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2021-12-28
Vaccini e divieti non evitano i contagi ma la colpa viene rifilata ai no vax
Ansa
Muta il virus, muta il quadro della pandemia, ma pur se tutto cambia alcune granitiche certezze restano. Tra queste, la convinzione che siamo al disastro totale e che, ovviamente, sia colpa dei no vax. Nel tempo del delirio virologico si è creata quasi una tradizione: non appena c’è una situazione nuova da affrontare, puntualmente si presenta il manipolo di esperti pronto a indicare con disprezzo gli untori, i colpevoli, i malvagi.
Roberto Battiston, astrofisico, giustamente le spara galattiche. Poiché Omicron dilaga, sostiene, bisogna ispirarsi «alla Germania, dove hanno disposto un lockdown per i non vaccinati». Forse Battiston, negli ultimi giorni, si trovava nello spazio, e non si è reso conto che - nei fatti - il lockdown per i non vaccinati c’era pure qui. Chi rifiuta la puntura non può nemmeno prendersi un caffè al bar in piedi, è sostanzialmente tagliato fuori dalla società. Purtroppo, però, il pensiero magico non produce grandi effetti, e proibire le bevande calde ai non vaccinati non ferma i contagi, che si diffondono alla grande fra chi ha fatto la seconda e financo la terza dose.
Se dalle nostre parti fosse ancora in uso il metodo scientifico, si prenderebbe atto della realtà, e invece di pensare alla minoranza di non inoculati si penserebbe a implementare le cure e, soprattutto, si rivedrebbero le regole sulla quarantena e sulle chiusure. Che senso ha continuare a restare appesi al numero dei contagi quando - lo sappiamo ormai per certo - è destinato a esplodere e a sfuggire a ogni controllo (lo ha dichiarato ieri, senza giri di parole, l’epidemiologo Carlo La Vecchia)?
Eppure, sembra che per i portavoce della Cattedrale Sanitaria la realtà sia un fastidio, un impedimento, una visione sgradevole da celare il più possibile. È emblematica, a questo proposito, la posizione dell’immunologo Sergio Abrignani riportata in prima pagina dal Corriere della Sera. Il sempre simpatico luminare, manco a dirlo, va all’assalto dei non vaccinati. A suo dire, più dell’80% dei letti in terapia intensiva è occupato da no vax, «e non è giusto». Sentite il ragionamento del nostro eroe: «Se le Regioni dal giallo passeranno all’arancione, e speriamo non al rosso, la responsabilità sarà in gran parte di chi ha rifiutato la profilassi anti Covid […]. È accettabile che 9 italiani su 10 debbano pagare per il comportamento di pochi? Per non parlare dei danni economici che si abbattano su alcune categorie quando le Regioni cambiano colore». Davvero suggestivo: poiché non si riesce più ad accusare i perfidi no vax di essere gli unici spargitori del contagio, ora li si incolpa delle potenziali chiusure.
A quale titolo un medico come Abrignani parli di danni all’economia è difficile da comprendere, ma passi. Ciò che più infastidisce è la dolosa sovrapposizione di piani presente nel discorso dello stimato professore. Vediamo di chiarire: se una Regione passa dal bianco al giallo o all’arancione, per i vaccinati non cambia nulla. Costoro possono continuare a circolare liberamente, persino se sono positivi senza saperlo. A essere segregati sono invece i non vaccinati, i quali scontano un aumento dei contagi causato pure da chi si è fatto la puntura. Non è tutto. Gli eventuali cambiamenti di colore non dipendono da incontrollabili fenomeni naturali, ma da norme partorite dal governo mesi fa. Tali norme, come dicevamo, sono ancora legate all’incidenza, cioè al numero di casi covid registrati ogni 100.000 abitanti (che toccano anche i vaccinati), nonché alla percentuale di occupazione di reparti ordinari e terapie intensive. Se è vero che le intensive, stando agli ultimi dati dell’Iss (purtroppo vecchiotti) sono piene di non vaccinati per il 65-70%, è vero anche che nei reparti ordinari circa la metà dei ricoverati sono vaccinati. In buona sostanza, attribuire ai soli no vax la responsabilità dei cambi di colore è, oltre che crudele, anche ingiusto.
Le parole di Abrignani, in ogni caso, veicolano almeno un altro concetto raccapricciante: i renitenti all’iniezione tolgono spazio in ospedale a chi lo merita. Si tratta di un’idea perfettamente espressa, sempre tramite il Corriere della Sera, dall’ex pugile Maurizio Stecca. Benché avesse ricevuto due dosi di vaccino, lo sportivo è comunque finito (probabilmente a causa di problemi di salute pregressi) in terapia intensiva. In pratica, egli è la dimostrazione vivente che, purtroppo, qualcuno può finire in rianimazione anche se inoculato. Una volta fuori pericolo, Stecca ha trovato il tempo per dichiarare che in camera con lui c’erano «quattro no vax che occupavano il posto di chi ha bisogno».
Forse l’ex pugile non si è reso del tutto conto della bestialità di una frase del genere. Se una persona è malata, ha «bisogno» delle cure a prescindere dal suo status morale e biologico: lo impone la Costituzione e lo suggerisce il più banale senso di umanità.
Stabilire una gerarchia fra bisognosi e non bisognosi significa imporre una selezione politica dei pazienti: chi si è «comportato bene» o «ha fatto il suo dovere» merita le cure, gli altri no. Se si segue questa linea di ragionamento, si possono senz’altro escludere i no vax. Poi, però, bisognerà anche precludere l’accesso in rianimazione ai vaccinati da più di quattro mesi, poi ai vaccinati obesi (potevano dimagrire, no?), poi ai bambini non inoculati (maledetti piccoli untori!), poi ai vaccinati con tre dosi che però si sono abbassati la mascherina in un negozio e via di questo passo.
Tra l’altro, dovremmo considerare alcuni particolari non irrilevanti. Primo: attualmente le terapie intensive in Italia (dati Agenas) sono piene al 12% e per andare in zona rossa l’occupazione dovrebbe raggiungere il 30%. Secondo: se i posti disponibili sono pochi in assoluto, ciò dipende dai micidiali tagli effettuati negli ultimi anni e, in parte, dalla mancata implementazione delle strutture (che competerebbe alle istituzioni). Terzo: se è vero che il vaccino «protegge dalla malattia grave», come si ripete sempre, allora il non vaccinato che finisce in terapia intensiva non sta togliendo il posto ad altri, sta semplicemente ottenendo ciò per cui ha pagato (con le tasse) e cioè una cura. Ai signori illuminati comunque, tutto ciò non interessa. Costoro preferiscono imboccare la via più facile, ovvero quella dell’ideologia. Preferiscono, come fa Sergio Abrignani, imbrogliare i fili e infierire su «una minoranza che riempie le rianimazioni e condiziona la vita al 92% che adempie al dovere».
Solo su un punto il gentile immunologo ha ragione: esiste una minoranza irresponsabile che continua a condizionare la vita della maggioranza degli italiani. È la minoranza di esperti arroganti di cui lui costituisce una punta di diamante.
Omicron, sintomi simili a un breve raffreddore
Omicron corre, il panico fomentato dai media mainstream e il timore di vedersi costretti alla quarantena dilagano, ma almeno parrebbe sempre più evidente la minore gravità dei sintomi tra i contagiati con quest’ultima variante. A confermarlo, prima di Natale, è stato anche il direttore regionale dell’Oms Europa, Hans Kluge, affermando che «sulla base dei primi casi di Omicron segnalati, l’89% dei soggetti ha riportato sintomi comuni, come tosse, mal di gola, febbre».
Altre informazioni arrivano dal progetto «Zoe Covid» del Regno Unito, che monitora i casi Covid tramite un’app in cui i pazienti possono descrivere i propri sintomi. Come riporta il Guardian, la maggior parte degli utenti negli ultimi giorni ha segnalato raffreddore, mal di testa, stanchezza, mal di gola, spossatezza. E, in alcuni casi, anche la perdita dell’appetito.
I classici sintomi di un colpo di freddo, che possono confondere l’ammalato e fargli escludere la positività da Covid. Anche perché, i segnali per antonomasia fin qui del Covid, perdita di gusto e olfatto, associati a febbre, invece, risulterebbero meno frequenti con Omicron. Il ceppo sudafricano, come dichiarato a più riprese dalle autorità scientifiche locali, è più virale ma meno virulento e, quantomeno sui pazienti vaccinati, si manifesterebbe come un’influenza leggera e di breve durata.
Secondo uno studio dell’Università di Hong Kong, la variante si moltiplica più velocemente della Delta nei bronchi, ma non nel tessuto polmonare. Altro discorso invece per le persone immunodepresse o affette da asma e patologie respiratorie, che rischiano comunque di sviluppare gravi polmoniti.
Brutte e buone notizie quindi. Perché se sicuramente la possibilità dello sviluppo di sintomi lievi è positiva, la somiglianza col raffreddore o la semplice influenza può trarre in inganno e far sottovalutare le proprie condizioni. La soluzione più efficace è quella di sottoporsi ai tamponi che, tuttavia, al momento sono merce rara e ottenibili dopo lunghe attese.
La velocità di diffusione di Omicron porta gli esperti a prevederne presto la prevalenza, come ha dichiarato Arnaldo Caruso, presidente della società italiana di virologia: «In brevissimo tempo ci sarà un cambio di variante dominante di Sars-CoV-2, a gennaio Omicron prevarrà su Delta in tutto il territorio regionale lombardo».
Non è fantascienza supporre che la lievità dei sintomi e l’indebolimento del virus potrebbero finalmente portare a una convivenza col patogeno, trasformando il Covid in una malattia endemica. Ma tutto ciò sarà possibile solo se divieti, limitazioni e panico saranno svincolati dal numero dei contagi, scanditi ogni giorno in una tetra litania, alternata alla caccia al presunto untore di turno.
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Le restrizioni più severe hanno fallito contro il virus, diffuso pure tra gli inoculati. Eppure, continua l’assalto a chi rifiuta la puntura, ritenuto indegno di essere curato in ospedale e causa delle eventuali chiusure future.La variante Omicron sembra essere più lieve: tra i sintomi comuni il naso che cola, stanchezza e mal di testa.Lo speciale contiene due articoli.Muta il virus, muta il quadro della pandemia, ma pur se tutto cambia alcune granitiche certezze restano. Tra queste, la convinzione che siamo al disastro totale e che, ovviamente, sia colpa dei no vax. Nel tempo del delirio virologico si è creata quasi una tradizione: non appena c’è una situazione nuova da affrontare, puntualmente si presenta il manipolo di esperti pronto a indicare con disprezzo gli untori, i colpevoli, i malvagi. Roberto Battiston, astrofisico, giustamente le spara galattiche. Poiché Omicron dilaga, sostiene, bisogna ispirarsi «alla Germania, dove hanno disposto un lockdown per i non vaccinati». Forse Battiston, negli ultimi giorni, si trovava nello spazio, e non si è reso conto che - nei fatti - il lockdown per i non vaccinati c’era pure qui. Chi rifiuta la puntura non può nemmeno prendersi un caffè al bar in piedi, è sostanzialmente tagliato fuori dalla società. Purtroppo, però, il pensiero magico non produce grandi effetti, e proibire le bevande calde ai non vaccinati non ferma i contagi, che si diffondono alla grande fra chi ha fatto la seconda e financo la terza dose. Se dalle nostre parti fosse ancora in uso il metodo scientifico, si prenderebbe atto della realtà, e invece di pensare alla minoranza di non inoculati si penserebbe a implementare le cure e, soprattutto, si rivedrebbero le regole sulla quarantena e sulle chiusure. Che senso ha continuare a restare appesi al numero dei contagi quando - lo sappiamo ormai per certo - è destinato a esplodere e a sfuggire a ogni controllo (lo ha dichiarato ieri, senza giri di parole, l’epidemiologo Carlo La Vecchia)? Eppure, sembra che per i portavoce della Cattedrale Sanitaria la realtà sia un fastidio, un impedimento, una visione sgradevole da celare il più possibile. È emblematica, a questo proposito, la posizione dell’immunologo Sergio Abrignani riportata in prima pagina dal Corriere della Sera. Il sempre simpatico luminare, manco a dirlo, va all’assalto dei non vaccinati. A suo dire, più dell’80% dei letti in terapia intensiva è occupato da no vax, «e non è giusto». Sentite il ragionamento del nostro eroe: «Se le Regioni dal giallo passeranno all’arancione, e speriamo non al rosso, la responsabilità sarà in gran parte di chi ha rifiutato la profilassi anti Covid […]. È accettabile che 9 italiani su 10 debbano pagare per il comportamento di pochi? Per non parlare dei danni economici che si abbattano su alcune categorie quando le Regioni cambiano colore». Davvero suggestivo: poiché non si riesce più ad accusare i perfidi no vax di essere gli unici spargitori del contagio, ora li si incolpa delle potenziali chiusure. A quale titolo un medico come Abrignani parli di danni all’economia è difficile da comprendere, ma passi. Ciò che più infastidisce è la dolosa sovrapposizione di piani presente nel discorso dello stimato professore. Vediamo di chiarire: se una Regione passa dal bianco al giallo o all’arancione, per i vaccinati non cambia nulla. Costoro possono continuare a circolare liberamente, persino se sono positivi senza saperlo. A essere segregati sono invece i non vaccinati, i quali scontano un aumento dei contagi causato pure da chi si è fatto la puntura. Non è tutto. Gli eventuali cambiamenti di colore non dipendono da incontrollabili fenomeni naturali, ma da norme partorite dal governo mesi fa. Tali norme, come dicevamo, sono ancora legate all’incidenza, cioè al numero di casi covid registrati ogni 100.000 abitanti (che toccano anche i vaccinati), nonché alla percentuale di occupazione di reparti ordinari e terapie intensive. Se è vero che le intensive, stando agli ultimi dati dell’Iss (purtroppo vecchiotti) sono piene di non vaccinati per il 65-70%, è vero anche che nei reparti ordinari circa la metà dei ricoverati sono vaccinati. In buona sostanza, attribuire ai soli no vax la responsabilità dei cambi di colore è, oltre che crudele, anche ingiusto. Le parole di Abrignani, in ogni caso, veicolano almeno un altro concetto raccapricciante: i renitenti all’iniezione tolgono spazio in ospedale a chi lo merita. Si tratta di un’idea perfettamente espressa, sempre tramite il Corriere della Sera, dall’ex pugile Maurizio Stecca. Benché avesse ricevuto due dosi di vaccino, lo sportivo è comunque finito (probabilmente a causa di problemi di salute pregressi) in terapia intensiva. In pratica, egli è la dimostrazione vivente che, purtroppo, qualcuno può finire in rianimazione anche se inoculato. Una volta fuori pericolo, Stecca ha trovato il tempo per dichiarare che in camera con lui c’erano «quattro no vax che occupavano il posto di chi ha bisogno». Forse l’ex pugile non si è reso del tutto conto della bestialità di una frase del genere. Se una persona è malata, ha «bisogno» delle cure a prescindere dal suo status morale e biologico: lo impone la Costituzione e lo suggerisce il più banale senso di umanità. Stabilire una gerarchia fra bisognosi e non bisognosi significa imporre una selezione politica dei pazienti: chi si è «comportato bene» o «ha fatto il suo dovere» merita le cure, gli altri no. Se si segue questa linea di ragionamento, si possono senz’altro escludere i no vax. Poi, però, bisognerà anche precludere l’accesso in rianimazione ai vaccinati da più di quattro mesi, poi ai vaccinati obesi (potevano dimagrire, no?), poi ai bambini non inoculati (maledetti piccoli untori!), poi ai vaccinati con tre dosi che però si sono abbassati la mascherina in un negozio e via di questo passo. Tra l’altro, dovremmo considerare alcuni particolari non irrilevanti. Primo: attualmente le terapie intensive in Italia (dati Agenas) sono piene al 12% e per andare in zona rossa l’occupazione dovrebbe raggiungere il 30%. Secondo: se i posti disponibili sono pochi in assoluto, ciò dipende dai micidiali tagli effettuati negli ultimi anni e, in parte, dalla mancata implementazione delle strutture (che competerebbe alle istituzioni). Terzo: se è vero che il vaccino «protegge dalla malattia grave», come si ripete sempre, allora il non vaccinato che finisce in terapia intensiva non sta togliendo il posto ad altri, sta semplicemente ottenendo ciò per cui ha pagato (con le tasse) e cioè una cura. Ai signori illuminati comunque, tutto ciò non interessa. Costoro preferiscono imboccare la via più facile, ovvero quella dell’ideologia. Preferiscono, come fa Sergio Abrignani, imbrogliare i fili e infierire su «una minoranza che riempie le rianimazioni e condiziona la vita al 92% che adempie al dovere». Solo su un punto il gentile immunologo ha ragione: esiste una minoranza irresponsabile che continua a condizionare la vita della maggioranza degli italiani. È la minoranza di esperti arroganti di cui lui costituisce una punta di diamante. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vaccini-divieti-non-evitano-contagi-2656167627.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="omicron-sintomi-simili-a-un-breve-raffreddore" data-post-id="2656167627" data-published-at="1640644592" data-use-pagination="False"> Omicron, sintomi simili a un breve raffreddore Omicron corre, il panico fomentato dai media mainstream e il timore di vedersi costretti alla quarantena dilagano, ma almeno parrebbe sempre più evidente la minore gravità dei sintomi tra i contagiati con quest’ultima variante. A confermarlo, prima di Natale, è stato anche il direttore regionale dell’Oms Europa, Hans Kluge, affermando che «sulla base dei primi casi di Omicron segnalati, l’89% dei soggetti ha riportato sintomi comuni, come tosse, mal di gola, febbre». Altre informazioni arrivano dal progetto «Zoe Covid» del Regno Unito, che monitora i casi Covid tramite un’app in cui i pazienti possono descrivere i propri sintomi. Come riporta il Guardian, la maggior parte degli utenti negli ultimi giorni ha segnalato raffreddore, mal di testa, stanchezza, mal di gola, spossatezza. E, in alcuni casi, anche la perdita dell’appetito. I classici sintomi di un colpo di freddo, che possono confondere l’ammalato e fargli escludere la positività da Covid. Anche perché, i segnali per antonomasia fin qui del Covid, perdita di gusto e olfatto, associati a febbre, invece, risulterebbero meno frequenti con Omicron. Il ceppo sudafricano, come dichiarato a più riprese dalle autorità scientifiche locali, è più virale ma meno virulento e, quantomeno sui pazienti vaccinati, si manifesterebbe come un’influenza leggera e di breve durata. Secondo uno studio dell’Università di Hong Kong, la variante si moltiplica più velocemente della Delta nei bronchi, ma non nel tessuto polmonare. Altro discorso invece per le persone immunodepresse o affette da asma e patologie respiratorie, che rischiano comunque di sviluppare gravi polmoniti. Brutte e buone notizie quindi. Perché se sicuramente la possibilità dello sviluppo di sintomi lievi è positiva, la somiglianza col raffreddore o la semplice influenza può trarre in inganno e far sottovalutare le proprie condizioni. La soluzione più efficace è quella di sottoporsi ai tamponi che, tuttavia, al momento sono merce rara e ottenibili dopo lunghe attese. La velocità di diffusione di Omicron porta gli esperti a prevederne presto la prevalenza, come ha dichiarato Arnaldo Caruso, presidente della società italiana di virologia: «In brevissimo tempo ci sarà un cambio di variante dominante di Sars-CoV-2, a gennaio Omicron prevarrà su Delta in tutto il territorio regionale lombardo». Non è fantascienza supporre che la lievità dei sintomi e l’indebolimento del virus potrebbero finalmente portare a una convivenza col patogeno, trasformando il Covid in una malattia endemica. Ma tutto ciò sarà possibile solo se divieti, limitazioni e panico saranno svincolati dal numero dei contagi, scanditi ogni giorno in una tetra litania, alternata alla caccia al presunto untore di turno.
Il gruppo attivo nelle infrastrutture, nell’energia e nella rigenerazione urbana entra nella classifica Leader della Sostenibilità 2026 realizzata dal Sole 24 Ore e Statista. Premiato il percorso sviluppato negli ultimi anni sul fronte ESG e della crescita sostenibile.
C’è anche Vitali S.p.A. tra le aziende inserite nella classifica Leader della Sostenibilità 2026, l’elenco realizzato da Il Sole 24 Ore insieme all’istituto di ricerca tedesco Statista che premia le imprese italiane considerate più solide sul fronte ESG, cioè ambiente, sostenibilità sociale e governance.
La selezione è stata costruita analizzando oltre 5.000 aziende italiane attraverso 35 indicatori legati alle politiche ambientali, sociali e organizzative. Alla fine sono state individuate 240 realtà ritenute capaci di coniugare crescita industriale, innovazione e attenzione agli impatti sul territorio. Per il gruppo con sede a Peschiera Borromeo, attivo nei settori delle infrastrutture, del real estate, della demolizione e della rigenerazione urbana, il riconoscimento rappresenta un ulteriore passaggio nel percorso avviato negli ultimi anni sul fronte della sostenibilità. Un percorso che ha portato anche alla trasformazione in Società Benefit e all’integrazione della rendicontazione ESG nei processi aziendali.
Lorenzo Parolari, amministratore delegato di Vitali
Nel 2025 Vitali ha pubblicato la seconda edizione del proprio Bilancio di sostenibilità, strumento che il gruppo considera ormai parte integrante della governance e della pianificazione industriale. Parallelamente, l’azienda ha rafforzato la struttura organizzativa con l’ingresso di nuove competenze e con investimenti legati allo sviluppo del capitale umano. «La sostenibilità è oggi un asse portante della nostra strategia industriale e della nostra identità come Società Benefit», ha spiegato l’amministratore delegato Alessio Parolari. «Essere inseriti tra i Leader della Sostenibilità 2026 rappresenta il riconoscimento di un percorso concreto, fatto di investimenti, responsabilità e visione di lungo periodo».
Tra i principali progetti seguiti dal gruppo figurano il sistema di mobilità sostenibile e-BRT e la riqualificazione della stazione ferroviaria di Bergamo. Sul fronte energetico, Vitali sta sviluppando una pipeline da oltre 500 megawatt di impianti fotovoltaici e iniziative legate all’idrogeno verde, oltre a investimenti in ambito digitale e data center. Prosegue infine anche l’attività nella rigenerazione urbana, con interventi come Bergamo Porta Sud e il progetto Hennebique nell’area del Porto Antico di Genova.
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Paolo Berizzi (Ansa)
A Eric Gobetti si possono muovere (e le muoveremo) parecchie critiche, ma non si può non riconoscergli il pregio della trasparenza. A differenza di tanti altri a sinistra, parla chiaro, non si nasconde dietro eufemismi, il che rende le sue tesi molto facili da inquadrare. Egli esplicita con chiarezza e in modo sicuro ciò che tanti altri magari pensano ma non dicono, o dicono con mezze parole. Ecco perché la lettura del suo libro Il nostro terrorismo (Utet) è utilissima ai fini di comprendere quale sia una impostazione molto diffusa - se non la più diffusa - fra i progressisti. Non solo riguardo all’oggetto del saggio, cioè appunto il terrorismo, ma più in generale verso la politica e le idee altrui.
Questo suo saggio, per farla breve, permette di comprendere per quale motivo sia così difficile per una larga fetta di commentatori, politici e analisti anche solo considerare la possibilità che Salim El Koudri sia un terrorista o comunque abbia compiuto un atto terroristico. Gobetti tenta una definizione di terrorismo che risulta a nostro avviso molto discutibile, cioè spiega giustamente che il terrorismo non è una sorta di connotato morale bensì un metodo di lotta (e fin qui ci siamo). Aggiunge che spesso il terrorismo è agito dagli Stati, e ha molta ragione. Poi aggiunge che il fine del terrorismo è sempre politico, e su questo si potrebbe discutere. Forse sarebbe più giusto dire che l’approdo dell’azione terroristica è comunque politico a prescindere dalla volontà e dalla consapevolezza dell’autore. Più difficile è affermare che vi sia sempre un disegno preciso ad animare certe manifestazioni di violenza illegittima. Qui però non ci interessa discutere di definizioni ma esaminare l’approccio. E a tale proposito l’affermazione più potente di Gobetti è senz’altro la seguente: «Il terrorismo è dunque un metodo di lotta non solo criminale, ma anche strutturalmente fascista, secondo l’accezione proposta da Umberto Eco di Ur-fascismo o “fascismo eterno”. Nasce da una logica razzista, bellicista, suprematista, che attribuisce valore assoluto alla violenza, riconosce la supremazia della forza sul dialogo, della guerra sulla pace. Inoltre viene concretamente operato da un piccolo gruppo di “forti”, di superuomini, contro masse di “deboli”, che appartengano alla propria comunità o a quella da colpire. Che essi periscano o vengano travolti da un’ondata di violenza è messo in conto, se non auspicato, da chi sceglie di combattere mediante lo strumento del terrorismo».
Sostenere che il terrorismo sia intrinsecamente fascista equivale a dire che «la violenza è soltanto nera», che è poi ciò che si diceva negli anni di piombo quando si metteva in dubbio l’identità rossa delle Brigate rosse. Tale convinzione porta Gobetti a compiere singolari distinzioni. Egli ammette che i partigiani rossi italiani (come tutti i partigiani del globo) possono fare ricorso al terrore come metodo. Ma parlando nello specifico degli attentati dei Gap, afferma: «Si tratta di singoli episodi, che vanno considerati come tali: il frutto di scelte estreme, connesse alle dinamiche locali, presto proibiti dai comandi superiori. Per i fascisti e i nazisti al contrario la violenza brutale e indiscriminata è sempre stata lo strumento privilegiato per esercitare il potere». Singoli episodi, magari errori. Se la violenza è solo fascista, quando la commettono i rossi deve per forza trattarsi di uno sbaglio, un fraintendimento o di una risposta alla provocazione.
Non è un caso che Gobetti sia anche uno dei più ostinati negazionisti delle foibe: colpa dei fascisti se i titini uccidevano gli italiani. Tale discorso ovviamente si può estendere all’infinito. E infatti Gobetti lo estende, arrivando persino a smussare la geometrica ferocia del terrorismo comunista degli anni di piombo. Per lui dominano le «stragi fasciste», i complotti neri e la strategia della tensione. Dall’altra parte ci sono soltanto «omicidi politici di stampo comunista» di cui alla fine dei conti ha fatto le spese «soprattutto il Pci di Berlinguer». Alla faccia degli opposti estremismi.
Intendiamoci. È vero che si sta parlando di concetti ambigui, scivolosi. È ovvio che talvolta si debba lottare armi in pugno per la libertà, o per quella che si pensa sia libertà: partigiani e terroristi talvolta sono difficilmente distinguibili, non siamo ipocriti. Ed è esattamente al netto dell’ipocrisia che Gobetti riesce ad affermare una grande verità: si tende a definire terrorista ciò che ci fa comodo definire tale. Lo fanno gli Stati, lo fanno i politici. E ovviamente lo fa lo stesso Gobetti con le sue capziose distinzioni tra rossi e neri. A questa tendenza di cui abbiamo avuto fin troppe prove nel corso della storia dobbiamo però aggiungere l’altro dato che emerge con prepotenza dal libro gobettiano (malgrado le intenzioni dell’autore). E cioè che il fronte progressista si considera sempre e comunque dalla parte del giusto. A questo punto basta unire le due evidenze: se terrorismo è la violenza che non fa comodo alla causa, e se la sola causa giusta è quella progressista, si spiega perché, anche di fronte a una strage, ci siano reticenze e negazioni. Ad esempio quelle fatte esplodere da Repubblica tramite un allarmato articolo di Paolo Berizzi, gran cacciatore di fascisti. Nel pezzo, il nostro spiega che «cresce il nichilismo estremista online» e racconta che una «ricerca della Fondazione Icsa approfondisce le tematiche del terrorismo e dell’eversione: “Sono quasi sempre minori, nativi digitali, con difficoltà relazionali, vulnerabilità psicologica e vita sociale marginalizzata”. Marginalizzazione, disagio psichico, vulnerabilità... Sembra il profilo di Salim El Koudry, che è solo un po’ più vecchio. Peccato che l’articolo non sia su di lui ma sui «giovani suprematisti», cioè la «nuova versione di destra» che si configura come «nazirazzista». Tutto chiaro: se un giovane mentalmente fragile si abbevera a qualche forum nazista allora diventa un terrorista. Se un altro giovane parla di bastardi cristiani e compie una strage in stile Isis è solo un pazzo. La violenza è sempre fascista, giusto così.
C’è una sola conclusione possibile: il terrorismo non è questione di dinamica, di terminologia o modalità di azione. È solo un problema di cattiva coscienza.
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