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2021-12-23
Voto sulla manovra la vigilia di Natale. Saltano i controlli sui bonus edilizi
Daniele Franco (Ansa)
Saltano i controlli anti frode per i piccoli lavori di ristrutturazione. Un emendamento alla manovra prevede infatti la riformulazione del decreto voluto dal governo per contrastare le frodi legate alla cessione del credito di bonus e Superbonus edilizi. Con la nuova versione chi deve fare lavori di ristrutturazione sotto i 10.000 euro (a eccezione di quelli che rientrano nel bonus facciate) non è più obbligato all’asseverazione sui prezzi e al visto di conformità delle spese. L’emendamento precisa inoltre anche che le spese extra richieste dal decreto anti frodi sono detraibili dai contribuenti. Sempre in tema di Superbonus 110% ieri il M5s è intervenuto per sottolineare che non sono da attribuire alla misura «le distorsioni e frodi di cui parla il presidente Mario Draghi per giustificare la stretta che, insieme al ministro Daniele Franco, aveva imposto alla proroga della nostra maxi agevolazione sulle unifamiliari, fortunatamente corretta in Senato con l’esame parlamentare della manovra».
Sempre sul fronte manovra c’è poi tutta la questione legata alle imprese italiane in difficoltà economica. Ieri, durante il question time, Giancarlo Giorgetti, ministro dello Sviluppo economico, ha sottolineato come all’interno della legge di bilancio ci siano diversi interventi per aiutare le imprese e i lavoratori in difficoltà: «È stato istituito, nello stato di previsione del ministero dello Sviluppo economico, un fondo destinato a favorire l’uscita anticipata dal lavoro, su base convenzionale, dei lavoratori dipendenti di piccole e medie imprese in crisi, sono stati previsti specifici esoneri contributivi per i datori di lavoro privati che assumono con contratto di lavoro a tempo indeterminato lavoratori subordinati da imprese per le quali è attivo un tavolo di confronto per la gestione della crisi aziendale presso la struttura per la crisi d’impresa». E da ultimo, sottolinea Giorgetti, c’è anche la norma contro le delocalizzazioni. Questa ha l’obiettivo di «garantire la salvaguardia il tessuto occupazionale e produttivo, che, nel quadro di un modello procedimentale prevede la predisposizione di un piano per limitare le ricadute occupazionali ed economiche derivanti dalla chiusura che diventa oggetto di confronto sindacale, al cui esito possono essere applicate specifiche misure a supporto delle imprese e dei lavoratori coinvolti».
Altro tema affrontato nella giornata di ieri è stato il fondo da 8 miliardi di euro in manovra per il taglio delle tasse: «Non ci sono ulteriori risorse da destinare al fondo per la riduzione della pressione fiscale», ha detto, durante il question time alla Camera il ministro dell’Economia Daniele Franco, spiegando come nonostante nell’aggiornamento della Relazione sull’economia sommersa ci siano segnali in netto miglioramento, al momento «non è possibile quantificare le maggiori risorse che si renderanno disponibili per un’ulteriore riduzione della pressione fiscale (revisione Irpef)». Ieri Franco si è però anche soffermato sulla norma «attira pensionati esteri» attualmente prevista per il Sud Italia. Queste misure spiega «non sono esenti da aspetti problematici», perché potrebbero «generare reazione da parte di altri Paesi, con effetti negativi e il rischio di una corsa al ribasso». Ed è per questo che una sua estensione dovrebbe essere valutata attentamente anche osservando le dinamiche internazionali.
Critiche al testo sono arrivate dalla Fials, sindacato dei lavoratori della sanità: «I 76 milioni previsti dalla legge di bilancio 2022 in discussione al Parlamento, per la nuova classificazione e ordinamento professionale, per riconoscere aumenti di stipendio e progressioni di carriera sono solo una vergogna: appena 35 centesimi lordi giornalieri da rispedire al mittente. Parliamo di 10 euro lordi al mese. Uno sputo in faccia a chi ha letteralmente fatto respirare il Paese».
Per quanto riguarda infine le tempistiche per arrivare all’approvazione definitiva della manovra, ieri la riunione dei capogruppo ha disegnato nel dettagliato il calendario dei lavori fino all’11 gennaio, che prevede come oggi si esaminerà il decreto legge sul Pnrr, già approvato dalla Camera, e successivamente si continuerà con la discussione sulla manovra, che vedrà la presentazione del maxi emendamento non prima delle 18. I lavori sono in calendario anche per il 24 e non si esclude il voto di fiducia. «Abbiamo accolto l’invito del governo», ha detto il presidente dei senatori della Lega, Massimiliano Romeo, «Facciamo il possibile come governo, nonostante sia programmata la giornata del 24, perché i tempi si stringano e il Parlamento possa arrivare alla votazione della legge di bilancio nella notte tra il 23 e il 24». Il voto finale alla Camera è dunque previsto per il 28 dicembre.
«Aula esautorata: non conta niente»
Se finora si è detto che il Parlamento, sui provvedimenti più importanti, non tocca più palla, ormai sembra che la palla non riescano nemmeno più a vederla, dalle parti di Palazzo Madama e Montecitorio. Una delegittimazione che sta toccando il culmine in Senato, dove a pochissimi giorni dalla scadenza prevista dalle legge non è stata ancora approvata in Aula la manovra ed è già è stato paracadutato un Pnrr blindatissimo, pur essendo il provvedimento più importante della recente storia d’Italia. A far presente l’anomalia della situazione è stato il presidente dei senatori di Fdi, Luca Ciriani.
Presidente, ci fa capire come il governo vi sta facendo approvare la manovra?
«Siamo arrivati in commissione alle 23 di lunedì sera e siamo stati costretti ad approvare la manovra con una maratona notturna che è durata fino alle 16 del giorno successivo. I parlamentari hanno potuto modificare poco o nulla, il grosso è stato impegnato in una serie di emendamenti “puntuali”, più volgarmente detti “marchette”, alcuni dei quali - non sto scherzando - hanno stanziato cifre tipo 7.000 euro. In questo caso si è superato ogni limite, con l’assalto alla diligenza, ed è per questo che ho protestato sia nella riunione dei capigruppo sia in Aula. Siamo al punto più basso della storia del Senato, che viene esautorato e compensato con quattro regalini, pochi spiccioli che umiliano parlamentari sempre più frustrati. Siamo ormai al ridicolo, con emendamenti che non sarebbero paragonabili nemmeno all’ordinanza di un piccolo Comune. C’è un parlamentare che ha fatto una norma per assumere due persone al suo Comune».
E adesso vi è arrivato anche il Pnrr, giusto?
«Esatto, a completare una deriva che sembra non interessare più a nessuno. Sembra che ormai sia scontato che il Parlamento non conti assolutamente nulla. Noi rivendichiamo il nostro ruolo di opposizione e il diritto-dovere di guardare le carte, di leggere e di migliorare quello che propone il governo. Ormai non siamo più nelle condizioni di poter proporre un emendamento. Dicevamo del decreto sul Pnrr, vitale per l’Italia: è arrivato stamattina (ieri, ndr), calendarizzato in commissione nel pomeriggio, con al massimo due ore di tempo per leggerlo. Della serie “non guardatelo neanche”, perché noi ormai siamo dei passacarte del governo. Non c’è nemmeno il tempo materiale per leggerlo, dopo una maratona di 48 ore sulla manovra. Significa abdicare al ruolo del Parlamento. Se questo sta bene alla maggioranza...».
Fino a un po’ di tempo fa, dal Colle arrivavano dei segnali di insofferenza o quantomeno di censura per questo andazzo. Ora nemmeno più quello...
«Questo perché il tema dell’emergenza Covid è stato usato politicamente, perché in realtà non esiste un’emergenza giuridica per giustificare questo modo di agire. L’emergenza Covid è il paravento dietro al quale si giustificano questi annullamenti del ruolo del Parlamento. Dobbiamo assolutamente uscire da questa fase di emergenza, con un nuovo presidente della Repubblica, con nuove elezioni, ridare la parola ai cittadini, far ripartire la politica, e farla ripartire anche dal Parlamento. Con l’utilizzo strumentale dell’emergenza Covid siamo arrivati a un governo che decide per tutti e impedisce al Parlamento di verificare. Spero che l’elezione del nuovo presidente sancisca la fine di questa stagione dell’emergenza che giustifica ogni cosa, che è partita dai dpcm di Giuseppe Conte ed è proseguita con un crescendo di delegittimazione del Parlamento».
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Addio alle verifiche anti frode per gli interventi fino a 10.000 euro. Sindacato in rivolta: «Per i sanitari 10 euro lordi di aumento al mese». Il maxi emendamento arriva oggi alle 18: lavori in calendario pure il 24Il capogruppo di Fdi al Senato Luca Ciriani: «Impossibile discutere la finanziaria: in commissione ci si è limitati a distribuire regalini ai partiti. E con il Pnrr si ripete lo stesso copione»Lo speciale contiene due articoliSaltano i controlli anti frode per i piccoli lavori di ristrutturazione. Un emendamento alla manovra prevede infatti la riformulazione del decreto voluto dal governo per contrastare le frodi legate alla cessione del credito di bonus e Superbonus edilizi. Con la nuova versione chi deve fare lavori di ristrutturazione sotto i 10.000 euro (a eccezione di quelli che rientrano nel bonus facciate) non è più obbligato all’asseverazione sui prezzi e al visto di conformità delle spese. L’emendamento precisa inoltre anche che le spese extra richieste dal decreto anti frodi sono detraibili dai contribuenti. Sempre in tema di Superbonus 110% ieri il M5s è intervenuto per sottolineare che non sono da attribuire alla misura «le distorsioni e frodi di cui parla il presidente Mario Draghi per giustificare la stretta che, insieme al ministro Daniele Franco, aveva imposto alla proroga della nostra maxi agevolazione sulle unifamiliari, fortunatamente corretta in Senato con l’esame parlamentare della manovra». Sempre sul fronte manovra c’è poi tutta la questione legata alle imprese italiane in difficoltà economica. Ieri, durante il question time, Giancarlo Giorgetti, ministro dello Sviluppo economico, ha sottolineato come all’interno della legge di bilancio ci siano diversi interventi per aiutare le imprese e i lavoratori in difficoltà: «È stato istituito, nello stato di previsione del ministero dello Sviluppo economico, un fondo destinato a favorire l’uscita anticipata dal lavoro, su base convenzionale, dei lavoratori dipendenti di piccole e medie imprese in crisi, sono stati previsti specifici esoneri contributivi per i datori di lavoro privati che assumono con contratto di lavoro a tempo indeterminato lavoratori subordinati da imprese per le quali è attivo un tavolo di confronto per la gestione della crisi aziendale presso la struttura per la crisi d’impresa». E da ultimo, sottolinea Giorgetti, c’è anche la norma contro le delocalizzazioni. Questa ha l’obiettivo di «garantire la salvaguardia il tessuto occupazionale e produttivo, che, nel quadro di un modello procedimentale prevede la predisposizione di un piano per limitare le ricadute occupazionali ed economiche derivanti dalla chiusura che diventa oggetto di confronto sindacale, al cui esito possono essere applicate specifiche misure a supporto delle imprese e dei lavoratori coinvolti». Altro tema affrontato nella giornata di ieri è stato il fondo da 8 miliardi di euro in manovra per il taglio delle tasse: «Non ci sono ulteriori risorse da destinare al fondo per la riduzione della pressione fiscale», ha detto, durante il question time alla Camera il ministro dell’Economia Daniele Franco, spiegando come nonostante nell’aggiornamento della Relazione sull’economia sommersa ci siano segnali in netto miglioramento, al momento «non è possibile quantificare le maggiori risorse che si renderanno disponibili per un’ulteriore riduzione della pressione fiscale (revisione Irpef)». Ieri Franco si è però anche soffermato sulla norma «attira pensionati esteri» attualmente prevista per il Sud Italia. Queste misure spiega «non sono esenti da aspetti problematici», perché potrebbero «generare reazione da parte di altri Paesi, con effetti negativi e il rischio di una corsa al ribasso». Ed è per questo che una sua estensione dovrebbe essere valutata attentamente anche osservando le dinamiche internazionali. Critiche al testo sono arrivate dalla Fials, sindacato dei lavoratori della sanità: «I 76 milioni previsti dalla legge di bilancio 2022 in discussione al Parlamento, per la nuova classificazione e ordinamento professionale, per riconoscere aumenti di stipendio e progressioni di carriera sono solo una vergogna: appena 35 centesimi lordi giornalieri da rispedire al mittente. Parliamo di 10 euro lordi al mese. Uno sputo in faccia a chi ha letteralmente fatto respirare il Paese».Per quanto riguarda infine le tempistiche per arrivare all’approvazione definitiva della manovra, ieri la riunione dei capogruppo ha disegnato nel dettagliato il calendario dei lavori fino all’11 gennaio, che prevede come oggi si esaminerà il decreto legge sul Pnrr, già approvato dalla Camera, e successivamente si continuerà con la discussione sulla manovra, che vedrà la presentazione del maxi emendamento non prima delle 18. I lavori sono in calendario anche per il 24 e non si esclude il voto di fiducia. «Abbiamo accolto l’invito del governo», ha detto il presidente dei senatori della Lega, Massimiliano Romeo, «Facciamo il possibile come governo, nonostante sia programmata la giornata del 24, perché i tempi si stringano e il Parlamento possa arrivare alla votazione della legge di bilancio nella notte tra il 23 e il 24». Il voto finale alla Camera è dunque previsto per il 28 dicembre.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/voto-sulla-manovra-la-vigilia-di-natale-saltano-i-controlli-sui-bonus-edilizi-2656093546.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="aula-esautorata-non-conta-niente" data-post-id="2656093546" data-published-at="1640206631" data-use-pagination="False"> «Aula esautorata: non conta niente» Se finora si è detto che il Parlamento, sui provvedimenti più importanti, non tocca più palla, ormai sembra che la palla non riescano nemmeno più a vederla, dalle parti di Palazzo Madama e Montecitorio. Una delegittimazione che sta toccando il culmine in Senato, dove a pochissimi giorni dalla scadenza prevista dalle legge non è stata ancora approvata in Aula la manovra ed è già è stato paracadutato un Pnrr blindatissimo, pur essendo il provvedimento più importante della recente storia d’Italia. A far presente l’anomalia della situazione è stato il presidente dei senatori di Fdi, Luca Ciriani. Presidente, ci fa capire come il governo vi sta facendo approvare la manovra? «Siamo arrivati in commissione alle 23 di lunedì sera e siamo stati costretti ad approvare la manovra con una maratona notturna che è durata fino alle 16 del giorno successivo. I parlamentari hanno potuto modificare poco o nulla, il grosso è stato impegnato in una serie di emendamenti “puntuali”, più volgarmente detti “marchette”, alcuni dei quali - non sto scherzando - hanno stanziato cifre tipo 7.000 euro. In questo caso si è superato ogni limite, con l’assalto alla diligenza, ed è per questo che ho protestato sia nella riunione dei capigruppo sia in Aula. Siamo al punto più basso della storia del Senato, che viene esautorato e compensato con quattro regalini, pochi spiccioli che umiliano parlamentari sempre più frustrati. Siamo ormai al ridicolo, con emendamenti che non sarebbero paragonabili nemmeno all’ordinanza di un piccolo Comune. C’è un parlamentare che ha fatto una norma per assumere due persone al suo Comune». E adesso vi è arrivato anche il Pnrr, giusto? «Esatto, a completare una deriva che sembra non interessare più a nessuno. Sembra che ormai sia scontato che il Parlamento non conti assolutamente nulla. Noi rivendichiamo il nostro ruolo di opposizione e il diritto-dovere di guardare le carte, di leggere e di migliorare quello che propone il governo. Ormai non siamo più nelle condizioni di poter proporre un emendamento. Dicevamo del decreto sul Pnrr, vitale per l’Italia: è arrivato stamattina (ieri, ndr), calendarizzato in commissione nel pomeriggio, con al massimo due ore di tempo per leggerlo. Della serie “non guardatelo neanche”, perché noi ormai siamo dei passacarte del governo. Non c’è nemmeno il tempo materiale per leggerlo, dopo una maratona di 48 ore sulla manovra. Significa abdicare al ruolo del Parlamento. Se questo sta bene alla maggioranza...». Fino a un po’ di tempo fa, dal Colle arrivavano dei segnali di insofferenza o quantomeno di censura per questo andazzo. Ora nemmeno più quello... «Questo perché il tema dell’emergenza Covid è stato usato politicamente, perché in realtà non esiste un’emergenza giuridica per giustificare questo modo di agire. L’emergenza Covid è il paravento dietro al quale si giustificano questi annullamenti del ruolo del Parlamento. Dobbiamo assolutamente uscire da questa fase di emergenza, con un nuovo presidente della Repubblica, con nuove elezioni, ridare la parola ai cittadini, far ripartire la politica, e farla ripartire anche dal Parlamento. Con l’utilizzo strumentale dell’emergenza Covid siamo arrivati a un governo che decide per tutti e impedisce al Parlamento di verificare. Spero che l’elezione del nuovo presidente sancisca la fine di questa stagione dell’emergenza che giustifica ogni cosa, che è partita dai dpcm di Giuseppe Conte ed è proseguita con un crescendo di delegittimazione del Parlamento».
Ansa
Una serie centrata sulle storie delle persone, sui loro disagi e sul desiderio spesso acerbo e contraddittorio di paternità e maternità, tanto più quando alle spalle non ci sono legami profondi e coppie reali. Non è una passeggiata evitare il tranello manicheo di dividere i due (o più) sessi in buono e tossico. E non lo è nemmeno evitare di buttarla platealmente contro il governo delle destre, causa di tutti i mali, sebbene non si risparmi un generico passaggio sulla provenienza di molti pazienti italiani «da un Paese arretrato».
S’intitola In utero lo show in otto episodi su Hbo Max - rilasciati finora i primi due, uno a settimana - prodotta da Cattleya di Riccardo Tozzi e Paramount+ che doveva anche distribuirla ma l’ha tenuta ferma, cedendola infine alla piattaforma di Warner bros Discovery. Chissà, forse a causa del tema scabroso, trattato in modo non mainstream, come automaticamente ci si aspetta quando si parla di gestazione per altri o di gay aspiranti padri e madri. Certamente i sacerdoti della critica diranno che su questi argomenti è facile cedere al ricatto del contenuto. Ed è, effettivamente, un rischio che si può correre volentieri e in modo consapevole. In ogni caso, dal punto di vista estetico, è una serie creata da Margaret Mazzantini, scritta da Enrico Audenino, Teresa Gelli, Vanessa Picciarelli, diretta da Maria Sole Tognazzi e Nicola Sorcinelli e sostenuta da un cast in ottima forma. Tutti insieme mostrano di padroneggiare le sfumature del racconto oltre le trappole dell’ovvio, intarsiandolo di buoni dialoghi e screziature non banali, dalle parti sentimentali ai rapporti tormentati per la loro diversità e la sofferenza delle fecondità complicate, fino ai complessi snodi medico-scientifici. Una serie coraggiosa nell’avventurarsi oltre il medical drama, sui temi etici e dei diritti ma, come detto, sverniciandoli dell’enfasi Lgbtq+.
Al posto dei commissariati di polizia, delle agenzie dei servizi segreti e delle corsie d’ospedale, qui siamo in una clinica moderna ben arredata e intonata all’empatia, indispensabile per trattare con i pazienti che non devono essere chiamati clienti. Alla Creatividad di Barcellona, amministrata dalla pragmatica Teresa (Maria Pia Calzone), suo marito, il direttore sanitario Ruggero Gentile (Sergio Castellitto), si occupa del percorso delle coppie con l’aiuto dell’embriologo Angelo Salemi (Alessio Fiorenza), un trans uomo tendente a credere nei meriti della scienza («sì, la scienza, la scienza…», borbotta Gentile) e il sostegno dell’assistente ai pazienti Dora (Thony).
In questa clinica s’infila la sensibilità della Mazzantini e degli sceneggiatori per raccontare i «travagli» di persone colte in momenti di fragilità e di conflitto. Compreso quello tra marito e moglie, fondatori della Creatividad che combatte in tutti i modi la sterilità e che, paradossalmente, non hanno figli. Per di più, adesso, l’azienda comincia ad avere problemi di sostenibilità economica. Cerchiamo dei nuovi soci, propone lei al compagno riluttante. Ma quando gli presenta gli emissari di un gruppo olandese, Gentile dimentica la sua abituale empatia: «Io non finisco la mia carriera obbedendo alle case farmaceutiche. Ricordatelo». L’uomo è accentratore, votato alla professione, determinato a «fare felici tutti». Anche a costo di non essere totalmente trasparente. Quando arriva la richiesta di una «figlia della clinica» malata di leucemia che vuole trovare il donatore del seme per capire se è compatibile con il trapianto di midollo, il pathos prende a lievitare. Il donatore è lui stesso, ma la legge stabilisce che resti anonimo. Persino sua moglie ne è all’oscuro. Quanto a lui certi paletti cominciano a stargli stretti. Certi colloqui con i pazienti più determinati lo turbano. Alcuni principi, però, li ha chiari in mente. Alla ragazza lesbica che avanza pretese e non si mette in gioco ora che si scopre che la compagna non può essere madre, Gentile dice: «I figli sono un desiderio. Non sono né un diritto né un dovere. Non torni qui». Poi c’è la storia del trans e della sua relazione che scricchiola. Meglio distrarsi con Dora, siciliana come lui. Che, però, quando si accorge della sua transizione, ha un comprensibile momento di smarrimento. «Si sarà sentito umiliato e rifiutato, lasciatelo dire a me che sono gay», commenta l’avventura senza lieto fine il compagno di appartamento. E l’altra inquilina: «E che c’entra? Sono stata rifiutata anch’io che sono etero». Insomma, niente luoghi comuni e comode formule vittimistiche in questa storia. Con i tempi che corrono nella serialità, è un buon risultato, come lo è il trattamento problematico del diritto alla genitorialità a tutti i costi e, per esempio, finora, non c’è nessuno che consideri il piano B dell’adozione. Si aspetta la conferma del rinnovo per la seconda stagione. Ma sarebbe già cosa buona che una serie così trovasse una visibilità diversa da quella avuta da Portobello di Marco Bellocchio, sempre di Hbo Max, forse poco promossa a causa dell’imminenza del referendum sulla giustizia.
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La Corea del Sud ha messo a segno una performance che definire «stratosferica» è riduttivo. Il Kospi, l’indice azionario principale coreano, ha guadagnato l’85,6% in un anno, e c’è chi fra i pessimisti lo vede gigante dai piedi d’argilla, o meglio, di silicio. Oltre il 40% della capitalizzazione di mercato è infatti appeso al destino di due soli titoli: Samsung Electronics e SK Hynix. «Certo siamo di fronte a una concentrazione del rischio senza precedenti», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «Samsung che ha corso del +394% e SK Hynix del +800% in un anno. Questi non sono più semplici titoli azionari, sono diventati dei proxy dell’intelligenza artificiale globale. Il mercato sta scommettendo che la domanda di memorie Hbm (High Bandwidth Memory) non finirà mai anche se la storia insegna che il settore dei semiconduttori è ciclico per natura».
Ma c’è un altro motore che spinge Seul: la leva finanziaria. In Corea, i piccoli risparmiatori, soprannominati gaemi (formiche), stanno invadendo il mercato finanziando gli acquisti con il debito. I prestiti a margine hanno superato i 34 trilioni di won. Dall’altra parte del Mar del Giappone, il Nikkei ha toccato il massimo storico di 63.272 punti negli scorsi giorni. Qui la narrazione non è molto diversa: riforme della governance, trasparenza e l’emersione del valore dei vecchi conglomerati. Ma attenzione ai rendimenti: per l’investitore europeo, la valuta è stata la variabile discriminante.
«Il Giappone del 2026 è un mercato a due velocità» sottolinea sempre Gaziano, «dove chi ha investito con copertura del cambio (Eur Hedged) ha portato a casa rendimenti eccezionali, come il +137% del WisdomTree Japan. Chi invece è rimasto esposto allo Yen ha visto i propri guadagni falcidiati dalla svalutazione della moneta nipponica».
Nonostante la guerra in Medio Oriente, Giappone e Corea (nella storia non certo sempre amici) hanno sorpreso tutti non affondando sotto il peso del caro-petrolio. Fra le mosse messe in campo da queste nazioni anche una «diplomazia pragmatica» che sta portando in queste settimane alla creazione di una riserva petrolifera comune tra il premier nipponico Takaichi e il presidente coreano Lee Jae Myung per una riserva energetica comune per ridurre la dipendenza diretta dallo Stretto di Hormuz. «Titoli come Toyota, pur stimando cali di profitto per i costi delle materie prime, restano pilastri che il mercato non vuole mollare, grazie a bilanci che finalmente iniziano a premiare gli azionisti con dividendi e buyback», conclude l’esperto.
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Il presidente di Anafe Umberto Roccatti
Agli Stati Generali Adm il presidente Umberto Roccatti attacca le riforme europee su accise e liquidi aromatizzati: «Aumenti fino al 200%, così si favoriscono contrabbando online e mercato illegale». Nel mirino le direttive Ted e Tpd.
Le nuove strette europee sul vaping rischiano di mettere in crisi un settore che in Italia vale circa un miliardo di euro e occupa 50 mila persone. L’allarme arriva da Umberto Roccatti, intervenuto agli Stati Generali dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, dove ha criticato duramente le imminenti revisioni europee delle direttive Ted e Tpd.
Secondo il presidente di Anafe Confindustria, le proposte allo studio a Bruxelles rischiano di produrre un effetto opposto rispetto agli obiettivi dichiarati: meno gettito fiscale, crescita del mercato illegale e difficoltà sempre maggiori per le imprese regolari.
Nel mirino c’è soprattutto la revisione della direttiva Ted sulle accise. Roccatti parla di aumenti «insostenibili» per aziende e consumatori: oltre il 100% per i prodotti con nicotina e circa il 200% per quelli senza. Una stretta che, secondo Anafe, potrebbe riportare il settore alla situazione vissuta nel 2014, quando l’introduzione di una tassazione giudicata eccessiva provocò il crollo del mercato legale.
Il presidente dell’associazione ricorda che allora lo Stato incassò appena 3 milioni di euro contro i 107 previsti e che migliaia di piccole imprese furono costrette a chiudere, mentre gran parte del mercato finì nel contrabbando. Solo dal 2018, sostiene Anafe, il comparto avrebbe ritrovato una certa stabilità grazie a incrementi fiscali più graduali.
L’altra grande preoccupazione riguarda invece la possibile revisione della direttiva Tpd e il cosiddetto «flavour ban», cioè il divieto dei liquidi aromatizzati. Per Roccatti si tratterebbe di una misura «ideologica», destinata a colpire uno degli elementi centrali dei prodotti alternativi alle sigarette tradizionali. Secondo Anafe, gli aromi rappresentano infatti uno strumento importante per i fumatori adulti che cercano di abbandonare il tabacco classico. L’associazione sostiene inoltre che il divieto non risolverebbe il problema dell’accesso dei minori, già regolato da norme e sanzioni esistenti, mentre rischierebbe di far crollare il gettito fiscale legato al settore.
Nel suo intervento agli Stati Generali Adm, Roccatti ha poi puntato il dito contro il commercio illegale online. Il presidente di Anafe ha parlato di un vero e proprio «Far West digitale», alimentato soprattutto da vendite sui social network e da siti esteri che operano all’interno dell’Unione europea aggirando controlli e dogane.Da qui la richiesta al governo italiano di difendere il comparto nei tavoli europei e di concentrare maggiormente i controlli sui canali illegali, evitando – sostiene l’associazione – di scaricare n uovi oneri burocratici soltanto sugli operatori regolari presenti sul territorio.
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Ma la vestale del Green deal Ursula von der Leyen non arretra di un millimetro sugli Ets per limitare le emissioni di Co2. Anche se queste tasse significano mandare fuori mercato le imprese, anche se queste imposte determinano una distorsione abnorme nei prezzi dell’energia. Si è molto preoccupata nelle settimane scorse delle risorse energetiche causa blocco di Hormuz, raccontando diverse favolette sull’approvvigionamento europeo. Ma nulla s’è visto. A Giorgia Meloni che invoca una clausola di salvaguardia del Patto di stabilità per l’emergenza energetica ha risposto che non si può, anzi ha aggiunto: fate con quel che avete. Per la verità Valdis Dombrovskis il lettone (Pil inferiore a quello della Lombardia), commissario all’Economia, ha fatto una minima apertura. Sempre la Von der Leyen, a chi le chiedeva di riaprire i rubinetti del gas russo, diceva di no, salvo poi scoprire che Pedro Sánchez - il massimo alfiere dell’europeismo gauchista duro e puro - compra Gnl a mano franca da Vladimir Putin. Ma una soluzione che sia una la presidente della Commissione europea non l’ha data. E su Ets non si smuove.
In compenso, ha fatto un bel gesto: ha stanziato 450 milioni di euro per aiutare gli agricoltori strozzati da un aumento del 70% dei prezzi dei fertilizzanti per via del blocco di Hormuz. Poi ha aggiunto che prima dell’estate - quando si dice la tempestività - ci sarà un rafforzamento della liquidità temporanea della Pac, consentendo ai Paesi di utilizzare i fondi per fornire agli agricoltori un risarcimento parziale dei costi aggiuntivi dei fertilizzanti. Ora, a parte il fatto che lei dà 71 milioni di soldi della Pac agli emiri di Dubai e che della sicurezza alimentare non si preoccupa (la Cina ha stoccato 151 milioni di tonnellate di grano, in Ue siamo sotto i 20 milioni), resta inevaso il nodo Ets. Gli agricoltori le ricordano che «non voler compiere nessun passo indietro sul Cbam, il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere, e sull’Ets, il mercato europeo delle quote di emissione di anidride carbonica, sta mettendo in ginocchio le aziende». Il conto è presto fatto: aumenti di costi fino a 250 euro a ettaro, che riducono oltre il livello di guardia i redditi degli agricoltori, mentre aumentano i prezzi per i consumatori, che affrontano un’inflazione alimentare del 4,6% (ma sui prodotti freschi - frutta, verdura, carne e pesce - sfonda il tetto dei 6,2 punti percentuali).
Ursula von der Leyen, quando si parla di ambiente, sembra quel chirurgo che ebbe a vantarsi: l’operazione è riuscita, ma il paziente è morto. E questo le manda a dire la Confcommercio, che ha presentato il suo rapporto in collaborazione col Cer. Stefano Fantacone, direttore del Cer, è esplicito: «Il conflitto del Golfo già oggi toglie il 2% al Pil e aggiunge lo 0,7% all’inflazione per il 2026. Ets con l’attuale situazione dei prezzi dell’energia rischia di essere insostenibile». Lo dicono i numeri. Per il trasporto su strada l’incidenza dell’Ets2 - che entrerà in vigore nel 2028 - è stimata tra i 4,7 e gli 11,3 miliardi di euro annui. Il diesel potrebbe aumentare di oltre il 17% e la benzina di oltre il 14%, con rincari fino a 355 euro l’anno per le auto a gasolio e a 250 euro per le auto a benzina. Ha voglia il governo di rifinanziare il contenimento delle accise! Dal trasporto alla casa e bottega, ecco il regalo Ets2: tra 1,6 e 4 miliardi l’anno circa per le utenze domestiche con un aggravio di 128 euro all’anno per famiglia e costi aggiuntivi per il commercio pari a 400 euro per un bar, 364 euro per un negozio alimentare, 1.090 euro per le grandi superfici di vendita, 1.275 euro per i ristoranti e 3.270 euro per un albergo medio. Basta? No, perché la tassa verde della Von der Leyen si abbatte per circa 713 milioni entro il 2028 sul trasporto marittimo e dunque con un ulteriore effetto inflattivo. Ets2 costa perciò da un minimo di 6,5 a un massimo di 16 miliardi in più. Logico che Pasquale Russo, vicepresidente di Confcommercio e presidente di Conftrasporto, sottolinei: «Il sistema Ets 2 può creare a trasporti, imprese e servizi danni irrimediabili, ci sono elementi distorsivi e incomprensibili». Ma non ditelo a Ursula. Lei pensa che Ets voglia dire: «Erano tutti soddisfatti».
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