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2024-11-27
Verdi in battaglia contro il fato sulle spalle del suo amato Manzoni
Brescia&Amisano/Teatro alla Scala
«Una musica che ci stacca da terra, che ci eleva. Pagine immense che quasi non si possono provare perché sono troppo alte, troppo al di sopra di noi». Riccardo Chailly, il direttore musicale che ha avuto il coraggio di riaffidare alla Forza del destino di Giuseppe Verdi il «capodanno» del teatro alla Scala, che al Piermarini casca il 7 dicembre, alza le mani. La parte finale del secondo atto è il suo punto debole. Davanti alla scena della Vergine degli angeli, ha raccontato ieri nella presentazione della Prima di Sant’Ambrogio, «qualsiasi intervento razionale di concertazione può solo interferire negativamente sulla parabola del viaggio timbrico di questo quadro».
Dalla primissima prova al pianoforte all’ultima di questi ultimi giorni con il coro e l’orchestra, la voce di Anna Netrebko (Donna Leonora) ha commosso il cast e i tecnici presenti. Ed è solo uno dei momenti sublimi (Chailly ne identifica addirittura sette) di un titolo che, come accennavamo, richiede una certa temerarietà. Non solo perché per i fedeli alla scaramanzia, che in teatro può diventare religione, stiamo parlando della Morte nera delle opere, sospettata di essere portatrice di disgrazie e calamità. Ma soprattutto per la sua estrema complessità e ampiezza.
Chailly, com’era prevedibile, ha scelto la versione del 1869 ripensata dal Cigno di Busseto proprio per la Scala (con la quale si era riappacificato dopo un quarto di secolo circa), sette anni dopo la prima inaugurazione assoluta al Teatro imperiale di San Pietroburgo. E la partitura selezionata è l’edizione critica curata per Ricordi da Philip Gossett e William Holmes nel 2005, nella forma integrale, per circa tre ore di musica. Un’abbondanza necessaria per mettere fine al digiuno del Piermarini che da ben 59 anni non inaugura una stagione con la Forza (bisogna tornare addirittura al 1965, grazie alla bacchetta di Gianandrea Gavazzeni). Un capolavoro che, al di là del 7 dicembre, Milano attende dal 2001 (quando Valery Gergiev diresse la versione di San Pietroburgo, mentre Riccardo Muti nel 1999 ridiede vita per l’ultima volta a quella scaligera). Per il Piermarini Verdi aggiunse la Sinfonia iniziale, la scena della ronda con il coro del terzo atto e il trio conclusivo dell’opera.
Ed è proprio il finale «milanese» a cambiare completamente il senso della storia. La vicenda, in estrema sintesi, ruota attorno all’amore impossibile tra Donna Leonora e Don Alvaro (sulla scia del romanzo di Àngel de Saavedra, Alvaro o la forza del destino). Il libretto di Francesco Maria Piave, terminato da Antonio Ghislanzoni, ci porta nella Spagna del XVIII secolo. Il padre di Leonora non accetta la relazione tra la giovane e un meticcio. Scoperto il tentativo di fuga dei due amanti, il Marchese resta ucciso da un colpo accidentale partito dalla rivoltella gettata a terra da Don Alvaro (in scena il tenore Brian Jagde, che sostituisce Jonas Kaufmann). Una tragedia frutto del caso o di un destino beffardo che stravolge la vita dei due innamorati, ma anche quella di Don Carlo (interpretato dal baritono francese Ludovic Tézier), che dedicherà tutta la sua vita a una missione: uccidere la sorella e il suo compagno per vendicare il padre. Leonora, schiacciata dal senso di colpa, si ritira in un eremo. Alvaro fugge in Italia a combattere una guerra che non gli appartiene e diviene, fatalmente, amico di chi lo vuole uccidere.
Nell’epilogo di San Pietroburgo (1862) la morte domina la scena, la speranza soccombe davanti a un fato irridente. E davanti alla maledizione che si materializza nell’uccisione della sua amata, Don Alvaro si getta da una rupe, nell’orrore generale, imprecando contro il cielo («Apriti o terra, mi ingoi l’inferno!... precipiti il cielo... pera la razza umana!»). Mentre nella versione scaligera (1869), pur dominata dal dolore, filtra un raggio di luce. È il Padre guardiano (ruolo che toccherà al basso russo Alexander Vinogradov) a indicare il cambio di prospettiva. La brutalità resta, ma è fuori scena, Leonora non è solo «morta», ma è «salita a Dio». Le bestemmie di Alvaro vengono sopite dal francescano che invita l’infelice alla conversione («Non imprecare umiliati... D’ira e furor sacrilego non profferir parola... Il suo morir ti apprenda la fede e la pietà»). Impossibile non vedere nel religioso i tratti del Fra Cristoforo ideato da Alessandro Manzoni, così come la figura tragicomica di Fra Melitone sembra parente del don Abbondio dei Promessi Sposi. «Quello è un libro vero; vero quanto la Verità», scriveva Verdi, «uno dei più gran libri che sieno usciti da cervello umano. E non è solo un libro, ma una consolazione per l’umanità». Una stima ricambiata dal celebre scrittore («A Giuseppe Verdi, gloria d’Italia, un decrepito scrittore lombardo», recitava un biglietto inviato all’amico). Nessuno sa cosa si dissero i due nel loro unico incontro a Milano, il 30 giugno del 1868 (a pochi mesi dal ritorno alla Scala), ma sembra quasi che in questo corpo a corpo con il destino Verdi abbia ricevuto da Manzoni l’arma della speranza.
«Solo chi crede in Dio scrive musica così»
Come suona Alessandro Manzoni in russo solo Alexander Vinogradov lo sa. Per provare a prender sonno, contando i giorni che lo separano dal suo primo Sant’Ambrogio scaligero, il basso moscovita, classe 1976, si sta affidando a una traduzione dei Promessi Sposi nella sua lingua natale. Poi, quando il sole sorge, il Maestro torna a indossare il saio del Padre guardiano della Forza del destino di Giuseppe Verdi, per le ultime prove. Di tutta la storia dell’opera è il personaggio che più si avvicina al Fra Cristoforo manzoniano. Se il nobile che si pente di un delitto e si fa cappuccino è il faro che illumina Renzo e Lucia e li aiuta a intravedere la Provvidenza di Dio quando l’oscurità sembra prevalere, è il superiore del convento francescano, nel libretto di Francesco Maria Piave e di Antonio Ghislanzoni, ad avere l’ultima parola. E a dare un senso a una tragedia apparentemente senza senso.
Una settimana e poco più all’apertura del sipario. A che punto è il cantiere dell’opera e su cosa sta insistendo il direttore dei lavori, Riccardo Chailly?
«Ogni giorno il Maestro ci raccomanda di essere fedeli alla partitura verdiana. Lui è molto preciso e invita noi cantanti a seguirlo su questa strada. Far parte di una compagnia di così alto livello è fantastico. Lavorare in mezzo agli amici è un privilegio e la Prima di Sant’Ambrogio in un capolavoro di Verdi è un sogno che si realizza. Una decina d’anni fa non sarebbe stato immaginabile perché la mia voce era ancora un po’ leggerina».
Il 10 novembre 1862 questo titolo debuttava a San Pietroburgo. Massimo Mila, soprattutto nelle grandi scene di massa, scorgeva un’anticipazione del Boris Godunov di Modest Petrovic Musorgskij, C’è un po’ di Russia in quest’opera del Cigno di Busseto?
«A dir la verità, io non la sento molto. A me, da russo che vive da anni a Berlino, quest’opera suona totalmente italiana. Anche perché il “Gruppo dei cinque” si sarebbe affermato subito dopo quell’inaugurazione. Il legame con il Boris invece è chiaro se ci concentriamo sull’importanza del coro».
Prima ha fatto un accenno alla partitura. Quali sono le indicazioni più importanti che le fornisce Verdi?
«Impossibile fare una scelta, sono tantissime e vanno rispettate tutte, tenendo presente però che il suono è vivo e nasce nell’azione, non sulla carta stampata. Ci sono ad esempio dei pianissimi che, se eseguiti alla lettera, renderebbero difficoltoso l’ascolto. Bisogna tenere conto di tutto, anche dell’evoluzione degli strumenti e dell’orchestra».
Su che tipo di suono sta lavorando per il ruolo del Padre guardiano?
«Ben legato, vibrante e vivo. Serve un giusto equilibrio: si devono sentire le radici del belcanto, tipiche del Nabucco, ma con un po’ più di peso. Senza però arrivare alla declamazione che ci si aspetta in Don Carlos o Aida».
Nella scena finale in cui il francescano richiama Don Alvaro, invitandolo ad accettare il disegno divino («Non imprecare; umiliati a lui, ch’è giusto e santo»), Chailly ha parlato del «suono celestiale» che il compositore riesce a creare. E nel primo convegno che si è tenuto alla Scala per spiegare questo capolavoro ha svelato il segreto: oltre all’arpa, irrompe a sorpresa un clarinetto basso. Un suono grave che però ci eleva. E sembra esprimere la redenzione dell’anima.
«Credo che sia un momento magico, incredibile. Il dialogo tra questo strumento e la voce del basso è l’intuizione di un vero genio. Non a caso si ritrova in altre due pagine mirabili: il monologo del Re Marke nel Tristano e Isotta di Richard Wagner e all’interno de Les Huguenots di Giacomo Meyerbeer».
Il finale scaligero è opposto a quello di San Pietroburgo di soli sette anni prima. Se nella versione milanese Don Alvaro si converte, in quella russa l’amante infelice si suicida insultando l’uomo religioso e i suoi richiami («Imbecille... Un inviato dell’inferno son io»). Quale la convince di più?
«Da agnostico devo ammettere che l’epilogo cristiano è il più credibile, da tutti i punti di vista. Musicalmente è un capolavoro, con quel pianissimo: forse uno dei più belli del compositore di Busseto. Per un uomo di fede credo che questo sia il punto fondamentale: accettare che la propria vita faccia parte di un piano di Dio, misterioso e buono. In questa prospettiva tutto ha senso, anche quando non lo riusciamo a capire».
All’opposto «Se Dio non esiste, allora tutto è permesso», sosteneva Fëdor Dostoevskij.
«Certamente, ma il mondo di Verdi mi dice qualcosa in più perché lì dentro la presenza di Dio è evidente. La sua musica mi fa capire che credeva davvero, al di là dei suoi giudizi sul clero. Lo sento, ma quasi non lo oso spiegare: il Cigno di Busseto aveva fede, sia nell’umanità, che in qualcosa di più grande».
Alcune regie moderne riducono tutta questa complessa vicenda al tema del patriarcato, dato che Leonora fugge dal padre per amore e il fratello la insegue per lavare nel sangue il suo affronto. A Monaco il Padre guardiano non era altro che la reincarnazione della figura paterna (lo stesso cantante interpretava i due ruoli).
«Non ho nulla contro le regie moderne, ma non sempre funzionano. Posso dirle che è stato il regista Leo Muscato a consigliarmi di leggere I Promessi sposi. Per cui aspettatevi un Padre guardiano piuttosto tradizionale, ma allo stesso tempo rivoluzionario, come la storia lascia intendere. E com’era lo stesso Fra Cristoforo».
«Quale jella, la “Forza” porta bene»
Pronto, parlo con La Forza del destino?
«Eccolo!».
Dall’altro capo della cornetta non c’è un mitomane, ma uno stimato dentista di Parma: Carlo di nome, Aversa di cognome.
Se le dico Viva Verdi?
«Sempre viva!».
Bravo, ma era troppo semplice. Vediamo come se la cava se cito il film che Mateo Zoni ha dedicato alla vostra «setta»: «Qual è l’opera di Giuseppe Verdi che porta sfortuna?»
«Quella che è toccata a me. E ne vado fiero».
«Lo sa anche lei che non si può dire», sarebbe stata la risposta corretta, ma prendiamo per buona anche la sua.
Mettiamo in attesa la telefonata perché urge qualche chiarimento. In linea c’è un membro di una delle società più singolari ed esclusive al mondo: il «Club dei 27» (da non confondere con il «Club 27» di Kurt Cobain, Amy Winehouse, Jimi Hendrix e di tanti altri artisti coetanei nell’ora della morte). La confraternita è formata da soli uomini devoti al Cigno di Busseto. E il numero è chiusissimo: un affiliato per ogni opera del compositore che, come sancì Gabriele D’Annunzio, «pianse e amò per tutti» (Jerusalem e Aroldo escluse in quanto «rifacimenti», Messa da Requiem compresa). Per entrare nella congrega esiste solo una via: inviare la domanda e armarsi della tipica pazienza di chi investe nella nuda proprietà degli immobili. Sì, perché il sogno di essere ammessi si può avverare solo quando qualche aderente saluta questo mondo o - meglio - rinuncia al suo posto. Come forse si è intuito, chi fa il suo ingresso nella cerchia perde il suo vecchio nome e assume quello di una composizione verdiana. A vita.
Piuttosto che nominare il titolo con il quale lei è stato «battezzato» dal Club, i melomani si farebbero torturare. Leviamoci subito il problema: lei crede a questa storia della sfiga? Solo per regolarci perché la Scala ha scelto la Forza per inaugurare la stagione.
«Mi fece la stessa domanda Rajna Kabaivanska (leggendario soprano bulgaro, ndr) quando venne a trovarci nel “covo” qualche anno fa. “Come fai con quel nome, visto che sei campano?”».
Aspetti un secondo... ma non siete tutti parmigiani docg?
«Vivo a Parma da una vita, ma sono salernitano purosangue. Lei sta parlando con l’unico “terrone” del Club. Anzi no, pure Luisa è un meridionale».
Prego? Ah, certo, Luisa Miller, devo farci l’abitudine. Il suo presidente, Enzo Petrolini, pardon… Un giorno di regno, mi ha raccontato che andate nelle aule a parlare di Verdi e i bambini impazziscono. Vi vedono arrivare e urlano: «Giovanna, Giovanna!».
«Si capisce, Giovanna d’Arco a scuola è un vero idolo. Un bravissimo infermiere, oggi in pensione».
Stiamo divagando. Il titolo innominabile si può pronunciare oppure no?
«La superstizione dalle mie parti è di casa, ma non ho mai girato con il corno in tasca. Anzi, se vedo una scala ci passo sotto. Per cui le dico: a me La Forza del destino ha sempre portato fortuna. Certo, come ogni leggenda, anche questa a qualcosa di reale si aggrappa».
Il fattaccio forse più incredibile: il baritono Leonard Warren che, il 4 marzo 1960, si accascia senza più rialzarsi sul palcoscenico del Metropolitan di New York dopo aver cantato, nel terzo atto, «Morir! Tremenda cosa!».
«Non solo. Il librettista Francesco Maria Piave non riuscì a finire il lavoro. Morì in miseria dopo essere stato colpito da una paralisi, al termine di una serie di eventi sfortunati come l’arresto del fratello e la malattia mentale della madre. Se non bastasse, c’è chi sostiene che quando Adolf Hitler invase la Polonia quest’opera fosse in programma a Varsavia. E in Giappone sono arrivati a dire che una prova generale aveva causato un sisma…».
Direi di tirare una riga. Parliamo di musica: come sono le aspettative del Club per la Prima di Sant’Ambrogio?
«Altissime, il cast è stellare. A cominciare dal tridente delle meraviglie: Netrebko-Kaufmann-Tézier».
Ma cosa mi dice? Jonas Kaufmann ha dato forfait.
«Lo so, ma mica è colpa della Scala! Diamo il merito al teatro di aver ingaggiato il meglio, poi queste cose possono sempre accadere. E comunque, ce l’aspettavamo».
Nel vostro scantinato avete anche la palla di vetro?
«No, ma qualche soffiata arriva…».
Al suo posto, nel ruolo di don Alvaro, è subentrato Brian Jagde.
«Sperèmma al bén (speriamo bene, ndr), si dice da queste parti».
Che fa? Passa al dialetto locale?
«Qualche anno fa, a Parma, Jagde ebbe qualche difficoltà nella Tosca, però probabilmente era indisposto. Secondo la critica, viene comunque da una discreta Forza a Barcellona. Sempre per guardare il bicchiere mezzo pieno, Kaufmann è un grande tenore, ma forse è troppo baritonale per il ruolo di Don Alvaro. Per cui in bocca al lupo al sostituto!».
Di Anna Netrebko non mi dice nulla? Ieri il sovrintendente Meyer ha ringraziato Dio, o la natura, perché non tutte le generazioni vantano artiste di questo calibro.
«Andai appositamente a Londra per assistere al suo debutto come Donna Leonora. Presenza scenica, carisma, passa dai registi bassi a quelli alti con una morbidezza incredibile: non ha rivali. Non scordiamoci poi di Ludovic Tézier. Passò una bellissima serata nella nostra sede. Cantante grandioso e persona eccezionale».
Il direttore Chailly è nelle vostre corde?
«Non ha bisogno dei miei complimenti. Uno dei migliori della sua generazione, insieme ad Antonio Pappano».
Capitolo regia. Anche Leo Muscato è stato gradito ospite di uno dei vostri misteriosi ritrovi del giovedì sera.
«Su questo tema la maggior parte di noi è tradizionalista. In Verdi tutti gli elementi sono perfettamente legati: parola, musica, azione, ambientazione. Stravolgere la storia per raccontarne un’altra non è vietato, ma devi essere un genio. Tutte cose che comunque ha già detto il grande Riccardo Muti. Di Muscato mi fido: ha il senso della bellezza».
Da quello che sappiamo, l’elemento della guerra, che attraversa i secoli e la storia dell’uomo, sarà centrale. Dal Settecento fino ai giorni nostri a girare sarà la ruota del destino.
«Guardi, ci è toccato vedere Carmen ambientata in ospedale, Simon Boccanegra in un macello, con i quarti di bue appesi, Un ballo in maschera trasformato nell’elezione di Bill Clinton alla Casa Bianca. Per La Forza del destino non ci resta che fare gli scongiuri...».
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Chailly punta su un cast stellare per riaffidare, dopo 59 anni, l’inaugurazione della stagione a «La forza del destino» del Cigno di Busseto. Nel finale milanese irrompe la speranza, sulla scia dei «Promessi sposi».Il basso moscovita Alexander Vinogradov che interpreterà il Padre guardiano: «È evidente che il compositore avesse grande fede nell’umanità, ma anchein qualcosa di più grande. Da agnostico mi sembra che per il cristiano il punto cruciale sia accettare il disegno divino nella sua vita. Il membro del Club dei 27, Carlo Aversa, battezzato col nome dell’opera «maledetta»: «Dal cantante morto sul palco all’invasione della Polonia, le dicerie si sprecano. Temo di più i registi». Lo speciale contiene un articolo e due interviste.«Una musica che ci stacca da terra, che ci eleva. Pagine immense che quasi non si possono provare perché sono troppo alte, troppo al di sopra di noi». Riccardo Chailly, il direttore musicale che ha avuto il coraggio di riaffidare alla Forza del destino di Giuseppe Verdi il «capodanno» del teatro alla Scala, che al Piermarini casca il 7 dicembre, alza le mani. La parte finale del secondo atto è il suo punto debole. Davanti alla scena della Vergine degli angeli, ha raccontato ieri nella presentazione della Prima di Sant’Ambrogio, «qualsiasi intervento razionale di concertazione può solo interferire negativamente sulla parabola del viaggio timbrico di questo quadro». Dalla primissima prova al pianoforte all’ultima di questi ultimi giorni con il coro e l’orchestra, la voce di Anna Netrebko (Donna Leonora) ha commosso il cast e i tecnici presenti. Ed è solo uno dei momenti sublimi (Chailly ne identifica addirittura sette) di un titolo che, come accennavamo, richiede una certa temerarietà. Non solo perché per i fedeli alla scaramanzia, che in teatro può diventare religione, stiamo parlando della Morte nera delle opere, sospettata di essere portatrice di disgrazie e calamità. Ma soprattutto per la sua estrema complessità e ampiezza. Chailly, com’era prevedibile, ha scelto la versione del 1869 ripensata dal Cigno di Busseto proprio per la Scala (con la quale si era riappacificato dopo un quarto di secolo circa), sette anni dopo la prima inaugurazione assoluta al Teatro imperiale di San Pietroburgo. E la partitura selezionata è l’edizione critica curata per Ricordi da Philip Gossett e William Holmes nel 2005, nella forma integrale, per circa tre ore di musica. Un’abbondanza necessaria per mettere fine al digiuno del Piermarini che da ben 59 anni non inaugura una stagione con la Forza (bisogna tornare addirittura al 1965, grazie alla bacchetta di Gianandrea Gavazzeni). Un capolavoro che, al di là del 7 dicembre, Milano attende dal 2001 (quando Valery Gergiev diresse la versione di San Pietroburgo, mentre Riccardo Muti nel 1999 ridiede vita per l’ultima volta a quella scaligera). Per il Piermarini Verdi aggiunse la Sinfonia iniziale, la scena della ronda con il coro del terzo atto e il trio conclusivo dell’opera. Ed è proprio il finale «milanese» a cambiare completamente il senso della storia. La vicenda, in estrema sintesi, ruota attorno all’amore impossibile tra Donna Leonora e Don Alvaro (sulla scia del romanzo di Àngel de Saavedra, Alvaro o la forza del destino). Il libretto di Francesco Maria Piave, terminato da Antonio Ghislanzoni, ci porta nella Spagna del XVIII secolo. Il padre di Leonora non accetta la relazione tra la giovane e un meticcio. Scoperto il tentativo di fuga dei due amanti, il Marchese resta ucciso da un colpo accidentale partito dalla rivoltella gettata a terra da Don Alvaro (in scena il tenore Brian Jagde, che sostituisce Jonas Kaufmann). Una tragedia frutto del caso o di un destino beffardo che stravolge la vita dei due innamorati, ma anche quella di Don Carlo (interpretato dal baritono francese Ludovic Tézier), che dedicherà tutta la sua vita a una missione: uccidere la sorella e il suo compagno per vendicare il padre. Leonora, schiacciata dal senso di colpa, si ritira in un eremo. Alvaro fugge in Italia a combattere una guerra che non gli appartiene e diviene, fatalmente, amico di chi lo vuole uccidere. Nell’epilogo di San Pietroburgo (1862) la morte domina la scena, la speranza soccombe davanti a un fato irridente. E davanti alla maledizione che si materializza nell’uccisione della sua amata, Don Alvaro si getta da una rupe, nell’orrore generale, imprecando contro il cielo («Apriti o terra, mi ingoi l’inferno!... precipiti il cielo... pera la razza umana!»). Mentre nella versione scaligera (1869), pur dominata dal dolore, filtra un raggio di luce. È il Padre guardiano (ruolo che toccherà al basso russo Alexander Vinogradov) a indicare il cambio di prospettiva. La brutalità resta, ma è fuori scena, Leonora non è solo «morta», ma è «salita a Dio». Le bestemmie di Alvaro vengono sopite dal francescano che invita l’infelice alla conversione («Non imprecare umiliati... D’ira e furor sacrilego non profferir parola... Il suo morir ti apprenda la fede e la pietà»). Impossibile non vedere nel religioso i tratti del Fra Cristoforo ideato da Alessandro Manzoni, così come la figura tragicomica di Fra Melitone sembra parente del don Abbondio dei Promessi Sposi. «Quello è un libro vero; vero quanto la Verità», scriveva Verdi, «uno dei più gran libri che sieno usciti da cervello umano. E non è solo un libro, ma una consolazione per l’umanità». Una stima ricambiata dal celebre scrittore («A Giuseppe Verdi, gloria d’Italia, un decrepito scrittore lombardo», recitava un biglietto inviato all’amico). Nessuno sa cosa si dissero i due nel loro unico incontro a Milano, il 30 giugno del 1868 (a pochi mesi dal ritorno alla Scala), ma sembra quasi che in questo corpo a corpo con il destino Verdi abbia ricevuto da Manzoni l’arma della speranza. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/verdi-in-battaglia-contro-fato-2670151503.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="solo-chi-crede-in-dio-scrive-musica-cosi" data-post-id="2670151503" data-published-at="1732731686" data-use-pagination="False"> «Solo chi crede in Dio scrive musica così» Come suona Alessandro Manzoni in russo solo Alexander Vinogradov lo sa. Per provare a prender sonno, contando i giorni che lo separano dal suo primo Sant’Ambrogio scaligero, il basso moscovita, classe 1976, si sta affidando a una traduzione dei Promessi Sposi nella sua lingua natale. Poi, quando il sole sorge, il Maestro torna a indossare il saio del Padre guardiano della Forza del destino di Giuseppe Verdi, per le ultime prove. Di tutta la storia dell’opera è il personaggio che più si avvicina al Fra Cristoforo manzoniano. Se il nobile che si pente di un delitto e si fa cappuccino è il faro che illumina Renzo e Lucia e li aiuta a intravedere la Provvidenza di Dio quando l’oscurità sembra prevalere, è il superiore del convento francescano, nel libretto di Francesco Maria Piave e di Antonio Ghislanzoni, ad avere l’ultima parola. E a dare un senso a una tragedia apparentemente senza senso.Una settimana e poco più all’apertura del sipario. A che punto è il cantiere dell’opera e su cosa sta insistendo il direttore dei lavori, Riccardo Chailly?«Ogni giorno il Maestro ci raccomanda di essere fedeli alla partitura verdiana. Lui è molto preciso e invita noi cantanti a seguirlo su questa strada. Far parte di una compagnia di così alto livello è fantastico. Lavorare in mezzo agli amici è un privilegio e la Prima di Sant’Ambrogio in un capolavoro di Verdi è un sogno che si realizza. Una decina d’anni fa non sarebbe stato immaginabile perché la mia voce era ancora un po’ leggerina».Il 10 novembre 1862 questo titolo debuttava a San Pietroburgo. Massimo Mila, soprattutto nelle grandi scene di massa, scorgeva un’anticipazione del Boris Godunov di Modest Petrovic Musorgskij, C’è un po’ di Russia in quest’opera del Cigno di Busseto?«A dir la verità, io non la sento molto. A me, da russo che vive da anni a Berlino, quest’opera suona totalmente italiana. Anche perché il “Gruppo dei cinque” si sarebbe affermato subito dopo quell’inaugurazione. Il legame con il Boris invece è chiaro se ci concentriamo sull’importanza del coro».Prima ha fatto un accenno alla partitura. Quali sono le indicazioni più importanti che le fornisce Verdi?«Impossibile fare una scelta, sono tantissime e vanno rispettate tutte, tenendo presente però che il suono è vivo e nasce nell’azione, non sulla carta stampata. Ci sono ad esempio dei pianissimi che, se eseguiti alla lettera, renderebbero difficoltoso l’ascolto. Bisogna tenere conto di tutto, anche dell’evoluzione degli strumenti e dell’orchestra».Su che tipo di suono sta lavorando per il ruolo del Padre guardiano?«Ben legato, vibrante e vivo. Serve un giusto equilibrio: si devono sentire le radici del belcanto, tipiche del Nabucco, ma con un po’ più di peso. Senza però arrivare alla declamazione che ci si aspetta in Don Carlos o Aida».Nella scena finale in cui il francescano richiama Don Alvaro, invitandolo ad accettare il disegno divino («Non imprecare; umiliati a lui, ch’è giusto e santo»), Chailly ha parlato del «suono celestiale» che il compositore riesce a creare. E nel primo convegno che si è tenuto alla Scala per spiegare questo capolavoro ha svelato il segreto: oltre all’arpa, irrompe a sorpresa un clarinetto basso. Un suono grave che però ci eleva. E sembra esprimere la redenzione dell’anima.«Credo che sia un momento magico, incredibile. Il dialogo tra questo strumento e la voce del basso è l’intuizione di un vero genio. Non a caso si ritrova in altre due pagine mirabili: il monologo del Re Marke nel Tristano e Isotta di Richard Wagner e all’interno de Les Huguenots di Giacomo Meyerbeer».Il finale scaligero è opposto a quello di San Pietroburgo di soli sette anni prima. Se nella versione milanese Don Alvaro si converte, in quella russa l’amante infelice si suicida insultando l’uomo religioso e i suoi richiami («Imbecille... Un inviato dell’inferno son io»). Quale la convince di più?«Da agnostico devo ammettere che l’epilogo cristiano è il più credibile, da tutti i punti di vista. Musicalmente è un capolavoro, con quel pianissimo: forse uno dei più belli del compositore di Busseto. Per un uomo di fede credo che questo sia il punto fondamentale: accettare che la propria vita faccia parte di un piano di Dio, misterioso e buono. In questa prospettiva tutto ha senso, anche quando non lo riusciamo a capire».All’opposto «Se Dio non esiste, allora tutto è permesso», sosteneva Fëdor Dostoevskij.«Certamente, ma il mondo di Verdi mi dice qualcosa in più perché lì dentro la presenza di Dio è evidente. La sua musica mi fa capire che credeva davvero, al di là dei suoi giudizi sul clero. Lo sento, ma quasi non lo oso spiegare: il Cigno di Busseto aveva fede, sia nell’umanità, che in qualcosa di più grande».Alcune regie moderne riducono tutta questa complessa vicenda al tema del patriarcato, dato che Leonora fugge dal padre per amore e il fratello la insegue per lavare nel sangue il suo affronto. A Monaco il Padre guardiano non era altro che la reincarnazione della figura paterna (lo stesso cantante interpretava i due ruoli).«Non ho nulla contro le regie moderne, ma non sempre funzionano. Posso dirle che è stato il regista Leo Muscato a consigliarmi di leggere I Promessi sposi. Per cui aspettatevi un Padre guardiano piuttosto tradizionale, ma allo stesso tempo rivoluzionario, come la storia lascia intendere. 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E ne vado fiero».«Lo sa anche lei che non si può dire», sarebbe stata la risposta corretta, ma prendiamo per buona anche la sua.Mettiamo in attesa la telefonata perché urge qualche chiarimento. In linea c’è un membro di una delle società più singolari ed esclusive al mondo: il «Club dei 27» (da non confondere con il «Club 27» di Kurt Cobain, Amy Winehouse, Jimi Hendrix e di tanti altri artisti coetanei nell’ora della morte). La confraternita è formata da soli uomini devoti al Cigno di Busseto. E il numero è chiusissimo: un affiliato per ogni opera del compositore che, come sancì Gabriele D’Annunzio, «pianse e amò per tutti» (Jerusalem e Aroldo escluse in quanto «rifacimenti», Messa da Requiem compresa). Per entrare nella congrega esiste solo una via: inviare la domanda e armarsi della tipica pazienza di chi investe nella nuda proprietà degli immobili. Sì, perché il sogno di essere ammessi si può avverare solo quando qualche aderente saluta questo mondo o - meglio - rinuncia al suo posto. Come forse si è intuito, chi fa il suo ingresso nella cerchia perde il suo vecchio nome e assume quello di una composizione verdiana. A vita.Piuttosto che nominare il titolo con il quale lei è stato «battezzato» dal Club, i melomani si farebbero torturare. Leviamoci subito il problema: lei crede a questa storia della sfiga? Solo per regolarci perché la Scala ha scelto la Forza per inaugurare la stagione.«Mi fece la stessa domanda Rajna Kabaivanska (leggendario soprano bulgaro, ndr) quando venne a trovarci nel “covo” qualche anno fa. “Come fai con quel nome, visto che sei campano?”».Aspetti un secondo... ma non siete tutti parmigiani docg?«Vivo a Parma da una vita, ma sono salernitano purosangue. Lei sta parlando con l’unico “terrone” del Club. Anzi no, pure Luisa è un meridionale».Prego? Ah, certo, Luisa Miller, devo farci l’abitudine. Il suo presidente, Enzo Petrolini, pardon… Un giorno di regno, mi ha raccontato che andate nelle aule a parlare di Verdi e i bambini impazziscono. Vi vedono arrivare e urlano: «Giovanna, Giovanna!».«Si capisce, Giovanna d’Arco a scuola è un vero idolo. Un bravissimo infermiere, oggi in pensione».Stiamo divagando. Il titolo innominabile si può pronunciare oppure no?«La superstizione dalle mie parti è di casa, ma non ho mai girato con il corno in tasca. Anzi, se vedo una scala ci passo sotto. Per cui le dico: a me La Forza del destino ha sempre portato fortuna. Certo, come ogni leggenda, anche questa a qualcosa di reale si aggrappa».Il fattaccio forse più incredibile: il baritono Leonard Warren che, il 4 marzo 1960, si accascia senza più rialzarsi sul palcoscenico del Metropolitan di New York dopo aver cantato, nel terzo atto, «Morir! Tremenda cosa!».«Non solo. Il librettista Francesco Maria Piave non riuscì a finire il lavoro. Morì in miseria dopo essere stato colpito da una paralisi, al termine di una serie di eventi sfortunati come l’arresto del fratello e la malattia mentale della madre. Se non bastasse, c’è chi sostiene che quando Adolf Hitler invase la Polonia quest’opera fosse in programma a Varsavia. E in Giappone sono arrivati a dire che una prova generale aveva causato un sisma…».Direi di tirare una riga. Parliamo di musica: come sono le aspettative del Club per la Prima di Sant’Ambrogio?«Altissime, il cast è stellare. A cominciare dal tridente delle meraviglie: Netrebko-Kaufmann-Tézier».Ma cosa mi dice? Jonas Kaufmann ha dato forfait.«Lo so, ma mica è colpa della Scala! Diamo il merito al teatro di aver ingaggiato il meglio, poi queste cose possono sempre accadere. E comunque, ce l’aspettavamo».Nel vostro scantinato avete anche la palla di vetro?«No, ma qualche soffiata arriva…».Al suo posto, nel ruolo di don Alvaro, è subentrato Brian Jagde.«Sperèmma al bén (speriamo bene, ndr), si dice da queste parti».Che fa? Passa al dialetto locale?«Qualche anno fa, a Parma, Jagde ebbe qualche difficoltà nella Tosca, però probabilmente era indisposto. Secondo la critica, viene comunque da una discreta Forza a Barcellona. Sempre per guardare il bicchiere mezzo pieno, Kaufmann è un grande tenore, ma forse è troppo baritonale per il ruolo di Don Alvaro. Per cui in bocca al lupo al sostituto!».Di Anna Netrebko non mi dice nulla? Ieri il sovrintendente Meyer ha ringraziato Dio, o la natura, perché non tutte le generazioni vantano artiste di questo calibro.«Andai appositamente a Londra per assistere al suo debutto come Donna Leonora. Presenza scenica, carisma, passa dai registi bassi a quelli alti con una morbidezza incredibile: non ha rivali. Non scordiamoci poi di Ludovic Tézier. Passò una bellissima serata nella nostra sede. Cantante grandioso e persona eccezionale».Il direttore Chailly è nelle vostre corde?«Non ha bisogno dei miei complimenti. Uno dei migliori della sua generazione, insieme ad Antonio Pappano».Capitolo regia. Anche Leo Muscato è stato gradito ospite di uno dei vostri misteriosi ritrovi del giovedì sera.«Su questo tema la maggior parte di noi è tradizionalista. In Verdi tutti gli elementi sono perfettamente legati: parola, musica, azione, ambientazione. Stravolgere la storia per raccontarne un’altra non è vietato, ma devi essere un genio. Tutte cose che comunque ha già detto il grande Riccardo Muti. Di Muscato mi fido: ha il senso della bellezza».Da quello che sappiamo, l’elemento della guerra, che attraversa i secoli e la storia dell’uomo, sarà centrale. Dal Settecento fino ai giorni nostri a girare sarà la ruota del destino.«Guardi, ci è toccato vedere Carmen ambientata in ospedale, Simon Boccanegra in un macello, con i quarti di bue appesi, Un ballo in maschera trasformato nell’elezione di Bill Clinton alla Casa Bianca. Per La Forza del destino non ci resta che fare gli scongiuri...».
(IStock)
Ottant’anni fa, nel 1946, Ayn Rand riprese in mano uno dei suoi più celebri capolavori, una favola distopica intitolata Anthem (Antifona) che aveva scritto dieci anni prima. Solo uno scrittore l’aveva preceduta nell’invenzione della distopia: il sovietico Evgenij Zamjatin, che tra il 1919 e il 1921 si dedicò alla stesura di Noi, riconosciuto quale capostipite del genere e primo romanzo proibito dall’ente governativo sovietico che si occupava della censura delle opere d’arte.
In fondo i due romanzi erano curiosamente simili. Erano, prima di tutto, entrambi anticomunisti: in modo più violento quello di Rand, in maniera forse più dolorosa quello di Zamjatin, se non altro perché l’autore era rimasto a vivere in Russia almeno fino all’inizio degli anni Trenta. La Rand in Russia ci era nata, a San Pietroburgo, nel 1905. Poi però, grazie agli studi di cinema, nel 1925 aveva ottenuto un visto per visitare alcuni parenti in America, e non fece più ritorno. Zamjatin era più vecchio, nacque nel 1884, e cercò di restare in patria fino a quando non cominciarono a trattarlo come un nemico del popolo, cosa che significava rischiare pesantemente la pelle. Era molto stimato da autori graditi al regime come Gorkij, da Anna Achmatova, e fu tradotto molto all’estero prima che in patria (cosa che per altro gli valse la riprovazione delle autorità). A un certo punto, proprio grazie a Gorkij, gli concessero di lasciare il Paese, a differenza di quanto accadde a un altro grande come Michail Bulgakov.
Noi e Antifona sembrano quasi la stessa storia vista da due punti diversi. Zamjatin, dando pennellate di fantascienza alla sua opera, finge di tessere un elogio della collettivizzazione, di un mondo in cui trionfa il Noi, una società che ha raggiunto tanto e tale successo da poter essere esportata. Rand non finge nemmeno entusiasmo quando racconta di un mondo futuro basato sull’eguaglianza più totale.
Anche chi non condividesse l’amore di Rand per il capitalismo difficilmente potrebbe sostenere che alcune sue riflessioni non siano rabbiosamente attuali. «L’obbligo compulsivo al lavoro è oggigiorno presente o propugnato in ogni paese della terra», scriveva Rand nel 1946. «E su cosa esso si basa, se non sull’idea che lo Stato sia il più qualificato a decidere come un uomo può essere utile agli altri, avendo tale utilità come unico criterio, mentre i suoi obiettivi, desideri o la sua felicità andrebbero ignorati perché di nessuna importanza? Abbiamo Consigli per le Vocazioni, Consigli per l’Eugenetica, ogni possibile tipo di Consiglio, incluso un Consiglio Mondiale e se questi Consigli non detengono ancora un potere totale su di noi, è forse per una loro mancanza d'intenzione? “I guadagni sociali”, “gli scopi sociali”, “gli obiettivi sociali” sono diventati i bromuri quotidiani del nostro linguaggio. La necessità di una giustificazione sociale per ogni attività e ogni forma di esistenza viene data per scontata».
Certo, si può eccepire sul fatto che oggi non è necessariamente lo Stato a rendersi responsabile di un certo tipo di imposizioni, ma lo fanno serenamente anche le istituzioni private e le grandi corporation. Difficile tuttavia negare che in nome del presunto bene comune si compiano molto facilmente tremende nefandezze. Ancora più difficile è negare che esista una tendenza sempre più pronunciata all’affermazione di un pensiero unico che è favorita da tutti i mezzi di comunicazione e fa molto, molto comodo alla politica. Rand aveva immaginato esattamente un futuro in cui pensare in autonomia equivale a eresia. Sin dal memorabile incipit di Antifona, capiamo che la colpa del protagonista, Eguaglianza 7-2521, è esattamente quella di pensare con il proprio cervello, di coltivare una visione difforme.
«È una colpa scrivere questo» scrive il malcapitato narratore nelle prime righe del romanzo. «È una colpa pensare a parole che nessun altro pensa e scriverle su un foglio che nessun altro vedrà. È meschino e immorale. È come se parlassimo da soli, a nessun altro orecchio se non il nostro, e sappiamo bene che non c’è trasgressione più oscura del fare o pensare da soli. Abbiamo infranto le leggi. Quelle leggi che vietano agli uomini di scrivere, a meno che non venga ordinato loro dal Consiglio delle Vocazioni. Che ci sia perdonato!». Poco dopo, Eguaglianza 7-2521 descrive sé stesso e il suo enorme difetto: «Siamo nati con una maledizione che ci ha sempre spinto a fare pensieri proibiti. Ci ha sempre dato desideri che gli uomini non possono desiderare. Sappiamo di essere immorali, ma non c’è in noi né la volontà né il potere di resistere loro. Questa è la nostra meraviglia e la nostra paura segreta: sappiamo e non resistiamo. Ci sforziamo di essere come i nostri fratelli, per-ché tutti gli uomini devono assomigliarsi».
Per tutta la vita Ayn Rand ha difeso con le unghie e con i denti la potenza virile del pensiero autonomo. Viene ricordata come una gretta capitalista ma seppe più di ogni altro autore cantare la grandezza degli uomini e delle donne disposti a tutto per far trionfare le proprie idee, le proprie visioni. Era nemica del collettivismo economico, come no, ma prima di tutto deprecava il collettivismo del pensiero che rende gli uomini massa e la massa gregge. Anche per questo le sue opere, come del resto quelle di Zamjatin, parlano con forza al nostro tempo. Dopo tutto, siamo forse più vicini adesso alla fine della proprietà privata di quanto non lo fossero gli occidentali di un secolo fa. Di sicuro siamo sottoposti a una burocrazia acefala e ottusamente feroce degna di una distopia. E, soprattutto, è difficile trovare qualcuno che sia disposto a seguire le proprie idee facendone armatura, senza cedere alla tentazione di abbandonarsi al flusso del pensiero livellato e permanente.
Non è forse un caso che una delle autrici più celebrate degli ultimi anni, e più amate anche da un pubblico molto giovane, abbia deciso per certi versi di remixare le opere di Zamjatin e Rand. La scrittrice francese Christelle Dabos ha raggiunto la fama internazionale con la saga - vendutissima - dell’Attraversaspecchi. E ora torna con un romanzo inaspettato e godibile da lettori di diversa età. Si intitola, guarda un po’, Noi, ed è ambientato in un mondo in cui i singoli annegano in una sorta di mente collettiva. Ciascuno è dotato di un istinto che lo condanna a svolgere questo o quel lavoro per tutta la vita, e non può deviare dalla volontà della sorta di sciame che è divenuta l’umanità. Si sale nella scala sociale soltanto compiendo azioni che vadano a beneficio del Noi, un collettivo quasi metafisico, assurto al ruolo di divinità. Tutto meraviglioso, all’apparenza, salvo che non tutti si sentono a loro agio dentro il recinto. Ed è esattamente qui che sta il punto. Il romanzo di Dabos non è un elogio dell’individualismo fine a sé stesso, anche se certo potrebbe essere letto così. E non è nemmeno una celebrazione di ciò che attualmente si intende per valorizzazione dell’individuo, cioè l’assenza di impedimenti nel dare sfogo alle proprie pulsioni immediate. Questa storia sembra dire piuttosto che occorre prendersi la responsabilità della propria esistenza, e usare la libertà per compiere qualcosa di grande, per sé e per gli altri. La relazione è vitale, per l’esistenza umana, ma non può prescindere da una decisione individuale, da una presa di coscienza autonoma, da un atto di coraggio intellettuale prima che fisico. Esattamente quell’atto che nel nostro tempo solo pochissimi hanno la tempra di compiere. Quell’atto che Zamjatin e Rand hanno magnificato prima di tutti, straordinari aedi dell’umanità eroica e non sottomessa.
Quei prigionieri in fuga dai gulag comunisti, ma snobbati dall’Occidente
Nel 1956, mentre i carri armati sovietici schiacciavano l’Ungheria e nonostante ciò del comunismo reale si diceva un gran bene in larga parte del mondo, un libro che descrivesse l’universo concentrazionario russo avrebbe potuto apparire ai più come un romanzo di fantascienza, una distopia particolarmente orwelliana, solo un po’ più feroce. Arcipelago Gulag, il capolavoro di Solzenicyn, sarebbe stato concepito solo due anni più tardi e sarebbe stato accettato e digerito dall’Occidente molto tempo dopo. Slavomir Rawicz, infatti, non fu creduto quando pubblicò il suo volume autobiografico A marche forcee, il racconto di una allucinante fuga dai Gulag attraverso un percorso quasi disumano. Lo accusarono di avere inventato tutto, dissero che l’autore aveva sbagliato descrizioni, che non avrebbe potuto compiere quel percorso, non in quel modo almeno, che aveva inventato luoghi e personaggi.
A Sylvain Tesson - straordinario autore francese di racconti e resoconti di viaggio e orgoglioso libertario - non importa nulla che la storia di Rawicz sia inventata o colorita. Anzi, in qualche modo ha provato a dimostrarne la veridicità mettendo in gioco la sua pelle e il suo corpo. Ha percorso gli stessi sentieri, ha seguito lo stesso itinerario dei fuggiaschi dal Gulag e il risultato è lo splendido L’asse del lupo, ora pubblicato in Italia da Piano B.
«Rawicz è un ufficiale polacco di 24 anni che fu arrestato durante la seconda guerra mondiale dal Nkvd e deportato, prima in treno e poi a piedi, in un campo di prigionia situato a 300 chilometri dal circolo polare artico siberiano, nella taiga della Jacuzia», racconta Tesson. «Lavori forzati, inverno gelido, vita da subumani: il gulag. Rawicz deve scontare una pena di 20 anni. La sua colpa? Essere polacco. La sua unica speranza? La morte o la fuga. Nell’aprile del 1941, sei mesi dopo la sua carcerazione, fugge nella taiga in pieno inverno, con una squadra di sei camerati: altri due polacchi, un lettone, un lituano, uno jugoslavo e un americano. Hanno in comune due cose: la prima è l’essere naufragati sugli scogli del terrore rosso inaugurato con la Grande Rivoluzione d’Ottobre e prolungato con le purghe staliniane; la seconda è l’aver rifiutato a rischio della vita stessa il destino di schiavi che era stato loro assegnato. Non hanno altra scelta che dirigersi verso Sud. Verso l’India. Non hanno viveri, né mappe, né equipaggiamenti e nemmeno armi. Immaginano di raggiungere il golfo del Bengala in poche settimane, senza rendersi conto di quante migliaia di chilometri siano distanti».
Tesson rimane conquistato dal libro del polacco, e non è ingenuo: «L’energia dei detrattori di Rawicz ha anche una radice politica», nota. «Il libro esce in un’epoca in cui l’Europa non ne voleva sapere della tragedia carceraria russa: l’Arcipelago Gulag non era stato ancora scoperto, Una giornata di Ivan Denisović non era stato pubblicato, Solzenicyn era ancora nei campi di concentramento e nelle democrazie occidentali i comunisti portavano ancora la corona della vittoria sulla Germania nazista. Ed ecco che un polacco, presumibilmente uscito dalle taighe dell’inferno, dipinge un affresco dell’orrore dei campi di concentramento. Come si poteva credere, nel 1956, che fosse possibile fuggire da questi campi, la cui esistenza non era nemmeno ufficialmente riconosciuta?».
Non è la politica che interessa a Tesson. E nemmeno la riabilitazione di Rawicz, morto a Londra nel 2004. Quel che gli interessa celebrare ripercorrendo l’asse del lupo è la lotta per la libertà. Meglio: vuole dimostrare che senza lotta non vi è libertà, che senza fatica non vi è indipendenza. «Quello che voglio celebrare è lo spirito di evasione», scrive, «che consiste nel raccogliere tutte le forze, le speranze e le competenze per fare tutto il possibile senza mai lasciare che lo scoraggiamento si frapponga all’ostinazione, per riconquistare la libertà perduta. Evadere significa passare da uno stato di sottomissione (la detenzione) a uno stato di sopravvivenza (la fuga) per amore della vita». Un amore che si celebra attraverso il rischio: amare la vita significa anche essere disposti a perderla pur di non restare sottomessi.
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Ecco #DimmiLaVerità del 12 gennaio 2026. Il segretario della Camera Penale di Napoli, avvocato Maurizio Capozzo, illustra le iniziative per il sì al referendum sulla Giustizia.
Pecco Bagnaia porta la fiaccola olimpica Milano-Cortina 2026 presso piazza Castello a Torino (Ansa)
A 25 giorni dalla cerimonia di apertura dei Giochi invernali, l’Italia entra nella fase decisiva. Dai test dell’Arena di Santa Giulia al viaggio della fiamma olimpica da Torino a Milano, con protagonisti simbolici come Bagnaia e Allegri, passando per la corsa contro il tempo di Federica Brignone e l’annuncio dell’esibizione di Andrea Bocelli: strutture e organizzazione si preparano all’appuntamento del 6 febbraio.
Il tempo stringe. Mancano ormai poche settimane all’inizio delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026 e il grande evento entra nella sua fase più delicata: quella in cui le promesse devono trasformarsi in realtà operative, i cantieri in impianti funzionanti e le attese in risposte concrete. Il 6 febbraio, con la cerimonia inaugurale, l’Italia tornerà a ospitare i Giochi invernali a vent’anni dall’esperienza di Torino 2006, in una formula inedita che unisce metropoli e montagne, grandi città e territori alpini.
Il simbolo più evidente di questa rincorsa è senza dubbio l’Arena di Santa Giulia, a Milano, destinata a essere il fulcro del torneo olimpico di hockey su ghiaccio. Nel fine settimana appena trascorso l’impianto ha vissuto il suo primo vero battesimo, aprendo al pubblico per il test event con le Final Four di Coppa Italia e campionato IHL. Un appuntamento cruciale, non solo per verificare la tenuta del ghiaccio e delle strutture, ma anche per testare flussi, sicurezza, trasporti e gestione del pubblico.
L’esordio non è stato privo di intoppi. Una piccola crepa nel ghiaccio ha causato una breve interruzione durante una delle prime partite, episodio che ha immediatamente acceso il dibattito sui social e attirato l’attenzione dei media internazionali. Gli organizzatori, però, hanno spiegato che si tratta di situazioni normali su piste nuove e hanno sottolineato come il problema sia stato risolto in pochi minuti. Le gare successive si sono svolte senza ulteriori criticità, permettendo di archiviare il test come complessivamente positivo. L’Arena, va detto, non è ancora completamente ultimata. Restano da completare alcune parti delle tribune, rifinire spogliatoi e aree tecniche, sistemare impianti e cablaggi. Ma il cronoprogramma prevede la consegna definitiva entro fine gennaio, in tempo per i primi match olimpici. Il Comitato olimpico internazionale e Fondazione Milano-Cortina parlano di una struttura che ha superato la prova generale e che ha tutte le carte in regola per diventare una delle sedi simbolo dei Giochi. Durante l’Olimpiade potrà ospitare fino a 11.800 spettatori paganti, mentre dopo l’evento sarà riconvertita per grandi appuntamenti sportivi e musicali, a partire già dalla primavera.
Se Milano rappresenta il volto urbano dei Giochi, la montagna è il cuore sportivo ed emotivo dell’Olimpiade. E proprio sulle nevi di Cortina d’Ampezzo si concentrano in questi giorni molte delle attenzioni. In particolare su Federica Brignone, la campionessa azzurra che incarna meglio di chiunque altro le speranze italiane. Dopo il grave infortunio della scorsa primavera, la sciatrice valdostana sta seguendo una tabella di recupero rigorosa e prudente. Ha rinunciato al rientro immediato in Coppa del Mondo per allenarsi direttamente sulle piste olimpiche, con l’obiettivo di essere pronta almeno per una delle gare in programma. Lo staff federale e il fratello-allenatore procedono senza forzature, consapevoli che l’obiettivo non è solo esserci, ma esserci nelle migliori condizioni possibili. Le decisioni definitive arriveranno giorno per giorno, ma una certezza c’è: Brignone vuole giocarsi fino in fondo l’occasione della carriera, l’oro olimpico che ancora manca al suo palmarès.
Mentre gli atleti si preparano, l’Olimpiade prende forma anche fuori dagli impianti grazie al viaggio della fiamma olimpica. Partita da Roma il 6 dicembre, la torcia sta attraversando l’Italia in un percorso di oltre 12.000 chilometri che tocca tutte le regioni. In questi giorni il fuoco olimpico è protagonista nel Nord, tra Piemonte e Lombardia, accompagnato da eventi, cerimonie e una partecipazione popolare significativa. Tra i tedofori figurano volti noti dello sport e della cultura italiana: da Giorgio Chiellini a Pecco Bagnaia, fino a Massimiliano Allegri. La fiamma entrerà a Milano il 5 febbraio e il giorno successivo illuminerà la città, passando anche da San Siro, prima di accendere il braciere durante la cerimonia inaugurale. Cerimonia che avrà un altro protagonista d’eccezione: Andrea Bocelli. Il tenore si esibirà il 6 febbraio, offrendo uno dei momenti più attesi dell’apertura dei Giochi. Una scelta che punta a valorizzare l’identità culturale italiana e a dare ai Giochi un respiro internazionale, unendo musica, sport e racconto simbolico del Paese ospitante. Accanto all’entusiasmo, cresce però anche l’attenzione sugli aspetti logistici e organizzativi. In diverse aree, soprattutto in Valtellina, sono già stati predisposti piani straordinari per la viabilità, con limitazioni temporanee ai mezzi pesanti durante il periodo olimpico. Misure pensate per garantire sicurezza e fluidità negli spostamenti di atleti, addetti ai lavori e spettatori, ma che inevitabilmente richiederanno adattamenti da parte dei territori coinvolti.
Milano-Cortina 2026 si avvicina così al momento decisivo. Le settimane che restano serviranno a limare gli ultimi dettagli, completare le opere e trasformare l’attesa in fiducia. Tra cantieri che si avviano alla conclusione, una fiamma che attraversa il Paese e campioni pronti a scrivere nuove pagine di storia, l’Olimpiade italiana entra finalmente nel vivo. Ora la parola passa ai fatti.
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Roy De Vita affronta il tema della sicurezza in Italia, il rapporto sempre più difficile tra cittadini e forze dell’ordine e i limiti della legittima difesa. Dal caso del carabiniere condannato per aver reagito a un’aggressione, alle differenze con il modello americano, fino a immigrazione, Trump e Venezuela.