True
2023-08-10
«Verso un vertice Putin-Zelensky». C’è il Papa dietro la mossa degli emiri
Vladimir Putin e il presidente degli Emirati Arabi Uniti Mohammed bin Zayed (Ansa)
La notizia è di quelle grosse. Secondo la testata libanese in lingua francese L’Orient-Le Jour, gli Emirati Arabi Uniti potrebbero ospitare un vertice Mosca-Kiev durante la Conferenza Onu sul clima prevista a novembre nel Paese del golfo, conosciuta anche come Cop28. Soprattutto, secondo quanto scritto, il presidente emiratino Mohammed bin Zayed starebbe lavorando per «organizzare l’incontro tra Vladimir Putin e Volodymyr Zelensky, su richiesta di papa Francesco». Una notizia fatta trapelare da «diplomatici occidentali e arabi», scrive il quotidiano, spiegando come l’iniziativa risponda a un’intenzione già manifestata in passato da Abu Dhabi di voler rilanciare i colloqui di pace in collaborazione con il Vaticano.
Il New York Times, in un editoriale pubblicato ieri, notava come, finora, il dipartimento di Stato degli Usa «ha avuto un successo limitato nel persuadere lo sceicco Mohammed bin Zayed ad allinearsi alla politica estera statunitense, in particolare quando si tratta di limitare i legami militari con la Cina e di isolare la Russia dopo l’invasione dell’Ucraina». Non se ne è parlato molto finora ma, come ricorda giustamente il New York Times, nell’ultimo anno lo sceicco (considerato un partner cruciale per gli Stati Uniti nella regione) «si è recato due volte in Russia per incontrare il presidente Putin». Inoltre, lo scorso giugno Abu Dhabi «è stata celebrato come ospite d’onore al forum sugli investimenti del leader russo».
«Due diplomatici occidentali che hanno chiesto l’anonimato affermano a L’Orient-Le Jour che molti Paesi europei sono in contatto con Abu Dhabi per sostenere questa iniziativa», scrive il giornale. «Gli Emirati Arabi Uniti potrebbero approfittare del proprio posizionamento geopolitico per ottenere un cessate il fuoco tra Russia e Ucraina», sostiene un diplomatico occidentale citato dal giornale in francese.
«L’obiettivo è concordare l’apertura di un dialogo che possa porre fine alla guerra», secondo la stessa fonte. La mossa sarebbe anche molto più concreta di quello che sembra perché una fonte diplomatica europea afferma che «l’iniziativa di pace è stata già discussa con numerosi Paesi europei e con gli Stati Uniti». Il presidente americano Joe Biden, prosegue il resoconto de L’Orient-Le Jour, «è al corrente dell’iniziativa e l’ha accolta con favore, dicendosi pronto a fornire tutto il sostegno necessario perché l’incontro raggiunga i suoi obiettivi». L’iniziativa proposta prevede che Abu Dhabi accolga una conferenza di pace mondiale aperta da papa Francesco nella capitale emiratina negli stessi giorni del summit Cop28.
Insomma, mentre le bombe continuano a esplodere, la diplomazia starebbe lavorando sottotraccia per capire come arrivare alla fine del conflitto. Intanto, però, i ritmi son serrati e la guerra non aspetta.
L’episodio più grave, e misterioso, delle ultime ore è avvenuto vicino a Mosca, in un deposito di fuochi d’artificio situato all’interno dell’impianto ottico-meccanico di Zagorsk, nella cittadina di Sergiev Posad. Il servizio di emergenza ha dichiarato che l’esplosione, che è avvenuta in un hangar di 1.600 metri quadrati affittato da una ditta privata sul terreno della fabbrica, è stata provocata da un fattore umano. Il bilancio provvisorio è di un morto, una donna, e 56 feriti alcuni di questi in condizioni gravi. Ma si continua a scavare perché le enormi esplosioni hanno provocato un cratere di 5 metri di profondità. Poche ore prima, nella notte, il governatore della regione russa di Bryansk, Alexander Bogomaz, ha affermato che la città di Bila Berezka è stata bombardata dalle forze armate ucraine. L’attacco ha causato danni parziali a diversi edifici residenziali, strutture di servizio, un impianto industriale, alcune strutture commerciali oltre a diverse auto. Anche se non si registrano feriti o vittime.
Nel frattempo, le armi continuano a girare da un lato e dall’altro. Il presidente americano Biden «ha approvato l’addestramento di piloti ucraini da parte di alleati occidentali su caccia F-16», ha ribadito il Pentagono tramite la vice-portavoce, Sabrina Singh. Secondo il Washington Post l’addestramento dovrebbe iniziare già nel mese di agosto. Gli Usa hanno fatto sapere di attendere un programma specifico da parte degli alleati europei. L’intelligence britannica, che segue da vicino il conflitto sul campo, ha spiegato che i droni marini (Usv) stanno diventando una componente sempre più importante della guerra navale moderna e possono essere rivolti contro gli anelli più deboli delle vie di approvvigionamento marittimo della Russia. Dal 28 febbraio 2022, sottolineano nel report, le navi militari russe non sono in grado di attraversare il Bosforo, lasciando le forze militari russe in Siria e nel Mediterraneo fortemente dipendenti dalla Mt Sig, dalla Mv SpartaI V e da una manciata di altre navi civili.
Intanto il presidente russo Vladimir Putin ha firmato il decreto: la Federazione Russa non informerà più il segretario generale dell’Onu e il Consiglio d’Europa sull’introduzione di normative militari, come la legge marziale, o dello stato di emergenza sul proprio territorio.
La Cina torna a minacciare Taiwan
Torna a salire la tensione a Taiwan. Nella giornata di ieri, la Repubblica popolare cinese ha schierato cinque navi da guerra e 25 caccia nei pressi dell’isola: in particolare, dieci di essi hanno effettuato un’incursione nella zona di difesa aerea di Taipei. A riferirlo è stato il ministero della Difesa taiwanese.
Appena lunedì scorso, attorno all’isola, erano state dispiegate da Pechino sette navi e 24 caccia. Sembrerebbe che queste manovre siano legate al fatto che il vicepresidente di Taiwan, William Lai, si recherà a giorni negli Stati Uniti nel suo viaggio in direzione del Paraguay: una circostanza che ha irritato il Partito comunista cinese. Già ad aprile, Pechino aveva condotto tre giorni di esercitazioni militari nei pressi di Taiwan. In quel caso, le manovre vennero presentate come una ritorsione al fatto che il presidente taiwanese, Tsai Ing-wen, aveva incontrato in California lo speaker della Camera statunitense, Kevin McCarthy. Esercitazioni militari cinesi erano state svolte anche un anno fa, dopo che l’allora speaker della Camera, Nancy Pelosi, aveva visitato personalmente Taiwan.
Pechino accampa diritti sull’isola: diritti di cui, tuttavia, non dispone. La situazione odierna è frutto della guerra civile cinese tra comunisti e nazionalisti. L’attuale governo di Taiwan non è mai stato sotto il controllo né ha mai riconosciuto la Repubblica popolare cinese, istituita da Mao Zedong nel 1949. Né la risoluzione Onu del 1971, che conferiva alla Repubblica popolare il seggio al consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, riconosce alcuna sovranità di Pechino su Taipei. Alla luce di tutto questo, è lecito chiedersi che cosa stia succedendo al di là delle dispute storiche e delle proteste per il fatto che gli esponenti del governo taiwanese vengono ricevuti negli Stati Uniti.
Innanzitutto, va sottolineato che l’economia cinese sta incontrando serie difficoltà. Non si può, quindi, escludere che Xi Jinping voglia aumentare la pressione su Taipei per distrarre l’attenzione da questi problemi. Senza trascurare che sembrano registrarsi da tempo alcune fibrillazioni politiche in seno allo stesso Partito comunista cinese. Il governo di Pechino utilizza, d’altronde, il dossier taiwanese per ragioni di compattamento interno. In secondo luogo, è possibile che il Dragone non voglia dare l’idea di essere arrendevole nei confronti degli Stati Uniti. A partire da giugno, Washington e Pechino hanno intavolato un complicato tentativo di disgelo. Non a caso, la capitale cinese è stata visitata da vari ministri e alti funzionari statunitensi: dal segretario di Stato, Tony Blinken, al segretario al Tesoro, Janet Yellen, passando per l’inviato per il clima, John Kerry, e per l’ex segretario di Stato, Henry Kissinger.
Il problema è che l’amministrazione Biden, al suo interno, è spaccata tra chi vuole una linea dura sulla Cina e chi, al contrario, auspica una distensione. Una distensione che, come invocato da Kerry e dalla Yellen, dovrebbe viaggiare sul binario della cooperazione climatica. E qui si registra un duplice problema. Primo: la debole leadership di Joe Biden non riesce mai a trovare una sintesi efficace tra queste posizioni divergenti. Il che ha portato spesso l’attuale Casa Bianca ad assumere una linea contraddittoria sulla Cina. Secondo: impostare la distensione sulla cooperazione climatica è un’assurdità.
Non solo il Partito comunista cinese è scarsamente affidabile ma ha già dato prova di non voler assumere degli impegni concreti sul tema. Sono proprio l’ambiguità e l’irresolutezza di Biden a rendere Pechino più baldanzosa. E l’ulteriore pressione cinese su Taiwan sta lì a dimostrarlo.
Continua a leggereRiduci
La richiesta di Francesco al presidente degli Emirati: promuovere un incontro alla Conferenza Onu sul clima di novembre a Dubai. Misteriosa esplosione, con feriti, di una fabbrica a Mosca. Abbattuti altri droni ucraini.Cinque navi da guerra e 25 caccia sono stati schierati davanti all’isola di Taiwan. È la «risposta» del Dragone all’annunciata visita del vicepresidente di Taipei, William Lai, negli Usa.Lo speciale contiene due articoli.La notizia è di quelle grosse. Secondo la testata libanese in lingua francese L’Orient-Le Jour, gli Emirati Arabi Uniti potrebbero ospitare un vertice Mosca-Kiev durante la Conferenza Onu sul clima prevista a novembre nel Paese del golfo, conosciuta anche come Cop28. Soprattutto, secondo quanto scritto, il presidente emiratino Mohammed bin Zayed starebbe lavorando per «organizzare l’incontro tra Vladimir Putin e Volodymyr Zelensky, su richiesta di papa Francesco». Una notizia fatta trapelare da «diplomatici occidentali e arabi», scrive il quotidiano, spiegando come l’iniziativa risponda a un’intenzione già manifestata in passato da Abu Dhabi di voler rilanciare i colloqui di pace in collaborazione con il Vaticano.Il New York Times, in un editoriale pubblicato ieri, notava come, finora, il dipartimento di Stato degli Usa «ha avuto un successo limitato nel persuadere lo sceicco Mohammed bin Zayed ad allinearsi alla politica estera statunitense, in particolare quando si tratta di limitare i legami militari con la Cina e di isolare la Russia dopo l’invasione dell’Ucraina». Non se ne è parlato molto finora ma, come ricorda giustamente il New York Times, nell’ultimo anno lo sceicco (considerato un partner cruciale per gli Stati Uniti nella regione) «si è recato due volte in Russia per incontrare il presidente Putin». Inoltre, lo scorso giugno Abu Dhabi «è stata celebrato come ospite d’onore al forum sugli investimenti del leader russo».«Due diplomatici occidentali che hanno chiesto l’anonimato affermano a L’Orient-Le Jour che molti Paesi europei sono in contatto con Abu Dhabi per sostenere questa iniziativa», scrive il giornale. «Gli Emirati Arabi Uniti potrebbero approfittare del proprio posizionamento geopolitico per ottenere un cessate il fuoco tra Russia e Ucraina», sostiene un diplomatico occidentale citato dal giornale in francese.«L’obiettivo è concordare l’apertura di un dialogo che possa porre fine alla guerra», secondo la stessa fonte. La mossa sarebbe anche molto più concreta di quello che sembra perché una fonte diplomatica europea afferma che «l’iniziativa di pace è stata già discussa con numerosi Paesi europei e con gli Stati Uniti». Il presidente americano Joe Biden, prosegue il resoconto de L’Orient-Le Jour, «è al corrente dell’iniziativa e l’ha accolta con favore, dicendosi pronto a fornire tutto il sostegno necessario perché l’incontro raggiunga i suoi obiettivi». L’iniziativa proposta prevede che Abu Dhabi accolga una conferenza di pace mondiale aperta da papa Francesco nella capitale emiratina negli stessi giorni del summit Cop28.Insomma, mentre le bombe continuano a esplodere, la diplomazia starebbe lavorando sottotraccia per capire come arrivare alla fine del conflitto. Intanto, però, i ritmi son serrati e la guerra non aspetta.L’episodio più grave, e misterioso, delle ultime ore è avvenuto vicino a Mosca, in un deposito di fuochi d’artificio situato all’interno dell’impianto ottico-meccanico di Zagorsk, nella cittadina di Sergiev Posad. Il servizio di emergenza ha dichiarato che l’esplosione, che è avvenuta in un hangar di 1.600 metri quadrati affittato da una ditta privata sul terreno della fabbrica, è stata provocata da un fattore umano. Il bilancio provvisorio è di un morto, una donna, e 56 feriti alcuni di questi in condizioni gravi. Ma si continua a scavare perché le enormi esplosioni hanno provocato un cratere di 5 metri di profondità. Poche ore prima, nella notte, il governatore della regione russa di Bryansk, Alexander Bogomaz, ha affermato che la città di Bila Berezka è stata bombardata dalle forze armate ucraine. L’attacco ha causato danni parziali a diversi edifici residenziali, strutture di servizio, un impianto industriale, alcune strutture commerciali oltre a diverse auto. Anche se non si registrano feriti o vittime.Nel frattempo, le armi continuano a girare da un lato e dall’altro. Il presidente americano Biden «ha approvato l’addestramento di piloti ucraini da parte di alleati occidentali su caccia F-16», ha ribadito il Pentagono tramite la vice-portavoce, Sabrina Singh. Secondo il Washington Post l’addestramento dovrebbe iniziare già nel mese di agosto. Gli Usa hanno fatto sapere di attendere un programma specifico da parte degli alleati europei. L’intelligence britannica, che segue da vicino il conflitto sul campo, ha spiegato che i droni marini (Usv) stanno diventando una componente sempre più importante della guerra navale moderna e possono essere rivolti contro gli anelli più deboli delle vie di approvvigionamento marittimo della Russia. Dal 28 febbraio 2022, sottolineano nel report, le navi militari russe non sono in grado di attraversare il Bosforo, lasciando le forze militari russe in Siria e nel Mediterraneo fortemente dipendenti dalla Mt Sig, dalla Mv SpartaI V e da una manciata di altre navi civili.Intanto il presidente russo Vladimir Putin ha firmato il decreto: la Federazione Russa non informerà più il segretario generale dell’Onu e il Consiglio d’Europa sull’introduzione di normative militari, come la legge marziale, o dello stato di emergenza sul proprio territorio.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/verso-vertice-putin-zelensky-2663184236.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-cina-torna-a-minacciare-taiwan" data-post-id="2663184236" data-published-at="1691666828" data-use-pagination="False"> La Cina torna a minacciare Taiwan Torna a salire la tensione a Taiwan. Nella giornata di ieri, la Repubblica popolare cinese ha schierato cinque navi da guerra e 25 caccia nei pressi dell’isola: in particolare, dieci di essi hanno effettuato un’incursione nella zona di difesa aerea di Taipei. A riferirlo è stato il ministero della Difesa taiwanese. Appena lunedì scorso, attorno all’isola, erano state dispiegate da Pechino sette navi e 24 caccia. Sembrerebbe che queste manovre siano legate al fatto che il vicepresidente di Taiwan, William Lai, si recherà a giorni negli Stati Uniti nel suo viaggio in direzione del Paraguay: una circostanza che ha irritato il Partito comunista cinese. Già ad aprile, Pechino aveva condotto tre giorni di esercitazioni militari nei pressi di Taiwan. In quel caso, le manovre vennero presentate come una ritorsione al fatto che il presidente taiwanese, Tsai Ing-wen, aveva incontrato in California lo speaker della Camera statunitense, Kevin McCarthy. Esercitazioni militari cinesi erano state svolte anche un anno fa, dopo che l’allora speaker della Camera, Nancy Pelosi, aveva visitato personalmente Taiwan. Pechino accampa diritti sull’isola: diritti di cui, tuttavia, non dispone. La situazione odierna è frutto della guerra civile cinese tra comunisti e nazionalisti. L’attuale governo di Taiwan non è mai stato sotto il controllo né ha mai riconosciuto la Repubblica popolare cinese, istituita da Mao Zedong nel 1949. Né la risoluzione Onu del 1971, che conferiva alla Repubblica popolare il seggio al consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, riconosce alcuna sovranità di Pechino su Taipei. Alla luce di tutto questo, è lecito chiedersi che cosa stia succedendo al di là delle dispute storiche e delle proteste per il fatto che gli esponenti del governo taiwanese vengono ricevuti negli Stati Uniti. Innanzitutto, va sottolineato che l’economia cinese sta incontrando serie difficoltà. Non si può, quindi, escludere che Xi Jinping voglia aumentare la pressione su Taipei per distrarre l’attenzione da questi problemi. Senza trascurare che sembrano registrarsi da tempo alcune fibrillazioni politiche in seno allo stesso Partito comunista cinese. Il governo di Pechino utilizza, d’altronde, il dossier taiwanese per ragioni di compattamento interno. In secondo luogo, è possibile che il Dragone non voglia dare l’idea di essere arrendevole nei confronti degli Stati Uniti. A partire da giugno, Washington e Pechino hanno intavolato un complicato tentativo di disgelo. Non a caso, la capitale cinese è stata visitata da vari ministri e alti funzionari statunitensi: dal segretario di Stato, Tony Blinken, al segretario al Tesoro, Janet Yellen, passando per l’inviato per il clima, John Kerry, e per l’ex segretario di Stato, Henry Kissinger. Il problema è che l’amministrazione Biden, al suo interno, è spaccata tra chi vuole una linea dura sulla Cina e chi, al contrario, auspica una distensione. Una distensione che, come invocato da Kerry e dalla Yellen, dovrebbe viaggiare sul binario della cooperazione climatica. E qui si registra un duplice problema. Primo: la debole leadership di Joe Biden non riesce mai a trovare una sintesi efficace tra queste posizioni divergenti. Il che ha portato spesso l’attuale Casa Bianca ad assumere una linea contraddittoria sulla Cina. Secondo: impostare la distensione sulla cooperazione climatica è un’assurdità. Non solo il Partito comunista cinese è scarsamente affidabile ma ha già dato prova di non voler assumere degli impegni concreti sul tema. Sono proprio l’ambiguità e l’irresolutezza di Biden a rendere Pechino più baldanzosa. E l’ulteriore pressione cinese su Taiwan sta lì a dimostrarlo.
Il cambio di paradigma arriva dall’Asia: la Gen Z cinese ha fatto del «pingti» (alternative economiche di alta qualità a marchi di lusso o brand occidentali famosi) un gesto identitario, spostando la domanda verso alternative locali. «Il consumatore cinese non ha smesso di comprare, ha smesso di comprare “occidentale” a ogni costo. Trovare l’alternativa locale di qualità è diventato un motivo d’orgoglio patriottico e di intelligenza finanziaria», osserva lo strategist. «Questo “orgoglio autarchico” sta mettendo in crisi il soft power di brand storici. Se un tempo il logo era uno status symbol, oggi per i giovani cinesi il vero status è non farsi “fregare” dai listini gonfiati delle multinazionali estere».
Sull’online europeo, Zalando viene da un 2025 disastroso e da un -45% circa in 12 mesi: la partita è difendere i margini contro l’ultra-fast asiatica e usare l’Ai per ridurre i resi. Nello sportswear, Adidas chiude il 2025 a 24,8 miliardi di euro di vendite e lancia un buyback da un miliardo; Puma entra nel radar di Anta (obiettivo 29%). «L’ingresso di Anta in Puma segna una nuova fase: i giganti cinesi non si accontentano più di dominare il mercato interno, ma usano i marchi europei in difficoltà come cavalli di Troia per la loro espansione globale», avverte Gaziano. «Nel frattempo, nel fast fashion, assistiamo alla fuga in avanti di Inditex (Zara), che sta riuscendo a “nobilitare” il proprio marchio alzando il posizionamento, mentre H&M resta incastrata in una guerra di margini contro la concorrenza spietata di realtà ultra-fast come Shein».
In Italia BasicNet (Kappa, K-Way, Superga) prova a reggere alzando il peso dell’heritage con Woolrich e Sundek. «Per sopravvivere nel 2026, l’abbigliamento accessibile dovrà offrire più del semplice “pronto moda”. Il divario tra chi riesce a mantenere un legame emotivo con il cliente e chi vende solo merce destinata a essere sostituita da un duplicato cinese è destinato ad ampliarsi ulteriormente», conclude l’esperto.
Continua a leggereRiduci
Christine Lagarde (Ansa)
Tre profili autorevoli, tre visioni simili, tre possibilità che finiscono per farsi ombra a vicenda. Se invece Lagarde decidesse di restare fino alla fine, il baricentro si sposterebbe a Sud. Il candidato più probabile è lo spagnolo Pablo Hernández de Cos, oggi alla guida della Banca dei regolamenti internazionali. Tecnico raffinato, profilo dialogante. Le speculazioni sull’uscita anticipata hanno preso quota dopo le indiscrezioni rilanciate dal Financial Times, secondo cui Lagarde potrebbe lasciare prima delle elezioni francesi, consentendo a Emmanuel Macron di pesare sulla scelta del successore. Ipotesi politicamente sensibile, perché la Bce vive - almeno nello statuto - di indipendenza assoluta, mentre nella realtà convive con i sussurri delle capitali.
Non a caso molti economisti interpellati temono contraccolpi reputazionali: oltre la metà ritiene che un addio anticipato potrebbe intaccare la fiducia nell’istituzione. Circa un terzo intravede rischi per la sua autonomia. In Europa la forma è sostanza, e anche il calendario può diventare politica monetaria. Sul tavolo c’è perfino una soluzione intermedia, tipicamente comunitaria: nominare il successore in anticipo, con Lagarde ancora in carica. Ad arricchire il mosaico contribuisce la nomina del croato Boris Vujčić come vicepresidente, destinato a subentrare dal 1° giugno 2026 allo spagnolo Luis de Guindos . Un cambio che riequilibra i pesi geografici nel board e che, inevitabilmente, entra nel grande gioco delle compensazioni tra Paesi.
Continua a leggereRiduci
iStock
L’episodio evangelico in cui Gesù afferma che «questa specie di demòni non si scaccia se non con la preghiera e il digiuno» (cfr. Vangelo secondo Marco 9,29) è stato tradizionalmente interpretato in chiave spirituale. Nella storia del cristianesimo, il digiuno e la preghiera sono stati considerati strumenti di disciplina interiore, di rafforzamento della volontà e di purificazione. Oggi, tuttavia, è possibile analizzare queste pratiche anche dal punto di vista scientifico, distinguendo con chiarezza i dati comprovati dalle interpretazioni simboliche o teologiche, ma il digiuno determina importanti processi biologici, autofagia e apoptosi, fondamentali per la nostra salute.
Negli ultimi decenni la ricerca biomedica ha studiato con crescente interesse gli effetti del digiuno controllato e della restrizione calorica sull’organismo. È noto che periodi limitati di digiuno possono attivare meccanismi cellulari come l’autofagia, un processo di «riciclaggio» intracellulare descritto in modo approfondito dal biologo Yoshinori Ohsumi, premio Nobel per la medicina nel 2016. L’autofagia consente alla cellula di eliminare componenti danneggiati e di ottimizzare le risorse energetiche. L’apoptosi, invece, è un meccanismo di morte cellulare programmata già intrinseco all’organismo, fondamentale per lo sviluppo e per la prevenzione di proliferazioni anomale.
Alcuni studi suggeriscono che specifici regimi di restrizione calorica possano influenzare vie metaboliche coinvolte nella regolazione della crescita cellulare. Il cancro è una patologia complessa, con basi genetiche e molecolari articolate, e richiede trattamenti oncologici validati, per i quali il digiuno può essere un coadiuvante metabolico. La preghiera diminuisce lo stress e potenzia il sistema immunitario. La preghiera è stata oggetto di studi nell’ambito della psiconeuroimmunologia. Stati mentali caratterizzati da raccoglimento, riduzione dello stress e percezione di senso possono modulare parametri fisiologici, inclusi i livelli di cortisolo, e alcune risposte immunitarie. Le endorfine, oppioidi endogeni prodotti dal sistema nervoso centrale, sono associate alla fede profonda e contribuiscono alla regolazione dello stress. Il digiuno nella tradizione cristiana è per l’uomo non contro l’uomo.
Nel Chiesa cattolica e nelle Chiese ortodosse il digiuno ha una lunga storia. Prima del Concilio Vaticano II, l’astinenza dalle carni il venerdì rappresentava una pratica regolare, cui si aggiungevano periodi penitenziali come l’Avvento e soprattutto la Quaresima. Dal punto di vista nutrizionale, una moderata restrizione periodica può avere effetti metabolici benefici. Nel digiuno cristiano tradizionale sono sempre consentiti l’acqua e i liquidi. Storicamente, alcune bevande come la birra monastica avevano funzione calorica di sostegno durante periodi di alimentazione ridotta. La quaresima è quindi un dono.
Il rapporto tra Ramadan e salute vale la pena di essere esplorato. Il Ramadan prevede l’astensione da cibo e bevande dall’alba al tramonto. Il Ramadan, quindi obbliga alla disidratazione. Le conseguenze dipendono dalle condizioni individuali e ambientali. Se il Ramadan capita durante il periodo di inverno/primavera come quest’anno, le ore di disidratazione sono poche: le giornate sono corte e la disidratazione non è peggiorata dall’afa.
Quando il Ramadan cade d’estate con giornate lunghe e sole cocente le conseguenze per rene e cervello possono essere devastanti. La capacità di concentrazione crolla, il dato è talmente ovvio, talmente ufficiale, che presidi e autorità scolastiche, spesso fisicamente le stesse persone che hanno vietato presepi e crocefissi, raccomandano di evitare verifiche e interrogazioni agli studenti. C’è un innegabile aumento di incidenti stradali e incidenti sul lavoro. Fareste operare vostro figlio da un cardiochirurgo che non mangia e soprattutto non beve da dieci ore? Quello che cambia è la dimensione pubblica e culturale.
La Quaresima, nel cristianesimo, è tradizionalmente un tempo di raccoglimento personale; il Ramadan, non solo nelle società a maggioranza musulmana, è sempre un carattere comunitario che esula dalla sola dimensione religiosa. Tradotto in parole povere: chi viola il Ramadan, anche se non islamico, e si fa pescare a mangiare o bere un sorso d’acqua da una fontanella, viene bastonato in Iran, Arabia Saudita, Afganistan eccetera, ma anche nelle strade di Parigi, Bruxelles o semplicemente sui nostri bus scolastici. In Francia e Gran Bretagna è raccomandato ai poliziotti di non osare bere e mangiare in pubblico durante il Ramadan. È raccomandato anche a quelli non islamici ed è raccomandato ovunque, non solo nei quartieri islamici.
Quest’anno Quaresima e Ramadan cominciano lo stesso giorno. Innumerevoli personaggi, sindaci, presidi, assessori si sono precipitati nel loro delizioso spirito di inclusione ad augurare buon Ramadan ma hanno evitato nel loro delizioso senso di laicità di augurare buona Quaresima. Sembra ogni anno più vera l’ipotesi sostenuta da Bat Ye’or nel libro Eurabia e Oriana Fallaci in La forza della ragione, e cioè che a partire dagli anni Settanta l’Europa avrebbe stretto un’alleanza politico-culturale con i Paesi arabi (nell’ambito del dialogo euro-arabo successivo alla crisi petrolifera del 1973), che avrebbe progressivamente favorito l’immigrazione dai Paesi musulmani, concessioni politiche e culturali al mondo arabo, un indebolimento dell’identità europea. Secondo l’autrice, il momento chiave sarebbe stato un incontro del 1974 a Bruxelles nell’ambito del Dialogo Euro-Arabo promosso dalla Comunità economica europea.
Ma il vento sta cambiando. E la stessa Europa che ha vinto a Lepanto e a Vienna sta scoprendo di non avere molta voglia di permettere chi i propri figli siano presi a pugni sui bus scolastici se non rispettano le norme contro l’uomo di una religione estranea.
I bengalesi vogliono la loro moschea. Presentato il progetto nel Veneziano
I lavori di sgombero dell’area dell’ex segheria Rosso di via Giustizia, a Mestre, da anni ritrovo di tossicodipendenti e senzatetto, sono iniziati alla grande. Operazione pulizia di circa 8.000 metri quadrati, dove al posto di edifici fatiscenti dovrebbe sorgere una grande moschea. È il sogno della comunità islamica bengalese, che messo mano al portafoglio sta finanziando i lavori in attesa che possa esserci una variante di destinazione d’uso della zona, da commerciale a luogo di culto, e che ci sia il parere favorevole delle Fs per la vicinanza alla linea ferroviaria. «Faremo tutti i passi con calma, rispettando tutte le normative. Ora ci sono le elezioni e non ha senso presentare nulla, ma con la prossima amministrazione andremo avanti», ha dichiarato al Gazzettino Prince Howlader, presidente dell’associazione Giovani per l’umanità e promotore del progetto che vuole dare una moschea ai connazionali di Mestre e Marghera. L’ennesima invasione islamica? Di certo, Howlader è una figura a sé stante. Nato in Bangladesh nel 1993, a Mestre dall’età di sette anni, di professione informatico e proprietario col fratello di una società che fornisce servizi ai connazionali, è tra i candidati di Fratelli d’Italia alle elezioni comunali del prossimo maggio. Quella bengalese è la comunità straniera più numerosa a Venezia, sono circa 20.000 e Howlader potrebbe contare sui 3.500 voti di coloro che hanno accesso alle urne. Tutti, scalpitano per avere una moschea. «Tanti nostri imprenditori sono di destra e finalmente ora abbiamo un confronto con la destra. Ci troviamo sui valori: rispettare le regole, essere cittadini perbene, non commettere reati, tenere alla famiglia», affermò un anno fa in un’intervista sul Corriere del Veneto. Lo scorso maggio, la fondazione che fa capo alla comunità bengalese firmò il preliminare d’acquisto con i proprietari dell’ex segheria, versando un anticipo di 150.000 euro su 1,5 milioni di euro. Con le elezioni alle porte, l’imprenditore fa sapere: «Presenteremo successivamente il progetto aspettando la futura amministrazione», confermando che la moschea «dovrà essere abbastanza grande per accogliere almeno 2.000 persone, e ci saranno servizi e parcheggi».Subito si è fatta sentire la Lega, per voce dell’europarlamentare Anna Maria Cisint. «In via Giustizia non potrà sorgere nessuna moschea, perché non esiste alcuna variante né autorizzazione per la destinazione a luogo di culto. E finché la Lega governerà questa città e ne avrà la forza, questo non accadrà», ha dichiarato ieri. Ha poi ribadito che «senza la sottoscrizione di un accordo con lo Stato italiano, nel quale si ribadisca in modo chiaro e inequivocabile che l’islam deve rispettare la Costituzione, le nostre leggi e i nostri valori, nessuno spazio può essere concesso all’islam. Stiamo predisponendo un pacchetto normativo che preveda l’istituzione di un registro dei luoghi di culto, definendone il perimetro della legalità attraverso regole chiare e la sottoscrizione di una “Carta dei valori”, che imponga il rispetto incondizionato della legge italiana e il ripudio esplicito di tutte le norme del Corano incompatibili con la nostra Costituzione». Intanto, al Comune di Venezia dicono di non aver ancora visto l’ombra di un progetto di moschea, nessuna richiesta è stata protocollata. I tempi per una variante sono lunghi e con l’attuale legge regionale del Veneto occorre pure una delibera per la trasformazione in luogo di culto. Sempre che l’operazione non venga bocciata.
Continua a leggereRiduci