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2022-04-08
Via subito le mascherine ai bimbi: fanno male
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Sempre pronto a ventilare nuove restrizioni, o a prolungare le esistenti, sull’obbligo di utilizzare le mascherine al chiuso, il ministro della Salute ha messo le mani avanti. «Dopo Pasqua vedremo cosa fare dal primo maggio in avanti», è stato l’incoraggiante annuncio. Sottinteso, anzi già anticipato, se la curva epidemiologica non sarà scesa ai livelli che solo Roberto Speranza ha in mente e non comunica, rimarremo imbavagliati fino a inizio estate.
Quasi certamente, il dispositivo di protezione delle vie respiratorie resterà obbligatorio nelle scuole per chi ha compiuto i 6 anni. La scusa sarà che manca poco al termine delle lezioni di metà giugno, meglio non rischiare focolai in classe. Così, nelle scuole dell’infanzia, dove i piccoletti over 6 sono costretti a mascherare il volto, aumenteranno le difficoltà respiratorie, ma anche i ritardi nello sviluppo sociale e linguistico, come riportano i due studi, uno inglese l’altro spagnolo, dell’articolo sottostante.
«Se ci fosse, effettivamente, una utilità collegata a una necessità, che è quella di impedire che il contagio possa di nuovo divampare, allora si deve sicuramente continuare a tenerle», ha dichiarato Antonello Giannelli, presidente dell’Anp, l’Associazione nazionale presidi. «Mi rendo conto del fatto che ci sono dei numeri», dei contagi Covid, «in risalita», tiene a precisare il dirigente scolastico, «quindi, una certa attenzione credo sia necessaria e doverosa. Preferiremmo tutti tenere le mascherine in classe un mese e mezzo in più, che non sopportare conseguenze peggiori dopo».
Se è comprensibile l’uso prolungato di questi dispositivi su mezzi di trasporto pubblico, dove il distanziamento risulta inattuabile, del tutto inutile appare l’obbligo a oltranza in aula. Soprattutto per gli scolari che, se si infettano, hanno una percentuale di rischio estremamente bassa di avere complicanze dal Covid, al contrario rafforzano la loro immunità e non sono pericolosi veicoli di contagio in famiglia, visto che il 92% degli italiani si è vaccinato. Con questo virus dobbiamo imparare a convivere, meglio allentare restrizioni inutili quanto dannose per le fasce di età più giovani. Di tutt’altro avviso è, come sempre, Walter Ricciardi. «Le mascherine sono un presidio importantissimo e, purtroppo, finché avremo varianti così contagiose, vanno tenute, soprattutto all’interno, ma anche all’esterno», ripete instancabile il consulente del ministro della Salute.
Contrario alle riaperture, avrebbe tenuto tutti con super certificato verde e semaforo a colori per le Regioni. Le sue previsioni sono all’insegna del catastrofismo: «Ci dobbiamo preparare mentalmente per una battaglia di lunga durata che non finisce con l’emergenza giuridica», ha scandito. «Tutti gli aspetti, vaccinazione, green pass, mascherine e comportamenti saggi vanno tenuti, e il Paese deve prepararsi a una battaglia di lunga durata». Se un italiano su dieci continuerà ad indossare la mascherina, anche dopo la fine dell’obbligo, secondo una ricerca promossa dall’associazione Donne e qualità della vita, convinto che «ci sarà una recrudescenza della malattia molto presto e che il Covid non sia vinto per niente, almeno nel 77% dei casi», decisamente più ottimista appare il sottosegretario alla Salute Andrea Costa.
Ha detto, infatti, di «ritenere ragionevole pensare che, il 1 maggio, le mascherine non saranno più obbligatorie, neppure al chiuso, ma piuttosto raccomandate», perché «a oggi sussistono le condizioni per raggiungere questo obiettivo». Non esclude «l’ipotesi di mantenerle al chiuso», in situazioni particolari come, appunto, treni, metropolitana, aerei, ma il sottosegretario non ha fatto cenni all’uso continuato nelle scuole.
La decisione, se sarà presa in tal senso, nascerà ancora una volta dalla determinazione di Speranza di rinviare il ritorno alla normalità, condizionando, di conseguenza, la cabina di regia a esprimere un parere per l’uso a oltranza. Saranno penalizzati gli studenti, ancor più gli scolari e i bimbi della materna che hanno compiuto i sei anni, costretti a non togliersi la mascherina «di tipo chirurgico, o di maggiore efficacia protettiva», nemmeno al caldo di giugno.
Due mesi fa, alcuni illustri virologi, pediatri, esperti di malattie infettive e di disagi psichici di diverse università statunitensi, hanno messo a punto una sorta di vademecum per genitori e insegnanti dal titolo Children, Covid, and the urgency of normal. Un invito a ritornare al più presto alla normalità per la salute dei bambini. Raccomandano di evitare l’uso prolungato delle mascherine in classe che, assieme ad altre restrizioni, «aumentano la paura e trasmettono l’idea, errata, che le scuole non sono sicure». Affermano che «i bambini non sono un pericolo», esortano a non trattare i piccoli non vaccinati in modo diverso. Invito che, in Italia, si fatica a comprendere, meglio far partire le multe da 100 euro per gli over 50 che non hanno ancora offerto il braccio. I primi 200.000 avvisi sono già in viaggio, pare che le Poste prevedano 100.000 spedizioni al giorno.
«Ritardi nel fare amicizia e parlare»
Lunedì, l’Office for standards in education, children’s services and skills (Ofsted) ha pubblicato gli esiti di un’indagine condotta tra il 17 gennaio e il 4 febbraio scorsi, in 70 strutture per l’infanzia, del Regno Unito. Il report afferma che le misure adottate per combattere il Covid, compreso l’uso di mascherine, da parte degli operatori, che impediscono la capacità dei bambini di decodificare le espressioni facciali, hanno colpito i piccoli nel loro sviluppo sociale e linguistico. L’autorità di supervisione scolastica britannica ha osservato che i bimbi hanno, spesso, difficoltà a fare amicizia e parlare. Sono stati rilevati un «vocabolario limitato» e «l’incapacità di reagire ai movimenti facciali più semplici». I ritardi nello sviluppo del linguaggio hanno comportato problemi di socialità, dal momento che «non entravano in contatto con altri bambini nel modo previsto».
La qualità del rapporto con le maestre non è affatto buona per i piccoli che hanno compiuto due anni questa primavera, tanto quanto è durata la pandemia, e fino a oggi «sono stati circondati da adulti con maschere, quindi, non potevano vedere i movimenti delle labbra e le posizioni della bocca», perdendo un’importantissima forma di comunicazione, affermano gli ispettori che hanno effettuato i controlli.
Per aiutare i piccoli a recuperare il ritardo, alcuni membri del personale hanno ricevuto una formazione aggiuntiva sullo sviluppo del linguaggio.
Molti bambini sono risultati più timidi e ansiosi nell’affrontare i coetanei, perché non abituati ad altri volti. Per insegnare loro a esprimere i sentimenti, alcuni asili hanno introdotto le «carte delle emozioni», immagini di bimbi che mostrano diversi movimenti facciali. Invece di poter guardare i loro amichetti, sono costretti a riconoscere le emozioni su pezzi di carta. Il rapporto di Ofsted indica, tra le ripercussioni sullo sviluppo, un ritardo di molti nell’imparare a gattonare e camminare. A volte avevano anche bisogno di aiuto per vestirsi o soffiarsi il naso, a un’età in cui avrebbero dovuto essere in grado di farlo da soli.
Margery Smelkinson, esperta di malattie infettive, assieme ad altri due ricercatori statunitensi, aveva pubblicato a gennaio su The Atlantic un intervento circa la non utilità delle mascherine a scuola. Partendo dalla considerazione che «solo due studi randomizzati hanno misurato l’impatto delle mascherine sulla trasmissione del Covid, e nessuno includeva bambini», la dottoressa affermava che «imporre a milioni di bimbi uno strumento di protezione che fornisce scarsi benefici riconoscibili, sulla base del fatto che non abbiamo ancora raccolto prove concrete dei suoi effetti negativi, viola il principio più elementare della medicina: primo, non nuocere. Il fondamento degli interventi medici e di sanità pubblica dovrebbe essere che funzionino, non che non abbiamo prove sufficienti per dire se sono dannosi».
Mascherine controproducenti, quando non dannose, ma anche poco utili. Lo afferma uno studio condotto in Spagna, con finanziamenti ministeriali, in 1.900 scuole della Catalogna e pubblicato a marzo. Dopo aver messo a confronto mezzo milione di bimbi tra 3-5 anni, non obbligati alla mascherina, e quelli di fascia 6-11, con l’obbligo, è arrivato alla conclusione che i dispositivi di protezione facciale nelle scuole non erano associati a una minore incidenza o trasmissione di Sars-Cov-2, suggerendo che questo intervento non era efficace.
I ricercatori non hanno riscontrato che il tasso di incidenza o la trasmissione del virus fossero significativamente inferiori tra i bimbi obbligati a tenere un dispositivo di protezione in classe, rispetto ai minori di sei anni, che potevano rimanere a volto scoperto. Quique Bassat, pediatra ed epidemiologo dell’istituto sanitario Isglobal, ha tenuto a precisare: «Le mascherine offrono protezione, ma nei bambini piccoli dai tre agli 11 anni, dove la trasmissione è più bassa e le attitudini al rischio sono diverse da quelle degli adolescenti, l’impatto di questa misura è più modesto».
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Roberto Speranza tergiversa sulla fine dell’obbligo di indossarle, anche se per gli alunni sono molto dannose. Pensa di imbavagliarci ancora. Ma gli studi parlano chiaro, a scuola danni enormi. Intanto partite le prime 200.000 multe agli over 50 che non si sono vaccinati. Ne arriveranno 100.000 al giorno.Una serie di studi europei ha certificato l’inutilità, e anche la pericolosità, dell’uso delle protezioni sul viso dei più piccoli. Causano anche eccessiva timidezza e ansia.Lo speciale contiene due articoli.Sempre pronto a ventilare nuove restrizioni, o a prolungare le esistenti, sull’obbligo di utilizzare le mascherine al chiuso, il ministro della Salute ha messo le mani avanti. «Dopo Pasqua vedremo cosa fare dal primo maggio in avanti», è stato l’incoraggiante annuncio. Sottinteso, anzi già anticipato, se la curva epidemiologica non sarà scesa ai livelli che solo Roberto Speranza ha in mente e non comunica, rimarremo imbavagliati fino a inizio estate. Quasi certamente, il dispositivo di protezione delle vie respiratorie resterà obbligatorio nelle scuole per chi ha compiuto i 6 anni. La scusa sarà che manca poco al termine delle lezioni di metà giugno, meglio non rischiare focolai in classe. Così, nelle scuole dell’infanzia, dove i piccoletti over 6 sono costretti a mascherare il volto, aumenteranno le difficoltà respiratorie, ma anche i ritardi nello sviluppo sociale e linguistico, come riportano i due studi, uno inglese l’altro spagnolo, dell’articolo sottostante. «Se ci fosse, effettivamente, una utilità collegata a una necessità, che è quella di impedire che il contagio possa di nuovo divampare, allora si deve sicuramente continuare a tenerle», ha dichiarato Antonello Giannelli, presidente dell’Anp, l’Associazione nazionale presidi. «Mi rendo conto del fatto che ci sono dei numeri», dei contagi Covid, «in risalita», tiene a precisare il dirigente scolastico, «quindi, una certa attenzione credo sia necessaria e doverosa. Preferiremmo tutti tenere le mascherine in classe un mese e mezzo in più, che non sopportare conseguenze peggiori dopo». Se è comprensibile l’uso prolungato di questi dispositivi su mezzi di trasporto pubblico, dove il distanziamento risulta inattuabile, del tutto inutile appare l’obbligo a oltranza in aula. Soprattutto per gli scolari che, se si infettano, hanno una percentuale di rischio estremamente bassa di avere complicanze dal Covid, al contrario rafforzano la loro immunità e non sono pericolosi veicoli di contagio in famiglia, visto che il 92% degli italiani si è vaccinato. Con questo virus dobbiamo imparare a convivere, meglio allentare restrizioni inutili quanto dannose per le fasce di età più giovani. Di tutt’altro avviso è, come sempre, Walter Ricciardi. «Le mascherine sono un presidio importantissimo e, purtroppo, finché avremo varianti così contagiose, vanno tenute, soprattutto all’interno, ma anche all’esterno», ripete instancabile il consulente del ministro della Salute. Contrario alle riaperture, avrebbe tenuto tutti con super certificato verde e semaforo a colori per le Regioni. Le sue previsioni sono all’insegna del catastrofismo: «Ci dobbiamo preparare mentalmente per una battaglia di lunga durata che non finisce con l’emergenza giuridica», ha scandito. «Tutti gli aspetti, vaccinazione, green pass, mascherine e comportamenti saggi vanno tenuti, e il Paese deve prepararsi a una battaglia di lunga durata». Se un italiano su dieci continuerà ad indossare la mascherina, anche dopo la fine dell’obbligo, secondo una ricerca promossa dall’associazione Donne e qualità della vita, convinto che «ci sarà una recrudescenza della malattia molto presto e che il Covid non sia vinto per niente, almeno nel 77% dei casi», decisamente più ottimista appare il sottosegretario alla Salute Andrea Costa. Ha detto, infatti, di «ritenere ragionevole pensare che, il 1 maggio, le mascherine non saranno più obbligatorie, neppure al chiuso, ma piuttosto raccomandate», perché «a oggi sussistono le condizioni per raggiungere questo obiettivo». Non esclude «l’ipotesi di mantenerle al chiuso», in situazioni particolari come, appunto, treni, metropolitana, aerei, ma il sottosegretario non ha fatto cenni all’uso continuato nelle scuole. La decisione, se sarà presa in tal senso, nascerà ancora una volta dalla determinazione di Speranza di rinviare il ritorno alla normalità, condizionando, di conseguenza, la cabina di regia a esprimere un parere per l’uso a oltranza. Saranno penalizzati gli studenti, ancor più gli scolari e i bimbi della materna che hanno compiuto i sei anni, costretti a non togliersi la mascherina «di tipo chirurgico, o di maggiore efficacia protettiva», nemmeno al caldo di giugno.Due mesi fa, alcuni illustri virologi, pediatri, esperti di malattie infettive e di disagi psichici di diverse università statunitensi, hanno messo a punto una sorta di vademecum per genitori e insegnanti dal titolo Children, Covid, and the urgency of normal. Un invito a ritornare al più presto alla normalità per la salute dei bambini. Raccomandano di evitare l’uso prolungato delle mascherine in classe che, assieme ad altre restrizioni, «aumentano la paura e trasmettono l’idea, errata, che le scuole non sono sicure». Affermano che «i bambini non sono un pericolo», esortano a non trattare i piccoli non vaccinati in modo diverso. Invito che, in Italia, si fatica a comprendere, meglio far partire le multe da 100 euro per gli over 50 che non hanno ancora offerto il braccio. I primi 200.000 avvisi sono già in viaggio, pare che le Poste prevedano 100.000 spedizioni al giorno.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/via-mascherine-bimbi-fanno-male-2657121164.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ritardi-nel-fare-amicizia-e-parlare" data-post-id="2657121164" data-published-at="1649411045" data-use-pagination="False"> «Ritardi nel fare amicizia e parlare» Lunedì, l’Office for standards in education, children’s services and skills (Ofsted) ha pubblicato gli esiti di un’indagine condotta tra il 17 gennaio e il 4 febbraio scorsi, in 70 strutture per l’infanzia, del Regno Unito. Il report afferma che le misure adottate per combattere il Covid, compreso l’uso di mascherine, da parte degli operatori, che impediscono la capacità dei bambini di decodificare le espressioni facciali, hanno colpito i piccoli nel loro sviluppo sociale e linguistico. L’autorità di supervisione scolastica britannica ha osservato che i bimbi hanno, spesso, difficoltà a fare amicizia e parlare. Sono stati rilevati un «vocabolario limitato» e «l’incapacità di reagire ai movimenti facciali più semplici». I ritardi nello sviluppo del linguaggio hanno comportato problemi di socialità, dal momento che «non entravano in contatto con altri bambini nel modo previsto». La qualità del rapporto con le maestre non è affatto buona per i piccoli che hanno compiuto due anni questa primavera, tanto quanto è durata la pandemia, e fino a oggi «sono stati circondati da adulti con maschere, quindi, non potevano vedere i movimenti delle labbra e le posizioni della bocca», perdendo un’importantissima forma di comunicazione, affermano gli ispettori che hanno effettuato i controlli. Per aiutare i piccoli a recuperare il ritardo, alcuni membri del personale hanno ricevuto una formazione aggiuntiva sullo sviluppo del linguaggio. Molti bambini sono risultati più timidi e ansiosi nell’affrontare i coetanei, perché non abituati ad altri volti. Per insegnare loro a esprimere i sentimenti, alcuni asili hanno introdotto le «carte delle emozioni», immagini di bimbi che mostrano diversi movimenti facciali. Invece di poter guardare i loro amichetti, sono costretti a riconoscere le emozioni su pezzi di carta. Il rapporto di Ofsted indica, tra le ripercussioni sullo sviluppo, un ritardo di molti nell’imparare a gattonare e camminare. A volte avevano anche bisogno di aiuto per vestirsi o soffiarsi il naso, a un’età in cui avrebbero dovuto essere in grado di farlo da soli. Margery Smelkinson, esperta di malattie infettive, assieme ad altri due ricercatori statunitensi, aveva pubblicato a gennaio su The Atlantic un intervento circa la non utilità delle mascherine a scuola. Partendo dalla considerazione che «solo due studi randomizzati hanno misurato l’impatto delle mascherine sulla trasmissione del Covid, e nessuno includeva bambini», la dottoressa affermava che «imporre a milioni di bimbi uno strumento di protezione che fornisce scarsi benefici riconoscibili, sulla base del fatto che non abbiamo ancora raccolto prove concrete dei suoi effetti negativi, viola il principio più elementare della medicina: primo, non nuocere. Il fondamento degli interventi medici e di sanità pubblica dovrebbe essere che funzionino, non che non abbiamo prove sufficienti per dire se sono dannosi». Mascherine controproducenti, quando non dannose, ma anche poco utili. Lo afferma uno studio condotto in Spagna, con finanziamenti ministeriali, in 1.900 scuole della Catalogna e pubblicato a marzo. Dopo aver messo a confronto mezzo milione di bimbi tra 3-5 anni, non obbligati alla mascherina, e quelli di fascia 6-11, con l’obbligo, è arrivato alla conclusione che i dispositivi di protezione facciale nelle scuole non erano associati a una minore incidenza o trasmissione di Sars-Cov-2, suggerendo che questo intervento non era efficace. I ricercatori non hanno riscontrato che il tasso di incidenza o la trasmissione del virus fossero significativamente inferiori tra i bimbi obbligati a tenere un dispositivo di protezione in classe, rispetto ai minori di sei anni, che potevano rimanere a volto scoperto. Quique Bassat, pediatra ed epidemiologo dell’istituto sanitario Isglobal, ha tenuto a precisare: «Le mascherine offrono protezione, ma nei bambini piccoli dai tre agli 11 anni, dove la trasmissione è più bassa e le attitudini al rischio sono diverse da quelle degli adolescenti, l’impatto di questa misura è più modesto».
Luca Zaia (Getty Images)
Roberto Vannacci sembra diventato una calamita. Oggi a Viareggio i parlamentari leghisti Domenico Furgiuele e Gianangelo Bof dovrebbero comunicare il loro passaggio a Futuro nazionale. Nomi che si aggiungono ai tanti fuoriusciti, a livello romano ma anche regionale e locale, che in queste settimane stanno preferendo il generale al capitano. Non è che finora abbiano cambiato casacca volti storici del Carroccio. In molti casi si tratta di figure politiche che venivano già da precedenti partiti. Il tema è un altro: i sondaggi peggiorano per la Lega. Ma, soprattutto: cos’è ora la Lega?
Il partito preso in mano da Matteo Salvini nel 2014 al 4% era salito al 35% nel 2019 sulla base di pochi punti fermi, lotta all’immigrazione clandestina, in primis. Uno storico comandamento bossiano che, però, ha sempre meno mercato elettorale visto che giocano sullo stesso terreno Fratelli d’Italia e ora Futuro nazionale. Tocca trovare altri mercati politici. E nomi che possano rappresentare una svolta vera. Uno su tutti è quello di Luca Zaia, ex governatore del Veneto e ora presidente del Consiglio regionale della Serenissima eletto a furor di preferenze.
Nasce da questo ragionamento l’offerta di Salvini al Doge di «dare un aiuto». E l’ex ministro delle Politiche agricole con Silvio Berlusconi premier è pronto. Non, però, in cambio solo di una poltrona. Sì, ovvio, c’è quella di vicesegretario federale, per il Nord. Carica che si affiancherebbe a quella di Claudio Durigon, plenipotenziario al Centro-Sud. Zaia, però, chiede quasi mani libere. O meglio: una squadra con cui lavorare. Si parla molto di un ruolo di Massimiliano Fedriga, presidente della Conferenza Stato-Regioni e governatore del Friuli-Venezia Giulia. Chi ha parlato con il Doge, però, sa che per lui i nomi sono importanti, tuttavia non bastano. Una delle richieste per il debutto in campo politico di Zaia (finora ha sempre fatto l’amministratore da quando iniziò come consigliere nella natìa Godega di Sant’Urbano, anno 1993) è quella di buttare giù un programma e un metodo di di lavoro, con degli obiettivi concreti di cui parlare: imprese, lavoro, intelligenza artificiale, attrazione degli investimenti, grandi opere. E «senza guardare i sondaggi adesso».
Il modello cui si ispira il Doge, si sa, è quello della Csu bavarese. Un sistema partitico attaccato al territorio, che va oltre i classici schemi destra-sinistra. La Csu bavarese, in Germania, è sempre stata alleata alla Cdu ma entra anche in governi di coalizione. Con l’unico scopo di valorizzare le risorse economiche e umane della Baviera. Stessa idea che Zaia ha per il Nord. Ecco perché, raccontano fonti interpellata dall’agenzia Agi, l’ex governatore veneto vorrebbe «totale autonomia di spesa e di programmazione della campagna elettorale», oltre a garanzie sulle liste nelle Regioni settentrionali. Insomma, Zaia alla fine darà una mano a Salvini non, però, per non decidere.
Per il 10, mercoledì prossimo, il segretario leghista ha convocato la riunione del Consiglio federale del partito a Roma in cui dovrebbe cominciare a delineare la «formula» che ha pensato per il rilancio. Niente è, comunque, deciso. Al punto che, per non bruciare questa sorta di trattativa programmatica con Zaia, ieri il vicepremier ha detto che non «perde tempo con articoli privi di fondamento», riferendosi alle anticipazioni di alcuni giornali sul futuro ruolo del Doge.
C’è tempo per le comunicazioni ufficiali. L’obiettivo di Salvini pare sia quello di chiudere l’accordo prima del «ritiro» del partito in programma per il primo weekend di luglio nel Trevigiano, terra natale di Zaia. Secondo alcune ricostruzioni citate sempre dall’Agi, oltre a programmi e nomi, c’è anche una questione tecnico-burocratica da risolvere. Zaia avrebbe chiesto a Salvini un passaggio congressuale. Non una assise elettiva, viene riferito, ma un congresso finalizzato alla «modifica dello Statuto» per dare vita addirittura a un «nuovo soggetto politico» che si occupi del Nord all’interno della Lega, sul modello, appunto, della Csu bavarese. Si potrà fare senza scontentare mezzo partito?
Le bocche restano cucite. Si lavora per arrivare a una soluzione che accontenti tutti, a iniziare dai governatori. I primi segnali sono comunque positivi. Zaia «impegnato per il Nord» è «sicuramente un’ottima idea. Ora vediamo di proseguire in questo processo» ,commenta Attilio Fontana, presidente della Regione Lombardia, «che è ancora lungo ma che dovrà essere portato a compimento». Se va in porto, però, cambia tutto per la Lega. E pure per gli alleati del centrodestra.
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Francesco Lollobrigida (Ansa)
Risorse che si aggiungono alla componente strutturale di 38,5 miliardi e che, secondo il primo Osservatorio Teha sulle politiche agroalimentari (in Italia guidate dal ministro Francesco Lollobrigida), hanno abilitato un impatto diretto sul settore pari a 87 miliardi di euro di valore aggiunto. Il beneficio complessivo per il sistema-Paese è stimato in 246 miliardi di euro nel medio-lungo periodo.
I dati sono stati presentati a Bormio, in occasione della decima edizione del Forum Food&Beverage, dove Teha Group ha illustrato il nuovo Osservatorio nato per misurare le ricadute economiche e strutturali delle politiche pubbliche a supporto dell’agroalimentare italiano. Il quadro segnala un cambio di passo: più risorse, maggiore attenzione alle filiere produttive e una politica industriale orientata a rafforzare competitività, autonomia e proiezione internazionale del Made in Italy alimentare.
Dei 246 miliardi di benefici stimati, 67,8 miliardi sono già osservabili nell’arco dei prossimi tre anni, mentre altri 178 miliardi emergeranno nel medio-lungo periodo attraverso maggiore competitività, occupazione qualificata e presidio dei mercati internazionali. L’Osservatorio evidenzia così una discontinuità rispetto alla fase precedente: tra il 2010 e il 2022 il sostegno pubblico all’agricoltura era rimasto sostanzialmente stabile, con una media annua non superiore a 12,4 miliardi di euro.
«L’Osservatorio», ha commentato Valerio De Molli, managing partner e Ceo di The European House - Ambrosetti e Teha Group, «ha analizzato un contesto internazionale nel quale emerge un divario significativo nel livello di sostegno pubblico: negli Stati Uniti il budget dell’Usda rappresenta il 40,1% del fatturato agricolo, quasi quattro volte in più del 10,4% garantito dalla Politica agricola comune europea. Il rafforzamento delle politiche nazionali, letto attraverso dati omogenei e misurabili, è quindi una leva decisiva per sostenere competitività, resilienza e autonomia strategica dell’agroalimentare italiano».
Nel triennio 2023-2025 le politiche agricole e industriali sono state classificate da Teha in sette linee di intervento, che riflettono una scelta politica precisa: sostenere la capacità produttiva, accompagnare l’innovazione, difendere il potere d’acquisto e promuovere l’identità agroalimentare italiana. Il sostegno alla capacità produttiva delle filiere strategiche concentra 6,1 miliardi di euro, mentre innovazione tecnologica e autonomia energetica mobilitano 5,6 miliardi. Seguono il sostegno al consumo, con 3,6 miliardi, la sicurezza alimentare, con 1,1 miliardi, e l’imprenditoria giovanile, con 0,4 miliardi destinati al ricambio generazionale.
Il settore agroalimentare resta, insomma, tra i principali motivi di orgoglio del Made in Italy nel mondo. Nel 2024 ha fatturato 269,9 miliardi di euro, di cui 193 miliardi generati dall’industria Food&Beverage e 76 miliardi dal comparto agricolo, con una crescita del 42% rispetto al 2015. Il valore aggiunto, pari a 81,6 miliardi, colloca l’agroalimentare al primo posto tra i comparti manifatturieri italiani.
Anche l’export conferma la forza del comparto. Nel 2025 le esportazioni agroalimentari hanno raggiunto il record storico di 72,5 miliardi di euro, quasi il doppio rispetto al 2015 e il 5% in più sul 2024, nonostante l’introduzione di dazi negli Stati Uniti. L’Italia è inoltre prima nell’Ue-27 per valore aggiunto del comparto agricolo, pari a 44,2 miliardi di euro, mentre l’incidenza dell’agroalimentare sul Pil nazionale ha raggiunto il record ventennale del 4,2%.
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Il decreto ministeriale sarà in Gazzetta ufficiale oggi, visto che la domenica non sono previste pubblicazioni. A differenza delle prime edizioni che prevedevano una sforbiciata stabilita preventivamente (nell’ultimo round pari a 6 centesimi per la benzina e 10 per il diesel), questa volta il meccanismo è quello delle accise mobili, ovvero legate a doppio filo all’extra-gettito Iva determinato dai ricari. Il ministero dell’Economia verificherà le maggiori entrate Iva del mese precedente per effetto del rincaro dei carburanti, e sfrutterà il saldo attivo di cassa per abbassare le accise. Questa formula è in linea con le indicazioni della Commissione Ue che ha negato la flessibilità rispetto ai vincoli di bilancio per il taglio delle accise. Il contenimento delle imposte sui carburanti sarebbe possibile perché l’utilizzo dell’extra gettito Iva non fa aumentare il deficit. Quindi è una misura che si autofinanzia. Il meccanismo delle accise mobili verrebbe attivato dopo la prima settimana di ogni mese quando è contabilizzata la cifra del periodo precedente.
Da notare che i recenti cali dei carburanti potrebbero portare un extra-gettito inferiore ai 190 milioni, quantificati in occasione dell’ultimo intervento. Ne consegue che un eventuale nuovo taglio sulla base di un’accisa mobile sarebbe più basso di quello attuale ma con impatto immutato per le tasche dei conducenti, in quanto riparametrato sulla base anche delle oscillazioni del mercato. Il tutto in linea anche con il progressivo esaurimento dello sconto che è comunque nei piani del governo. Tramontata invece l’ipotesi del vaucher per i meno abbienti, circolata nei giorni scorsi, ma che non avrebbe incontrato il favore di tutta la maggioranza con la Lega contraria.
Sempre ieri il ministro dei Trasporti, Matteo Salvini, ha rilanciato l’idea di colpire gli extraprofitti delle banche. «Andate a vedere la trimestrale di Unicredit e Intesa Sanpaolo», ha esortato il vicepremier. «Le prime due banche italiane chiuderanno quest’anno di difficoltà per la stragrande maggioranza delle famiglie e imprese, con 20 miliardi di utile. La Lega chiederà agli istituti che stanno facendo guadagni e profitti senza precedenti un contributo alla crescita economica del Paese. Sono convinto che il governo e la Lega su questo saranno intransigenti». Non risulta però all’ordine del giorno dell’esecutivo un nuovo intervento sul tema come quello introdotto con l’ultima manovra. Ora il focus è comprendere come tradurre in misure i margini di flessibilità concessi dall’Ue per spendere 14 miliardi (in tre anni) al fine di mitigare gli impatti dei rincari dell’energia. «Aspettiamo di leggere come si possono spendere questi soldi nostri e che tipo di paletti ci sono», ha sottolineato Salvini, dicendo di averne parlato con il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti. Tra possibili soluzioni, ci sono quelle di introdurre bonus carburanti e altri tipi di benefit ma attraverso le imprese, che potranno riconoscerli ai dipendenti, con agevolazioni fiscali. L’obiettivo è focalizzare gli interventi sui lavoratori del ceto medio, e anche in quest’ottica sono state finora accantonate ipotesi come quella di un contributo attraverso la «Carta dedicata a te». E comunque le risorse esigue per ora a disposizione avrebbero spinto a non accelerare per evitare interventi di impatto minimo.
«La cosa migliore sarebbe incentivare gli investimenti delle imprese in rinnovabili, subito. Non dateli in giro», suggerisce al governo l’ex presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, su come sfruttare la flessibilità.
Lo sconto sulle accise secondo le associazioni dei consumatori è necessario per sostenere le famiglie che in assenza si ritroverebbero con rincari pari a circa 3 euro per un pieno di benzina verde e di 6 per il diesel. Si avrebbe infatti un aumento dei costi alla pompa di circa 6 centesimi al litro per la benzina e di circa 12 centesimi per il diesel.
Tajani, dalla platea del convegno dei giovani imprenditori di Confindustria a Rapallo, ha sottolineato che i provvedimenti sulle accise «sono molto costosi e possono durare per uno, due mesi». L’ultimo decreto aveva utilizzato 191,2 milioni, ma allora il gasolio godeva del taglio più generoso da 24,4 centesimi al litro. Ora potrebbero bastare somme più contenute, per mantenere i prezzi sotto o intorno alla soglia psicologica dei 2 euro al litro (giovedì il costo medio del gasolio era a 1,988 euro al litro e a 1,93 euro per la benzina).
«Dobbiamo abbassare i costi per le famiglie e per le imprese», ha detto Tajani e ha rilanciato la proposta di un mercato unico dell’energia.
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Silvio Berlusconi (Ansa)
Ieri, tra i cronisti, circolavano trascrizioni confuse del decreto che lasciavano una sola certezza: le indagini non sono finite. In quelle righe recuperate da un documento quasi illeggibile si evincerebbe che i pm non si sarebbero giocati tutte le cartucce e ci sarebbero ancora piste da battere. Come quella legata a un ex carabiniere del Ros di stanza a Milano che «avrebbe assistito a incontri» e che «potrebbe essere a conoscenza di circostanze che avrebbe appreso» per motivi di servizio sulle figure di Silvio Berlusconi e l’ex comandante del Ros Mario Mori.
Si preannuncia così l’ennesima sarabanda di rivelazioni e suggestioni sul tema delle stragi. Ma questo comporterà altre investigazioni e, di conseguenza, ulteriori costi. Come se quanto speso in trent’anni d’indagini non fosse più che sufficiente. L’insieme degli otto procedimenti aperti e chiusi contro Berlusconi e Dell’Utri, presunti mandanti delle stragi mafiose, hanno comportato costi sicuramente alti per lo Stato. L’ipotesi di una cifra compresa tra i 15 e i 25 milioni di euro è stata indicata «a spanne» alla Verità da un ex procuratore della Repubblica. Il quale ha suddiviso la sua stima in cinque voci.
La prima e più onerosa riguarda le intercettazioni telefoniche, ambientali e telematiche. Tali captazioni richiedono strumentazioni sofisticate, canoni giornalieri da corrispondere alle società che forniscono i software e i macchinari, migliaia di ore di ascolto e trascrizione da parte della polizia giudiziaria o di periti giurati. Per filoni d’indagine che durano anni, questa voce oscilla facilmente tra i 5 e i 10 milioni di euro complessivi per l’intera serie di inchieste. La seconda voce più alta riguarderebbe il costo del personale (dai 5 ai 7 milioni di euro), ovvero delle ore/lavoro dedicate alle indagini dai magistrati e dalle forze dell’ordine. Otto successive inchieste hanno comportato l’impiego di pool di magistrati, segreterie, sezioni della Direzione investigativa antimafia o reparti speciali, impegnati per mesi o anni esclusivamente nella lettura e stesura di atti o nella redazione di informative.
A questo vanno aggiunte le spese per le trasferte (viaggio, vitto e alloggio) di pm e investigatori per interrogatori, audizioni, riscontri o notifiche, ma anche i costi logistici per lo spostamento in sicurezza dei detenuti o dei testimoni (i procedimenti hanno visto il coinvolgimento di numerosi collaboratori di giustizia dislocati in varie regioni d’Italia). Una stima prudenziale per trent’anni di missioni incrociate tra Toscana, Sicilia, Roma e istituti penitenziari sarebbe tra 1,5 e 3 milioni di euro.
Ci sono, infine, le spese per perizie, consulenze tecniche e traduzioni.
In indagini di questa portata, i magistrati si avvalgono costantemente di esperti per perizie foniche e pulizia di nastri e file registrati dentro e fuori il carcere, ma anche di analisi documentali, storiche e patrimoniali. Ciascuna di queste consulenze comporta parcelle da decine o centinaia di migliaia di euro. Sull’arco di trent’anni, la spesa stimata si aggira tra 1 e 2 milioni di euro.
Nel computo finale rientrano anche spese vive di cancelleria, digitalizzazione degli atti e notifica degli stessi alle parti coinvolte. Parliamo di montagne di documenti e centinaia di migliaia di euro di costi.
Un conto che è stato saldato, a partire dal 1996, dal ministero della Giustizia, vale a dire dai contribuenti italiani. Chissà quanto denaro dovremo sganciare ancora prima di vedere la fine di questa telenovela giudiziaria.
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