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2022-12-14
Il vice di Ursula ora si sente braccato. «Regali dal Qatar? Pallone e cioccolata»
Margaritis Schinas (Ansa)
La Commissione europea si sente sul banco degli imputati, anche se fino ad ora nel Qatargate non risulta coinvolto nessun esponente dell’esecutivo. Lo scandalo è infatti destinato a allargarsi, come spiega all’Adnkronos Hannah Neumann, eurodeputata dei Gruenen, gli ecologisti tedeschi, che fanno parte del gruppo gruppo Verdi-Ale. La Neumann è presidente della Darp, la Delegazione del Parlamento per i rapporti con la Penisola arabica, della quale era vicepresidente Marc Tarabella e nella quale siede, come sostituta, la stessa Kaili. «Temo che ci saranno altri eurodeputati», dice la Neumann, «basta guardare la cosa razionalmente: cosa ci fai con un eurodeputato? O provi con altre istituzioni, o devi provare con più eurodeputati. Con uno non ottieni niente». Crede che ci siano altre istituzioni coinvolte? «Non lo so», risponde la Neumann, «davvero non lo so. Fino a pochi giorni fa non avevo sospetti di corruzione su nessuno».
La Commissione cerca di rimediare alla figuraccia rimediata l’altro ieri in conferenza stampa dalla presidente Ursula von der Leyen, che ha rifiutato di rispondere alla domanda se la magistratura di Bruxelles si sia fatta viva anche dalle parti dell’esecutivo, provocando vibrate proteste da parte dei giornalisti.
«Durante la conferenza stampa della presidente», spiega il portavoce capo della Commissione Europea Eric Mamer, «non c’era alcun fatto, menzionato da alcuno, che indicasse sospetti su membri del collegio. Se ogni volta che scende in sala stampa la presidente dovesse confermare fiducia nel collegio, saremmo in una situazione bizzarra».
Una affermazione che non risponde al vero: a sollevare dubbi estremamente espliciti sul comportamento della Commissione è stata, infatti, tra gli altri, la deputata europea tedesca Viola von Cramon, esponente del gruppo Verdi-Ale, che ha ripubblicato su Twitter alcuni post del vicepresidente della Commissione, il greco Margaritis Schinas. I post consistono in due foto che ritraggono Schinas a Doha in occasione dei mondiali di calcio. In particolare, il 20 novembre, Schinas è presente al match inaugurale della Coppa del Mondo, e twitta: «Il calcio unisce il mondo. World Cup 2022 il primo evento globale post-pandemia che dimostra che ci stiamo riprendendo le nostre vite. Il Qatar», sottolinea Schinas, «il primo Paese arabo e il più piccolo ad aver mai ospitato la Coppa, ha attuato riforme e merita un successo globale. Il modello sportivo europeo un’ispirazione per tutti». Lo stesso giorno, un altro tweet a favore del Qatar: «Incontri costruttivi oggi a Doha con il Ministro degli Affari Esteri Mohammed bin Abdulrahman Al Thani», scrive Schinas, allegando le foto delle riunioni, «e il ministro del Lavoro Ali bin Samikh Al Marri. L’Ue e il Qatar continueranno ad ampliare le nostre relazioni in materia di mobilità, competenze, riforma del lavoro, sicurezza e contatti interpersonali». «Il Qatar», insiste ancora Schinas in un altro tweet, «ha compiuto progressi considerevoli e tangibili sulle riforme del lavoro che devono essere sostenute e attuate efficacemente dopo la Coppa del mondo 2022». Anche la capogruppo di «The left», gruppo di estrema sinistra al Parlamento europeo, Manon Aubry ha denunciato pubblicamente l’ atteggiamento amichevole di Schinas verso gli emiri del Golfo, chiedendo di accendere i riflettori sulla Commissione: «Sarebbe utile», ha twittato la Aubry, «anche esaminare i legami tra il Qatar e tutti i membri delle istituzioni europee. Ad esempio, anche il commissario europeo di destra greco Margaritis Schinas ha moltiplicato nomine e lodi dall’emirato. Anche gli ostentati e ripetuti elogi del commissario Schinas nei confronti del Qatar», ha aggiunto la Aubry, «sollevano interrogativi e ogni istituzione deve spazzare via la porta. Mai la nostra proposta di un’autorità etica europea è stata così urgente: va realizzata!».
Ieri Schinas si è giustificato in conferenza stampa: «Ho ricevuto in dono dal Qatar un pallone e una scatola di cioccolatini, che ho regalato all’autista andando all’aeroporto, e qualche souvenir legato al Mondiale di calcio», ha detto il vicepresidente della Commissione europea, rispondendo a chi gli ha chiesto se avesse ricevuto regali dalle autorità qatariote. «Mi sono recato in Qatar», ha aggiunto Schinas, «come rappresentante della Commissione europea, poiché responsabile dello sport, in piena trasparenza, e in quell’occasione ho difeso il nostro modello sportivo. Per quanto riguarda il mio tweet, meno male che l’ho scritto, perché ho comunicato in modo trasparente e pensate cosa sarebbe successo ora se non lo avessi fatto. Voglio essere molto chiaro e molto semplice. È il momento di esserlo. Ero alla cerimonia di apertura dei mondiali come rappresentante della Commissione. Era il primo evento sportivo globale dopo la pandemia. La Ue», ha sottolineato Schinas, «non poteva essere assente in un’occasione del genere. Tutti i miei interventi pubblici, non solo quando ero in Qatar, ma sempre, sono compatibili al 100% con le politiche della Commissione».
Gualtieri ci prova: «Expo a Roma»
Quando esplode uno scandalo, in genere, ci sono tre tipi di persone: quelli che lo seguono e comunque ne sono fuori, quelli che invece ne sono travolti e quanti, infine, provano a trarre da tutta la situazione un vantaggio. A quest’ultima categoria pare appartenere il sindaco della Capitale, Roberto Gualtieri, il quale - da politico che guarda lontano, o almeno ci prova - ha colto la balla al balzo, rispetto alla valanga del Qatargate, che vede al centro l’ormai ex vicepresidente del Parlamento europeo, Eva Kaili, e molti altri, per una messa in guardia singolare: quella dalla candidatura di Riad per Expo 2030.
Candidatura, quest’ultima, che il governo francese sostiene, ma che invece non convince tutti Oltralpe. A partire dal sindaco di Parigi, Anne Hidalgo, la quale ha ritenuto di dare il proprio personale appoggio - per l’Expo 2030, appunto - alla corsa della Città eterna. Solo che le dichiarazioni della Hidalgo che vanno in questa direzione risalgono allo scorso ottobre. Ma il buon Gualtieri, vista la tempesta perfetta che sta colpendo l’Europa e di riflesso il mondo arabo, ha pensato bene di attualizzarle con una dichiarazione rilasciata margine della presentazione del Piano accoglienza, avvenuta nelle scorse ore in Campidoglio.
«La sindaca di Parigi non condivide la valutazione del governo francese», sono state le parole del primo cittadino di Roma - con riferimento, appunto, all’appoggio a Riad 2030 -, il quale ha subito rammentato come a Hidalgo, invece, viene «naturale sostenere Roma. Spero che anche dopo la vicenda Qatar, il governo francese stia particolarmente attento nella sua scelta». «Io sono fiducioso della forza delle nostre proposte e del nostro metodo», ha infine chiosato l’esponente Pd, «che si è qualificato in modo diverso». Va detto che queste parole di Gualtieri per la candidatura romana all’Expo non rappresentano un caso isolato.
Non più tardi di qualche giorno fa, infatti, era stato Raffaele Ranucci, imprenditore, ex senatore nonché ideatore, guarda caso, della lista civica Gualtieri - risultata decisiva per la vittoria dell’attuale sindaco di Roma - a intervenire sullo stesso tema sulle colonne del Messaggero, sollevando la necessità di prestare «attenzione ai rapporti tra Stati» perché «Riad non può regalare i padiglioni», e ricordando che, con riferimento a Roma 2030, «si vince solo se il Paese è unito». Dunque Gualtieri di per sé si è limitato a percorrere, con la sua dichiarazione, una strada già tracciata.
Tuttavia, che abbia scelto di farlo in modo così esplicito e, come si diceva, appoggiandosi su parole che in realtà il sindaco della Ville Lumiére aveva rilasciato tempo addietro, fa pensare solo una cosa: il primo cittadino di Roma sa benissimo che, dopo Milano 2015, è quanto mai arduo che l’Italia possa riuscire a spuntarla con Roma 2030. Se non un’impresa impossibile, si tratta di certo di un tentativo indubbiamente in salita; e per provare a farcela quale modo migliore, in questi giorni per di più, di quello di cavalcare pro domo propria il Qatargate? Politicamente va detto, anzi ribadito che la mossa di Gualtieri ha un suo bel perché. Che poi si riveli efficace, ecco, è un altro paio di maniche. Senza considerare, e su questo la storia politica non solo italiana è cristallina, che chi di scandalo ferisce di scandalo perisce…
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Verdi e sinistra contro Margaritis Schinas: «Elogiava il Paese». Lui replica: «Ero ai mondiali per l’Ue, difendevo il nostro modello di sport».Roberto Gualtieri ci prova: «Expo a Roma». Il sindaco approfitta del caso mazzette per riesumare i dubbi della collega parigina. La quale aveva stigmatizzato il sostegno francese alla candidatura di Dubai 2030.Lo speciale contiene due articoli. La Commissione europea si sente sul banco degli imputati, anche se fino ad ora nel Qatargate non risulta coinvolto nessun esponente dell’esecutivo. Lo scandalo è infatti destinato a allargarsi, come spiega all’Adnkronos Hannah Neumann, eurodeputata dei Gruenen, gli ecologisti tedeschi, che fanno parte del gruppo gruppo Verdi-Ale. La Neumann è presidente della Darp, la Delegazione del Parlamento per i rapporti con la Penisola arabica, della quale era vicepresidente Marc Tarabella e nella quale siede, come sostituta, la stessa Kaili. «Temo che ci saranno altri eurodeputati», dice la Neumann, «basta guardare la cosa razionalmente: cosa ci fai con un eurodeputato? O provi con altre istituzioni, o devi provare con più eurodeputati. Con uno non ottieni niente». Crede che ci siano altre istituzioni coinvolte? «Non lo so», risponde la Neumann, «davvero non lo so. Fino a pochi giorni fa non avevo sospetti di corruzione su nessuno». La Commissione cerca di rimediare alla figuraccia rimediata l’altro ieri in conferenza stampa dalla presidente Ursula von der Leyen, che ha rifiutato di rispondere alla domanda se la magistratura di Bruxelles si sia fatta viva anche dalle parti dell’esecutivo, provocando vibrate proteste da parte dei giornalisti. «Durante la conferenza stampa della presidente», spiega il portavoce capo della Commissione Europea Eric Mamer, «non c’era alcun fatto, menzionato da alcuno, che indicasse sospetti su membri del collegio. Se ogni volta che scende in sala stampa la presidente dovesse confermare fiducia nel collegio, saremmo in una situazione bizzarra». Una affermazione che non risponde al vero: a sollevare dubbi estremamente espliciti sul comportamento della Commissione è stata, infatti, tra gli altri, la deputata europea tedesca Viola von Cramon, esponente del gruppo Verdi-Ale, che ha ripubblicato su Twitter alcuni post del vicepresidente della Commissione, il greco Margaritis Schinas. I post consistono in due foto che ritraggono Schinas a Doha in occasione dei mondiali di calcio. In particolare, il 20 novembre, Schinas è presente al match inaugurale della Coppa del Mondo, e twitta: «Il calcio unisce il mondo. World Cup 2022 il primo evento globale post-pandemia che dimostra che ci stiamo riprendendo le nostre vite. Il Qatar», sottolinea Schinas, «il primo Paese arabo e il più piccolo ad aver mai ospitato la Coppa, ha attuato riforme e merita un successo globale. Il modello sportivo europeo un’ispirazione per tutti». Lo stesso giorno, un altro tweet a favore del Qatar: «Incontri costruttivi oggi a Doha con il Ministro degli Affari Esteri Mohammed bin Abdulrahman Al Thani», scrive Schinas, allegando le foto delle riunioni, «e il ministro del Lavoro Ali bin Samikh Al Marri. L’Ue e il Qatar continueranno ad ampliare le nostre relazioni in materia di mobilità, competenze, riforma del lavoro, sicurezza e contatti interpersonali». «Il Qatar», insiste ancora Schinas in un altro tweet, «ha compiuto progressi considerevoli e tangibili sulle riforme del lavoro che devono essere sostenute e attuate efficacemente dopo la Coppa del mondo 2022». Anche la capogruppo di «The left», gruppo di estrema sinistra al Parlamento europeo, Manon Aubry ha denunciato pubblicamente l’ atteggiamento amichevole di Schinas verso gli emiri del Golfo, chiedendo di accendere i riflettori sulla Commissione: «Sarebbe utile», ha twittato la Aubry, «anche esaminare i legami tra il Qatar e tutti i membri delle istituzioni europee. Ad esempio, anche il commissario europeo di destra greco Margaritis Schinas ha moltiplicato nomine e lodi dall’emirato. Anche gli ostentati e ripetuti elogi del commissario Schinas nei confronti del Qatar», ha aggiunto la Aubry, «sollevano interrogativi e ogni istituzione deve spazzare via la porta. Mai la nostra proposta di un’autorità etica europea è stata così urgente: va realizzata!». Ieri Schinas si è giustificato in conferenza stampa: «Ho ricevuto in dono dal Qatar un pallone e una scatola di cioccolatini, che ho regalato all’autista andando all’aeroporto, e qualche souvenir legato al Mondiale di calcio», ha detto il vicepresidente della Commissione europea, rispondendo a chi gli ha chiesto se avesse ricevuto regali dalle autorità qatariote. «Mi sono recato in Qatar», ha aggiunto Schinas, «come rappresentante della Commissione europea, poiché responsabile dello sport, in piena trasparenza, e in quell’occasione ho difeso il nostro modello sportivo. Per quanto riguarda il mio tweet, meno male che l’ho scritto, perché ho comunicato in modo trasparente e pensate cosa sarebbe successo ora se non lo avessi fatto. Voglio essere molto chiaro e molto semplice. È il momento di esserlo. Ero alla cerimonia di apertura dei mondiali come rappresentante della Commissione. Era il primo evento sportivo globale dopo la pandemia. La Ue», ha sottolineato Schinas, «non poteva essere assente in un’occasione del genere. Tutti i miei interventi pubblici, non solo quando ero in Qatar, ma sempre, sono compatibili al 100% con le politiche della Commissione».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vice-ursula-braccato-regali-qatar-2658960278.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="gualtieri-ci-prova-expo-a-roma" data-post-id="2658960278" data-published-at="1670967437" data-use-pagination="False"> Gualtieri ci prova: «Expo a Roma» Quando esplode uno scandalo, in genere, ci sono tre tipi di persone: quelli che lo seguono e comunque ne sono fuori, quelli che invece ne sono travolti e quanti, infine, provano a trarre da tutta la situazione un vantaggio. A quest’ultima categoria pare appartenere il sindaco della Capitale, Roberto Gualtieri, il quale - da politico che guarda lontano, o almeno ci prova - ha colto la balla al balzo, rispetto alla valanga del Qatargate, che vede al centro l’ormai ex vicepresidente del Parlamento europeo, Eva Kaili, e molti altri, per una messa in guardia singolare: quella dalla candidatura di Riad per Expo 2030. Candidatura, quest’ultima, che il governo francese sostiene, ma che invece non convince tutti Oltralpe. A partire dal sindaco di Parigi, Anne Hidalgo, la quale ha ritenuto di dare il proprio personale appoggio - per l’Expo 2030, appunto - alla corsa della Città eterna. Solo che le dichiarazioni della Hidalgo che vanno in questa direzione risalgono allo scorso ottobre. Ma il buon Gualtieri, vista la tempesta perfetta che sta colpendo l’Europa e di riflesso il mondo arabo, ha pensato bene di attualizzarle con una dichiarazione rilasciata margine della presentazione del Piano accoglienza, avvenuta nelle scorse ore in Campidoglio. «La sindaca di Parigi non condivide la valutazione del governo francese», sono state le parole del primo cittadino di Roma - con riferimento, appunto, all’appoggio a Riad 2030 -, il quale ha subito rammentato come a Hidalgo, invece, viene «naturale sostenere Roma. Spero che anche dopo la vicenda Qatar, il governo francese stia particolarmente attento nella sua scelta». «Io sono fiducioso della forza delle nostre proposte e del nostro metodo», ha infine chiosato l’esponente Pd, «che si è qualificato in modo diverso». Va detto che queste parole di Gualtieri per la candidatura romana all’Expo non rappresentano un caso isolato. Non più tardi di qualche giorno fa, infatti, era stato Raffaele Ranucci, imprenditore, ex senatore nonché ideatore, guarda caso, della lista civica Gualtieri - risultata decisiva per la vittoria dell’attuale sindaco di Roma - a intervenire sullo stesso tema sulle colonne del Messaggero, sollevando la necessità di prestare «attenzione ai rapporti tra Stati» perché «Riad non può regalare i padiglioni», e ricordando che, con riferimento a Roma 2030, «si vince solo se il Paese è unito». Dunque Gualtieri di per sé si è limitato a percorrere, con la sua dichiarazione, una strada già tracciata. Tuttavia, che abbia scelto di farlo in modo così esplicito e, come si diceva, appoggiandosi su parole che in realtà il sindaco della Ville Lumiére aveva rilasciato tempo addietro, fa pensare solo una cosa: il primo cittadino di Roma sa benissimo che, dopo Milano 2015, è quanto mai arduo che l’Italia possa riuscire a spuntarla con Roma 2030. Se non un’impresa impossibile, si tratta di certo di un tentativo indubbiamente in salita; e per provare a farcela quale modo migliore, in questi giorni per di più, di quello di cavalcare pro domo propria il Qatargate? Politicamente va detto, anzi ribadito che la mossa di Gualtieri ha un suo bel perché. Che poi si riveli efficace, ecco, è un altro paio di maniche. Senza considerare, e su questo la storia politica non solo italiana è cristallina, che chi di scandalo ferisce di scandalo perisce…
Matthias Moser, Eurocar
L’adagio si adatta perfettamente anche alla genesi di Eurocar, il più grande distributore italiano dei marchi nella pancia del gruppo Volkswagen (Audi, Seat, Cupra, Skoda, Porsche e Lamborghini oltre a Vw) ma spezzettato, fino a un paio di settimane fa, in una miriade di insegne diverse, frutto di oltre vent’anni di acquisizione che hanno portato Eurocar, che nel 2025 ha fatturato qualcosa come 2,2 miliardi di euro, a essere presente in nove Regioni nel Nord e Centro Italia, dove si contano più di 50 sedi e ben 1.950 collaboratori. Ora, con il progetto One Eurocar, i vecchi marchi dei concessionari, alcuni storici nei territori dove hanno sede, spariscono per lasciare il posto alla nuova identità, anche digitale, del gruppo. Matthias Moser è il ceo che ha dato forma alla nuova realtà imprenditoriale, alle prese con numerose sfide: spaesamento dei clienti davanti alle nuove motorizzazioni, crisi petrolifera, crisi economica.
Vendete macchine per tutti i tipi di tasche: è quello che chiedono i clienti?
«Uno dei punti forti del nostro gruppo è sicuramente l’ampio ventaglio di possibilità in termini di brand. Il vantaggio competitivo comune di tutti questi brand è essere sotto il cappello del gruppo Vw, un brand storico, che garantisce qualità e affidabilità».
Le contorsioni dell’Ue sull’elettrificazione forzata delle auto hanno generato confusione nei clienti?
«La transizione verso la mobilità elettrica è un processo complesso e graduale. È normale che in una fase di cambiamento ci siano aggiustamenti normativi. Dal nostro osservatorio vediamo che i clienti chiedono soprattutto chiarezza e stabilità nel lungo periodo. Il nostro compito come concessionari è accompagnarli nella scelta più adatta alle loro esigenze, che sia elettrica, ibrida o termica».
Chi oggi si avvicina per comprare un’auto è consapevole di quello che trova in un salone oppure va guidato, stante la ricca offerta di motorizzazione e modelli?
«Sicuramente il cliente del 2026 è più informato, l’online offre molte risposte e l’avvento dell’Intelligenza artificiale si è integrata ampliano questa possibilità. Nonostante questo, l’auto resta un prodotto che i nostri clienti sentono sempre la necessità di vedere e provare. Inoltre, il know-how dei nostri consulenti e la loro capacità di entrare in contatto con il cliente rimane un patrimonio relazionale insostituibile».
Crescono le vendite di modelli cinesi in Europa e in Italia: porteranno davvero invadere il mercato domestico? Sono un rischio per le Case del Vecchio continente, già in crisi?
«La competizione in questo mercato c’è sempre stata, come per qualsiasi altro prodotto nell’epoca della globalizzazione. La realtà è che non possiamo avere alcun controllo sull’esterno, ma possiamo lavorare invece sull’interno, continuando a fare del nostro meglio per rimanere competitivi e fare la differenza. L’acquisto di un’auto non è mai uno shot temporaneo. È un’esperienza e il nostro obiettivo è renderla facile, fluida e coinvolgente. Inoltre, il rapporto non si chiude alla consegna, anzi, ci teniamo ad essere i compagni di viaggio per i nostri clienti per tutta il ciclo di vita di una vettura, attraverso assistenza e servizi sempre più innovativi».
Come cambierà, da qui a dieci anni, (o anche più) l’acquisto di un’auto? Sempre meno saloni fisici e più Web oppure sarà necessario un mix tra i due perché l’auto va sentita?
«I numeri parlano chiaro, l’online è la porta di ingresso più varcata, perché comoda e sempre aperta. Anche per questo abbiamo lanciato lo scorso 2 aprile il nostro nuovo sito Web eurocar.it, che per la prima volta è stato unificato (prima avevamo nove siti uguali nell’interfaccia, ma diversificati per concessionaria), con un visual totalmente nuovo e in linea con la nostra nuova corporate identity e tantissimi nuovi strumenti per rendere la navigazione per gli utenti piacevole e facile. Nonostante questa consapevolezza, siamo ancora fortemente convinti che per il prodotto che vendiamo, la soluzione ottimale sia il phygital, un ibrido tra l’online e l’offline, dove i due mondi si integrano completandosi».
La crisi in Medio Oriente, con il caro greggio e la paventata razionalizzazione dell’energia se si dovesse continuare di questo passo, può influire sulla scelta di una macchina da acquistare? Magari spostando la scelta da un motore termico a uno elettrico?
«Come dico spesso, noi siamo una semplice concessionaria. La strategia di distribuzione non dipende da noi, ma dalle diverse Case, che sono certo, come hanno sempre fatto, riusciranno a prevedere gli scenari e a trovare le migliori soluzioni per i nostri clienti».
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Cambio in casa Stellantis: il restyling dell’unico modello in gamma punta tutto sul ritorno al passato. Il mercato italiano fatica a cedere alle sirene di batterie e ibrido. E così Lancia ripropone automobili «normali» e con il pedale per la frizione.
«I clienti hanno parlato chiaramente, noi li abbiamo ascoltati. Ed ecco la Lancia Ypsilon in versione benzina con cambio manuale»: così Gianni Petullà, responsabile del prodotto Lancia, ha presentato martedì mattina a Milano la Lancia Ypsilon equipaggiata con la nuova motorizzazione turbo benzina da 100 cavalli, abbinata al cambio manuale a sei marce. «Abbiamo lanciato Ypsilon due anni fa, come auto urbana ed elegante», ha spiegato Roberta Zerbi, ceo di Lancia, «il 2026 sarà, per noi, l’anno chiave. Vogliamo consolidare le vendite di Ypsilon e lanceremo, nella seconda parte dell’anno, un nuovo modello, la Gamma, disegnata a Torino e costruita a Melfi. Tornando a Ypsilon, siamo partiti con la sola motorizzazione elettrica, poi abbiamo aggiunto quella ibrida. Abbiamo ascoltato attentamente il mercato: la gente cerca qualcosa di concreto. Ed è per questo che presentiamo questa Ypsilon benzina e con cambio manuale». Già, il mercato. O, per meglio dire, la realtà. Perché c’è una larghissima fetta di clienti, ancora maggioranza, che di cavi di ricarica, cambi robotizzati e di tutti gli orpelli elettronici proprio non ne vuole sapere. E che ha accolto in maniera abbastanza tiepida (eufemismo) il nuovo modello Lancia: nel 2025 ne sono state vendute appena 9.000 unità, quasi tutte in Italia. Impietoso il confronto con la Y uscita di produzione, una citycar best seller per un decennio. «Una parte consistente degli automobilisti continua a preferire la guida manuale: una scelta pratica, legata al controllo diretto del veicolo e a una meccanica percepita come semplice e affidabile per l’uso quotidiano», ha continuato Petullà, «in Italia, la motorizzazione benzina non elettrificata mantiene una presenza stabile nel segmento delle city-car: i volumi non cedono perché esiste un pubblico numeroso che considera questa scelta la più equilibrata per il proprio stile di vita e per i propri costi di utilizzo. In particolare, c’è un pubblico fedele che ha accompagnato Lancia per anni alla guida della precedente Ypsilon, abituato a un motore benzina, al cambio manuale, a una guida diretta e senza complicazioni. Ritrovare la stessa facilità di sempre in qualcosa di molto più ricco e confortevole è la missione della nuova Ypsilon Turbo 100. In un’epoca in cui l’automazione guadagna terreno su ogni fronte, c’è ancora chi cerca un rapporto diretto con la propria auto». L’ammissione di Petullà («In Italia i volumi delle termiche non sono calati come ci si poteva aspettare, il segmento del non elettrificato è estremamente rilevante e, per noi, è strategico esserci») certificano l’inversione a U che le varie Case, compresa Stellantis, sono state costrette a fare: pensare di presidiare il segmento B con vetture dalle caratteristiche premium da anche 40.000 euro di costo si è rivelato un grosso, grosso errore. L’elettrificazione delle vetture tanto spinta da Carlos Tavares è stata rigettata dal mercato. Il modello presentato martedì presenta sotto il cofano l’aggiornato tre cilindri turbo da 1.2 litri PureTech (distribuzione a catena), capace di erogare 101 Cv e 205 Nm di coppia a 1.750 giri/min. Esteticamente, all’esterno, non cambia nulla rispetto al modello finora in circolazione (che deriva dalla Peugeot 208: nella vista laterale, la somiglianza-sorellanza è evidente). All’interno, invece, sparisce il «tavolino» di design apparso sulle sorelle elettrificate per una più sobria mensolina portaoggetti. Questo per permettere l’inserimento (e l’uso) della leva del cambio. La nuova motorizzazione si posiziona su tutti gli allestimenti con un prezzo di listino di 3.000 euro inferiore rispetto alle corrispondenti versioni ibride: la nuova Ypsilon turbo 100 parte da 22.200 euro chiavi in mano, mentre le versioni Lx Turbo 100 e Hf Line Turbo 100 (i due allestimenti top di gamma) sono proposte a 25.200 euro, inclusa messa su strada di 1.000 euro. Inoltre, accedendo alle soluzioni finanziarie dedicate alla nuova motorizzazione, il prezzo parte da 15.950 euro con canoni mensili da 99 euro. Il nuovo sistema di iniezione diretta ad alta pressione, l’introduzione di un sistema di fasatura valvole a ridotto attrito, la testa pistoni ridisegnata e il ciclo Miller ad alto rapporto di compressione assicurano una combustione più pulita e prestazioni superiori a parità di consumi: quelli dichiarati nel ciclo Wltp si attestano tra 5,2 e 5,4 l/100 km. Le prestazioni: 0-100 km/h in 10,2 secondi e una velocità massima di 194 km/h. Oltre 30.000 ore su banco prova e più di 3 milioni di chilometri percorsi su veicoli prototipo. Gli intervalli di manutenzione sono fissati ogni 25.000 km o due anni.
Catherine Birmingham e Nathan Trevallion (Ansa)
Oggi saranno somministrati test psicologici ai tre bambini Trevallion e la psichiatra scelta dal tribunale per effettuare la perizia su di loro e sui genitori li incontrerà per verificarne le condizioni. Viene da chiedersi quale fotografia potrà mai emergere da queste indagini. I bambini non sono stati valutati nei loro spazi, nella quotidianità che hanno conosciuto fino allo scorso inverno. No, vengono osservati in un contesto artificiale, dopo essere stati separati prima dal padre e poi pure dalla mamma. Certo, ora anche loro sono stati messi a parte di alcune grandi conquiste della civiltà: i dolci, la televisione e gli smartphone. Il professor Tonino Cantelmi e la dottoressa Martina Aiello, consulenti della famiglia, lo hanno notato con stupore nell’ultima perizia, presentata un paio di giorni fa al tribunale. Spiegano che «le abitudini precedentemente adottate nel contesto familiare di origine non risultavano oggetto di alcuna contestazione sotto il profilo alimentare, educativo, ludico-ricreativo e organizzativo, configurandosi invece come espressione di una genitorialità attenta, coerente e virtuosa, profondamente orientata ai bisogni evolutivi, affettivi e salutistici dei minori». E aggiungono che oggi i piccoli mangiano «alimenti industriali e zuccheri processati, precedentemente assenti dalla dieta dei bambini». Cibi che questi bambini cercano in modo «compulsivo», specie quando soffrono (in particolare, cioè, dopo le videochiamate con la mamma), come «possibile modalità di compensazione di stati di malessere affettivo e tensione interna».
Secondo gli esperti, oggi i bambini possono accedere a video con «elementi espliciti e violenti, precedentemente non presenti nella vita dei minori. L’utilizzo della televisione e dei telefonini delle operatrici», scrivono Cantelmi e Aiello, «si accompagna a una marcata riduzione dell’attività fisica e del gioco attivo, con una prevalenza di attività sedentarie». Giustamente su questo punto è intervenuta ieri Marina Terragni, Garante dell’infanzia, dichiarando le che «risultano incredibili le notizie che arrivano da Palmoli, nella cui casa famiglia vivono da oltre cinque mesi i tre fratellini del bosco separati dai loro genitori». Terragni, prendendo spunto dalla perizia di Cantelmi, nota che «i bambini rischiano di ammalarsi di quegli stessi mali che oggi siamo intenti a combattere per salvaguardare la salute di tutti i minori. Come più volte detto», dice il Garante, «entrati sani in casa famiglia, i bambini rischiano di uscirne provati da quegli stessi mali che siamo impegnati quotidianamente a combattere a tutela della salute di tutti i minori. Un quadro paradossale, una riprogrammazione dai tratti orwelliani che aggiunge ulteriori elementi di problematicità a una situazione estremamente preoccupante di cui si auspica la rapida risoluzione con la riunificazione del nucleo, essendo in via di risoluzione le problematiche che hanno condotto all’allontanamento. Purtroppo il parere contrario a questo esito, espresso in queste ore dalla tutrice e dalla curatrice dei tre minori, non lascia ben sperare».
Già: incomprensibilmente, e contro il parere di tutti gli esperti che si sono pronunciati sul caso, non sembra che vi sia l’intenzione di riunire la famiglia. «L’ennesimo diniego», scrive il quotidiano Il Centro, «porta la firma della tutrice Maria Luisa Palladino e della curatrice speciale Marika Bolognese, che si sono espresse negativamente sul ricorso presentato dai Trevallion in Corte d’appello». Chiaro: non spetta a loro decidere, ma ai giudici. Però è ovvio che la loro posizione pesi. Intanto i tempi della giustizia continuano a dilatarsi. Oggi, dicevamo, ci saranno altri test. Il 21 aprile, poi, il tribunale dovrebbe acquisire le memorie delle parti, anche se a quanto pare non si terrà alcuna udienza: sarà semplicemente consegnato il materiale scritto da esaminare. A quanto sembra, dunque, a meno di clamorose sorprese, non ci saranno cambiamenti significativi per i tre piccoli.
Più i giorni passano, più i bambini soffrono e più girano voci di ogni genere sulla famiglia. Polemiche sul libro che sta per pubblicare mamma Catherine, polemiche su presunte serie tv... «Ma perché il caso della famiglia del bosco suscita tanto interesse fino a far girare vorticose, quanto false (purtroppo!), voci che persino Netflix sarebbe vogliosa di metterci su le mani con un film?», si interroga Tonino Cantelmi parlando con La Verità. «Sì, qualche voglia di strumentalizzare il caso tirandolo di qua o di là c’è stato, ma non è questo il motivo. Che si tratti di un caso scivoloso è vero, tanto scivoloso da far scivolare servizi sociali e istituzioni senz’altro. Ma anche questa motivazione non tiene rispetto alla mediaticità intensa che hanno generato i guai di Nathan e Cathrine».
Secondo il professore, il vero problema è esattamente lo stile di vita della famiglia del bosco, quello che esso rappresenta e le emozioni che suscita. Nathan e Catherine, dice Cantelmi, sono «una coppia unita, non c’è dubbio, che sfida la società postmoderna e tecnoliquida. Noi sprechiamo tutto? Loro riciclano pure i rifiuti organici con il bagno a secco, così come vorrebbe una certa normativa europea sugli ecovillaggi. Noi siamo schiavi di Meta e TikTok: loro li vietano ai loro figli e figuriamoci la tv! Noi inseguiamo il danaro al quale ci prostriamo (e non solo), loro vagheggiano una libertà autosufficiente (e non vogliono bollette). Noi amiamo il lusso e Nathan non ha neanche una camicia e una giacca per andare in Senato. Figuriamoci una cravatta. E Cathrine colleziona cestini autoprodotti, usa saponi biologici e vestiti con fibre naturali. Noi amiamo cani, gatti e tutti i pet possibili e costringiamo animali di ogni tipo a vivere nei nostri appartamenti e invece loro si immergono nella natura. Non sarà affascinante vedere come va a finire questa sfida a uno Stato che ha reagito come ha reagito? È il fascino del debole e piccolo Davide, che sfida il gigante Golia forte e crudele. E noi? Postmoderni e asserviti come siamo, saremo capaci di trasformare la sfida in una serie tv da goderci comodamente nel salotto di casa».
Forse il tema è proprio questo: per alcuni il modello radicalmente alternativo dei Trevallion è qualcosa da combattere con tutte le forze. Per altri, la loro vicenda è divenuta una sorta di sceneggiato. Peccato solo che di mezzo ci sia la vita - vera, verissima - di tre bambini e dei loro genitori. Una esistenza che è stata sbriciolata. E per che cosa? Per qualche cartone animato e due caramelle?
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Saranno infatti otto le classi seconde che seguiranno la lezione di islam dalla durata di ben due ore. Troppi alunni per la capienza di un’unica Aula Magna e, pertanto, verranno effettuati due turni: uno dalle 8 alle 10 e l’altro dalle 11 alle 13. Lezioni rigorosamente «in presenza», specifica il documento protocollato e firmato dal dirigente scolastico Gennaro Scotto di Ciccariello che, alla Verità, dichiara che l’evento riguarderà «il dialogo tra le culture e le religioni anche in un’ottica di una corretta applicazione da quanto richiesto dalla promozione dell’educazione civica». Un dialogo un po’ originale, verrebbe da dire, dato che sabato non è prevista alcuna figura oltre al referente islamico e, ovviamente, ai docenti in servizio occupati nella vigilanza. Il progetto, assicura il dirigente, è «inserito nel piano triennale dell’offerta formativa, quindi approvato dal consiglio di istituto». E in effetti, spulciando nel Ptof, apprendiamo che già nel documento del 2022 era presente un paragrafo interamente intitolato «Identità e fede islamica» in cui venivano previste «lezioni con le singole classi sulla storia e lo sviluppo dell’islam, la sua dottrina e le suddivisioni, aspetti caratteristici e ambiti di discussione (visione della donna, della fratellanza universale, del matrimonio, fondamentalismo)». Il tutto farcito da una «testimonianza diretta di fede musulmana per approfondire, dibattere e rispondere a perplessità e confrontarsi con chi vive la fede islamica in prima persona».
Insomma, un sottile cedimento culturale all’islamizzazione che non risparmia la scuola, ma nemmeno le parrocchie. Proprio il 15 aprile, il giorno in cui veniva protocollata a Modena la comunicazione del dirigente scolastico, dall’altra parte d’Italia, a Brindisi, nella parrocchia di San Lorenzo, si svolgeva un incontro con l’imam della comunità islamica locale: Khaled Bouchelaghem. All’evento, pubblicizzato anche sul sito dell’Arcidiocesi di Brindisi - Ostuni e intitolato «Conosci l’Islam?», erano invitate comunità parrocchiali, comunità religiose, operatori ecclesiali, aggregazioni, insegnanti Irc, docenti e associazioni territoriali. Da segnalare che, oltre a queste figure, ad assistere al «catechismo» islamico brindisino c’era anche l’arcivescovo Giovanni Intini, che ha concluso l’evento. Il tutto sotto il segno dello slogan «se conosci bene l’altro lo ami davvero». Uno scenario che farebbe rabbrividire gli oltre 800 martiri che, nell’agosto del 1480, furono uccisi dai Turchi guidati dal comandante Gedik Ahmet Pascià nella vicina Otranto per non essersi convertiti alla fede islamica e che vennero prima beatificati nel 1771 dal pontefice Clemente XIV e poi canonizzati il 12 maggio 2013 da papa Francesco.
E così, in un mondo dove diventa quasi strano esporre un crocifisso in un’aula (per non parlare del fare un presepe in un corridoio o intonare ad un saggio di Natale una qualsiasi canzone che sfiori leggerissimamente la nascita di Gesù Bambino), diventa sempre più accettata una lezione islamica somministrata a dei ragazzi minorenni all’interno di un istituto scolastico o a un’intera comunità all’interno di un locale cattolico.
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