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2026-01-14
In Trentino il 30% delle medaglie dei Giochi
@GaiaPanozzo
Il Trentino si prepara a vivere da protagonista i Giochi olimpici e paralimpici invernali di Milano-Cortina 2026, assumendo un ruolo centrale sia dal punto di vista sportivo sia sotto il profilo organizzativo e territoriale. Sul territorio provinciale verrà infatti assegnato circa il 30% delle medaglie complessive dei Giochi, un dato di assoluto rilievo che conferma il valore delle infrastrutture trentine, la solidità dell’esperienza maturata nel tempo e la capacità di gestire eventi sportivi di portata internazionale. In Val di Fiemme, nelle venue di Lago di Tesero e Predazzo, verranno assegnate complessivamente 59 medaglie. Le gare olimpiche saranno 21 e riguarderanno alcune delle discipline più iconiche dello sport invernale, come lo sci di fondo, la combinata nordica e il salto con gli sci. A queste si aggiungono 38 gare paralimpiche nelle discipline dello sci di fondo paralimpico, noto come para cross-country, e del para biathlon. Numeri che collocano il Trentino tra i territori strategici dell’intero programma olimpico e paralimpico, sia per quantità di competizioni sia per valore simbolico delle discipline ospitate.
Lo sport rappresenta da sempre un elemento identitario del Trentino, capace di attrarre visitatori da tutto il mondo grazie a un contesto naturalistico unico. Il territorio offre una vera e propria palestra a cielo aperto, ideale per la pratica sportiva in ogni stagione, dalle attività invernali a quelle outdoor primaverili ed estive. Tra cime innevate, paesaggi dolomitici e vallate alpine, l’attività sportiva è parte integrante della vita quotidiana e contribuisce in modo significativo allo sviluppo turistico, economico e sociale.
Questo legame profondo tra territorio e sport trova conferma anche nei dati. Una recente ricerca di Profit to Share per Il Sole 24 Ore ha collocato Trento al primo posto tra le province italiane per indice di sportività. Per il Trentino si tratta dell’ottavo successo nelle 19 edizioni della ricerca, un risultato che testimonia la diffusione della pratica sportiva, la qualità delle strutture disponibili e l’efficienza del sistema organizzativo locale.
In questo contesto si inserisce la scelta della Val di Fiemme come Host Venue per le discipline nordiche. Gli stadi del fondo al Lago di Tesero e del salto a Predazzo rappresentano da anni punti di riferimento a livello internazionale, grazie a infrastrutture di alto livello e a una tradizione consolidata nell’ospitare eventi sportivi di massimo prestigio. Le gare olimpiche di sci di fondo e combinata nordica, così come le competizioni paralimpiche di para cross-country skiing e para biathlon, si svolgeranno presso l’impianto di Tesero. Le gare di salto con gli sci, maschili, femminili, a squadre e a squadre miste, avranno invece luogo presso lo Stadio del Salto di Predazzo, struttura che da tempo accoglie appuntamenti di Coppa del Mondo e manifestazioni internazionali.
I Giochi si svolgeranno dal 6 al 22 febbraio, mentre i Giochi paralimpici dal 6 al 15 marzo 2026. Durante tutto il periodo olimpico e paralimpico, l’accessibilità delle valli di Fiemme e Fassa sarà garantita sia dal punto di vista della viabilità sia per quanto riguarda la fruibilità delle ski area, che resteranno operative e non verranno chiuse in occasione delle competizioni. Una scelta strategica che permetterà a residenti e turisti di continuare a vivere il territorio, praticare sport e usufruire dei servizi anche durante lo svolgimento dei Giochi, in un equilibrio tra grandi eventi e vita quotidiana delle comunità locali.
Accanto allo sport, il Trentino sarà protagonista anche sul piano culturale grazie all’Olimpiade culturale Milano-Cortina 2026, che rappresenta un’opportunità per valorizzare il rapporto tra cultura e sport come leva di crescita per i territori. A febbraio 2024 il Trentino ha inaugurato l’Olimpiade culturale ospitando alle Gallerie di Trento la prima mostra del progetto espositivo triennale «Anelli di congiunzione». Da questa esperienza è nato il progetto «Combinazioni_caratteri sportivi», che coinvolge dodici realtà del sistema museale provinciale in tredici proposte culturali tra mostre, spettacoli e iniziative diffuse.
I Giochi lasceranno infine una legacy significativa per il territorio, fatta di competenze, esperienze e infrastrutture che contribuiranno ad accrescere ulteriormente l’attrattività del Trentino come destinazione per eventi sportivi internazionali. Un patrimonio che assume un valore ancora maggiore in vista dei Giochi olimpici giovanili invernali Yog 2028, già assegnati al Trentino. È già attiva la biglietteria ufficiale per assistere alle gare attraverso il sito di ticketing di Milano-Cortina 2026.
Fiemme e Fassa, valli sempre aperte durante l’evento sportivo mondiale
La promessa è chiara: durante i Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina 2026 la Val di Fiemme e la Val di Fassa non saranno territori blindati. Dal 6 al 22 febbraio, mentre sci di fondo, salto e combinata nordica assegneranno medaglie tra Lago di Tesero e Predazzo, la quasi totalità delle strade resterà aperta al traffico e gli impianti sciistici continueranno a funzionare, seppur con alcune limitazioni. Una scelta che punta a evitare l’effetto «zona rossa» già visto in altri grandi eventi, ma che impone un delicato equilibrio tra sicurezza, mobilità e vita quotidiana delle comunità locali.Il piano, definito dopo mesi di confronto tra organizzatori, Commissariato del governo e Questura di Trento, prevede poche chiusure mirate: via Stazione, tra Tesero e la frazione di Lago, sarà riservata alle navette olimpiche, così come le strade che costeggiano la caserma della Guardia di finanza di Predazzo, sede del villaggio olimpico. Per il resto, salvo emergenze o criticità impreviste, la circolazione ordinaria sarà garantita. A presidiare la situazione sarà una centrale operativa presso i vigili del fuoco di Cavalese, chiamata a intervenire in tempo reale su eventuali congestioni o problemi di viabilità.L’accesso alle venue di gara resterà però rigidamente controllato: a Lago di Tesero e allo Stadio del Salto di Predazzo entreranno solo accreditati e possessori di biglietto, con l’obiettivo di separare i flussi locali da quelli olimpici. È qui che entra in gioco il sistema dei parcheggi e delle navette, pensato per spostare migliaia di tifosi senza riversarli nei centri abitati. I principali hub saranno distribuiti lungo la valle: dal Lido di Molina di Fiemme alla Troticoltura e al Vivaio forestale di Masi di Cavalese, fino all’area artigianale di Tesero, snodo chiave per chi raggiunge il Centro del Fondo. Per il salto, invece, i parcheggi di Mezzavalle e Moena faranno da filtro verso Predazzo.Ampio spazio sarà riservato anche ai bus: zone artigianali, centri sportivi e piazzali comunali verranno riconvertiti temporaneamente a posteggi per pullman, con l’obiettivo di ridurre il traffico privato. Una strategia che, nelle intenzioni, limiterà l’impatto sulle arterie principali, dalla statale 48 alla strada di fondovalle, entrambe confermate come aperte. Non si escludono però deviazioni consigliate, come l’uscita di Bolzano Nord sull’A22 Brennero-Modena per raggiungere la Val di Fassa passando da Val d’Ega e Passo Costalunga.Capitolo impianti: Alpe Cermis, Alpe Lusia-Bellamonte e Pampeago resteranno operativi senza restrizioni, mentre lo Ski Center Latemar dovrà ridimensionare l’attività a Predazzo, dove la partenza della cabinovia ricade all’interno dell’area olimpica. Un sacrificio parziale, compensato dalla possibilità di accedere al comprensorio da Pampeago e Obereggen.Resta il nodo più delicato: la sostenibilità reale di un evento che porterà in valle atleti, staff, volontari e migliaia di spettatori. Il rafforzamento del trasporto pubblico, con collegamenti anche da Trento, è la risposta messa sul tavolo. La scommessa, per Fiemme e Fassa, è vivere l’Olimpiade senza sospendere la normalità. Una sfida logistica prima ancora che sportiva.
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Per l’evento Milano-Cortina 2026 si concentrano, da Lago di Tesero a Predazzo, 59 podi tra fondo, salto e combinata nordica. Accanto allo sport, Trento e il sistema museale provinciale ospitano l’Olimpiade culturale, leva di crescita per i territori.Strade agibili, impianti operativi e un sistema di navette e parcheggi per gestire i flussi.Lo speciale contiene due articoli.Il Trentino si prepara a vivere da protagonista i Giochi olimpici e paralimpici invernali di Milano-Cortina 2026, assumendo un ruolo centrale sia dal punto di vista sportivo sia sotto il profilo organizzativo e territoriale. Sul territorio provinciale verrà infatti assegnato circa il 30% delle medaglie complessive dei Giochi, un dato di assoluto rilievo che conferma il valore delle infrastrutture trentine, la solidità dell’esperienza maturata nel tempo e la capacità di gestire eventi sportivi di portata internazionale. In Val di Fiemme, nelle venue di Lago di Tesero e Predazzo, verranno assegnate complessivamente 59 medaglie. Le gare olimpiche saranno 21 e riguarderanno alcune delle discipline più iconiche dello sport invernale, come lo sci di fondo, la combinata nordica e il salto con gli sci. A queste si aggiungono 38 gare paralimpiche nelle discipline dello sci di fondo paralimpico, noto come para cross-country, e del para biathlon. Numeri che collocano il Trentino tra i territori strategici dell’intero programma olimpico e paralimpico, sia per quantità di competizioni sia per valore simbolico delle discipline ospitate.Lo sport rappresenta da sempre un elemento identitario del Trentino, capace di attrarre visitatori da tutto il mondo grazie a un contesto naturalistico unico. Il territorio offre una vera e propria palestra a cielo aperto, ideale per la pratica sportiva in ogni stagione, dalle attività invernali a quelle outdoor primaverili ed estive. Tra cime innevate, paesaggi dolomitici e vallate alpine, l’attività sportiva è parte integrante della vita quotidiana e contribuisce in modo significativo allo sviluppo turistico, economico e sociale.Questo legame profondo tra territorio e sport trova conferma anche nei dati. Una recente ricerca di Profit to Share per Il Sole 24 Ore ha collocato Trento al primo posto tra le province italiane per indice di sportività. Per il Trentino si tratta dell’ottavo successo nelle 19 edizioni della ricerca, un risultato che testimonia la diffusione della pratica sportiva, la qualità delle strutture disponibili e l’efficienza del sistema organizzativo locale.In questo contesto si inserisce la scelta della Val di Fiemme come Host Venue per le discipline nordiche. Gli stadi del fondo al Lago di Tesero e del salto a Predazzo rappresentano da anni punti di riferimento a livello internazionale, grazie a infrastrutture di alto livello e a una tradizione consolidata nell’ospitare eventi sportivi di massimo prestigio. Le gare olimpiche di sci di fondo e combinata nordica, così come le competizioni paralimpiche di para cross-country skiing e para biathlon, si svolgeranno presso l’impianto di Tesero. Le gare di salto con gli sci, maschili, femminili, a squadre e a squadre miste, avranno invece luogo presso lo Stadio del Salto di Predazzo, struttura che da tempo accoglie appuntamenti di Coppa del Mondo e manifestazioni internazionali.I Giochi si svolgeranno dal 6 al 22 febbraio, mentre i Giochi paralimpici dal 6 al 15 marzo 2026. Durante tutto il periodo olimpico e paralimpico, l’accessibilità delle valli di Fiemme e Fassa sarà garantita sia dal punto di vista della viabilità sia per quanto riguarda la fruibilità delle ski area, che resteranno operative e non verranno chiuse in occasione delle competizioni. Una scelta strategica che permetterà a residenti e turisti di continuare a vivere il territorio, praticare sport e usufruire dei servizi anche durante lo svolgimento dei Giochi, in un equilibrio tra grandi eventi e vita quotidiana delle comunità locali.Accanto allo sport, il Trentino sarà protagonista anche sul piano culturale grazie all’Olimpiade culturale Milano-Cortina 2026, che rappresenta un’opportunità per valorizzare il rapporto tra cultura e sport come leva di crescita per i territori. A febbraio 2024 il Trentino ha inaugurato l’Olimpiade culturale ospitando alle Gallerie di Trento la prima mostra del progetto espositivo triennale «Anelli di congiunzione». Da questa esperienza è nato il progetto «Combinazioni_caratteri sportivi», che coinvolge dodici realtà del sistema museale provinciale in tredici proposte culturali tra mostre, spettacoli e iniziative diffuse.I Giochi lasceranno infine una legacy significativa per il territorio, fatta di competenze, esperienze e infrastrutture che contribuiranno ad accrescere ulteriormente l’attrattività del Trentino come destinazione per eventi sportivi internazionali. Un patrimonio che assume un valore ancora maggiore in vista dei Giochi olimpici giovanili invernali Yog 2028, già assegnati al Trentino. È già attiva la biglietteria ufficiale per assistere alle gare attraverso il sito di ticketing di Milano-Cortina 2026.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/30-delle-medaglie-dei-giochi-2674881041.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="fiemme-e-fassa-valli-sempre-aperte-durante-levento-sportivo-mondiale" data-post-id="2674881041" data-published-at="1768349004" data-use-pagination="False"> Fiemme e Fassa, valli sempre aperte durante l’evento sportivo mondiale La promessa è chiara: durante i Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina 2026 la Val di Fiemme e la Val di Fassa non saranno territori blindati. Dal 6 al 22 febbraio, mentre sci di fondo, salto e combinata nordica assegneranno medaglie tra Lago di Tesero e Predazzo, la quasi totalità delle strade resterà aperta al traffico e gli impianti sciistici continueranno a funzionare, seppur con alcune limitazioni. Una scelta che punta a evitare l’effetto «zona rossa» già visto in altri grandi eventi, ma che impone un delicato equilibrio tra sicurezza, mobilità e vita quotidiana delle comunità locali.Il piano, definito dopo mesi di confronto tra organizzatori, Commissariato del governo e Questura di Trento, prevede poche chiusure mirate: via Stazione, tra Tesero e la frazione di Lago, sarà riservata alle navette olimpiche, così come le strade che costeggiano la caserma della Guardia di finanza di Predazzo, sede del villaggio olimpico. Per il resto, salvo emergenze o criticità impreviste, la circolazione ordinaria sarà garantita. A presidiare la situazione sarà una centrale operativa presso i vigili del fuoco di Cavalese, chiamata a intervenire in tempo reale su eventuali congestioni o problemi di viabilità.L’accesso alle venue di gara resterà però rigidamente controllato: a Lago di Tesero e allo Stadio del Salto di Predazzo entreranno solo accreditati e possessori di biglietto, con l’obiettivo di separare i flussi locali da quelli olimpici. È qui che entra in gioco il sistema dei parcheggi e delle navette, pensato per spostare migliaia di tifosi senza riversarli nei centri abitati. I principali hub saranno distribuiti lungo la valle: dal Lido di Molina di Fiemme alla Troticoltura e al Vivaio forestale di Masi di Cavalese, fino all’area artigianale di Tesero, snodo chiave per chi raggiunge il Centro del Fondo. Per il salto, invece, i parcheggi di Mezzavalle e Moena faranno da filtro verso Predazzo.Ampio spazio sarà riservato anche ai bus: zone artigianali, centri sportivi e piazzali comunali verranno riconvertiti temporaneamente a posteggi per pullman, con l’obiettivo di ridurre il traffico privato. Una strategia che, nelle intenzioni, limiterà l’impatto sulle arterie principali, dalla statale 48 alla strada di fondovalle, entrambe confermate come aperte. Non si escludono però deviazioni consigliate, come l’uscita di Bolzano Nord sull’A22 Brennero-Modena per raggiungere la Val di Fassa passando da Val d’Ega e Passo Costalunga.Capitolo impianti: Alpe Cermis, Alpe Lusia-Bellamonte e Pampeago resteranno operativi senza restrizioni, mentre lo Ski Center Latemar dovrà ridimensionare l’attività a Predazzo, dove la partenza della cabinovia ricade all’interno dell’area olimpica. Un sacrificio parziale, compensato dalla possibilità di accedere al comprensorio da Pampeago e Obereggen.Resta il nodo più delicato: la sostenibilità reale di un evento che porterà in valle atleti, staff, volontari e migliaia di spettatori. Il rafforzamento del trasporto pubblico, con collegamenti anche da Trento, è la risposta messa sul tavolo. La scommessa, per Fiemme e Fassa, è vivere l’Olimpiade senza sospendere la normalità. Una sfida logistica prima ancora che sportiva.
Michela Moioli posa con la sua medaglia di bronzo durante la cerimonia di premiazione della finale femminile di snowboard cross ai Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina 2026, a Livigno (Ansa)
La quiete dopo la tempesta. Dopo la sbornia di giovedì, con gli ori che ancora luccicano al collo di Federica Brignone e Francesca Lollobrigida e l’argento di Arianna Fontana, la decima giornata dei Giochi invernali in corso a Milano-Cortina ha portato all’Italia una sola nuova medaglia, la diciottesima di questa Olimpiade casalinga, e qualche delusione.
L’emozione più grande l’ha regalata Michela Moioli, protagonista di una vera e propria impresa che rispetto a quelle firmate dalla Tigre di La Salle o dalla Freccia bionda - per chi non lo sapesse sono i soprannomi da battaglia di Brignone e Fontana - ha da invidiare soltanto il colore del metallo. Perché anche qui siamo in presenza di qualcosa di epico. La trentenne di Alzano Lombardo ha conquistato un bronzo insperato nello snowboard cross, completando con coraggio una rimonta che resterà nella memoria, non solo della disciplina che si svolge sulla tavola, ma dello sport in generale. Sulla pista di Livigno, Moioli ha dovuto recuperare dallo svantaggio nei confronti delle avversarie ben due volte: prima in semifinale, superando la francese Lea Casta e l’austriaca Pia Zherkhold, poi nella big final, dove ha ripreso e superato la svizzera Noemie Wiedmer negli ultimi metri, fino a scavalcarla sul terzo gradino del podio. Podio completato dall’australiana Josie Baff, medaglia d’oro, e dalla ceca Eva Adamczykova, argento. E dire che l’avventura olimpica della campionessa azzurra non era iniziata sotto i migliori auspici. Una caduta in allenamento, pochi giorni prima della gara, aveva messo a rischio la sua partecipazione. «Quando sono stata portata in elicottero a Sondalo ho pensato che i miei Giochi fossero finiti perché ero bella rintronata dalla caduta. Ieri che c’era la gara dei maschi sono stata tutto il giorno sul divano morta. E mi sono detta «Io domani come cacchio faccio», però ho una capacità di recupero notevole. Ho una squadra fortissima che mi ha aiutato in tutto e anche il Coni e l’Esercito. Comunque, è sempre la forza del cuore quella che fa la differenza ogni volta», ha raccontato Moioli mostrando le ferite ancora fresche sul suo volto a causa del trauma facciale riportato. «Sono così, tocco il fondo e risorgo come una fenice. Stavolta l’ho fatto con la faccia distrutta».
Se la gioia dell’atleta bergamasca ha illuminato la giornata di ieri, il biathlon maschile ha riservato invece una delusione per Tommaso Giacomel. Il trentino, tra i favoriti della 10 chilometri sprint, ha chiuso ventiduesimo a 1’43» dall’oro vinto dal francese Quentin Fillon Maillet. «Ho fallito, credo che questa fosse la gara più adatta a me e ho fallito. Sono molto deluso. Arrivare qui da favorito o comunque tra i favoriti e poi performare così male è una cosa che mi fa molto arrabbiare. Sinceramente non ho idea di cosa ho sbagliato. Non è finita, però la gara di domenica è già compromessa con il risultato di oggi», ha commentato Giacomel, visibilmente provato. I compagni di squadra Lukas Hofer, Nicola Romanin ed Elia Zeni hanno chiuso rispettivamente tredicesimo, sedicesimo e oltre la cinquantesima posizione, mentre le altre due posizioni sul podio restano saldamente nelle mani dei norvegesi Vetle Sjåstad Christiansen e Sturla Holm Laegreid. L’altra amarezza per i nostri colori è arrivata nel tardo pomeriggio dal pattinaggio di velocità maschile, dove i due azzurri Riccardo Lorello e Davide Ghiotto hanno chiuso la gara dei 10.000 metri fuori dal podio. Una delusione soprattutto per Ghiotto, che si avvicinava alla «gara dei re - così viene definita la competizione più combattuta e ambita del panorama del ghiaccio olimpico - da favorito e recordman mondiale su questa distanza, oltre che vincitore di tre titoli iridati consecutivi.
Dal ghiaccio della pista lunga di Rho Fiera, dove si svolgono le gare di pattinaggio di velocità, a quello dell’Arena Santa Giulia. Nemmeno l’hockey maschile può gioire: la nazionale allenata dal ct finlandese Jukka Jalonen ha affrontato alla pari la Slovacchia, ma ciò non è bastato per evitare la seconda sconfitta (3-2) nel torneo olimpico dopo quella patita all’esordio contro la Svezia.
In una giornata «povera» di medaglie, uno dei momenti più suggestivi per il pubblico italiano presente sugli spalti è arrivato nel corso della 10 chilometri sprint di biathlon. Il francese Emilien Jacquelin, grande tifoso di Marco Pantani, ha corso con l’orecchino che gli era stato regalato dalla famiglia del campione romagnolo e, in uno dei passaggi più intensi della gara, ha lanciato la bandana proprio come faceva il Pirata prima delle sue volate in salita.
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Ansa
Il processo non è recente. Già nel 1963, sei anni prima del Sessantotto, l’Università di Stanford abolì il corso di Storia della civiltà occidentale. In Italia, il disastro è cominciato nel Sessantotto, che però è eterno, sembra non essere mai finito. L’idea del professore politicamente neutrale appare da decenni una delicata contraddizione in termini: «professore di sinistra» non è più una categoria sociologica, ma una normalità data per scontata. Antonio Gramsci teorizzò la necessità di occupare i gangli del potere - magistratura, scuola, spettacolo, giornalismo - e Palmiro Togliatti lavorò perché quella strategia diventasse realtà. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: l’egemonia culturale si è trasformata in senso comune e il dissenso è percepito come una colpa morale. Anche come colpa mortale.
Sergio Ramelli è stato ucciso e ancora si irride la sua morte. La storia di Sergio Ramelli è una di quelle che mettono a disagio perché non si lasciano archiviare con una formula. Non è una «tragica fatalità», non è un «clima di tensione», non è nemmeno un «errore». È una storia semplice e proprio per questo intollerabile: un ragazzo di 18 anni ucciso a colpi di chiave inglese per un tema scolastico scritto «male», o forse scritto troppo bene, o semplicemente scritto. Ramelli non era un personaggio con un qualche peso politico, non era un capo, non era nulla di particolarmente pericoloso. Era uno studente. Ma negli anni Settanta nell’Italia che custodiva il più potente Partito comunista del mondo occidentale, bastava poco per diventare colpevoli: bastava non essere dalla parte giusta. La sua colpa fu di pensare fuori dal perimetro consentito. Il suo tema esprimeva concetti su cui si poteva e si può essere d’accordo o meno, ma era senza dubbio un tema molto ben argomentato.
Nei tempi decenti i temi potevano essere solo sull’analisi de L’Infinito di Giacomo Leopardi o sulla figura di don Abbondio. In tempi ignobili i temi sono di «attualità», vale a dire di politica, vale a dire di indottrinamento, perché il tema di Ramelli era comunque un ottimo tema e prese un’insufficienza, dimostrando che la libertà di opinione millantata dalla nostra costituzione è, insieme a «La legge è uguale per tutti», uno spettacolare esempio di umorismo involontario. E l’insufficienza è ancora il meno. La scuola, che avrebbe dovuto proteggerlo, lo segnalò. La politica, che avrebbe dovuto ignorarlo, lo marchiò. La violenza, che non aveva bisogno di molte giustificazioni, fece il resto. Sergio Ramelli morì dopo settimane di agonia. Ne dà una dolente testimonianza sua madre, che giorno dopo giorno gli tenne la mano sperando in un miracolo che non venne, mentre sui muri e sui ciclostili si sghignazzava per l’agonia e la morte del suo ragazzo. E per molto tempo, più della sua morte, fece rumore il silenzio. Un silenzio educato, responsabile, quasi morale, quello degli educati moralmente superiori, quello dei responsabili, perché alcune vittime disturbano l’educato e sempre etico arredamento ideologico. E allora si preferisce non nominarle, come certi parenti imbarazzanti alle cene di famiglia.
La storia di Sergio Ramelli non insegna nulla, dicono. Ed è proprio questo che fa paura. Insisto: un buon professore - come un buon magistrato - dovrebbe essere qualcuno di cui è impossibile indovinare le idee politiche. Non perché non ne abbia, ma perché non le manifesta nel suo lavoro e rinuncia persino a esibirle nello spazio pubblico, consapevole che la sua imparzialità, come la virtù della moglie di Cesare, deve essere al di sopra di ogni sospetto. Dove l’imparzialità è al di sotto di ogni sospetto, prendiamo atto che la moglie di Cesare è di facili costumi. Magistrati ufficialmente schierati arricchiscono la giurisprudenza di sentenze indubbiamente creative, mentre professori apertamente schierati stigmatizzano e deridono non solo idee politiche diverse dalle loro, ma anche posizioni etiche e religiose tradizionali. Il cristianesimo «forte» viene trattato come un residuo imbarazzante: dalla condanna dell’aborto come omicidio alla considerazione dell’cosiddetta omosessualità come peccato, ogni visione non conforme viene liquidata come segno di spregevole arretratezza morale. Per inciso: anche in epoca di pandemia Covid non pochi professori hanno manifestato pubblicamente la loro perplessità per gli studenti non inoculati e li hanno indicati al pubblico ludibrio come potenziali untori. I professori che non si sono inoculati sono stati sospesi senza stipendio e i loro colleghi lo hanno trovato giustissimo, vista la mancanza di una qualsiasi forma di solidarietà. Quando poi sono rientrati, questi docenti non hanno potuto subito insegnare: c’era il rischio che insegnassero la libertà e il coraggio. Sono stati rinchiusi negli sgabuzzini e nei sottoscala a contare i ragni. Così la scuola, da luogo del sapere, diventa spazio di rieducazione. E il professore imparziale resta, appunto, una creatura mitologica.
A chiarire la natura profonda di questo processo è stato il filosofo francese Jacques Ellul. Nel suo libro Propaganda, Ellul spiega che il mezzo più potente di indottrinamento nelle società moderne non è la propaganda esplicita dei regimi totalitari, bensì quella silenziosa e pervasiva delle democrazie avanzate, una propaganda che «educa». Secondo Ellul, la scuola rappresenta lo strumento privilegiato di questo meccanismo, perché non solo in non pochi casi arrotondi la realtà, per cui, ad esempio, le decine di milioni di vittime del comunismo sono scomparse, ma perché seleziona i quadri mentali attraverso cui le nozioni vengono interpretate. L’indottrinamento moderno non consiste nel dire cosa pensare, bensì nel delimitare ciò che è pensabile. Una volta interiorizzati certi presupposti morali e ideologici, il soggetto crede di ragionare liberamente, mentre in realtà si muove all’interno di un recinto invisibile. Ellul sottolinea come l’educazione sia particolarmente efficace proprio perché rivolta ai giovani, quando le difese critiche non sono ancora formate e l’autorità dell’istituzione scolastica gode di una legittimazione quasi sacrale. Ciò che viene insegnato a scuola non viene percepito come opinione, ma come evidenza, non come ideologia, ma come neutralità scientifica. È in questo modo che la propaganda diventa totalizzante: quando smette di apparire come tale. Applicata al contesto contemporaneo, l’analisi di Ellul illumina con precisione inquietante il funzionamento della scuola odierna. Non si tratta più di discutere la storia, ma di giudicarla; non di comprenderla, ma di condannarla. L’Occidente non è studiato come civiltà complessa, contraddittoria e plurale, bensì come colpevole originario da decostruire. E lo studente non è chiamato a formarsi un’opinione, ma a espiare. Solo odiando l’Occidente e spaccando la testa di Sergio Ramelli o del poliziotto che cerca di proteggere Torino guadagnerà l’innocenza. In questo quadro, il pluralismo non è assente per caso: è strutturalmente incompatibile con l’obiettivo. Perché, come Ellul avvertiva, la propaganda più riuscita è quella che riesce a presentarsi come educazione morale. E la scuola, da luogo del sapere, diventa così il più efficiente laboratorio di conformismo spietato. Sia coloro che hanno spaccato le ossa del cranio di Sergio Ramelli, che quelli che hanno tentato di spaccare quelle del poliziotto aggredito a Torino, sono studenti: frutti di una scuola ideologizzata, quindi, per definizione, una scuola cattiva, anzi pessima, l’ultimo baluardo della mai veramente defunta Unione sovietica. È la scuola che ha armato con la chiave inglese o il martello.
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«Love Story: John F. Kennedy Jr. & Carolyn Bessette» (Disney+)
Allora, si dice la passione fosse ormai sopita, logorata da un'esposizione mediatica eccessiva, da incomprensioni e battibecchi, da un chiacchiericcio che, a distanza di oltre venticinque anni, ancora non ha perso veemenza. Cosa sia successo dentro quell'amore da filma, tra persone che sembravano essersi scelte senza riserve, sole tra mille, nessuno lo ha mai saputo con certezza. La cerchia di John F. Kennedy Jr. riferisce di sensibilità diverse, cuori distanti. Voleva figli, l'erede della dinastia Kennedy. Si avvicinava ai quaranta e avrebbe voluto la moglie gli consentisse di allargare la famiglia.
Ma Carolyn non avrebbe avuto alcun istinto materno. Carolyn, ex commessa con un lavoro nella moda. Carolyn, che le cronache descrivono cocainomane. Carolyn, che nei racconti degli amici voltava la testa dall'altra parte, ogniqualvolta il marito toccava l'argomento.Gli affetti più cari di John John sostengono lui stesse per chiedere il divorzio. Prima, però, sarebbe andato al matrimonio della cugina, portando con sé la moglie, un abito nero di Yves Saint Laurent comprato da Saks, e la cognata. Guidava lui il Piper Saratoga che, il 16 luglio 1999, è decollato alla volta di Martha's Vineyard, senza mai arrivarvi. Quel piccolo aereo è caduto nel mare, John e Carolyn sono morti, con loro la sorella di lei. L'amore da film s'è interrotto quel giorno, è finito prima che un giudice lo rendesse carta straccia, prima che i giornali facessero a pezzi il ricordo di quel che erano stati. La coppia più bella degli Stati Uniti d'America è morta, e - venticinque anni più tardi - è una serie tv a ritrovarla.
Love Story: John F. Kennedy Jr. & Carolyn Bessette, su Disney+ a partire da venerdì 13 febbraio, vuole ricostruire quell'amore da film. Dagli inizi, dal primo incontro all'interno di Calvin Klein, quando Carolyn, bionda ed etera, si era ormai affrancata dal ruolo di commessa per diventare dirigente e confidente di CK. Lo show, che alla regia porta la firma di Ryan Murphy, racconta come la coppia si sia innamorata, come lo scapolo d'oro sia diventato marito, gli americani pazzi di quel duo-gioiello. Ma racconta altresì come i media, la sovraesposizione, abbiano pian piano minato la serenità della coppia. Di Carolyn, in particolare, una donna della porta accanto che non avrebbe mai voluto essere oggetto della bulimia dei rotocalchi.
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A spiegarci di che cosa si tratti è stato anche il Corriere della Sera, che giovedì così titolava la recensione: «Gestazione per altri, storia di solidarietà». Ovvero, come far passare la pratica dell’utero in affitto per «una storia d’amore, solidarietà, rispetto, al di là di ogni ideologia». Potenza artistica della rappresentazione, di e con Rossella Fava, autrice e attrice, che sui social racconta di aver «preso spunto dalle interviste che ho realizzato nel giro di un anno, a uomini e donne che hanno affrontato percorsi di Pma e Gpa».
Sulla piattaforma del Teatro della Cooperativa lo spettacolo viene presentato come «un testo importante e necessario che affronta un tema complesso e ancora troppo poco conosciuto, di estrema delicatezza, e che nel nostro Paese, a differenza di altri, fatica ancora a trovare una legislazione più giusta e più umana».
Senza mezzi termini, si definisce dunque disumana la legge italiana che vieta la surrogata e la rende reato universale. Non bastasse, viene lanciata questa provocazione: «Oggi chi è madre? Chi un bambino lo partorisce o chi lo desidera e lo cresce?».
E per togliere anche l’ultimo dubbio sulla collocazione ideologica dell’iniziativa, il pubblico è informato che domenica 15 febbraio «al termine dello spettacolo, ci sarà un incontro con Francesca Re, avvocato e consigliere generale dell’Associazione Luca Coscioni Aps», che vuole la legalizzazione dell’eutanasia, la gestazione per altri e le tecniche di fecondazione assistita per le coppie dello stesso sesso. Venerdì prossimo, 20 febbraio, sempre al termine dello spettacolo «ci sarà un incontro con l’Associazione Famiglie Arcobaleno», composta da genitori Lgbt.
«Non conosco questo spettacolo ma il modo in cui viene presentato è sufficientemente eloquente. C’è un continuo, tenace tentativo di presentare l’utero in affitto come un gesto solidale, mentre è una organizzazione commerciale, sempre regolata da un contratto e da passaggi di denaro», interviene con fermezza Eugenia Roccella, ministro per la Famiglia, la Natalità e le Pari opportunità. «È una pratica che lede nel profondo la dignità delle donne e i diritti dei bambini. Nonostante la ricerca spasmodica di storie che dimostrino il contrario, la verità è che dietro l’utero in affitto c’è un mercato transnazionale che commercializza i corpi, i bambini, la genitorialità. Ci sono dei contratti molto rigidi, delle penali, uffici legali e clausole durissime, cataloghi di ovociti come fossero merce da banco, giri vertiginosi di denaro, del quale di norma alle donne bisognose che portano avanti le gravidanze vanno le briciole».
Il ministro sottolinea: «In Italia l’organizzazione, la realizzazione e anche la pubblicizzazione di queste pratiche è reato da più di vent’anni, e la legge approvata in questa legislatura, che impedisce di aggirare il divieto e rende l’utero in affitto punibile per i cittadini italiani anche se vanno all’estero a praticarlo, pone il nostro Paese all’avanguardia nella lotta per i diritti delle donne e dei bambini. Siamo un esempio per il mondo, e stiamo lavorando per costruire un’alleanza internazionale contro questa barbarie. Nessun tentativo di “normalizzarla” o spacciarla per una pratica solidale potrà cambiare la realtà».
Invece, in questi giorni la maternità surrogata viene spacciata come un gesto altruistico lanciando un messaggio devastante dal palcoscenico di un teatro che riceve contributi statali e regionali. L’associazione, fondata nel 2002 dal drammaturgo, regista e attore Renato Sarti e che ha come obiettivo «fin dalla sua fondazione, la promozione dei valori della memoria storica e dell’antifascismo», mostra la contabilità solo fino al 2024. In quell’anno aveva ricevuto dal ministero della Cultura 113.838 euro; dalla direzione Cultura area spettacolo del Comune di Milano 52.898,18 euro; dalla Regione Lombardia, direzione generale cultura, tre acconti per complessivi 20.800 euro. Gli anticipi 2025 del ministero della Cultura sono di 63.555,76 euro; dalla Regione Lombardia di 27.000 euro. L’acconto contributo per le attività 2026 è di 18.900 euro, 18.900 euro l’importo per quelle del 2027. Sicuramente le cifre liquidate saranno ben superiori. Nella graduatoria Next - Laboratorio delle idee per la produzione e programmazione dello spettacolo lombardo 2025/2026, «M(Other)» era stato selezionato con il punteggio 73 su 100. E aveva ricevuto un «rimborso spese» di 10.500 euro.
Alla trasmissione Il Suggeritore Night Live di Radio Popolare, a cura di Ira Rubini, Rossella Fava ha spiegato di essere cresciuta «con l’immagine della donna con il pancione e che partorendo sarebbe stata lei la mamma del bambino ma oggi, grazie al progresso della scienza e della tecnica in maniera di procreazione, grazie alla gestazione per altri, di madri tra virgolette ce ne possono essere fino a tre. La donna che partorisce il bambino, la donna che fornisce il materiale genetico e la donna che invece lo desidera e lo crescerà. La mamma diventa doppia o trina». Ecco, con quale atteggiamento si affronta a teatro un reato universale. Sempre a Radio Popolare, il regista Sarti (che a settembre era tra coloro che manifestavano «giù le mani dal Leoncavallo»), ha definito «bella l’dea di tre donne in un unico corpo, soprattutto in un periodo di maschilismo esasperato».
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