
Che scandalo: Trump fa affari, Trump sta al gioco di Xi, Trump molla gli alleati in Asia, Trump lascia sola l’Europa. Tutti salgono in cattedra per spiegare cos’è la trappola di Tucidide, evocata dal leader cinese: se una potenza emergente minaccia di scalzare la potenza egemone ma traballante, l’esito inevitabile è il conflitto. E allora? Che dovrebbe fare Trump, piuttosto che cercare un modus vivendi con l’avversario? Fargli la guerra santa? Morire per Taipei? Lui un’idea ce l’ha: «Non voglio che qualcuno dichiari l’indipendenza», ha detto ieri, «e che gli Usa debbano percorrere 15.000 chilometri per andare in guerra». Avesse ragionato così con l’Iran...
Pure la destra critica The Donald: le frange radicali del mondo Maga gli rinfacciano che l’appeasement con Pechino sarebbe un tradimento dell’America first. È vero: il tycoon prometteva di risolvere gli scompensi provocati dall’irruzione del Dragone nel commercio mondiale, con il loro impatto sull’occupazione e i salari negli Usa. Ma nelle attuali condizioni, egli può ottenere più di un accordo che consenta a lui e alla nazione di «fare affari»? Ci ha messo del suo per complicarsi la vita: i dazi non hanno piegato la Cina, alla quale non saranno sfuggite le cattive prestazioni belliche degli statunitensi. Se però, oggi, il regime gusta la crisi del «complesso americano» (La Stampa), è anche perché, alle spalle, c’è un paio di decenni di clamorosi abbagli strategici dell’Occidente. A propiziare l’ingresso della «tigre» nel Wto, in nome dell’inarrestabile diffusione della democrazia liberale, fu Bill Clinton. Mica Trump.
Francis Fukuyama, altro protagonista di quegli anni di ubriacatura ottimistica, ormai teorico semipentito della «fine della Storia», su Repubblica si impunta sul principio: «A Trump», dice, «non importa sostenere le democrazie nel mondo». «In un “deal”», rincara la dose, sul quotidiano di Torino, Stefano Stefanini, «tutte le pedine intermedie sono poi spendibili, se il prezzo è giusto. Anche Taiwan. Anche Kiev». È la logica volgare del «fare affari», no?
La vera domanda, in realtà, è se chi illustra la trappola di Tucidide ne abbia colto le implicazioni. Per chiarirle, insieme all’ideatore della formula, il politologo Graham Allison, vale la pena citare la «tragedia delle grandi potenze», che è al centro del realismo offensivo di John Mearsheimer: la struttura del sistema internazionale e la competizione per l’egemonia regionale, secondo lo studioso, rendono la guerra l’esito più probabile. Di fronte a una prospettiva del genere, la versione alternativa al realismo politico, il realismo difensivo, confida che la strada del compromesso rimanga sempre percorribile. Occorre una sorta di autolimitazione, che preservi gli interessi principali di ogni parte in causa, allontanando lo spettro della lotta senza quartiere. E se la posta in ballo è tanto delicata, se l’effetto collaterale di un fallimento è tanto pernicioso, è logico che siano necessarie rinunce pesanti. Anche sul piano morale.
In un suo saggio recente, Charles Glaser, esponente di spicco di tale corrente, suggerisce esattamente questo agli Stati Uniti: arretrare (nel senso di attestarsi su una linea più sicura); difendersi; continuare a competere. Applicata alla regione dell’Indo-Pacifico, l’argomentazione dovrà scandalizzare le anime belle degli editorialisti: la prima vittima della pace potrebbe essere l’indipendenza di Taipei. «Combattere una guerra in Asia orientale per preservare la democrazia a Taiwan», scrive Glaser, «metterebbe la sicurezza ed eventualmente persino la sopravvivenza degli Usa in serio pericolo». «La migliore opzione degli Stati Uniti», che non significa quella perfetta, solo la più adeguata alla situazione, «è terminare il loro impegno nei confronti di Taiwan […], conservando invece i loro impegni di alleanza nei confronti di Giappone, Corea del Sud e Filippine». Significa che si può eliminare il fattore da cui nascerebbe un grave incidente, precisando, al contempo, che le «linee rosse» (Il Foglio) esistono a Washington come a Pechino.
Naturalmente, ciò presuppone che Trump, a parte «fare affari», voglia tenere in piedi certe alleanze tradizionali che costano, ma sono segno della capacità americana di proiettare influenza. E, dunque, esercitano funzioni deterrenti sulle ambizioni cinesi. D’altro canto, l’indignazione per il distacco da Taipei trascura che Xi gode, sì, di tanti vantaggi, però sconta altrettanti elementi di debolezza. L’Armada di The Donald non ha offerto una prova memorabile in Iran. Ma il Dragone, militarmente, è ancora indietro. E sui chip, benché lo neghi, l’expertise a stelle e strisce gli serve. L’ex sottosegretario Onu, Kim Won-soo, lo ha spiegato al Corriere: la leadership cinese preferirebbe un’annessione pacifica di Taiwan. «Non può permettersi di impegnarsi in una guerra lunga e potenzialmente dolorosa». Anziché combattere, gli Usa possono «fare affari» sfruttando le loro leve. A differenza dell’Ue, che gli affari li lascia fare a Pechino, offrendosi sul piatto d’argento.
Il destino delle relazioni tra i due blocchi, almeno nell’immediato, difficilmente poggerà su qualcosa di meglio di una dinamica frenante. Un’ambiguità che scoraggi imprese sconsiderate della Cina. Un katéchon che rallenti l’ascesa della potenza emergente e, magari, il tracollo di quella declinante. Nessun automatismo, nel bene e nel male, può considerarsi dato. Il futuro dell’umanità si decide sul filo degli equilibri precari indicati da Massimo Cacciari: la riscoperta del senso del limite, anzitutto spaziale; ergo, la volontà politica di trovare un accomodamento, piuttosto che inseguire la chimera dello Stato mondiale, che si espande all’infinito. «Il progresso», deve riconoscere Fukuyama, «incontra ostacoli importanti». Toh: la fine della Storia può attendere.






