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2018-07-10
A furia di pozzi ci prendiamo anche l’Egitto
Ansa
L'Eni annuncia una seconda scoperta nel deserto occidentale egiziano, circa 130 chilometri a Nord dell'oasi di Siwa. Dopo aver confermato i grandi pozzi di gas Zohr e Noor (giacimenti che garantiscono 50 volte le necessità italiane), la novità di ieri rappresenta la seconda perforazione nel grande bacino del Faghur, arrivata a 4.523 metri di profondità, con la scoperta di olio equivalente.
«Questa seconda scoperta», spiega una nota, «conferma l'elevato potenziale esplorativo e produttivo delle sequenze profonde del bacino del Faghur». Eni ha in programma, nel breve termine, la perforazione di altri prospetti esplorativi limitrofi alle due scoperte già effettuate che potranno aprire un nuovo polo produttivo per cane a sei zampe nel Paese. La produzione potrà essere collegata alle infrastrutture esistenti e poi inviata al terminale di El Hamra, dopo l'approvazione del piano di sviluppo da parte del ministero del petrolio.
Eni è presente in Egitto dal 1954 ed è il principale produttore del Paese con una produzione equity pari a circa 300.000 barili di olio equivalente al giorno, destinata a salire nell'anno con la progressiva crescita della produzione del campo di Zohr e dell'ancora più recente scoperta di Noor.
Il bacino orientale del Mediterraneo si sta confermando il luogo che potrebbe portare alla realizzazione delle speranze di Enrico Mattei, il quale si augurava di poter vedere un giorno il «Mare nostrum» quale sorgente energetica per tutti i suoi Paesi limitrofi. I bacini individuati a Cipro, di fronte a Israele e all'Egitto stanno lentamente ridisegnando la geopolitica energetica della regione e il nostro campione nazionale ne è uno degli attori principali. L'Egitto è uno Stato in cui le leve del potere e dell'economia sono nelle mani dell'esercito e i suoi presidenti sono fin dai tempi di Gamal Abd El Nasser, nonostante la cortina fumogena degli anni di propaganda socialista del periodo dei non allineati, sempre amichevolmente consigliati da Washington. Nasser, con i soldi avanzati dal colpo di Stato fornitigli dal rappresentante della Cia, Kim Roosevelt, fece perfino costruire la torre sull'isolotto del Cairo. Nonostante il periodo di caos del disorientamento geopolitico obamiano, che ha fatto saltare nella regione i saldi punti di riferimento del passato in Egitto, gli Usa hanno ben presto favorito la fine della cosiddetta primavera, rimettendo al vertice del potere un militare vicino ai loro interessi.
Nel 2011, durante le primissime ore dalla destituzione del presidente Hosni Mubarak, l'allora sconosciuto generale Abd Al Fattah Al Sisi, capo dei servizi segreti egiziani, volava di nascosto all'accademia militare americana di West Point per coordinare le mosse necessarie per riportare l'ordine desiderato da Washington al Cairo. Saranno necessari due anni, ma oggi Al Sisi rappresenta la continuità del passato con cui anche Eni è riuscita a instaurare un rapporto proficuo e da cui si attende nelle prossime settimane il prolungamento di diverse licenze chiave. Non è dunque un caso il boom di notizie che arriva dall'Egitto. I tempi della crisi legata all'omicidio di Giulio Regeni, il ricercatore inglese ucciso per le sue attività al Cairo, sembrano essere molto lontani. La diplomazia dell'Eni si è mossa bene, ma stando a quanto risulta alla Verità anche il governo si sarebbe mosso. Non solo a livello ufficiale ma anche ufficioso, da parte della Lega. L'obiettivo congiunto sarebbe quello di diventare il Paese di riferimento nell'area orientale del Mediterraneo. Dai giacimenti congiunti Israele-Cipro fino alla Libia. Non a caso quattro giorni fa il cane a sei zampe ha annunciato l'avvio del progetto offshore di Bahr Essalam con l'obiettivo di incrementare la sola produzione libica con ulteriori 400 milioni di piedi cubi di gas al giorno.
Sabato scorso il ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, è volato all'improvviso a Tripoli per incontrare Fajez Serraj, premier di quell'area della Libia. L'obiettivo è rivedere gli accordi in tema di immigrazione. Ma l'unica leva per ripristinare la stabilità è tornare a estrarre petrolio e gas. Per questo manca ancora un tassello: il riavvio dei rapporti con il governo di Khalifa Haftar, responsabile della Cirenaica. È necessario non solo sul tema immigrazione ma soprattutto per chiudere il progetto Eni. È necessario per avviare un ruolo di Paese di riferimento in tutta la mezzaluna orientale del Mediterraneo. Inutile dire che più terreno o mare conquista l'Italia meno peso ha la Francia di Emmanuel Macron.
Claudio Antonelli
Ci serve il bis dell’accordo Cav-Gheddafi. Ma ora a firmarlo devono essere in tre
Durante la visita di sabato scorso a Tripoli, il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi ha esposto la sua strategia per il futuro dei rapporti tra Italia e Libia. Un futuro che, in realtà, guarda molto al passato: in sostanza, per Moavero si tratta di rimettere le lancette al 2008, quando l'allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e il raìs Muammar Gheddafi siglarono il trattato di Bengasi (che in Libia interruppe l'usanza di celebrare, ogni 7 ottobre, il «giorno della vendetta» anti italiana).
Il responsabile della Farnesina si è intrattenuto a colloquio con il premier libico Fayez al-Serraj, il vice primo ministro Ahmed Maitig, il ministro degli Esteri Mohammed Taher Siyala e il presidente dell'Alto Consiglio di Stato Khaled al-Meshri. La delegazione di Tripoli ha confermato la propria disponibilità a ripartire dall'accordo Berlusconi-Gheddafi, che il nostro Paese (non senza qualche imbarazzo, poiché il testo dell'intesa prescriveva che un'eventuale rottura del patto dovesse essere concordata da entrambe le parti) sospese unilateralmente nel 2011, dopo lo scoppio della rivoluzione.
Quella di una riattivazione del trattato di Bengasi è una buona notizia per le aziende italiane. I negoziati di dieci anni fa tra l'ex Cavaliere e il dittatore libico includevano, oltre alla famosa collaborazione per il contenimento dei flussi migratori, una serie di impegni economici di grande valore anche geopolitico. Ad esempio, il progetto per la realizzazione di un'autostrada lunga 1.700 chilometri, che doveva correre dal confine con la Tunisia a quello con l'Egitto. La società italiana Impregilo cinque anni fa dovette sospendere i lavori del primo lotto a causa dell'instabilità dell'area. Ma sul piatto ci sono pure la joint venture nei settori aerospaziale, elettronico, tecnologico ed energetico tra Finmeccanica e due fondi sovrani libici, la ristrutturazione dell'aeroporto di Tripoli (gestita dal consorzio Aeneas) e, come ha ricordato Il Sole 24 Ore, lo sblocco dei 600 milioni di dollari di crediti che le imprese italiane vantano nei confronti dei committenti pubblici libici. Senza dimenticare lo sviluppo dei nostri colossi del petrolio e del gas, che nonostante la guerra (e nonostante la regia francese del conflitto puntasse a scalzarli) hanno mantenuto i propri impianti. Anzi, pochi giorni fa Eni ha annunciato l'avvio della produzione nel più grande giacimento a gas nell'offshore libico, suscitando l'entusiasmo di Serraj.
Ma non è tutto oro quello che luccica. Il numero uno di Tripoli, nostro interlocutore privilegiato, non è l'unico attore sulla scena. Emmanuel Macron ha investito tutto il suo capitale politico sul concorrente di Serraj, il generale Khalifa Haftar, mentre le tribù che costituiscono il lacerato tessuto sociale della Libia, uno Stato effettivamente privo di un'identità nazionale unitaria, dopo la scomparsa di Gheddafi hanno accresciuto il loro peso specifico, configurandosi come una delle più insidiose minacce per la rinascita del Paese. Non è un caso se un gruppo della Cirneaica, vicino ad Haftar, abbia appena invocato il jihad «contro lo Stato coloniale e fascista italiano». È lecito ipotizzare che sia stato lo stesso generale di Tobruk ad aizzare gli estremisti. Magari su mandato di chi gravita attorno all'Eliseo ed è preoccupato da un'Italia intenzionata a tornere in gioco.
Il ministro Moavero ha espresso la volontà di «contribuire in maniera decisiva alla stabilizzazione della Libia» e ha prefigurato «un partenariato economico bilaterale incentrato su settori strategici e fondato su un'efficace collaborazione tra settore pubblico e privato». Un passo in avanti rispetto alla subordinazione dei governi del Pd agli interessi esclusivi di Parigi. Ma nel 2008 Berlusconi poteva fare affidamento su un leader che forse era un tiranno, però garantiva l'ordine e il rispetto degli accordi. Oggi, invece, l'Italia deve orientarsi in un labirinto politico disseminato di trappole.
Alessandro Rico
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L'Eni, a pochi giorni dalle perforazioni libiche, annuncia un nuovo giacimento di idrocarburi nel Paese di Al Sisi. Si allarga la nostra influenza geopolitica sul Mediterraneo orientale, con la benedizione Usa. Un altro schiaffo alla presenza francese.Ci serve il bis dell'accordo Cav-Gheddafi. Fayez Al Serraj non ha il potere del Raìs: in Libia non si decide nulla senza Khalifa Haftar e le tribù.Lo speciale contiene due articoliL'Eni annuncia una seconda scoperta nel deserto occidentale egiziano, circa 130 chilometri a Nord dell'oasi di Siwa. Dopo aver confermato i grandi pozzi di gas Zohr e Noor (giacimenti che garantiscono 50 volte le necessità italiane), la novità di ieri rappresenta la seconda perforazione nel grande bacino del Faghur, arrivata a 4.523 metri di profondità, con la scoperta di olio equivalente. «Questa seconda scoperta», spiega una nota, «conferma l'elevato potenziale esplorativo e produttivo delle sequenze profonde del bacino del Faghur». Eni ha in programma, nel breve termine, la perforazione di altri prospetti esplorativi limitrofi alle due scoperte già effettuate che potranno aprire un nuovo polo produttivo per cane a sei zampe nel Paese. La produzione potrà essere collegata alle infrastrutture esistenti e poi inviata al terminale di El Hamra, dopo l'approvazione del piano di sviluppo da parte del ministero del petrolio.Eni è presente in Egitto dal 1954 ed è il principale produttore del Paese con una produzione equity pari a circa 300.000 barili di olio equivalente al giorno, destinata a salire nell'anno con la progressiva crescita della produzione del campo di Zohr e dell'ancora più recente scoperta di Noor.Il bacino orientale del Mediterraneo si sta confermando il luogo che potrebbe portare alla realizzazione delle speranze di Enrico Mattei, il quale si augurava di poter vedere un giorno il «Mare nostrum» quale sorgente energetica per tutti i suoi Paesi limitrofi. I bacini individuati a Cipro, di fronte a Israele e all'Egitto stanno lentamente ridisegnando la geopolitica energetica della regione e il nostro campione nazionale ne è uno degli attori principali. L'Egitto è uno Stato in cui le leve del potere e dell'economia sono nelle mani dell'esercito e i suoi presidenti sono fin dai tempi di Gamal Abd El Nasser, nonostante la cortina fumogena degli anni di propaganda socialista del periodo dei non allineati, sempre amichevolmente consigliati da Washington. Nasser, con i soldi avanzati dal colpo di Stato fornitigli dal rappresentante della Cia, Kim Roosevelt, fece perfino costruire la torre sull'isolotto del Cairo. Nonostante il periodo di caos del disorientamento geopolitico obamiano, che ha fatto saltare nella regione i saldi punti di riferimento del passato in Egitto, gli Usa hanno ben presto favorito la fine della cosiddetta primavera, rimettendo al vertice del potere un militare vicino ai loro interessi. Nel 2011, durante le primissime ore dalla destituzione del presidente Hosni Mubarak, l'allora sconosciuto generale Abd Al Fattah Al Sisi, capo dei servizi segreti egiziani, volava di nascosto all'accademia militare americana di West Point per coordinare le mosse necessarie per riportare l'ordine desiderato da Washington al Cairo. Saranno necessari due anni, ma oggi Al Sisi rappresenta la continuità del passato con cui anche Eni è riuscita a instaurare un rapporto proficuo e da cui si attende nelle prossime settimane il prolungamento di diverse licenze chiave. Non è dunque un caso il boom di notizie che arriva dall'Egitto. I tempi della crisi legata all'omicidio di Giulio Regeni, il ricercatore inglese ucciso per le sue attività al Cairo, sembrano essere molto lontani. La diplomazia dell'Eni si è mossa bene, ma stando a quanto risulta alla Verità anche il governo si sarebbe mosso. Non solo a livello ufficiale ma anche ufficioso, da parte della Lega. L'obiettivo congiunto sarebbe quello di diventare il Paese di riferimento nell'area orientale del Mediterraneo. Dai giacimenti congiunti Israele-Cipro fino alla Libia. Non a caso quattro giorni fa il cane a sei zampe ha annunciato l'avvio del progetto offshore di Bahr Essalam con l'obiettivo di incrementare la sola produzione libica con ulteriori 400 milioni di piedi cubi di gas al giorno. Sabato scorso il ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, è volato all'improvviso a Tripoli per incontrare Fajez Serraj, premier di quell'area della Libia. L'obiettivo è rivedere gli accordi in tema di immigrazione. Ma l'unica leva per ripristinare la stabilità è tornare a estrarre petrolio e gas. Per questo manca ancora un tassello: il riavvio dei rapporti con il governo di Khalifa Haftar, responsabile della Cirenaica. È necessario non solo sul tema immigrazione ma soprattutto per chiudere il progetto Eni. È necessario per avviare un ruolo di Paese di riferimento in tutta la mezzaluna orientale del Mediterraneo. Inutile dire che più terreno o mare conquista l'Italia meno peso ha la Francia di Emmanuel Macron.Claudio Antonelli<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/a-furia-di-pozzi-ci-prendiamo-anche-legitto-2585215326.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ci-serve-il-bis-dellaccordo-cav-gheddafi-ma-ora-a-firmarlo-devono-essere-in-tre" data-post-id="2585215326" data-published-at="1771978468" data-use-pagination="False"> Ci serve il bis dell’accordo Cav-Gheddafi. Ma ora a firmarlo devono essere in tre Durante la visita di sabato scorso a Tripoli, il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi ha esposto la sua strategia per il futuro dei rapporti tra Italia e Libia. Un futuro che, in realtà, guarda molto al passato: in sostanza, per Moavero si tratta di rimettere le lancette al 2008, quando l'allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e il raìs Muammar Gheddafi siglarono il trattato di Bengasi (che in Libia interruppe l'usanza di celebrare, ogni 7 ottobre, il «giorno della vendetta» anti italiana). Il responsabile della Farnesina si è intrattenuto a colloquio con il premier libico Fayez al-Serraj, il vice primo ministro Ahmed Maitig, il ministro degli Esteri Mohammed Taher Siyala e il presidente dell'Alto Consiglio di Stato Khaled al-Meshri. La delegazione di Tripoli ha confermato la propria disponibilità a ripartire dall'accordo Berlusconi-Gheddafi, che il nostro Paese (non senza qualche imbarazzo, poiché il testo dell'intesa prescriveva che un'eventuale rottura del patto dovesse essere concordata da entrambe le parti) sospese unilateralmente nel 2011, dopo lo scoppio della rivoluzione. Quella di una riattivazione del trattato di Bengasi è una buona notizia per le aziende italiane. I negoziati di dieci anni fa tra l'ex Cavaliere e il dittatore libico includevano, oltre alla famosa collaborazione per il contenimento dei flussi migratori, una serie di impegni economici di grande valore anche geopolitico. Ad esempio, il progetto per la realizzazione di un'autostrada lunga 1.700 chilometri, che doveva correre dal confine con la Tunisia a quello con l'Egitto. La società italiana Impregilo cinque anni fa dovette sospendere i lavori del primo lotto a causa dell'instabilità dell'area. Ma sul piatto ci sono pure la joint venture nei settori aerospaziale, elettronico, tecnologico ed energetico tra Finmeccanica e due fondi sovrani libici, la ristrutturazione dell'aeroporto di Tripoli (gestita dal consorzio Aeneas) e, come ha ricordato Il Sole 24 Ore, lo sblocco dei 600 milioni di dollari di crediti che le imprese italiane vantano nei confronti dei committenti pubblici libici. Senza dimenticare lo sviluppo dei nostri colossi del petrolio e del gas, che nonostante la guerra (e nonostante la regia francese del conflitto puntasse a scalzarli) hanno mantenuto i propri impianti. Anzi, pochi giorni fa Eni ha annunciato l'avvio della produzione nel più grande giacimento a gas nell'offshore libico, suscitando l'entusiasmo di Serraj. Ma non è tutto oro quello che luccica. Il numero uno di Tripoli, nostro interlocutore privilegiato, non è l'unico attore sulla scena. Emmanuel Macron ha investito tutto il suo capitale politico sul concorrente di Serraj, il generale Khalifa Haftar, mentre le tribù che costituiscono il lacerato tessuto sociale della Libia, uno Stato effettivamente privo di un'identità nazionale unitaria, dopo la scomparsa di Gheddafi hanno accresciuto il loro peso specifico, configurandosi come una delle più insidiose minacce per la rinascita del Paese. Non è un caso se un gruppo della Cirneaica, vicino ad Haftar, abbia appena invocato il jihad «contro lo Stato coloniale e fascista italiano». È lecito ipotizzare che sia stato lo stesso generale di Tobruk ad aizzare gli estremisti. Magari su mandato di chi gravita attorno all'Eliseo ed è preoccupato da un'Italia intenzionata a tornere in gioco. Il ministro Moavero ha espresso la volontà di «contribuire in maniera decisiva alla stabilizzazione della Libia» e ha prefigurato «un partenariato economico bilaterale incentrato su settori strategici e fondato su un'efficace collaborazione tra settore pubblico e privato». Un passo in avanti rispetto alla subordinazione dei governi del Pd agli interessi esclusivi di Parigi. Ma nel 2008 Berlusconi poteva fare affidamento su un leader che forse era un tiranno, però garantiva l'ordine e il rispetto degli accordi. Oggi, invece, l'Italia deve orientarsi in un labirinto politico disseminato di trappole. Alessandro Rico
Carlo Conti (Ansa)
Niente male. Anzi, molto bene: è la prima volta che un conduttore di questa importanza e in una situazione tanto esposta come il più nazional popolare degli eventi manifesta la propria appartenenza cristiana. Sì, in passato, di qualcuno si è potuto intuirla. Dello stesso Baudo, per esempio. Ma forse, nel suo caso, si trattava soprattutto di un riferimento politico e partitico. Poi qualcuno ricorderà il segno della croce fatto da Amadeus in cima alla scala dell’Ariston prima di iniziare una delle sue conduzioni. Ma sembrava essere più che altro un gesto scaramantico. Conti no, ha rivelato spontaneamente un tratto del suo essere. E, comunque, pur senza enfatizzarla, una certa sensibilità era affiorata anche quando, nel 2015, aveva ospitato Sammy Basso, affetto da progeria o, l’anno dopo, quando aveva concesso il palco dell’Ariston al maestro e compositore Ezio Bosso che sulle note di Following a bird aveva commosso il pubblico.
Ora gli osservatori più occhiuti saranno pronti a lamentare il Festival confessionale. Già le conferenze stampa sono una palestra di puntiglio critico. Alcuni colleghi si adoperano per scovare le pressioni del palazzo. Il premier alla serata inaugurale, il caso del comico Andrea Pucci. Conti scansa, smorza, spegne i focolai. Parole d’ordine «serenità e leggerezza». Non a caso Laura Pausini si è lasciata convincere alla co-conduzione da Carlotan, Carlo più Lexotan. Il mondo è pieno di guerre e al Festival ci accontentiamo delle canzonette, moraleggia qualcuno, mentre per esempio, uno come Bruce Springsteen prende posizione contro la politica autoritaria. Conti cita Gianna Pratesi, 105 anni all’anagrafe, invitata per ricordare ieri sera la prima volta che andò a votare subito dopo la guerra. E i partigiani e chi ha combattuto ed è morto per liberare l’Italia dalla dittatura nazifascista: «Ci hanno dato questa Repubblica che ci permette di godere della musica e di un Festival come questo. Il mio auspicio è che tutti i Paesi del mondo, dove c’è la guerra, possano avere il loro Festival di Sanremo». «Sanremo», sottolinea, «non deve essere fatto di due ore e mezzo di proclami, secondo me, ma se sottotraccia c’è qualche riflessione che ci porta a ragionare forse può risultare ancora più forte».
Si sente pressato dal presidente del Senato Ignazio La Russa che ha fatto un appello per concedere a Pucci uno spazio riparatore? «Rispetto la seconda carica dello Stato e ho ascoltato con attenzione quello che ha detto», è la replica. «Ho chiesto a Pucci se volesse mandare un videomessaggio scherzoso, ma non se la sente. Non posso certo obbligare nessuno a fare qualcosa contro la sua volontà». Soddisfatto della «cortese ed esaustiva risposta», La Russa rinnova la stima per il conduttore augurandogli «un grande successo per questo Festival di Sanremo che resta il più grande avvenimento nazional popolare di cui è quindi lecito occuparci un po’ tutti. Senza nulla togliere alle cose più importanti».
Se un filo di preoccupazione increspa i pensieri di Conti è quello degli ascolti. «Ma come non mi esalto se le cose vanno troppo bene, non mi abbatterò se i risultati non saranno positivi... anche perché tutto sommato devo battere me stesso. Sono fatto così. Mi presenterei qui con lo stesso spirito. Lo scenario è diverso», aggiunge, «ci siamo spostati di due settimane, i competitor sono diversi, e ci sono le partite di calcio...». Stamattina, il verdetto.
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«Il signore delle mosche» (Sky)
Invece, Golding lo ha dato alle stampe nel 1954, vergando pagine tanto perfette da risuonare, ancora oggi, senza bisogno alcuno che uno sceneggiatore vi rimetta mano. Perciò, Thorne, responsabile dell'ultimo adattamento televisivo dell'opera, si è ben guardato dal cambiarne la trama. L'autore, che attraverso Adolescence ha dimostrato di sapere interpretare con tanta delicatezza quanta efficacia le fragilità dei ragazzini, ha ripercorso minuziosamente la storia, così come Golding l'ha tracciata. Gli anni Cinquanta, uno schianto aereo, un'intera scolaresca britannica precipitata, sola e spaurita, su un'isola al largo dell'Oceano Pacifico. E poi la lotta per la sopravvivenza, una lotta animale, intrinseca all'essere umano, senza riguardo per l'età o l'esperienza di mondo.
Il signore delle mosche, nei quattro episodi al debutto su Sky dalla prima serata di domenica 22 febbraio, torna al 1954, allo sgomento che quella pubblicazione aveva saputo suscitare. E, a tratti, lo ripropone, unendo alle parole la forza delle immagini.La serie televisiva, voluta dalla Bbc e presentata in anteprima alla scorsa Berlinale, comincia in medias res, dallo schianto e dal tentativo, immediato, di darsi un ordine. L'ordine di bambini per nulla avvezzi alle cose dei grandi, l'ordine del buon senso. Ralph e Piggy, più morigerati di altri compagni, l'avrebbero voluto così: una placida catena di montaggio, volta ad assegnare a ciascun superstite un compito, facilitando la convivenza e la costruzione, seppur embrionale, di una società. Jack, però, ragazzo del coro, a questa uguaglianza mite non ha voluto uniformarsi. Avrebbe comandato da solo, dispotico nel suo corpo acerbo. Sarebbe stato non re, ma dittatore. Ed è allora, sulla decisione arbitraria di un solo ragazzo, che Golding ha costruito il suo romanzo e dato forma alla sua tesi, quella per cui nulla è salvabile nell'uomo.
Il signore delle mosche, pur popolato di bambini, racconta ancora oggi di una diffidenza quasi ancestrale, ben oltre l'homo homini lupus di hobbesiana memoria. Sono paure senza basi di realtà, egoismi, un istinto malsano di sopravvivenza ad emergere, distruggendo quel nucleo che tanto potenziale avrebbe potuto avere. Distruggendo, anche, l'innocenza dei bambini, tanto fra le pagine del romanzo, quanto negli episodi, pochi e ben fatti, della serie televisiva.
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Pier Paolo Pasolini (Ansa)
Già un paio di mesi prima di pubblicare quel celebre articolo, insomma, Pasolini aveva messo in chiaro, in maniera forse ancor più decisa e lineare di quanto successivamente sarebbe avvenuto sul Corriere, come la sua contrarietà all’aborto - di cui, a differenza del Partito radicale, suo interlocutore privilegiato di quel periodo assieme alla Federazione giovanile comunista italiana, osteggiava la legalizzazione (che sarebbe stata sancita nel 1978 con l’approvazione della legge 194) - risiedesse innanzitutto nel fatto che l’aborto è un omicidio. Se oggi, dopo oltre mezzo secolo di completo oblio (il pezzo era ignoto anche ai maggiori conoscitori di Pasolini e dal 1974 non è mai stato riproposto da nessuna parte), questo significativo articolo apparso su Amica è tornato alla luce, il merito è di uno dei più straordinari e colti collezionisti italiani, il romano Giuseppe Garrera, che in quel numero della rivista si è imbattuto alcuni mesi fa durante una delle sue instancabili ricerche di materiali pasoliniani. Adesso la copia di Amica recuperata da Garrera è esposta a Spoleto nel contesto della mostra «Vita minore. San Francesco e la santità dell’arte contemporanea», curata dallo stesso Garrera assieme al fratello Gianni (a sua volta serissimo studioso e grande collezionista) e visitabile, fino al prossimo 2 giugno, presso Palazzo Collicola. Chi si recherà a Spoleto potrà constatare dal vivo come all’articolo di Pasolini fosse stato dato, ricorrendo a caratteri cubitali, il definivo titolo «Io sono contro l’aborto», che diverrà poi il titolo «ufficioso» dell’editoriale ospitato in seguito dal Corriere della Sera (che, come già abbiamo ricordato, era stato titolato diversamente dal quotidiano milanese). Una scelta redazionale, quella di Amica, che certifica la perentorietà - e quindi la non fraintendibilità - della posizione di Pasolini sull’aborto: una posizione che invece da più di cinquant’anni, e oggi in modo non meno pervicace di un tempo, si tenta da più parti di annacquare, alterare, manipolare, spostando l’attenzione dalla motivazione fondamentale fornita da Pasolini («Sono contrario alla legalizzazione dell’aborto perché la considero, come molti, una legalizzazione dell’omicidio», citazione testuale dall’articolo uscito sul Corriere della Sera) alle motivazioni ulteriori formulate sempre sul Corriere: motivazioni, a differenza di quella principale (la quale è, prima di ogni altra cosa, scientificamente ineccepibile), pretestuose (la legalizzazione della pratica abortiva quale strumento della falsa tolleranza sessuale attuata dalla società dei consumi a scapito del coito omoerotico) oppure contorte e oramai obsolete (favorendo la pratica del coito eterosessuale, liberato dallo spettro della gravidanza indesiderata, l’aborto avrebbe paradossalmente portato a un aumento delle nascite e pertanto a un aggravarsi del problema della sovrappopolazione).
Adesso, dunque, l’auspicio - quasi certamente vano, ne siamo consapevoli - è che la riapparizione dell’articolo di Amica faccia comprendere una volta per tutte che quando un’associazione come Pro vita e Famiglia - la persecuzione di amministrazioni e tribunali nei confronti delle cui affissioni, sia detto per inciso, è uno scandalo antidemocratico che avrebbe verosimilmente indignato lo stesso Pasolini - attacca manifesti miranti a scoraggiare l’attività abortiva su cui compare il volto di PPP, non compie alcuna appropriazione indebita, poiché lo scrittore era indiscutibilmente antiabortista e lo ha affermato in più occasioni con una nettezza assoluta. Fino al punto di non accettare neppure la visione - certamente sensata e a nostro avviso necessaria nel suo realismo, a meno appunto di non assumere come Pasolini posizioni squisitamente idealistiche - dell’aborto legale come male minore.
Scriveva ancora Pasolini su Amica: «Infatti so che l’abrogazione delle leggi contro l’aborto è il “meno peggio”, un’azione di “realpolitik”, è un “compromesso”. […] Ebbene, è proprio questo ragionamento che io non mi sento di fare. La soluzione è a monte dell’abrogazione delle leggi contro l’aborto: è nel rendere popolare il concetto della libertà di fare figli come e quando si vuole, che non esiste illegalità in una nascita (questo per le ragazze madri, che, soprattutto nelle classi più povere, ricorrono all’aborto per evitare il disonore); se poi non si vogliono avere figli, ci sono un’infinità di modi per non averli: bisogna dunque, se mai, “abrogare” la Chiesa che condanna questi modi (la pillola ecc.)».Il punto è sempre lo stesso: si può non essere d’accordo con Pasolini e si può, anzi si deve, discuterlo. Non si possono invece distorcerne, per proprio tornaconto, le opinioni e le affermazioni. Non si può farlo diventare, da scomodo, comodo.
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In questa puntata di Segreti il professor Riccardo Puglisi analizza il delitto di Garlasco da una prospettiva inedita: il ruolo dei media, la polarizzazione dell’opinione pubblica e il peso delle narrazioni nel caso Stasi. Tra giustizia, informazione e percezione collettiva, analizziamo come nasce, e si consolida, un racconto mediatico destinato a dividere.