Circola una frase apocrifa che dice: il prezzo è ciò che il compratore più sciocco è disposto a pagare. Se è così, ieri sul mercato vi erano moltissimi sciocchi. Sul mercato di Londra il rame ha fatto segnare un nuovo record, superando i 13.300 dollari per tonnellata (+1,7%). Lanciatissimi anche palladio e nichel, rispettivamente +5,7% e +10%. In effetti sono saliti tutti i metalli industriali (unica eccezione lo stagno, -3,75%) e anche i preziosi.
La mossa statunitense del 3 gennaio scorso, con la messa sotto tutela del grande serbatoio di petrolio venezuelano, non muta il quadro di una corsa alle materie prime che prosegue e proseguirà. All’apertura del mercato il prezzo del petrolio non ha avuto particolari scossoni, restando attorno ai 61-62 dollari al barile. Del resto, nel breve e anche medio termine nulla cambia. L’operazione americana è in chiave strategica e riguarda ciò che è stato chiarito nel documento sulla Strategia per la sicurezza nazionale resa nota da Washington a novembre 2025: un allineamento completo di tutto l’emisfero occidentale alle necessità strategiche degli Stati Uniti. A molti non piacerà, ma è quanto Donald Trump ha dichiarato di voler fare, in un documento molto citato ma poco compreso. Dalla Terra del Fuoco alla Groenlandia, l’intenzione di Washington è di avere il controllo delle relazioni diplomatiche, delle risorse e delle frontiere di tutto il continente americano. Non è una impresa di poco conto, ma Trump sta andando molto velocemente e l’azione in Venezuela rappresenta un’accelerazione.
Quanto alle risorse, per restare al Venezuela, il petrolio disponibile è tanto ma la produzione scarsa, meno dell’1% della domanda mondiale. Ebbene, questo rappresenta un vantaggio, perché nessuno oggi ha bisogno di più petrolio dal Venezuela, essendoci già un eccesso di offerta mondiale. Ulteriori quantitativi che arrivassero sul mercato oggi abbatterebbero i prezzi a livelli insostenibili per molte aziende dello shale statunitense, già vicine alla sofferenza ai prezzi attuali. Possiamo a questo punto introdurre una distinzione tra prezzo e valore, grazie alla celebre frase di Warren Buffet: il prezzo è ciò che paghi, il valore è ciò che ottieni. In effetti, il valore delle riserve venezuelane (per quanto probabilmente sovrastimate) è alto perché il loro sfruttamento potrà cominciare a dare i propri frutti dal 2029 in avanti, proprio quando la produzione interna statunitense subirà un prevedibile calo, dovuto all’esaurimento dei terreni disponibili al fracking nel bacino del Permiano.
Quello che Trump sta cercando è un difficile equilibrio tra il prezzo del petrolio, che vorrebbe basso in modo da non alimentare l’inflazione in patria, e le esigenze di profitto delle compagnie petrolifere, che sotto un certo prezzo del greggio non hanno motivo di produrre e creare abbondanza di risorsa. Ecco perché gli Usa hanno bisogno di trovare spazio per nuove perforazioni, in sostituzione di ciò che si va esaurendo nel sottosuolo nazionale, e di assumere il controllo di riserve strategiche per modularne lo sfruttamento.
Se si parla di Groenlandia e di Iran, poi, nel primo caso si parla di materie prime come terre rare leggere e pesanti (neodimio, praseodimio, disprosio, terbio), uranio, zinco, ferro, rame, nichel, cobalto, molibdeno, oro. Nel secondo caso, l’Iran, si parla invece ancora di petrolio. Ebbene, uno sfruttamento intensivo del territorio groenlandese prenderà comunque molto tempo, anche se si arrivasse rapidamente a un accordo amichevole tra le parti. Tuttavia, anche in questo caso sarà il prezzo, con tutto ciò che questo incorpora (aspettative, volumi, valore), a dare un’indicazione dell’efficacia dell’azione trumpiana, volta a consolidare il continente americano.
Nel caso dell’Iran, si tratterebbe soprattutto di avere il controllo della produzione in modo da modulare i prezzi ed evitare che le cospicue riserve iraniane finiscano troppo rapidamente sul mercato, abbattendo i prezzi sotto la soglia vitale di 50 dollari al barile. Questo dovrebbe essere infatti il livello obiettivo di prezzo per il petrolio nei piani della Casa Bianca. A quei livelli il danno sarebbe soprattutto alla Russia, che già vende il suo greggio con un forte sconto rispetto alla media di mercato. Se la manovra di Trump non dovesse riuscire, e i prezzi salissero per un blocco dell’offerta, a farne le spese sarebbe l’Europa, inerte price-taker. Sarà dunque il prezzo a stabilire vincenti e perdenti nella scommessa trumpiana.
L’attonita Europa, nel frattempo, balbetta incredula senza riuscire ad articolare un pensiero, avendo annacquato in una poltiglia inconsistente chiamata Ue le poche posizioni politiche e diplomatiche che poteva proporre quando a parlare erano i governi. Come si legge nel documento sulla Strategia per la sicurezza nazionale, l’Europa si è condannata al declino e gli Stati Uniti temono che molti Paesi europei non avranno più economia e capacità militare per essere alleati affidabili. È vero e la dimostrazione si ha in molti campi. Il ritardo europeo sul dossier delle materie prime, ad esempio, è enorme e difficilmente potrà essere colmato. A guidare le danze saranno i blocchi contrapposti che si stanno costituendo, da una parte gli Usa, dall’altra la Cina.
Mettere in fila i diversi elementi che compongono l’azione di Trump è operazione non facile, ma possiamo farci aiutare da una bussola che difficilmente sbaglia: il prezzo. Sempre tenendo presente ciò che esso rappresenta in concreto. Altrimenti, avrà avuto ragione Oscar Wilde nel dire che la gente conosce il prezzo di tutto e il valore di niente.





