
Nicola Porro aveva deciso di lasciare per una quindicina di giorni. Nelle riunioni di redazione preparatorie dei giorni precedenti si cercava un tema per iniziare l’avventura con un ospite tale da compensare di suo la mia inesperienza. Sapendo della competenza sul tema Garlasco di uno degli autori, il collega Stefano Zurlo, lo implorai di tentare una missione impossibile, quella di avere in studio Andrea Sempio che, salvo un precedente e fugace passaggio da Bruno Vespa, non si era mai concesso a un confronto televisivo. Di Sempio era nota la sua ritrosia all’apparire pubblicamente, cosa comprensibile alla luce del fatto che buona parte dell’informazione stava mettendo le fondamenta per costruire un nuovo mostro da dare in pasto all’opinione pubblica.
Sul tema avevo poche idee e per di più confuse, né mi interessava fingere l’inverso, scendere cioè sul terreno tecnico-giuridico - impronte, orari scontrini e quant’altro - già fin troppo coperto in ogni sede dai colleghi esperti. No, a me interessava - nel limite dei pochi minuti a disposizione - mostrare agli italiani il lato umano - sembra una contraddizione in termini - di un presunto assassino. E fu probabilmente questo approccio, né investigativo né accusatorio, a convincere i suoi avvocati Liborio Cataliotti e Angela Taccia, ad accettare l’invito. Il primo ad arrivare negli studi Mediaset di Cologno fu Cataliotti. Mi raggiunse in camerino, pensai che volesse concordare le domande, quantomeno conoscerle in anticipo per dare qualche dritta al suo assistito le cui parole già allora venivano esaminate una per una nella speranza di un passo falso.
Mi anticipò: «Sono qui per dirle che ad Andrea può chiedere tutto, ma proprio tutto ciò che vuole e ritiene utile. Non temiamo nulla e non abbiamo nulla da nascondere». Poco dopo arriva Andrea. Ora, non è certo la prima volta che mi trovavo a tu per tu con protagonisti di importanti fatti di cronaca, però da subito provai una sensazione inedita che non saprei descrivere esattamente, ma che ha che fare con il dubbio: sto stringendo la mano a un assassino o a una vittima di una clamorosa persecuzione giudiziaria? Non so se e quanto Sempio si fosse preparato, certo è che se lo avesse fatto, aveva fatto di tutto per mascherarlo. Chiunque si appresti ad andare in televisione la prima cosa che fa è scegliere con cura aspetto e abbigliamento per fare innanzitutto buona impressione. Lui niente: barba sfatta di qualche giorno, capelli arruffati, jeans, sneaker logore ai piedi, un banale golfino azzurro aperto sul davanti che lascia intravvedere una maglietta nera. Insomma, non certo la mise di chi vuole recitare una parte diversa da ciò che è nella vita di tutti i giorni. Non lo avevo mai visto prima, cercai di metterlo a suo agio, ma presto mi resi conto che tra i due quello nervoso e preoccupato ero io, e non solo per l’esordio da conduttore. Mi guardava diritto in faccia, mi è parso che pensasse: «Lo so che tu credi che io sia un assassino». Avrei voluto dirgli: «Non è vero, penso soltanto che sei nei guai fino al collo», ma le parole non mi uscirono dalla bocca, non mi sembrava professionale emettere sentenze o dare giudizi. Una volta microfonato è entrato nello studio e si è accomodato al tavolone rotondo di Dieci minuti con la stessa naturalezza e sicurezza di chi sta entrando nel suo bar abituale. Non una esitazione, non un moto anche solo di semplice curiosità per tutte quelle luci, telecamere e maxischermi alle pareti che già riproducevano a mo’ di gigantografia la sua immagine. Parte il countdown, si inizia. Gli chiedo della sua vita passata e presente, dei suoi amori, delle sue paure. Risponde con impressionante naturalezza per un esordiente del video, spiega con logica le apparenti contraddizioni che stanno emergendo dalle carte. Una sola volta mi è parso in difficoltà, quantomeno esitante. Quella in cui gli chiedo: «Lei pensa mai ad Alberto Stasi?». Ci pensa, è come se la sua risposta sincera faccia paura anche lui. Perché la risposta, riassunta, è: «No, non ho mai pensato né penso a Stasi». Dentro di me mi dico: «Ti conveniva mentire, questo non farà che abbassare il tuo già non alto livello di simpatia da parte dell’opinione pubblica». I dieci minuti stanno per finire, dalla regia mi dicono nell’auricolare, che porto nell’orecchio: «Funziona, vai avanti, siamo autorizzati a sforare». Io vado avanti per altri dieci, lui è sempre più a suo agio e sicuro, per nulla imbarazzato risponde su tutto.
Anche all’ultima domanda: «Scusi se glielo chiedo così brutalmente: lei ha ucciso Chiara Poggi?». Lui è lapidario: «Non ho ucciso io Chiara». Sigla di chiusura. Lo accompagno verso l’uscita degli studi. Finalmente sul suo viso spunta un sorriso mentre mi dice semplicemente «Grazie». Ora, io non so chi ha ucciso Chiara, ma se Sempio ha accettato di affrontare l’opinione pubblica senza alcuna rete di protezione mettendosi nelle mani di uno sconosciuto quale ero io per lui e lo ha fatto nel modo che vi ho detto i casi sono due: o è un vero pazzo o è un innocente che non teme nulla.






