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2018-06-04
Esistono ancora 65 gruppi armati attivi ma il terrorismo è ormai una faccenda personale
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ANSA
«Staccare la spina». Era la soluzione che molti, negli Anni di piombo, avanzavano per combattere le Brigate rosse. «Contro il terrorismo l'arma più forte è il silenzio», suggeriva l'esperto di comunicazione Herbert Marshall McLuhan. Si pensava, infatti, che evitando la presenza sui media dei terroristi si potesse risolvere una situazione divenuta ormai critica dopo il rapimento, la prigionia e l'uccisione di Aldo Moro. «Il terrorismo è una forma di teatro», affermò il sociologo in un'intervista di allora con Il Tempo: dando copertura mediatica al terrorista, gli si offre un palcoscenico e un copione. Per questo, l'arma più forte per batterlo è il silenzio.
Sembrano passati secoli da quei ragionamenti. Oggi, infatti, con la facilità di accesso ai media e soprattutto con le immagini dell'11 settembre impresse ancora nelle nostre menti, un simile dilemma non si pone. Anzi, porselo farebbe apparire fuori dal mondo. Il «staccare la spina» non trova più spazi anche perché sono gli stessi terroristi a puntare sulla spettacolarizzazione delle loro gesta. Il caso dell'ascesa dello Stato Islamico di Abu Bakr Al Baghdadi ne è la dimostrazione. E come suggerisce Guido Olimpio, giornalista del Corriere della Sera, nel suo ultimo libro Terrorismi. Atlante mondiale del terrore (La nave di Teseo), «il binomio spettacolo-attentato garantisce successo anche quando il vertice è sotto assedio, con le spalle al muro, i ranghi demoliti dai raid aerei. La percezione è l'alleata di un nemico ubiquo, sorprendente, scaltro. Figlio-figliastro di una società nella quale non si riconosce e che è pronto a sovvertire».
Ma questa spettacolarizzazione non serve soltanto a rafforzare gruppi noti, come quelli del terrorismo islamico tipo Al Qaeda e Isis, ma anche ad alimentare la competizione tra terroristi e terrorismi. Infatti è di terrorismi - al plurale - che parla il volume di Olimpio, esperto che ha operato in Medioriente e Americhe. Non c'è soltanto il terrorismo islamico, il jihadismo. L'autore individua altre tre forme: il terrorismo xenofobo, che utilizza spesso gli stessi strumenti dei seguaci dell'Isis (basti pensare alle auto contro i simboli religiosi), il narcoterrorismo, capace di controllare territori in Messico e mercati illegali in America Latina incidendo sulla società, e infine il terrorismo personale. Quest'ultimo è, secondo Olimpio, un fenomeno in forte ascesa.
Il ricercatore canadese Kevin Cameron l'ha definito pseudoterrorismo - per quanto accademici, autorità e inquirenti rifiutino la definizione mancando all'origine una motivazione politica: un terrorismo a metà, in cui le ragioni politico-ideologiche del terrorista convivono con le questioni personali a tal punto da rendere impossibile individuare la ragione principale dietro le loro folli gesta. Le stragi di massa negli Usa, in recente aumento, sono l'esempio di come questo tipo di terrorismo si ispiri al jihadismo ma cerchi poi di superarlo, diventando ancor più violento. Dai comportamenti dei cosiddetti terroristi personali negli Usa emergono alcuni elementi: sono decisi a fare sempre più morti, studiano i precedenti per superarli e fanno riferimento alla propaganda sul Web, come nel caso di guide e manifesti, per tramandare messaggio.
Per il New York Times, «la nuova generazione di terrorismo islamista, perpetrato da individui ispirati da lontano, ha reso incerta la distinzione tra terrorista e psicopatico solitario». Ma tali caratteristiche sono comuni anche al terrorismo xenofobo. Basti agli atti compiuti da Anders Breivik a Oslo e Utoya, da Thomas Mair contro la deputata britannica Jo Cox, e da Luca Traini, l'estremista di Macerata che è andato a caccia di immigrati per le strade di Macerata promettendo di vendicare l'omicidio della giovane Pamela Mastropietro. Quello islamico e quello xenofobo sono terrorismi simili per modalità, come evidenzia Olimpio, ma anche necessari l'uno all'altro. È la tesi di Julia Ebner, ricercatrice britannica che si occupa di terrorismo e islamismo, il cui volume The rage è stato recentemente pubblicato in Italia da NR edizioni con il titolo La rabbia. Connessioni tra estrema destra e fondamentalismo islamista. Noi-voi, l'identità, la paura, la rabbia sono infatti concetti comuni che hanno successo in entrambi gli estremismi, specie in un periodo, come quello attuale, di crisi globale: in un mondo sempre più complesso, spesso vince il messaggio più semplice, bianco o nero, giusto o sbaglio, noi o voi. L'autrice si è infiltrata in incognito in gruppi xenofobi e islamisti scoprendo che, per quanti si odino, non possono fare a meno l'uno dell'altro, formandosi su principi come vittimizzazione e demonizzazione e alimentandosi vicendevolmente soprattutto grazie ai media.
Raccontando il suo libro a Radio Radicale, Olimpio ha affrontato anche il caso italiano, provando a rispondere a una domanda che a volte ci spaventa porci: perché il terrorismo islamico non ha colpito sul nostro territorio? C'è sicuramente una volontà di evitare scontri con il nostro Paese per non disturbare il corridoio per il Nord Africa, da e per l'Europa. Ma Olimpio individua tre ragioni, escludendo patti tra terroristi e Stato (come fu nel caso del Lodo Moro che permise le scorribande in lunga e in largo il nostro Paese ai terroristi palestinesi e alle sigle a loro vicine) ma anche tra terroristi e mafia vista la difficoltà a interloquire con singoli individui, non già come organizzazioni strutturate. Un elemento sociale: in Italia non ci sono quartieri difficili come Molenbeek a Bruxelles, zone ad alta concentrazione musulmana dove è più facile per i jihadisti reclutare terroristi. Un elemento operativo: l'Italia ha fornito soltanto 130 foreign fighter allo Stato islamico, una cifra pari al contributo di Trinidad e Tobago, un terzo, se non di più, di quanti sono partiti dalla Francia. Infine, l'elemento linguistico: la quantità di materiale disponibile online in lingua italiana non è certo paragonabile all'immensa mole di guide e manifesti prodotti in inglese, ma anche in francese.
Il nostro Paese, inoltre, può contare sull'esperienza ormai ventennale delle forze di polizia e della nostra magistratura, attive ben prime dell'11 settembre nel contrasto al terrorismo. Ma c'è un elemento in più che ha premiato l'Italia: la possibilità di effettuare espulsioni. Questo ho permesso alle autorità di cacciare soggetti pericolosi che non avrebbero potuto arrestare. Lo stesso non si può dire, per esempio, dei francesi, in quanto i potenziali terroristi sono cittadini della République. Tuttavia, non si può fare lo stesso quando il terrorismo cresce nell'estremismo politico del Paese. E fronteggiare questo tipo di minaccia richiede non soltanto sforzi maggiori sul piano giuridico e militare ma anche, e soprattutto, su quello sociale.
Gabriele Carrer
INFOGRAFICA
La maggior parte delle sigle islamiche sono in Medioriente e Sud Est asiatico
La fine della Guerra fredda ha prodotto un caos geopolitico non indifferente. La scomparsa di due chiari blocchi contrapposti ha favorito un progressivo sgretolamento statuale, oltreché il proliferare di organizzazioni di stampo terroristico, sempre più al servizio tanto di fanatismo settario quanto di rilevanti interessi politici ed economici. In questo quadro, il contrasto al terrorismo internazionale ha sempre rappresentato uno dei principali impegni assunti dagli Stati Uniti. In particolare, è dalla caduta dell'Unione Sovietica che lo Zio Sam ha intensificato questa sua attività, in un contesto globale sempre più incerto, caotico e fondamentalmente irrazionale.
Del resto, l'identificazione di una organizzazione straniera come «terroristica» da parte di Washington segue un percorso ben preciso, non esente comunque da un certo grado di (forse inevitabile) discrezionalità. Tutto parte dalla sezione 219 dell'Immigration and nationality act, che prescrive i criteri per poter definire un determinato gruppo come «organizzazione terroristica straniera». In sostanza, si richiede che l'organizzazione non sia (ovviamente) statunitense e che svolga attività considerate terroristiche dalla legislazione americana. Si richiede inoltre che queste attività rappresentino una seria minaccia per gli Stati Uniti e i suoi cittadini. A occuparsi della designazione è il Bureau of counterterrorism che fa capo al dipartimento di Stato e che ha a disposizione un budget annuale che si aggira intorno ai 230 milioni di dollari. Nella fattispecie, il Bureau identifica un'organizzazione potenzialmente pericolosa e prepara un dossier di informazioni, in base a cui si dimostri che il gruppo sotto esame rientri nei suddetti criteri. A questo punto, il segretario di Stato, in accordo con i dipartimento di Giustizia e Tesoro, decide se dichiarare o meno l'organizzazione terroristica. In caso affermativo, il dipartimento di Stato ne informa il Congresso che ha sette giorni di tempo per bloccare eventualmente la designazione. Se non ci sono opposizioni, il provvedimento viene pubblicato sul registro federale per entrare così in vigore.
Dal 1997 a oggi, il Bureau annovera attualmente 65 sigle terroristiche, la maggior parte delle quali concentrate in Medioriente e nel Sud Est Asiatico. L'ultima a essere inserita è stata la branca sahariana dell'Isis, insieme al suo leader Adnan Abu Walid Al Sahrawi, lo scorso 23 maggio: si tratta di un gruppo che ha rivendicato l'imboscata dell'ottobre 2017 in Niger, a Tongo Tongo, in cui sono rimasti uccisi quattro soldati americani e cinque nigeriani. Sempre nel 2018, sono state dichiarate terroristiche altre filiali locali dello Stato Islamico: in Bangladesh, Africa Occidentale e Filippine. Inoltre, restando in ambito islamista, è del 2012 la decisione del Bureau di inserire nella lista il fronte Al Nusra: gruppo jihadista, tra i protagonisti della guerra civile siriana, che è sorto da una costola di Al Qaeda (dichiarata invece organizzazione terroristica nell'ormai lontano 1999). Tra i gruppi presenti nella lista figurano poi anche l'organizzazione palestinese Hamas e quella libanese Hezbollah, inserite entrambe nel 1997. Si tratta storicamente di due entità profondamente anti-israeliane, che - pur essendo caratterizzate da differenze di carattere religioso - intrattengono legami con un nemico degli Stati Uniti come l'Iran.
Nel 2013, il Bureau ha poi inserito nella lista l'organizzazione nigeriana islamista Boko Haram, nota per attentati e rapimenti, oltre che per le sue connessioni con lo Stato Islamico. Tra i gruppi designati di recente, nel 2017 troviamo inoltre il movimento Hizbul Mujahideen: nata nel 1989, si tratta di un'organizzazione separatista del Kashmir, dalle tendenze filopakistane, che negli anni si è resa protagonista di svariati attacchi armati.
Ciononostante non bisogna dimenticare che dalla lista delle organizzazioni terroristiche si possa anche uscire. Sotto questo aspetto, la responsabilità principale appartiene, ancora una volta, al segretario di Stato, che detiene il potere di revocare lo status: in particolare, può farlo nel momento in cui ritenga o che siano mutate delle circostanze rispetto alla data di designazione o che non siano più ravvisabili rischi per la sicurezza nazionale statunitense. Anche se, spesso, le organizzazioni tolte dalla lista ne escono per «cessata attività». È il caso, per esempio, degli khmer rossi: i seguaci del dittatore comunista Pol Pot, responsabili alla fine degli anni Settanta del genocidio cambogiano in cui trovarono la morte più di un milione di persone. Datisi alla guerriglia negli anni Novanta, furono inseriti nella lista delle organizzazioni terroristiche nel 1997, per uscirne due anni dopo quando il gruppo si dissolse definitivamente. Un discorso simile vale anche per l'Armata rossa giapponese, gruppo terroristico inserito nel 1997 ed eliminato nel 2001 con la sua scomparsa.
Certo: nel contrasto americano alle organizzazioni terroristiche i cortocircuiti non mancano. Innanzitutto sono noti i legami che alcune di queste entità (si pensi solo ad Al Nusra) intrattengono con un alleato storico degli Stati Uniti come l'Arabia Saudita (a dirlo è stato l'allora vicepresidente Joe Biden nel 2014). In secondo luogo, anche la Casa Bianca talvolta ci mette del suo. Non dimentichiamo, per esempio, che, pur di non compromettere il disgelo con l'Iran, Barack Obama avrebbe bloccato un'indagine federale sul traffico di droga attuato da Hezbollah: un traffico dal valore di centinaia di milioni di dollari, che metteva seriamente a rischio la sicurezza nazionale americana. Contraddizioni pesanti, insomma. Che non sono state prive di conseguenze.
Stefano Graziosi
Non solo Boko Haram: un gruppo africano vuole uno Stato basato sui Dieci comandamenti

Negli ultimi anni si è assistito a un aumento considerevole delle sigle terroristiche presenti nel continente africano. La più nota è probabilmente l'organizzazione islamista nigeriana, Boko Haram, che, nata nel 2002, è particolarmente attiva in imboscate, attacchi terroristici e rapimenti. Senza dimenticare poi i suoi legami con l'Isis. Il gruppo si finanzia principalmente attraverso riscatti, estorsioni e legami con altre entità terroristiche. In Somalia è invece presente, dal 2006, il gruppo jihadista Al Shabaab, particolarmente vicino ad Al Qaeda, con cui recentemente si è fuso. Le sue attività terroristiche vengono condotte soprattutto in Somalia e in Kenya. In particolare, uno dei principali bersagli dell'organizzazione risulta la minoranza cristiana somala. Un'altra sigla pericolosa è poi quella di Al Qaeda nel Maghreb islamico (Aqim), un'ulteriore organizzazione islamista che mira principalmente a rovesciare il governo algerino con l'obiettivo di fondare uno Stato islamico: anche in questo caso, la fonte di finanziamento risulta primariamente quella dei riscatti e delle estorsioni.
Più in generale, varie affiliazioni di Al Qaeda e dell'Isis si stanno diffondendo e rafforzando in buona parte dell'Africa Occidentale. A lanciare l'allarme è stato d'altronde recentemente il maggior generale statunitense Marcus Hicks, il quale ha recentemente dichiarato: «Sia le filiali dell'Isis che quelle di Al Qaeda dovrebbero essere prese sul serio, entrambe hanno portato a termine o tentato attacchi agli interessi occidentali in Africa ed entrambe vogliono continuare ad attaccare gli interessi occidentali qui, e quindi di attaccare l'Occidente al di là di qui».
Tuttavia, per quanto la maggior parte del terrorismo africano appartenga al jihadismo di matrice sunnita, ci sono delle eccezioni. La più rilevante è forse quella dell'Esercito di resistenza del Signore, un gruppo guerrigliero che opera nell'Uganda settentrionale. La sua linea ideologica è particolarmente composita, mescolando elementi delle religioni tradizionali africane, cristianesimo e nazionalismo degli Acholi. L'obiettivo della sigla è fondare uno Stato teocratico, basato sui Dieci comandamenti. La sigla è guidata da Joseph Kony che si definisce portavoce di Dio, pur essendo accusato, tra le altre cose, di crimini di guerra.
Stefano Graziosi
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Il dipartimento di Stato americano ha classificato le sigle. La maggior parte operano in Medioriente e nel Sudest asiatico. Non mancano le fazioni vicine all'Arabia Saudita, storico alleato degli Usa.Spiccano le «armate» operativi nel Continente nero. Non soltanto gli islamisti di Boko Haram e Al Shabaab, ma anche l'esercito di resistenza del Signore, che sogna uno Stato teocratico ispirato ai Dieci comandamenti.La mediatizzazione e la spettacolarizzazione hanno creato competizione tra gli autori delle stragi, che sempre più spesso sono singoli individui in cui è difficile distinguere tra motivazioni ideologiche e personali. Per l'analista Guido Olimpio si tratta di un fenomeno in ascesa che rappresenterà una delle principali sfide per l'Occidente. E così i metodi terrirstici tradizionali sono destinati a scomparire. Lo speciale contiene tre articoli «Staccare la spina». Era la soluzione che molti, negli Anni di piombo, avanzavano per combattere le Brigate rosse. «Contro il terrorismo l'arma più forte è il silenzio», suggeriva l'esperto di comunicazione Herbert Marshall McLuhan. Si pensava, infatti, che evitando la presenza sui media dei terroristi si potesse risolvere una situazione divenuta ormai critica dopo il rapimento, la prigionia e l'uccisione di Aldo Moro. «Il terrorismo è una forma di teatro», affermò il sociologo in un'intervista di allora con Il Tempo: dando copertura mediatica al terrorista, gli si offre un palcoscenico e un copione. Per questo, l'arma più forte per batterlo è il silenzio. Sembrano passati secoli da quei ragionamenti. Oggi, infatti, con la facilità di accesso ai media e soprattutto con le immagini dell'11 settembre impresse ancora nelle nostre menti, un simile dilemma non si pone. Anzi, porselo farebbe apparire fuori dal mondo. Il «staccare la spina» non trova più spazi anche perché sono gli stessi terroristi a puntare sulla spettacolarizzazione delle loro gesta. Il caso dell'ascesa dello Stato Islamico di Abu Bakr Al Baghdadi ne è la dimostrazione. E come suggerisce Guido Olimpio, giornalista del Corriere della Sera, nel suo ultimo libro Terrorismi. Atlante mondiale del terrore (La nave di Teseo), «il binomio spettacolo-attentato garantisce successo anche quando il vertice è sotto assedio, con le spalle al muro, i ranghi demoliti dai raid aerei. La percezione è l'alleata di un nemico ubiquo, sorprendente, scaltro. Figlio-figliastro di una società nella quale non si riconosce e che è pronto a sovvertire». Ma questa spettacolarizzazione non serve soltanto a rafforzare gruppi noti, come quelli del terrorismo islamico tipo Al Qaeda e Isis, ma anche ad alimentare la competizione tra terroristi e terrorismi. Infatti è di terrorismi - al plurale - che parla il volume di Olimpio, esperto che ha operato in Medioriente e Americhe. Non c'è soltanto il terrorismo islamico, il jihadismo. L'autore individua altre tre forme: il terrorismo xenofobo, che utilizza spesso gli stessi strumenti dei seguaci dell'Isis (basti pensare alle auto contro i simboli religiosi), il narcoterrorismo, capace di controllare territori in Messico e mercati illegali in America Latina incidendo sulla società, e infine il terrorismo personale. Quest'ultimo è, secondo Olimpio, un fenomeno in forte ascesa. Il ricercatore canadese Kevin Cameron l'ha definito pseudoterrorismo - per quanto accademici, autorità e inquirenti rifiutino la definizione mancando all'origine una motivazione politica: un terrorismo a metà, in cui le ragioni politico-ideologiche del terrorista convivono con le questioni personali a tal punto da rendere impossibile individuare la ragione principale dietro le loro folli gesta. Le stragi di massa negli Usa, in recente aumento, sono l'esempio di come questo tipo di terrorismo si ispiri al jihadismo ma cerchi poi di superarlo, diventando ancor più violento. Dai comportamenti dei cosiddetti terroristi personali negli Usa emergono alcuni elementi: sono decisi a fare sempre più morti, studiano i precedenti per superarli e fanno riferimento alla propaganda sul Web, come nel caso di guide e manifesti, per tramandare messaggio. Per il New York Times, «la nuova generazione di terrorismo islamista, perpetrato da individui ispirati da lontano, ha reso incerta la distinzione tra terrorista e psicopatico solitario». Ma tali caratteristiche sono comuni anche al terrorismo xenofobo. Basti agli atti compiuti da Anders Breivik a Oslo e Utoya, da Thomas Mair contro la deputata britannica Jo Cox, e da Luca Traini, l'estremista di Macerata che è andato a caccia di immigrati per le strade di Macerata promettendo di vendicare l'omicidio della giovane Pamela Mastropietro. Quello islamico e quello xenofobo sono terrorismi simili per modalità, come evidenzia Olimpio, ma anche necessari l'uno all'altro. È la tesi di Julia Ebner, ricercatrice britannica che si occupa di terrorismo e islamismo, il cui volume The rage è stato recentemente pubblicato in Italia da NR edizioni con il titolo La rabbia. Connessioni tra estrema destra e fondamentalismo islamista. Noi-voi, l'identità, la paura, la rabbia sono infatti concetti comuni che hanno successo in entrambi gli estremismi, specie in un periodo, come quello attuale, di crisi globale: in un mondo sempre più complesso, spesso vince il messaggio più semplice, bianco o nero, giusto o sbaglio, noi o voi. L'autrice si è infiltrata in incognito in gruppi xenofobi e islamisti scoprendo che, per quanti si odino, non possono fare a meno l'uno dell'altro, formandosi su principi come vittimizzazione e demonizzazione e alimentandosi vicendevolmente soprattutto grazie ai media. Raccontando il suo libro a Radio Radicale, Olimpio ha affrontato anche il caso italiano, provando a rispondere a una domanda che a volte ci spaventa porci: perché il terrorismo islamico non ha colpito sul nostro territorio? C'è sicuramente una volontà di evitare scontri con il nostro Paese per non disturbare il corridoio per il Nord Africa, da e per l'Europa. Ma Olimpio individua tre ragioni, escludendo patti tra terroristi e Stato (come fu nel caso del Lodo Moro che permise le scorribande in lunga e in largo il nostro Paese ai terroristi palestinesi e alle sigle a loro vicine) ma anche tra terroristi e mafia vista la difficoltà a interloquire con singoli individui, non già come organizzazioni strutturate. Un elemento sociale: in Italia non ci sono quartieri difficili come Molenbeek a Bruxelles, zone ad alta concentrazione musulmana dove è più facile per i jihadisti reclutare terroristi. Un elemento operativo: l'Italia ha fornito soltanto 130 foreign fighter allo Stato islamico, una cifra pari al contributo di Trinidad e Tobago, un terzo, se non di più, di quanti sono partiti dalla Francia. Infine, l'elemento linguistico: la quantità di materiale disponibile online in lingua italiana non è certo paragonabile all'immensa mole di guide e manifesti prodotti in inglese, ma anche in francese. Il nostro Paese, inoltre, può contare sull'esperienza ormai ventennale delle forze di polizia e della nostra magistratura, attive ben prime dell'11 settembre nel contrasto al terrorismo. Ma c'è un elemento in più che ha premiato l'Italia: la possibilità di effettuare espulsioni. Questo ho permesso alle autorità di cacciare soggetti pericolosi che non avrebbero potuto arrestare. Lo stesso non si può dire, per esempio, dei francesi, in quanto i potenziali terroristi sono cittadini della République. Tuttavia, non si può fare lo stesso quando il terrorismo cresce nell'estremismo politico del Paese. E fronteggiare questo tipo di minaccia richiede non soltanto sforzi maggiori sul piano giuridico e militare ma anche, e soprattutto, su quello sociale. 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In sostanza, si richiede che l'organizzazione non sia (ovviamente) statunitense e che svolga attività considerate terroristiche dalla legislazione americana. Si richiede inoltre che queste attività rappresentino una seria minaccia per gli Stati Uniti e i suoi cittadini. A occuparsi della designazione è il Bureau of counterterrorism che fa capo al dipartimento di Stato e che ha a disposizione un budget annuale che si aggira intorno ai 230 milioni di dollari. Nella fattispecie, il Bureau identifica un'organizzazione potenzialmente pericolosa e prepara un dossier di informazioni, in base a cui si dimostri che il gruppo sotto esame rientri nei suddetti criteri. A questo punto, il segretario di Stato, in accordo con i dipartimento di Giustizia e Tesoro, decide se dichiarare o meno l'organizzazione terroristica. In caso affermativo, il dipartimento di Stato ne informa il Congresso che ha sette giorni di tempo per bloccare eventualmente la designazione. Se non ci sono opposizioni, il provvedimento viene pubblicato sul registro federale per entrare così in vigore. Dal 1997 a oggi, il Bureau annovera attualmente 65 sigle terroristiche, la maggior parte delle quali concentrate in Medioriente e nel Sud Est Asiatico. L'ultima a essere inserita è stata la branca sahariana dell'Isis, insieme al suo leader Adnan Abu Walid Al Sahrawi, lo scorso 23 maggio: si tratta di un gruppo che ha rivendicato l'imboscata dell'ottobre 2017 in Niger, a Tongo Tongo, in cui sono rimasti uccisi quattro soldati americani e cinque nigeriani. Sempre nel 2018, sono state dichiarate terroristiche altre filiali locali dello Stato Islamico: in Bangladesh, Africa Occidentale e Filippine. Inoltre, restando in ambito islamista, è del 2012 la decisione del Bureau di inserire nella lista il fronte Al Nusra: gruppo jihadista, tra i protagonisti della guerra civile siriana, che è sorto da una costola di Al Qaeda (dichiarata invece organizzazione terroristica nell'ormai lontano 1999). Tra i gruppi presenti nella lista figurano poi anche l'organizzazione palestinese Hamas e quella libanese Hezbollah, inserite entrambe nel 1997. Si tratta storicamente di due entità profondamente anti-israeliane, che - pur essendo caratterizzate da differenze di carattere religioso - intrattengono legami con un nemico degli Stati Uniti come l'Iran. Nel 2013, il Bureau ha poi inserito nella lista l'organizzazione nigeriana islamista Boko Haram, nota per attentati e rapimenti, oltre che per le sue connessioni con lo Stato Islamico. Tra i gruppi designati di recente, nel 2017 troviamo inoltre il movimento Hizbul Mujahideen: nata nel 1989, si tratta di un'organizzazione separatista del Kashmir, dalle tendenze filopakistane, che negli anni si è resa protagonista di svariati attacchi armati. Ciononostante non bisogna dimenticare che dalla lista delle organizzazioni terroristiche si possa anche uscire. Sotto questo aspetto, la responsabilità principale appartiene, ancora una volta, al segretario di Stato, che detiene il potere di revocare lo status: in particolare, può farlo nel momento in cui ritenga o che siano mutate delle circostanze rispetto alla data di designazione o che non siano più ravvisabili rischi per la sicurezza nazionale statunitense. Anche se, spesso, le organizzazioni tolte dalla lista ne escono per «cessata attività». È il caso, per esempio, degli khmer rossi: i seguaci del dittatore comunista Pol Pot, responsabili alla fine degli anni Settanta del genocidio cambogiano in cui trovarono la morte più di un milione di persone. Datisi alla guerriglia negli anni Novanta, furono inseriti nella lista delle organizzazioni terroristiche nel 1997, per uscirne due anni dopo quando il gruppo si dissolse definitivamente. Un discorso simile vale anche per l'Armata rossa giapponese, gruppo terroristico inserito nel 1997 ed eliminato nel 2001 con la sua scomparsa. Certo: nel contrasto americano alle organizzazioni terroristiche i cortocircuiti non mancano. Innanzitutto sono noti i legami che alcune di queste entità (si pensi solo ad Al Nusra) intrattengono con un alleato storico degli Stati Uniti come l'Arabia Saudita (a dirlo è stato l'allora vicepresidente Joe Biden nel 2014). In secondo luogo, anche la Casa Bianca talvolta ci mette del suo. Non dimentichiamo, per esempio, che, pur di non compromettere il disgelo con l'Iran, Barack Obama avrebbe bloccato un'indagine federale sul traffico di droga attuato da Hezbollah: un traffico dal valore di centinaia di milioni di dollari, che metteva seriamente a rischio la sicurezza nazionale americana. Contraddizioni pesanti, insomma. 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Il gruppo si finanzia principalmente attraverso riscatti, estorsioni e legami con altre entità terroristiche. In Somalia è invece presente, dal 2006, il gruppo jihadista Al Shabaab, particolarmente vicino ad Al Qaeda, con cui recentemente si è fuso. Le sue attività terroristiche vengono condotte soprattutto in Somalia e in Kenya. In particolare, uno dei principali bersagli dell'organizzazione risulta la minoranza cristiana somala. Un'altra sigla pericolosa è poi quella di Al Qaeda nel Maghreb islamico (Aqim), un'ulteriore organizzazione islamista che mira principalmente a rovesciare il governo algerino con l'obiettivo di fondare uno Stato islamico: anche in questo caso, la fonte di finanziamento risulta primariamente quella dei riscatti e delle estorsioni. Più in generale, varie affiliazioni di Al Qaeda e dell'Isis si stanno diffondendo e rafforzando in buona parte dell'Africa Occidentale. A lanciare l'allarme è stato d'altronde recentemente il maggior generale statunitense Marcus Hicks, il quale ha recentemente dichiarato: «Sia le filiali dell'Isis che quelle di Al Qaeda dovrebbero essere prese sul serio, entrambe hanno portato a termine o tentato attacchi agli interessi occidentali in Africa ed entrambe vogliono continuare ad attaccare gli interessi occidentali qui, e quindi di attaccare l'Occidente al di là di qui». Tuttavia, per quanto la maggior parte del terrorismo africano appartenga al jihadismo di matrice sunnita, ci sono delle eccezioni. La più rilevante è forse quella dell'Esercito di resistenza del Signore, un gruppo guerrigliero che opera nell'Uganda settentrionale. La sua linea ideologica è particolarmente composita, mescolando elementi delle religioni tradizionali africane, cristianesimo e nazionalismo degli Acholi. L'obiettivo della sigla è fondare uno Stato teocratico, basato sui Dieci comandamenti. La sigla è guidata da Joseph Kony che si definisce portavoce di Dio, pur essendo accusato, tra le altre cose, di crimini di guerra.Stefano Graziosi
Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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Il ciclista sloveno Tadej Pogacar dell'Uae Team Emirates festeggia dopo aver vinto la 117ª edizione della classica ciclistica Milano-Sanremo (Ansa)
Lo sloveno cade a 30 chilometri dall’arrivo, rientra con una rincorsa impressionante e decide la Classicissima allo sprint contro Tom Pidcock. Un successo, arrivato al sesto tentativo, che completa il suo straordinario palmarès e arriva dopo una corsa vissuta sempre all’attacco.
C’è un’immagine che racconta più di tutte questa Milano-Sanremo: la maglia iridata strappata, il fianco sinistro sanguinante, e Tadej Pogacar che si rialza e riparte quando la sua corsa sembra finita. Da lì in avanti, la Classicissima cambia direzione e diventa il terreno della sua impresa.
Lo sloveno vince per la prima volta la Milano-Sanremo al sesto tentativo, chiudendo in 6h35’49’’ e battendo allo sprint Tom Pidcock, rimasto l’unico capace di reggergli il passo fino agli ultimi metri. Terzo Wout van Aert, quarto Mads Pedersen. Il primo degli italiani è Andrea Vendrame, sesto.
Fino a poco più di trenta chilometri dal traguardo, però, la storia sembra un’altra. Una caduta in gruppo, poco prima della Cipressa, coinvolge anche Pogacar. Finisce a terra, resta attardato, visibilmente ferito. Per qualche istante la sua Sanremo sembra chiusa lì. Quando risale in sella, il gruppo è già lontano e l’inseguimento appare complicato. È in quel momento che la corsa cambia volto. Pogacar rientra, metro dopo metro, aiutato anche dalla squadra, poi si riporta nelle prime posizioni proprio all’inizio della Cipressa. Non aspetta: accelera, forza il ritmo, seleziona il gruppo fino a portarsi via soltanto i nomi più attesi, tra cui Mathieu van der Poel e Pidcock. La selezione definitiva arriva sul Poggio. Lo sloveno attacca ancora, più volte, fino a staccare Van der Poel. Solo Pidcock resiste e si incolla alla sua ruota. In cima hanno pochi secondi sugli inseguitori, ma bastano. La discesa è veloce, il margine tiene, e la corsa si decide in via Roma. È uno sprint a due, situazione non abituale per Pogacar. Parte lungo, da davanti, costringendo Pidcock a inseguire. Il britannico prova a rimontare, ma negli ultimi metri lo sloveno riesce a mantenere mezza ruota di vantaggio, quanto basta per prendersi la vittoria che gli mancava. Dietro, il gruppo rientra troppo tardi. Van Aert conquista il terzo posto dopo l’inseguimento, in una giornata segnata anche per lui dalla caduta. Più indietro gli altri favoriti, mai davvero in grado di rientrare sui due battistrada nel finale. «Sono molto felice, un sacco di emozioni. Non vedevo l’ora di vincere questa gara», ha detto Pogacar all’arrivo. «Sapevo che con Pidcock sarebbe stata dura, ma sono riuscito a mettere la ruota davanti».
Per il fuoriclasse sloveno è molto più di una vittoria. La Sanremo era uno dei pochi tasselli mancanti in un palmarès già straordinario. Oggi arriva nel modo più difficile, passando attraverso un errore, una caduta e una rincorsa che avrebbe spento molti altri. E invece no. Dopo aver recuperato, attaccato e resistito, Pogacar completa l’opera allo sprint.
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