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2023-09-14
Comizio in Aula della Von der Leyen: la transizione verde non si discute
Ursula von der Leyen (Ansa)
Nonostante sia una cavallerizza provetta, la baronessa Ursula Gertrud von der Leyen ha deciso di usare la più abusata delle metafore marinaresche: «Manteniamo la rotta». Qualcuno s’era forse illuso che, dopo l’auspicato addio del paraguru Frans Timmermans, l’Unione europea avrebbe deposto la cieca furia ambientalista? Illusi. La presidente della Commissione europea, dopo qualche furbesco ammiccamento a destra, convalida invece la ragion d’essere del suo lunare quadriennio al potere: il Green deal. «Ci atteniamo alla nostra strategia di crescita» insiste nel suo discorso sullo stato dell’Unione. «E lotteremo sempre per avere una transizione equa e giusta». Difatti: dalle auto elettriche alle case efficienti, ogni imminente imposizione rimane a spese dei sempre più impoveriti continentali.
La baronessa Ursula è una moderna Maria Antonietta. «Maestà, il popolo ha fame...» dicevano all’illustre predecessora. E lei: «Che mangino brioches…». Ecco: nella folle corsa a perdifiato della Commissione, tra veicoli a emissioni zero e cappotti termici, saranno ancora gli incolpevoli sudditi a pagare. Come in una fiaba ecologista, Von der Leyen promette che «nessuno deve essere lasciato indietro» ammettendo comunque mire iperuraniche: «Abbiamo un Green deal europeo che rappresenta il fulcro della nostra economia e un’ambizione senza pari». L’inscalfibile Ursula si lascia prendere dalla prosopopea: «È la nostra risposta alla chiamata della storia». Per poi aggiungere, con fervore gretino: «E quest’estate, la più calda di sempre in Europa, ce lo ha ricordato con forza. La Grecia e la Spagna sono state colpite da incendi devastanti. E abbiamo visto il caos e la carneficina provocati dagli eventi meteorologici estremi, dalla Slovenia alla Bulgaria, in tutta l’Unione. È la realtà di un pianeta in ebollizione. Il Green deal è nato dalla necessità di proteggerlo».
La sacerdotessa verde assicura che la transizione non deve essere a scapito dell’industria o dei cittadini. Proprio mentre, tanto per dirne una, continuano a essere diffusi ferali studi sulle sorti dell’auto europea: «La Commissione sta avviando un’indagine anti-sovvenzioni sui veicoli elettrici provenienti dalla Cina» promette quindi la solerte Ursula, dopo aver notato che Pechino ci sta riempiendo di auto economiche a zero emissioni e tanti incentivi. «L’Europa è aperta alla concorrenza. Non per una corsa al ribasso. Dobbiamo difenderci dalle pratiche sleali». Come e quando? Boh. Di sicuro, mette le mani avanti Ursula, «ci sono anche temi in cui possiamo e dobbiamo collaborare». Insomma: «Continueremo a sostenere l’industria europea nel corso di questa transizione» giura. «Dall’eolico all’acciaio, dalle batterie ai veicoli elettrici, il futuro della nostra industria delle tecnologie pulite dev’essere made in Europe». E rivela di aver chiesto a Mario Draghi, «una delle menti economiche più grandi d’Europa», di preparare un report sui destini della nostra competitività. Mutua persino il «Whatever it takes» del fu presidente della Bce. Pure stavolta, prepariamoci a fare la qualsiasi.
Adesso: con tutta la stima per il nostro ex premier, potrà la sua acuta relazione fermare l’inarrestabile avanzata cinese? Insomma: mentre il centrodestra chiede realismo e difesa degli interessi, si continua a supercazzolare. L’unica nobile concessione della baronessa agli avversari è «un maggiore dialogo». Mantenendo «la rotta», chiaramente. Ma pare solo un magra concessione, utile a rassodare il terreno. Il Ppe di Manfred Weber, dopo aver aperto ai conservatori, ultimi sondaggi alla mano sembra voler puntare nuovamente sulla «maggioranza Ursula» con socialisti e liberali. Ma l’Ecr, guidato da Giorgia Meloni, potrebbe comunque essere decisivo. Dunque, meglio lasciare la porta socchiusa fingendo timide aperture. Come reagiranno la premier italiana e suoi alleati? Von der Leyen scalpita ufficialmente per il secondo mandato. Alle prossime elezioni del giugno 2024, toccherà «rispondere ancora all’appello della storia». Il suo intendimento è già scritto: totale continuità. «Quando, nel 2019, mi sono presentata di fronte a voi con il mio programma per un’Europa verde, digitale e geopolitica, so che alcuni avevano dei dubbi» concede. «Guardate invece dove si trova l’Europa oggi?». Ecco, appunto: inflazione epocale, recessione galoppante, migrazioni irrefrenabili. Ma lei è entusiasta persino delle prodezze di Christine Lagarde, gran capa della Bce. O dell’inutile patto europeo sulle migrazioni. Gli ultimi «300 giorni» al potere serviranno soltanto a «terminare il lavoro».
Così uguale, ma anche così diversa. La presidentissima informa di aver avuto tre nipoti, durante questo mandato. È proprio per evitare l’estinzione delle nuove leve che è pronta a immolarsi ancora: «Avranno pure loro un’estate, un autunno, un inverno e una primavera come quando noi eravamo bambini? Potranno avere una famiglia?». Ovviamente, no. Saranno spazzati via da apocalissi e carestie. A meno che SuperUrsula non venga provvidenzialmente rieletta per altri cinque anni.
Bluff europeo contro l’auto cinese
Ursula von der Leyen si è svegliata. All’improvviso, la presidente della Commissione europea ha scoperto che i mercati sono inondati di auto elettriche cinesi, che sono più economiche e quindi in grado di battere la concorrenza dei marchi europei, e che i prezzi sono mantenuti artificialmente bassi da ingenti sussidi erogati a mani basse da Pechino. Risultato: «Questo meccanismo distorce il mercato e l’Europa non può permetterlo. Bisogna difendersi da pratiche sleali e da questa corsa al ribasso» , ha tuonato Von der Leyen, nell’accalorato discorso sullo stato dell’Unione 2023.
La presidente ha dimenticato nella foga, o forse era voluto, il piccolo particolare che il primato sull’auto elettrica, la Cina se l’è conquistato senza andare tanto per il sottile quanto a uso di energia fossile. Sottigliezze. Alla presidente interessa lanciare il segnale forte che la Commissione «è sul pezzo» e che è pronta a sbarrare il passo al nemico cinese. Come ciò sia possibile non lo dice. Ha parlato genericamente dell’avvio di una fantomatica «indagine anti-sovvenzioni». Ma chi se ne occuperà? Sarà creata una sorta di commissione ad hoc e con quali poteri? E poi qualora si scoprisse un meccanismo di aiuti di Stato, quali sarebbero le prossime mosse? Si applicano dazi? Si alzano le barriere doganali alle vetture d’oltre Muraglia? Non si deve dimenticare che produrre le batterie in Europa costa 6 volte di più. Peraltro non siamo all’inizio di un processo ma in pieno tsunami industriale e Pechino ha già messo radici nel mercato.
Tanta sollecitudine fa anche sorgere il sospetto che la presidente abbia ricevuto l’illuminazione del pericolo cinese, nel mezzo della via verso le elezioni europee. Qualora dovesse cambiare maggioranza nel Parlamento, avrebbe bisogno del sostegno dei conservatori per essere rieletta. E non c’è niente di meglio che riallinearsi sfoderando un atteggiamento anti cinese.
La strategia di Von der Leyen va oltre. La presidente sembra sposare la linea di Parigi che da tempo chiede una tutela all’industria dell’auto europea mentre fischia il fuorigioco per Berlino. La Germania ha forti interessi in Cina e non ha mai visto di buon grado una politica di ostilità a Pechino nel timore che il governo di Xi Jinping gli chiuda i canali delle esportazioni.
Bisognerà vedere se la presidente ha intenzione veramente di mordere o si è limitata ad abbaiare. Una guerra dei dazi rischia di rompere le ossa alla fragile industria automobilistica europea, totalmente dipendente per la tecnologia e la componentistica elettronica dalla Cina.
Basta vedere gli ultimi dati delle vendite per capire la difficoltà delle case europee e la potenza di fuoco del Dragone. Dal primo trimestre 2023, con un +80%, la Cina ha superato il Giappone come maggiore esportatore di auto al mondo. Secondo la società di ricerca Canalys, a fine anno si stimano 4,4 milioni di vetture spedite dal Dragone all’estero di cui 1,3 elettriche, raddoppiate. Ma questo era prevedibile dal momento che dal 2009 i cinesi hanno strappato al Giappone la leadership della produzione, raddoppiata nel 2022 da 10,3 a 23,8 milioni di auto (secondo l’Oica, l’Organizzazione internazionale dei produttori). AlixPartners stima che le vendite annuali di auto con marchio cinese nei mercato estero, cresceranno fino a 9 milioni di veicoli entro il 2030. I brand cinesi avrebbero pertanto il 30% della quota globale e il 15% dell’Europa.
A luglio scorso i 22 marchi cinesi presenti sul mercato del Vecchio Continente hanno aumentato le vendite del 131% (25.564 auto) rispetto allo stesso periodo del 2022. La quota di mercato dei cinesi è raddoppiata dall’1,27% al 2,51%.
Va segnalato inoltre che gli europei in Cina non toccano palla. Una classifica riportata da Quattroruote, relativa ad agosto scorso del Top-Selling Pure EV Brands in China, mostra che bisogna scorrere fino alla decima posizione per trovare un marchio europeo, con la Volkswagen.
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Chi sperava che l’addio di Frans Timmermans ammorbidisse la posizione di Bruxelles si sbagliava. Nel discorso sullo stato dell’Unione, la presidente in cerca del secondo mandato pare Greta Thunberg: «La Terra è in ebollizione».La leader della Commissione annuncia un’inchiesta sui sussidi di Pechino all’elettrico: «Distorcono il mercato». Troppo tardi, e non dice quali contromisure si prenderanno.Lo speciale contiene due articoli.Nonostante sia una cavallerizza provetta, la baronessa Ursula Gertrud von der Leyen ha deciso di usare la più abusata delle metafore marinaresche: «Manteniamo la rotta». Qualcuno s’era forse illuso che, dopo l’auspicato addio del paraguru Frans Timmermans, l’Unione europea avrebbe deposto la cieca furia ambientalista? Illusi. La presidente della Commissione europea, dopo qualche furbesco ammiccamento a destra, convalida invece la ragion d’essere del suo lunare quadriennio al potere: il Green deal. «Ci atteniamo alla nostra strategia di crescita» insiste nel suo discorso sullo stato dell’Unione. «E lotteremo sempre per avere una transizione equa e giusta». Difatti: dalle auto elettriche alle case efficienti, ogni imminente imposizione rimane a spese dei sempre più impoveriti continentali. La baronessa Ursula è una moderna Maria Antonietta. «Maestà, il popolo ha fame...» dicevano all’illustre predecessora. E lei: «Che mangino brioches…». Ecco: nella folle corsa a perdifiato della Commissione, tra veicoli a emissioni zero e cappotti termici, saranno ancora gli incolpevoli sudditi a pagare. Come in una fiaba ecologista, Von der Leyen promette che «nessuno deve essere lasciato indietro» ammettendo comunque mire iperuraniche: «Abbiamo un Green deal europeo che rappresenta il fulcro della nostra economia e un’ambizione senza pari». L’inscalfibile Ursula si lascia prendere dalla prosopopea: «È la nostra risposta alla chiamata della storia». Per poi aggiungere, con fervore gretino: «E quest’estate, la più calda di sempre in Europa, ce lo ha ricordato con forza. La Grecia e la Spagna sono state colpite da incendi devastanti. E abbiamo visto il caos e la carneficina provocati dagli eventi meteorologici estremi, dalla Slovenia alla Bulgaria, in tutta l’Unione. È la realtà di un pianeta in ebollizione. Il Green deal è nato dalla necessità di proteggerlo».La sacerdotessa verde assicura che la transizione non deve essere a scapito dell’industria o dei cittadini. Proprio mentre, tanto per dirne una, continuano a essere diffusi ferali studi sulle sorti dell’auto europea: «La Commissione sta avviando un’indagine anti-sovvenzioni sui veicoli elettrici provenienti dalla Cina» promette quindi la solerte Ursula, dopo aver notato che Pechino ci sta riempiendo di auto economiche a zero emissioni e tanti incentivi. «L’Europa è aperta alla concorrenza. Non per una corsa al ribasso. Dobbiamo difenderci dalle pratiche sleali». Come e quando? Boh. Di sicuro, mette le mani avanti Ursula, «ci sono anche temi in cui possiamo e dobbiamo collaborare». Insomma: «Continueremo a sostenere l’industria europea nel corso di questa transizione» giura. «Dall’eolico all’acciaio, dalle batterie ai veicoli elettrici, il futuro della nostra industria delle tecnologie pulite dev’essere made in Europe». E rivela di aver chiesto a Mario Draghi, «una delle menti economiche più grandi d’Europa», di preparare un report sui destini della nostra competitività. Mutua persino il «Whatever it takes» del fu presidente della Bce. Pure stavolta, prepariamoci a fare la qualsiasi.Adesso: con tutta la stima per il nostro ex premier, potrà la sua acuta relazione fermare l’inarrestabile avanzata cinese? Insomma: mentre il centrodestra chiede realismo e difesa degli interessi, si continua a supercazzolare. L’unica nobile concessione della baronessa agli avversari è «un maggiore dialogo». Mantenendo «la rotta», chiaramente. Ma pare solo un magra concessione, utile a rassodare il terreno. Il Ppe di Manfred Weber, dopo aver aperto ai conservatori, ultimi sondaggi alla mano sembra voler puntare nuovamente sulla «maggioranza Ursula» con socialisti e liberali. Ma l’Ecr, guidato da Giorgia Meloni, potrebbe comunque essere decisivo. Dunque, meglio lasciare la porta socchiusa fingendo timide aperture. Come reagiranno la premier italiana e suoi alleati? Von der Leyen scalpita ufficialmente per il secondo mandato. Alle prossime elezioni del giugno 2024, toccherà «rispondere ancora all’appello della storia». Il suo intendimento è già scritto: totale continuità. «Quando, nel 2019, mi sono presentata di fronte a voi con il mio programma per un’Europa verde, digitale e geopolitica, so che alcuni avevano dei dubbi» concede. «Guardate invece dove si trova l’Europa oggi?». Ecco, appunto: inflazione epocale, recessione galoppante, migrazioni irrefrenabili. Ma lei è entusiasta persino delle prodezze di Christine Lagarde, gran capa della Bce. O dell’inutile patto europeo sulle migrazioni. Gli ultimi «300 giorni» al potere serviranno soltanto a «terminare il lavoro». Così uguale, ma anche così diversa. La presidentissima informa di aver avuto tre nipoti, durante questo mandato. È proprio per evitare l’estinzione delle nuove leve che è pronta a immolarsi ancora: «Avranno pure loro un’estate, un autunno, un inverno e una primavera come quando noi eravamo bambini? Potranno avere una famiglia?». Ovviamente, no. Saranno spazzati via da apocalissi e carestie. A meno che SuperUrsula non venga provvidenzialmente rieletta per altri cinque anni.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vonderleyen-transizione-verde-non-discute-2665375578.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="bluff-europeo-contro-lauto-cinese" data-post-id="2665375578" data-published-at="1694673934" data-use-pagination="False"> Bluff europeo contro l’auto cinese Ursula von der Leyen si è svegliata. All’improvviso, la presidente della Commissione europea ha scoperto che i mercati sono inondati di auto elettriche cinesi, che sono più economiche e quindi in grado di battere la concorrenza dei marchi europei, e che i prezzi sono mantenuti artificialmente bassi da ingenti sussidi erogati a mani basse da Pechino. Risultato: «Questo meccanismo distorce il mercato e l’Europa non può permetterlo. Bisogna difendersi da pratiche sleali e da questa corsa al ribasso» , ha tuonato Von der Leyen, nell’accalorato discorso sullo stato dell’Unione 2023. La presidente ha dimenticato nella foga, o forse era voluto, il piccolo particolare che il primato sull’auto elettrica, la Cina se l’è conquistato senza andare tanto per il sottile quanto a uso di energia fossile. Sottigliezze. Alla presidente interessa lanciare il segnale forte che la Commissione «è sul pezzo» e che è pronta a sbarrare il passo al nemico cinese. Come ciò sia possibile non lo dice. Ha parlato genericamente dell’avvio di una fantomatica «indagine anti-sovvenzioni». Ma chi se ne occuperà? Sarà creata una sorta di commissione ad hoc e con quali poteri? E poi qualora si scoprisse un meccanismo di aiuti di Stato, quali sarebbero le prossime mosse? Si applicano dazi? Si alzano le barriere doganali alle vetture d’oltre Muraglia? Non si deve dimenticare che produrre le batterie in Europa costa 6 volte di più. Peraltro non siamo all’inizio di un processo ma in pieno tsunami industriale e Pechino ha già messo radici nel mercato. Tanta sollecitudine fa anche sorgere il sospetto che la presidente abbia ricevuto l’illuminazione del pericolo cinese, nel mezzo della via verso le elezioni europee. Qualora dovesse cambiare maggioranza nel Parlamento, avrebbe bisogno del sostegno dei conservatori per essere rieletta. E non c’è niente di meglio che riallinearsi sfoderando un atteggiamento anti cinese. La strategia di Von der Leyen va oltre. La presidente sembra sposare la linea di Parigi che da tempo chiede una tutela all’industria dell’auto europea mentre fischia il fuorigioco per Berlino. La Germania ha forti interessi in Cina e non ha mai visto di buon grado una politica di ostilità a Pechino nel timore che il governo di Xi Jinping gli chiuda i canali delle esportazioni. Bisognerà vedere se la presidente ha intenzione veramente di mordere o si è limitata ad abbaiare. Una guerra dei dazi rischia di rompere le ossa alla fragile industria automobilistica europea, totalmente dipendente per la tecnologia e la componentistica elettronica dalla Cina. Basta vedere gli ultimi dati delle vendite per capire la difficoltà delle case europee e la potenza di fuoco del Dragone. Dal primo trimestre 2023, con un +80%, la Cina ha superato il Giappone come maggiore esportatore di auto al mondo. Secondo la società di ricerca Canalys, a fine anno si stimano 4,4 milioni di vetture spedite dal Dragone all’estero di cui 1,3 elettriche, raddoppiate. Ma questo era prevedibile dal momento che dal 2009 i cinesi hanno strappato al Giappone la leadership della produzione, raddoppiata nel 2022 da 10,3 a 23,8 milioni di auto (secondo l’Oica, l’Organizzazione internazionale dei produttori). AlixPartners stima che le vendite annuali di auto con marchio cinese nei mercato estero, cresceranno fino a 9 milioni di veicoli entro il 2030. I brand cinesi avrebbero pertanto il 30% della quota globale e il 15% dell’Europa. A luglio scorso i 22 marchi cinesi presenti sul mercato del Vecchio Continente hanno aumentato le vendite del 131% (25.564 auto) rispetto allo stesso periodo del 2022. La quota di mercato dei cinesi è raddoppiata dall’1,27% al 2,51%. Va segnalato inoltre che gli europei in Cina non toccano palla. Una classifica riportata da Quattroruote, relativa ad agosto scorso del Top-Selling Pure EV Brands in China, mostra che bisogna scorrere fino alla decima posizione per trovare un marchio europeo, con la Volkswagen.
Nicole Minetti e Carlo Nordio (Getty Images)
Se esiste, il complotto però a me pare che lo abbiano fabbricato direttamente lassù sul Colle. Altro che barbe finte, missioni sotto copertura, provocazioni di potenze straniere: l’operazione Disgrazia è tutta farina del sacco del Quirinale. E se Mattarella è in imbarazzo, come dicono, deve ringraziare qualche suo collaboratore. Del resto, è stato lo stesso portavoce di Mattarella a chiarire i contorni della faccenda l’11 aprile, quando iniziarono le prime polemiche per il provvedimento che cancellava le pene inflitte all’ex igienista dentale di Silvio Berlusconi. «La concessione dell’atto di clemenza - in favore del quale si è espresso il competente procuratore generale della Corte d’appello in un ampio parere - si è fondata anche sulle gravi condizioni di salute di uno stretto familiare minore della Minetti, che necessita di assistenza e cure particolari presso ospedali altamente specializzati». Ora il concetto è stato ribadito da un nuovo commento rilasciato alle agenzie, in cui si sottolinea il ruolo della Procura generale. E, come ci ricordano ogni giorno i quirinalisti, ossia quella curiosa categoria di giornalisti che raccoglie ogni sospiro del presidente, il capo dello Stato è un fine giurista, ossia una persona che pesa le parole. Dunque, se ci fosse stato anche un lontanissimo sospetto che l’operazione Minetti fosse in qualche modo manovrata dall’esterno, il sempre cauto Mattarella non avrebbe certo autorizzato quella nota. Non solo: leggendo il comunicato balza all’occhio come si faccia riferimento non soltanto alle condizioni di salute del bambino adottato dalla coppia Minetti-Cipriani, ma soprattutto all’ampio parere del procuratore generale della Corte d’appello. Non si parla del ministero, dell’opinione di Nordio o dei suoi collaboratori, ma esclusivamente del via libera formulato dal giudice competente a esprimersi sulle richieste di grazia. Nei fatti, è così confermato che il ruolo del ministero, in questo ma anche in altre misure di clemenza, è assolutamente marginale, perché a via Arenula compete solo la consultazione del casellario, per evidenziare eventuali pendenze penali, e l’invio della pratica alla Procura, oltre che, nel caso questa tardi a rispondere entro i termini fissati, un eventuale sollecito per ottenere la risposta.
Nel tentativo di sviare la responsabilità del Colle che, come da sentenza della Corte costituzionale, è il solo titolare del potere di grazia, qualcuno ha pure provato ad alzare un polverone, sostenendo che il ministero avrebbe omesso, nel passare la pratica al procuratore generale, di richiedere indagini all’estero. In pratica, Nordio e compagni (alla giustizia operano molti esponenti di Magistratura democratica) si sarebbero «dimenticati» di ordinare le rogatorie per conoscere le «attività» estere della coppia Minetti-Cipriani, ovvero se in Uruguay l’ex consigliere regionale conducesse uno «stile di vita» (la definizione è della Procura generale) censurabile. Ma, come si fa notare al ministero, la richiesta di grazia non è un procedimento penale, bensì un atto amministrativo nella disponibilità del capo dello Stato. Dunque, non segue l’iter penale. E del resto, Nordio non ha al suo servizio la polizia giudiziaria (che, invece, è agli ordini dei pm) e quindi le richieste di approfondimento inviate a Milano sono le stesse che si formulano in questi casi, né più né meno. E se le risposte non piacevano, come fanno notare in tribunale a loro volta con una nota, il ministero e il Quirinale potevano rimandarle indietro e sollecitare un ulteriore approfondimento. Cosa che non è avvenuta.
In conclusione, nonostante ci sia chi prova a immaginare complottoni o depistaggi degli 007 stranieri, la faccenda nasce al Quirinale e si sviluppa con una serie di suggestioni giornalistiche tutte da dimostrare. Certo, se le informazioni alla base della storia sono come quelle di Sigfrido Ranucci sui viaggi del ministro della Giustizia, la questione non finisce qui.
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