True
2023-08-10
«Verso un vertice Putin-Zelensky». C’è il Papa dietro la mossa degli emiri
Vladimir Putin e il presidente degli Emirati Arabi Uniti Mohammed bin Zayed (Ansa)
La notizia è di quelle grosse. Secondo la testata libanese in lingua francese L’Orient-Le Jour, gli Emirati Arabi Uniti potrebbero ospitare un vertice Mosca-Kiev durante la Conferenza Onu sul clima prevista a novembre nel Paese del golfo, conosciuta anche come Cop28. Soprattutto, secondo quanto scritto, il presidente emiratino Mohammed bin Zayed starebbe lavorando per «organizzare l’incontro tra Vladimir Putin e Volodymyr Zelensky, su richiesta di papa Francesco». Una notizia fatta trapelare da «diplomatici occidentali e arabi», scrive il quotidiano, spiegando come l’iniziativa risponda a un’intenzione già manifestata in passato da Abu Dhabi di voler rilanciare i colloqui di pace in collaborazione con il Vaticano.
Il New York Times, in un editoriale pubblicato ieri, notava come, finora, il dipartimento di Stato degli Usa «ha avuto un successo limitato nel persuadere lo sceicco Mohammed bin Zayed ad allinearsi alla politica estera statunitense, in particolare quando si tratta di limitare i legami militari con la Cina e di isolare la Russia dopo l’invasione dell’Ucraina». Non se ne è parlato molto finora ma, come ricorda giustamente il New York Times, nell’ultimo anno lo sceicco (considerato un partner cruciale per gli Stati Uniti nella regione) «si è recato due volte in Russia per incontrare il presidente Putin». Inoltre, lo scorso giugno Abu Dhabi «è stata celebrato come ospite d’onore al forum sugli investimenti del leader russo».
«Due diplomatici occidentali che hanno chiesto l’anonimato affermano a L’Orient-Le Jour che molti Paesi europei sono in contatto con Abu Dhabi per sostenere questa iniziativa», scrive il giornale. «Gli Emirati Arabi Uniti potrebbero approfittare del proprio posizionamento geopolitico per ottenere un cessate il fuoco tra Russia e Ucraina», sostiene un diplomatico occidentale citato dal giornale in francese.
«L’obiettivo è concordare l’apertura di un dialogo che possa porre fine alla guerra», secondo la stessa fonte. La mossa sarebbe anche molto più concreta di quello che sembra perché una fonte diplomatica europea afferma che «l’iniziativa di pace è stata già discussa con numerosi Paesi europei e con gli Stati Uniti». Il presidente americano Joe Biden, prosegue il resoconto de L’Orient-Le Jour, «è al corrente dell’iniziativa e l’ha accolta con favore, dicendosi pronto a fornire tutto il sostegno necessario perché l’incontro raggiunga i suoi obiettivi». L’iniziativa proposta prevede che Abu Dhabi accolga una conferenza di pace mondiale aperta da papa Francesco nella capitale emiratina negli stessi giorni del summit Cop28.
Insomma, mentre le bombe continuano a esplodere, la diplomazia starebbe lavorando sottotraccia per capire come arrivare alla fine del conflitto. Intanto, però, i ritmi son serrati e la guerra non aspetta.
L’episodio più grave, e misterioso, delle ultime ore è avvenuto vicino a Mosca, in un deposito di fuochi d’artificio situato all’interno dell’impianto ottico-meccanico di Zagorsk, nella cittadina di Sergiev Posad. Il servizio di emergenza ha dichiarato che l’esplosione, che è avvenuta in un hangar di 1.600 metri quadrati affittato da una ditta privata sul terreno della fabbrica, è stata provocata da un fattore umano. Il bilancio provvisorio è di un morto, una donna, e 56 feriti alcuni di questi in condizioni gravi. Ma si continua a scavare perché le enormi esplosioni hanno provocato un cratere di 5 metri di profondità. Poche ore prima, nella notte, il governatore della regione russa di Bryansk, Alexander Bogomaz, ha affermato che la città di Bila Berezka è stata bombardata dalle forze armate ucraine. L’attacco ha causato danni parziali a diversi edifici residenziali, strutture di servizio, un impianto industriale, alcune strutture commerciali oltre a diverse auto. Anche se non si registrano feriti o vittime.
Nel frattempo, le armi continuano a girare da un lato e dall’altro. Il presidente americano Biden «ha approvato l’addestramento di piloti ucraini da parte di alleati occidentali su caccia F-16», ha ribadito il Pentagono tramite la vice-portavoce, Sabrina Singh. Secondo il Washington Post l’addestramento dovrebbe iniziare già nel mese di agosto. Gli Usa hanno fatto sapere di attendere un programma specifico da parte degli alleati europei. L’intelligence britannica, che segue da vicino il conflitto sul campo, ha spiegato che i droni marini (Usv) stanno diventando una componente sempre più importante della guerra navale moderna e possono essere rivolti contro gli anelli più deboli delle vie di approvvigionamento marittimo della Russia. Dal 28 febbraio 2022, sottolineano nel report, le navi militari russe non sono in grado di attraversare il Bosforo, lasciando le forze militari russe in Siria e nel Mediterraneo fortemente dipendenti dalla Mt Sig, dalla Mv SpartaI V e da una manciata di altre navi civili.
Intanto il presidente russo Vladimir Putin ha firmato il decreto: la Federazione Russa non informerà più il segretario generale dell’Onu e il Consiglio d’Europa sull’introduzione di normative militari, come la legge marziale, o dello stato di emergenza sul proprio territorio.
La Cina torna a minacciare Taiwan
Torna a salire la tensione a Taiwan. Nella giornata di ieri, la Repubblica popolare cinese ha schierato cinque navi da guerra e 25 caccia nei pressi dell’isola: in particolare, dieci di essi hanno effettuato un’incursione nella zona di difesa aerea di Taipei. A riferirlo è stato il ministero della Difesa taiwanese.
Appena lunedì scorso, attorno all’isola, erano state dispiegate da Pechino sette navi e 24 caccia. Sembrerebbe che queste manovre siano legate al fatto che il vicepresidente di Taiwan, William Lai, si recherà a giorni negli Stati Uniti nel suo viaggio in direzione del Paraguay: una circostanza che ha irritato il Partito comunista cinese. Già ad aprile, Pechino aveva condotto tre giorni di esercitazioni militari nei pressi di Taiwan. In quel caso, le manovre vennero presentate come una ritorsione al fatto che il presidente taiwanese, Tsai Ing-wen, aveva incontrato in California lo speaker della Camera statunitense, Kevin McCarthy. Esercitazioni militari cinesi erano state svolte anche un anno fa, dopo che l’allora speaker della Camera, Nancy Pelosi, aveva visitato personalmente Taiwan.
Pechino accampa diritti sull’isola: diritti di cui, tuttavia, non dispone. La situazione odierna è frutto della guerra civile cinese tra comunisti e nazionalisti. L’attuale governo di Taiwan non è mai stato sotto il controllo né ha mai riconosciuto la Repubblica popolare cinese, istituita da Mao Zedong nel 1949. Né la risoluzione Onu del 1971, che conferiva alla Repubblica popolare il seggio al consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, riconosce alcuna sovranità di Pechino su Taipei. Alla luce di tutto questo, è lecito chiedersi che cosa stia succedendo al di là delle dispute storiche e delle proteste per il fatto che gli esponenti del governo taiwanese vengono ricevuti negli Stati Uniti.
Innanzitutto, va sottolineato che l’economia cinese sta incontrando serie difficoltà. Non si può, quindi, escludere che Xi Jinping voglia aumentare la pressione su Taipei per distrarre l’attenzione da questi problemi. Senza trascurare che sembrano registrarsi da tempo alcune fibrillazioni politiche in seno allo stesso Partito comunista cinese. Il governo di Pechino utilizza, d’altronde, il dossier taiwanese per ragioni di compattamento interno. In secondo luogo, è possibile che il Dragone non voglia dare l’idea di essere arrendevole nei confronti degli Stati Uniti. A partire da giugno, Washington e Pechino hanno intavolato un complicato tentativo di disgelo. Non a caso, la capitale cinese è stata visitata da vari ministri e alti funzionari statunitensi: dal segretario di Stato, Tony Blinken, al segretario al Tesoro, Janet Yellen, passando per l’inviato per il clima, John Kerry, e per l’ex segretario di Stato, Henry Kissinger.
Il problema è che l’amministrazione Biden, al suo interno, è spaccata tra chi vuole una linea dura sulla Cina e chi, al contrario, auspica una distensione. Una distensione che, come invocato da Kerry e dalla Yellen, dovrebbe viaggiare sul binario della cooperazione climatica. E qui si registra un duplice problema. Primo: la debole leadership di Joe Biden non riesce mai a trovare una sintesi efficace tra queste posizioni divergenti. Il che ha portato spesso l’attuale Casa Bianca ad assumere una linea contraddittoria sulla Cina. Secondo: impostare la distensione sulla cooperazione climatica è un’assurdità.
Non solo il Partito comunista cinese è scarsamente affidabile ma ha già dato prova di non voler assumere degli impegni concreti sul tema. Sono proprio l’ambiguità e l’irresolutezza di Biden a rendere Pechino più baldanzosa. E l’ulteriore pressione cinese su Taiwan sta lì a dimostrarlo.
Continua a leggereRiduci
La richiesta di Francesco al presidente degli Emirati: promuovere un incontro alla Conferenza Onu sul clima di novembre a Dubai. Misteriosa esplosione, con feriti, di una fabbrica a Mosca. Abbattuti altri droni ucraini.Cinque navi da guerra e 25 caccia sono stati schierati davanti all’isola di Taiwan. È la «risposta» del Dragone all’annunciata visita del vicepresidente di Taipei, William Lai, negli Usa.Lo speciale contiene due articoli.La notizia è di quelle grosse. Secondo la testata libanese in lingua francese L’Orient-Le Jour, gli Emirati Arabi Uniti potrebbero ospitare un vertice Mosca-Kiev durante la Conferenza Onu sul clima prevista a novembre nel Paese del golfo, conosciuta anche come Cop28. Soprattutto, secondo quanto scritto, il presidente emiratino Mohammed bin Zayed starebbe lavorando per «organizzare l’incontro tra Vladimir Putin e Volodymyr Zelensky, su richiesta di papa Francesco». Una notizia fatta trapelare da «diplomatici occidentali e arabi», scrive il quotidiano, spiegando come l’iniziativa risponda a un’intenzione già manifestata in passato da Abu Dhabi di voler rilanciare i colloqui di pace in collaborazione con il Vaticano.Il New York Times, in un editoriale pubblicato ieri, notava come, finora, il dipartimento di Stato degli Usa «ha avuto un successo limitato nel persuadere lo sceicco Mohammed bin Zayed ad allinearsi alla politica estera statunitense, in particolare quando si tratta di limitare i legami militari con la Cina e di isolare la Russia dopo l’invasione dell’Ucraina». Non se ne è parlato molto finora ma, come ricorda giustamente il New York Times, nell’ultimo anno lo sceicco (considerato un partner cruciale per gli Stati Uniti nella regione) «si è recato due volte in Russia per incontrare il presidente Putin». Inoltre, lo scorso giugno Abu Dhabi «è stata celebrato come ospite d’onore al forum sugli investimenti del leader russo».«Due diplomatici occidentali che hanno chiesto l’anonimato affermano a L’Orient-Le Jour che molti Paesi europei sono in contatto con Abu Dhabi per sostenere questa iniziativa», scrive il giornale. «Gli Emirati Arabi Uniti potrebbero approfittare del proprio posizionamento geopolitico per ottenere un cessate il fuoco tra Russia e Ucraina», sostiene un diplomatico occidentale citato dal giornale in francese.«L’obiettivo è concordare l’apertura di un dialogo che possa porre fine alla guerra», secondo la stessa fonte. La mossa sarebbe anche molto più concreta di quello che sembra perché una fonte diplomatica europea afferma che «l’iniziativa di pace è stata già discussa con numerosi Paesi europei e con gli Stati Uniti». Il presidente americano Joe Biden, prosegue il resoconto de L’Orient-Le Jour, «è al corrente dell’iniziativa e l’ha accolta con favore, dicendosi pronto a fornire tutto il sostegno necessario perché l’incontro raggiunga i suoi obiettivi». L’iniziativa proposta prevede che Abu Dhabi accolga una conferenza di pace mondiale aperta da papa Francesco nella capitale emiratina negli stessi giorni del summit Cop28.Insomma, mentre le bombe continuano a esplodere, la diplomazia starebbe lavorando sottotraccia per capire come arrivare alla fine del conflitto. Intanto, però, i ritmi son serrati e la guerra non aspetta.L’episodio più grave, e misterioso, delle ultime ore è avvenuto vicino a Mosca, in un deposito di fuochi d’artificio situato all’interno dell’impianto ottico-meccanico di Zagorsk, nella cittadina di Sergiev Posad. Il servizio di emergenza ha dichiarato che l’esplosione, che è avvenuta in un hangar di 1.600 metri quadrati affittato da una ditta privata sul terreno della fabbrica, è stata provocata da un fattore umano. Il bilancio provvisorio è di un morto, una donna, e 56 feriti alcuni di questi in condizioni gravi. Ma si continua a scavare perché le enormi esplosioni hanno provocato un cratere di 5 metri di profondità. Poche ore prima, nella notte, il governatore della regione russa di Bryansk, Alexander Bogomaz, ha affermato che la città di Bila Berezka è stata bombardata dalle forze armate ucraine. L’attacco ha causato danni parziali a diversi edifici residenziali, strutture di servizio, un impianto industriale, alcune strutture commerciali oltre a diverse auto. Anche se non si registrano feriti o vittime.Nel frattempo, le armi continuano a girare da un lato e dall’altro. Il presidente americano Biden «ha approvato l’addestramento di piloti ucraini da parte di alleati occidentali su caccia F-16», ha ribadito il Pentagono tramite la vice-portavoce, Sabrina Singh. Secondo il Washington Post l’addestramento dovrebbe iniziare già nel mese di agosto. Gli Usa hanno fatto sapere di attendere un programma specifico da parte degli alleati europei. L’intelligence britannica, che segue da vicino il conflitto sul campo, ha spiegato che i droni marini (Usv) stanno diventando una componente sempre più importante della guerra navale moderna e possono essere rivolti contro gli anelli più deboli delle vie di approvvigionamento marittimo della Russia. Dal 28 febbraio 2022, sottolineano nel report, le navi militari russe non sono in grado di attraversare il Bosforo, lasciando le forze militari russe in Siria e nel Mediterraneo fortemente dipendenti dalla Mt Sig, dalla Mv SpartaI V e da una manciata di altre navi civili.Intanto il presidente russo Vladimir Putin ha firmato il decreto: la Federazione Russa non informerà più il segretario generale dell’Onu e il Consiglio d’Europa sull’introduzione di normative militari, come la legge marziale, o dello stato di emergenza sul proprio territorio.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/verso-vertice-putin-zelensky-2663184236.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-cina-torna-a-minacciare-taiwan" data-post-id="2663184236" data-published-at="1691666828" data-use-pagination="False"> La Cina torna a minacciare Taiwan Torna a salire la tensione a Taiwan. Nella giornata di ieri, la Repubblica popolare cinese ha schierato cinque navi da guerra e 25 caccia nei pressi dell’isola: in particolare, dieci di essi hanno effettuato un’incursione nella zona di difesa aerea di Taipei. A riferirlo è stato il ministero della Difesa taiwanese. Appena lunedì scorso, attorno all’isola, erano state dispiegate da Pechino sette navi e 24 caccia. Sembrerebbe che queste manovre siano legate al fatto che il vicepresidente di Taiwan, William Lai, si recherà a giorni negli Stati Uniti nel suo viaggio in direzione del Paraguay: una circostanza che ha irritato il Partito comunista cinese. Già ad aprile, Pechino aveva condotto tre giorni di esercitazioni militari nei pressi di Taiwan. In quel caso, le manovre vennero presentate come una ritorsione al fatto che il presidente taiwanese, Tsai Ing-wen, aveva incontrato in California lo speaker della Camera statunitense, Kevin McCarthy. Esercitazioni militari cinesi erano state svolte anche un anno fa, dopo che l’allora speaker della Camera, Nancy Pelosi, aveva visitato personalmente Taiwan. Pechino accampa diritti sull’isola: diritti di cui, tuttavia, non dispone. La situazione odierna è frutto della guerra civile cinese tra comunisti e nazionalisti. L’attuale governo di Taiwan non è mai stato sotto il controllo né ha mai riconosciuto la Repubblica popolare cinese, istituita da Mao Zedong nel 1949. Né la risoluzione Onu del 1971, che conferiva alla Repubblica popolare il seggio al consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, riconosce alcuna sovranità di Pechino su Taipei. Alla luce di tutto questo, è lecito chiedersi che cosa stia succedendo al di là delle dispute storiche e delle proteste per il fatto che gli esponenti del governo taiwanese vengono ricevuti negli Stati Uniti. Innanzitutto, va sottolineato che l’economia cinese sta incontrando serie difficoltà. Non si può, quindi, escludere che Xi Jinping voglia aumentare la pressione su Taipei per distrarre l’attenzione da questi problemi. Senza trascurare che sembrano registrarsi da tempo alcune fibrillazioni politiche in seno allo stesso Partito comunista cinese. Il governo di Pechino utilizza, d’altronde, il dossier taiwanese per ragioni di compattamento interno. In secondo luogo, è possibile che il Dragone non voglia dare l’idea di essere arrendevole nei confronti degli Stati Uniti. A partire da giugno, Washington e Pechino hanno intavolato un complicato tentativo di disgelo. Non a caso, la capitale cinese è stata visitata da vari ministri e alti funzionari statunitensi: dal segretario di Stato, Tony Blinken, al segretario al Tesoro, Janet Yellen, passando per l’inviato per il clima, John Kerry, e per l’ex segretario di Stato, Henry Kissinger. Il problema è che l’amministrazione Biden, al suo interno, è spaccata tra chi vuole una linea dura sulla Cina e chi, al contrario, auspica una distensione. Una distensione che, come invocato da Kerry e dalla Yellen, dovrebbe viaggiare sul binario della cooperazione climatica. E qui si registra un duplice problema. Primo: la debole leadership di Joe Biden non riesce mai a trovare una sintesi efficace tra queste posizioni divergenti. Il che ha portato spesso l’attuale Casa Bianca ad assumere una linea contraddittoria sulla Cina. Secondo: impostare la distensione sulla cooperazione climatica è un’assurdità. Non solo il Partito comunista cinese è scarsamente affidabile ma ha già dato prova di non voler assumere degli impegni concreti sul tema. Sono proprio l’ambiguità e l’irresolutezza di Biden a rendere Pechino più baldanzosa. E l’ulteriore pressione cinese su Taiwan sta lì a dimostrarlo.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
Continua a leggereRiduci
Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
Continua a leggereRiduci