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2023-02-07
Zelensky molla l’Ariston: niente video. Solo un messaggio letto da Amadeus
Ritirata sul fronte di Sanremo. Battuta d’arresto dei bellicisti a oltranza. Sul campo di battaglia dell’Ariston lo schieramento pacifista registra un piccolo, ma simbolico successo. Se sia merito della Rai o di Volodymyr Zelensky lo capiremo meglio nei prossimi giorni. Il leader ucraino non manderà un videomessaggio come previsto finora, ma un testo che verrà letto da Amadeus. Una lettera al posto di un discorso registrato. L’artiglieria leggera invece dei carri armati. Una raffica di mitra anziché gli ordigni dei Leopard.
Non siamo alla resa, ma la de-escalation è evidente. La notizia arriva all’ora di pranzo dalla conferenza stampa di apertura del Festival di Sanremo e provoca sconcerto e delusione nelle formazioni atlantiste.
A darla è Stefano Coletta, direttore dell’Intrattenimento prime time della Rai, incaricato dall’ad Carlo Fuortes di tenere i rapporti con le autorità ucraine. «Siamo in contatto quotidiano con l’ambasciatore in Italia Yaroslav Melnyk», annuncia, misurando le parole, il solitamente ciarliero capo dei varietà della tv di Stato. L’impaccio è evidente. Come lo è l’arretramento della Rai che finora si era proclamata compatta nella difesa dell’ospitata del leader ucraino.
basso profilo
«Nel pomeriggio del 2 febbraio l’ambasciatore ha comunicato che il presidente avrebbe preferito inviare un testo, che sarebbe stato letto da Amadeus», precisa Coletta. Una scelta di basso profilo, che avrà un impatto certamente inferiore a quello del video in divisa militare di Zelensky. Calcolo dei benefici e attenzione a non inimicarsi l’opinione pubblica italiana, alla fine dei conti gli uomini di Kiev sembrano autori aggiunti del Festival: niente videomessaggio, ma un testo affidato al conduttore. Il quale, interpellato su tutta la vicenda, nega che avrebbe fatto volentieri a meno di questa grana. Com’è noto, era stato lo stesso Zelensky a manifestare a Bruno Vespa il desiderio di essere ospitato a Sanremo. Con un passato da attore consumato, il presidente ucraino sa bene che nella società dello spettacolo ogni avvenimento, anche il più drammatico, viene comunicato con il linguaggio dello showbiz. Per questo, finora il suo tour aveva inanellato i Grammy Awards e il Festival di Cannes, la Mostra di Venezia e i Golden Globe. Alla collezione mancava Sanremo. Ma ora il display della war speech avverte a sorpresa che «qualcosa è andato storto» e bisogna aggiornare il programma.
Levata di scudi
Sebbene Giorgia Meloni abbia confermato la linea di sostegno a Kiev adottata dal precedente governo, la maggioranza degli italiani rimane contraria all’invio delle armi. Detta in breve, ne ha le tasche piene di un conflitto che si ripercuote sulla vita quotidiana di tutti. Perciò, la notizia dell’ospitata di Zelensky aveva scatenato un dissenso diffuso e trasversale. Perché il servizio pubblico deve offrire una platea di 15 milioni di persone come la serata finale del Festival, la più affollata dell’anno televisivo, al leader ucraino richiedente nuovi armamenti? Ragioni di opportunità e motivi di contenuto lo sconsigliavano. Da quando è trapelata la notizia, il fronte contrario ha coinvolto da Pier Silvio Berlusconi, editore figlio del capo di un partito di governo, a intellettuali come Aurelio Picca e Carlo Freccero, fino a politici di schieramento diverso come Matteo Salvini, Carlo Calenda e Gianni Cuperlo. In alcuni casi la critica principale riguardava il contesto scelto: non si parla di guerra e morte tra i lustrini e le paillettes. Ma la questione è più profonda. Se ci si strappa le vesti per difendere l’indipendenza del popolo ucraino perché la volontà prevalente di quello italiano dev’essere ignorata? Anche la Rai avrebbe potuto averne un contraccolpo d’immagine, finendo per alienarsi una fetta rilevante di pubblico, per altro già nervoso per l’eccesso di messaggi gender di cui sarà disseminata la kermesse.
Atlantisti delusi
Sui contenuti del testo che arriverà già tradotto in italiano «saremo più puntuali nei prossimi giorni», ha chiarito il solito Coletta. Che subito dopo ha precisato: «Mi sembra complicato poter censurare il presidente. Il controllo di noi dirigenti è preventivo alla messa in onda di ogni programma, ma sorrido all’idea di un dirigente Rai che possa censurare un presidente». Però la decisione è presa: i ghost-writer di Kiev allentano la presa sulla postazione dell’Ariston. Mentre non si registrano rilevanti prese di posizione sul fronte politico, forse deciso a non seguire l’altalena di decisioni tra canzonette e proclami di guerra, contrarietà e malumore attanagliano gli editorialisti con l’elmetto. Non aspettavano che di vedere l’ex Servitore del popolo reclamare nuovi armamenti indossando la t-shirt dell’esercito. Invece dovranno accontentarsi del lettore Amedeo Umberto Rita Sebastiani (in arte Amadeus) in smoking scintillante. A meno che, alla fine, qualche autore non pensi che se la leggesse Chiara Ferragni, magari con una spallina scivolosa, potrebbe fare anche più audience. Buona visione.
La mamma di Elodie smentisce Egonu
Si dice che Sanremo sia lo specchio della nostra società, della nostra storia e dei nostri costumi, che mutano con il mutare delle generazioni. Eppure, nell’era della spettacolarizzazione totale, è vero anche e soprattutto il contrario: sono eventi come Sanremo che dettano la linea del cambiamento, che propongono modelli, che impongono mode e narrazioni. Il festival dell’Ariston, più che specchio della realtà, è ormai diventato il suo plasmatore.
È già da un po’ di edizioni che è così. E l’edizione del 2023 non fa eccezione. Le parole di Stefano Coletta, direttore di Rai 1, lo hanno fatto intendere: «Sarà il festival della consapevolezza», ha detto ieri in conferenza stampa. «Nei testi c’è il desiderio di raccontarsi, di non avere pudore, soprattutto nei giovani artisti che vogliono dire: «Noi siamo questo». Deve essere premiante l’onestà di queste canzoni, che nascono come dopo un guado che ha impedito di esprimersi». Tradotto alla buona: nell’Italia retrograda e incivile, che vota a destra e ha fatto tramontare il «sol dell’avvenire», questo sarà il festival del coming out, della fluidità, del conformismo più gretto elevato a ribellismo da operetta.
E dopo Drusilla, cioè un uomo con la parrucca, quest’anno è infatti l’edizione della Ferragni pro ddl Zan e di Paola Egonu che, dopo aver fatto carriera senza problemi nell’Italia dei bifolchi e dei trogloditi, solo oggi si è accorta di essere attorniata da razzisti. Una Balotelli con dieci anni di ritardo.
Bisessuale dichiarata, stella del volley mondiale, la pallavolista nata a Cittadella da genitori nigeriani ha fatto molto discutere con una recente intervista rilasciata a Vanity Fair. Oltre a raccontare i soliti episodi di presunto razzismo, la Egonu ha anche confessato: «Mi chiedo a volte se sia il caso di mettere al mondo dei bambini. Se mio figlio sarà di pelle nera vivrà tutto lo schifo che ho vissuto io. Se dovesse essere di pelle mista, peggio ancora. Lo faranno sentire troppo nero per i bianchi e troppo bianco per i neri. Vale la pena, dunque, far nascere un bambino e condannarlo all’infelicità?».
A rispondere alla pallavolista ci ha pensato, però, Claudia Marthe. E cioè la madre di Elodie, altra mascotte dell’antirazzismo al caviale. La signora Marthe, creola arrivata in Italia negli anni Ottanta, ha dichiarato alla Stampa di essere restata «disorientata dalle parole della pallavolista Paola Egonu». Per gli stranieri non è mai facile adattarsi, certo, ma «proprio non potrei definire l’Italia un Paese che discrimina in base alla razza. Ci sono gli idioti, qui e altrove. Sono intollerabili, qui o altrove. E allora? Non facciamo più figli per paura degli stupidi? Se si dipende dall’approvazione altrui non ci si muove». Infatti, ha proseguito la madre di Elodie, «in Italia puoi dire quello che vuoi, sei libero, hai dei diritti. Hai paura di far crescere un figlio dove non c’è tutto questo, non qui».
A non aver gradito le dichiarazioni della Egonu c’è anche Luca Pierobon, sindaco di Cittadella, luogo natale della pallavolista: «Qui si accolgono immigrati, eccome! Chi vuole integrarsi lo può fare», ha affermato al Gazzettino il primo cittadino leghista. Che poi ha lanciato una frecciatina alla giocatrice: «Attraverso lo sport lei è un’ambasciatrice. Mi chiedo, allora, perché attualmente giochi con un contratto milionario in Turchia, dove non mi sembra che, a cominciare dai diritti delle donne, siano campioni di democrazia. Forse si mettono questi principi da parte quando si ha a che fare con tanti soldi?». In effetti, il dubbio viene.
Continua a leggereRiduci
Ritirata del leader ucraino, che rinuncia al collegamento col Festival dopo aver fiutato il rischio di inimicarsi l’opinione pubblica. La Rai nicchia: «Controlleremo il testo da leggere, ma è difficile censurare il presidente».Claudia Marthe, creola immigrata a Roma e madre di Elodie, risponde alla pallavolista Paola Egonu: «L’Italia non è razzista. Qui sei libera e hai diritti». A differenza della Turchia, dove l’atleta ha deciso di giocare.Lo speciale contiene due articoli.Ritirata sul fronte di Sanremo. Battuta d’arresto dei bellicisti a oltranza. Sul campo di battaglia dell’Ariston lo schieramento pacifista registra un piccolo, ma simbolico successo. Se sia merito della Rai o di Volodymyr Zelensky lo capiremo meglio nei prossimi giorni. Il leader ucraino non manderà un videomessaggio come previsto finora, ma un testo che verrà letto da Amadeus. Una lettera al posto di un discorso registrato. L’artiglieria leggera invece dei carri armati. Una raffica di mitra anziché gli ordigni dei Leopard. Non siamo alla resa, ma la de-escalation è evidente. La notizia arriva all’ora di pranzo dalla conferenza stampa di apertura del Festival di Sanremo e provoca sconcerto e delusione nelle formazioni atlantiste. A darla è Stefano Coletta, direttore dell’Intrattenimento prime time della Rai, incaricato dall’ad Carlo Fuortes di tenere i rapporti con le autorità ucraine. «Siamo in contatto quotidiano con l’ambasciatore in Italia Yaroslav Melnyk», annuncia, misurando le parole, il solitamente ciarliero capo dei varietà della tv di Stato. L’impaccio è evidente. Come lo è l’arretramento della Rai che finora si era proclamata compatta nella difesa dell’ospitata del leader ucraino.basso profilo«Nel pomeriggio del 2 febbraio l’ambasciatore ha comunicato che il presidente avrebbe preferito inviare un testo, che sarebbe stato letto da Amadeus», precisa Coletta. Una scelta di basso profilo, che avrà un impatto certamente inferiore a quello del video in divisa militare di Zelensky. Calcolo dei benefici e attenzione a non inimicarsi l’opinione pubblica italiana, alla fine dei conti gli uomini di Kiev sembrano autori aggiunti del Festival: niente videomessaggio, ma un testo affidato al conduttore. Il quale, interpellato su tutta la vicenda, nega che avrebbe fatto volentieri a meno di questa grana. Com’è noto, era stato lo stesso Zelensky a manifestare a Bruno Vespa il desiderio di essere ospitato a Sanremo. Con un passato da attore consumato, il presidente ucraino sa bene che nella società dello spettacolo ogni avvenimento, anche il più drammatico, viene comunicato con il linguaggio dello showbiz. Per questo, finora il suo tour aveva inanellato i Grammy Awards e il Festival di Cannes, la Mostra di Venezia e i Golden Globe. Alla collezione mancava Sanremo. Ma ora il display della war speech avverte a sorpresa che «qualcosa è andato storto» e bisogna aggiornare il programma. Levata di scudi Sebbene Giorgia Meloni abbia confermato la linea di sostegno a Kiev adottata dal precedente governo, la maggioranza degli italiani rimane contraria all’invio delle armi. Detta in breve, ne ha le tasche piene di un conflitto che si ripercuote sulla vita quotidiana di tutti. Perciò, la notizia dell’ospitata di Zelensky aveva scatenato un dissenso diffuso e trasversale. Perché il servizio pubblico deve offrire una platea di 15 milioni di persone come la serata finale del Festival, la più affollata dell’anno televisivo, al leader ucraino richiedente nuovi armamenti? Ragioni di opportunità e motivi di contenuto lo sconsigliavano. Da quando è trapelata la notizia, il fronte contrario ha coinvolto da Pier Silvio Berlusconi, editore figlio del capo di un partito di governo, a intellettuali come Aurelio Picca e Carlo Freccero, fino a politici di schieramento diverso come Matteo Salvini, Carlo Calenda e Gianni Cuperlo. In alcuni casi la critica principale riguardava il contesto scelto: non si parla di guerra e morte tra i lustrini e le paillettes. Ma la questione è più profonda. Se ci si strappa le vesti per difendere l’indipendenza del popolo ucraino perché la volontà prevalente di quello italiano dev’essere ignorata? Anche la Rai avrebbe potuto averne un contraccolpo d’immagine, finendo per alienarsi una fetta rilevante di pubblico, per altro già nervoso per l’eccesso di messaggi gender di cui sarà disseminata la kermesse.Atlantisti delusiSui contenuti del testo che arriverà già tradotto in italiano «saremo più puntuali nei prossimi giorni», ha chiarito il solito Coletta. Che subito dopo ha precisato: «Mi sembra complicato poter censurare il presidente. Il controllo di noi dirigenti è preventivo alla messa in onda di ogni programma, ma sorrido all’idea di un dirigente Rai che possa censurare un presidente». Però la decisione è presa: i ghost-writer di Kiev allentano la presa sulla postazione dell’Ariston. Mentre non si registrano rilevanti prese di posizione sul fronte politico, forse deciso a non seguire l’altalena di decisioni tra canzonette e proclami di guerra, contrarietà e malumore attanagliano gli editorialisti con l’elmetto. Non aspettavano che di vedere l’ex Servitore del popolo reclamare nuovi armamenti indossando la t-shirt dell’esercito. Invece dovranno accontentarsi del lettore Amedeo Umberto Rita Sebastiani (in arte Amadeus) in smoking scintillante. A meno che, alla fine, qualche autore non pensi che se la leggesse Chiara Ferragni, magari con una spallina scivolosa, potrebbe fare anche più audience. Buona visione.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/zelensky-rinuncia-sanremo-2659381579.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-mamma-di-elodie-smentisce-egonu" data-post-id="2659381579" data-published-at="1675768013" data-use-pagination="False"> La mamma di Elodie smentisce Egonu Si dice che Sanremo sia lo specchio della nostra società, della nostra storia e dei nostri costumi, che mutano con il mutare delle generazioni. Eppure, nell’era della spettacolarizzazione totale, è vero anche e soprattutto il contrario: sono eventi come Sanremo che dettano la linea del cambiamento, che propongono modelli, che impongono mode e narrazioni. Il festival dell’Ariston, più che specchio della realtà, è ormai diventato il suo plasmatore. È già da un po’ di edizioni che è così. E l’edizione del 2023 non fa eccezione. Le parole di Stefano Coletta, direttore di Rai 1, lo hanno fatto intendere: «Sarà il festival della consapevolezza», ha detto ieri in conferenza stampa. «Nei testi c’è il desiderio di raccontarsi, di non avere pudore, soprattutto nei giovani artisti che vogliono dire: «Noi siamo questo». Deve essere premiante l’onestà di queste canzoni, che nascono come dopo un guado che ha impedito di esprimersi». Tradotto alla buona: nell’Italia retrograda e incivile, che vota a destra e ha fatto tramontare il «sol dell’avvenire», questo sarà il festival del coming out, della fluidità, del conformismo più gretto elevato a ribellismo da operetta. E dopo Drusilla, cioè un uomo con la parrucca, quest’anno è infatti l’edizione della Ferragni pro ddl Zan e di Paola Egonu che, dopo aver fatto carriera senza problemi nell’Italia dei bifolchi e dei trogloditi, solo oggi si è accorta di essere attorniata da razzisti. Una Balotelli con dieci anni di ritardo. Bisessuale dichiarata, stella del volley mondiale, la pallavolista nata a Cittadella da genitori nigeriani ha fatto molto discutere con una recente intervista rilasciata a Vanity Fair. Oltre a raccontare i soliti episodi di presunto razzismo, la Egonu ha anche confessato: «Mi chiedo a volte se sia il caso di mettere al mondo dei bambini. Se mio figlio sarà di pelle nera vivrà tutto lo schifo che ho vissuto io. Se dovesse essere di pelle mista, peggio ancora. Lo faranno sentire troppo nero per i bianchi e troppo bianco per i neri. Vale la pena, dunque, far nascere un bambino e condannarlo all’infelicità?». A rispondere alla pallavolista ci ha pensato, però, Claudia Marthe. E cioè la madre di Elodie, altra mascotte dell’antirazzismo al caviale. La signora Marthe, creola arrivata in Italia negli anni Ottanta, ha dichiarato alla Stampa di essere restata «disorientata dalle parole della pallavolista Paola Egonu». Per gli stranieri non è mai facile adattarsi, certo, ma «proprio non potrei definire l’Italia un Paese che discrimina in base alla razza. Ci sono gli idioti, qui e altrove. Sono intollerabili, qui o altrove. E allora? Non facciamo più figli per paura degli stupidi? Se si dipende dall’approvazione altrui non ci si muove». Infatti, ha proseguito la madre di Elodie, «in Italia puoi dire quello che vuoi, sei libero, hai dei diritti. Hai paura di far crescere un figlio dove non c’è tutto questo, non qui». A non aver gradito le dichiarazioni della Egonu c’è anche Luca Pierobon, sindaco di Cittadella, luogo natale della pallavolista: «Qui si accolgono immigrati, eccome! Chi vuole integrarsi lo può fare», ha affermato al Gazzettino il primo cittadino leghista. Che poi ha lanciato una frecciatina alla giocatrice: «Attraverso lo sport lei è un’ambasciatrice. Mi chiedo, allora, perché attualmente giochi con un contratto milionario in Turchia, dove non mi sembra che, a cominciare dai diritti delle donne, siano campioni di democrazia. Forse si mettono questi principi da parte quando si ha a che fare con tanti soldi?». In effetti, il dubbio viene.
Nicola Fratoianni (Ansa)
Il Pd però la scelta di campo l’ha fatta, con o senza i 5 stelle, sapendo che ha dalla sua la sponda della Cgil. Domani, a Roma, Schlein e il segretario del sindacato di Corso Italia, Maurizio Landini, presentano il volume L’Italia che non arriva a fine mese dell’ex ministro del Lavoro, Cesare Damiano, del già professore di sociologia economica, Mimmo Carrieri e del sindacalista Cgil Agostino Megale che dialogheranno con il segretario Pd e Landini sul problema salariale e sulla ricchezza accumulata nelle mani di pochi e quindi sulla necessità di una redistribuzione equa. I relatori non si limiteranno all’analisi ma forniranno una soluzione per sbloccare l’impasse delle retribuzioni. È probabile che il tema della patrimoniale rispunti ma se così non fosse, le basi ideologiche sono state gettate.
Il giorno dopo, venerdì a Milano, c’è l’appuntamento organizzato dall’European Left Alliance, l’alleanza della sinistra europea, dal titolo «Tax the rich, combattere le disuguaglianze e ridistribuire ricchezza». Tra i partecipanti la deputata di Sinistra italiana nel gruppo Avs, Elisabetta Piccolotti.
Per la Cgil si tratta di andare a ripescare una proposta lanciata a novembre 2025 e rimessa nel cassetto per le reazioni polemiche ma mai definitivamente archiviata. Landini proponeva di applicare un’aliquota dell’1,3% su una platea di contribuenti, circa 500.000, che detiene almeno 2 milioni di euro. Il segretario della Cgil la spiegava come «un contributo di solidarietà da parte dell’1% della popolazione a vantaggio del 99%». Il gettito stimato sarebbe pari a circa 26 miliardi di euro. Risorse che secondo il sindacalista, servirebbero a finanziare sanità, istruzione, non autosufficienza, politiche abitative, sociali e di trasporto pubblico.
Ma poi, ammesso che la sinistra riesca a farla digerire, la patrimoniale funzionerebbe? A questa domanda ha già risposto la Commissione Ue che ha bocciato preventivamente la tesi Schlein. A fine marzo, quindi in anticipo sul lancio del segretario del Pd, la Commissione europea ha pubblicato uno studio, Wealth Taxation, Including Net Wealth, Capital and Exit Taxes, affidato a un consorzio di centri di ricerca. Il lavoro ripescato dal Corriere della Sera, fa una panoramica delle luci e delle (molte) ombre delle imposte patrimoniali negli Stati membri. Negli ultimi trent’anni c’è stata una accelerazione della ricchezza privata nell’Ue che si è però concentrata ai vertici della piramide sociale. Sicché l’1% ha accelerato più rapidamente mentre la classe media è avanzata a ritmo più lento. Una situazione condizionata anche dalla pressione fiscale elevata sul lavoro e dai bisogni di bilancio post crisi. Di qui nasce il dibattito pubblico che reclama equità.
Lo studio a questo punto analizza gli effetti delle varie imposte patrimoniali, da quella netta sul patrimonio, alle plusvalenze maturate o realizzate, alle successioni e donazioni, exit tax. Risultato: nessuna di queste genera in pratica entrate significative nella maggior parte degli Stati membri. Anzi, i gettiti si sono spesso ridotti nonostante il boom dei patrimoni. Il perché è noto: soglie elevate, esenzioni estese, regimi di favore, aliquote in discesa, basi imponibili erose. Lo sbocco è stato diverso per i Paesi che l’hanno adottata. Germania e Svezia l’hanno abolita, Francia ridimensionata, Norvegia e Svizzera la mantengono, Spagna la combina con un’imposta di solidarietà. Il 30 novembre 2025 gli elettori svizzeri hanno respinto con un secco 78,3% la proposta dei Giovani Socialisti di un’imposta federale del 50% su successioni e donazioni sopra i 50 milioni di franchi, seconda bocciatura dopo il no del 2015 (71%), con tutti i 26 cantoni contrari.
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