo lo scoppio della rivoluzione.
Quella di una riattivazione del trattato di Bengasi è una buona notizia per le aziende italiane. I negoziati di dieci anni fa tra l'ex Cavaliere e il dittatore libico includevano, oltre alla famosa collaborazione per il contenimento dei flussi migratori, una serie di impegni economici di grande valore anche geopolitico. Ad esempio, il progetto per la realizzazione di un'autostrada lunga 1.700 chilometri, che doveva correre dal confine con la Tunisia a quello con l'Egitto. La società italiana Impregilo cinque anni fa dovette sospendere i lavori del primo lotto a causa dell'instabilità dell'area. Ma sul piatto ci sono pure la joint venture nei settori aerospaziale, elettronico, tecnologico ed energetico tra Finmeccanica e due fondi sovrani libici, la ristrutturazione dell'aeroporto di Tripoli (gestita dal consorzio Aeneas) e, come ha ricordato Il Sole 24 Ore, lo sblocco dei 600 milioni di dollari di crediti che le imprese italiane vantano nei confronti dei committenti pubblici libici. Senza dimenticare lo sviluppo dei nostri colossi del petrolio e del gas, che nonostante la guerra (e nonostante la regia francese del conflitto puntasse a scalzarli) hanno mantenuto i propri impianti. Anzi, pochi giorni fa Eni ha annunciato l'avvio della produzione nel più grande giacimento a gas nell'offshore libico, suscitando l'entusiasmo di Serraj.
Ma non è tutto oro quello che luccica. Il numero uno di Tripoli, nostro interlocutore privilegiato, non è l'unico attore sulla scena. Emmanuel Macron ha investito tutto il suo capitale politico sul concorrente di Serraj, il generale Khalifa Haftar, mentre le tribù che costituiscono il lacerato tessuto sociale della Libia, uno Stato effettivamente privo di un'identità nazionale unitaria, dopo la scomparsa di Gheddafi hanno accresciuto il loro peso specifico, configurandosi come una delle più insidiose minacce per la rinascita del Paese. Non è un caso se un gruppo della Cirneaica, vicino ad Haftar, abbia appena invocato il jihad «contro lo Stato coloniale e fascista italiano». È lecito ipotizzare che sia stato lo stesso generale di Tobruk ad aizzare gli estremisti. Magari su mandato di chi gravita attorno all'Eliseo ed è preoccupato da un'Italia intenzionata a tornere in gioco.
Il ministro Moavero ha espresso la volontà di «contribuire in maniera decisiva alla stabilizzazione della Libia» e ha prefigurato «un partenariato economico bilaterale incentrato su settori strategici e fondato su un'efficace collaborazione tra settore pubblico e privato». Un passo in avanti rispetto alla subordinazione dei governi del Pd agli interessi esclusivi di Parigi. Ma nel 2008 Berlusconi poteva fare affidamento su un leader che forse era un tiranno, però garantiva l'ordine e il rispetto degli accordi. Oggi, invece, l'Italia deve orientarsi in un labirinto politico disseminato di trappole.
Alessandro Rico
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L'Eni, a pochi giorni dalle perforazioni libiche, annuncia un nuovo giacimento di idrocarburi nel Paese di Al Sisi. Si allarga la nostra influenza geopolitica sul Mediterraneo orientale, con la benedizione Usa. Un altro schiaffo alla presenza francese.Ci serve il bis dell'accordo Cav-Gheddafi. Fayez Al Serraj non ha il potere del Raìs: in Libia non si decide nulla senza Khalifa Haftar e le tribù.Lo speciale contiene due articoliL'Eni annuncia una seconda scoperta nel deserto occidentale egiziano, circa 130 chilometri a Nord dell'oasi di Siwa. Dopo aver confermato i grandi pozzi di gas Zohr e Noor (giacimenti che garantiscono 50 volte le necessità italiane), la novità di ieri rappresenta la seconda perforazione nel grande bacino del Faghur, arrivata a 4.523 metri di profondità, con la scoperta di olio equivalente. «Questa seconda scoperta», spiega una nota, «conferma l'elevato potenziale esplorativo e produttivo delle sequenze profonde del bacino del Faghur». Eni ha in programma, nel breve termine, la perforazione di altri prospetti esplorativi limitrofi alle due scoperte già effettuate che potranno aprire un nuovo polo produttivo per cane a sei zampe nel Paese. La produzione potrà essere collegata alle infrastrutture esistenti e poi inviata al terminale di El Hamra, dopo l'approvazione del piano di sviluppo da parte del ministero del petrolio.Eni è presente in Egitto dal 1954 ed è il principale produttore del Paese con una produzione equity pari a circa 300.000 barili di olio equivalente al giorno, destinata a salire nell'anno con la progressiva crescita della produzione del campo di Zohr e dell'ancora più recente scoperta di Noor.Il bacino orientale del Mediterraneo si sta confermando il luogo che potrebbe portare alla realizzazione delle speranze di Enrico Mattei, il quale si augurava di poter vedere un giorno il «Mare nostrum» quale sorgente energetica per tutti i suoi Paesi limitrofi. I bacini individuati a Cipro, di fronte a Israele e all'Egitto stanno lentamente ridisegnando la geopolitica energetica della regione e il nostro campione nazionale ne è uno degli attori principali. L'Egitto è uno Stato in cui le leve del potere e dell'economia sono nelle mani dell'esercito e i suoi presidenti sono fin dai tempi di Gamal Abd El Nasser, nonostante la cortina fumogena degli anni di propaganda socialista del periodo dei non allineati, sempre amichevolmente consigliati da Washington. Nasser, con i soldi avanzati dal colpo di Stato fornitigli dal rappresentante della Cia, Kim Roosevelt, fece perfino costruire la torre sull'isolotto del Cairo. Nonostante il periodo di caos del disorientamento geopolitico obamiano, che ha fatto saltare nella regione i saldi punti di riferimento del passato in Egitto, gli Usa hanno ben presto favorito la fine della cosiddetta primavera, rimettendo al vertice del potere un militare vicino ai loro interessi. Nel 2011, durante le primissime ore dalla destituzione del presidente Hosni Mubarak, l'allora sconosciuto generale Abd Al Fattah Al Sisi, capo dei servizi segreti egiziani, volava di nascosto all'accademia militare americana di West Point per coordinare le mosse necessarie per riportare l'ordine desiderato da Washington al Cairo. Saranno necessari due anni, ma oggi Al Sisi rappresenta la continuità del passato con cui anche Eni è riuscita a instaurare un rapporto proficuo e da cui si attende nelle prossime settimane il prolungamento di diverse licenze chiave. Non è dunque un caso il boom di notizie che arriva dall'Egitto. I tempi della crisi legata all'omicidio di Giulio Regeni, il ricercatore inglese ucciso per le sue attività al Cairo, sembrano essere molto lontani. La diplomazia dell'Eni si è mossa bene, ma stando a quanto risulta alla Verità anche il governo si sarebbe mosso. Non solo a livello ufficiale ma anche ufficioso, da parte della Lega. L'obiettivo congiunto sarebbe quello di diventare il Paese di riferimento nell'area orientale del Mediterraneo. Dai giacimenti congiunti Israele-Cipro fino alla Libia. Non a caso quattro giorni fa il cane a sei zampe ha annunciato l'avvio del progetto offshore di Bahr Essalam con l'obiettivo di incrementare la sola produzione libica con ulteriori 400 milioni di piedi cubi di gas al giorno. Sabato scorso il ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, è volato all'improvviso a Tripoli per incontrare Fajez Serraj, premier di quell'area della Libia. L'obiettivo è rivedere gli accordi in tema di immigrazione. Ma l'unica leva per ripristinare la stabilità è tornare a estrarre petrolio e gas. Per questo manca ancora un tassello: il riavvio dei rapporti con il governo di Khalifa Haftar, responsabile della Cirenaica. È necessario non solo sul tema immigrazione ma soprattutto per chiudere il progetto Eni. È necessario per avviare un ruolo di Paese di riferimento in tutta la mezzaluna orientale del Mediterraneo. Inutile dire che più terreno o mare conquista l'Italia meno peso ha la Francia di Emmanuel Macron.Claudio Antonelli<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/a-furia-di-pozzi-ci-prendiamo-anche-legitto-2585215326.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ci-serve-il-bis-dellaccordo-cav-gheddafi-ma-ora-a-firmarlo-devono-essere-in-tre" data-post-id="2585215326" data-published-at="1773919728" data-use-pagination="False"> Ci serve il bis dell’accordo Cav-Gheddafi. Ma ora a firmarlo devono essere in tre Durante la visita di sabato scorso a Tripoli, il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi ha esposto la sua strategia per il futuro dei rapporti tra Italia e Libia. Un futuro che, in realtà, guarda molto al passato: in sostanza, per Moavero si tratta di rimettere le lancette al 2008, quando l'allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e il raìs Muammar Gheddafi siglarono il trattato di Bengasi (che in Libia interruppe l'usanza di celebrare, ogni 7 ottobre, il «giorno della vendetta» anti italiana). Il responsabile della Farnesina si è intrattenuto a colloquio con il premier libico Fayez al-Serraj, il vice primo ministro Ahmed Maitig, il ministro degli Esteri Mohammed Taher Siyala e il presidente dell'Alto Consiglio di Stato Khaled al-Meshri. La delegazione di Tripoli ha confermato la propria disponibilità a ripartire dall'accordo Berlusconi-Gheddafi, che il nostro Paese (non senza qualche imbarazzo, poiché il testo dell'intesa prescriveva che un'eventuale rottura del patto dovesse essere concordata da entrambe le parti) sospese unilateralmente nel 2011, dopo lo scoppio della rivoluzione. Quella di una riattivazione del trattato di Bengasi è una buona notizia per le aziende italiane. I negoziati di dieci anni fa tra l'ex Cavaliere e il dittatore libico includevano, oltre alla famosa collaborazione per il contenimento dei flussi migratori, una serie di impegni economici di grande valore anche geopolitico. Ad esempio, il progetto per la realizzazione di un'autostrada lunga 1.700 chilometri, che doveva correre dal confine con la Tunisia a quello con l'Egitto. La società italiana Impregilo cinque anni fa dovette sospendere i lavori del primo lotto a causa dell'instabilità dell'area. Ma sul piatto ci sono pure la joint venture nei settori aerospaziale, elettronico, tecnologico ed energetico tra Finmeccanica e due fondi sovrani libici, la ristrutturazione dell'aeroporto di Tripoli (gestita dal consorzio Aeneas) e, come ha ricordato Il Sole 24 Ore, lo sblocco dei 600 milioni di dollari di crediti che le imprese italiane vantano nei confronti dei committenti pubblici libici. Senza dimenticare lo sviluppo dei nostri colossi del petrolio e del gas, che nonostante la guerra (e nonostante la regia francese del conflitto puntasse a scalzarli) hanno mantenuto i propri impianti. Anzi, pochi giorni fa Eni ha annunciato l'avvio della produzione nel più grande giacimento a gas nell'offshore libico, suscitando l'entusiasmo di Serraj. Ma non è tutto oro quello che luccica. Il numero uno di Tripoli, nostro interlocutore privilegiato, non è l'unico attore sulla scena. Emmanuel Macron ha investito tutto il suo capitale politico sul concorrente di Serraj, il generale Khalifa Haftar, mentre le tribù che costituiscono il lacerato tessuto sociale della Libia, uno Stato effettivamente privo di un'identità nazionale unitaria, dopo la scomparsa di Gheddafi hanno accresciuto il loro peso specifico, configurandosi come una delle più insidiose minacce per la rinascita del Paese. Non è un caso se un gruppo della Cirneaica, vicino ad Haftar, abbia appena invocato il jihad «contro lo Stato coloniale e fascista italiano». È lecito ipotizzare che sia stato lo stesso generale di Tobruk ad aizzare gli estremisti. Magari su mandato di chi gravita attorno all'Eliseo ed è preoccupato da un'Italia intenzionata a tornere in gioco. Il ministro Moavero ha espresso la volontà di «contribuire in maniera decisiva alla stabilizzazione della Libia» e ha prefigurato «un partenariato economico bilaterale incentrato su settori strategici e fondato su un'efficace collaborazione tra settore pubblico e privato». Un passo in avanti rispetto alla subordinazione dei governi del Pd agli interessi esclusivi di Parigi. Ma nel 2008 Berlusconi poteva fare affidamento su un leader che forse era un tiranno, però garantiva l'ordine e il rispetto degli accordi. Oggi, invece, l'Italia deve orientarsi in un labirinto politico disseminato di trappole. Alessandro Rico
Dalla scelta tra Monarchia e Repubblica ai quesiti sulla giustizia del 2026, gli italiani sono stati chiamati alle urne 83 volte. Tra abrogativi, costituzionali e consultivi, queste consultazioni hanno segnato cambiamenti nella vita quotidiana, dalle leggi sul divorzio e sull’aborto fino alle riforme della Costituzione e ai diritti sul lavoro.
Nella storia della Repubblica, i referendum raccontano oltre ottant’anni di democrazia diretta e scelte collettive. A pochi giorni dal voto con cui gli italiani si esprimeranno sulla riforma della giustizia, ripercorriamo i principali appuntamenti referendari che hanno segnato il Paese.
Il 2 giugno 1946 gli italiani si recarono alle urne per scegliere tra Monarchia e Repubblica. Fu un momento decisivo: la monarchia cadde e nacque la Repubblica, accompagnata dall’elezione dell’Assemblea Costituente. Da allora, il referendum è diventato uno strumento chiave della democrazia diretta nel nostro Paese, usato per confermare o cancellare leggi, modificare la Costituzione o sondare l’opinione pubblica su temi cruciali.
Dall’inizio della Repubblica a oggi, gli italiani sono stati chiamati alle urne 83 volte: 77 referendum abrogativi, quattro costituzionali, uno istituzionale e uno consultivo. La maggioranza riguarda abrogazioni, cioè la possibilità di cancellare leggi già esistenti. Tra queste, alcune hanno segnato la vita quotidiana di milioni di cittadini, come i referendum sul divorzio e sull’aborto negli anni Settanta e Ottanta.
Il referendum sul divorzio del 1974 confermò la legge Fortuna-Baslini con il 59,3% di No. Poco dopo, nel 1981, gli italiani respinsero i tentativi di modificare la legge 194 sull’aborto, mantenendo intatto il diritto all’interruzione volontaria di gravidanza. Erano anni in cui la partecipazione era altissima: la politica toccava la vita delle persone in modo diretto, e molti cittadini sentivano il peso di ogni voto. Negli anni successivi, i temi dei referendum sono stati molto diversi: dalla scala mobile e il finanziamento ai partiti, alla sicurezza pubblica e all’organizzazione della magistratura. Non sempre però la partecipazione è stata alta: ci sono stati casi in cui il quorum non è stato raggiunto, come nel 1990 sulla caccia o nel 2003 su diritti dei lavoratori e passaggi di proprietà.
Con l’arrivo del nuovo millennio, arrivano anche i primi referendum costituzionali. Nel 2001 gli italiani approvarono le modifiche al Titolo V della Costituzione; nel 2006 e nel 2016, invece, furono respinte riforme importanti, come quella Boschi-Renzi sul bicameralismo. Più recentemente, nel 2020, vinse il “Sì” alla riduzione del numero dei parlamentari, con quasi il 70% dei voti. Nel 2022 i referendum sul sistema giudiziario non raggiunsero il quorum, con un’affluenza molto bassa, intorno al 21%. Due anni dopo, nel giugno 2025, gli italiani torneranno alle urne per cinque quesiti abrogativi su lavoro, tutele e cittadinanza. E, infine, ora. Tra pochi giorni, il 22 e 23 marzo, sarà la volta di un referendum costituzionale sulla magistratura: il voto deciderà se separare le carriere di giudici e pubblici ministeri, con la nascita di due Consigli superiori della magistratura e di una nuova Alta Corte disciplinare.
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«Cari italiani, il 22 e 23 marzo siamo tutti chiamati a votare per il referendum sulla riforma della giustizia: si vota domenica dalle 7 alle 23, lunedì dalle 7 alle 15, presentandosi ovviamente al seggio elettorale con un documento di identità e con la tessera elettorale».
Così il presidente del Consiglio Giorgia Meloni in un video sui social in cui propone una sorta di tutorial al voto, mostrando anche il fac simile del quesito elettorale e facendo vedere la X segnata con la matita sul Sì.
«Questa – dice – è la scheda che troverete al seggio ed è abbastanza semplice: se volete, come spero, confermare la riforma costituzionale della giustizia, dovete mettere una croce sul Sì».
Il presidente della Fed Jerome Powell (Ansa)
È uno scontro che ormai ha preso la forma di un duello personale. Da una parte il banchiere centrale che sfida la Casa Bianca dicendo che non andrà via. Almeno fino a quando non sarà conclusa l’indagine a suo carico da parte della Procura distrettuale sulle spese extralarge per la ristrutturazione della sede della Fed. Dopo l’insediamento del successore, Powell deciderà se restare o meno nel direttivo, come dice la legge.
Nella sua conferenza, il governatore non ha nascosto le incertezze ma ha evitato l’allarmismo. Tanto da aver confermato un taglio per quest’anno e un altro l’anno prossimo. La paura di un possibile rialzo per ora non c’è: «L’economia americana resta solida», dice, «gli indicatori mostrano un’espansione a un ritmo robusto È ancora presto per conoscere gli effetti del conflitto in Medio Oriente sull’economia degli Stati Uniti». Una frase che è insieme rassicurazione e prudenza. Perché la sostanza è chiara: la guerra si osserva, ma non si anticipano scenari catastrofici. La Fed non teme - almeno per ora - uno shock tale da giustificare un taglio immediato del costo del denaro. E infatti i tassi restano lì. Non è immobilismo, è strategia. Powell lo lascia capire tra le righe quando insiste: «L’incertezza sulle prospettive economiche resta elevata. Monitoriamo con attenzione i rischi su entrambi i lati del nostro mandato». Che, nel linguaggio della banca centrale, significa una cosa molto semplice: né fretta di tagliare, né paura di aspettare.
Ma il passaggio più politico - e forse più pesante - arriva quando Powell affronta le voci e le pressioni che lo riguardano direttamente. Senza alzare il tono, ma con una chiarezza insolita per il suo stile: «Non ho alcuna intenzione di lasciare il mio incarico. Continuerò a svolgere il mio lavoro finché sarà necessario, anche mentre vengono esaminate le questioni che mi riguardano». Una frase che suona come una sfida aperta. Non solo ai mercati, ma soprattutto alla Casa Bianca. Perché il sottotesto è evidente: la Fed è indipendente e lui non ha intenzione di farsi spostare.
Dall’altra parte, Donald Trump non cambia copione e rilancia con il suo stile diretto, senza filtri: «Quando Powell, sempre troppo in ritardo, taglierà i tassi di interesse? Dovrebbe farlo subito». Non è una critica tecnica, è un attacco politico. Trump vuole tassi più bassi adesso, per dare ossigeno all’economia e - non troppo implicitamente - anche al clima elettorale. Powell, invece, ragiona da banchiere centrale: meglio arrivare un po’ tardi che sbagliare direzione. In mezzo c’è un’economia che continua a sorprendere. La crescita viene rivista leggermente al rialzo: 2,4% quest’anno, meglio delle stime precedenti, e un 2,3% nel 2027 che sa di continuità più che di rallentamento. Non è un’economia in affanno, insomma. Piuttosto, un motore che gira senza strappi, anche mentre fuori infuria la tempesta. Un equilibrio fragile, che la Fed non vuole rompere. Il copione è servito: Trump incalza, Powell resiste. La politica spinge, la banca centrale frena. I mercati osservano con preoccupazione. Powell, almeno per ora, non si muove di un millimetro.
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