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2024-11-27
Verdi in battaglia contro il fato sulle spalle del suo amato Manzoni
Brescia&Amisano/Teatro alla Scala
«Una musica che ci stacca da terra, che ci eleva. Pagine immense che quasi non si possono provare perché sono troppo alte, troppo al di sopra di noi». Riccardo Chailly, il direttore musicale che ha avuto il coraggio di riaffidare alla Forza del destino di Giuseppe Verdi il «capodanno» del teatro alla Scala, che al Piermarini casca il 7 dicembre, alza le mani. La parte finale del secondo atto è il suo punto debole. Davanti alla scena della Vergine degli angeli, ha raccontato ieri nella presentazione della Prima di Sant’Ambrogio, «qualsiasi intervento razionale di concertazione può solo interferire negativamente sulla parabola del viaggio timbrico di questo quadro».
Dalla primissima prova al pianoforte all’ultima di questi ultimi giorni con il coro e l’orchestra, la voce di Anna Netrebko (Donna Leonora) ha commosso il cast e i tecnici presenti. Ed è solo uno dei momenti sublimi (Chailly ne identifica addirittura sette) di un titolo che, come accennavamo, richiede una certa temerarietà. Non solo perché per i fedeli alla scaramanzia, che in teatro può diventare religione, stiamo parlando della Morte nera delle opere, sospettata di essere portatrice di disgrazie e calamità. Ma soprattutto per la sua estrema complessità e ampiezza.
Chailly, com’era prevedibile, ha scelto la versione del 1869 ripensata dal Cigno di Busseto proprio per la Scala (con la quale si era riappacificato dopo un quarto di secolo circa), sette anni dopo la prima inaugurazione assoluta al Teatro imperiale di San Pietroburgo. E la partitura selezionata è l’edizione critica curata per Ricordi da Philip Gossett e William Holmes nel 2005, nella forma integrale, per circa tre ore di musica. Un’abbondanza necessaria per mettere fine al digiuno del Piermarini che da ben 59 anni non inaugura una stagione con la Forza (bisogna tornare addirittura al 1965, grazie alla bacchetta di Gianandrea Gavazzeni). Un capolavoro che, al di là del 7 dicembre, Milano attende dal 2001 (quando Valery Gergiev diresse la versione di San Pietroburgo, mentre Riccardo Muti nel 1999 ridiede vita per l’ultima volta a quella scaligera). Per il Piermarini Verdi aggiunse la Sinfonia iniziale, la scena della ronda con il coro del terzo atto e il trio conclusivo dell’opera.
Ed è proprio il finale «milanese» a cambiare completamente il senso della storia. La vicenda, in estrema sintesi, ruota attorno all’amore impossibile tra Donna Leonora e Don Alvaro (sulla scia del romanzo di Àngel de Saavedra, Alvaro o la forza del destino). Il libretto di Francesco Maria Piave, terminato da Antonio Ghislanzoni, ci porta nella Spagna del XVIII secolo. Il padre di Leonora non accetta la relazione tra la giovane e un meticcio. Scoperto il tentativo di fuga dei due amanti, il Marchese resta ucciso da un colpo accidentale partito dalla rivoltella gettata a terra da Don Alvaro (in scena il tenore Brian Jagde, che sostituisce Jonas Kaufmann). Una tragedia frutto del caso o di un destino beffardo che stravolge la vita dei due innamorati, ma anche quella di Don Carlo (interpretato dal baritono francese Ludovic Tézier), che dedicherà tutta la sua vita a una missione: uccidere la sorella e il suo compagno per vendicare il padre. Leonora, schiacciata dal senso di colpa, si ritira in un eremo. Alvaro fugge in Italia a combattere una guerra che non gli appartiene e diviene, fatalmente, amico di chi lo vuole uccidere.
Nell’epilogo di San Pietroburgo (1862) la morte domina la scena, la speranza soccombe davanti a un fato irridente. E davanti alla maledizione che si materializza nell’uccisione della sua amata, Don Alvaro si getta da una rupe, nell’orrore generale, imprecando contro il cielo («Apriti o terra, mi ingoi l’inferno!... precipiti il cielo... pera la razza umana!»). Mentre nella versione scaligera (1869), pur dominata dal dolore, filtra un raggio di luce. È il Padre guardiano (ruolo che toccherà al basso russo Alexander Vinogradov) a indicare il cambio di prospettiva. La brutalità resta, ma è fuori scena, Leonora non è solo «morta», ma è «salita a Dio». Le bestemmie di Alvaro vengono sopite dal francescano che invita l’infelice alla conversione («Non imprecare umiliati... D’ira e furor sacrilego non profferir parola... Il suo morir ti apprenda la fede e la pietà»). Impossibile non vedere nel religioso i tratti del Fra Cristoforo ideato da Alessandro Manzoni, così come la figura tragicomica di Fra Melitone sembra parente del don Abbondio dei Promessi Sposi. «Quello è un libro vero; vero quanto la Verità», scriveva Verdi, «uno dei più gran libri che sieno usciti da cervello umano. E non è solo un libro, ma una consolazione per l’umanità». Una stima ricambiata dal celebre scrittore («A Giuseppe Verdi, gloria d’Italia, un decrepito scrittore lombardo», recitava un biglietto inviato all’amico). Nessuno sa cosa si dissero i due nel loro unico incontro a Milano, il 30 giugno del 1868 (a pochi mesi dal ritorno alla Scala), ma sembra quasi che in questo corpo a corpo con il destino Verdi abbia ricevuto da Manzoni l’arma della speranza.
«Solo chi crede in Dio scrive musica così»
Come suona Alessandro Manzoni in russo solo Alexander Vinogradov lo sa. Per provare a prender sonno, contando i giorni che lo separano dal suo primo Sant’Ambrogio scaligero, il basso moscovita, classe 1976, si sta affidando a una traduzione dei Promessi Sposi nella sua lingua natale. Poi, quando il sole sorge, il Maestro torna a indossare il saio del Padre guardiano della Forza del destino di Giuseppe Verdi, per le ultime prove. Di tutta la storia dell’opera è il personaggio che più si avvicina al Fra Cristoforo manzoniano. Se il nobile che si pente di un delitto e si fa cappuccino è il faro che illumina Renzo e Lucia e li aiuta a intravedere la Provvidenza di Dio quando l’oscurità sembra prevalere, è il superiore del convento francescano, nel libretto di Francesco Maria Piave e di Antonio Ghislanzoni, ad avere l’ultima parola. E a dare un senso a una tragedia apparentemente senza senso.
Una settimana e poco più all’apertura del sipario. A che punto è il cantiere dell’opera e su cosa sta insistendo il direttore dei lavori, Riccardo Chailly?
«Ogni giorno il Maestro ci raccomanda di essere fedeli alla partitura verdiana. Lui è molto preciso e invita noi cantanti a seguirlo su questa strada. Far parte di una compagnia di così alto livello è fantastico. Lavorare in mezzo agli amici è un privilegio e la Prima di Sant’Ambrogio in un capolavoro di Verdi è un sogno che si realizza. Una decina d’anni fa non sarebbe stato immaginabile perché la mia voce era ancora un po’ leggerina».
Il 10 novembre 1862 questo titolo debuttava a San Pietroburgo. Massimo Mila, soprattutto nelle grandi scene di massa, scorgeva un’anticipazione del Boris Godunov di Modest Petrovic Musorgskij, C’è un po’ di Russia in quest’opera del Cigno di Busseto?
«A dir la verità, io non la sento molto. A me, da russo che vive da anni a Berlino, quest’opera suona totalmente italiana. Anche perché il “Gruppo dei cinque” si sarebbe affermato subito dopo quell’inaugurazione. Il legame con il Boris invece è chiaro se ci concentriamo sull’importanza del coro».
Prima ha fatto un accenno alla partitura. Quali sono le indicazioni più importanti che le fornisce Verdi?
«Impossibile fare una scelta, sono tantissime e vanno rispettate tutte, tenendo presente però che il suono è vivo e nasce nell’azione, non sulla carta stampata. Ci sono ad esempio dei pianissimi che, se eseguiti alla lettera, renderebbero difficoltoso l’ascolto. Bisogna tenere conto di tutto, anche dell’evoluzione degli strumenti e dell’orchestra».
Su che tipo di suono sta lavorando per il ruolo del Padre guardiano?
«Ben legato, vibrante e vivo. Serve un giusto equilibrio: si devono sentire le radici del belcanto, tipiche del Nabucco, ma con un po’ più di peso. Senza però arrivare alla declamazione che ci si aspetta in Don Carlos o Aida».
Nella scena finale in cui il francescano richiama Don Alvaro, invitandolo ad accettare il disegno divino («Non imprecare; umiliati a lui, ch’è giusto e santo»), Chailly ha parlato del «suono celestiale» che il compositore riesce a creare. E nel primo convegno che si è tenuto alla Scala per spiegare questo capolavoro ha svelato il segreto: oltre all’arpa, irrompe a sorpresa un clarinetto basso. Un suono grave che però ci eleva. E sembra esprimere la redenzione dell’anima.
«Credo che sia un momento magico, incredibile. Il dialogo tra questo strumento e la voce del basso è l’intuizione di un vero genio. Non a caso si ritrova in altre due pagine mirabili: il monologo del Re Marke nel Tristano e Isotta di Richard Wagner e all’interno de Les Huguenots di Giacomo Meyerbeer».
Il finale scaligero è opposto a quello di San Pietroburgo di soli sette anni prima. Se nella versione milanese Don Alvaro si converte, in quella russa l’amante infelice si suicida insultando l’uomo religioso e i suoi richiami («Imbecille... Un inviato dell’inferno son io»). Quale la convince di più?
«Da agnostico devo ammettere che l’epilogo cristiano è il più credibile, da tutti i punti di vista. Musicalmente è un capolavoro, con quel pianissimo: forse uno dei più belli del compositore di Busseto. Per un uomo di fede credo che questo sia il punto fondamentale: accettare che la propria vita faccia parte di un piano di Dio, misterioso e buono. In questa prospettiva tutto ha senso, anche quando non lo riusciamo a capire».
All’opposto «Se Dio non esiste, allora tutto è permesso», sosteneva Fëdor Dostoevskij.
«Certamente, ma il mondo di Verdi mi dice qualcosa in più perché lì dentro la presenza di Dio è evidente. La sua musica mi fa capire che credeva davvero, al di là dei suoi giudizi sul clero. Lo sento, ma quasi non lo oso spiegare: il Cigno di Busseto aveva fede, sia nell’umanità, che in qualcosa di più grande».
Alcune regie moderne riducono tutta questa complessa vicenda al tema del patriarcato, dato che Leonora fugge dal padre per amore e il fratello la insegue per lavare nel sangue il suo affronto. A Monaco il Padre guardiano non era altro che la reincarnazione della figura paterna (lo stesso cantante interpretava i due ruoli).
«Non ho nulla contro le regie moderne, ma non sempre funzionano. Posso dirle che è stato il regista Leo Muscato a consigliarmi di leggere I Promessi sposi. Per cui aspettatevi un Padre guardiano piuttosto tradizionale, ma allo stesso tempo rivoluzionario, come la storia lascia intendere. E com’era lo stesso Fra Cristoforo».
«Quale jella, la “Forza” porta bene»
Pronto, parlo con La Forza del destino?
«Eccolo!».
Dall’altro capo della cornetta non c’è un mitomane, ma uno stimato dentista di Parma: Carlo di nome, Aversa di cognome.
Se le dico Viva Verdi?
«Sempre viva!».
Bravo, ma era troppo semplice. Vediamo come se la cava se cito il film che Mateo Zoni ha dedicato alla vostra «setta»: «Qual è l’opera di Giuseppe Verdi che porta sfortuna?»
«Quella che è toccata a me. E ne vado fiero».
«Lo sa anche lei che non si può dire», sarebbe stata la risposta corretta, ma prendiamo per buona anche la sua.
Mettiamo in attesa la telefonata perché urge qualche chiarimento. In linea c’è un membro di una delle società più singolari ed esclusive al mondo: il «Club dei 27» (da non confondere con il «Club 27» di Kurt Cobain, Amy Winehouse, Jimi Hendrix e di tanti altri artisti coetanei nell’ora della morte). La confraternita è formata da soli uomini devoti al Cigno di Busseto. E il numero è chiusissimo: un affiliato per ogni opera del compositore che, come sancì Gabriele D’Annunzio, «pianse e amò per tutti» (Jerusalem e Aroldo escluse in quanto «rifacimenti», Messa da Requiem compresa). Per entrare nella congrega esiste solo una via: inviare la domanda e armarsi della tipica pazienza di chi investe nella nuda proprietà degli immobili. Sì, perché il sogno di essere ammessi si può avverare solo quando qualche aderente saluta questo mondo o - meglio - rinuncia al suo posto. Come forse si è intuito, chi fa il suo ingresso nella cerchia perde il suo vecchio nome e assume quello di una composizione verdiana. A vita.
Piuttosto che nominare il titolo con il quale lei è stato «battezzato» dal Club, i melomani si farebbero torturare. Leviamoci subito il problema: lei crede a questa storia della sfiga? Solo per regolarci perché la Scala ha scelto la Forza per inaugurare la stagione.
«Mi fece la stessa domanda Rajna Kabaivanska (leggendario soprano bulgaro, ndr) quando venne a trovarci nel “covo” qualche anno fa. “Come fai con quel nome, visto che sei campano?”».
Aspetti un secondo... ma non siete tutti parmigiani docg?
«Vivo a Parma da una vita, ma sono salernitano purosangue. Lei sta parlando con l’unico “terrone” del Club. Anzi no, pure Luisa è un meridionale».
Prego? Ah, certo, Luisa Miller, devo farci l’abitudine. Il suo presidente, Enzo Petrolini, pardon… Un giorno di regno, mi ha raccontato che andate nelle aule a parlare di Verdi e i bambini impazziscono. Vi vedono arrivare e urlano: «Giovanna, Giovanna!».
«Si capisce, Giovanna d’Arco a scuola è un vero idolo. Un bravissimo infermiere, oggi in pensione».
Stiamo divagando. Il titolo innominabile si può pronunciare oppure no?
«La superstizione dalle mie parti è di casa, ma non ho mai girato con il corno in tasca. Anzi, se vedo una scala ci passo sotto. Per cui le dico: a me La Forza del destino ha sempre portato fortuna. Certo, come ogni leggenda, anche questa a qualcosa di reale si aggrappa».
Il fattaccio forse più incredibile: il baritono Leonard Warren che, il 4 marzo 1960, si accascia senza più rialzarsi sul palcoscenico del Metropolitan di New York dopo aver cantato, nel terzo atto, «Morir! Tremenda cosa!».
«Non solo. Il librettista Francesco Maria Piave non riuscì a finire il lavoro. Morì in miseria dopo essere stato colpito da una paralisi, al termine di una serie di eventi sfortunati come l’arresto del fratello e la malattia mentale della madre. Se non bastasse, c’è chi sostiene che quando Adolf Hitler invase la Polonia quest’opera fosse in programma a Varsavia. E in Giappone sono arrivati a dire che una prova generale aveva causato un sisma…».
Direi di tirare una riga. Parliamo di musica: come sono le aspettative del Club per la Prima di Sant’Ambrogio?
«Altissime, il cast è stellare. A cominciare dal tridente delle meraviglie: Netrebko-Kaufmann-Tézier».
Ma cosa mi dice? Jonas Kaufmann ha dato forfait.
«Lo so, ma mica è colpa della Scala! Diamo il merito al teatro di aver ingaggiato il meglio, poi queste cose possono sempre accadere. E comunque, ce l’aspettavamo».
Nel vostro scantinato avete anche la palla di vetro?
«No, ma qualche soffiata arriva…».
Al suo posto, nel ruolo di don Alvaro, è subentrato Brian Jagde.
«Sperèmma al bén (speriamo bene, ndr), si dice da queste parti».
Che fa? Passa al dialetto locale?
«Qualche anno fa, a Parma, Jagde ebbe qualche difficoltà nella Tosca, però probabilmente era indisposto. Secondo la critica, viene comunque da una discreta Forza a Barcellona. Sempre per guardare il bicchiere mezzo pieno, Kaufmann è un grande tenore, ma forse è troppo baritonale per il ruolo di Don Alvaro. Per cui in bocca al lupo al sostituto!».
Di Anna Netrebko non mi dice nulla? Ieri il sovrintendente Meyer ha ringraziato Dio, o la natura, perché non tutte le generazioni vantano artiste di questo calibro.
«Andai appositamente a Londra per assistere al suo debutto come Donna Leonora. Presenza scenica, carisma, passa dai registi bassi a quelli alti con una morbidezza incredibile: non ha rivali. Non scordiamoci poi di Ludovic Tézier. Passò una bellissima serata nella nostra sede. Cantante grandioso e persona eccezionale».
Il direttore Chailly è nelle vostre corde?
«Non ha bisogno dei miei complimenti. Uno dei migliori della sua generazione, insieme ad Antonio Pappano».
Capitolo regia. Anche Leo Muscato è stato gradito ospite di uno dei vostri misteriosi ritrovi del giovedì sera.
«Su questo tema la maggior parte di noi è tradizionalista. In Verdi tutti gli elementi sono perfettamente legati: parola, musica, azione, ambientazione. Stravolgere la storia per raccontarne un’altra non è vietato, ma devi essere un genio. Tutte cose che comunque ha già detto il grande Riccardo Muti. Di Muscato mi fido: ha il senso della bellezza».
Da quello che sappiamo, l’elemento della guerra, che attraversa i secoli e la storia dell’uomo, sarà centrale. Dal Settecento fino ai giorni nostri a girare sarà la ruota del destino.
«Guardi, ci è toccato vedere Carmen ambientata in ospedale, Simon Boccanegra in un macello, con i quarti di bue appesi, Un ballo in maschera trasformato nell’elezione di Bill Clinton alla Casa Bianca. Per La Forza del destino non ci resta che fare gli scongiuri...».
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Chailly punta su un cast stellare per riaffidare, dopo 59 anni, l’inaugurazione della stagione a «La forza del destino» del Cigno di Busseto. Nel finale milanese irrompe la speranza, sulla scia dei «Promessi sposi».Il basso moscovita Alexander Vinogradov che interpreterà il Padre guardiano: «È evidente che il compositore avesse grande fede nell’umanità, ma anchein qualcosa di più grande. Da agnostico mi sembra che per il cristiano il punto cruciale sia accettare il disegno divino nella sua vita. Il membro del Club dei 27, Carlo Aversa, battezzato col nome dell’opera «maledetta»: «Dal cantante morto sul palco all’invasione della Polonia, le dicerie si sprecano. Temo di più i registi». Lo speciale contiene un articolo e due interviste.«Una musica che ci stacca da terra, che ci eleva. Pagine immense che quasi non si possono provare perché sono troppo alte, troppo al di sopra di noi». Riccardo Chailly, il direttore musicale che ha avuto il coraggio di riaffidare alla Forza del destino di Giuseppe Verdi il «capodanno» del teatro alla Scala, che al Piermarini casca il 7 dicembre, alza le mani. La parte finale del secondo atto è il suo punto debole. Davanti alla scena della Vergine degli angeli, ha raccontato ieri nella presentazione della Prima di Sant’Ambrogio, «qualsiasi intervento razionale di concertazione può solo interferire negativamente sulla parabola del viaggio timbrico di questo quadro». Dalla primissima prova al pianoforte all’ultima di questi ultimi giorni con il coro e l’orchestra, la voce di Anna Netrebko (Donna Leonora) ha commosso il cast e i tecnici presenti. Ed è solo uno dei momenti sublimi (Chailly ne identifica addirittura sette) di un titolo che, come accennavamo, richiede una certa temerarietà. Non solo perché per i fedeli alla scaramanzia, che in teatro può diventare religione, stiamo parlando della Morte nera delle opere, sospettata di essere portatrice di disgrazie e calamità. Ma soprattutto per la sua estrema complessità e ampiezza. Chailly, com’era prevedibile, ha scelto la versione del 1869 ripensata dal Cigno di Busseto proprio per la Scala (con la quale si era riappacificato dopo un quarto di secolo circa), sette anni dopo la prima inaugurazione assoluta al Teatro imperiale di San Pietroburgo. E la partitura selezionata è l’edizione critica curata per Ricordi da Philip Gossett e William Holmes nel 2005, nella forma integrale, per circa tre ore di musica. Un’abbondanza necessaria per mettere fine al digiuno del Piermarini che da ben 59 anni non inaugura una stagione con la Forza (bisogna tornare addirittura al 1965, grazie alla bacchetta di Gianandrea Gavazzeni). Un capolavoro che, al di là del 7 dicembre, Milano attende dal 2001 (quando Valery Gergiev diresse la versione di San Pietroburgo, mentre Riccardo Muti nel 1999 ridiede vita per l’ultima volta a quella scaligera). Per il Piermarini Verdi aggiunse la Sinfonia iniziale, la scena della ronda con il coro del terzo atto e il trio conclusivo dell’opera. Ed è proprio il finale «milanese» a cambiare completamente il senso della storia. La vicenda, in estrema sintesi, ruota attorno all’amore impossibile tra Donna Leonora e Don Alvaro (sulla scia del romanzo di Àngel de Saavedra, Alvaro o la forza del destino). Il libretto di Francesco Maria Piave, terminato da Antonio Ghislanzoni, ci porta nella Spagna del XVIII secolo. Il padre di Leonora non accetta la relazione tra la giovane e un meticcio. Scoperto il tentativo di fuga dei due amanti, il Marchese resta ucciso da un colpo accidentale partito dalla rivoltella gettata a terra da Don Alvaro (in scena il tenore Brian Jagde, che sostituisce Jonas Kaufmann). Una tragedia frutto del caso o di un destino beffardo che stravolge la vita dei due innamorati, ma anche quella di Don Carlo (interpretato dal baritono francese Ludovic Tézier), che dedicherà tutta la sua vita a una missione: uccidere la sorella e il suo compagno per vendicare il padre. Leonora, schiacciata dal senso di colpa, si ritira in un eremo. Alvaro fugge in Italia a combattere una guerra che non gli appartiene e diviene, fatalmente, amico di chi lo vuole uccidere. Nell’epilogo di San Pietroburgo (1862) la morte domina la scena, la speranza soccombe davanti a un fato irridente. E davanti alla maledizione che si materializza nell’uccisione della sua amata, Don Alvaro si getta da una rupe, nell’orrore generale, imprecando contro il cielo («Apriti o terra, mi ingoi l’inferno!... precipiti il cielo... pera la razza umana!»). Mentre nella versione scaligera (1869), pur dominata dal dolore, filtra un raggio di luce. È il Padre guardiano (ruolo che toccherà al basso russo Alexander Vinogradov) a indicare il cambio di prospettiva. La brutalità resta, ma è fuori scena, Leonora non è solo «morta», ma è «salita a Dio». Le bestemmie di Alvaro vengono sopite dal francescano che invita l’infelice alla conversione («Non imprecare umiliati... D’ira e furor sacrilego non profferir parola... Il suo morir ti apprenda la fede e la pietà»). Impossibile non vedere nel religioso i tratti del Fra Cristoforo ideato da Alessandro Manzoni, così come la figura tragicomica di Fra Melitone sembra parente del don Abbondio dei Promessi Sposi. «Quello è un libro vero; vero quanto la Verità», scriveva Verdi, «uno dei più gran libri che sieno usciti da cervello umano. E non è solo un libro, ma una consolazione per l’umanità». Una stima ricambiata dal celebre scrittore («A Giuseppe Verdi, gloria d’Italia, un decrepito scrittore lombardo», recitava un biglietto inviato all’amico). Nessuno sa cosa si dissero i due nel loro unico incontro a Milano, il 30 giugno del 1868 (a pochi mesi dal ritorno alla Scala), ma sembra quasi che in questo corpo a corpo con il destino Verdi abbia ricevuto da Manzoni l’arma della speranza. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/verdi-in-battaglia-contro-fato-2670151503.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="solo-chi-crede-in-dio-scrive-musica-cosi" data-post-id="2670151503" data-published-at="1732731686" data-use-pagination="False"> «Solo chi crede in Dio scrive musica così» Come suona Alessandro Manzoni in russo solo Alexander Vinogradov lo sa. Per provare a prender sonno, contando i giorni che lo separano dal suo primo Sant’Ambrogio scaligero, il basso moscovita, classe 1976, si sta affidando a una traduzione dei Promessi Sposi nella sua lingua natale. Poi, quando il sole sorge, il Maestro torna a indossare il saio del Padre guardiano della Forza del destino di Giuseppe Verdi, per le ultime prove. Di tutta la storia dell’opera è il personaggio che più si avvicina al Fra Cristoforo manzoniano. Se il nobile che si pente di un delitto e si fa cappuccino è il faro che illumina Renzo e Lucia e li aiuta a intravedere la Provvidenza di Dio quando l’oscurità sembra prevalere, è il superiore del convento francescano, nel libretto di Francesco Maria Piave e di Antonio Ghislanzoni, ad avere l’ultima parola. E a dare un senso a una tragedia apparentemente senza senso.Una settimana e poco più all’apertura del sipario. A che punto è il cantiere dell’opera e su cosa sta insistendo il direttore dei lavori, Riccardo Chailly?«Ogni giorno il Maestro ci raccomanda di essere fedeli alla partitura verdiana. Lui è molto preciso e invita noi cantanti a seguirlo su questa strada. Far parte di una compagnia di così alto livello è fantastico. Lavorare in mezzo agli amici è un privilegio e la Prima di Sant’Ambrogio in un capolavoro di Verdi è un sogno che si realizza. Una decina d’anni fa non sarebbe stato immaginabile perché la mia voce era ancora un po’ leggerina».Il 10 novembre 1862 questo titolo debuttava a San Pietroburgo. Massimo Mila, soprattutto nelle grandi scene di massa, scorgeva un’anticipazione del Boris Godunov di Modest Petrovic Musorgskij, C’è un po’ di Russia in quest’opera del Cigno di Busseto?«A dir la verità, io non la sento molto. A me, da russo che vive da anni a Berlino, quest’opera suona totalmente italiana. Anche perché il “Gruppo dei cinque” si sarebbe affermato subito dopo quell’inaugurazione. Il legame con il Boris invece è chiaro se ci concentriamo sull’importanza del coro».Prima ha fatto un accenno alla partitura. Quali sono le indicazioni più importanti che le fornisce Verdi?«Impossibile fare una scelta, sono tantissime e vanno rispettate tutte, tenendo presente però che il suono è vivo e nasce nell’azione, non sulla carta stampata. Ci sono ad esempio dei pianissimi che, se eseguiti alla lettera, renderebbero difficoltoso l’ascolto. Bisogna tenere conto di tutto, anche dell’evoluzione degli strumenti e dell’orchestra».Su che tipo di suono sta lavorando per il ruolo del Padre guardiano?«Ben legato, vibrante e vivo. Serve un giusto equilibrio: si devono sentire le radici del belcanto, tipiche del Nabucco, ma con un po’ più di peso. Senza però arrivare alla declamazione che ci si aspetta in Don Carlos o Aida».Nella scena finale in cui il francescano richiama Don Alvaro, invitandolo ad accettare il disegno divino («Non imprecare; umiliati a lui, ch’è giusto e santo»), Chailly ha parlato del «suono celestiale» che il compositore riesce a creare. E nel primo convegno che si è tenuto alla Scala per spiegare questo capolavoro ha svelato il segreto: oltre all’arpa, irrompe a sorpresa un clarinetto basso. Un suono grave che però ci eleva. E sembra esprimere la redenzione dell’anima.«Credo che sia un momento magico, incredibile. Il dialogo tra questo strumento e la voce del basso è l’intuizione di un vero genio. Non a caso si ritrova in altre due pagine mirabili: il monologo del Re Marke nel Tristano e Isotta di Richard Wagner e all’interno de Les Huguenots di Giacomo Meyerbeer».Il finale scaligero è opposto a quello di San Pietroburgo di soli sette anni prima. Se nella versione milanese Don Alvaro si converte, in quella russa l’amante infelice si suicida insultando l’uomo religioso e i suoi richiami («Imbecille... Un inviato dell’inferno son io»). Quale la convince di più?«Da agnostico devo ammettere che l’epilogo cristiano è il più credibile, da tutti i punti di vista. Musicalmente è un capolavoro, con quel pianissimo: forse uno dei più belli del compositore di Busseto. Per un uomo di fede credo che questo sia il punto fondamentale: accettare che la propria vita faccia parte di un piano di Dio, misterioso e buono. In questa prospettiva tutto ha senso, anche quando non lo riusciamo a capire».All’opposto «Se Dio non esiste, allora tutto è permesso», sosteneva Fëdor Dostoevskij.«Certamente, ma il mondo di Verdi mi dice qualcosa in più perché lì dentro la presenza di Dio è evidente. La sua musica mi fa capire che credeva davvero, al di là dei suoi giudizi sul clero. Lo sento, ma quasi non lo oso spiegare: il Cigno di Busseto aveva fede, sia nell’umanità, che in qualcosa di più grande».Alcune regie moderne riducono tutta questa complessa vicenda al tema del patriarcato, dato che Leonora fugge dal padre per amore e il fratello la insegue per lavare nel sangue il suo affronto. A Monaco il Padre guardiano non era altro che la reincarnazione della figura paterna (lo stesso cantante interpretava i due ruoli).«Non ho nulla contro le regie moderne, ma non sempre funzionano. Posso dirle che è stato il regista Leo Muscato a consigliarmi di leggere I Promessi sposi. Per cui aspettatevi un Padre guardiano piuttosto tradizionale, ma allo stesso tempo rivoluzionario, come la storia lascia intendere. 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E ne vado fiero».«Lo sa anche lei che non si può dire», sarebbe stata la risposta corretta, ma prendiamo per buona anche la sua.Mettiamo in attesa la telefonata perché urge qualche chiarimento. In linea c’è un membro di una delle società più singolari ed esclusive al mondo: il «Club dei 27» (da non confondere con il «Club 27» di Kurt Cobain, Amy Winehouse, Jimi Hendrix e di tanti altri artisti coetanei nell’ora della morte). La confraternita è formata da soli uomini devoti al Cigno di Busseto. E il numero è chiusissimo: un affiliato per ogni opera del compositore che, come sancì Gabriele D’Annunzio, «pianse e amò per tutti» (Jerusalem e Aroldo escluse in quanto «rifacimenti», Messa da Requiem compresa). Per entrare nella congrega esiste solo una via: inviare la domanda e armarsi della tipica pazienza di chi investe nella nuda proprietà degli immobili. Sì, perché il sogno di essere ammessi si può avverare solo quando qualche aderente saluta questo mondo o - meglio - rinuncia al suo posto. Come forse si è intuito, chi fa il suo ingresso nella cerchia perde il suo vecchio nome e assume quello di una composizione verdiana. A vita.Piuttosto che nominare il titolo con il quale lei è stato «battezzato» dal Club, i melomani si farebbero torturare. Leviamoci subito il problema: lei crede a questa storia della sfiga? Solo per regolarci perché la Scala ha scelto la Forza per inaugurare la stagione.«Mi fece la stessa domanda Rajna Kabaivanska (leggendario soprano bulgaro, ndr) quando venne a trovarci nel “covo” qualche anno fa. “Come fai con quel nome, visto che sei campano?”».Aspetti un secondo... ma non siete tutti parmigiani docg?«Vivo a Parma da una vita, ma sono salernitano purosangue. Lei sta parlando con l’unico “terrone” del Club. Anzi no, pure Luisa è un meridionale».Prego? Ah, certo, Luisa Miller, devo farci l’abitudine. Il suo presidente, Enzo Petrolini, pardon… Un giorno di regno, mi ha raccontato che andate nelle aule a parlare di Verdi e i bambini impazziscono. Vi vedono arrivare e urlano: «Giovanna, Giovanna!».«Si capisce, Giovanna d’Arco a scuola è un vero idolo. Un bravissimo infermiere, oggi in pensione».Stiamo divagando. Il titolo innominabile si può pronunciare oppure no?«La superstizione dalle mie parti è di casa, ma non ho mai girato con il corno in tasca. Anzi, se vedo una scala ci passo sotto. Per cui le dico: a me La Forza del destino ha sempre portato fortuna. Certo, come ogni leggenda, anche questa a qualcosa di reale si aggrappa».Il fattaccio forse più incredibile: il baritono Leonard Warren che, il 4 marzo 1960, si accascia senza più rialzarsi sul palcoscenico del Metropolitan di New York dopo aver cantato, nel terzo atto, «Morir! Tremenda cosa!».«Non solo. Il librettista Francesco Maria Piave non riuscì a finire il lavoro. Morì in miseria dopo essere stato colpito da una paralisi, al termine di una serie di eventi sfortunati come l’arresto del fratello e la malattia mentale della madre. Se non bastasse, c’è chi sostiene che quando Adolf Hitler invase la Polonia quest’opera fosse in programma a Varsavia. E in Giappone sono arrivati a dire che una prova generale aveva causato un sisma…».Direi di tirare una riga. Parliamo di musica: come sono le aspettative del Club per la Prima di Sant’Ambrogio?«Altissime, il cast è stellare. A cominciare dal tridente delle meraviglie: Netrebko-Kaufmann-Tézier».Ma cosa mi dice? Jonas Kaufmann ha dato forfait.«Lo so, ma mica è colpa della Scala! Diamo il merito al teatro di aver ingaggiato il meglio, poi queste cose possono sempre accadere. E comunque, ce l’aspettavamo».Nel vostro scantinato avete anche la palla di vetro?«No, ma qualche soffiata arriva…».Al suo posto, nel ruolo di don Alvaro, è subentrato Brian Jagde.«Sperèmma al bén (speriamo bene, ndr), si dice da queste parti».Che fa? Passa al dialetto locale?«Qualche anno fa, a Parma, Jagde ebbe qualche difficoltà nella Tosca, però probabilmente era indisposto. Secondo la critica, viene comunque da una discreta Forza a Barcellona. Sempre per guardare il bicchiere mezzo pieno, Kaufmann è un grande tenore, ma forse è troppo baritonale per il ruolo di Don Alvaro. Per cui in bocca al lupo al sostituto!».Di Anna Netrebko non mi dice nulla? Ieri il sovrintendente Meyer ha ringraziato Dio, o la natura, perché non tutte le generazioni vantano artiste di questo calibro.«Andai appositamente a Londra per assistere al suo debutto come Donna Leonora. Presenza scenica, carisma, passa dai registi bassi a quelli alti con una morbidezza incredibile: non ha rivali. Non scordiamoci poi di Ludovic Tézier. Passò una bellissima serata nella nostra sede. Cantante grandioso e persona eccezionale».Il direttore Chailly è nelle vostre corde?«Non ha bisogno dei miei complimenti. Uno dei migliori della sua generazione, insieme ad Antonio Pappano».Capitolo regia. Anche Leo Muscato è stato gradito ospite di uno dei vostri misteriosi ritrovi del giovedì sera.«Su questo tema la maggior parte di noi è tradizionalista. In Verdi tutti gli elementi sono perfettamente legati: parola, musica, azione, ambientazione. Stravolgere la storia per raccontarne un’altra non è vietato, ma devi essere un genio. Tutte cose che comunque ha già detto il grande Riccardo Muti. Di Muscato mi fido: ha il senso della bellezza».Da quello che sappiamo, l’elemento della guerra, che attraversa i secoli e la storia dell’uomo, sarà centrale. Dal Settecento fino ai giorni nostri a girare sarà la ruota del destino.«Guardi, ci è toccato vedere Carmen ambientata in ospedale, Simon Boccanegra in un macello, con i quarti di bue appesi, Un ballo in maschera trasformato nell’elezione di Bill Clinton alla Casa Bianca. Per La Forza del destino non ci resta che fare gli scongiuri...».
Le vincitrici della medaglia d'oro Andrea Voetter e Marion Oberhofer festeggiano sul podio dopo le gare di doppio femminile di slittino ai Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina 2026 (Ansa)
Gold. Anche se pronunciato alla tedesca significa oro, inno di Mameli e tricolore che sventola. Lassù sulle montagne c’è gente che non tradisce mai. È un trionfo totale nello slittino, dove in meno di un’ora l’Italia raddoppia gli ori (da due a quattro) e aumenta le medaglie, domani 13 nella cavalcata verso il record di Lillehammer (20). Il distretto dei miracoli, nei 40 km fra Bolzano e Bressanone, si conferma la nostra Silicon Valley dello Sport. Andrea Voetter e Marion Oberhofer, all’esordio ai Giochi, conquistano il mondo nel doppio femminile davanti a Germania e Austria. Qualche manciata di minuti dopo i due eroici carabinieri Emanuel Rieder e Simon Kainzwaldner fanno lo storico bis lasciandosi alle spalle austriaci e tedeschi. Un trionfo assoluto, l’impresa è completa.
Esulta da lassù anche Eugenio Monti, il Rosso volante, al quale è dedicata la stupenda pista criticata dagli ambientalisti (zitti e mosca almeno oggi). I fenomeni della velocità nella specialità più antica e più cara ai bambini si avvolgono nel tricolore in un gruppo laocoontico che fa il giro del pianeta. Orgoglio italiano in purezza, anche questa volta (come si usa dire per Jannik Sinner) la cicogna non è stata pigra e ha superato le Alpi. Ma al di là del destino, il pensiero corre al genio che ha plasmato questa squadra: Armin Zoeggeler, il cannibale, che vinse sei medaglie olimpiche e 57 gare e oggi è il ds guru di una nazionale senza rivali.
Senza i missili schutzen sugli slittini, la giornata sarebbe un pianto. Sulla pista Stelvio di Bormio si coglie per la prima volta un senso d’impotenza durante il SuperG che si trasforma in MiniG. Giovanni Franzoni è stanco e non riesce a spingere (6°), travolto anche dai brindisi e dagli elogi di un totem come Piero Gros, che prima della gara sottolinea: «Non parlare di sorpresa, ha un istinto da fuoriclasse». Come non detto, in compenso si candida per un’ospitata al festival di Sanremo.
Quanto agli altri, Christof Innerhofer (11º) e Mattia Casse (24°) non pervenuti. Ma il simbolo del momento storto è rappresentato dal destino di Dominik Paris, il più esperto di tutti, costretto al ritiro per una caduta da sciatore della domenica, tradito da un attacco regolato male che si sgancia alla minima pressione. «Quando lo sci è partito per la tangente ho tirato una bestemmia, si è rotto l’attacco oppure è difficile da capire», allarga le braccia Domme, con l’aria di chi non vede l’ora di regolare i conti con lo skiman, anche se in pubblico lo esenta da colpe.
Affondati gli azzurri non resta che ammirare il formidabile esercito svizzero, come da imperdibile saggio di John McPhee. Franjo Von Allmen vince anche qui, terza medaglia d’oro in cinque giorni: relega al terzo posto il connazionale Marco Odermatt - che sale sul podio con l’aria di chi ha perso gli amici e la corriera - e si candida a simbolo dell’Olimpiade. Non lascia scampo a nessuno; solo l’americano Ryan Cochran-Siegle (2º) gli arriva vicino. Franjo è il più elvetico di tutti. Arriva dalla valle della carne Simmenthal e celebra ogni successo facendo il gesto delle corna per salutare le sue mucche.
Azzurri male in SuperG e male nel Biathon, dove l’argentea Lisa Vittozzi sembra appagata e si perde nelle retrovie della 15 km sparando a casaccio. Va meglio Dorothea Wierer, la capofila italiana, che agguanta il quinto posto con una prova dignitosa nel giorno sbagliato («per noi donne una volta al mese é così»), non sufficiente ad impensierire la francese Julia Simon, al secondo oro consecutivo dopo quello in staffetta mista. Argento alla connazionale gentile e tatuatissima Lou Jeanmonnot, bronzo a sorpresa per la bulgara Lora Hristova, paradigma del rimpianto azzurro.
Nel Fondo si accende un caso dal nulla: due sciatrici sudcoreane vengono squalificate per l’uso di una sciolina-doping a base di fluoro, sostanza proibita dal Cio. È la prima volta che il doping viene rilevato non sulle atlete ma sui materiali con un eccesso di zelo fuori dal tempo. Sono anni che le nazionali più ricche e organizzate si portano appresso Tir con almeno un centinaio di diversi tipi di sciolina; la scienza è applicata in tutto e per tutto, sostenuta da investimenti milionari. Niente da fare, quell’unguento da dentifricio è proibito. Per la cronaca, le due non si sarebbe mai neppure avvicinate ai primi dieci.
Se martedì il gesto «umano» del giorno era stata la confessione sul podio del biathleta norvegese Sturla Lagreid («ho tradito la mia fidanzata e sono distrutto dal dolore»), oggi ha fatto emozionare tutti la dedica del pattinatore americano Maxim Naumov, che al termine della sua prova ha mostrato al pubblico del Forum di Milano la foto dei genitori ex campioni della stessa specialità, morti in una sciagura aerea un anno fa. «Mamma e papà, ho pattinato per voi, guardate cosa abbiamo fatto». Nel vedere quel ragazzo pattinare divinamente, guidato dal cielo, si sono commossi tutti.
Domani si torna in pista con donne speciali che hanno l’oro in testa: la mammina Francesca Lollobrigida nel Pattinaggio (5000 metri velocità), la regina Arianna Fontana nello sprint dello Short Track. Identica adrenalina sulle Tofane, dove le ragazze dello squadrone azzurro vanno a caccia di medaglie nel SuperG. Al cancelletto di partenza Federica Brignone, Laura Pirovano, Elena Curtoni e soprattutto Sofia Goggia che oggi ha ricevuto la visita di un portafortuna speciale, il presidente Sergio Mattarella. Molte speranze e un rischio meteo: è prevista nebbia. A Cortina siete pregati di soffiare.
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Invece, per le nazioni partecipanti del programma Gcap, Gran Bretagna, Italia e Giappone, l’arrivo di Berlino, sempre che sia approvato e soprattutto ben definito dal Regno Unito come dal Giappone oltre che dall’Italia, avrebbe effetti differenti. Servirà valutare come inserire i tedeschi nella joint-venture trinazionale Edgewing che costruisce il Gcap e l’effetto a lungo termine sarebbe la maggiore suddivisione dei costi tra ogni Paese, certamente un vantaggio come l’accresciuto numero di aerei da costruire. Secondo: a breve termine aprirebbe la porta a più aziende coinvolte nel programma aumentando le possibilità di forniture da parte di piccole e medie imprese. Ma al tempo stesso incrementerebbe la concorrenza tra esse poiché queste, per partecipare alle commesse, sono valutate in termini di qualità, tempi e costi delle forniture. Risultato: le pmi italiane si troverebbero innanzi a più opportunità come a maggiore concorrenza e al tempo stesso anche a dover correre ancora più per ammodernarsi di quanto non facciano già oggi, per soddisfare i requisiti dettati da colossi dell’aerospazio come Bae System e Leonardo.
Airbus intanto sta riorganizzando la divisione Defence and Space con un piano di 2.500 tagli entro la metà dell’anno. A dare speranza per una positiva collaborazione con Berlino è anche il fatto che Regno Unito, Italia, Spagna e Germania già collaborano da quarant’anni nel consorzio Eurofighter Typhoon (BaeSystems 37,5%; Eads Deutschland 30%; Leonardo 19,5%; Eads-Casa 13%), tempo nel quale sono state affrontate e risolte le maggiori criticità apparse all’inizio dell’impresa. Soprattutto, con la Germania nel programma Gcap aumenterebbe la possibilità europea di raggiungere in tempi rapidi la tanto desiderata indipendenza tecnologica dagli Usa che oggi costringe la maggioranza dei Paesi Nato a comprare prodotti della difesa da Washington e tante piccole e medie imprese ad affrontare difficoltà nel reperimento di componenti qualificati per uso militare e aerospaziale. Un piccolo esempio: un semplice micro-interruttore o un connettore elettrico approvati per uso militare, quindi qualificati dal produttore per superare determinate prestazioni (come funzionare a temperature estreme, non essere affetti da corrosione, ecc.), compreso nei cataloghi di parti in standard Nato, con molta probabilità oggi proviene dagli Usa dove viene fornito attraverso i canali ufficiali per 300 dollari con un’attesa di due anni o per mille dollari in sei mesi. Questo sia per la forte domanda interna statunitense, sia per carenza di materie prime, sia per evidente opportunità ma anche per vetustà delle componenti stesse e mancanza di alternative, poiché ha caratteristiche definite al tempo della Guerra fredda e poco aggiornate. Così è arduo per una pmi garantire i tempi previsti senza perdere competitività rispetto a concorrenti inglesi o asiatiche. Moltiplicate l’esempio per le migliaia di parti e lavorazioni necessarie per costruire un caccia o un missile e si ottiene la dimensione della dipendenza tecnologica ancor prima di considerare l’intelligenza artificiale o altre innovazioni delle quali il Gcap sarà portatore. E che avranno grandi e utili ricadute anche in ambito civile.
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Lunedì il quindicenne esce da scuola e sale sull’autobus nel quartiere San Felice, per tornare a casa, che è parecchio distante. Come ha raccontato la mamma al Giornale di Vicenza, «credeva di aver dimenticato l’abbonamento: nella sua completa onestà lo ha detto subito all’autista e lui lo ha fatto scendere». Insomma, una piccola botta di ansia, affrontata «autodenunciandosi», nella speranza di trovare un minimo di umanità. E invece, nulla. Il guidatore è stato inflessibile. Pioveva pure e il minore ha chiamato il nonno per farsi venire a prendere. Poi è stata informata la mamma, stupitissima, perché il figlio ha l’abbonamento, che per altro ha trovato poco dopo. La signora ha protestato con l’azienda locale di trasporti, che promette la solita «rapida inchiesta», ma intanto già si cosparge il capo di cenere. Dice il presidente di Svt, Marco Sandonà: «A nome dell’azienda vorrei scusarmi pubblicamente con lo studente e la sua famiglia per questo increscioso episodio».
L’azienda ha subito aperto una procedura di contestazione nei confronti del proprio dipendente. Possibile che la disabilità non fosse molto evidente, ma non sposta più di tanto i termini della questione perché un quindicenne è un quindicenne.
Se ne rende conto lo stesso Sandonà, che spiega: «Abbiamo una responsabilità nei confronti dei nostri utenti, a maggior ragione quando si tratta di minorenni, che in nessun caso devono essere lasciati a terra». E aggiunge un’osservazione non banale: «La giusta applicazione delle regole deve sempre e comunque tenere conto della persona che abbiamo di fronte, proprio perché trasportiamo persone». Anche la mamma dimostra una certa pacatezza quando dice: «Non capisco perché mio figlio sia stato fatto scendere. Non avrebbero dovuto semplicemente fargli una multa che poi noi avremmo potuto contestare dimostrando che mio figlio è in possesso di un regolare abbonamento?». Si vede che l’autista non aveva tempo di multare un innocuo ragazzino.
Il regolamento dell’azienda di trasporti vicentina prevede che una multa possa essere annullata entro 15 giorni, se l’utente dimostra di avere un biglietto o un abbonamento valido. In ogni caso sul grave infortunio della municipalizzata interviene anche Zaia, per il quale «il rispetto viene prima di ogni procedura. Non è solo un fatto di regole, ma di umanità, di responsabilità e di buon senso».
Tre qualità che sono forse sospese nel Veneto che ospita le Olimpiadi invernali, almeno a bordo dei mezzi pubblici. È incredibile, ma a Vicenza si ripete, in versione anche peggiore, quello che è successo nel Bellunese appena dieci giorni fa, con la notizia che ha fatto il giro d’Italia. Si tratta di quel ragazzino di 11 anni che non aveva il biglietto «olimpico» ma solo biglietti ordinari (avrebbero potuto essere cumulati), ed è stato fatto scendere dall’autobus. Non aveva il cellulare e quindi ha camminato fino a casa per sei chilometri nella neve, dove è arrivato in condizioni pietose.
Questi due episodi, che si spera non siano la punta di un iceberg, confermano che dal Covid in poi questo non è un Paese per bimbi e ragazzini. Prima li hanno rinchiusi a casa senza motivo, ora escono e chiunque abbia un minimo di autorità li bullizza. Tutto intorno, bande di maranza senza biglietto non vengono degnate di uno sguardo. Nessuno chiede gesti di eroismo a chi guida l’autobus spesso in condizioni difficili, ma mostre i muscoli con undicenni e disabili non è il modo di rifarsi.
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La rappresentazione dei fatti presentata dai pm, in sostanza, sarebbe stata dolosamente artefatta. L’istruttoria, però, secondo i giudici, pur avendo dimostrato che, all’epoca dei fatti, le operatrici dei servizi sociali non avessero elementi oggettivi da cui desumere che il bambino fosse stato vittima di abusi intrafamiliari, ha stabilito che non avrebbero avuto una tale «convinzione», ancorché infondata. Non solo. Limitano, e di molto, l’azione dei servizi sociali: «La funzione probatoria che connota le relazioni del servizio sociale», scrivono, «non coincide con la funzione probatoria richiesta dalla giurisprudenza per l’individuazione degli atti pubblici dotati di fede privilegiata». Quelle relazioni erano carta straccia? In realtà i giudici, che hanno assolto gli operatori anche dall’accusa di frode processuale, li salvano con questo passaggio: «Difatti, rispetto agli operatori sociali, […] l’istruttoria, oltre ad aver escluso la sussistenza di condotte assimilabili a quelle concepite nelle imputazioni, ha dimostrato come gli stessi abbiano sempre agito su specifico mandato del tribunale per i minorenni, che rendeva quindi doverosa la loro azione (come per gli allontanamenti e le successive collocazioni etero-familiari), oppure nell’ambito di quanto dallo stesso tribunale loro delegato (come di prassi si prevedeva per l’avvio e la gestione degli incontri protetti)».
E non è finita: «Gli stessi hanno sempre, costantemente, aggiornato l’autorità giudiziaria, ovvero proprio il soggetto che, in ipotesi d’accusa, avrebbero voluto ingannare, tramite le proprie relazioni». È il resoconto di un cortocircuito giudiziario. «Sebbene molte di queste (relazioni, ndr) siano state tacciate di falsità», aggiungono i giudici, «non ci si può esimere dal rilevare come anche tali contestazioni risultino smentite, o comunque indimostrate, all’esito della complessa istruttoria svolta». La conclusione: «Da ciò consegue […] che sia le decisioni che l’operato del servizio, diversamente da quanto ipotizzano nei capi in cui si contesta la frode processuale, non erano mossi da alcun fine di inganno ma si basavano, a ben vedere, su valutazioni tecnico-professionali, di competenza propria degli operatori, di cui non si è provata né l’abnormità né l’erroneità, così come neppure si è dimostrata la falsità dei dati di fatto su cui si fondavano».
Ogni volta che la sentenza esamina le condotte attribuite ai genitori o ai familiari (abuso sessuale, maltrattamento, pregiudizio grave), però, la conclusione è sempre la stessa: le ipotesi non reggono alla prova dibattimentale. Le ricostruzioni non superano la soglia «dell’oltre ogni ragionevole dubbio». La formula usata dai giudici è questa: «Non solo non si è dimostrata la sussistenza, in positivo, di condotte di tal fatta (gli abusi, ndr), ma l’istruttoria dibattimentale ha restituito un quadro del tutto divergente». La sentenza chiarisce che le ipotesi di abuso nascono e si sviluppano all’interno di un circuito valutativo, costruito attraverso relazioni, osservazioni, interpretazioni. Ma quando queste ipotesi arrivano in aula non diventano fatti. Restano ipotesi. I giudici spiegano che le valutazioni dei servizi sociali non sono prove. Non hanno «fede privilegiata». E soprattutto non possono trasformarsi, da sole, in accertamenti di eventi storici. Le ricostruzioni prospettate «non trovano riscontro in elementi oggettivi». I rilievi contenuti nelle relazioni poi usate per allontanare i minorenni dai loro genitori, per quanto non provate, stando alle valutazioni del tribunale, avrebbero avuto come fine quello «di tutelare i minori e aiutarli a elaborare i propri vissuti».
Alla fine non ha sbagliato nessuno. La sentenza, però, un passo ulteriore lo fa. Spiega che la partita non è chiusa. Ma che è aperto un altro fronte. Quello civile. In un caso in particolare, argomentano i giudici, «il provvedimento giudiziale di sospensione della responsabilità genitoriale, che ha determinato una lesione ingiusta del diritto» del minorenne «a mantenere un rapporto con i propri genitori e del diritto di questi a esercitare le prerogative connesse alla responsabilità genitoriale», avrebbe causato «un danno patrimoniale e non patrimoniale». Perché anche se l’allontanamento è avvenuto sulla base di presupposti non del tutto provati nel processo, qualcuno comunque dovrà rispondere delle conseguenze.
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