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2018-07-10
A furia di pozzi ci prendiamo anche l’Egitto
Ansa
L'Eni annuncia una seconda scoperta nel deserto occidentale egiziano, circa 130 chilometri a Nord dell'oasi di Siwa. Dopo aver confermato i grandi pozzi di gas Zohr e Noor (giacimenti che garantiscono 50 volte le necessità italiane), la novità di ieri rappresenta la seconda perforazione nel grande bacino del Faghur, arrivata a 4.523 metri di profondità, con la scoperta di olio equivalente.
«Questa seconda scoperta», spiega una nota, «conferma l'elevato potenziale esplorativo e produttivo delle sequenze profonde del bacino del Faghur». Eni ha in programma, nel breve termine, la perforazione di altri prospetti esplorativi limitrofi alle due scoperte già effettuate che potranno aprire un nuovo polo produttivo per cane a sei zampe nel Paese. La produzione potrà essere collegata alle infrastrutture esistenti e poi inviata al terminale di El Hamra, dopo l'approvazione del piano di sviluppo da parte del ministero del petrolio.
Eni è presente in Egitto dal 1954 ed è il principale produttore del Paese con una produzione equity pari a circa 300.000 barili di olio equivalente al giorno, destinata a salire nell'anno con la progressiva crescita della produzione del campo di Zohr e dell'ancora più recente scoperta di Noor.
Il bacino orientale del Mediterraneo si sta confermando il luogo che potrebbe portare alla realizzazione delle speranze di Enrico Mattei, il quale si augurava di poter vedere un giorno il «Mare nostrum» quale sorgente energetica per tutti i suoi Paesi limitrofi. I bacini individuati a Cipro, di fronte a Israele e all'Egitto stanno lentamente ridisegnando la geopolitica energetica della regione e il nostro campione nazionale ne è uno degli attori principali. L'Egitto è uno Stato in cui le leve del potere e dell'economia sono nelle mani dell'esercito e i suoi presidenti sono fin dai tempi di Gamal Abd El Nasser, nonostante la cortina fumogena degli anni di propaganda socialista del periodo dei non allineati, sempre amichevolmente consigliati da Washington. Nasser, con i soldi avanzati dal colpo di Stato fornitigli dal rappresentante della Cia, Kim Roosevelt, fece perfino costruire la torre sull'isolotto del Cairo. Nonostante il periodo di caos del disorientamento geopolitico obamiano, che ha fatto saltare nella regione i saldi punti di riferimento del passato in Egitto, gli Usa hanno ben presto favorito la fine della cosiddetta primavera, rimettendo al vertice del potere un militare vicino ai loro interessi.
Nel 2011, durante le primissime ore dalla destituzione del presidente Hosni Mubarak, l'allora sconosciuto generale Abd Al Fattah Al Sisi, capo dei servizi segreti egiziani, volava di nascosto all'accademia militare americana di West Point per coordinare le mosse necessarie per riportare l'ordine desiderato da Washington al Cairo. Saranno necessari due anni, ma oggi Al Sisi rappresenta la continuità del passato con cui anche Eni è riuscita a instaurare un rapporto proficuo e da cui si attende nelle prossime settimane il prolungamento di diverse licenze chiave. Non è dunque un caso il boom di notizie che arriva dall'Egitto. I tempi della crisi legata all'omicidio di Giulio Regeni, il ricercatore inglese ucciso per le sue attività al Cairo, sembrano essere molto lontani. La diplomazia dell'Eni si è mossa bene, ma stando a quanto risulta alla Verità anche il governo si sarebbe mosso. Non solo a livello ufficiale ma anche ufficioso, da parte della Lega. L'obiettivo congiunto sarebbe quello di diventare il Paese di riferimento nell'area orientale del Mediterraneo. Dai giacimenti congiunti Israele-Cipro fino alla Libia. Non a caso quattro giorni fa il cane a sei zampe ha annunciato l'avvio del progetto offshore di Bahr Essalam con l'obiettivo di incrementare la sola produzione libica con ulteriori 400 milioni di piedi cubi di gas al giorno.
Sabato scorso il ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, è volato all'improvviso a Tripoli per incontrare Fajez Serraj, premier di quell'area della Libia. L'obiettivo è rivedere gli accordi in tema di immigrazione. Ma l'unica leva per ripristinare la stabilità è tornare a estrarre petrolio e gas. Per questo manca ancora un tassello: il riavvio dei rapporti con il governo di Khalifa Haftar, responsabile della Cirenaica. È necessario non solo sul tema immigrazione ma soprattutto per chiudere il progetto Eni. È necessario per avviare un ruolo di Paese di riferimento in tutta la mezzaluna orientale del Mediterraneo. Inutile dire che più terreno o mare conquista l'Italia meno peso ha la Francia di Emmanuel Macron.
Claudio Antonelli
Ci serve il bis dell’accordo Cav-Gheddafi. Ma ora a firmarlo devono essere in tre
Durante la visita di sabato scorso a Tripoli, il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi ha esposto la sua strategia per il futuro dei rapporti tra Italia e Libia. Un futuro che, in realtà, guarda molto al passato: in sostanza, per Moavero si tratta di rimettere le lancette al 2008, quando l'allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e il raìs Muammar Gheddafi siglarono il trattato di Bengasi (che in Libia interruppe l'usanza di celebrare, ogni 7 ottobre, il «giorno della vendetta» anti italiana).
Il responsabile della Farnesina si è intrattenuto a colloquio con il premier libico Fayez al-Serraj, il vice primo ministro Ahmed Maitig, il ministro degli Esteri Mohammed Taher Siyala e il presidente dell'Alto Consiglio di Stato Khaled al-Meshri. La delegazione di Tripoli ha confermato la propria disponibilità a ripartire dall'accordo Berlusconi-Gheddafi, che il nostro Paese (non senza qualche imbarazzo, poiché il testo dell'intesa prescriveva che un'eventuale rottura del patto dovesse essere concordata da entrambe le parti) sospese unilateralmente nel 2011, dopo lo scoppio della rivoluzione.
Quella di una riattivazione del trattato di Bengasi è una buona notizia per le aziende italiane. I negoziati di dieci anni fa tra l'ex Cavaliere e il dittatore libico includevano, oltre alla famosa collaborazione per il contenimento dei flussi migratori, una serie di impegni economici di grande valore anche geopolitico. Ad esempio, il progetto per la realizzazione di un'autostrada lunga 1.700 chilometri, che doveva correre dal confine con la Tunisia a quello con l'Egitto. La società italiana Impregilo cinque anni fa dovette sospendere i lavori del primo lotto a causa dell'instabilità dell'area. Ma sul piatto ci sono pure la joint venture nei settori aerospaziale, elettronico, tecnologico ed energetico tra Finmeccanica e due fondi sovrani libici, la ristrutturazione dell'aeroporto di Tripoli (gestita dal consorzio Aeneas) e, come ha ricordato Il Sole 24 Ore, lo sblocco dei 600 milioni di dollari di crediti che le imprese italiane vantano nei confronti dei committenti pubblici libici. Senza dimenticare lo sviluppo dei nostri colossi del petrolio e del gas, che nonostante la guerra (e nonostante la regia francese del conflitto puntasse a scalzarli) hanno mantenuto i propri impianti. Anzi, pochi giorni fa Eni ha annunciato l'avvio della produzione nel più grande giacimento a gas nell'offshore libico, suscitando l'entusiasmo di Serraj.
Ma non è tutto oro quello che luccica. Il numero uno di Tripoli, nostro interlocutore privilegiato, non è l'unico attore sulla scena. Emmanuel Macron ha investito tutto il suo capitale politico sul concorrente di Serraj, il generale Khalifa Haftar, mentre le tribù che costituiscono il lacerato tessuto sociale della Libia, uno Stato effettivamente privo di un'identità nazionale unitaria, dopo la scomparsa di Gheddafi hanno accresciuto il loro peso specifico, configurandosi come una delle più insidiose minacce per la rinascita del Paese. Non è un caso se un gruppo della Cirneaica, vicino ad Haftar, abbia appena invocato il jihad «contro lo Stato coloniale e fascista italiano». È lecito ipotizzare che sia stato lo stesso generale di Tobruk ad aizzare gli estremisti. Magari su mandato di chi gravita attorno all'Eliseo ed è preoccupato da un'Italia intenzionata a tornere in gioco.
Il ministro Moavero ha espresso la volontà di «contribuire in maniera decisiva alla stabilizzazione della Libia» e ha prefigurato «un partenariato economico bilaterale incentrato su settori strategici e fondato su un'efficace collaborazione tra settore pubblico e privato». Un passo in avanti rispetto alla subordinazione dei governi del Pd agli interessi esclusivi di Parigi. Ma nel 2008 Berlusconi poteva fare affidamento su un leader che forse era un tiranno, però garantiva l'ordine e il rispetto degli accordi. Oggi, invece, l'Italia deve orientarsi in un labirinto politico disseminato di trappole.
Alessandro Rico
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L'Eni, a pochi giorni dalle perforazioni libiche, annuncia un nuovo giacimento di idrocarburi nel Paese di Al Sisi. Si allarga la nostra influenza geopolitica sul Mediterraneo orientale, con la benedizione Usa. Un altro schiaffo alla presenza francese.Ci serve il bis dell'accordo Cav-Gheddafi. Fayez Al Serraj non ha il potere del Raìs: in Libia non si decide nulla senza Khalifa Haftar e le tribù.Lo speciale contiene due articoliL'Eni annuncia una seconda scoperta nel deserto occidentale egiziano, circa 130 chilometri a Nord dell'oasi di Siwa. Dopo aver confermato i grandi pozzi di gas Zohr e Noor (giacimenti che garantiscono 50 volte le necessità italiane), la novità di ieri rappresenta la seconda perforazione nel grande bacino del Faghur, arrivata a 4.523 metri di profondità, con la scoperta di olio equivalente. «Questa seconda scoperta», spiega una nota, «conferma l'elevato potenziale esplorativo e produttivo delle sequenze profonde del bacino del Faghur». Eni ha in programma, nel breve termine, la perforazione di altri prospetti esplorativi limitrofi alle due scoperte già effettuate che potranno aprire un nuovo polo produttivo per cane a sei zampe nel Paese. La produzione potrà essere collegata alle infrastrutture esistenti e poi inviata al terminale di El Hamra, dopo l'approvazione del piano di sviluppo da parte del ministero del petrolio.Eni è presente in Egitto dal 1954 ed è il principale produttore del Paese con una produzione equity pari a circa 300.000 barili di olio equivalente al giorno, destinata a salire nell'anno con la progressiva crescita della produzione del campo di Zohr e dell'ancora più recente scoperta di Noor.Il bacino orientale del Mediterraneo si sta confermando il luogo che potrebbe portare alla realizzazione delle speranze di Enrico Mattei, il quale si augurava di poter vedere un giorno il «Mare nostrum» quale sorgente energetica per tutti i suoi Paesi limitrofi. I bacini individuati a Cipro, di fronte a Israele e all'Egitto stanno lentamente ridisegnando la geopolitica energetica della regione e il nostro campione nazionale ne è uno degli attori principali. L'Egitto è uno Stato in cui le leve del potere e dell'economia sono nelle mani dell'esercito e i suoi presidenti sono fin dai tempi di Gamal Abd El Nasser, nonostante la cortina fumogena degli anni di propaganda socialista del periodo dei non allineati, sempre amichevolmente consigliati da Washington. Nasser, con i soldi avanzati dal colpo di Stato fornitigli dal rappresentante della Cia, Kim Roosevelt, fece perfino costruire la torre sull'isolotto del Cairo. Nonostante il periodo di caos del disorientamento geopolitico obamiano, che ha fatto saltare nella regione i saldi punti di riferimento del passato in Egitto, gli Usa hanno ben presto favorito la fine della cosiddetta primavera, rimettendo al vertice del potere un militare vicino ai loro interessi. Nel 2011, durante le primissime ore dalla destituzione del presidente Hosni Mubarak, l'allora sconosciuto generale Abd Al Fattah Al Sisi, capo dei servizi segreti egiziani, volava di nascosto all'accademia militare americana di West Point per coordinare le mosse necessarie per riportare l'ordine desiderato da Washington al Cairo. Saranno necessari due anni, ma oggi Al Sisi rappresenta la continuità del passato con cui anche Eni è riuscita a instaurare un rapporto proficuo e da cui si attende nelle prossime settimane il prolungamento di diverse licenze chiave. Non è dunque un caso il boom di notizie che arriva dall'Egitto. I tempi della crisi legata all'omicidio di Giulio Regeni, il ricercatore inglese ucciso per le sue attività al Cairo, sembrano essere molto lontani. La diplomazia dell'Eni si è mossa bene, ma stando a quanto risulta alla Verità anche il governo si sarebbe mosso. Non solo a livello ufficiale ma anche ufficioso, da parte della Lega. L'obiettivo congiunto sarebbe quello di diventare il Paese di riferimento nell'area orientale del Mediterraneo. Dai giacimenti congiunti Israele-Cipro fino alla Libia. Non a caso quattro giorni fa il cane a sei zampe ha annunciato l'avvio del progetto offshore di Bahr Essalam con l'obiettivo di incrementare la sola produzione libica con ulteriori 400 milioni di piedi cubi di gas al giorno. Sabato scorso il ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, è volato all'improvviso a Tripoli per incontrare Fajez Serraj, premier di quell'area della Libia. L'obiettivo è rivedere gli accordi in tema di immigrazione. Ma l'unica leva per ripristinare la stabilità è tornare a estrarre petrolio e gas. Per questo manca ancora un tassello: il riavvio dei rapporti con il governo di Khalifa Haftar, responsabile della Cirenaica. È necessario non solo sul tema immigrazione ma soprattutto per chiudere il progetto Eni. È necessario per avviare un ruolo di Paese di riferimento in tutta la mezzaluna orientale del Mediterraneo. Inutile dire che più terreno o mare conquista l'Italia meno peso ha la Francia di Emmanuel Macron.Claudio Antonelli<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/a-furia-di-pozzi-ci-prendiamo-anche-legitto-2585215326.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ci-serve-il-bis-dellaccordo-cav-gheddafi-ma-ora-a-firmarlo-devono-essere-in-tre" data-post-id="2585215326" data-published-at="1776901410" data-use-pagination="False"> Ci serve il bis dell’accordo Cav-Gheddafi. Ma ora a firmarlo devono essere in tre Durante la visita di sabato scorso a Tripoli, il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi ha esposto la sua strategia per il futuro dei rapporti tra Italia e Libia. Un futuro che, in realtà, guarda molto al passato: in sostanza, per Moavero si tratta di rimettere le lancette al 2008, quando l'allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e il raìs Muammar Gheddafi siglarono il trattato di Bengasi (che in Libia interruppe l'usanza di celebrare, ogni 7 ottobre, il «giorno della vendetta» anti italiana). Il responsabile della Farnesina si è intrattenuto a colloquio con il premier libico Fayez al-Serraj, il vice primo ministro Ahmed Maitig, il ministro degli Esteri Mohammed Taher Siyala e il presidente dell'Alto Consiglio di Stato Khaled al-Meshri. La delegazione di Tripoli ha confermato la propria disponibilità a ripartire dall'accordo Berlusconi-Gheddafi, che il nostro Paese (non senza qualche imbarazzo, poiché il testo dell'intesa prescriveva che un'eventuale rottura del patto dovesse essere concordata da entrambe le parti) sospese unilateralmente nel 2011, dopo lo scoppio della rivoluzione. Quella di una riattivazione del trattato di Bengasi è una buona notizia per le aziende italiane. I negoziati di dieci anni fa tra l'ex Cavaliere e il dittatore libico includevano, oltre alla famosa collaborazione per il contenimento dei flussi migratori, una serie di impegni economici di grande valore anche geopolitico. Ad esempio, il progetto per la realizzazione di un'autostrada lunga 1.700 chilometri, che doveva correre dal confine con la Tunisia a quello con l'Egitto. La società italiana Impregilo cinque anni fa dovette sospendere i lavori del primo lotto a causa dell'instabilità dell'area. Ma sul piatto ci sono pure la joint venture nei settori aerospaziale, elettronico, tecnologico ed energetico tra Finmeccanica e due fondi sovrani libici, la ristrutturazione dell'aeroporto di Tripoli (gestita dal consorzio Aeneas) e, come ha ricordato Il Sole 24 Ore, lo sblocco dei 600 milioni di dollari di crediti che le imprese italiane vantano nei confronti dei committenti pubblici libici. Senza dimenticare lo sviluppo dei nostri colossi del petrolio e del gas, che nonostante la guerra (e nonostante la regia francese del conflitto puntasse a scalzarli) hanno mantenuto i propri impianti. Anzi, pochi giorni fa Eni ha annunciato l'avvio della produzione nel più grande giacimento a gas nell'offshore libico, suscitando l'entusiasmo di Serraj. Ma non è tutto oro quello che luccica. Il numero uno di Tripoli, nostro interlocutore privilegiato, non è l'unico attore sulla scena. Emmanuel Macron ha investito tutto il suo capitale politico sul concorrente di Serraj, il generale Khalifa Haftar, mentre le tribù che costituiscono il lacerato tessuto sociale della Libia, uno Stato effettivamente privo di un'identità nazionale unitaria, dopo la scomparsa di Gheddafi hanno accresciuto il loro peso specifico, configurandosi come una delle più insidiose minacce per la rinascita del Paese. Non è un caso se un gruppo della Cirneaica, vicino ad Haftar, abbia appena invocato il jihad «contro lo Stato coloniale e fascista italiano». È lecito ipotizzare che sia stato lo stesso generale di Tobruk ad aizzare gli estremisti. Magari su mandato di chi gravita attorno all'Eliseo ed è preoccupato da un'Italia intenzionata a tornere in gioco. Il ministro Moavero ha espresso la volontà di «contribuire in maniera decisiva alla stabilizzazione della Libia» e ha prefigurato «un partenariato economico bilaterale incentrato su settori strategici e fondato su un'efficace collaborazione tra settore pubblico e privato». Un passo in avanti rispetto alla subordinazione dei governi del Pd agli interessi esclusivi di Parigi. Ma nel 2008 Berlusconi poteva fare affidamento su un leader che forse era un tiranno, però garantiva l'ordine e il rispetto degli accordi. Oggi, invece, l'Italia deve orientarsi in un labirinto politico disseminato di trappole. Alessandro Rico
Il presidente di Taiwan Lai Ching-te (Getty Images)
L’Ufficio di rappresentanza di Taipei a Milano segnala il ritiro dei permessi di sorvolo da parte di Seychelles, Mauritius e Madagascar, che avrebbe impedito la visita ufficiale del presidente Lai Ching-te in Eswatini. Nel mirino le pressioni della Repubblica Popolare Cinese.
Gentile redazione,
in qualità di Console Generale/ Direttore Generale dell’Ufficio di rappresentanza di Taipei a Milano, desidero informarVi in merito a un grave episodio verificatosi in data odierna. Il Presidente di Taiwan, Lai Ching-te, avrebbe dovuto guidare una delegazione in visita ufficiale nel Regno di Eswatini, alleato africano del nostro Paese, su invito di Sua Maestà il Re Mswati III. Tuttavia, a causa
dell’improvviso ritiro dei permessi di sorvolo da parte di Seychelles, Mauritius e Madagascar, avvenuto a seguito delle pressioni esercitate dalla Repubblica Popolare Cinese, l’itinerario non ha potuto svolgersi come previsto.
Il Ministero degli Affari Esteri (MOFA) di Taiwan condanna fermamente la politicizzazione e la strumentalizzazione delle regioni di informazione di volo da parte della Repubblica Popolare Cinese. Tali azioni, volte a interferire nelle decisioni sovrane di altri Paesi, compromettono gravemente il regolare funzionamento dell’aviazione civile globale. Invitiamo la comunità internazionale a riconoscere la coercizione politica ed economica esercitata dalla Cina nei confronti di altri Stati, nonché la sua evidente e ingiustificata ingerenza nelle loro politiche interne. Questo comportamento non è rivolto esclusivamente contro Taiwan, ma rappresenta una minaccia per l’ordine democratico e il diritto internazionale.
Taiwan esprime profonda gratitudine a tutti i Paesi alleati che, in questo momento cruciale, hanno teso la mano e offerto un sostegno tempestivo. La Repubblica di Cina (Taiwan) è una nazione democratica e sovrana: nessuna delle due sponde dello Stretto di Taiwan è subordinata all’altra e rivendichiamo con fermezza il diritto di interagire liberamente e su base paritaria con la comunità internazionale.
Confido nella Vostra sensibilità rispetto alla gravità della situazione e Vi ringrazio sinceramente per l’attenzione che dedicherete a questa rilevante questione.
Colgo l'occasione per porgerVi i miei più cordiali saluti e augurarVi un proficuo lavoro.
di Riccardo Tsan-Nan Lin
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Soldati paramilitari indiani presidiano la città di Pahalgam nel distretto di Anantnag, il 23 aprile 2025, il giorno dopo l'attacco terroristico che ha provocato 26 morti (Ansa)
A distanza di dodici mesi, Islamabad tenta di riscrivere il proprio ruolo. Non più attore del conflitto, ma presunto mediatore di pace in un teatro completamente diverso. Il Pakistan si è proposto come perno nei tentativi di dialogo tra Iran, Stati Uniti e, indirettamente, Israele, ospitando colloqui, facilitando contatti e costruendo un’immagine di rilevanza diplomatica, pur avendo a lungo qualificato il terrorismo islamista contro Israele come «resistenza».
A prima vista, la trasformazione sembra quasi paradossale. Uno Stato segnato da instabilità interna e tensioni croniche nel proprio vicinato che ambisce a stabilizzare uno dei conflitti più esplosivi del Medio Oriente. Un Paese che ha favorito l’ascesa dei talebani, che ha dato rifugio a Osama bin Laden mentre collaborava formalmente con la guerra americana al terrorismo, ora pretende di presentarsi come attore di pace in un conflitto che Teheran stessa definisce una guerra religiosa. Il tutto mentre il capo dell’esercito, Asim Munir, insiste sulla dimensione islamica del potere pakistano, promuove l’immagine di una potenza nucleare islamica e lavora alla costruzione di un asse sunnita con Arabia Saudita, Turchia ed Egitto.
Guardando più da vicino, la contraddizione non è solo evidente. È insanabile. L’attacco di Pahalgam resta il punto di riferimento. Militanti legati a reti radicate nell’ecosistema di sicurezza pakistano hanno compiuto uno degli attacchi più gravi contro civili in India negli ultimi anni, provocando non solo indignazione ma una risposta strategica netta. L’Operazione Sindoor non è stata una semplice rappresaglia. Ha segnato un cambio dottrinale, indicando che il terrorismo transfrontaliero avrebbe comportato conseguenze militari dirette e calibrate.Quel momento ha alterato l’equilibrio regionale e ha mostrato i limiti della negazione plausibile. Che si tratti di sostegno diretto, tolleranza o incapacità di smantellare reti consolidate, il legame del Pakistan con attori militanti resta una costante della sua postura strategica.È in questo quadro che va letta l’attuale ambizione diplomatica. Il tentativo di mediazione nella crisi iraniana non è irrilevante. Islamabad ha ospitato incontri ad alto livello, facilitato comunicazioni tra avversari e cercato di sostenere un fragile processo di de-escalation. Il capo dell’esercito si è ritagliato un ruolo centrale, muovendosi tra Washington, Teheran e le capitali regionali. Ma i risultati contano più delle intenzioni.
I negoziati si sono arenati. Le divergenze di fondo restano intatte. Stati Uniti e Iran continuano a scontrarsi su dossier essenziali, dal nucleare alla sicurezza regionale. Le tregue, quando arrivano, sono precarie, condizionate, reversibili. Il Pakistan può convocare. Non può imporre. Non può convincere. La diplomazia non si fonda solo sull’accesso. Si fonda sulla credibilità. Un mediatore deve essere percepito come neutrale o quantomeno coerente. Il Pakistan non è né l’uno né l’altro. La sua politica estera procede su binari paralleli. In Medio Oriente invoca moderazione e dialogo, perché una guerra più ampia minaccerebbe direttamente la sua sicurezza e la sua economia. In Asia meridionale, invece, la persistenza del terrorismo transfrontaliero continua a funzionare come leva strategica. Questa ambivalenza non sfugge agli interlocutori. Per l’Iran è un vicino necessario ma ambiguo. Per gli Stati Uniti un partner utile ma inaffidabile. Per Israele un attore apertamente ostile. La stessa retorica di Islamabad rende difficile sostenere qualsiasi pretesa di neutralità.Il risultato è una mediazione che esiste nei fatti ma non nella sostanza. Accesso senza fiducia. L’anniversario di Pahalgam rende questa contraddizione ancora più evidente. Ricorda che il principale teatro di instabilità del Pakistan resta il suo immediato vicinato e che il divario tra ambizione globale e comportamento regionale continua ad allargarsi. La lezione è più ampia e riguarda la natura del sistema internazionale.
L’Operazione Sindoor ha segnalato una crescente disponibilità degli Stati a rispondere direttamente alle minacce asimmetriche. La crisi iraniana dimostra quanto i conflitti siano ormai interconnessi, con effetti che vanno dall’energia alla sicurezza marittima. In questo contesto, la mediazione diventa al tempo stesso più necessaria e più difficile. La credibilità non è compartimentabile. Uno Stato percepito come fattore di instabilità in un teatro non può rivendicare autorevolezza in un altro. Il costo reputazionale si accumula e si trasferisce. Il tentativo del Pakistan di proporsi come arbitro tra Iran, Stati Uniti e Israele non è solo un’iniziativa diplomatica. È una prova di maturità strategica. Finora, è una prova fallita. A un anno da Pahalgam, questa non è una valutazione polemica. È una constatazione strutturale.
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