True
2024-05-12
Per l’uomo forte Pd la sinistra genovese ha aiutato e eleggere un sindaco di destra
Mauro Vianello (Ansa)
Dalle nuove intercettazioni depositate nell’inchiesta che ha fatto finire ai domiciliari il governatore ligure Giovanni Toti emergono nuovi elementi che confermano come, in realtà, il sistema di potere che ruotava intorno alla giunta regionale di centrodestra fosse ancora targato Pd. La figura centrale di questo apparato è uno degli indagati, Mauro Vianello, settantunenne ex militante del Partito comunista, oggi affermato imprenditore del settore portuale e presidente dell’Ente bacini, controllato dall’Autorità portuale. Vianello è accusato di una presunta corruzione nei confronti dell’ex presidente del Porto di Genova, Paolo Emilio Signorini, unico tra gli indagati finito in carcere. Quest’ultimo, in cambio dell’aumento della tariffa oraria per il servizio prevenzione, vigilanza e primo intervento antincendio al porto del capoluogo ligure, svolto da una società di Vianello, la Santa Barbara Srl, avrebbe ottenuto dall’imprenditore l’uso di un’auto, il pagamento dei 6.600 euro per il banchetto nuziale della figlia e un regalo per una sua amica. È lo stesso Signorini a spiegare, riferendosi a Vianello, il ruolo dell’imprenditore trai i dem genovesi: «Lo conosco soprattutto perché, essendo il Pd genovese oramai governato da lui […]». Una conversazione risalente a ottobre 2022 tra S. D., amica di Signorini e A. P. viene sintetizzata così dagli investigatori della Guardia di finanza: «S.D. dice che Paolo Emilio (Signorini, ndr) ha bisogno di apparire sui giornali anche perché se l’incarico in Iren è temporizzato a dicembre deve spremere più che può questo Mauro (Vianello ndr) e tutte le conoscenze che ha perché dicembre è vicino, dice anche che Mauro è un pezzo da novanta del Pd di Genova, tramite Mauro lui adesso ha anche l’appoggio del Pd e se lo tiene molto caro». La donna poi chiosa spiegando che «la forza politica che decide di metterci dentro (in Iren) non è Bucci, ma il Pd». Poi le due donne «parlano del fatto che Mauro Vianello avrebbe avvisato Marco Bucci del fatto che qualora Paolo Emilio Signorini non fosse stato assegnato a Iren allora il sindaco di Genova avrebbe avuto problemi con il Pd per tutto il suo mandato». L’operazione del passaggio di Signorini al vertice della multiutility Iren andrà poi a buon fine a partire 30 agosto 2023. E, secondo quanto riportato dall’ordinanza di custodia cautelare, il manager si ricorda quasi subito degli amici. Infatti alcuni mesi dopo la nomina, «come emerso da fonti aperte […] Paolo
Emilio Signorini designava Mauro Vianello come proprio consulente in Iren, con il compito
di curare i rapporti con il territorio e lo sviluppo dei progetti in Liguria». Il compenso «per il contratto di consulenza de quo avrebbe avuto un
valore di circa 200.000 euro annui, con possibilità di rinnovo». Signorini, inoltre, grazie alle sue deleghe, «avrebbe affidato l’incarico a Vianello senza preventivamente informare l’azienda o il cda della stessa, ovvero “senza procedere ad alcuna selezione tra candidati”». A Vianello viene attribuito anche un ruolo di primo piano nella scelta dell’ad dell’Ente bacini, carica affidata nel maggio del 2022 all’avvocato Alessandro Terrile, ex segretario provinciale del Pd e, all’epoca della nomina, consigliere comunale del partito del Nazareno al Comune di Genova. Un’operazione che l’imprenditore indagato, definisce «politica». In una conversazione trascritta dagli investigatori Vianello, che è al telefono con Signorini, si mostra entusiasta della nomina di Terrile nella società partecipata dall’Autorità portuale: «L’operazione Terrile è un operazione geniale nel senso che abbiamo messo una persona che è una delle persone più valide dal punto di vista politico ed è un giovane che lavora in uno studio professionale avviato ce lo abbiamo messo a lavorare dentro al porto e che per 3 anni è blindato io dico che se ci vuole stare ci sta 20 anni e però è uno che fa politica dalla mattina alla sera ed è bravo». Poi conclude: «È venuto qua, ha preso già, ha pisciato negli angoli prende dimestichezza col sistema e andiamo avanti, c’è Davide che è insieme e quindi abbiam fatto questa operazione qua, ovviamente all’interno del Pd sta operazione ha creato un po’ di sconquasso non tanto per la verità ma un po’ l’ha creato e anche io c’ho i miei problemi». Il «Davide» citato da Vianello è Davide Gaggero, che, annotano gli investigatori, è il «presidente del consiglio di amministrazione della Santa Barbara Srl», ovvero, come detto, la società di Vianello che opera all’interno del porto. I finanzieri evidenziano anche che Gaggero ricopre anche la carica «consigliere di amministrazione di Ente bacini». Ma anche Terrile, che ha poi ottenuto un incarico di peso all’interno della segreteria nazionale del Pd, lavora per Vianello. A svelarlo, in un’intercettazione del gennaio 2021, è proprio il governatore Toti, che dice a Spinelli:
«Il problema è che il Pd sta perdendo un casino perché tra D’Angelo (Simone, segretario provinciale del Pd, ndr)... le cose che non rispondono... rispondono a Vianello, a tutto il mondo di là... […] ora candideranno, secondo me, contro Bucci candidano Terrile di bandiera». Poi aggiunge: «Terrile è un ragazzo, è un avvocato! […] L’avvocato della Santa Barbara...». Probabilmente è in virtù di questa blindatura all’interno dell’Ente bacini, che, nella già citata telefonata con Signorini, Vianello lancia una ideale sfida al sindaco di Genova: «Se Bucci con i risultati che ha ottenuto pensa di menarcelo senza che noi portiamo a casa qualcosa se ne va a fanculo, ci giochiamo le nostre carte e lui si gioca le sue, vediamo chi vince vediamo quanto ci mette a fare il tunnel portuale, vediamo quanto ci mette a fare... tutte le volta che parla di Ente bacini io gli risponderò sui giornali dicendo che non mi risulta che lui abbia la firma su Ente bacini». Del resto, dalla conversazione emerge come Vianello si senta di fatto il vero grande elettore di Bucci, grazie alla scelta di un candidato del centrosinistra perdente in partenza: «Ti dico la verità, ça va sans dire, io ti posso garantire che fare quello che ho fatto mi è costato, gli ho detto: “perché io ti ho tolto un competitor dalla tornata elettorale e ho candidato un coglione che sapevamo che perde altrimenti candidavamo Terrile e non era 55% può darsi che era molto meno, no?”». Alle Comunali del 2022 Bucci aveva sconfitto lo sfidante Ariel Dello Strologo, sostenuto dal centrosinistra, portando a casa il 55,5% delle preferenze, contro il 38% dell’avversario.
Il primo cittadino: i dem devono votare pure per noi
La strategia elettorale della vecchia sinistra per le politiche del 2022 era questa: sostenere due schieramenti del centrodestra. E per mettere in atto il proposito bisognava far sporcare le mani a un mediatore, il vecchio leone del Partito comunista: Mauro Vianello, 71 anni, imprenditore del settore portuale e presidente dell’Ente bacini, controllato dall’Autorità portuale. Un uomo con alle spalle una lunga militanza a sinistra. Vianello nell’inchiesta è accusato di una presunta corruzione nei confronti dell’ex presidente dell’Autorità portuale, Paolo Emilio Signorini. Che a telefono con il sindaco Marco Bucci si lascia scappare: «Sono d’accordo, magari una volta bisognava riuscire a capire perché è esattamente così, loro non, non possono chiederci di... considerarli contro... noi possiamo sostenere entrambi, non c’è un’altra via». Bucci è d’accordo: «Esattamente! No, ma è giusto no Vianello, vai da Vianello e dici un po’ di Pd deve sostenere Giovanni e un po’ di Pd deve sostenere Rixi punto.». Quel Giovanni è Toti, che aveva schierato i suoi uomini nel movimento Noi moderati-Italia al centro. Rixi è Edoardo Rixi, viceministro alle Infrastrutture e trasporti e uomo forte della Lega in Liguria, come il sindaco Bucci. In parole povere ai due va bene che Toti prenda i voti del Pd, a patto che qualcosa venga smistato anche su Rixi. La telefonata è del 22 agosto di quell’anno e in vista c’era il voto del 25 settembre. I due studiano la situazione. E Signorini spiega: «Volevo dirti una cosa, ma io però un po’ di tensione dialettica tra Giovanni ed Edoardo la vedo... adesso le liste forse le hanno fatte ed è tutto più tranquillo». Bucci prevede scintille: «Ma poco... no... più che altro è che adesso cominceranno un po’ a litigarsi il centrodestra [...]. Ma oggi a me Toti mi ha detto chiaro e tondo, un po’ li prende Edoardo e la stragrande maggioranza li prende... Noi moderati che va bene, insomma...». Signorini ribatte: «No ma te lo dico... molto banalmente... perché se si porta l’acqua al carro di Edoardo... Giovanni... e non possiamo dire uno sì e uno no perché se no perdiamo alla fine... al limite tutti e due...».
La strategia entra nel vivo: «E dobbiamo quindi dividere le forze in maniera tale che ci siano tutti e due, magari con un piano preciso e ordinato [...]. Hai capito, questa è la proposta che dobbiamo fare... dobbiamo fare in modo che vincano tutti e due, signori diteci come [...]. Io mercoledì vedo Giovanni e facciamo un bel discorso strategico». E il tutto passa per i voti del Pd. Signorini annuncia: «Anche io gli ho detto... mi hanno chiesto di fare un pranzo con Vianello (che Signorini frequenta anche durante gli incontri del Rotary, ndr)». I due si salutano alla marinaresca. Bucci: «Andiamo avanti come la si dice, mano sulla barra del timone». E Signorini: «Sai che stai parlando con un timoniere esperto». Bucci sfoggia lo slang da timoniere: «Esattamente, vento al giardinetto (ovvero con il vento in poppa, ndr) e avanti tutta, d’accordo?». La promessa di Signorini, però, coincidenza, sembra quella di un marinaio. Con Vianello c’è un rapporto di vecchia data. I due, all’indomani delle elezioni amministrative vinte da Bucci, commentando i risultati elettorali si confrontano sulla possibilità che il sindaco non tenga fede alla parola data. Signorini: «Io non ho problemi affettivi, quindi se uno non mi dà nulla lo prendo per quello che è... e questo qui a noi non ci dà nulla». Vianello: «Ha fatto una promessa, vedremo... non la manterrà sicuro, però».
Continua a leggereRiduci
L’indagato Mauro Vianello: «Abbiamo candidato un coglione sapendo di perdere. Il nostro avvocato al porto? Un’operazione politica».il sindaco Bucci perorava la causa del governatore, invitando gli avversari a indirizzare alcuni loro consensi su Noi moderati e sulla Lega.Lo speciale contiene due articoli.Dalle nuove intercettazioni depositate nell’inchiesta che ha fatto finire ai domiciliari il governatore ligure Giovanni Toti emergono nuovi elementi che confermano come, in realtà, il sistema di potere che ruotava intorno alla giunta regionale di centrodestra fosse ancora targato Pd. La figura centrale di questo apparato è uno degli indagati, Mauro Vianello, settantunenne ex militante del Partito comunista, oggi affermato imprenditore del settore portuale e presidente dell’Ente bacini, controllato dall’Autorità portuale. Vianello è accusato di una presunta corruzione nei confronti dell’ex presidente del Porto di Genova, Paolo Emilio Signorini, unico tra gli indagati finito in carcere. Quest’ultimo, in cambio dell’aumento della tariffa oraria per il servizio prevenzione, vigilanza e primo intervento antincendio al porto del capoluogo ligure, svolto da una società di Vianello, la Santa Barbara Srl, avrebbe ottenuto dall’imprenditore l’uso di un’auto, il pagamento dei 6.600 euro per il banchetto nuziale della figlia e un regalo per una sua amica. È lo stesso Signorini a spiegare, riferendosi a Vianello, il ruolo dell’imprenditore trai i dem genovesi: «Lo conosco soprattutto perché, essendo il Pd genovese oramai governato da lui […]». Una conversazione risalente a ottobre 2022 tra S. D., amica di Signorini e A. P. viene sintetizzata così dagli investigatori della Guardia di finanza: «S.D. dice che Paolo Emilio (Signorini, ndr) ha bisogno di apparire sui giornali anche perché se l’incarico in Iren è temporizzato a dicembre deve spremere più che può questo Mauro (Vianello ndr) e tutte le conoscenze che ha perché dicembre è vicino, dice anche che Mauro è un pezzo da novanta del Pd di Genova, tramite Mauro lui adesso ha anche l’appoggio del Pd e se lo tiene molto caro». La donna poi chiosa spiegando che «la forza politica che decide di metterci dentro (in Iren) non è Bucci, ma il Pd». Poi le due donne «parlano del fatto che Mauro Vianello avrebbe avvisato Marco Bucci del fatto che qualora Paolo Emilio Signorini non fosse stato assegnato a Iren allora il sindaco di Genova avrebbe avuto problemi con il Pd per tutto il suo mandato». L’operazione del passaggio di Signorini al vertice della multiutility Iren andrà poi a buon fine a partire 30 agosto 2023. E, secondo quanto riportato dall’ordinanza di custodia cautelare, il manager si ricorda quasi subito degli amici. Infatti alcuni mesi dopo la nomina, «come emerso da fonti aperte […] PaoloEmilio Signorini designava Mauro Vianello come proprio consulente in Iren, con il compitodi curare i rapporti con il territorio e lo sviluppo dei progetti in Liguria». Il compenso «per il contratto di consulenza de quo avrebbe avuto unvalore di circa 200.000 euro annui, con possibilità di rinnovo». Signorini, inoltre, grazie alle sue deleghe, «avrebbe affidato l’incarico a Vianello senza preventivamente informare l’azienda o il cda della stessa, ovvero “senza procedere ad alcuna selezione tra candidati”». A Vianello viene attribuito anche un ruolo di primo piano nella scelta dell’ad dell’Ente bacini, carica affidata nel maggio del 2022 all’avvocato Alessandro Terrile, ex segretario provinciale del Pd e, all’epoca della nomina, consigliere comunale del partito del Nazareno al Comune di Genova. Un’operazione che l’imprenditore indagato, definisce «politica». In una conversazione trascritta dagli investigatori Vianello, che è al telefono con Signorini, si mostra entusiasta della nomina di Terrile nella società partecipata dall’Autorità portuale: «L’operazione Terrile è un operazione geniale nel senso che abbiamo messo una persona che è una delle persone più valide dal punto di vista politico ed è un giovane che lavora in uno studio professionale avviato ce lo abbiamo messo a lavorare dentro al porto e che per 3 anni è blindato io dico che se ci vuole stare ci sta 20 anni e però è uno che fa politica dalla mattina alla sera ed è bravo». Poi conclude: «È venuto qua, ha preso già, ha pisciato negli angoli prende dimestichezza col sistema e andiamo avanti, c’è Davide che è insieme e quindi abbiam fatto questa operazione qua, ovviamente all’interno del Pd sta operazione ha creato un po’ di sconquasso non tanto per la verità ma un po’ l’ha creato e anche io c’ho i miei problemi». Il «Davide» citato da Vianello è Davide Gaggero, che, annotano gli investigatori, è il «presidente del consiglio di amministrazione della Santa Barbara Srl», ovvero, come detto, la società di Vianello che opera all’interno del porto. I finanzieri evidenziano anche che Gaggero ricopre anche la carica «consigliere di amministrazione di Ente bacini». Ma anche Terrile, che ha poi ottenuto un incarico di peso all’interno della segreteria nazionale del Pd, lavora per Vianello. A svelarlo, in un’intercettazione del gennaio 2021, è proprio il governatore Toti, che dice a Spinelli:«Il problema è che il Pd sta perdendo un casino perché tra D’Angelo (Simone, segretario provinciale del Pd, ndr)... le cose che non rispondono... rispondono a Vianello, a tutto il mondo di là... […] ora candideranno, secondo me, contro Bucci candidano Terrile di bandiera». Poi aggiunge: «Terrile è un ragazzo, è un avvocato! […] L’avvocato della Santa Barbara...». Probabilmente è in virtù di questa blindatura all’interno dell’Ente bacini, che, nella già citata telefonata con Signorini, Vianello lancia una ideale sfida al sindaco di Genova: «Se Bucci con i risultati che ha ottenuto pensa di menarcelo senza che noi portiamo a casa qualcosa se ne va a fanculo, ci giochiamo le nostre carte e lui si gioca le sue, vediamo chi vince vediamo quanto ci mette a fare il tunnel portuale, vediamo quanto ci mette a fare... tutte le volta che parla di Ente bacini io gli risponderò sui giornali dicendo che non mi risulta che lui abbia la firma su Ente bacini». Del resto, dalla conversazione emerge come Vianello si senta di fatto il vero grande elettore di Bucci, grazie alla scelta di un candidato del centrosinistra perdente in partenza: «Ti dico la verità, ça va sans dire, io ti posso garantire che fare quello che ho fatto mi è costato, gli ho detto: “perché io ti ho tolto un competitor dalla tornata elettorale e ho candidato un coglione che sapevamo che perde altrimenti candidavamo Terrile e non era 55% può darsi che era molto meno, no?”». Alle Comunali del 2022 Bucci aveva sconfitto lo sfidante Ariel Dello Strologo, sostenuto dal centrosinistra, portando a casa il 55,5% delle preferenze, contro il 38% dell’avversario.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vianello-genova-bucci-2668235483.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-primo-cittadino-i-dem-devono-votare-pure-per-noi" data-post-id="2668235483" data-published-at="1715462032" data-use-pagination="False"> Il primo cittadino: i dem devono votare pure per noi La strategia elettorale della vecchia sinistra per le politiche del 2022 era questa: sostenere due schieramenti del centrodestra. E per mettere in atto il proposito bisognava far sporcare le mani a un mediatore, il vecchio leone del Partito comunista: Mauro Vianello, 71 anni, imprenditore del settore portuale e presidente dell’Ente bacini, controllato dall’Autorità portuale. Un uomo con alle spalle una lunga militanza a sinistra. Vianello nell’inchiesta è accusato di una presunta corruzione nei confronti dell’ex presidente dell’Autorità portuale, Paolo Emilio Signorini. Che a telefono con il sindaco Marco Bucci si lascia scappare: «Sono d’accordo, magari una volta bisognava riuscire a capire perché è esattamente così, loro non, non possono chiederci di... considerarli contro... noi possiamo sostenere entrambi, non c’è un’altra via». Bucci è d’accordo: «Esattamente! No, ma è giusto no Vianello, vai da Vianello e dici un po’ di Pd deve sostenere Giovanni e un po’ di Pd deve sostenere Rixi punto.». Quel Giovanni è Toti, che aveva schierato i suoi uomini nel movimento Noi moderati-Italia al centro. Rixi è Edoardo Rixi, viceministro alle Infrastrutture e trasporti e uomo forte della Lega in Liguria, come il sindaco Bucci. In parole povere ai due va bene che Toti prenda i voti del Pd, a patto che qualcosa venga smistato anche su Rixi. La telefonata è del 22 agosto di quell’anno e in vista c’era il voto del 25 settembre. I due studiano la situazione. E Signorini spiega: «Volevo dirti una cosa, ma io però un po’ di tensione dialettica tra Giovanni ed Edoardo la vedo... adesso le liste forse le hanno fatte ed è tutto più tranquillo». Bucci prevede scintille: «Ma poco... no... più che altro è che adesso cominceranno un po’ a litigarsi il centrodestra [...]. Ma oggi a me Toti mi ha detto chiaro e tondo, un po’ li prende Edoardo e la stragrande maggioranza li prende... Noi moderati che va bene, insomma...». Signorini ribatte: «No ma te lo dico... molto banalmente... perché se si porta l’acqua al carro di Edoardo... Giovanni... e non possiamo dire uno sì e uno no perché se no perdiamo alla fine... al limite tutti e due...». La strategia entra nel vivo: «E dobbiamo quindi dividere le forze in maniera tale che ci siano tutti e due, magari con un piano preciso e ordinato [...]. Hai capito, questa è la proposta che dobbiamo fare... dobbiamo fare in modo che vincano tutti e due, signori diteci come [...]. Io mercoledì vedo Giovanni e facciamo un bel discorso strategico». E il tutto passa per i voti del Pd. Signorini annuncia: «Anche io gli ho detto... mi hanno chiesto di fare un pranzo con Vianello (che Signorini frequenta anche durante gli incontri del Rotary, ndr)». I due si salutano alla marinaresca. Bucci: «Andiamo avanti come la si dice, mano sulla barra del timone». E Signorini: «Sai che stai parlando con un timoniere esperto». Bucci sfoggia lo slang da timoniere: «Esattamente, vento al giardinetto (ovvero con il vento in poppa, ndr) e avanti tutta, d’accordo?». La promessa di Signorini, però, coincidenza, sembra quella di un marinaio. Con Vianello c’è un rapporto di vecchia data. I due, all’indomani delle elezioni amministrative vinte da Bucci, commentando i risultati elettorali si confrontano sulla possibilità che il sindaco non tenga fede alla parola data. Signorini: «Io non ho problemi affettivi, quindi se uno non mi dà nulla lo prendo per quello che è... e questo qui a noi non ci dà nulla». Vianello: «Ha fatto una promessa, vedremo... non la manterrà sicuro, però».
Ecco Edicola Verità, la rassegna stampa podcast del 24 febbraio con Carlo Cambi
Federico Cafiero de Raho (Imagoeconomica)
La relazione approvata ieri in Commissione antimafia è un atto d’accusa per Federico Cafiero de Raho, ex capo della Procura nazionale antimafia ora parlamentare pentastellato e vicepresidente proprio della Commissione (ieri assente). La relazione, di 202 pagine, che analizza anche il materiale recuperato dalle due inchieste giudiziarie (della Procura di Perugia e poi di quella romana) che si sono concentrate sull’ex pm della Procura nazionale antimafia Antonio Laudati e sul luogotenente della Guardia di finanza che coordinava il gruppo Sos (le Segnalazioni di operazioni sospette che provenivano dall’Unità di informazione finanziaria di Bankitalia, ndr), Pasquale Striano, aggiunge che «il deficit istruttorio ha di fatto lasciato in ombra il ruolo centrale del vertice dell’ufficio e ha impedito di cogliere appieno la portata sistemica della gestione tossica, e complice, che aveva caratterizzato la Direzione nazionale antimafia in quegli anni». La relazione non descrive un contesto di «inconsapevolezza» né di «mera superficialità». Al contrario, parla di «un protagonista» che avrebbe «adottato o controfirmato provvedimenti organizzativi riguardanti la gestione delle Sos», e che dunque sarebbe stato «pienamente consapevole delle prassi irregolari in uso nel suo ufficio, delle vulnerabilità del sistema e dei vantaggi operativi che tali vulnerabilità gli garantivano in termini di libertà, elasticità e possibilità di intervento in fatti di forte impatto pubblico e oltremodo sensibili politicamente». Ai commissari della maggioranza devono essere tornate in mente le chat dell’era Palamara. Nel luglio 2017, dopo la bocciatura per la Procura di Napoli assegnata a Giovanni Melillo, l’allora ministro dell’Interno Marco Minniti scriveva a Luca Palamara: «Cerchiamo adesso di salvare il soldato De Raho. Il risultato in qualche modo lo consente». Pochi mesi dopo, il Csm lo nomina procuratore nazionale antimafia. Palamara avvisa Minniti: «Votato De Raho cinque voti, Scarpinato (anche lui diventato parlamentare pentastellato, ndr) 1». Risposta: «Eccellente. Grazie». Le chat raccontano anche un pressing diretto. Il 24 luglio 2017 de Raho scrive a Palamara: «Caro Luca sono in piazza Esedra… Ma vieni fuori o ci sentiamo per telefono?… Scusa Luca a che punto siete?… Luca ti aspetto per parlare con te… so che è finita la Commissione». E ancora: «Tieni conto che sono in piazza Esedra da quasi due ore. Non è tanto l’attesa quanto l’immagine che due autovetture blindate possono dare in questa piazza». E a provare che il pressing di de Raho fosse noto c’è un messaggio del consigliere di Area Valerio Fracassi a Palamara: «Cafiero batte il Csm palmo a palmo a caccia di voti. Non va bene e rischia di farsi male. Ha visitato i laici che pensa siano incerti». D’altra parte, la riflessione finale della Commissione è questa: «Non sull’identità di ipotetici mandanti, ma sulla presenza di una struttura permeabile e vulnerabile nella quale interessi ulteriori, non identificati nelle indagini, esterni o sovraordinati rispetto all’azione materiale realizzata da Striano, potrebbero aver trovato vantaggio nell’illecita sottrazione e circolazione di informazioni sensibili». Il Gruppo Sos, coordinato da Laudati, non era «un elemento periferico o marginale della Direzione nazionale antimafia», ma «uno strumento fondamentale di analisi finanziaria e informativa di grande rilevanza». Il suo funzionamento, sostiene la maggioranza, era «ben noto al procuratore nazionale», perché «gli appunti e gli atti di impulso prodotti dal gruppo di lavoro raggiungevano sistematicamente la sua scrivania». La conclusione è netta: «il procuratore nazionale antimafia sapeva, ed è difficile sostenere il contrario». La relazione parla di «tolleranza verso prassi illegittime o anche illecite» e di «assenza totale di controlli effettivi». Non come un incidente imprevisto, ma come «una precisa e consapevole scelta gestionale che consentiva al vertice della Dna di operare entro un perimetro privo di vincoli procedurali stringenti». Una frase pesa più delle altre: «La permeabilità del sistema, più che un errore, fu una condizione che de Raho considerò funzionale». Quando «il controllo è debole la discrezionalità diventa ampia». E «lo spazio per interventi orientati aumenta in conseguenza». La relazione definisce «emblematiche» le vicende relative agli atti di impulso sulla Lega Nord. Il quadro è riassunto così: il Gruppo Sos e Laudati «avevano predisposto un atto di impulso attingendo a Sos non matchate dai sistemi, su fatti e materie che esorbitavano dalla competenza della Dna»; il procuratore aggiunto Giovanni Russo «alza le spalle; de Raho rimbrotta tutti, ma firma l’atto di impulso». L’atto viene «mandato a quattro Procure distrettuali, tra le quali Milano». Dopo il pasticcio, «nessuna conseguenza, nessuna sanzione, nessuna nuova disposizione organizzativa interna», ma solo «un invito rivolto alla Direzione investigativa antimafia a non trasmettere più Sos che non fossero di competenza della Dna». La seconda vicenda è quella che coinvolge Armando Siri. De Raho, ricostruisce la maggioranza, «pur non richiedendone direttamente l’invio, di fatto ha indotto gli organi investigativi, ed in particolare la Dia, a trasmettere una segnalazione di operazione sospetta non di interesse Dna». Ne nasce «un atto di impulso a carico di un sottosegretario in carica [… ], scarno, diverso dagli altri, originato da notizie apprese dalla stampa», per «ipotesi di reato estranee alla competenza della Dna (corruzione)». Viene inviato «a una Procura (Roma) che stava già procedendo», mentre per la stessa Sos «stava già procedendo un’altra Procura ancora (Milano), per reati anch’essi estranei al perimetro di competenze della Dna (riciclaggio)». Il flusso informativo della vicenda Siri è definito come «caratterizzato da elementi sintomatici di un funzionamento altamente compromesso». Il sistema, secondo la Commissione, «consentiva agevolmente una gestione orientata e selettiva dei dossier». Non un episodio isolato, ma «il paradigma di un modo di operare». Il vertice «disponendo di un sistema informativo senza barriere, poteva imprimere direzioni, sottolineature, tempi e priorità». E la relazione sottolinea che quel sistema produceva effetti «prevalentemente orientati verso lo stesso spettro politico (i partiti di centro destra e la Lega Nord in particolare)». C’è poi un ultimo passaggio, altrettanto pesante. Le risultanze mostrano che, «nonostante la sua funzione apicale, la gravità e natura oggettivamente irrituale delle condotte emerse, l’approfondimento investigativo nei suoi confronti è stato sorprendentemente minimo, quasi formale». Le escussioni sono descritte come «caratterizzate da un profilo di incongruità e superficialità», «prive di contestazioni puntuali» e senza «qualunque efficace tentativo di verificare l’effettivo grado di conoscenza, o anche di prevedibile conoscibilità, delle condotte illecite occorse». La conseguenza è definita «paradossale»: si è finito per «sottrarre alla ricostruzione proprio l’anello apicale di quel sistema». E ancora: «L’indagine (giudiziaria, ndr) non ha valutato la gravità intrinseca dei comportamenti del procuratore nazionale». Il risultato: «Questo deficit istruttorio ha di fatto lasciato in ombra il ruolo centrale del vertice dell’ufficio e ha impedito di cogliere appieno la portata sistemica della gestione tossica, e complice, che aveva caratterizzato la Dna in quegli anni». Nel capitolo dedicato agli «accessi illeciti in concorso con i giornalisti», la relazione entra in un terreno ancora più delicato: il rapporto tra chi estrae i dati e chi li pubblica. Il punto di partenza è la denuncia del ministro Giudo Crosetto. La relazione ricostruisce la sequenza: accessi alle banche dati, pubblicazione degli articoli, apertura del fascicolo. E sottolinea la coincidenza temporale tra le consultazioni e l’uscita dei pezzi. Il tutto viene inserito nel quadro più ampio del «traffico organizzato di dati informatici». Il nome di Emiliano Fittipaldi compare in questo contesto, come firma del quotidiano Domani che aveva pubblicato gli articoli oggetto di denuncia. Il generale della Guardia di finanza Umberto Sirico, invece, viene indicato come un «punto di passaggio obbligato dell’analisi». Non «un semplice superiore gerarchico», ma «un riferimento costante» della parabola di Striano, il luogotenente delle Fiamme gialle attorno al quale ruota l’inchiesta giudiziaria. Il rapporto, ricostruito dai messaggi sul cellulare del militare, avrebbe assunto «i tratti di una vera e propria sponsorizzazione interna». Sirico «accompagna e favorisce il percorso di Striano» e ne avrebbe curato l’inserimento «nel punto esatto dell’organigramma che consentiva la massima libertà operativa e il pieno accesso alle banche dati». Una scelta «non casuale», ma «l’esito di un percorso costruito, calibrato e orientato». Nei messaggi sarebbe emersa la formula chiave della «carta bianca». Una espressione che, secondo la relazione, descrive «la totale assenza di limiti» per Striano. Ma «il profilo ancora più delicato», stando ai commissari della maggioranza, sarebbe da rintracciare nella responsabilità dei vertici generali del Corpo, a partire dall’allora comandante generale Giuseppe Zafarana. Il suo compito non era conoscere ogni singola operazione, ma «garantire che l’architettura complessiva del sistema di sicurezza funzioni». Eppure, dalle sue dichiarazioni rese l’11 dicembre 2024 davanti alla Procura di Perugia emerge, secondo la relazione, «una divaricazione difficilmente accettabile» tra il livello di responsabilità previsto dalla legge e l’azione concreta svolta. Ancora più grave, per la Commissione, il fatto che, pur in presenza di «evidenti e note fughe di notizie in materia di Sos», il comandante generale non abbia attivato «alcun doveroso meccanismo di verifica interna». Le opposizioni rispondono con due relazioni di minoranza. Una è a firma Cinque stelle. L’altra è unitaria: Pd, M5s, Avs e altri. Secondo la minoranza, nel testo approvato c’è una «indebita sovrapposizione con l’indagine della magistratura» che mette in discussione «la separazione dei poteri» e «l’indipendenza del potere giudiziario». Per l’opposizione è «un tentativo di colpire prerogative e credibilità di un parlamentare eletto dal popolo», che «si è sempre caratterizzato per l’impegno costante e riconosciuto contro le organizzazioni mafiose e per la legalità». Al di là delle considerazioni politiche, la relazione della maggioranza fotografa una stagione della Direzione nazionale antimafia. Per fortuna archiviata.
Continua a leggereRiduci
La Scientifica a Rogoredo sul luogo dell'omicidio (Ansa)
Le polemiche, infatti, non si fermano allo scudo penale per poliziotti e carabinieri, provvedimento di cui la sinistra chiede il ritiro dopo la messinscena di Rogoredo, ma si usa il caso per sostenere che una magistratura sottomessa non sarebbe mai riuscita a scoprire le menzogne di Cinturrino.
Ovviamente si tratta di balle, così come una balla colossale è che con lo scudo penale l’agente l’avrebbe fatta franca. Innanzitutto, cominciamo col dire che non esiste alcun scudo penale. Basta infatti leggere il decreto Sicurezza per rendersene conto. Nessuno parla di una immunità da offrire a chi indossa una divisa. E nessuno ha ipotizzato di concedere alla polizia una licenza di picchiare, sparare o tanto meno di uccidere. Semplicemente per decreto il governo ha provato a introdurre una deroga all’iscrizione nel registro degli indagati, per evitare quello che in genere chiamiamo «atto dovuto». Ci sono scontri di piazza e qualche manifestante si fa male, come accaduto a Pisa tempo fa? Le forze dell’ordine finiscono sul banco degli imputati, cioè nel registro degli indagati: prima ancora che siano accertati i fatti. Il provvedimento dell’esecutivo prova a ovviare a questo problema, che per poliziotti e carabinieri significa comunque dover ingaggiare un legale e sopportare le spese della difesa. Come? In presenza di una causa di giustificazione, il pm procede con l’annotazione preliminare in un modello separato, consentendo comunque alla persona iscritta la possibilità di farsi assistere da un avvocato e dai suoi collaboratori. Si tratta di un alleggerimento della posizione che funziona solo se sono evidenti le cause che hanno giustificato il comportamento della persona, con l’obbligo per il pubblico ministero di procedere in tempi celeri. Questo è uno scudo? Non mi pare. E infatti i primi a non essere particolarmente contenti sono i poliziotti, che all’immunità non puntano, mentre invece tengono molto a vedersi garantite le spese legali a carico dello Stato, perché ora, per indagini avviate a seguito dell’esercizio delle funzioni di polizia, devono pagare l’avvocato di tasca loro.
Ma se il problema dello scudo penale che non c’è è usato strumentalmente dopo il caso Cinturrino, la vera arma impropria impugnata dalla sinistra è il No al referendum, le cui argomentazioni a quanto pare si sono rafforzate proprio a seguito del caso di Rogoredo.
La riflessione dei compagni poggia sul seguente ragionamento. Sono stati i magistrati a scoprire la messinscena di Cinturrino. La riforma della giustizia sottomette i magistrati. Ergo, al referendum bisogna votare No. In realtà, l’argomentazione non sta in piedi. Per prima cosa perché a dubitare della versione fornita dall’agente omicida sono stati i colleghi della squadra mobile, che da subito hanno indagato sulla vicenda. Certo, portando le risultanze al pm, ma le testimonianze e i rilievi li hanno raccolti altri agenti. Seconda obiezione: se anche fosse stata in vigore la riforma della giustizia, con la separazione delle carriere, i poliziotti non avrebbero fatto il loro lavoro indagando sul conto di Cinturrino? E non sarebbero comunque stati obbligati a riferire al pubblico ministero? Ovviamente sì. Dunque, che cosa c’entra la riforma con i fatti di Rogoredo? Per conto mio, c’entra solo per un motivo: il poliziotto che ha ucciso il giovane Mansouri è stato arrestato e cacciato dalla polizia e – sono certo - pagherà caro il suo debito con la giustizia. I magistrati che arrestano innocenti e talvolta nascondono le prove a discarico degli indagati invece non pagano mai e possono continuare non solo a fare ciò che facevano, ma addirittura l’unico rischio che corrono è di vedersi promossi. Lo so che ora direte che di qua c’è un funzionario dello Stato che si è rivelato un assassino e di là un funzionario dello Stato che ha sbagliato. Ma io non chiedo gli arresti per chi non ha ucciso ma ha «solo» commesso un errore grave: chiedo tuttavia che l’Alta corte disciplinare istituita dalla riforma della giustizia lo giudichi senza sconti. I medici del Monaldi che con Domenico hanno fallito il trapianto di cuore pagheranno. Perché il magistrato che rovina la vita a un innocente non deve pagare?
Continua a leggereRiduci