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2023-08-10
«Verso un vertice Putin-Zelensky». C’è il Papa dietro la mossa degli emiri
Vladimir Putin e il presidente degli Emirati Arabi Uniti Mohammed bin Zayed (Ansa)
La notizia è di quelle grosse. Secondo la testata libanese in lingua francese L’Orient-Le Jour, gli Emirati Arabi Uniti potrebbero ospitare un vertice Mosca-Kiev durante la Conferenza Onu sul clima prevista a novembre nel Paese del golfo, conosciuta anche come Cop28. Soprattutto, secondo quanto scritto, il presidente emiratino Mohammed bin Zayed starebbe lavorando per «organizzare l’incontro tra Vladimir Putin e Volodymyr Zelensky, su richiesta di papa Francesco». Una notizia fatta trapelare da «diplomatici occidentali e arabi», scrive il quotidiano, spiegando come l’iniziativa risponda a un’intenzione già manifestata in passato da Abu Dhabi di voler rilanciare i colloqui di pace in collaborazione con il Vaticano.
Il New York Times, in un editoriale pubblicato ieri, notava come, finora, il dipartimento di Stato degli Usa «ha avuto un successo limitato nel persuadere lo sceicco Mohammed bin Zayed ad allinearsi alla politica estera statunitense, in particolare quando si tratta di limitare i legami militari con la Cina e di isolare la Russia dopo l’invasione dell’Ucraina». Non se ne è parlato molto finora ma, come ricorda giustamente il New York Times, nell’ultimo anno lo sceicco (considerato un partner cruciale per gli Stati Uniti nella regione) «si è recato due volte in Russia per incontrare il presidente Putin». Inoltre, lo scorso giugno Abu Dhabi «è stata celebrato come ospite d’onore al forum sugli investimenti del leader russo».
«Due diplomatici occidentali che hanno chiesto l’anonimato affermano a L’Orient-Le Jour che molti Paesi europei sono in contatto con Abu Dhabi per sostenere questa iniziativa», scrive il giornale. «Gli Emirati Arabi Uniti potrebbero approfittare del proprio posizionamento geopolitico per ottenere un cessate il fuoco tra Russia e Ucraina», sostiene un diplomatico occidentale citato dal giornale in francese.
«L’obiettivo è concordare l’apertura di un dialogo che possa porre fine alla guerra», secondo la stessa fonte. La mossa sarebbe anche molto più concreta di quello che sembra perché una fonte diplomatica europea afferma che «l’iniziativa di pace è stata già discussa con numerosi Paesi europei e con gli Stati Uniti». Il presidente americano Joe Biden, prosegue il resoconto de L’Orient-Le Jour, «è al corrente dell’iniziativa e l’ha accolta con favore, dicendosi pronto a fornire tutto il sostegno necessario perché l’incontro raggiunga i suoi obiettivi». L’iniziativa proposta prevede che Abu Dhabi accolga una conferenza di pace mondiale aperta da papa Francesco nella capitale emiratina negli stessi giorni del summit Cop28.
Insomma, mentre le bombe continuano a esplodere, la diplomazia starebbe lavorando sottotraccia per capire come arrivare alla fine del conflitto. Intanto, però, i ritmi son serrati e la guerra non aspetta.
L’episodio più grave, e misterioso, delle ultime ore è avvenuto vicino a Mosca, in un deposito di fuochi d’artificio situato all’interno dell’impianto ottico-meccanico di Zagorsk, nella cittadina di Sergiev Posad. Il servizio di emergenza ha dichiarato che l’esplosione, che è avvenuta in un hangar di 1.600 metri quadrati affittato da una ditta privata sul terreno della fabbrica, è stata provocata da un fattore umano. Il bilancio provvisorio è di un morto, una donna, e 56 feriti alcuni di questi in condizioni gravi. Ma si continua a scavare perché le enormi esplosioni hanno provocato un cratere di 5 metri di profondità. Poche ore prima, nella notte, il governatore della regione russa di Bryansk, Alexander Bogomaz, ha affermato che la città di Bila Berezka è stata bombardata dalle forze armate ucraine. L’attacco ha causato danni parziali a diversi edifici residenziali, strutture di servizio, un impianto industriale, alcune strutture commerciali oltre a diverse auto. Anche se non si registrano feriti o vittime.
Nel frattempo, le armi continuano a girare da un lato e dall’altro. Il presidente americano Biden «ha approvato l’addestramento di piloti ucraini da parte di alleati occidentali su caccia F-16», ha ribadito il Pentagono tramite la vice-portavoce, Sabrina Singh. Secondo il Washington Post l’addestramento dovrebbe iniziare già nel mese di agosto. Gli Usa hanno fatto sapere di attendere un programma specifico da parte degli alleati europei. L’intelligence britannica, che segue da vicino il conflitto sul campo, ha spiegato che i droni marini (Usv) stanno diventando una componente sempre più importante della guerra navale moderna e possono essere rivolti contro gli anelli più deboli delle vie di approvvigionamento marittimo della Russia. Dal 28 febbraio 2022, sottolineano nel report, le navi militari russe non sono in grado di attraversare il Bosforo, lasciando le forze militari russe in Siria e nel Mediterraneo fortemente dipendenti dalla Mt Sig, dalla Mv SpartaI V e da una manciata di altre navi civili.
Intanto il presidente russo Vladimir Putin ha firmato il decreto: la Federazione Russa non informerà più il segretario generale dell’Onu e il Consiglio d’Europa sull’introduzione di normative militari, come la legge marziale, o dello stato di emergenza sul proprio territorio.
La Cina torna a minacciare Taiwan
Torna a salire la tensione a Taiwan. Nella giornata di ieri, la Repubblica popolare cinese ha schierato cinque navi da guerra e 25 caccia nei pressi dell’isola: in particolare, dieci di essi hanno effettuato un’incursione nella zona di difesa aerea di Taipei. A riferirlo è stato il ministero della Difesa taiwanese.
Appena lunedì scorso, attorno all’isola, erano state dispiegate da Pechino sette navi e 24 caccia. Sembrerebbe che queste manovre siano legate al fatto che il vicepresidente di Taiwan, William Lai, si recherà a giorni negli Stati Uniti nel suo viaggio in direzione del Paraguay: una circostanza che ha irritato il Partito comunista cinese. Già ad aprile, Pechino aveva condotto tre giorni di esercitazioni militari nei pressi di Taiwan. In quel caso, le manovre vennero presentate come una ritorsione al fatto che il presidente taiwanese, Tsai Ing-wen, aveva incontrato in California lo speaker della Camera statunitense, Kevin McCarthy. Esercitazioni militari cinesi erano state svolte anche un anno fa, dopo che l’allora speaker della Camera, Nancy Pelosi, aveva visitato personalmente Taiwan.
Pechino accampa diritti sull’isola: diritti di cui, tuttavia, non dispone. La situazione odierna è frutto della guerra civile cinese tra comunisti e nazionalisti. L’attuale governo di Taiwan non è mai stato sotto il controllo né ha mai riconosciuto la Repubblica popolare cinese, istituita da Mao Zedong nel 1949. Né la risoluzione Onu del 1971, che conferiva alla Repubblica popolare il seggio al consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, riconosce alcuna sovranità di Pechino su Taipei. Alla luce di tutto questo, è lecito chiedersi che cosa stia succedendo al di là delle dispute storiche e delle proteste per il fatto che gli esponenti del governo taiwanese vengono ricevuti negli Stati Uniti.
Innanzitutto, va sottolineato che l’economia cinese sta incontrando serie difficoltà. Non si può, quindi, escludere che Xi Jinping voglia aumentare la pressione su Taipei per distrarre l’attenzione da questi problemi. Senza trascurare che sembrano registrarsi da tempo alcune fibrillazioni politiche in seno allo stesso Partito comunista cinese. Il governo di Pechino utilizza, d’altronde, il dossier taiwanese per ragioni di compattamento interno. In secondo luogo, è possibile che il Dragone non voglia dare l’idea di essere arrendevole nei confronti degli Stati Uniti. A partire da giugno, Washington e Pechino hanno intavolato un complicato tentativo di disgelo. Non a caso, la capitale cinese è stata visitata da vari ministri e alti funzionari statunitensi: dal segretario di Stato, Tony Blinken, al segretario al Tesoro, Janet Yellen, passando per l’inviato per il clima, John Kerry, e per l’ex segretario di Stato, Henry Kissinger.
Il problema è che l’amministrazione Biden, al suo interno, è spaccata tra chi vuole una linea dura sulla Cina e chi, al contrario, auspica una distensione. Una distensione che, come invocato da Kerry e dalla Yellen, dovrebbe viaggiare sul binario della cooperazione climatica. E qui si registra un duplice problema. Primo: la debole leadership di Joe Biden non riesce mai a trovare una sintesi efficace tra queste posizioni divergenti. Il che ha portato spesso l’attuale Casa Bianca ad assumere una linea contraddittoria sulla Cina. Secondo: impostare la distensione sulla cooperazione climatica è un’assurdità.
Non solo il Partito comunista cinese è scarsamente affidabile ma ha già dato prova di non voler assumere degli impegni concreti sul tema. Sono proprio l’ambiguità e l’irresolutezza di Biden a rendere Pechino più baldanzosa. E l’ulteriore pressione cinese su Taiwan sta lì a dimostrarlo.
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La richiesta di Francesco al presidente degli Emirati: promuovere un incontro alla Conferenza Onu sul clima di novembre a Dubai. Misteriosa esplosione, con feriti, di una fabbrica a Mosca. Abbattuti altri droni ucraini.Cinque navi da guerra e 25 caccia sono stati schierati davanti all’isola di Taiwan. È la «risposta» del Dragone all’annunciata visita del vicepresidente di Taipei, William Lai, negli Usa.Lo speciale contiene due articoli.La notizia è di quelle grosse. Secondo la testata libanese in lingua francese L’Orient-Le Jour, gli Emirati Arabi Uniti potrebbero ospitare un vertice Mosca-Kiev durante la Conferenza Onu sul clima prevista a novembre nel Paese del golfo, conosciuta anche come Cop28. Soprattutto, secondo quanto scritto, il presidente emiratino Mohammed bin Zayed starebbe lavorando per «organizzare l’incontro tra Vladimir Putin e Volodymyr Zelensky, su richiesta di papa Francesco». Una notizia fatta trapelare da «diplomatici occidentali e arabi», scrive il quotidiano, spiegando come l’iniziativa risponda a un’intenzione già manifestata in passato da Abu Dhabi di voler rilanciare i colloqui di pace in collaborazione con il Vaticano.Il New York Times, in un editoriale pubblicato ieri, notava come, finora, il dipartimento di Stato degli Usa «ha avuto un successo limitato nel persuadere lo sceicco Mohammed bin Zayed ad allinearsi alla politica estera statunitense, in particolare quando si tratta di limitare i legami militari con la Cina e di isolare la Russia dopo l’invasione dell’Ucraina». Non se ne è parlato molto finora ma, come ricorda giustamente il New York Times, nell’ultimo anno lo sceicco (considerato un partner cruciale per gli Stati Uniti nella regione) «si è recato due volte in Russia per incontrare il presidente Putin». Inoltre, lo scorso giugno Abu Dhabi «è stata celebrato come ospite d’onore al forum sugli investimenti del leader russo».«Due diplomatici occidentali che hanno chiesto l’anonimato affermano a L’Orient-Le Jour che molti Paesi europei sono in contatto con Abu Dhabi per sostenere questa iniziativa», scrive il giornale. «Gli Emirati Arabi Uniti potrebbero approfittare del proprio posizionamento geopolitico per ottenere un cessate il fuoco tra Russia e Ucraina», sostiene un diplomatico occidentale citato dal giornale in francese.«L’obiettivo è concordare l’apertura di un dialogo che possa porre fine alla guerra», secondo la stessa fonte. La mossa sarebbe anche molto più concreta di quello che sembra perché una fonte diplomatica europea afferma che «l’iniziativa di pace è stata già discussa con numerosi Paesi europei e con gli Stati Uniti». Il presidente americano Joe Biden, prosegue il resoconto de L’Orient-Le Jour, «è al corrente dell’iniziativa e l’ha accolta con favore, dicendosi pronto a fornire tutto il sostegno necessario perché l’incontro raggiunga i suoi obiettivi». L’iniziativa proposta prevede che Abu Dhabi accolga una conferenza di pace mondiale aperta da papa Francesco nella capitale emiratina negli stessi giorni del summit Cop28.Insomma, mentre le bombe continuano a esplodere, la diplomazia starebbe lavorando sottotraccia per capire come arrivare alla fine del conflitto. Intanto, però, i ritmi son serrati e la guerra non aspetta.L’episodio più grave, e misterioso, delle ultime ore è avvenuto vicino a Mosca, in un deposito di fuochi d’artificio situato all’interno dell’impianto ottico-meccanico di Zagorsk, nella cittadina di Sergiev Posad. Il servizio di emergenza ha dichiarato che l’esplosione, che è avvenuta in un hangar di 1.600 metri quadrati affittato da una ditta privata sul terreno della fabbrica, è stata provocata da un fattore umano. Il bilancio provvisorio è di un morto, una donna, e 56 feriti alcuni di questi in condizioni gravi. Ma si continua a scavare perché le enormi esplosioni hanno provocato un cratere di 5 metri di profondità. Poche ore prima, nella notte, il governatore della regione russa di Bryansk, Alexander Bogomaz, ha affermato che la città di Bila Berezka è stata bombardata dalle forze armate ucraine. L’attacco ha causato danni parziali a diversi edifici residenziali, strutture di servizio, un impianto industriale, alcune strutture commerciali oltre a diverse auto. Anche se non si registrano feriti o vittime.Nel frattempo, le armi continuano a girare da un lato e dall’altro. Il presidente americano Biden «ha approvato l’addestramento di piloti ucraini da parte di alleati occidentali su caccia F-16», ha ribadito il Pentagono tramite la vice-portavoce, Sabrina Singh. Secondo il Washington Post l’addestramento dovrebbe iniziare già nel mese di agosto. Gli Usa hanno fatto sapere di attendere un programma specifico da parte degli alleati europei. L’intelligence britannica, che segue da vicino il conflitto sul campo, ha spiegato che i droni marini (Usv) stanno diventando una componente sempre più importante della guerra navale moderna e possono essere rivolti contro gli anelli più deboli delle vie di approvvigionamento marittimo della Russia. Dal 28 febbraio 2022, sottolineano nel report, le navi militari russe non sono in grado di attraversare il Bosforo, lasciando le forze militari russe in Siria e nel Mediterraneo fortemente dipendenti dalla Mt Sig, dalla Mv SpartaI V e da una manciata di altre navi civili.Intanto il presidente russo Vladimir Putin ha firmato il decreto: la Federazione Russa non informerà più il segretario generale dell’Onu e il Consiglio d’Europa sull’introduzione di normative militari, come la legge marziale, o dello stato di emergenza sul proprio territorio.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/verso-vertice-putin-zelensky-2663184236.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-cina-torna-a-minacciare-taiwan" data-post-id="2663184236" data-published-at="1691666828" data-use-pagination="False"> La Cina torna a minacciare Taiwan Torna a salire la tensione a Taiwan. Nella giornata di ieri, la Repubblica popolare cinese ha schierato cinque navi da guerra e 25 caccia nei pressi dell’isola: in particolare, dieci di essi hanno effettuato un’incursione nella zona di difesa aerea di Taipei. A riferirlo è stato il ministero della Difesa taiwanese. Appena lunedì scorso, attorno all’isola, erano state dispiegate da Pechino sette navi e 24 caccia. Sembrerebbe che queste manovre siano legate al fatto che il vicepresidente di Taiwan, William Lai, si recherà a giorni negli Stati Uniti nel suo viaggio in direzione del Paraguay: una circostanza che ha irritato il Partito comunista cinese. Già ad aprile, Pechino aveva condotto tre giorni di esercitazioni militari nei pressi di Taiwan. In quel caso, le manovre vennero presentate come una ritorsione al fatto che il presidente taiwanese, Tsai Ing-wen, aveva incontrato in California lo speaker della Camera statunitense, Kevin McCarthy. Esercitazioni militari cinesi erano state svolte anche un anno fa, dopo che l’allora speaker della Camera, Nancy Pelosi, aveva visitato personalmente Taiwan. Pechino accampa diritti sull’isola: diritti di cui, tuttavia, non dispone. La situazione odierna è frutto della guerra civile cinese tra comunisti e nazionalisti. L’attuale governo di Taiwan non è mai stato sotto il controllo né ha mai riconosciuto la Repubblica popolare cinese, istituita da Mao Zedong nel 1949. Né la risoluzione Onu del 1971, che conferiva alla Repubblica popolare il seggio al consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, riconosce alcuna sovranità di Pechino su Taipei. Alla luce di tutto questo, è lecito chiedersi che cosa stia succedendo al di là delle dispute storiche e delle proteste per il fatto che gli esponenti del governo taiwanese vengono ricevuti negli Stati Uniti. Innanzitutto, va sottolineato che l’economia cinese sta incontrando serie difficoltà. Non si può, quindi, escludere che Xi Jinping voglia aumentare la pressione su Taipei per distrarre l’attenzione da questi problemi. Senza trascurare che sembrano registrarsi da tempo alcune fibrillazioni politiche in seno allo stesso Partito comunista cinese. Il governo di Pechino utilizza, d’altronde, il dossier taiwanese per ragioni di compattamento interno. In secondo luogo, è possibile che il Dragone non voglia dare l’idea di essere arrendevole nei confronti degli Stati Uniti. A partire da giugno, Washington e Pechino hanno intavolato un complicato tentativo di disgelo. Non a caso, la capitale cinese è stata visitata da vari ministri e alti funzionari statunitensi: dal segretario di Stato, Tony Blinken, al segretario al Tesoro, Janet Yellen, passando per l’inviato per il clima, John Kerry, e per l’ex segretario di Stato, Henry Kissinger. Il problema è che l’amministrazione Biden, al suo interno, è spaccata tra chi vuole una linea dura sulla Cina e chi, al contrario, auspica una distensione. Una distensione che, come invocato da Kerry e dalla Yellen, dovrebbe viaggiare sul binario della cooperazione climatica. E qui si registra un duplice problema. Primo: la debole leadership di Joe Biden non riesce mai a trovare una sintesi efficace tra queste posizioni divergenti. Il che ha portato spesso l’attuale Casa Bianca ad assumere una linea contraddittoria sulla Cina. Secondo: impostare la distensione sulla cooperazione climatica è un’assurdità. Non solo il Partito comunista cinese è scarsamente affidabile ma ha già dato prova di non voler assumere degli impegni concreti sul tema. Sono proprio l’ambiguità e l’irresolutezza di Biden a rendere Pechino più baldanzosa. E l’ulteriore pressione cinese su Taiwan sta lì a dimostrarlo.
Marco Baldassari @Eleventy
Un percorso costruito all’insegna del Made in Italy, della qualità e di un’idea di lusso contemporaneo lontana dall’ostentazione. Per celebrare questo traguardo, la nuova collezione introduce nuove silhouette, colori più sofisticati e due capsule che raccontano da vicino il mondo personale del fondatore: The Indigo Blue e Active Moments. Ne abbiamo parlato con Marco Baldassari.
La Primavera-Estate 2027 coincide col ventesimo anniversario di Eleventy. Che significato ha per lei questo traguardo?
«Rappresenta la realizzazione di un sogno. In vent’anni siamo riusciti a costruire un marchio internazionale restando fedeli ai nostri valori: produzione italiana, qualità, responsabilità e attenzione alle persone. Oggi guardiamo al futuro con la stessa passione, con l’obiettivo di creare qualcosa di duraturo».
Quanto c’è di lei nelle capsule The Indigo Blue e Active Moments?
«Molto. Cerco sempre di raccontarmi attraverso le collezioni. The Indigo Blue nasce dal mio legame con il denim, reinterpretato in chiave sofisticata e contemporanea. Active Moments, invece, riflette il mio stile di vita: sport, benessere e dinamismo. Sono due mondi che mi rappresentano profondamente».
Chi è oggi il cliente Eleventy?
«È una persona che ama la qualità ma non l’ostentazione. Cerca prodotti autentici, ben fatti e dal valore concreto. Apprezza il Made in Italy e riconosce l’equilibrio tra qualità, design e prezzo che caratterizza il nostro marchio».
Come si è evoluto il concetto di smart luxury negli ultimi vent’anni?
«Il principio è rimasto lo stesso: offrire il massimo valore possibile. Oggi, però, lo smart luxury include anche un forte elemento di contemporaneità. Chi sceglie Eleventy cerca qualità e raffinatezza, ma con uno stile più moderno e rilassato».
La collezione introduce volumi più morbidi e nuove interpretazioni della giacca. È cambiato il modo di vivere l’eleganza?
«Sì. Oggi l’uomo desidera capi più confortevoli e versatili. Abbiamo lavorato su nuove proporzioni, nuove tonalità e nuove forme per offrire qualcosa di distintivo, mantenendo sempre coerenza con il nostro Dna».
Come si evolve il concetto di giacca?
«La giacca oggi è più fluida. L’overshirt, per esempio, è diventata una valida alternativa al blazer tradizionale. Abbiamo inoltre reinterpretato modelli ispirati alla tradizione con materiali nobili e costruzioni più contemporanee».
Se dovesse descrivere l’uomo Eleventy della Primavera-Estate 2027?
«Un uomo contemporaneo e sicuro di sé. Lo immagino con una giacca in lino effetto denim della capsule Indigo Blue, pantaloni dai volumi più morbidi e una polo realizzata in filati pregiati. Un guardaroba raffinato ma disinvolto».
Qual è oggi la vostra definizione di eleganza contemporanea?
«È l’incontro tra qualità, discrezione e funzionalità. L’uomo moderno ha bisogno di capi versatili, capaci di accompagnarlo durante tutta la giornata senza rinunciare a comfort ed eleganza».
Quali sono i valori che restano intoccabili?
«La qualità, innanzitutto. Poi la cura artigianale, l’attenzione ai dettagli e la produzione italiana. Sono le fondamenta di tutto ciò che facciamo».
Oggi il prodotto basta ancora?
«Non più. Oggi il prodotto deve essere eccellente, ma da solo non è sufficiente. I clienti cercano esperienze, relazioni e valori condivisi. Per questo stiamo lavorando per costruire una vera community attorno a Eleventy, creando luoghi e occasioni di incontro che vadano oltre l’acquisto. Un primo passo in questa direzione è stato il concept sviluppato a Istanbul, dove abbiamo aperto un flagship store di circa 400 metri quadrati con un caffè integrato. L’idea è offrire ai clienti uno spazio accogliente in cui fermarsi anche senza l’intenzione di acquistare, vivendo l’universo Eleventy attraverso un’esperienza che unisce design, ospitalità e qualità. Il progetto sta dando ottimi risultati e verrà replicato a breve anche a Doha e in Libano. Stiamo inoltre lavorando per arricchire ulteriormente i nostri spazi con contenuti culturali. L’obiettivo è trasformare i negozi in luoghi di ispirazione, dove moda, arte, design e cultura possano dialogare tra loro. A breve presenteremo anche una nuova collaborazione legata al mondo dell’editoria e dei libri, un progetto che contribuirà a rafforzare questa visione».
Quali sono le prossime aperture internazionali?
«Il 2026 è un anno particolarmente importante per il nostro sviluppo internazionale. A fine giugno inaugureremo un nuovo store stagionale a Saint-Tropez, in Place des Lices, una delle location più prestigiose della Costa Azzurra. Per noi rappresenta un traguardo significativo perché ci permette di entrare in contatto con una clientela internazionale molto qualificata e di consolidare ulteriormente il nostro posizionamento nel segmento del lusso contemporaneo. A luglio sarà invece la volta di Chicago, una piazza strategica per il mercato americano, che continua a essere uno dei più dinamici e promettenti per il brand. Gli Stati Uniti rappresentano oggi un’area di forte crescita e un mercato particolarmente ricettivo nei confronti dei valori di Eleventy. Prosegue inoltre il dialogo tra moda e hospitality, un ambito in cui crediamo molto. Siamo recentemente approdati a Santorini all’interno del Sandblu Resort, una delle strutture più esclusive delle isole greche. Essere presenti in contesti di questo livello significa intercettare i clienti nei luoghi che frequentano durante il tempo libero, in un momento in cui sono più disponibili a vivere un’esperienza di brand autentica e rilassata».
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Byung-Chul Han (Getty Images)
Grazie alla quale, dice subito di potere «a quasi cento anni di distanza, fare buon uso dei suoi pensieri per dimostrare che, al di là dell’immanenza della produzione e del consumo, e dell’informazione e comunicazione, vi è un’altra realtà più elevata, una trascendenza, in grado di portarci via, lontano da una vita priva di significato, da una straziante carenza di essere, dalla mera sopravvivenza, offrendoci invece la gioiosa pienezza dell’essere».
Così, tanto per non rendere l’impresa troppo facile, Han, sceglie subito di affrontarla con il tema dell’attenzione, che Simone Weil riteneva fosse «nel suo grado più elevato, la stessa cosa della preghiera». Ricavandone che «la crisi della religione è quindi anche una crisi dell’attenzione, dello scrutare e dell’udire». Dunque: «Dio non è morto. È morto l’uomo al quale Dio si rivelò». Il fatto è che: «la percezione è estremamente ingorda. Le manca qualsiasi ampiezza contemplativa. Non fa che mangiare: il consumo è il suo atteggiamento di base. L’abbuffata di video (binge watching) esprime efficacemente questa ingordigia, binge è: divorare senza freni». Se mangi in continuazione però non puoi più vedere, come appunto diceva Simone Weil, magra come una canna dei marais d’Occitania, specificando: «quaggiù, guardare e mangiare sono due. Bisogna scegliere l’uno o l’altro ma entrambi sono chiamati: amare. Tuttavia solo coloro cui talvolta capita di restare per qualche tempo a guardare invece di mangiare hanno qualche speranza di salvezza». (Simone Weil, Quaderni 4, Adelphi).
«L’anima che continua a mangiare senza scrutare finisce col perdere la capacità di contemplare. Invece dell’autofagia, sviluppa obesità. La sua parte mortale, s’allarga e ingrassa, mentre la parte divina si atrofizza e rimpicciolisce». In Simone Weil, racconta Byung-Chul Han, è l’immaginazione che al servizio dell’Io continua a sognare cibo. Il resto della personalità attivo nel Processo di individuazione viene soffocato dal grasso e da tutti gli elementi di ciò che Simone Weil chiamava «pésanteur» - pesantezza -, che impedisce all’anima di muoversi nella dimensione trascendente. Questo indebolimento degli aspetti spirituali della personalità lacera in profondità l’anima, come ha raccontato Simone Weil in L’ombra e la grazia, tradotto in italiano da Franco Fortini. Solo la pienezza assicurata dall’attenzione dell’intera personalità consente all’essere umano di assicurare la guida agli aspetti più spirituali. «L’attenzione profonda, contemplativa, è rivolta a ciò che persiste, permane tiene il punto. Il vero perdura. Chi è incapace di attenzione contemplativa, incapace di scrutare non ha invece accesso alla verità, al vero, all’ordine perdurante delle cose.
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Loperazione chiamata «Luxury Sky» trae origine da mirate analisi di rischio e da un’approfondita valorizzazione del patrimonio informativo disponibile al Corpo, sviluppata attraverso l’incrocio dei dati del traffico aereo con le risultanze delle banche dati istituzionali e con la documentazione fiscale acquisita nel corso degli accertamenti.
Grazie a un accurato lavoro di ricostruzione e analisi, i finanzieri del Comando Provinciale di Firenze hanno esaminato oltre 20.700 movimenti aerei potenzialmente rilevanti sotto il profilo tributario, individuando diffuse irregolarità nel versamento dell’imposta dovuta per i voli privati operati tra il 2020 e il 2023 da oltre 1.000 compagnie aeree estere.
L’attività ispettiva ha consentito di ricostruire nel dettaglio gli spostamenti di oltre 12.900 voli privati transitati sullo scalo fiorentino e di oltre 42.100 passeggeri trasportati, facendo emergere il mancato assolvimento degli obblighi fiscali da parte di numerosi operatori internazionali.
Le verifiche eseguite hanno portato all’individuazione di un’evasione complessiva pari a 4.388.657 euro, riconducibile a 1.052 società risultate irregolari, corrispondenti al 62,32% dei vettori sottoposti a controllo.
Particolarmente significativo il risultato conseguito in termini di recupero delle risorse pubbliche: a seguito degli interventi della Guardia di Finanza, numerose compagnie hanno già provveduto a regolarizzare la propria posizione, consentendo l’effettivo versamento nelle casse dello Stato di oltre 2,6 milioni di euro. Per la quota residua sono in corso le attività di monitoraggio e riscossione previste dalla normativa vigente.
Gli approfondimenti investigativi hanno inoltre evidenziato il frequente ricorso a strutture societarie localizzate in giurisdizioni caratterizzate da elevata opacità fiscale. In numerosi casi, aerei di grande valore economico risultavano formalmente intestati a società domiciliate in territori a fiscalità privilegiata, rendendo particolarmente complessa l’individuazione dei soggetti effettivamente responsabili degli adempimenti tributari.
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Ansa
La medicina non può mai diventare serva di una morte programmata!». Ricevendo i membri della Fondazione Jérôme Lejeune in occasione del centenario della nascita del suo fondatore, il pontefice ha voluto ribadire che il valore di una persona non dipende mai da ciò che produce o realizza, ma dalla sua intrinseca dignità.
La Fondazione Jérôme Lejeune, nata negli anni Novanta in Francia, è l’erede diretta dell’opera del Venerabile Jérôme Lejeune, scienziato di fama mondiale che nel 1958 scoprì l’anomalia cromosomica all’origine della trisomia 21. Lejeune non fu solo un grande scienziato; fu un medico che vedeva nei suoi pazienti i «poveri tra i poveri», dedicando la vita a cercare una cura che potesse alleviare la loro condizione. Egli comprese precocemente come la sua scoperta potesse essere strumentalizzata per eliminare i nascituri affetti da disabilità, un «eugenismo nuovo» che definì «razzismo cromosomico». Per questo impegno incondizionato a favore della vita, che gli costò ostilità in certi ambienti scientifici, fu chiamato da Giovanni Paolo II a presiedere la neonata Pontificia Accademia per la Vita. Oggi la Fondazione prosegue questa missione attraverso la ricerca scientifica, la cura presso l’Istituto Jérôme Lejeune di Parigi e la difesa dei più fragili nel dibattito pubblico.
Un dibattito che in Francia ha raggiunto un punto di rottura. Proprio in queste ore, l’Assemblea nazionale affronta la terza lettura del disegno di legge che mira a legalizzare l’eutanasia e il suicidio assistito. Di fronte a quella che viene percepita come una deriva etica, i vescovi francesi hanno indetto una novena di preghiera dal 21 al 29 giugno (in vista appunto del voto del 30 giugno), invitando i fedeli a chiedere che lo Spirito Santo «illumini le coscienze» dei legislatori. L’episcopato transalpino ha ricordato che non si protegge la vita mettendovi fine, ma accompagnandola fino al termine naturale. Nel lanciare questo appello, i vescovi d’oltralpe hanno richiamato anche, e non a caso, le parole fondamentali pronunciate dal Papa al Parlamento spagnolo durante il suo recente viaggio apostolico a Madrid. In quell’occasione, il Santo Padre aveva chiarito che «ogni vita umana dev’essere riconosciuta e custodita dal concepimento fino al suo naturale tramonto, in ogni circostanza della sua esistenza». Aggiungendo che «la difesa della vita umana non è una questione di interesse particolare né confessionale: è una meta di civiltà». Si tratta di un richiamo diretto al ruolo della politica: le leggi approvate devono essere verificate sulla loro capacità di rispettare la dignità della persona per capire se stiano davvero perseguendo il bene comune.
Queste riflessioni scavalcano le Alpi e arrivano in Italia, dove il Parlamento si trova in una fase di stallo riguardo alla legge sul suicidio assistito. La discussione in Senato, ripresa il 3 giugno, ha mostrato una maggioranza divisa e una situazione di profonda mutazione politica. Al centro di questo cambiamento c’è la nuova fisionomia di Forza Italia, ora guidata in Senato da Stefania Craxi. Il partito ha intrapreso una netta svolta «liberal» sotto l’influenza di Marina Berlusconi, la quale ha dichiarato apertamente di sentirsi più in sintonia con la sinistra su temi come il fine vita, i diritti Lgbt e l’aborto. Nonostante le resistenze interne nella maggioranza (in particolare Fratelli d’Italia e parte della Lega), Forza Italia sta di fatto spingendo per un accordo con le opposizioni, cercando una mediazione che sblocchi l’impasse. Gli emendamenti proposti dalla Craxi e dalla senatrice Daniela Ternullo riflettono questo nuovo corso: puntano ad ampliare i requisiti per l’accesso al suicidio assistito, in particolare la neo proposta azzurra prevede che l’assistenza al suicidio possa essere resa da medici ospedalieri o di medicina generale su base volontaria in regime di intramoenia, con l’impegno del Cnr nel reperimento dei farmaci letali.
Stefania Craxi ha dichiarato di voler «discutere di una norma di civiltà». Eppure, questa visione appare diametralmente opposta a quanto affermato dal Papa a Madrid e ribadito ieri alla Fondazione Lejeune: se per la Craxi la «civiltà» sembra risiedere nella regolamentazione della morte assistita, per il Pontefice la vera «meta di civiltà» risiede esclusivamente nella difesa della vita senza eccezioni. Questa trasformazione di Forza Italia appare ancora più stridente se confrontata con il pensiero del suo fondatore. È solo del 2021 la lettera di Silvio Berlusconi a Il Giornale: «La vita di ogni essere umano è sacra dal momento del concepimento fino alla morte biologica». A cui aggiungeva una sottolineatura riferita proprio al ruolo della Chiesa. «La Chiesa cattolica», scriveva Berlusconi padre, «ha esercitato ed esercita oggi in Italia e nel mondo una funzione essenziale a difesa dei diritti delle persone, di ogni persona e soprattutto dei più deboli». Oggi la Craxi, spinge per una legge che la Chiesa e i movimenti pro-life considerano una «norma di morte». La sfida lanciata da papa Leone XIV è chiara: la civiltà non si costruisce programmando la morte, ma servendo la vita, specialmente quando essa è più fragile e indifesa. I vescovi francesi hanno risposto «presente», ci sarà qualcuno al di qua delle Alpi pronto a fare altrettanto?
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