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2018-07-10
A furia di pozzi ci prendiamo anche l’Egitto
Ansa
L'Eni annuncia una seconda scoperta nel deserto occidentale egiziano, circa 130 chilometri a Nord dell'oasi di Siwa. Dopo aver confermato i grandi pozzi di gas Zohr e Noor (giacimenti che garantiscono 50 volte le necessità italiane), la novità di ieri rappresenta la seconda perforazione nel grande bacino del Faghur, arrivata a 4.523 metri di profondità, con la scoperta di olio equivalente.
«Questa seconda scoperta», spiega una nota, «conferma l'elevato potenziale esplorativo e produttivo delle sequenze profonde del bacino del Faghur». Eni ha in programma, nel breve termine, la perforazione di altri prospetti esplorativi limitrofi alle due scoperte già effettuate che potranno aprire un nuovo polo produttivo per cane a sei zampe nel Paese. La produzione potrà essere collegata alle infrastrutture esistenti e poi inviata al terminale di El Hamra, dopo l'approvazione del piano di sviluppo da parte del ministero del petrolio.
Eni è presente in Egitto dal 1954 ed è il principale produttore del Paese con una produzione equity pari a circa 300.000 barili di olio equivalente al giorno, destinata a salire nell'anno con la progressiva crescita della produzione del campo di Zohr e dell'ancora più recente scoperta di Noor.
Il bacino orientale del Mediterraneo si sta confermando il luogo che potrebbe portare alla realizzazione delle speranze di Enrico Mattei, il quale si augurava di poter vedere un giorno il «Mare nostrum» quale sorgente energetica per tutti i suoi Paesi limitrofi. I bacini individuati a Cipro, di fronte a Israele e all'Egitto stanno lentamente ridisegnando la geopolitica energetica della regione e il nostro campione nazionale ne è uno degli attori principali. L'Egitto è uno Stato in cui le leve del potere e dell'economia sono nelle mani dell'esercito e i suoi presidenti sono fin dai tempi di Gamal Abd El Nasser, nonostante la cortina fumogena degli anni di propaganda socialista del periodo dei non allineati, sempre amichevolmente consigliati da Washington. Nasser, con i soldi avanzati dal colpo di Stato fornitigli dal rappresentante della Cia, Kim Roosevelt, fece perfino costruire la torre sull'isolotto del Cairo. Nonostante il periodo di caos del disorientamento geopolitico obamiano, che ha fatto saltare nella regione i saldi punti di riferimento del passato in Egitto, gli Usa hanno ben presto favorito la fine della cosiddetta primavera, rimettendo al vertice del potere un militare vicino ai loro interessi.
Nel 2011, durante le primissime ore dalla destituzione del presidente Hosni Mubarak, l'allora sconosciuto generale Abd Al Fattah Al Sisi, capo dei servizi segreti egiziani, volava di nascosto all'accademia militare americana di West Point per coordinare le mosse necessarie per riportare l'ordine desiderato da Washington al Cairo. Saranno necessari due anni, ma oggi Al Sisi rappresenta la continuità del passato con cui anche Eni è riuscita a instaurare un rapporto proficuo e da cui si attende nelle prossime settimane il prolungamento di diverse licenze chiave. Non è dunque un caso il boom di notizie che arriva dall'Egitto. I tempi della crisi legata all'omicidio di Giulio Regeni, il ricercatore inglese ucciso per le sue attività al Cairo, sembrano essere molto lontani. La diplomazia dell'Eni si è mossa bene, ma stando a quanto risulta alla Verità anche il governo si sarebbe mosso. Non solo a livello ufficiale ma anche ufficioso, da parte della Lega. L'obiettivo congiunto sarebbe quello di diventare il Paese di riferimento nell'area orientale del Mediterraneo. Dai giacimenti congiunti Israele-Cipro fino alla Libia. Non a caso quattro giorni fa il cane a sei zampe ha annunciato l'avvio del progetto offshore di Bahr Essalam con l'obiettivo di incrementare la sola produzione libica con ulteriori 400 milioni di piedi cubi di gas al giorno.
Sabato scorso il ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, è volato all'improvviso a Tripoli per incontrare Fajez Serraj, premier di quell'area della Libia. L'obiettivo è rivedere gli accordi in tema di immigrazione. Ma l'unica leva per ripristinare la stabilità è tornare a estrarre petrolio e gas. Per questo manca ancora un tassello: il riavvio dei rapporti con il governo di Khalifa Haftar, responsabile della Cirenaica. È necessario non solo sul tema immigrazione ma soprattutto per chiudere il progetto Eni. È necessario per avviare un ruolo di Paese di riferimento in tutta la mezzaluna orientale del Mediterraneo. Inutile dire che più terreno o mare conquista l'Italia meno peso ha la Francia di Emmanuel Macron.
Claudio Antonelli
Ci serve il bis dell’accordo Cav-Gheddafi. Ma ora a firmarlo devono essere in tre
Durante la visita di sabato scorso a Tripoli, il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi ha esposto la sua strategia per il futuro dei rapporti tra Italia e Libia. Un futuro che, in realtà, guarda molto al passato: in sostanza, per Moavero si tratta di rimettere le lancette al 2008, quando l'allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e il raìs Muammar Gheddafi siglarono il trattato di Bengasi (che in Libia interruppe l'usanza di celebrare, ogni 7 ottobre, il «giorno della vendetta» anti italiana).
Il responsabile della Farnesina si è intrattenuto a colloquio con il premier libico Fayez al-Serraj, il vice primo ministro Ahmed Maitig, il ministro degli Esteri Mohammed Taher Siyala e il presidente dell'Alto Consiglio di Stato Khaled al-Meshri. La delegazione di Tripoli ha confermato la propria disponibilità a ripartire dall'accordo Berlusconi-Gheddafi, che il nostro Paese (non senza qualche imbarazzo, poiché il testo dell'intesa prescriveva che un'eventuale rottura del patto dovesse essere concordata da entrambe le parti) sospese unilateralmente nel 2011, dopo lo scoppio della rivoluzione.
Quella di una riattivazione del trattato di Bengasi è una buona notizia per le aziende italiane. I negoziati di dieci anni fa tra l'ex Cavaliere e il dittatore libico includevano, oltre alla famosa collaborazione per il contenimento dei flussi migratori, una serie di impegni economici di grande valore anche geopolitico. Ad esempio, il progetto per la realizzazione di un'autostrada lunga 1.700 chilometri, che doveva correre dal confine con la Tunisia a quello con l'Egitto. La società italiana Impregilo cinque anni fa dovette sospendere i lavori del primo lotto a causa dell'instabilità dell'area. Ma sul piatto ci sono pure la joint venture nei settori aerospaziale, elettronico, tecnologico ed energetico tra Finmeccanica e due fondi sovrani libici, la ristrutturazione dell'aeroporto di Tripoli (gestita dal consorzio Aeneas) e, come ha ricordato Il Sole 24 Ore, lo sblocco dei 600 milioni di dollari di crediti che le imprese italiane vantano nei confronti dei committenti pubblici libici. Senza dimenticare lo sviluppo dei nostri colossi del petrolio e del gas, che nonostante la guerra (e nonostante la regia francese del conflitto puntasse a scalzarli) hanno mantenuto i propri impianti. Anzi, pochi giorni fa Eni ha annunciato l'avvio della produzione nel più grande giacimento a gas nell'offshore libico, suscitando l'entusiasmo di Serraj.
Ma non è tutto oro quello che luccica. Il numero uno di Tripoli, nostro interlocutore privilegiato, non è l'unico attore sulla scena. Emmanuel Macron ha investito tutto il suo capitale politico sul concorrente di Serraj, il generale Khalifa Haftar, mentre le tribù che costituiscono il lacerato tessuto sociale della Libia, uno Stato effettivamente privo di un'identità nazionale unitaria, dopo la scomparsa di Gheddafi hanno accresciuto il loro peso specifico, configurandosi come una delle più insidiose minacce per la rinascita del Paese. Non è un caso se un gruppo della Cirneaica, vicino ad Haftar, abbia appena invocato il jihad «contro lo Stato coloniale e fascista italiano». È lecito ipotizzare che sia stato lo stesso generale di Tobruk ad aizzare gli estremisti. Magari su mandato di chi gravita attorno all'Eliseo ed è preoccupato da un'Italia intenzionata a tornere in gioco.
Il ministro Moavero ha espresso la volontà di «contribuire in maniera decisiva alla stabilizzazione della Libia» e ha prefigurato «un partenariato economico bilaterale incentrato su settori strategici e fondato su un'efficace collaborazione tra settore pubblico e privato». Un passo in avanti rispetto alla subordinazione dei governi del Pd agli interessi esclusivi di Parigi. Ma nel 2008 Berlusconi poteva fare affidamento su un leader che forse era un tiranno, però garantiva l'ordine e il rispetto degli accordi. Oggi, invece, l'Italia deve orientarsi in un labirinto politico disseminato di trappole.
Alessandro Rico
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L'Eni, a pochi giorni dalle perforazioni libiche, annuncia un nuovo giacimento di idrocarburi nel Paese di Al Sisi. Si allarga la nostra influenza geopolitica sul Mediterraneo orientale, con la benedizione Usa. Un altro schiaffo alla presenza francese.Ci serve il bis dell'accordo Cav-Gheddafi. Fayez Al Serraj non ha il potere del Raìs: in Libia non si decide nulla senza Khalifa Haftar e le tribù.Lo speciale contiene due articoliL'Eni annuncia una seconda scoperta nel deserto occidentale egiziano, circa 130 chilometri a Nord dell'oasi di Siwa. Dopo aver confermato i grandi pozzi di gas Zohr e Noor (giacimenti che garantiscono 50 volte le necessità italiane), la novità di ieri rappresenta la seconda perforazione nel grande bacino del Faghur, arrivata a 4.523 metri di profondità, con la scoperta di olio equivalente. «Questa seconda scoperta», spiega una nota, «conferma l'elevato potenziale esplorativo e produttivo delle sequenze profonde del bacino del Faghur». Eni ha in programma, nel breve termine, la perforazione di altri prospetti esplorativi limitrofi alle due scoperte già effettuate che potranno aprire un nuovo polo produttivo per cane a sei zampe nel Paese. La produzione potrà essere collegata alle infrastrutture esistenti e poi inviata al terminale di El Hamra, dopo l'approvazione del piano di sviluppo da parte del ministero del petrolio.Eni è presente in Egitto dal 1954 ed è il principale produttore del Paese con una produzione equity pari a circa 300.000 barili di olio equivalente al giorno, destinata a salire nell'anno con la progressiva crescita della produzione del campo di Zohr e dell'ancora più recente scoperta di Noor.Il bacino orientale del Mediterraneo si sta confermando il luogo che potrebbe portare alla realizzazione delle speranze di Enrico Mattei, il quale si augurava di poter vedere un giorno il «Mare nostrum» quale sorgente energetica per tutti i suoi Paesi limitrofi. I bacini individuati a Cipro, di fronte a Israele e all'Egitto stanno lentamente ridisegnando la geopolitica energetica della regione e il nostro campione nazionale ne è uno degli attori principali. L'Egitto è uno Stato in cui le leve del potere e dell'economia sono nelle mani dell'esercito e i suoi presidenti sono fin dai tempi di Gamal Abd El Nasser, nonostante la cortina fumogena degli anni di propaganda socialista del periodo dei non allineati, sempre amichevolmente consigliati da Washington. Nasser, con i soldi avanzati dal colpo di Stato fornitigli dal rappresentante della Cia, Kim Roosevelt, fece perfino costruire la torre sull'isolotto del Cairo. Nonostante il periodo di caos del disorientamento geopolitico obamiano, che ha fatto saltare nella regione i saldi punti di riferimento del passato in Egitto, gli Usa hanno ben presto favorito la fine della cosiddetta primavera, rimettendo al vertice del potere un militare vicino ai loro interessi. Nel 2011, durante le primissime ore dalla destituzione del presidente Hosni Mubarak, l'allora sconosciuto generale Abd Al Fattah Al Sisi, capo dei servizi segreti egiziani, volava di nascosto all'accademia militare americana di West Point per coordinare le mosse necessarie per riportare l'ordine desiderato da Washington al Cairo. Saranno necessari due anni, ma oggi Al Sisi rappresenta la continuità del passato con cui anche Eni è riuscita a instaurare un rapporto proficuo e da cui si attende nelle prossime settimane il prolungamento di diverse licenze chiave. Non è dunque un caso il boom di notizie che arriva dall'Egitto. I tempi della crisi legata all'omicidio di Giulio Regeni, il ricercatore inglese ucciso per le sue attività al Cairo, sembrano essere molto lontani. La diplomazia dell'Eni si è mossa bene, ma stando a quanto risulta alla Verità anche il governo si sarebbe mosso. Non solo a livello ufficiale ma anche ufficioso, da parte della Lega. L'obiettivo congiunto sarebbe quello di diventare il Paese di riferimento nell'area orientale del Mediterraneo. Dai giacimenti congiunti Israele-Cipro fino alla Libia. Non a caso quattro giorni fa il cane a sei zampe ha annunciato l'avvio del progetto offshore di Bahr Essalam con l'obiettivo di incrementare la sola produzione libica con ulteriori 400 milioni di piedi cubi di gas al giorno. Sabato scorso il ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, è volato all'improvviso a Tripoli per incontrare Fajez Serraj, premier di quell'area della Libia. L'obiettivo è rivedere gli accordi in tema di immigrazione. Ma l'unica leva per ripristinare la stabilità è tornare a estrarre petrolio e gas. Per questo manca ancora un tassello: il riavvio dei rapporti con il governo di Khalifa Haftar, responsabile della Cirenaica. È necessario non solo sul tema immigrazione ma soprattutto per chiudere il progetto Eni. È necessario per avviare un ruolo di Paese di riferimento in tutta la mezzaluna orientale del Mediterraneo. Inutile dire che più terreno o mare conquista l'Italia meno peso ha la Francia di Emmanuel Macron.Claudio Antonelli<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/a-furia-di-pozzi-ci-prendiamo-anche-legitto-2585215326.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ci-serve-il-bis-dellaccordo-cav-gheddafi-ma-ora-a-firmarlo-devono-essere-in-tre" data-post-id="2585215326" data-published-at="1782243693" data-use-pagination="False"> Ci serve il bis dell’accordo Cav-Gheddafi. Ma ora a firmarlo devono essere in tre Durante la visita di sabato scorso a Tripoli, il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi ha esposto la sua strategia per il futuro dei rapporti tra Italia e Libia. Un futuro che, in realtà, guarda molto al passato: in sostanza, per Moavero si tratta di rimettere le lancette al 2008, quando l'allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e il raìs Muammar Gheddafi siglarono il trattato di Bengasi (che in Libia interruppe l'usanza di celebrare, ogni 7 ottobre, il «giorno della vendetta» anti italiana). Il responsabile della Farnesina si è intrattenuto a colloquio con il premier libico Fayez al-Serraj, il vice primo ministro Ahmed Maitig, il ministro degli Esteri Mohammed Taher Siyala e il presidente dell'Alto Consiglio di Stato Khaled al-Meshri. La delegazione di Tripoli ha confermato la propria disponibilità a ripartire dall'accordo Berlusconi-Gheddafi, che il nostro Paese (non senza qualche imbarazzo, poiché il testo dell'intesa prescriveva che un'eventuale rottura del patto dovesse essere concordata da entrambe le parti) sospese unilateralmente nel 2011, dopo lo scoppio della rivoluzione. Quella di una riattivazione del trattato di Bengasi è una buona notizia per le aziende italiane. I negoziati di dieci anni fa tra l'ex Cavaliere e il dittatore libico includevano, oltre alla famosa collaborazione per il contenimento dei flussi migratori, una serie di impegni economici di grande valore anche geopolitico. Ad esempio, il progetto per la realizzazione di un'autostrada lunga 1.700 chilometri, che doveva correre dal confine con la Tunisia a quello con l'Egitto. La società italiana Impregilo cinque anni fa dovette sospendere i lavori del primo lotto a causa dell'instabilità dell'area. Ma sul piatto ci sono pure la joint venture nei settori aerospaziale, elettronico, tecnologico ed energetico tra Finmeccanica e due fondi sovrani libici, la ristrutturazione dell'aeroporto di Tripoli (gestita dal consorzio Aeneas) e, come ha ricordato Il Sole 24 Ore, lo sblocco dei 600 milioni di dollari di crediti che le imprese italiane vantano nei confronti dei committenti pubblici libici. Senza dimenticare lo sviluppo dei nostri colossi del petrolio e del gas, che nonostante la guerra (e nonostante la regia francese del conflitto puntasse a scalzarli) hanno mantenuto i propri impianti. Anzi, pochi giorni fa Eni ha annunciato l'avvio della produzione nel più grande giacimento a gas nell'offshore libico, suscitando l'entusiasmo di Serraj. Ma non è tutto oro quello che luccica. Il numero uno di Tripoli, nostro interlocutore privilegiato, non è l'unico attore sulla scena. Emmanuel Macron ha investito tutto il suo capitale politico sul concorrente di Serraj, il generale Khalifa Haftar, mentre le tribù che costituiscono il lacerato tessuto sociale della Libia, uno Stato effettivamente privo di un'identità nazionale unitaria, dopo la scomparsa di Gheddafi hanno accresciuto il loro peso specifico, configurandosi come una delle più insidiose minacce per la rinascita del Paese. Non è un caso se un gruppo della Cirneaica, vicino ad Haftar, abbia appena invocato il jihad «contro lo Stato coloniale e fascista italiano». È lecito ipotizzare che sia stato lo stesso generale di Tobruk ad aizzare gli estremisti. Magari su mandato di chi gravita attorno all'Eliseo ed è preoccupato da un'Italia intenzionata a tornere in gioco. Il ministro Moavero ha espresso la volontà di «contribuire in maniera decisiva alla stabilizzazione della Libia» e ha prefigurato «un partenariato economico bilaterale incentrato su settori strategici e fondato su un'efficace collaborazione tra settore pubblico e privato». Un passo in avanti rispetto alla subordinazione dei governi del Pd agli interessi esclusivi di Parigi. Ma nel 2008 Berlusconi poteva fare affidamento su un leader che forse era un tiranno, però garantiva l'ordine e il rispetto degli accordi. Oggi, invece, l'Italia deve orientarsi in un labirinto politico disseminato di trappole. Alessandro Rico
Byung-Chul Han (Getty Images)
Grazie alla quale, dice subito di potere «a quasi cento anni di distanza, fare buon uso dei suoi pensieri per dimostrare che, al di là dell’immanenza della produzione e del consumo, e dell’informazione e comunicazione, vi è un’altra realtà più elevata, una trascendenza, in grado di portarci via, lontano da una vita priva di significato, da una straziante carenza di essere, dalla mera sopravvivenza, offrendoci invece la gioiosa pienezza dell’essere».
Così, tanto per non rendere l’impresa troppo facile, Han, sceglie subito di affrontarla con il tema dell’attenzione, che Simone Weil riteneva fosse «nel suo grado più elevato, la stessa cosa della preghiera». Ricavandone che «la crisi della religione è quindi anche una crisi dell’attenzione, dello scrutare e dell’udire». Dunque: «Dio non è morto. È morto l’uomo al quale Dio si rivelò». Il fatto è che: «la percezione è estremamente ingorda. Le manca qualsiasi ampiezza contemplativa. Non fa che mangiare: il consumo è il suo atteggiamento di base. L’abbuffata di video (binge watching) esprime efficacemente questa ingordigia, binge è: divorare senza freni». Se mangi in continuazione però non puoi più vedere, come appunto diceva Simone Weil, magra come una canna dei marais d’Occitania, specificando: «quaggiù, guardare e mangiare sono due. Bisogna scegliere l’uno o l’altro ma entrambi sono chiamati: amare. Tuttavia solo coloro cui talvolta capita di restare per qualche tempo a guardare invece di mangiare hanno qualche speranza di salvezza». (Simone Weil, Quaderni 4, Adelphi).
«L’anima che continua a mangiare senza scrutare finisce col perdere la capacità di contemplare. Invece dell’autofagia, sviluppa obesità. La sua parte mortale, s’allarga e ingrassa, mentre la parte divina si atrofizza e rimpicciolisce». In Simone Weil, racconta Byung-Chul Han, è l’immaginazione che al servizio dell’Io continua a sognare cibo. Il resto della personalità attivo nel Processo di individuazione viene soffocato dal grasso e da tutti gli elementi di ciò che Simone Weil chiamava «pésanteur» - pesantezza -, che impedisce all’anima di muoversi nella dimensione trascendente. Questo indebolimento degli aspetti spirituali della personalità lacera in profondità l’anima, come ha raccontato Simone Weil in L’ombra e la grazia, tradotto in italiano da Franco Fortini. Solo la pienezza assicurata dall’attenzione dell’intera personalità consente all’essere umano di assicurare la guida agli aspetti più spirituali. «L’attenzione profonda, contemplativa, è rivolta a ciò che persiste, permane tiene il punto. Il vero perdura. Chi è incapace di attenzione contemplativa, incapace di scrutare non ha invece accesso alla verità, al vero, all’ordine perdurante delle cose.
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Loperazione chiamata «Luxury Sky» trae origine da mirate analisi di rischio e da un’approfondita valorizzazione del patrimonio informativo disponibile al Corpo, sviluppata attraverso l’incrocio dei dati del traffico aereo con le risultanze delle banche dati istituzionali e con la documentazione fiscale acquisita nel corso degli accertamenti.
Grazie a un accurato lavoro di ricostruzione e analisi, i finanzieri del Comando Provinciale di Firenze hanno esaminato oltre 20.700 movimenti aerei potenzialmente rilevanti sotto il profilo tributario, individuando diffuse irregolarità nel versamento dell’imposta dovuta per i voli privati operati tra il 2020 e il 2023 da oltre 1.000 compagnie aeree estere.
L’attività ispettiva ha consentito di ricostruire nel dettaglio gli spostamenti di oltre 12.900 voli privati transitati sullo scalo fiorentino e di oltre 42.100 passeggeri trasportati, facendo emergere il mancato assolvimento degli obblighi fiscali da parte di numerosi operatori internazionali.
Le verifiche eseguite hanno portato all’individuazione di un’evasione complessiva pari a 4.388.657 euro, riconducibile a 1.052 società risultate irregolari, corrispondenti al 62,32% dei vettori sottoposti a controllo.
Particolarmente significativo il risultato conseguito in termini di recupero delle risorse pubbliche: a seguito degli interventi della Guardia di Finanza, numerose compagnie hanno già provveduto a regolarizzare la propria posizione, consentendo l’effettivo versamento nelle casse dello Stato di oltre 2,6 milioni di euro. Per la quota residua sono in corso le attività di monitoraggio e riscossione previste dalla normativa vigente.
Gli approfondimenti investigativi hanno inoltre evidenziato il frequente ricorso a strutture societarie localizzate in giurisdizioni caratterizzate da elevata opacità fiscale. In numerosi casi, aerei di grande valore economico risultavano formalmente intestati a società domiciliate in territori a fiscalità privilegiata, rendendo particolarmente complessa l’individuazione dei soggetti effettivamente responsabili degli adempimenti tributari.
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Ansa
Il Pontefice ha ricordato ai membri della Fondazione Jérôme Lejeune che la scienza «non può decidere sul destino delle persone». Un intervento frontale nel dibattito in corso sulla legge per il suicidio assistito.
In un’epoca in cui l’efficienza tecnica sembra voler dettare le coordinate dell’esistenza umana, le parole pronunciate ieri da papa Leone XIV sono un chiaro antidoto contro la tentazione di trasformare l’arte medica in uno strumento di selezione: «nessun medico dovrebbe mai presumere, basandosi su algoritmi di laboratorio, di decidere il destino di un embrione o di una persona anziana!
La medicina non può mai diventare serva di una morte programmata!». Ricevendo i membri della Fondazione Jérôme Lejeune in occasione del centenario della nascita del suo fondatore, il pontefice ha voluto ribadire che il valore di una persona non dipende mai da ciò che produce o realizza, ma dalla sua intrinseca dignità.
La Fondazione Jérôme Lejeune, nata negli anni Novanta in Francia, è l’erede diretta dell’opera del Venerabile Jérôme Lejeune, scienziato di fama mondiale che nel 1958 scoprì l’anomalia cromosomica all’origine della trisomia 21. Lejeune non fu solo un grande scienziato; fu un medico che vedeva nei suoi pazienti i «poveri tra i poveri», dedicando la vita a cercare una cura che potesse alleviare la loro condizione. Egli comprese precocemente come la sua scoperta potesse essere strumentalizzata per eliminare i nascituri affetti da disabilità, un «eugenismo nuovo» che definì «razzismo cromosomico». Per questo impegno incondizionato a favore della vita, che gli costò ostilità in certi ambienti scientifici, fu chiamato da Giovanni Paolo II a presiedere la neonata Pontificia Accademia per la Vita. Oggi la Fondazione prosegue questa missione attraverso la ricerca scientifica, la cura presso l’Istituto Jérôme Lejeune di Parigi e la difesa dei più fragili nel dibattito pubblico.
Un dibattito che in Francia ha raggiunto un punto di rottura. Proprio in queste ore, l’Assemblea nazionale affronta la terza lettura del disegno di legge che mira a legalizzare l’eutanasia e il suicidio assistito. Di fronte a quella che viene percepita come una deriva etica, i vescovi francesi hanno indetto una novena di preghiera dal 21 al 29 giugno (in vista appunto del voto del 30 giugno), invitando i fedeli a chiedere che lo Spirito Santo «illumini le coscienze» dei legislatori. L’episcopato transalpino ha ricordato che non si protegge la vita mettendovi fine, ma accompagnandola fino al termine naturale. Nel lanciare questo appello, i vescovi d’oltralpe hanno richiamato anche, e non a caso, le parole fondamentali pronunciate dal Papa al Parlamento spagnolo durante il suo recente viaggio apostolico a Madrid. In quell’occasione, il Santo Padre aveva chiarito che «ogni vita umana dev’essere riconosciuta e custodita dal concepimento fino al suo naturale tramonto, in ogni circostanza della sua esistenza». Aggiungendo che «la difesa della vita umana non è una questione di interesse particolare né confessionale: è una meta di civiltà». Si tratta di un richiamo diretto al ruolo della politica: le leggi approvate devono essere verificate sulla loro capacità di rispettare la dignità della persona per capire se stiano davvero perseguendo il bene comune.
Queste riflessioni scavalcano le Alpi e arrivano in Italia, dove il Parlamento si trova in una fase di stallo riguardo alla legge sul suicidio assistito. La discussione in Senato, ripresa il 3 giugno, ha mostrato una maggioranza divisa e una situazione di profonda mutazione politica. Al centro di questo cambiamento c’è la nuova fisionomia di Forza Italia, ora guidata in Senato da Stefania Craxi. Il partito ha intrapreso una netta svolta «liberal» sotto l’influenza di Marina Berlusconi, la quale ha dichiarato apertamente di sentirsi più in sintonia con la sinistra su temi come il fine vita, i diritti Lgbt e l’aborto. Nonostante le resistenze interne nella maggioranza (in particolare Fratelli d’Italia e parte della Lega), Forza Italia sta di fatto spingendo per un accordo con le opposizioni, cercando una mediazione che sblocchi l’impasse. Gli emendamenti proposti dalla Craxi e dalla senatrice Daniela Ternullo riflettono questo nuovo corso: puntano ad ampliare i requisiti per l’accesso al suicidio assistito, in particolare la neo proposta azzurra prevede che l’assistenza al suicidio possa essere resa da medici ospedalieri o di medicina generale su base volontaria in regime di intramoenia, con l’impegno del Cnr nel reperimento dei farmaci letali.
Stefania Craxi ha dichiarato di voler «discutere di una norma di civiltà». Eppure, questa visione appare diametralmente opposta a quanto affermato dal Papa a Madrid e ribadito ieri alla Fondazione Lejeune: se per la Craxi la «civiltà» sembra risiedere nella regolamentazione della morte assistita, per il Pontefice la vera «meta di civiltà» risiede esclusivamente nella difesa della vita senza eccezioni. Questa trasformazione di Forza Italia appare ancora più stridente se confrontata con il pensiero del suo fondatore. È solo del 2021 la lettera di Silvio Berlusconi a Il Giornale: «La vita di ogni essere umano è sacra dal momento del concepimento fino alla morte biologica». A cui aggiungeva una sottolineatura riferita proprio al ruolo della Chiesa. «La Chiesa cattolica», scriveva Berlusconi padre, «ha esercitato ed esercita oggi in Italia e nel mondo una funzione essenziale a difesa dei diritti delle persone, di ogni persona e soprattutto dei più deboli». Oggi la Craxi, spinge per una legge che la Chiesa e i movimenti pro-life considerano una «norma di morte». La sfida lanciata da papa Leone XIV è chiara: la civiltà non si costruisce programmando la morte, ma servendo la vita, specialmente quando essa è più fragile e indifesa. I vescovi francesi hanno risposto «presente», ci sarà qualcuno al di qua delle Alpi pronto a fare altrettanto?