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2022-12-14
Il vice di Ursula ora si sente braccato. «Regali dal Qatar? Pallone e cioccolata»
Margaritis Schinas (Ansa)
La Commissione europea si sente sul banco degli imputati, anche se fino ad ora nel Qatargate non risulta coinvolto nessun esponente dell’esecutivo. Lo scandalo è infatti destinato a allargarsi, come spiega all’Adnkronos Hannah Neumann, eurodeputata dei Gruenen, gli ecologisti tedeschi, che fanno parte del gruppo gruppo Verdi-Ale. La Neumann è presidente della Darp, la Delegazione del Parlamento per i rapporti con la Penisola arabica, della quale era vicepresidente Marc Tarabella e nella quale siede, come sostituta, la stessa Kaili. «Temo che ci saranno altri eurodeputati», dice la Neumann, «basta guardare la cosa razionalmente: cosa ci fai con un eurodeputato? O provi con altre istituzioni, o devi provare con più eurodeputati. Con uno non ottieni niente». Crede che ci siano altre istituzioni coinvolte? «Non lo so», risponde la Neumann, «davvero non lo so. Fino a pochi giorni fa non avevo sospetti di corruzione su nessuno».
La Commissione cerca di rimediare alla figuraccia rimediata l’altro ieri in conferenza stampa dalla presidente Ursula von der Leyen, che ha rifiutato di rispondere alla domanda se la magistratura di Bruxelles si sia fatta viva anche dalle parti dell’esecutivo, provocando vibrate proteste da parte dei giornalisti.
«Durante la conferenza stampa della presidente», spiega il portavoce capo della Commissione Europea Eric Mamer, «non c’era alcun fatto, menzionato da alcuno, che indicasse sospetti su membri del collegio. Se ogni volta che scende in sala stampa la presidente dovesse confermare fiducia nel collegio, saremmo in una situazione bizzarra».
Una affermazione che non risponde al vero: a sollevare dubbi estremamente espliciti sul comportamento della Commissione è stata, infatti, tra gli altri, la deputata europea tedesca Viola von Cramon, esponente del gruppo Verdi-Ale, che ha ripubblicato su Twitter alcuni post del vicepresidente della Commissione, il greco Margaritis Schinas. I post consistono in due foto che ritraggono Schinas a Doha in occasione dei mondiali di calcio. In particolare, il 20 novembre, Schinas è presente al match inaugurale della Coppa del Mondo, e twitta: «Il calcio unisce il mondo. World Cup 2022 il primo evento globale post-pandemia che dimostra che ci stiamo riprendendo le nostre vite. Il Qatar», sottolinea Schinas, «il primo Paese arabo e il più piccolo ad aver mai ospitato la Coppa, ha attuato riforme e merita un successo globale. Il modello sportivo europeo un’ispirazione per tutti». Lo stesso giorno, un altro tweet a favore del Qatar: «Incontri costruttivi oggi a Doha con il Ministro degli Affari Esteri Mohammed bin Abdulrahman Al Thani», scrive Schinas, allegando le foto delle riunioni, «e il ministro del Lavoro Ali bin Samikh Al Marri. L’Ue e il Qatar continueranno ad ampliare le nostre relazioni in materia di mobilità, competenze, riforma del lavoro, sicurezza e contatti interpersonali». «Il Qatar», insiste ancora Schinas in un altro tweet, «ha compiuto progressi considerevoli e tangibili sulle riforme del lavoro che devono essere sostenute e attuate efficacemente dopo la Coppa del mondo 2022». Anche la capogruppo di «The left», gruppo di estrema sinistra al Parlamento europeo, Manon Aubry ha denunciato pubblicamente l’ atteggiamento amichevole di Schinas verso gli emiri del Golfo, chiedendo di accendere i riflettori sulla Commissione: «Sarebbe utile», ha twittato la Aubry, «anche esaminare i legami tra il Qatar e tutti i membri delle istituzioni europee. Ad esempio, anche il commissario europeo di destra greco Margaritis Schinas ha moltiplicato nomine e lodi dall’emirato. Anche gli ostentati e ripetuti elogi del commissario Schinas nei confronti del Qatar», ha aggiunto la Aubry, «sollevano interrogativi e ogni istituzione deve spazzare via la porta. Mai la nostra proposta di un’autorità etica europea è stata così urgente: va realizzata!».
Ieri Schinas si è giustificato in conferenza stampa: «Ho ricevuto in dono dal Qatar un pallone e una scatola di cioccolatini, che ho regalato all’autista andando all’aeroporto, e qualche souvenir legato al Mondiale di calcio», ha detto il vicepresidente della Commissione europea, rispondendo a chi gli ha chiesto se avesse ricevuto regali dalle autorità qatariote. «Mi sono recato in Qatar», ha aggiunto Schinas, «come rappresentante della Commissione europea, poiché responsabile dello sport, in piena trasparenza, e in quell’occasione ho difeso il nostro modello sportivo. Per quanto riguarda il mio tweet, meno male che l’ho scritto, perché ho comunicato in modo trasparente e pensate cosa sarebbe successo ora se non lo avessi fatto. Voglio essere molto chiaro e molto semplice. È il momento di esserlo. Ero alla cerimonia di apertura dei mondiali come rappresentante della Commissione. Era il primo evento sportivo globale dopo la pandemia. La Ue», ha sottolineato Schinas, «non poteva essere assente in un’occasione del genere. Tutti i miei interventi pubblici, non solo quando ero in Qatar, ma sempre, sono compatibili al 100% con le politiche della Commissione».
Gualtieri ci prova: «Expo a Roma»
Quando esplode uno scandalo, in genere, ci sono tre tipi di persone: quelli che lo seguono e comunque ne sono fuori, quelli che invece ne sono travolti e quanti, infine, provano a trarre da tutta la situazione un vantaggio. A quest’ultima categoria pare appartenere il sindaco della Capitale, Roberto Gualtieri, il quale - da politico che guarda lontano, o almeno ci prova - ha colto la balla al balzo, rispetto alla valanga del Qatargate, che vede al centro l’ormai ex vicepresidente del Parlamento europeo, Eva Kaili, e molti altri, per una messa in guardia singolare: quella dalla candidatura di Riad per Expo 2030.
Candidatura, quest’ultima, che il governo francese sostiene, ma che invece non convince tutti Oltralpe. A partire dal sindaco di Parigi, Anne Hidalgo, la quale ha ritenuto di dare il proprio personale appoggio - per l’Expo 2030, appunto - alla corsa della Città eterna. Solo che le dichiarazioni della Hidalgo che vanno in questa direzione risalgono allo scorso ottobre. Ma il buon Gualtieri, vista la tempesta perfetta che sta colpendo l’Europa e di riflesso il mondo arabo, ha pensato bene di attualizzarle con una dichiarazione rilasciata margine della presentazione del Piano accoglienza, avvenuta nelle scorse ore in Campidoglio.
«La sindaca di Parigi non condivide la valutazione del governo francese», sono state le parole del primo cittadino di Roma - con riferimento, appunto, all’appoggio a Riad 2030 -, il quale ha subito rammentato come a Hidalgo, invece, viene «naturale sostenere Roma. Spero che anche dopo la vicenda Qatar, il governo francese stia particolarmente attento nella sua scelta». «Io sono fiducioso della forza delle nostre proposte e del nostro metodo», ha infine chiosato l’esponente Pd, «che si è qualificato in modo diverso». Va detto che queste parole di Gualtieri per la candidatura romana all’Expo non rappresentano un caso isolato.
Non più tardi di qualche giorno fa, infatti, era stato Raffaele Ranucci, imprenditore, ex senatore nonché ideatore, guarda caso, della lista civica Gualtieri - risultata decisiva per la vittoria dell’attuale sindaco di Roma - a intervenire sullo stesso tema sulle colonne del Messaggero, sollevando la necessità di prestare «attenzione ai rapporti tra Stati» perché «Riad non può regalare i padiglioni», e ricordando che, con riferimento a Roma 2030, «si vince solo se il Paese è unito». Dunque Gualtieri di per sé si è limitato a percorrere, con la sua dichiarazione, una strada già tracciata.
Tuttavia, che abbia scelto di farlo in modo così esplicito e, come si diceva, appoggiandosi su parole che in realtà il sindaco della Ville Lumiére aveva rilasciato tempo addietro, fa pensare solo una cosa: il primo cittadino di Roma sa benissimo che, dopo Milano 2015, è quanto mai arduo che l’Italia possa riuscire a spuntarla con Roma 2030. Se non un’impresa impossibile, si tratta di certo di un tentativo indubbiamente in salita; e per provare a farcela quale modo migliore, in questi giorni per di più, di quello di cavalcare pro domo propria il Qatargate? Politicamente va detto, anzi ribadito che la mossa di Gualtieri ha un suo bel perché. Che poi si riveli efficace, ecco, è un altro paio di maniche. Senza considerare, e su questo la storia politica non solo italiana è cristallina, che chi di scandalo ferisce di scandalo perisce…
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Verdi e sinistra contro Margaritis Schinas: «Elogiava il Paese». Lui replica: «Ero ai mondiali per l’Ue, difendevo il nostro modello di sport».Roberto Gualtieri ci prova: «Expo a Roma». Il sindaco approfitta del caso mazzette per riesumare i dubbi della collega parigina. La quale aveva stigmatizzato il sostegno francese alla candidatura di Dubai 2030.Lo speciale contiene due articoli. La Commissione europea si sente sul banco degli imputati, anche se fino ad ora nel Qatargate non risulta coinvolto nessun esponente dell’esecutivo. Lo scandalo è infatti destinato a allargarsi, come spiega all’Adnkronos Hannah Neumann, eurodeputata dei Gruenen, gli ecologisti tedeschi, che fanno parte del gruppo gruppo Verdi-Ale. La Neumann è presidente della Darp, la Delegazione del Parlamento per i rapporti con la Penisola arabica, della quale era vicepresidente Marc Tarabella e nella quale siede, come sostituta, la stessa Kaili. «Temo che ci saranno altri eurodeputati», dice la Neumann, «basta guardare la cosa razionalmente: cosa ci fai con un eurodeputato? O provi con altre istituzioni, o devi provare con più eurodeputati. Con uno non ottieni niente». Crede che ci siano altre istituzioni coinvolte? «Non lo so», risponde la Neumann, «davvero non lo so. Fino a pochi giorni fa non avevo sospetti di corruzione su nessuno». La Commissione cerca di rimediare alla figuraccia rimediata l’altro ieri in conferenza stampa dalla presidente Ursula von der Leyen, che ha rifiutato di rispondere alla domanda se la magistratura di Bruxelles si sia fatta viva anche dalle parti dell’esecutivo, provocando vibrate proteste da parte dei giornalisti. «Durante la conferenza stampa della presidente», spiega il portavoce capo della Commissione Europea Eric Mamer, «non c’era alcun fatto, menzionato da alcuno, che indicasse sospetti su membri del collegio. Se ogni volta che scende in sala stampa la presidente dovesse confermare fiducia nel collegio, saremmo in una situazione bizzarra». Una affermazione che non risponde al vero: a sollevare dubbi estremamente espliciti sul comportamento della Commissione è stata, infatti, tra gli altri, la deputata europea tedesca Viola von Cramon, esponente del gruppo Verdi-Ale, che ha ripubblicato su Twitter alcuni post del vicepresidente della Commissione, il greco Margaritis Schinas. I post consistono in due foto che ritraggono Schinas a Doha in occasione dei mondiali di calcio. In particolare, il 20 novembre, Schinas è presente al match inaugurale della Coppa del Mondo, e twitta: «Il calcio unisce il mondo. World Cup 2022 il primo evento globale post-pandemia che dimostra che ci stiamo riprendendo le nostre vite. Il Qatar», sottolinea Schinas, «il primo Paese arabo e il più piccolo ad aver mai ospitato la Coppa, ha attuato riforme e merita un successo globale. Il modello sportivo europeo un’ispirazione per tutti». Lo stesso giorno, un altro tweet a favore del Qatar: «Incontri costruttivi oggi a Doha con il Ministro degli Affari Esteri Mohammed bin Abdulrahman Al Thani», scrive Schinas, allegando le foto delle riunioni, «e il ministro del Lavoro Ali bin Samikh Al Marri. L’Ue e il Qatar continueranno ad ampliare le nostre relazioni in materia di mobilità, competenze, riforma del lavoro, sicurezza e contatti interpersonali». «Il Qatar», insiste ancora Schinas in un altro tweet, «ha compiuto progressi considerevoli e tangibili sulle riforme del lavoro che devono essere sostenute e attuate efficacemente dopo la Coppa del mondo 2022». Anche la capogruppo di «The left», gruppo di estrema sinistra al Parlamento europeo, Manon Aubry ha denunciato pubblicamente l’ atteggiamento amichevole di Schinas verso gli emiri del Golfo, chiedendo di accendere i riflettori sulla Commissione: «Sarebbe utile», ha twittato la Aubry, «anche esaminare i legami tra il Qatar e tutti i membri delle istituzioni europee. Ad esempio, anche il commissario europeo di destra greco Margaritis Schinas ha moltiplicato nomine e lodi dall’emirato. Anche gli ostentati e ripetuti elogi del commissario Schinas nei confronti del Qatar», ha aggiunto la Aubry, «sollevano interrogativi e ogni istituzione deve spazzare via la porta. Mai la nostra proposta di un’autorità etica europea è stata così urgente: va realizzata!». Ieri Schinas si è giustificato in conferenza stampa: «Ho ricevuto in dono dal Qatar un pallone e una scatola di cioccolatini, che ho regalato all’autista andando all’aeroporto, e qualche souvenir legato al Mondiale di calcio», ha detto il vicepresidente della Commissione europea, rispondendo a chi gli ha chiesto se avesse ricevuto regali dalle autorità qatariote. «Mi sono recato in Qatar», ha aggiunto Schinas, «come rappresentante della Commissione europea, poiché responsabile dello sport, in piena trasparenza, e in quell’occasione ho difeso il nostro modello sportivo. Per quanto riguarda il mio tweet, meno male che l’ho scritto, perché ho comunicato in modo trasparente e pensate cosa sarebbe successo ora se non lo avessi fatto. Voglio essere molto chiaro e molto semplice. È il momento di esserlo. Ero alla cerimonia di apertura dei mondiali come rappresentante della Commissione. Era il primo evento sportivo globale dopo la pandemia. La Ue», ha sottolineato Schinas, «non poteva essere assente in un’occasione del genere. Tutti i miei interventi pubblici, non solo quando ero in Qatar, ma sempre, sono compatibili al 100% con le politiche della Commissione».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vice-ursula-braccato-regali-qatar-2658960278.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="gualtieri-ci-prova-expo-a-roma" data-post-id="2658960278" data-published-at="1670967437" data-use-pagination="False"> Gualtieri ci prova: «Expo a Roma» Quando esplode uno scandalo, in genere, ci sono tre tipi di persone: quelli che lo seguono e comunque ne sono fuori, quelli che invece ne sono travolti e quanti, infine, provano a trarre da tutta la situazione un vantaggio. A quest’ultima categoria pare appartenere il sindaco della Capitale, Roberto Gualtieri, il quale - da politico che guarda lontano, o almeno ci prova - ha colto la balla al balzo, rispetto alla valanga del Qatargate, che vede al centro l’ormai ex vicepresidente del Parlamento europeo, Eva Kaili, e molti altri, per una messa in guardia singolare: quella dalla candidatura di Riad per Expo 2030. Candidatura, quest’ultima, che il governo francese sostiene, ma che invece non convince tutti Oltralpe. A partire dal sindaco di Parigi, Anne Hidalgo, la quale ha ritenuto di dare il proprio personale appoggio - per l’Expo 2030, appunto - alla corsa della Città eterna. Solo che le dichiarazioni della Hidalgo che vanno in questa direzione risalgono allo scorso ottobre. Ma il buon Gualtieri, vista la tempesta perfetta che sta colpendo l’Europa e di riflesso il mondo arabo, ha pensato bene di attualizzarle con una dichiarazione rilasciata margine della presentazione del Piano accoglienza, avvenuta nelle scorse ore in Campidoglio. «La sindaca di Parigi non condivide la valutazione del governo francese», sono state le parole del primo cittadino di Roma - con riferimento, appunto, all’appoggio a Riad 2030 -, il quale ha subito rammentato come a Hidalgo, invece, viene «naturale sostenere Roma. Spero che anche dopo la vicenda Qatar, il governo francese stia particolarmente attento nella sua scelta». «Io sono fiducioso della forza delle nostre proposte e del nostro metodo», ha infine chiosato l’esponente Pd, «che si è qualificato in modo diverso». Va detto che queste parole di Gualtieri per la candidatura romana all’Expo non rappresentano un caso isolato. Non più tardi di qualche giorno fa, infatti, era stato Raffaele Ranucci, imprenditore, ex senatore nonché ideatore, guarda caso, della lista civica Gualtieri - risultata decisiva per la vittoria dell’attuale sindaco di Roma - a intervenire sullo stesso tema sulle colonne del Messaggero, sollevando la necessità di prestare «attenzione ai rapporti tra Stati» perché «Riad non può regalare i padiglioni», e ricordando che, con riferimento a Roma 2030, «si vince solo se il Paese è unito». Dunque Gualtieri di per sé si è limitato a percorrere, con la sua dichiarazione, una strada già tracciata. Tuttavia, che abbia scelto di farlo in modo così esplicito e, come si diceva, appoggiandosi su parole che in realtà il sindaco della Ville Lumiére aveva rilasciato tempo addietro, fa pensare solo una cosa: il primo cittadino di Roma sa benissimo che, dopo Milano 2015, è quanto mai arduo che l’Italia possa riuscire a spuntarla con Roma 2030. Se non un’impresa impossibile, si tratta di certo di un tentativo indubbiamente in salita; e per provare a farcela quale modo migliore, in questi giorni per di più, di quello di cavalcare pro domo propria il Qatargate? Politicamente va detto, anzi ribadito che la mossa di Gualtieri ha un suo bel perché. Che poi si riveli efficace, ecco, è un altro paio di maniche. Senza considerare, e su questo la storia politica non solo italiana è cristallina, che chi di scandalo ferisce di scandalo perisce…
Giorgia Meloni e il cancelliere tedesco Friedrich Merz (Ansa)
A margine della riunione, il presidente della Repubblica di Cipro, Nikos Christodoulides, in veste di presidente di turno del Consiglio dell’Unione europea, la presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, e la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, hanno apposto le loro firme sulla tabella di marcia «Un’Europa, un mercato». Oltre 40 punti d’azione, scadenze, impegni istituzionali che riprendono iter già avviati e obiettivi già annunciati. Niente di nuovo, la solita liturgia europea per mostrare qualche passo di lato.
Al netto delle cerimonie, il contenuto politico del vertice si concentra in tre linee di frattura piuttosto nette.
La prima riguarda il Patto di stabilità e l’emergenza energetica. La chiusura dello Stretto di Hormuz ha scaricato sull’economia europea un costo che Von der Leyen stessa ha quantificato in 22 miliardi di euro in 44 giorni. Su questo, l’Italia si è presentata a Cipro con le idee chiare. Appena atterrata sull’isola, Giorgia Meloni ha dichiarato che «l’Europa deve essere molto più coraggiosa» sul fronte energetico, che il piano della Commissione «è un passo in avanti ma non sufficiente» e che questo ragionamento «riguarda anche il tema del Patto di stabilità». Per il premier gli aiuti per l’energia non devono essere conteggiati ai fini del rispetto del Patto, sul modello delle spese militari con lo strumento Safe. «Lo spazio fiscale non è lo stesso per tutti i Paesi», ha ribadito. Una posizione che tiene conto del fatto che l’Italia resta inchiodata nella procedura per disavanzo eccessivo, con il deficit al 3,1% del Pil. Da Roma, il vicepremier Matteo Salvini ha aggiunto che «se l’Europa ci consentisse oggi di fare uno scostamento per le spese militari, vorrei che ci consentisse uno scostamento pari per spese economiche e sociali».
A margine dei lavori Meloni ha avuto un bilaterale con il cancelliere tedesco Friedrich Merz. Nel punto stampa conclusivo, il presidente del Consiglio ha riferito che i tedeschi «si rendono conto di quanto sia difficile la situazione», che «c’è la volontà di venirsi incontro» e che «si parte da posizioni leggermente distanti, ma si sta cercando di avvicinarsi».
Dalla Commissione, però, la risposta è quella di sempre. Von der Leyen ha ribadito che la clausola di salvaguardia «può essere attivata solo in caso di grave recessione economica» e che «fortunatamente questa non è la situazione attuale», pur aggiungendo che «l’Ecofin discuterà la questione nel dettaglio». Il commissario all’Economia, Valdis Dombrovskis, ha confermato la linea dal Delphi economic forum in Grecia, precisando che «siamo in uno scenario di rallentamento economico» e che «riteniamo siano necessarie misure fiscali temporanee e mirate». Il premier belga, Bart De Wever, si è affiancato a Meloni sulle critiche alla proposta della Commissione, spingendo per «revisioni più radicali del Sistema di scambio di quote di emissioni» e giudicando «un peccato» l’assenza di una tassa europea sugli extraprofitti delle major energetiche.
La seconda frattura emersa dalla due giorni mediterranea riguarda il bilancio pluriennale. Il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, ha definito il tema «urgente» annunciando che vi tornerà «regolarmente» nel 2026. Von der Leyen ha spinto per un bilancio più corposo, sostenendo che senza nuove risorse proprie «la scelta è netta: o si aumentano i contributi nazionali, oppure si riduce la capacità di spesa». L’Olanda ha risposto che invece le dimensioni del bilancio «devono ridursi sostanzialmente», mentre Merz ha chiuso la porta al debito comune e a qualsiasi prelievo fiscale europeo sulle imprese, avvertendo che «avremo bisogno di tagli orizzontali su tutte le voci della proposta» e che «si tratterà di negoziati difficili». Si attende dunque un lungo negoziato sul bilancio, tra chi vorrebbe una espansione, che significa maggiore ingerenza della sovrastruttura di Bruxelles, e chi invece difende le scelte nazionali. Vale la pena sottolineare che un bilancio Ue più sostanzioso significa che i Paesi contributori netti dovranno versare ancora di più e che ci dovranno essere nuove tasse europee.
La terza linea di divisione che emerge dagli incontri contrappone chi governa con mandato democratico a chi applica regole da Bruxelles, senza rispondere a nessun elettore. Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, aveva già reso l’idea prima del vertice, paragonando i titolari dei conti pubblici nazionali a «medici nell’ospedale da campo che vedono arrivare feriti da tutte le parti», mentre i vertici europei «hanno problemi diversi». Von der Leyen ha continuato a illustrare il catalogo degli strumenti disponibili come risposta sufficiente, citando «circa 300 miliardi di euro per investimenti nel settore energia, di cui 95 miliardi non ancora usati». Costa ha concluso che «per l’Europa esiste un’unica strada strategica, quella di accelerare la diffusione di fonti energetiche nazionali, pulite e a prezzi accessibili». Torna ancora il mito dell’unica strada percorribile dall’Europa, senza alternative, uno dei topos preferiti dalla narrativa europea.
Il prossimo appuntamento utile sarà l’Ecofin del 5 maggio, dove la discussione sul Patto riprenderà, verosimilmente con le stesse posizioni di partenza.
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Il premier, Pedro Sánchez, ha minimizzato: «Nessuna preoccupazione, lavoriamo sulla base di documenti ufficiali». Quelli, in effetti, mancano. Non potrebbe essere altrimenti: il trattato istitutivo non prevede nulla a riguardo e tutte le decisioni si prendono all’unanimità. Gli iberici dovrebbero votare contro sé stessi. Semmai, gli Usa potrebbero decidere in maniera unilaterale di escludere Madrid da alcune operazioni da loro coordinate, oppure negare la condivisione di informazioni. Non sarebbe poco, vista l’aria che tira nel blocco occidentale. È anche per questo che ieri, al vertice di Cipro, i membri dell’Unione hanno iniziato a precisare il funzionamento dell’articolo 42 del Trattato Ue, sulla mutua assistenza in caso di attacco. Il presidente del Consigio Ue, António Costa, ha però preferito glissare sulla paventata rappresaglia trumpiana: «Cooperiamo con la Nato», ha tagliato corto, «ma non discutiamo le sue questioni interne».
In verità, il governo socialista spagnolo si è comportato più o meno come l’Italia: ha concesso l’uso delle basi per le attività previste dagli accordi in vigore. Perciò Roma ha potuto rifiutare un atterraggio a Sigonella: occorreva un’autorizzazione preventiva e il velivolo non aveva meri scopi logistici, essendo diretto, dopo lo scalo, in Iran. Tanto era bastato a Trump, il quale esige dai soci la pubblica genuflessione, per dirsi «scioccato» da Giorgia Meloni e per scrivere sui social che gli Usa «non ci saranno» per noi nel bisogno. Il tycoon ha il dente ancora più avvelenato con Sánchez, il più filocinese degli europei, che per compattare una ballerina maggioranza di sinistra radicale ci ha tenuto a sbandierare la sua posizione critica sul conflitto. Non a caso, Podemos, che all’esecutivo ha concesso soltanto un appoggio esterno, ieri ha invocato l’uscita unilaterale dalla Nato.
Il nervosismo dell’America, però, non deriva solo dalle pretese imperiali della Casa Bianca. Oltreoceano si starà incrinando la fiducia nella potenza militare a stelle e strisce, che gli Usa hanno spesso esibito in questi mesi.
Gli allarmi sullo svuotamento degli arsenali si stanno moltiplicando. Il generale Dan Caine, capo dello Stato maggiore congiunto, aveva messo in guardia Turmp durante le discussioni preliminari su Epic fury. La Cnn ha pubblicato una lista dettagliata degli armamenti consumati in quaranta giorni di bombardamenti. È all’incirca la stessa valutazione di ieri del New York Times, basata su rapporti del dipartimento della Difesa. Durante le ostilità, sono stati lanciati 1.100 cruise stealth a lungo raggio; 1.000 Tomahawk, dieci volte quelli che vengono acquistati in un anno per 3,6 milioni l’uno; 1.200 intercettori Patriot, da 4 milioni ciascuno; 1.000 testate di precisione e aria-superficie. Il conto: tra i 28 e i 35 miliardi di dollari, quasi 1 miliardo al dì, 5,6 bruciati solo nel primo giorno di raid massicci. E per ricostituire le scorte potrebbero servirne fino a 47, senza contare il fattore tempo. Così, già a novembre, il Pentagono aveva convocato i vertici delle case automobilistiche, esortandoli a riconvertire a finalità belliche alcune delle loro linee di produzione.
Ma il vero guaio è che, per combattere il regime sciita, l’America ha lasciato scoperti altri teatri. Sicuramente l’Europa occidentale, dove scarseggiano droni da ricognizione e d’attacco; insieme alla riduzione di addestramenti ed esercitazioni, ne esce compromessa la capacità di deterrenza nei confronti della Russia. Certo, per Trump potrebbe essere un problema trascurabile: agli Usa interessa più strappare Mosca dalle grinfie dei cinesi, che proteggere il Vecchio continente dalle provocazioni di Vladimir Putin. È in Asia che casca l’asino.
L’Indo-Pacifico era uno dei settori prioritari individuati dal compasso strategico dello scorso dicembre: almeno dagli anni di Barack Obama, è il «perno» degli interessi nazionali all’estero. Dall’inizio della guerra agli ayatollah, tuttavia, gli americani sono stati costretti a smobilitare: hanno spostato in Medio Oriente 2.200 Marines, nonché le contraeree Thaad stanziate in Corea del Sud, unico Paese partner a ospitare tale sofisticato sistema di difesa, utile a fronteggiare le minacce di Pyongyang. Pure i missili da crociera impiegati in Iran, in teoria, erano stati progettati per un eventuale confronto con Pechino. Peraltro, la prontezza operativa Usa era stata già limitata dal supporto offerto a Israele, quando i blitz degli Huthi avevano indotto Washington a dirottare navi e aerei nel Mar Rosso.
Non esiste più un poliziotto del mondo. Non c’è più una superpotenza dominante. Ognuno ha risorse limitate e deve saperle dosare bene. Le difficoltà del Golia a stelle e strisce sono il segnale inequivocabile della fine dell’egemonia statunitense; una condizione che la dottrina Donroe di Trump sembrava attrezzata a gestire e che, invece, sta esplodendo in mano al presidente. Anche perché la performance militare in Iran, finora, è stata tanto mastodontica quanto confusionaria. E la Cina, che ha le grinfie su Taiwan, l’ha osservata. Sogghignando: con Sun Tzu, Xi Jinping sa che l’arte della guerra consiste nel vincere senza dover combattere.
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L'inviato speciale degli Stati Uniti per le missioni di pace Steve Witkoff (Ansa)
Inizia forse a sbloccarsi lo stallo diplomatico sulla crisi iraniana. Ieri, il ministro degli Esteri di Teheran, Abbas Araghchi, è partito per Islamabad. Reuters ha inizialmente riportato che, prima di ripartire alla volta di Oman e Russia, avrebbe dovuto incontrarsi con dei funzionari pakistani, per discutere con loro dell’eventualità di un secondo round di colloqui con gli Stati Uniti e per presentare la risposta iraniana al piano di pace americano. Tuttavia, alcune ore più tardi, la Cnn ha riferito che Donald Trump avrebbe mandato in Pakistan Steve Witkoff e Jared Kushner per degli incontri con il ministro iraniano da tenersi nel corso del fine settimana. La Casa Bianca ha confermato che i due inviati statunitensi partiranno stamane. Inoltre, sempre secondo la Cnn, potrebbe successivamente muoversi anche JD Vance, qualora il processo diplomatico dovesse prendere slancio. È del resto verosimile che la situazione si stia sbloccando anche in conseguenza dell’estensione del cessate il fuoco tra Israele e Libano, annunciata l’altro ieri dal presidente americano.
Ricordiamo che la seconda tornata di colloqui tra americani e iraniani avrebbe dovuto originariamente tenersi martedì, tanto che la delegazione di Washington, guidata da Vance, era pronta a partire alla volta di Islamabad. In un primo momento, anche gli iraniani avevano acconsentito a prendere parte al meeting. Poi, a causa di divisioni interne al regime khomeinista, Teheran aveva fatto sapere che avrebbe partecipato soltanto a patto che gli Usa avessero revocato il blocco imposto ai porti iraniani: una pretesa che la Casa Bianca aveva respinto, puntando a usare lo sbarramento navale come leva negoziale con la Repubblica islamica.
In tutto questo, secondo Iran International, sembrerebbe essersi verificato una sorta di terremoto in seno al team di Teheran: parrebbe infatti che il presidente del parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, si sia dimesso da capo della squadra negoziale a causa di disaccordi interni. In particolare, il diretto interessato sarebbe stato criticato per aver cercato di inserire la questione del nucleare iraniano nelle trattative con Washington. Se la notizia fosse confermata, è probabile che Ghalibaf possa essere sostituito da un esponente dell’ala intransigente del regime khomeinista, come Saeed Jalili. Araghchi, dal canto suo, starebbe tuttavia cercando di assumere la guida del team negoziale: del resto, sarà un caso, ma è stato proprio lui a recarsi in Pakistan ieri.
Negli Stati Uniti si registra frattanto un cauto ottimismo. Ieri, Pete Hegseth ha detto che l’Iran ha la possibilità di raggiungere un «buon accordo» con Washington. Parole significative, visto che, differentemente da Vance e Marco Rubio, il capo del Pentagono è stato finora tra le voci più scettiche, nell’amministrazione Trump, verso la diplomazia con Teheran. Al contempo, Hegseth ha difeso il blocco navale americano. «Il nostro blocco si sta ampliando e sta diventando globale. Nessuno può navigare dallo Stretto di Hormuz verso qualsiasi parte del mondo senza il permesso della Marina degli Stati Uniti», ha affermato. «Se ci saranno tentativi di posare altre mine in modo sconsiderato e irresponsabile, interverremo. Si tratta di una violazione del cessate il fuoco», ha anche detto. E così - mentre Ursula von der Leyen proponeva di «ampliare» l’operazione Aspides, «passando dalla mera protezione a un sofisticato coordinamento marittimo congiunto» - Hegseth lanciava una stoccata agli europei. «Non contiamo sull’Europa, ma loro hanno bisogno dello Stretto di Hormuz molto più di noi», ha affermato.
Il nodo di Hormuz continua, insomma, a rivelarsi centrale. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, il conflitto in corso ha portato alla perdita di 120 miliardi di metri cubi di gas naturale liquefatto per il periodo 2026-2030. Dall’altra parte, è vero che gli Usa dipendono meno dallo Stretto rispetto agli europei. Ma la sua chiusura ha un impatto sui costi energetici a livello globale: il che ha determinato un deciso aumento del prezzo della benzina negli Stati Uniti. Si tratta di un problema che Trump deve risolvere urgentemente, se vuole rafforzare il Partito repubblicano in vista delle Midterm di novembre. Il problema, per lui, sono le divisioni in seno al regime khomeinista che finora non è riuscito a mostrarsi compatto sulla linea da seguire. Da una parte, si registra un’ala dialogante (di cui fa parte Araghchi), che auspica la soluzione diplomatica, temendo gli effetti della pressione economica statunitense. Dall’altra, emerge un’ala ostile ai negoziati, che fa capo ai pasdaran. Ghalibaf ha cercato finora di trovare una sintesi tra queste sue istanze contrapposte, ma non c’è riuscito. Il suo passo indietro da capo negoziatore potrebbe essere legato (anche) a questa circostanza.
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Fattura da 108.000 euro per tre brevi ricoveri in ospedale. Lo Stato che non ha fatto i controlli sul locale della strage presenta il conto per i doverosi soccorsi alle vittime. Ira dell’Italia: «Scordatevelo». La Meloni: «Richiesta ignobile, mi auguro che la notizia si riveli infondata».
«Sono un ateo teologico esistenziale. Credo nell’intelligenza dell’Universo con l’eccezione di qualche cantone svizzero», diceva Woody Allen in una delle sue folgoranti battute. Oggi sappiamo con certezza che uno di quei cantoni non baciati dall’intelligenza divina è quello Vallese nel cui territorio e sotto la sua giurisdizione è avvenuta la tragedia di Crans Montana. E non mi riferisco soltanto al rogo del Costellation, che già in sé è un importante indizio.
No, siccome al peggio non c’è mai limite, ieri il presidente del cantone, tale Mathias Reynard, ha comunicato al nostro ambasciatore a Berna, Gian Lorenzo Cornado, che la Svizzera non pagherà le spese sanitarie sostenute per le prime cure ai ragazzi italiani rimasti feriti e ustionati in quella drammatica notte, in particolare che «la mutua svizzera chiederà all’Italia il rimborso di 100.000 franchi (108.000 euro circa) per il breve ricovero di tre ragazzi italiani». A nulla è valso ricordare allo svizzero vallese che, questione etica e morale a parte, il nostro Paese si è fatto carico per settimane della cura di due cittadini svizzeri all’ospedale Niguarda di Milano e che la protezione civile della Valle d’Aosta ha partecipato ai soccorsi con un proprio elicottero nelle prime ore della tragedia, tutto rigorosamente a spese dell’Italia.
Verrebbe da dire: svizzeri assassini e pure strozzini, ma non si può dire perché qualche assassino e qualche strozzino potrebbe offendersi. Soldi (spesso grondanti di sangue dei dittatori di mezzo mondo), mucche e cioccolato nei secoli hanno prodotto - oltre al governatore Mathias Reynard - un eroe nazionale, Guglielmo Tell, probabilmente mai esistito, il cui unico merito era di avere una buona mira; l’ingegno svizzero non è mai andato oltre il cucù.
In un memorabile monologo Roberto Benigni, gli svizzeri, li racconta così: «Il dialogo con lo svizzero è piuttosto semplice. Non è che c’hanno tanti argomenti: Buon giorno che fai? Andavo in banca, e te? Sono stato a prendere il latte, ora vado a prendere una cioccolata. Ma sì andiamo a prendere una cioccolata in banca…». Con gente così si può parlare di umanità, di onore, di senso di responsabilità? Difficile, siamo lontani anni luce anche per quello che riguarda il senso della vergogna e il cinismo. Non dubitiamo che l’Italia si rifiuterà di pagare un solo franco a gentaglia del genere e le prime dichiarazioni pubbliche vanno in tal senso. Non per mancanza di fiducia, ma su questo vigileremo con particolare tigna, al primo segnale di cedimento la guerra al governo (e alla Svizzera) siamo pronti a dichiara noi.
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