Gli scontri di Torino tra i manifestanti e le forze dell'ordine durante il corteo di sabato scorso contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna (Ansa)
«Arrestateli tutti», chiede a gran voce l’opinione pubblica dopo gli scontri di Torino. Vedere una banda di teppisti che aggredisce un agente mentre è a terra, colpendolo con un martello, ha scosso le coscienze degli italiani.
Ma non basta: ci si può indignare e chiedere di mettere tutti in galera, ma poi dopo che la polizia ha eseguito gli arresti, c’è qualcuno che li rimette fuori. Prendete il caso di quei «bravi ragazzi» che mesi fa misero a ferro e fuoco la Stazione centrale di Milano, scontrandosi per ore con le forze dell’ordine. Dopo il fermo di alcuni dei giovani coinvolti nella guerriglia, il tribunale li ha scarcerati, ritenendo che perfino la misura dei domiciliari fosse troppo rigida, perché impediva a chi era studente di frequentare le lezioni. Insomma, la detenzione, seppur nel confortevole salotto di casa, è stata ritenuta una misura sproporzionata in ragione dell’età.
Sorprendente? No. Ogni volta che si prova a mettere dentro i professionisti della violenza, che colgono ogni occasione per devastare le città e scontrarsi con la polizia, c’è sempre una sentenza che li salva e li rimette in circolazione. Prendete la banda dei No tav che da anni tiene in scacco le forze dell’ordine. Nonostante sia evidente l’esistenza di un coordinamento delle manifestazioni e degli scontri con l’unico obiettivo di impedire un’opera pubblica, i giudici hanno assolto i componenti della banda dall’accusa di associazione a delinquere. La Procura aveva chiesto 88 anni di carcere per 26 imputati, ma pur riconoscendo l’esistenza di reati gravi come estorsione, rapina, sequestro di persona, violenza privata, incendio e resistenza a pubblico ufficiale, il tribunale ha negato il reato associativo. I centri sociali sono gruppi organizzati, i militanti si muovono con le modalità di un’organizzazione eversiva, ma per le toghe non esiste l’associazione a delinquere.
Stefano Esposito, ex senatore del Pd, non ha dubbi: a Torino e in Val di Susa c’è un gruppo che ha fatto della lotta all’alta velocità un laboratorio dell’antagonismo e della violenza politica. Ci sono pezzi della sinistra che stanno con questa teppaglia, spiega. «Come sapevo io che sarebbe finita così?», ha detto al Corriere della Sera: «Lo sapevano tutti che gli scontri erano l’obiettivo della manifestazione e che sarebbe finita così. E questo è inaccettabile».
Già. Lo sanno tutti. Quelli che rivendicano la libertà di manifestare il dissenso, ben sapendo che si legittima la libertà di devastare le città e ferire uomini delle forze dell’ordine, e quelli che una volta arrestati li rimettono in libertà, facendo finta di ignorare che la prossima volta faranno anche peggio. Proprio a Torino, inaugurando l’anno giudiziario prima che si verificassero gli incidenti che tanto hanno indignato l’opinione pubblica, il procuratore generale Lucia Musti se l’è presa con la benevola tolleranza dell’upper class, che guarda con compiacimento i disordini di piazza, «che altro non sono se non gravi reati». L’alto magistrato ha accusato quei personaggi che «con il loro scrivere, il loro condurre alla normalizzazione, il loro agire in appoggio» vanno a popolare «un’area grigia, di matrice colta e borghese» che, invece di svolgere un’azione illuminata di deterrenza, finisce per fornire una lettura compiacente «dell’utilizzo delle piazze quale strumento di lotta al di fuori del contesto democratico e in violazione della legalità». Per Musti «in ogni corteo si stacca una frangia nella quale si ritrovano sempre le stesse persone, oltre a nuovi sodali e manovalanza varia, vecchi capi che incitano a distanza alla rivolta e nuovi capi che incitano sul campo».
Ha ragione il procuratore generale di Torino. I soggetti sono sempre gli stessi. Tutti li conoscono. Ma l’informazione che ieri inaugurando l’anno giudiziario non ha fornito è una sola: perché i suoi colleghi li lasciano in libertà nonostante si sappia chi sono e chi li ispira?
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Polizia di Stato e divisione scientifica in via Cassinis a Milano, per i rilievi dopo la sparatoria tra un uomo cinese di trent'anni e degli agenti di polizia (Ansa)
- Di nuovo Rogoredo: cinese irregolare rapina guardia giurata e apre il fuoco sugli agenti. Salvi per miracolo, reagiscono: finiranno indagati? Sempre nel capoluogo, ragazzo accoltellato in pieno centro. E il Pd locale aveva appena manifestato contro l’Ice di Trump.
- Questa volta l’arma non era finta. Il presidio del territorio è a rischio. È ora che la sinistra ammetta il legame tra l’escalation di violenza e l’immigrazione.
Lo speciale contiene due articoli.
I poliziotti sono vivi per miracolo. È il punto da cui bisogna partire per capire che cosa è accaduto domenica pomeriggio in piazza Mistral, a Rogoredo, periferia di Milano, dove una volante della Polizia di Stato è finita sotto il fuoco di un uomo armato. Contro il mezzo sono stati esplosi almeno tre colpi, secondo gli accertamenti più recenti, diretti ad altezza d’uomo. I proiettili hanno colpito la carrozzeria e le portiere del Land Cruiser blindato delle Uopi, le Unità operative di primo intervento create dopo gli attentati del Bataclan per fronteggiare minacce armate ad alto rischio. Senza quella blindatura, oggi il bilancio sarebbe probabilmente un altro.
La ricostruzione parte alle 14.30. Il rapinatore, un trentenne di nazionalità cinese, classe 1995, di nome Liu Wenham, irregolare sul territorio italiano, aggredisce in via Caviglia una guardia giurata italiana di circa 50 anni che sta andando al lavoro. Lo colpisce alla testa con un bastone. Poi gli strappa la pistola d’ordinanza, una Walther P99, e fugge verso la periferia. Scatta l’allarme al 112, le volanti iniziano a setacciare il quartiere, finché alle 15.15 l’uomo incrocia il Land Cruiser delle Uopi in via Cassinis. Non tenta la fuga: spara contro l’auto della polizia. Gli agenti sono protetti dalla blindatura e rispondono. Il trentenne viene colpito gravemente, trasportato al Niguarda in codice rosso, dove ora è ricoverato in fin di vita. Nessun poliziotto è rimasto ferito. La differenza l’ha fatta la protezione del mezzo.
Il contesto è quello che inquieta di più. Piazza Mistral dista poco più di un chilometro dal boschetto della droga di via Impastato, dove solo pochi giorni fa un altro intervento di polizia, durante un servizio antidroga, si è concluso con la morte del pusher Abderrahim Mansouri. In quel caso, a un agente in borghese era stata puntata contro una pistola - poi risultata una replica a salve priva del tappo rosso, ma indistinguibile da una vera nella penombra - e l’agente aveva sparato un solo colpo.
Rogoredo è così tornata, nel giro di pochi giorni, al centro della cronaca nera. Un’area che da anni concentra spaccio, rapine, aggressioni, e che oggi si trova sotto i riflettori anche per un altro motivo: a meno di due chilometri sorge l’Arena di Santa Giulia, destinata a ospitare le gare di hockey delle Olimpiadi Milano-Cortina 2026. La Milano che si prepara a mostrarsi al mondo convive con una periferia in cui si spara contro le volanti in pieno giorno. Una frattura che i residenti denunciano da tempo e che gli interventi, per quanto intensi, faticano a ricomporre.
Le Uopi rappresentano l’ultimo livello di risposta dello Stato. Operano con mezzi blindati, armi lunghe e addestramento specifico per situazioni di fuoco diretto. Il fatto che siano state necessarie in un normale pomeriggio domenicale, davanti a un ristorante e a una scuola di danza poi evacuata per sicurezza, è un segnale che va oltre il singolo episodio. È il segno di una soglia della violenza ormai superata, che impone scelte operative e politiche difficili.
A rafforzare questo quadro è arrivata anche la presa di posizione del Siulp, il principale sindacato della Polizia di Stato. Il segretario generale Felice Romano ha parlato di un episodio che conferma come il degrado e la violenza delle periferie non siano più una «percezione», ma un dato oggettivo con cui gli operatori si confrontano ogni giorno, esponendo la propria incolumità. Romano ha sottolineato che ignorare la sussistenza della legittima difesa in situazioni di fuoco reale sarebbe «un’opzione irricevibile», ricordando come l’automatismo dell’atto dovuto - l’iscrizione nel registro degli indagati - si traduca spesso per i poliziotti in anni di sofferenze personali e professionali. A pochi giorni dall’iscrizione per omicidio volontario di un collega coinvolto nella sparatoria di via Impastato, il leader del Siulp ha avvertito che il modo in cui verranno inquadrate anche queste nuove vicende inciderà sulla credibilità dello Stato, che rischia di apparire più solerte nel vagliare l’operato di chi interviene che nel reprimere chi spara contro una volante.
Mentre Rogoredo torna a essere teatro di sparatorie, il centrosinistra milanese è sceso in piazza contro la presenza degli agenti statunitensi dell’Ice nel villaggio olimpico, una presenza innocua, limitata a funzioni di coordinamento. Alla manifestazione era ha partecipato anche Mario Calabresi, indicato come candidato sindaco in pectore per il centrosinistra. Peccato che a pochi chilometri di distanza i residenti di Rogoredo hanno a due conflitti a fuoco in pochi giorni: una distanza politica che nel quartiere viene vissuta come rimozione dei problemi reali, tra spaccio, violenza e paura quotidiana.
Matteo Salvini ha scritto su X «Io sto col poliziotto», annunciando iniziative di sostegno agli agenti. Un messaggio che risuona anche alla luce di quanto accaduto ieri a Torino, dove un agente è stato picchiato: episodi diversi, ma un comune denominatore che riporta al centro la sicurezza e la tutela di chi opera sul campo.
Nel frattempo, un ventitreenne è stato accoltellato da tre giovani, nella notte tra sabato e domenica, vicino alla Bocconi, sempre a Milano. Ricoverato in codice rosso, non è in pericolo. Dopo il suo racconto sono scattate le indagini, ma i contorni dell’episodio sono ancora poco chiari.
Questa volta l’arma non era finta. Il presidio del territorio è a rischio
Ancora una volta a Rogoredo. Ancora una volta lì, in una periferia che evidentemente la lunga amministrazione del sindaco Beppe Sala ha spinto più in là dalla Milano dei grattacieli e del jet set e che ha tentato di recuperare con il tocco magico delle Olimpiadi invernali. Già, perché Rogoredo è a due passi dall’Arena Santa Giulia, uno dei palazzetti del ghiaccio palcoscenico dei Giochi.
Ancora Rogoredo, dunque. Ma soprattutto ancora una volta contro la polizia, sempre più bersaglio di teppisti e criminali. Sfumature diverse dello stesso disegno delinquenziale dove le forze dell’ordine diventano il nemico e lo Stato un nulla. Ancora una volta a Rogoredo, come era successo la notte del 26 gennaio in cui Zack Mansouri, giovane spacciatore marocchino, aveva puntato una pistola - solo successivamente si sarebbe rivelata una replica a salve - contro uno dei poliziotti che stavano facendo i controlli, il quale per legittima difesa ha risposto aprendo il fuoco. Ecco, ieri pomeriggio, ancora una volta a Rogoredo, in piazza Mistral, altra scena da Far west: un rapinatore di origine cinese, irregolare, ha prima rubato la pistola a una guardia giurata e poi aperto il fuoco contro la pattuglia della polizia intervenuta sul posto, ingaggiando così uno scontro armato con gli agenti, ma anche col rischio di colpire i passanti visto l’orario (primo pomeriggio) e la zona. Riavvolgendo il nastro si capisce la gravità del fatto: il rapinatore aveva aggredito la guardia giurata con un bastone per sottrarle l’arma, impossessatasi della quale era poi fuggito. A quel punto è scattato l’allarme. Il resto è appunto come descritto: il bandito usa l’arma sottratta alla guardia e apre il fuoco. A differenza del marocchino, sentinella del traffico della droga nel bosco di Rogoredo che aveva puntato nella notte una pistola poi risultata non vera, stavolta l’arma è perfettamente funzionante perché di una guardia giurata. Ecco perché non c’è il minimo dubbio tra gli agenti in servizio. E infatti ecco i colpi all’indirizzo del Range Rover blindato della Polizia. Non resta che rispondere per evitare il peggio.
I colpi che partono dagli agenti andranno a bersaglio, atterrando l’uomo e riducendolo in fin di vita. La dinamica è lampante: legittima difesa ed espletamento delle funzioni di garanzia a tutela dell’ordine pubblico. Nella speranza che in Procura nessuno abbia intenzione di indugiare oltremodo con il rischio di indebolire ancor più il ruolo della polizia e più in generale delle forze dell’ordine, messo a durissima prova nelle ultime ore. Ci sono parole da aggiungere? Sì, sempre. Perché altrimenti il rischio è di «isolare» quegli agenti, quelle donne e quegli uomini in divisa impegnati nel garantire la nostra sicurezza. Cos’è successo stavolta? Il motivo potrebbe essere lo stesso: il pusher marocchino era sbucato dal buio per disturbare il controllo della polizia nella principale area di spaccio della città; allo stesso modo si può pensare al rapinatore di ieri, un trentenne di origine cinese, come facente parte di una catena di montaggio delinquenziale. Gli asiatici non sono - salvo smentite - rapinatori isolati, ma fanno parte di filiere criminali invisibili dove si passa dal controllo dei laboratori (e anche nella zona di Rogoredo, come in tante periferie metropolitane, ce ne sono parecchi) a quello delle attività commerciali, dal racket dei fiori a quello di altra merce. L’aggressione alla guardia giurata per sottrarre un’arma è un atteggiamento che trasmette un senso di padronanza: io faccio quello che voglio, anche prendermi un’arma per sbrigare i miei affari. Ecco, quel che sta accadendo è la sfida a chi deve controllare pezzi di città: da una parte lo Stato, dall’altra i criminali. Vuoi che siano le zone circostanti le stazioni, vuoi che siano le periferie dove gli stranieri si differenziano spesso per una matrice di provenienza: magrebina, nigeriana, latinos, cinesi, pachistani, cingalesi, slavi…
La questione migratoria incide eccome nelle dinamiche criminali e, se la sinistra continua con lo stesso atteggiamento ambiguo con cui solidarizza a caldo ma non affronta certe meccaniche legate alla sicurezza, le sue ricette non potranno mai essere credibili.
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Costa Crociere
La compagnia riprogetta il viaggio e innova flotta, cucina e itinerari esperienziali in destinazioni mare-terra. Dal Mediterraneo ai fiordi norvegesi, dal Giappone ai Caraibi, ogni solcata diventa una suggestione unica.
Il fascino delle destinazioni emblematiche esercita un’attrazione fatale sui viaggiatori. Pura illusione pensare di scardinare il desiderio di osservare un tramonto a Santorini, ammirare la Sagrada Familia, fotografare i Faraglioni di Capri o sfilare lungo La Croisette. Ma come evitare di finire in mezzo alla folla nelle destinazioni super gettonate?
Costa Crociere attracca, sì, ai porti agognati, ma affina l’approfondimento culturale ed emotivo di ogni tappa con deviazioni più sostenibili in mare e a terra. Con l’aiuto della tecnologia nella personalizzazione del viaggio, l’innovazione tramuta un istante unico in un ricordo felice e duraturo. Il nuovo futuro crocieristico, condensato nel motto «a World of Wonder», integra la prospettiva inusuale e sorprendente delle mete attraversate e dell’intrattenimento a bordo all’apertura di nuove rotte e al rinnovamento della flotta. Aggiornate in ottica sostenibile, le nove navi Costa si arricchiscono di nuove isole gastronomiche, come la pizzeria Pummid’oro, il sushi bar Sushino at Costa e la formula della piastra giapponese con showcooking Teppanyaki, e di suite e ambienti esterni ridisegnati per migliorarne il comfort. Riponendo al centro la navigazione, intesa come un viaggio senza fretta, la dimensione multisensoriale della crociera armonizza mare e terra, notte e giorno, luoghi e spirito dei viaggiatori. Da qui nasce l’intuizione di navigare virtualmente in un mare di proposte attraverso la piattaforma digitale Sea & Land Wonder Platform, «un continuum di meraviglia che costruisce la perfetta connessione tra ciò che accade a bordo e ciò che avviene a terra» spiega Francesco Muglia, Chief Commercial Officer, Senior VP Costa Crociere.
Le escursioni a terra si articolano in tour complessivi sulla località, approfondimenti delle peculiarità e attività fuori dal comune o adatte alle famiglie. Tornati a bordo, il tempo cambia frequenza al ritmo delle esperienze intensamente aggrappate alle località e si ferma per coglierne l’attimo essenziale in mezzo al mare. Quest’estate, nell’itinerario Mediterraneo Occidentale si sbarca a Golfo Aranci dalla rada di Costa Pacifica, raggiungendo l’emozione di un tuffo nelle acque dell’isola di Tavolara al tramonto. Sempre negli anfratti più suggestivi del Mediterraneo, il protagonista più solcato sia dalle crociere settimanali sia dalle mini-crociere di quattro giorni di i Costa Fascinosa, la partenza speciale di metà agosto con Costa Pacifica omaggia l’eclissi solare da un punto di osservazione irripetibile alle Baleari. La connessione con le coste lambite dal Mare Nostrum si estende con un tour in Mehari tra i paesaggi di Cassis, un giro in Vespa per Roma o una divertente caccia al murales per il quartiere Panier di Marsiglia, cimentandosi nella tecnica incoraggiati da un assaggio di Pastis. Nel 2026, la collezione Sea & Land moltiplica le occasioni di contatto con la meraviglia anche oltre le Colonne d’Ercole, in Estremo Oriente, America centrale e Nord Europa. Lì, Costa Favolosa potenzia la maestà naturale dei fiordi Geirangerfjord e Nærøyfjord, Patrimonio UNESCO, con una meditazione all’alba scandita dallo scroscio delle cascate delle Sette Sorelle, mentre in autunno la Crociera Costa Club va a caccia dell’aurora boreale. Nelle medesime stagioni, ma distante 8 mila km, Costa Serena circumnaviga il Giappone fotografando baie metropolitane e tramonti all’orizzonte del vulcano Sakurajima.
Tra le novità caraibiche spicca il debutto delle due «destinazione nella destinazione» di Samanà e Cabo Rojo, un'area di giungla, dune, acque turchesi e antiche cave nel sud-ovest della Repubblica Dominicana, famosa per l’incontaminata Bahía de las Águilas e il Parco Nazionale di Jaragua, a cui si accede con un porto esclusivo per le crociere. Il racconto emozionale non svanisce levando l’ancora, si concretizza nei piatti dell’imponente offerta ristorativa – rinnovata con un menù stellato a sei mani nel Ristorante Archipelago - o nei party a tema tra i 12 e i 19 ponti passeggeri, tra un gyoza appena preparato e un rum puro o con ghiaccio. Impera il binomio di qualità e intensità di ciò che si fa, dove «l’ambiente diventa parte integrante dell’esperienza con eventi irripetibili, che raccontano la volontà di esaltare la bellezza del mondo e portarla dentro ogni momento della crociera» secondo Luigi Stefanelli, VP Worldwide Sales Costa Crociere. Info: www.costacrociere.it.
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Rosario Fiorello (Imagoeconomica)
In tv e radio è mattatore assoluto, grazie a una simpatia travolgente, eppure in privato accetta malvolentieri qualsiasi critica. E che liti con Bruno Vespa, Roberto D’Agostino e Selvaggia Lucarelli. In Rai può fare quel che vuole, anche cucinare dove è vietato, suscitando invidie.
Cognome e nome: Fiorello Rosario Tindaro. «Lo showman più completo che la tv italiana abbia mai avuto», per Aldo Grasso. «Permaloso», «ossessionato dal consenso», nella vita di tutti i giorni ben diverso dall’uomo che appare sul palco, per Selvaggia Lucarelli, al centro di una querelle con lui ai tempi di Sanremo 2020.
Per gli smemorati: Tiziano Ferro dal palco dell’Ariston fece una battuta in diretta sui troppi interventi di «Fiore» al Festival: «Hashtag #Fiorellostattezitto». Fiorello non gradì, Amadeus corse in soccorso dell’amico: «Io proporrei piuttosto #Fiorelloparlaquantovuoi».
Troppo poco, per un incontinente Stefano Coletta, direttore di Rai 1: «Senza Fiorello diventiamo tutti orfani a qualsiasi età», urca, «lanciamo #FiorellopersempreaSanremo». Fiorello cercò Lucarelli per sfogarsi, accusandola poi di aver tradito la sua fiducia.
Replica della presunta scostumata: «Non lo frequento, non siamo amici, ci siamo sentiti una sola volta cinque anni fa, mi ha chiamato lui per contestare un mio articolo, gli ho replicato che non gradivo i suoi toni, e comunque non mi ha mai chiesto che la telefonata rimanesse segreta».
Lucarelli è tornata alla carica alla vigilia dello scorso Natale, attaccandolo sul caso Corona: «“Ti salutiamo, ti vogliamo bene!”. Fiorello ieri se la rideva nel suo programma La Pennicanza su Rai Radio 2. Videochiamava l’ex detenuto per sbellicarsi tra applausi ed entusiasmo del pubblico dopo lo scoop su Alfonso Signorini» (e chissà se quest’ultimo ripeterebbe oggi il giudizio formulato il 26 novembre 2018 con Tony Damascelli del Giornale: «Amo l’intelligenza, la leggerezza, la genialità di Fiorello»). Episodio che, toh, è sfuggito a Grasso, quando il critico del Corriere della Sera, lo scorso 12 gennaio, ha stroncato il documentario Netflix su Corona.
Come esempio dell’implicita complicità dei tanti che faticano a «chiamare le cose con il loro nome, specie se siamo di fronte a ricatti o estorsioni», ha rievocato la volta in cui Maurizio Costanzo chiuse brutalmente la bocca a Roberto D’Agostino, inventore del sito Dagospia, «reo» di aver osato sostenere che i reati commessi da «Furbizio» non gli consentivano di essere esempio di alcunché.
Si citano i morti per non infastidire i vivi, si potrebbe inzigare. Dagospia invece ha messo Fiorello nel mirino: «Come fa a ospitare l’ex galeotto, lo sciacallo del web, per lo squallido scoop su Alfonsina La Pazza messo in piedi per arricchirsi?».
Non basta.
Il 22 gennaio il sito spara una «foto-flash», postata peraltro dallo stesso Fiore, in cui lo si vede preparare un piatto di pasta: «Ma Fiorello in Rai si sente il padrone di casa? Sono due giorni che cucina nella sua stanzetta di via Asiago, anche se è vietato dalle regole aziendali. Non può spadroneggiare come gli pare, nonostante la Rai con lui sia sempre appecoronata».
Il giorno dopo Fiorello in diretta - «con il solito tono malmostoso di chi si sente intoccabile» (Dagospia) - carica a testa bassa: «Cialtrone!». D’Agostino squaderna allora il lungo elenco delle norme Rai in materia. E Fiorello avanza rinculando: «Io sono fumantino, lo è anche Dagospia. Sai i due cani che s’incontrano, baubau e l’altro fa baubau, però poi non si mordono, perché alla fine si stimano?».
Un dietrofront non molto dissimile da quello con Bruno Vespa, quando Fiorello aveva tuittato: «Nooo, hanno tolto una serata a Vespa! Se gli avessero tolto un rene avrebbe sofferto di meno!». Il conduttore di Porta a Porta lo aveva infilzato: «Se avessero tolto a te un rene quando hai investito quel poveraccio, avresti fatto una battuta migliore», con riferimento all’incidente motociclistico che aveva coinvolto un pensionato, la figlia: «Mio padre centrato sulle strisce mentre attraversava», Repubblica del 3 marzo 2014.
Duelli verbali conclusi con il calumet della pace, sia con Vespa sia con D’Agostino.
Sotterrato il fornelletto della discordia, però, Fiorello torna sulle nuove «rivelazioni» di Furbizio: «Noi siamo solo spettatori, e da spettatori è meraviglioso», che è un po’ come farsi un selfie sorridendo a 32 denti mentre sullo sfondo c’è un maranza che con un machete minaccia i passanti. E Dagospia: «Se Corona sputtana (senza prove) Signorini, Gerry Scotti e tele-compagnia, Fiorello gongola? E se Corona avesse messo lui nel mirino?».
In verità, se c’è uno reattivo a quanto detto o scritto di lui, quello è Fiorello. Che nel 2017 con Vanity Fair ha ammesso: «Sono permaloso e rancoroso e faccio molta fatica ad accettare le critiche. Sono fatto così».
Prendiamo un episodio marginale, che però conferma come in passato si sia risentito per banali notiziole, altro che gli insulti e le invettive infamanti di Corona. Corriere, 29 aprile 2025: «Fiorello sparisce alla vigilia della nuova trasmissione: irritato dalla fuga di notizie», che riguardava il suo ritorno a Radio 2 nel giorno del suo compleanno, il 16 maggio.
Risultato? L’iper-suscettibilità finisce con l’oscurare il suo indubbio talento di mattatore per eccellenza, la cui arma migliore è l’improvvisazione, grazie alla quale ha vinto 14 Telegatti, 9 Oscar della tv, più una miriade di targhe e riconoscimenti. Tra cui, nel 2016, il premio È giornalismo - in giuria Giulio Anselmi, Paolo Mieli, Mario Calabresi, Gian Antonio Stella - per il programma Edicola Fiore.
Uno sparigliamento che ha fatto assomigliare i proponenti ai tacchini in vista del Thanksgiving: la certificazione di un destino segnato per la casta stampata.
A un certo punto della sua arringa radiofonica Fiorello ha aggiunto: «I cialtroni si domandano: Fiorello crede di essere a casa sua visto che cucina in Rai? Risposta: sì. Fa quello che gli pare? Sì. La Rai glielo concede? Sì. Ma la Rai è appecoronato a Fiorello? Sì». Le stesse domande dei residenti di via Asiago nel 2023, inferociti per il suo spettacolo mattutino in strada che li tirava giù dal letto all’alba, e lui: «Li capisco, non li biasimo. Mi dispiace ma credo che Viva Rai 2 o si fa lì o non si può fare in nessun altro luogo» (invece poi traslocò al Foro Italico).
Ma come? Sei il Numero Uno, e da siculo di certo lo sai, cu mancia fa muddichi, chi mangia fa molliche, il successo porta invidie e non si può piacere a tutti. Quindi: perché passare per un arrogante «Fiorello del Grillo», finendo per alimentare sospetti e pregiudizi già circolanti tra i tuoi detrattori, cui aveva dato voce il 19 marzo 2024 il giornalista del Tg2 Piergiorgio Giacovazzo, lanciando un servizio sul duetto canoro che avevi fatto con tua figlia Angelica?
Pensando di essere «coperto» dalla messa in onda, aveva sospirato: «Che carini, adesso questa c’avrà dodici trasmiss…», lasciando intendere cioè che, con cotanto padre, la ragazza avrebbe trovato le porte spalancate a viale Mazzini.
Apriti cielo.
L’amministratore delegato Rai Roberto Sergio è scattato sull’attenti con una nota ufficiale, parlando di «commento inappropriato e del tutto gratuito», spiegando di aver conferito l’incarico di «avviare un provvedimento disciplinare» ai danni di Giacovazzo, cui Fiorello si è peraltro dichiarato contrario.
«Ma siamo sicuri» ha chiosato Mario Manca per Vanity Fair, «che Sergio si sarebbe speso così tanto se le parole di Giacovazzo fossero state indirizzate al figlio di un altro volto Rai?».
Dopo di che, chapeau al Fiorello artista, da decenni sulla cresta dell’onda (con annessi pit-stop), un’enorme popolarità e un conseguente fatturato, che gli invidio.
Il fatturato, intendo.
Franco Bechis aka Fosca Bincher per Open, 5 luglio 2025: «Guadagnati raddoppiati, case per 20 milioni di euro, Roma, Milano, Sardegna, Cortina, Venezia: per Fiorello 2024 d’oro. Grazie all’abilità della moglie Susanna Biondo», amministratrice delle loro società.
Quando Fiorello esce dal personaggio, risulta agreable per la lucidità con cui si racconta, anche con gli addetti ai lavori «acrobati», quelli che fanno le domande in ginocchio pur stando in piedi o seduti.
2016: «Dare un premio giornalistico a me è come dare il riconoscimento di showman dell’anno a Giovanni Floris».
2022: «Ho abbandonato i social perché mi svegliavo con l’ansia di dover dire qualcosa. Alla fine l’egocentrismo ci porta a controllare i commenti nella speranza di leggere i complimenti, invece a volte ci si scontra con attacchi davvero feroci. Due anni senza essere connesso nel privato, ma solo professionalmente per lanci di clip o annunci di lavoro, mi hanno fatto stare una meraviglia, ho ricominciato ad osservare il mondo».
2023: «Non siamo al centro del mondo. Siamo niente. Nient'altro che saltimbanchi».
2024: «Mi guardo da fuori e mi chiedo: ma io che so fare? Mi sento artisticamente sopravvalutato. Giuro. Non penso di essere ’sto fenomeno. Imitatore? Ne trovo almeno dieci più bravi. So cantare, ma di cantanti ce ne sono almeno 190.000 più dotati di me. Monologhista? Ci sono colleghi che mi danno una spanna. Gli altri sono più bravi, forse io sono più forte perché creo quello che altri non fanno, l’aspettativa, l’idea dell’evento».
Il prossimo spero sia il ritorno con un suo show in prima serata, l’ultimo fu nel 2011, abbandonando la furbesca comfort zone delle nicchie del palinsesto.
Cristiano Ronaldo non può limitarsi a giocare in un campionato interregionale.
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