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2022-04-08
Via subito le mascherine ai bimbi: fanno male
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Sempre pronto a ventilare nuove restrizioni, o a prolungare le esistenti, sull’obbligo di utilizzare le mascherine al chiuso, il ministro della Salute ha messo le mani avanti. «Dopo Pasqua vedremo cosa fare dal primo maggio in avanti», è stato l’incoraggiante annuncio. Sottinteso, anzi già anticipato, se la curva epidemiologica non sarà scesa ai livelli che solo Roberto Speranza ha in mente e non comunica, rimarremo imbavagliati fino a inizio estate.
Quasi certamente, il dispositivo di protezione delle vie respiratorie resterà obbligatorio nelle scuole per chi ha compiuto i 6 anni. La scusa sarà che manca poco al termine delle lezioni di metà giugno, meglio non rischiare focolai in classe. Così, nelle scuole dell’infanzia, dove i piccoletti over 6 sono costretti a mascherare il volto, aumenteranno le difficoltà respiratorie, ma anche i ritardi nello sviluppo sociale e linguistico, come riportano i due studi, uno inglese l’altro spagnolo, dell’articolo sottostante.
«Se ci fosse, effettivamente, una utilità collegata a una necessità, che è quella di impedire che il contagio possa di nuovo divampare, allora si deve sicuramente continuare a tenerle», ha dichiarato Antonello Giannelli, presidente dell’Anp, l’Associazione nazionale presidi. «Mi rendo conto del fatto che ci sono dei numeri», dei contagi Covid, «in risalita», tiene a precisare il dirigente scolastico, «quindi, una certa attenzione credo sia necessaria e doverosa. Preferiremmo tutti tenere le mascherine in classe un mese e mezzo in più, che non sopportare conseguenze peggiori dopo».
Se è comprensibile l’uso prolungato di questi dispositivi su mezzi di trasporto pubblico, dove il distanziamento risulta inattuabile, del tutto inutile appare l’obbligo a oltranza in aula. Soprattutto per gli scolari che, se si infettano, hanno una percentuale di rischio estremamente bassa di avere complicanze dal Covid, al contrario rafforzano la loro immunità e non sono pericolosi veicoli di contagio in famiglia, visto che il 92% degli italiani si è vaccinato. Con questo virus dobbiamo imparare a convivere, meglio allentare restrizioni inutili quanto dannose per le fasce di età più giovani. Di tutt’altro avviso è, come sempre, Walter Ricciardi. «Le mascherine sono un presidio importantissimo e, purtroppo, finché avremo varianti così contagiose, vanno tenute, soprattutto all’interno, ma anche all’esterno», ripete instancabile il consulente del ministro della Salute.
Contrario alle riaperture, avrebbe tenuto tutti con super certificato verde e semaforo a colori per le Regioni. Le sue previsioni sono all’insegna del catastrofismo: «Ci dobbiamo preparare mentalmente per una battaglia di lunga durata che non finisce con l’emergenza giuridica», ha scandito. «Tutti gli aspetti, vaccinazione, green pass, mascherine e comportamenti saggi vanno tenuti, e il Paese deve prepararsi a una battaglia di lunga durata». Se un italiano su dieci continuerà ad indossare la mascherina, anche dopo la fine dell’obbligo, secondo una ricerca promossa dall’associazione Donne e qualità della vita, convinto che «ci sarà una recrudescenza della malattia molto presto e che il Covid non sia vinto per niente, almeno nel 77% dei casi», decisamente più ottimista appare il sottosegretario alla Salute Andrea Costa.
Ha detto, infatti, di «ritenere ragionevole pensare che, il 1 maggio, le mascherine non saranno più obbligatorie, neppure al chiuso, ma piuttosto raccomandate», perché «a oggi sussistono le condizioni per raggiungere questo obiettivo». Non esclude «l’ipotesi di mantenerle al chiuso», in situazioni particolari come, appunto, treni, metropolitana, aerei, ma il sottosegretario non ha fatto cenni all’uso continuato nelle scuole.
La decisione, se sarà presa in tal senso, nascerà ancora una volta dalla determinazione di Speranza di rinviare il ritorno alla normalità, condizionando, di conseguenza, la cabina di regia a esprimere un parere per l’uso a oltranza. Saranno penalizzati gli studenti, ancor più gli scolari e i bimbi della materna che hanno compiuto i sei anni, costretti a non togliersi la mascherina «di tipo chirurgico, o di maggiore efficacia protettiva», nemmeno al caldo di giugno.
Due mesi fa, alcuni illustri virologi, pediatri, esperti di malattie infettive e di disagi psichici di diverse università statunitensi, hanno messo a punto una sorta di vademecum per genitori e insegnanti dal titolo Children, Covid, and the urgency of normal. Un invito a ritornare al più presto alla normalità per la salute dei bambini. Raccomandano di evitare l’uso prolungato delle mascherine in classe che, assieme ad altre restrizioni, «aumentano la paura e trasmettono l’idea, errata, che le scuole non sono sicure». Affermano che «i bambini non sono un pericolo», esortano a non trattare i piccoli non vaccinati in modo diverso. Invito che, in Italia, si fatica a comprendere, meglio far partire le multe da 100 euro per gli over 50 che non hanno ancora offerto il braccio. I primi 200.000 avvisi sono già in viaggio, pare che le Poste prevedano 100.000 spedizioni al giorno.
«Ritardi nel fare amicizia e parlare»
Lunedì, l’Office for standards in education, children’s services and skills (Ofsted) ha pubblicato gli esiti di un’indagine condotta tra il 17 gennaio e il 4 febbraio scorsi, in 70 strutture per l’infanzia, del Regno Unito. Il report afferma che le misure adottate per combattere il Covid, compreso l’uso di mascherine, da parte degli operatori, che impediscono la capacità dei bambini di decodificare le espressioni facciali, hanno colpito i piccoli nel loro sviluppo sociale e linguistico. L’autorità di supervisione scolastica britannica ha osservato che i bimbi hanno, spesso, difficoltà a fare amicizia e parlare. Sono stati rilevati un «vocabolario limitato» e «l’incapacità di reagire ai movimenti facciali più semplici». I ritardi nello sviluppo del linguaggio hanno comportato problemi di socialità, dal momento che «non entravano in contatto con altri bambini nel modo previsto».
La qualità del rapporto con le maestre non è affatto buona per i piccoli che hanno compiuto due anni questa primavera, tanto quanto è durata la pandemia, e fino a oggi «sono stati circondati da adulti con maschere, quindi, non potevano vedere i movimenti delle labbra e le posizioni della bocca», perdendo un’importantissima forma di comunicazione, affermano gli ispettori che hanno effettuato i controlli.
Per aiutare i piccoli a recuperare il ritardo, alcuni membri del personale hanno ricevuto una formazione aggiuntiva sullo sviluppo del linguaggio.
Molti bambini sono risultati più timidi e ansiosi nell’affrontare i coetanei, perché non abituati ad altri volti. Per insegnare loro a esprimere i sentimenti, alcuni asili hanno introdotto le «carte delle emozioni», immagini di bimbi che mostrano diversi movimenti facciali. Invece di poter guardare i loro amichetti, sono costretti a riconoscere le emozioni su pezzi di carta. Il rapporto di Ofsted indica, tra le ripercussioni sullo sviluppo, un ritardo di molti nell’imparare a gattonare e camminare. A volte avevano anche bisogno di aiuto per vestirsi o soffiarsi il naso, a un’età in cui avrebbero dovuto essere in grado di farlo da soli.
Margery Smelkinson, esperta di malattie infettive, assieme ad altri due ricercatori statunitensi, aveva pubblicato a gennaio su The Atlantic un intervento circa la non utilità delle mascherine a scuola. Partendo dalla considerazione che «solo due studi randomizzati hanno misurato l’impatto delle mascherine sulla trasmissione del Covid, e nessuno includeva bambini», la dottoressa affermava che «imporre a milioni di bimbi uno strumento di protezione che fornisce scarsi benefici riconoscibili, sulla base del fatto che non abbiamo ancora raccolto prove concrete dei suoi effetti negativi, viola il principio più elementare della medicina: primo, non nuocere. Il fondamento degli interventi medici e di sanità pubblica dovrebbe essere che funzionino, non che non abbiamo prove sufficienti per dire se sono dannosi».
Mascherine controproducenti, quando non dannose, ma anche poco utili. Lo afferma uno studio condotto in Spagna, con finanziamenti ministeriali, in 1.900 scuole della Catalogna e pubblicato a marzo. Dopo aver messo a confronto mezzo milione di bimbi tra 3-5 anni, non obbligati alla mascherina, e quelli di fascia 6-11, con l’obbligo, è arrivato alla conclusione che i dispositivi di protezione facciale nelle scuole non erano associati a una minore incidenza o trasmissione di Sars-Cov-2, suggerendo che questo intervento non era efficace.
I ricercatori non hanno riscontrato che il tasso di incidenza o la trasmissione del virus fossero significativamente inferiori tra i bimbi obbligati a tenere un dispositivo di protezione in classe, rispetto ai minori di sei anni, che potevano rimanere a volto scoperto. Quique Bassat, pediatra ed epidemiologo dell’istituto sanitario Isglobal, ha tenuto a precisare: «Le mascherine offrono protezione, ma nei bambini piccoli dai tre agli 11 anni, dove la trasmissione è più bassa e le attitudini al rischio sono diverse da quelle degli adolescenti, l’impatto di questa misura è più modesto».
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Roberto Speranza tergiversa sulla fine dell’obbligo di indossarle, anche se per gli alunni sono molto dannose. Pensa di imbavagliarci ancora. Ma gli studi parlano chiaro, a scuola danni enormi. Intanto partite le prime 200.000 multe agli over 50 che non si sono vaccinati. Ne arriveranno 100.000 al giorno.Una serie di studi europei ha certificato l’inutilità, e anche la pericolosità, dell’uso delle protezioni sul viso dei più piccoli. Causano anche eccessiva timidezza e ansia.Lo speciale contiene due articoli.Sempre pronto a ventilare nuove restrizioni, o a prolungare le esistenti, sull’obbligo di utilizzare le mascherine al chiuso, il ministro della Salute ha messo le mani avanti. «Dopo Pasqua vedremo cosa fare dal primo maggio in avanti», è stato l’incoraggiante annuncio. Sottinteso, anzi già anticipato, se la curva epidemiologica non sarà scesa ai livelli che solo Roberto Speranza ha in mente e non comunica, rimarremo imbavagliati fino a inizio estate. Quasi certamente, il dispositivo di protezione delle vie respiratorie resterà obbligatorio nelle scuole per chi ha compiuto i 6 anni. La scusa sarà che manca poco al termine delle lezioni di metà giugno, meglio non rischiare focolai in classe. Così, nelle scuole dell’infanzia, dove i piccoletti over 6 sono costretti a mascherare il volto, aumenteranno le difficoltà respiratorie, ma anche i ritardi nello sviluppo sociale e linguistico, come riportano i due studi, uno inglese l’altro spagnolo, dell’articolo sottostante. «Se ci fosse, effettivamente, una utilità collegata a una necessità, che è quella di impedire che il contagio possa di nuovo divampare, allora si deve sicuramente continuare a tenerle», ha dichiarato Antonello Giannelli, presidente dell’Anp, l’Associazione nazionale presidi. «Mi rendo conto del fatto che ci sono dei numeri», dei contagi Covid, «in risalita», tiene a precisare il dirigente scolastico, «quindi, una certa attenzione credo sia necessaria e doverosa. Preferiremmo tutti tenere le mascherine in classe un mese e mezzo in più, che non sopportare conseguenze peggiori dopo». Se è comprensibile l’uso prolungato di questi dispositivi su mezzi di trasporto pubblico, dove il distanziamento risulta inattuabile, del tutto inutile appare l’obbligo a oltranza in aula. Soprattutto per gli scolari che, se si infettano, hanno una percentuale di rischio estremamente bassa di avere complicanze dal Covid, al contrario rafforzano la loro immunità e non sono pericolosi veicoli di contagio in famiglia, visto che il 92% degli italiani si è vaccinato. Con questo virus dobbiamo imparare a convivere, meglio allentare restrizioni inutili quanto dannose per le fasce di età più giovani. Di tutt’altro avviso è, come sempre, Walter Ricciardi. «Le mascherine sono un presidio importantissimo e, purtroppo, finché avremo varianti così contagiose, vanno tenute, soprattutto all’interno, ma anche all’esterno», ripete instancabile il consulente del ministro della Salute. Contrario alle riaperture, avrebbe tenuto tutti con super certificato verde e semaforo a colori per le Regioni. Le sue previsioni sono all’insegna del catastrofismo: «Ci dobbiamo preparare mentalmente per una battaglia di lunga durata che non finisce con l’emergenza giuridica», ha scandito. «Tutti gli aspetti, vaccinazione, green pass, mascherine e comportamenti saggi vanno tenuti, e il Paese deve prepararsi a una battaglia di lunga durata». Se un italiano su dieci continuerà ad indossare la mascherina, anche dopo la fine dell’obbligo, secondo una ricerca promossa dall’associazione Donne e qualità della vita, convinto che «ci sarà una recrudescenza della malattia molto presto e che il Covid non sia vinto per niente, almeno nel 77% dei casi», decisamente più ottimista appare il sottosegretario alla Salute Andrea Costa. Ha detto, infatti, di «ritenere ragionevole pensare che, il 1 maggio, le mascherine non saranno più obbligatorie, neppure al chiuso, ma piuttosto raccomandate», perché «a oggi sussistono le condizioni per raggiungere questo obiettivo». Non esclude «l’ipotesi di mantenerle al chiuso», in situazioni particolari come, appunto, treni, metropolitana, aerei, ma il sottosegretario non ha fatto cenni all’uso continuato nelle scuole. La decisione, se sarà presa in tal senso, nascerà ancora una volta dalla determinazione di Speranza di rinviare il ritorno alla normalità, condizionando, di conseguenza, la cabina di regia a esprimere un parere per l’uso a oltranza. Saranno penalizzati gli studenti, ancor più gli scolari e i bimbi della materna che hanno compiuto i sei anni, costretti a non togliersi la mascherina «di tipo chirurgico, o di maggiore efficacia protettiva», nemmeno al caldo di giugno.Due mesi fa, alcuni illustri virologi, pediatri, esperti di malattie infettive e di disagi psichici di diverse università statunitensi, hanno messo a punto una sorta di vademecum per genitori e insegnanti dal titolo Children, Covid, and the urgency of normal. Un invito a ritornare al più presto alla normalità per la salute dei bambini. Raccomandano di evitare l’uso prolungato delle mascherine in classe che, assieme ad altre restrizioni, «aumentano la paura e trasmettono l’idea, errata, che le scuole non sono sicure». Affermano che «i bambini non sono un pericolo», esortano a non trattare i piccoli non vaccinati in modo diverso. Invito che, in Italia, si fatica a comprendere, meglio far partire le multe da 100 euro per gli over 50 che non hanno ancora offerto il braccio. I primi 200.000 avvisi sono già in viaggio, pare che le Poste prevedano 100.000 spedizioni al giorno.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/via-mascherine-bimbi-fanno-male-2657121164.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ritardi-nel-fare-amicizia-e-parlare" data-post-id="2657121164" data-published-at="1649411045" data-use-pagination="False"> «Ritardi nel fare amicizia e parlare» Lunedì, l’Office for standards in education, children’s services and skills (Ofsted) ha pubblicato gli esiti di un’indagine condotta tra il 17 gennaio e il 4 febbraio scorsi, in 70 strutture per l’infanzia, del Regno Unito. Il report afferma che le misure adottate per combattere il Covid, compreso l’uso di mascherine, da parte degli operatori, che impediscono la capacità dei bambini di decodificare le espressioni facciali, hanno colpito i piccoli nel loro sviluppo sociale e linguistico. L’autorità di supervisione scolastica britannica ha osservato che i bimbi hanno, spesso, difficoltà a fare amicizia e parlare. Sono stati rilevati un «vocabolario limitato» e «l’incapacità di reagire ai movimenti facciali più semplici». I ritardi nello sviluppo del linguaggio hanno comportato problemi di socialità, dal momento che «non entravano in contatto con altri bambini nel modo previsto». La qualità del rapporto con le maestre non è affatto buona per i piccoli che hanno compiuto due anni questa primavera, tanto quanto è durata la pandemia, e fino a oggi «sono stati circondati da adulti con maschere, quindi, non potevano vedere i movimenti delle labbra e le posizioni della bocca», perdendo un’importantissima forma di comunicazione, affermano gli ispettori che hanno effettuato i controlli. Per aiutare i piccoli a recuperare il ritardo, alcuni membri del personale hanno ricevuto una formazione aggiuntiva sullo sviluppo del linguaggio. Molti bambini sono risultati più timidi e ansiosi nell’affrontare i coetanei, perché non abituati ad altri volti. Per insegnare loro a esprimere i sentimenti, alcuni asili hanno introdotto le «carte delle emozioni», immagini di bimbi che mostrano diversi movimenti facciali. Invece di poter guardare i loro amichetti, sono costretti a riconoscere le emozioni su pezzi di carta. Il rapporto di Ofsted indica, tra le ripercussioni sullo sviluppo, un ritardo di molti nell’imparare a gattonare e camminare. A volte avevano anche bisogno di aiuto per vestirsi o soffiarsi il naso, a un’età in cui avrebbero dovuto essere in grado di farlo da soli. Margery Smelkinson, esperta di malattie infettive, assieme ad altri due ricercatori statunitensi, aveva pubblicato a gennaio su The Atlantic un intervento circa la non utilità delle mascherine a scuola. Partendo dalla considerazione che «solo due studi randomizzati hanno misurato l’impatto delle mascherine sulla trasmissione del Covid, e nessuno includeva bambini», la dottoressa affermava che «imporre a milioni di bimbi uno strumento di protezione che fornisce scarsi benefici riconoscibili, sulla base del fatto che non abbiamo ancora raccolto prove concrete dei suoi effetti negativi, viola il principio più elementare della medicina: primo, non nuocere. Il fondamento degli interventi medici e di sanità pubblica dovrebbe essere che funzionino, non che non abbiamo prove sufficienti per dire se sono dannosi». Mascherine controproducenti, quando non dannose, ma anche poco utili. Lo afferma uno studio condotto in Spagna, con finanziamenti ministeriali, in 1.900 scuole della Catalogna e pubblicato a marzo. Dopo aver messo a confronto mezzo milione di bimbi tra 3-5 anni, non obbligati alla mascherina, e quelli di fascia 6-11, con l’obbligo, è arrivato alla conclusione che i dispositivi di protezione facciale nelle scuole non erano associati a una minore incidenza o trasmissione di Sars-Cov-2, suggerendo che questo intervento non era efficace. I ricercatori non hanno riscontrato che il tasso di incidenza o la trasmissione del virus fossero significativamente inferiori tra i bimbi obbligati a tenere un dispositivo di protezione in classe, rispetto ai minori di sei anni, che potevano rimanere a volto scoperto. Quique Bassat, pediatra ed epidemiologo dell’istituto sanitario Isglobal, ha tenuto a precisare: «Le mascherine offrono protezione, ma nei bambini piccoli dai tre agli 11 anni, dove la trasmissione è più bassa e le attitudini al rischio sono diverse da quelle degli adolescenti, l’impatto di questa misura è più modesto».
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Nel frattempo a Bondeno, in provincia di Ferrara, si è tenuto un incontro promosso dal comitato remigrazione, e di nuovo tutti i progressisti si sono scatenati. Sono arrivate le immancabili richieste alle istituzioni di impedire l’iniziativa, la Cgil ha dato in escandescenze, è stato organizzato un presidio di protesta contro l’evento. Tutto legittimo, per carità: mai una volta, però, che qualcuno da sinistra scelga la via del dialogo e non quella dell’attacco frontale o del tentativo di oscuramento. Del resto i primi a dare l’esempio sono stati i parlamentari di sinistra che hanno fisicamente impedito la conferenza sulla remigrazione alla Camera dei deputati, gesto nobile che è costato cinque giorni di sospensione a 22 deputati, di cui dieci del Pd, otto del Movimento 5 stelle e quattro di Avs. Altri dieci deputati, di cui cinque del Pd e cinque del Movimento 5 stelle, si sono presi quattro giorni di sanzione. E sono ancora lì che gridano contro il fascismo e l’ingiusta punizione.
In estrema sintesi, secondo il pensiero buonista dominante, la remigrazione è tema proibito, proibitissimo. Anche se non prevede alcuna deportazione o discriminazione, bensì un aiuto economico agli stranieri per il rimpatrio volontario, cosa che per altro è già messa in pratica dall’Italia e da altre nazioni europee. In compenso, però, l’immigrazione di massa che continua a produrre morti, sfruttamento e disagi sociali può essere non solo promossa ma pure celebrata in ogni modo.
Piccolo esempio. Giusto un paio di giorni fa, nella prestigiosa sede della Radio Vaticana è stato presentato il Festival della Migrazione, in programma dal 5 al 15 novembre di quest’anno in varie città italiane. Per questa edizione il titolo sarà: «Donne migranti - Vite in movimento tra diritti, cittadinanza, lavoro e culture». Edoardo Patriarca, presidente dell’associazione che gestisce la kermesse, ha spiegato che «il Festival è un’esperienza che continua e un progetto culturale, sociale e politico diffuso sul territorio. Culturale perché tratta i temi del diritto alla mobilità, un’esperienza che è parte integrante della natura umana; sociale perché guarda alla realtà del nostro Paese così come è: multiculturale, multireligioso, multietnico, per costruire una convivialità delle differenze senza dimenticare le tradizioni. Politico, in quanto i flussi migratori sono un fenomeno strutturale che non deve essere affrontato con emergenza, barriere e paure, ma con politiche lungimiranti e orientate al futuro». Ecco, questa è la retorica che bisogna utilizzare quando si parla di immigrazione: bisogna celebrare il multiculturalismo, sostenere che agli sbarchi tocca abituarsi, spiegare che lo spostamento è un diritto. Mai che si faccia cenno a tutti gli orrori e le sofferenze che tale meccanismo produce. Del resto se si dovesse parlare del lato oscuro dell’immigrazione mica si potrebbero organizzare festival e altre belle iniziative con ricchi premi e cotillons. Sappiamo come funziona ormai da anni: la celebrazione delle migrazioni è divenuta essa stessa un business, e ci sono professionisti della propaganda che ne traggono sostentamento e beneficio.
Il Festival della migrazione, per altro, gode del sostegno di numerosi enti pubblici e privati. L’edizione 2025 è stata foraggiata dalla Regione Emilia Romagna e ha avuto il patrocinio di parecchi comuni emiliani, oltre a vantare la collaborazione di atenei prestigiosi: Firenze, Padova, Bologna, Ferrara. Poi ci sono gli immancabili aiuti di banche e fondazioni. Chiaro: basta accodarsi al pensiero dominante e arrivano fondi, spazi e applausi. Che i vari profeti dell’accoglienza usano a proprio vantaggio soprattutto per mandare messaggi politici.
Alla presentazione del festival migratorio, tanto per fare un esempio, ha preso la parola il presidente della Fondazione Migrantes, monsignor Giancarlo Perego, arcivescovo di Ferrara-Comacchio e Abate di Pomposa, che come ogni volta se l’è presa con il governo e pure con le autorità europee tra cui Frontex.
«L’azione di Frontex che doveva essere un’azione di supporto al soccorso, in realtà sta diventando di supporto a quegli accordi con la Libia e con la Tunisia e quindi ai respingimenti», ha detto, «mentre stiamo vedendo come il soccorso sia ancora un’emergenza grave. Così come emergenza grave sono mille morti in tre mesi che non si sono mai avuti dal 2017, quando erano 36.000 le persone che attraversavano il Mediterraneo. Lasciar morire la gente, come abbiamo visto in questo triduo pasquale, in mare è certamente un fatto vergognoso per la politica europea, ma anche per l’Italia». A parte che Frontex servirebbe a proteggere i confini europei e non ad altro, ci si chiede che bisogno ci sia di un festival della migrazione quando Perego e gli altri che la pensano come lui possono esternare il loro pensiero ogni giorno e praticamente ovunque. Se ne deduce che per la propaganda c’è sempre spazio. I problemi sorgono quando emerge un pensiero radicalmente alternativo come quello della remigrazione.
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Jannik Sinner trionfa a Montecarlo (Getty Images)
Sinner batte Alcaraz 7-6, 6-3 nella finale del Masters 1000 di Montecarlo e si riprende la vetta Atp. Primo set deciso al tie-break dopo oltre un’ora, poi la rimonta nel secondo: è l’ottavo titolo 1000 per l’azzurro.
Jannik Sinner torna sul trono del tennis mondiale e lo fa vincendo uno dei tornei più prestigiosi della stagione sulla terra battuta. Nella finale del Masters 1000 di Montecarlo, l’altoatesino supera Carlos Alcaraz in due set, 7-6(5), 6-3, al termine di una partita lunga oltre due ore e combattuta soprattutto nel primo parziale. Un successo che vale il titolo e anche il ritorno al numero uno del ranking Atp.
La sfida si gioca in condizioni non semplici, con il vento a disturbare costantemente il ritmo degli scambi e a rendere complicato il controllo dei colpi. Il primo set è segnato da diversi errori, ma anche da una tensione evidente: i game scorrono senza un vero padrone, tra occasioni mancate e improvvisi cambi di inerzia. Sinner fatica a trovare continuità con la prima di servizio, mentre Alcaraz alterna soluzioni brillanti a passaggi a vuoto, soprattutto con il dritto. L’equilibrio resta intatto fino al 6-6, con entrambi costretti più volte ai vantaggi. Nel tie-break l’azzurro cambia passo: alza la qualità al servizio, prende l’iniziativa negli scambi e si costruisce due set point. Sul secondo, un doppio fallo dello spagnolo chiude il parziale dopo oltre un’ora di gioco. L’avvio del secondo set sembra premiare Alcaraz, più aggressivo in risposta e capace di strappare il servizio a Sinner nel terzo gioco. Il match, però, non prende la direzione che lo spagnolo sperava. Sinner resta lucido, non forza le soluzioni e torna subito in partita con un controbreak costruito sulla profondità dei colpi e su una maggiore solidità negli scambi lunghi. Da quel momento cresce progressivamente, mentre Alcaraz perde precisione e si espone a qualche errore di troppo, anche nei momenti in cui avrebbe la possibilità di consolidare il vantaggio. Il passaggio chiave arriva sul 3-3, in un game lungo e molto combattuto: Sinner si procura più di una palla break e alla fine riesce a convertire grazie a una risposta aggressiva seguita da un dritto decisivo. È lo strappo che indirizza definitivamente la partita. L’italiano, avanti nel punteggio, gestisce con attenzione i propri turni di servizio, senza concedere occasioni, mentre lo spagnolo fatica a rientrare. Nel nono game arriva la chiusura: Sinner sale rapidamente sul 40-0 e, alla prima occasione utile, archivia l’incontro con una prima vincente. È il punto finale di una partita meno spettacolare del previsto ma estremamente solida da parte di Sinner, capace di adattarsi alle condizioni e di leggere meglio i momenti del match. Per lui si tratta dell’ottavo titolo Masters 1000 in carriera, un traguardo che conferma la sua continuità ai massimi livelli.
A fine partita Sinner ha espresso tutta la sua gioia: «Non so da dove cominciare per commentare questa settimana. Sono venuto qui per accumulare più partite possibili in vista dei grandi tornei che si avvicinano e ho ottenuto un altro traguardo incredibile» - ha detto il tennista altoatesino - «Tornare numero 1 è importante per me, ma la classifica è secondaria, voglio vincere trofei». Il campione italiano ha poi aggiunto: «Ho cercato di restare lì mentalmente anche quando ero sotto, è stata una partita di alti e bassi per tutti e due, ma oggi non era semplice per il vento che continuava a cambiare. Questo torneo per me vuol dire tanto. Sono super super contento di avere almeno un trofeo come questo a casa». Il successo di Montecarlo ha anche un peso simbolico: Sinner interrompe la serie negativa contro Alcaraz sulla terra battuta e si riprende la vetta del tennis mondiale. Un segnale importante all’inizio della stagione sul rosso, proprio contro il rivale che negli ultimi anni lo aveva più spesso messo in difficoltà su questa superficie.
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Autorevoli commentatori italiani scrivono che sarebbe necessario un «Re-Made in Italy». Inoltre, Giorgio Parisi, premio Nobel 2021 per la fisica invoca (dal 2025) la creazione di un centro di ricerca europeo sull’Intelligenza artificiale con visione sistemica e non solo settoriale per la seguente argomentazione: l’Intelligenza artificiale non è soltanto una nuova tecnologia computazionale, ma è un fenomeno fisico, energetico e informazionale di scala inedita. Concordo, ma data la quasi certa concorrenza intraeuropea suggerisco di crearne intanto uno in Italia con missione d’avanguardia dedicata alla super robotica multifunzionale. Da un paio d’anni sento crescere nel mondo industriale piccolo e grande l’inquietudine per le strategie di competitività futura globale e una crescente domanda per acquisire un maggiore potere cognitivo sia per la conduzione di un’azienda sia per la sua riorganizzazione interna. Sempre più imprenditori, in particolare giovani, mostrano la consapevolezza della discontinuità in atto. Per inciso, si veda il libro di Giordano Riello e Carlo Pelanda Gestire la discontinuità. Dialogo futurizzante tra imprenditore e professore (Rubbettino, luglio 2025). La società di investimento italiana in cui opero ha creato un fondo in collaborazione con una grande azienda statunitense produttrice di sistemi di Intelligenza artificiale per dare il giusto capitale di sviluppo ad aziende innovative. Semplificando, anche se ora il sistema italiano appare in ritardo nelle statistiche comparative internazionali sul piano dell’adeguamento rapido alla rivoluzione tecnologica in atto, ritengo che il potenziale scientifico-tecnico residente in Italia abbia un’elevata capacità di mettersi nel gruppo di testa mondiale della rivoluzione tecnologica, ma a date condizioni.
Prima di suggerirle, devo citare il caso del sistema robotico Mythos prodotto dall’azienda statunitense Anthropic guidata da Dario Amodei che è la prova concreta della discontinuità in corso: è emerso che Mythos ha la capacità di penetrare tutti gli attuali sistemi informatici e, volendo, anche sabotarli. Consapevole di avere in mano una sorta di bomba nucleare e perseguendo un comportamento etico-prudenziale, Amodei la ha immessa solo selettivamente sul mercato (statunitense) ed in configurazione difensiva contro cyberattacchi. Ciò ha irritato il Pentagono, interessato ad avere il sistema completo, e creato un conflitto tra Washington ed Anthropic dopo informazioni che lo spionaggio cinese è riuscito a rubare alcune parti di Mythos. E ciò è una parte della storia. L’altra parte riguarda le riunioni con toni d’emergenza convocate da Scott Bessent, ministro del Tesoro Usa, e Jerome Powell, presidente della Fed, per valutare la vulnerabilità del sistema bancario americano a nuovi «gizmo» come Mythos. Mossa adeguata perché il tenere segreta una tecnologia così potente è impossibile. Infatti ci sono segnali crescenti che alcune potenze stanno cercando non solo sistemi simili a Mythos, ma anche più penetranti. Questo cenno serve intanto a definire una priorità di adattamento: la guerra sta evolvendo dalla cinetica tradizionale a quella informatica con competizione accelerata per la superiorità sulla seconda. Tale evidenza pone in priorità la sicurezza di tutti i sistemi chiave attraverso i quali si svolge la nostra vita civile. In altri termini, per la sicurezza del prossimo futuro non serve solo uno scudo antimissile e antidroni, ma anche uno cibernetico.
Ma se si capisce anche vagamente come Mythos riesca a penetrare tutto l’esistente elettronico è facile immaginare quanto ampia sia l’innovazione possibile. Sia per sfruttarne il potenziale sia per restare concorrenziali e in sicurezza secondo me servono, in valutazione preliminare, le seguenti soluzioni.
1 Creare un Nasdaq italiano, cioè una Borsa dedicata alla tecnologia che possa incrociare bene capitale di investimento e aziende tecnologiche promettenti, in particolare startup. Dalle mie ricerche ricavo che ce ne sono più di 1.000 residenti in Italia, ma con problemi di capitalizzazione. Già Mario Draghi aveva sostenuto l’urgenza di rivedere le regole che limitano i flussi di capitale di rischio (venture capital) per evitare che le startup europee (qui enfatizzo le italiane) migrassero in America dove il capitale di investimento è più fluido.
2 Unire sicurezza e futurizzazione tecnologica. Tema delicato, ma penso inevitabile usare la concentrazione di capitale per programmi militari e di polizia per ricadute rapide sulla futurizzazione dei sistemi civili, soprattutto, robotica eso, endo, sub e cognitiva.
3 Stimolare una rivoluzione cognitiva di massa per diffondere la cultura tecnica utile a costruire una competenza diffusa, per esempio aumentando i programmi universitari di Terza missione, cioè collegando di più università, centri di ricerca e suole superiori.
4 Competizioni a premio per la robotica operativa e cognitiva meglio performante.
Tanto altro, ma suggerisco questi primi passi futurizzanti.
www.carlopelanda.com
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