2019-04-08
Ursula von der Leyen (Ansa)
Il presidente della Commissione (criticata dalla Kallas perché decide solo con i fedelissimi) firma oggi un accordo di libero scambio con Nuova Delhi che favorisce l’automotive tedesca. Mazzata per il tessile, da valutare gli impatti per il settore agricolo.
Non sarà un altro Mercosur. La presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen ha lanciato messaggi rassicuranti già prima di sbarcare a Nuova Delhi, dove oggi firmerà l’atteso accordo commerciale con l’India, punto di arrivo di quasi due decenni di negoziati e anche di un trattamento di favore senza eguali giacché l’Ue non ha mai sanzionato l’India per l’acquisto di petrolio russo.
Il patto di libero scambio promette forti riduzioni tariffarie per vino e olio d’oliva, lasciando invariata la protezione su carne, pollame e zucchero. Un’intesa che «dovrebbe essere molto vantaggiosa per gli esportatori agricoli europei» hanno fatto trapelare da Bruxelles come a voler mettere le mani avanti e tranquillizzare il settore agricolo che ancora non ha digerito (soprattutto gli italiani) il Mercosur.
La firma con Delhi arriva dopo un iter lungo e complesso. I colloqui sono partiti nel 2007 e da allora, il tavolo delle trattative si è allargato ad un ampio pacchetto che comprende commercio di beni e servizi, investimenti e cooperazione normativa. Sia ben chiaro però che l’annuncio della ratifica non equivale all’operatività immediata, poiché l’intesa dovrà affrontare un iter complesso di ratifica soprattutto sul fronte dei Paesi Ue. Il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, ha detto che «saranno valutate se quanto è stato garantito, verrà davvero messo in campo».
Innanzitutto c’è subito un aspetto che non torna. Secondo uno studio di Bruxelles, il Pil europeo salirà nel migliore dei casi dello 0,2% e quello indiano dell’1%. Insomma poco o nulla per l’Europa. La riduzione dei dazi su vari settori non porterà quella sferzata all’economia che si attenderebbe da un negoziato di questa portata. Peraltro la Ue è già oggi il principale partner commerciale dell’India: gli scambi bilaterali di merci hanno raggiunto i 135 miliardi di dollari nel 2023-24, con un aumento di quasi il 90% nell’ultimo decennio. In questa trattativa Von der Leyen sarebbe andata avanti come un treno. Stando a una ricostruzione di Politico, l’Alta rappresentante della Ue, Kaja Kallas si sarebbe lamentata, in privato, dando alla presidente della «dittatrice» perché accentratrice e per la tendenza a decidere solo con i suoi (in particolare con il suo capo di gabinetto, Bjorn Seibert) mentre il resto della struttura sarebbe informata solo a cose fatte.
Ma vediamo chi ci guadagna e chi ci perde dall’accordo. Per l’automotive e i macchinari di sicuro a brindare sarà la Germania che non a caso ha sollecitato Bruxelles a stringere i tempi dell’accordo. Berlino ha bisogno di trovare nuovi mercati di sbocco per le sue imprese, specie quelle dell’auto, che boccheggiano. E quale migliore piazza dell’India, destinata a diventare la terza economia mondiale. I dazi sulle auto provenienti dall’Europa dovrebbero passare da un massimo di 110 a 40%. Ciò favorirebbe Volkswagen, Mercedes-Benz e BMW. Il governo Modi avrebbe accettato di ridurre immediatamente il dazio per un numero limitato di auto con un prezzo d’importazione superiore a 15.000 euro. Secondo una fonte, la riduzione si applicherebbe inizialmente a una quota di circa 200.000 veicoli a combustione all’anno. Nel tempo, il dazio dovrebbe scendere fino al 10%. I veicoli elettrici sarebbero esclusi dalle riduzioni per i primi cinque anni, per proteggere gli investimenti dei produttori locali. L'India è il terzo mercato automobilistico più grande al mondo dopo Stati Uniti e Cina. Attualmente i produttori europei detengono meno del 4% del mercato indiano, che conta circa 4,4 milioni di veicoli all’anno ma si prevede una crescita fino a 6 milioni di unità all’anno entro il 2030.
Per il tessile-abbigliamento, l’accordo si prospetta una mazzata per la Ue. L’India ha una forte tradizione nel tessile e un costo del lavoro molto basso. Due fattori che rappresentano un vantaggio competitivo. Un report di Bruxelles stima che le esportazioni dell’India in questo settore cresceranno in termini assoluti (8,4 miliardi rispetto agli 1,4 miliardi della Ue). Per la pelle situazione simile: export dell’India stimate in aumento di 5,3 miliardi rispetto ai 970 milioni della Ue. Per il lattiero-caseario e cereali gli aumenti delle esportazioni verso la Ue sarebbero superiori al 100%. Va sottolineato che il governo Modi ha voluto il mantenimento dello status quo sui settori più sensibili per la propria economia, carne bovina, pollame e zucchero per i quali le tariffe non subiranno cambiamenti.
Ciò che rende l’accordo squilibrato a favore dell’India è l’assenza nel Paese di regole stringenti sulle emissioni di carbonio che ha permesso una crescita industriale a basso costo. Questo le consente di produrre acciaio, alluminio e cemento utilizzando ancora il carbone, diventando un gigante delle esportazioni. L’India si è opposta al Carbon Adjustment Mechanism della Ue, considerandolo un ostacolo al libero commercio. Non è chiaro se e come questa posizione sarà gestita con il nuovo accordo.
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Germano Dottori (Imagoeconomica)
L’analista Germano Dottori: «Gli americani guardano da tempo con preoccupazione agli sviluppi del processo di integrazione in atto nell’Ue, in parte anche per colpa nostra. Per Trump pure la Nato può essere messa in discussione, se non porta vantaggi tangibili».
Germano Dottori analista e consigliere scientifico di Limes, la disputa sulla Groenlandia e il suo esito, in parte ancora da scrivere, cosa ci dice? Che, come al solito, Donald Trump fa marcia indietro? O che ha utilizzato la sua solita strategia negoziale? E in finale per ottenere che cosa che già non aveva?
«Ci dice soprattutto che in questo suo secondo mandato la politica di Trump sembra riflettere due cose: l’accettazione di un mondo strutturato su sfere d’influenza più o meno esclusive e la volontà di crearne una di natura “emisferica” per gli Stati Uniti, dalla quale escludere russi e, soprattutto, cinesi. Ha sorpreso la spregiudicatezza con la quale il tycoon ha aperto un contenzioso con un alleato atlantico, ma occorre sottolineare che per Trump anche la Nato può essere messa in discussione, se fonte di vincoli non compensati da vantaggi tangibili. È un nazionalista integrale».
E propone addirittura il Board of Peace: una struttura internazionale da lui personalmente gestita. Trump sta picconando le strutture sovranazionali di cui non si fida più? E se sì perché?
«Questa diffidenza nei confronti delle grandi organizzazioni internazionali non è un dato del tutto nuovo nella storia americana. Gli Stati Uniti non aderirono alla Società delle Nazioni, che pure nacque grazie all’impulso di un loro presidente, Woodrow Wilson. E prima di dar vita all’Onu ebbero cura di prevedere che al loro interno fosse creato un Consiglio di Sicurezza soggetto al loro diritto di veto. Ciò premesso, il Board sembra poggiare su premesse inedite, di natura privatistica, con tanto di tassa di partecipazione. Difficile formulare previsioni sulla sua efficacia, ma nel peggiore dei casi sarà soltanto un tentativo ulteriore andato a vuoto come altri in precedenza. Speriamo invece che funzioni, perché il suo obiettivo è la pacificazione, interesse collettivo. Trump si è riservato al suo interno un ruolo centrale, che peraltro difficilmente verrebbe accettato una volta cessato il suo mandato alla Casa Bianca».
Mentre negozia un possibile accordo in Ucraina, Trump sembra voler smontare pezzo per pezzo il cosiddetto Sud globale. Dal Venezuela all’Iran. Una strategia di pressione per costringere Vladimir Putin ad accettare un compromesso?
«Per Trump la politica internazionale dovrebbe privilegiare i rapporti bilaterali, nei quali gli Stati Uniti possono più agevolmente far valere il peso superiore della loro potenza politica, economica e militare. Le aggregazioni costituiscono invece un problema, sia quando legano le mani a Washington costringendola a decisioni collettive, che nelle circostanze in cui sono costituite senza, o contro, gli Stati Uniti per bilanciare la loro supremazia».
La Cina è una superpotenza economica. Ma sul piano militare sono ancora gli Stati Uniti a dettare legge. Avevamo dato per morta troppo presto l’America con la sua capacità di esercitare il cosiddetto hard power?
«La Repubblica Popolare Cinese è un’immensa fabbrica ma ha dei limiti importanti. Sul piano finanziario, gli Stati Uniti rimangono significativamente superiori: se vuoi fare soldi con i soldi, è ancora all’industria finanziaria americana che occorre rivolgersi. Accende spesso la fantasia il fatto che i cinesi detengano una parte significativa dei titoli del debito sovrano statunitense, ma a ben vedere, si sono legati le mani: infatti, non possono indebolire il loro debitore senza subire perdite molto alte. Probabilmente, Pechino pensa a un condominio sul mondo, non ad affossare gli Stati Uniti. Sul piano militare, poi, la geografia rappresenta un grosso problema per i cinesi. E non può essere modificata. L’America controlla le vie marittime da cui dipende la prosperità della Repubblica Popolare. Nessuno ha dato per morti gli Stati Uniti: non per caso, il Pianeta è sempre pieno di persone che dimostrano contro la loro permanente supremazia. Anche dalle nostre parti».
Il Venezuela è il giardino di casa. E l’esfiltrazione di Nicolás Maduro rientrava sicuramente nelle capacità degli Stati Uniti. L’Iran è invece lontano. E Trump non può permettersi un conflitto del tipo di quelli promossi in passato dai neocon e dai Democratici. Che scenario dobbiamo aspettarci in Iran una volta che questo regime sarà eventualmente caduto?
«A Caracas non è stato abbattuto un regime, ma soltanto rimosso il suo leader, permettendone la sostituzione con la sua vice, che pare abbia promesso di collaborare con gli Stati Uniti, ponendo fine all’influenza che esercitavano localmente cinesi e russi. La situazione iraniana è completamente differente. È in atto una rivolta interna, innescata da una crisi idrica ed alimentare che ha fatto esplodere l’inflazione, convincendo vasti strati della popolazione a chiedere la fine della Repubblica Islamica. In Iran capiscono perfettamente che le sanzioni non potranno essere abolite fintantoché gli islamisti resteranno al potere. Più in generale, la società civile iraniana, altamente istruita e sofisticata, non accetta più le restrizioni delle libertà che la soffocano dal 1979. Il regime ha risposto con enorme violenza, uccidendo molte migliaia di persone e macchiandosi di crimini odiosi, che interrogano la coscienza di tutto l’Occidente. I dimostranti chiedono aiuto. Pur essendo certamente impressionato dalle immagini che riceve anche lui, Trump però ha finora esitato, perché è stato sorpreso ed è consapevole che ci sono dei rischi. Ha chiesto opzioni e fatto convergere forze nell’area del Golfo. Nel frattempo, le autorità iraniane lo hanno insolentito, circostanza che potrebbe bastare a motivare dei raid punitivi nei loro confronti, come accadde con il generale Soleimani. La situazione è molto fluida».
Trump di fatto prende a schiaffi l’Ue perché sa che questa non ha alternative? E soprattutto che Europa vuole Trump?
«In campo commerciale, l’unico in cui l’Europa agisca davvero come soggetto sovranazionale, l’Ue è un attore con il quale anche gli Stati Uniti son costretti a fare i conti. Al contrario di quanto comunemente si crede, gli americani guardano da tempo con preoccupazione agli sviluppi del processo d’integrazione in atto nel nostro Continente, in parte anche per colpa nostra. Qualche errore di comunicazione lo abbiamo infatti commesso anche noi, enunciando ambizioni del tutto legittime, ma che hanno generato un senso d’allarme Oltreoceano».
Innegabile che Trump abbia decisamente cambiato rotta e velocità di marcia nella politica estera americana. Ritiene questi cambiamenti irreversibili indipendentemente da chi sarà il successore di Trump?
«Non sappiamo chi gli succederà. Trump accelera anche perché sa di avere a disposizione poco tempo. Tre anni, forse meno, se i risultati delle elezioni di medio termine lo trasformeranno in un’anatra zoppa».
È corretto immaginare che sarà una sfida a due fra Rubio e Vance nel provare a raccogliere l’eredità di Trump? Che differenza c’è fra i due?
«È molto prematuro. Se la presidenza Trump sarà considerata un successo, i suoi esponenti di maggior spicco se ne contenderanno l’eredità. Ma se si concluderà in un fallimento, i repubblicani cercheranno verosimilmente qualcuno che non abbia fatto parte della sua amministrazione».
Le elezioni di mezzo termine sono tradizionalmente sfavorevoli al presidente in carica. Sul piano interno Trump ha ancora carte da giocare per provare ad evitare una sconfitta quantomeno probabile? In Minnesota sembra di assistere a una guerra civile!
«Sta provando a farlo, anche per evitare l’impeachment, spingendo sull’economia e adesso anche sull’espansione territoriale, che peraltro non convince al momento gli elettori americani».
Keir Starmer in UK e Mark Carney in Canada sono i più acerrimi avversari di Trump. Non esiste più l’anglosfera?
«L’anglosfera non è una realtà superficiale che connette dei leader. È qualcosa di molto più concreto e profondo, non congiunturale, che investe le élite ma coinvolge al massimo la stampa, l’editoria e la cultura. La comunanza linguistica è un collante fortissimo, resistente alle fluttuazioni della politica».
L’intesa fra Giorgia Meloni e Friedrich Merz ci dice che la Francia ha perso il suo ruolo di leadership in Unione europea. È un decadimento strutturale o passeggero quello di Parigi?
«L’Unione europea senza la Francia semplicemente non esiste. E la Francia è un “sistema”, a differenza nostra, dotato di un’élite coesa dalla fortissima identità nazionale e capace di immaginare progetti a lunghissimo termine. Noi siamo diversi, guardiamo più al locale che al globale, all’oggi più che al domani. L’Italia fa benissimo a sperimentare ogni geometria che ne enfatizzi la flessibilità e creatività diplomatica, ma dobbiamo essere coscienti dei nostri limiti. In altre parole, occorre realismo per tutelare i nostri interessi al meglio, con pragmatismo, senza inseguire chimere».
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(Ansa)
Il 13 dicembre 2025 i pannelli del soffitto si staccano e vengono mantenuti con delle stecche. Il video è agli atti dell'inchiesta sul rogo di Crans-Montana in cui sono morte 40 persone, di cui 6 italiane. Quei pannelli hanno preso fuoco mentre Cyane (la dipendente con il casco che si vede nel video) sulle spalle di un collega serviva lo champagne con le candele luminose nelle bottiglie, un rituale che veniva spesso ripetuto come ha confermato negli interrogatori il proprietario Jacques Moretti. Sotto esame anche le uscite di sicurezza bloccate: una con chiavistello, l'altra con uno sgabello. In entrambi i casi Moretti ha puntato il dito contro clienti e dipendenti.
Matteo Zuppi (Imagoeconomica)
Invece di predicare il Vangelo, pontificano sulla riforma Nordio. Zuppi, capo della Cei: «C’è un equilibrio tra poteri dello Stato che i padri costituenti ci hanno lasciato come preziosa eredità e che è dovere preservare. Autonomia e indipendenza sono essenziali».
Il presidente dei vescovi italiani, cardinale Matteo Zuppi, aprendo i lavori del Consiglio episcopale, è intervenuto anche sull’imminente referendum per la riforma della giustizia, invitando i cattolici ad andare alle urne «perché l’equilibrio tra poteri previsto in Costituzione è da preservare; perché la separazione delle carriere è l’assetto del Csm sono temi che, come pastori, non ci lasciano indifferenti; perché l’autonomia è l’indipendenza della magistratura sono connotati essenziali del nostro sistema». Preso alla lettera, il discorso di Zuppi è un invito ai cattolici a votare convintamente Sì: la riforma infatti rafforza sia l’equilibrio dei poteri che l’indipendenza della magistratura. Ma si sa: vatti a fidare dei preti, modo di dire che nasce dalla percezione che, a volte, i rappresentanti della Chiesa abbiano comportamenti contrari alla dottrina che predicano, o agiscano secondo interessi personali piuttosto che spirituali.
Non sarà questo il caso, ma ai più non è sfuggito che gli argomenti usati da Zuppi coincidano perfettamente con le obiezioni del fronte del No, e del resto ė difficile immaginare che il cardinale Papa in pectore della sinistra italiana voglia fare un dispetto così grande al suo partito di riferimento. Quindi azzardiamo: Zuppi porterà la Conferenza episcopale italiana in campagna elettorale a sostegno del No. Insomma, prepariamoci a un cambio di veste: dalla tonaca rosso porpora alla toga rossa.
Non dubitiamo che Zuppi sia un esperto di giustizia divina, meno che lo sia altrettanto di giustizia terrena alla pari di molti suoi confratelli che con la seconda hanno un rapporto particolare. Basti pensare ai non pochi tentativi, per lo più maldestri, di negare e insabbiare i casi di pedofilia nella Chiesa piuttosto che ai disinvolti maneggi illegali del ricco patrimonio della loro banca di Stato, lo Ior. Aggiungiamo poi che il sistema giudiziario del Vaticano è l’esatto contrario dei timori espressi da Zuppi e ancora si basa - mi si perdoni la semplificazione - sulla figura del Papa-re che nomina e caccia motu proprio i magistrati, che decide in ultima istanza di perdoni terreni. C’è di buono che, come il vertice dell’Associazione nazionale magistrati non rappresenta tutta la magistratura, così il vertice della Conferenza episcopale italiana non rappresenta tutta la Chiesa italiana.
Molti anni fa venni nominato capo redattore di Avvenire, il quotidiano cattolico di proprietà della Cei. L’allora presidente della società editrice, Ersilio Tonini, vescovo di Ravenna, mi convocò per conoscermi: «Tieni conto», mi disse, «che è come se tu avessi 134 editori diversi, tanti sono i vescovi italiani, che non la pensano uguale su nulla a volte neppure sull’esistenza di Dio». Ecco, qualsiasi sia l’interpretazione autentica delle parole di Zuppi non scommetterei sulla loro dogmaticità. Non sarebbe la prima volta che il pastore Zuppi si perde la maggioranza delle pecorelle nelle urne.
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