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2021-01-05
Vaccini a rilento e con le siringhe sbagliate
Ansa
Siamo alla farsa. Dopo aver tanto strombazzato i pregi delle costose luer lock da 1 ml, inserite in un bando da 157 milioni di pezzi e senza le quali non si potrebbe vaccinare «in modo sicuro e preciso», il commissario per l'emergenza Domenico Arcuri sta mandando negli ospedali dispositivi medici a dir poco inadatti. Il virologo Fabrizio Pregliasco lo ha confermato ieri a Tagadà, trasmissione su La7: «Sono arrivate siringhe un po' troppo grosse che rendono più difficile prelevare la quota da 0,3 ml per ottenere davvero sei dosi». Il professore ha detto che si tratta «di una quota parte delle siringhe acquistate da Arcuri», commentando tagliente: «Con siringhe così si rischia di sprecare un po' di liquido». Ma non era proprio il super commissario a sostenere che grazie alle luer lock si potevano ricavare non più cinque, bensì sei, sette dosi da una stessa fila? Certo, l'ha sempre detto in difesa della scelta di aver inserito siringhe così difficili da reperire sul mercato europeo, e quindi molto più care, ma allora perché ne spedisce in giro altre?
Anche il Veneto lamenta arrivi di siringhe inadatte. Il Gazzettino scrive che sono state mandate «tutte le siringhe necessarie per il numero di vaccini consegnati, cioè quelle da 5 ml per la diluizione del farmaco e quelle per la somministrazione». Ma queste ultime «sono da 3ml: un po' troppo grandi per l'iniezione di una singola dose». Da Roma avrebbero promesso «le siringhe della giusta capienza» a partire dalla prossima settimana. Ciò può significare una sola cosa: l'azienda o le aziende scelte da Arcuri per la fornitura delle prime luer lock, non stanno consegnando i quantitativi necessari. È solo un'ipotesi, perché sulla piattaforma di Invitalia non è ancora stato pubblicato il nome dell'operatore economico al quale doveva essere affidata «in massima urgenza» la fornitura di aghi e siringhe «per il mese di dicembre 2020 e gennaio 2021». A Frosinone, dove c'è stato il record di vaccinati ed è stata esaurita la prima consegna di 2.925 dosi, la direttrice generale della Asl, Pierpaola D'Alessandro, ha spiegato a La7 che terminate le siringhe inviate da Arcuri si stanno utilizzando le più comuni luer lip con le quali «le infermiere si trovano molto bene perché riescono a vaccinare in sicurezza con un'abitudine presa già con il piano vaccinale antinfluenzale». La mancanza di siringhe si segnala in molte parti d'Italia. In Calabria, dove il rapporto tra dosi utilizzate e somministrazioni è ancora fermo al 3,5%, gli ospedali hanno «disperato bisogno» di siringhe che stanno cercando anche nelle farmacie convenzionate all'interno della Regione. Non è l'unica preoccupazione della Calabria, alla ricerca di strutture dove poter effettuare le somministrazioni mentre le Asl sono a caccia di specializzandi farmacisti per impiegarli come vaccinatori. Perché ancora non arrivano i 15.000 tra medici e infermieri che devono essere reclutati dalle cinque agenzie per il lavoro scelte tre giorni fa da Arcuri. In Lombardia, dopo il tentativo di scusare i ritardi nelle vaccinazioni del responsabile del Welfare, Giulio Gallera, che aveva detto: «Non faccio rientrare in servizio per un vaccino nei giorni di festa», medici e infermieri, la Lega ha preso le distanze. «Le dichiarazioni dell'assessore non rappresentano il pensiero del governo della Lombardia», hanno fatto sapere dal Pirellone», precisando però che non possono comunque essere strumentalizzate dal governo Conte per accusarci di ritardi nella campagna vaccinale».
Ieri nella Regione governata da Attilio Fontana si è messa in moto la macchina dei vaccini, ma su 80.595 dosi consegnate le somministrazioni sono state solo il 3,9%. Alle 18 in Lombardia risultavano vaccinate 3.126 persone, in Veneto 15.776, nel Lazio 22.314, in Sicilia 11.636. Le vaccinazioni complessive sono state 122.528. E mentre procede lentamente la campagna di immunizzazione di operatori sanitari e ospiti delle Rsa, rimane ancora tutta da definire la seconda fase. Nessuna certezza su come saranno allestiti i 1.200 siti dove verranno effettuate le vaccinazioni (l'unico vaccino oggi disponibile va conservato a -70 gradi), nessuna indicazione su come avverrà la chiamata dei cittadini (per età o lettera del cognome, con quale sistema di prenotazione e conferma), poche rassicurazioni sui tempi per avere un centro informatico nazionale che raccolga tutti i dati dei vaccinati e gli eventuali effetti avversi. Domani l'Ema, l'agenzia europea per i medicinali, potrebbe decidere di autorizzare l'immissione in commercio condizionata del vaccino messo a punto da Moderna. Ieri pomeriggio si era già svolta una riunione del comitato tecnico Chmp, ma non è ancora stata presa una decisione.
Il piano di Berlino è un mezzo flop. Per i tedeschi è colpa di Bruxelles
Campagna di vaccinazione al vetriolo per il governo tedesco. Monta ormai da giorni la polemica in patria contro la cancelliera Angela Merkel e il ministro della Salute Jens Spahn. Motivo? Il numero di dosi che Berlino è riuscita ad accaparrarsi per mandare avanti il piano di immunizzazione contro il Covid. Troppo poche e somministrate eccessivamente a rilento, almeno stando ai detrattori.
Secondo l'ultimo bollettino pubblicato dall'Istituto Robert Koch, l'organizzazione responsabile per il controllo e la prevenzione delle malattie infettive, fino a domenica in Germania avevano ricevuto il vaccino solo 266.000 persone, pari ad appena lo 0,32% della popolazione. Tuttavia, analogamente a quanto avviene nelle regioni italiane, ci sono forti differenze tra i vari Lander: mentre in Meclemburgo-Pomerania i vaccinati superano lo 0,7% degli abitanti, in Turingia la percentuale scende ad appena lo 0,04%. Le accuse più dure sono arrivate ieri dalle stesse forze che tengono in piedi il governo. «Per colpa di Spahn siamo nel caos», ha tuonato Lars Klingbeil, segretario generale dell'Spd. Klingbeil ha accusato l'esecutivo di essere «impreparato», puntando poi il dito contro la strategia europea di acquisto centralizzato dei vaccini: «L'approccio è corretto, ma ciò non significa necessariamente maggiore lentezza». Ancora più dure le affermazioni di Markus Soder, presidente della Baviera e leader della Csu, il quale in un'intervista ha definito senza mezzi termini «inadeguata» la procedura di acquisto europea.
Perché la Germania non si è attivata in tempo per stipulare un contratto bilaterale con Biontech, l'azienda tedesca partner di Pfizer finanziata con una pioggia di milioni dallo stesso esecutivo federale? È questa la domanda che aleggia a Berlino, e dalla quale si è trovato ieri a difendersi pubblicamente Steffen Seibert, portavoce del governo. «L'impazienza e le tante domande che si pongono i cittadini sono comprensibili», ha spiegato nel corso di una conferenza stampa, «ma siamo convinti che l'approvvigionamento europeo fosse, e sia tuttora, la strada giusta». Non la pensa così invece il quotidiano Bild, che ieri ha imputato la nascita del «disastro del vaccino» a una lettera inviata lo scorso giugno alla Commissione europea dai ministri della Salute di Francia, Paesi Bassi, Italia e, per l'appunto, Germania. Nella missiva, i quattro titolari dei dicasteri parlano in rappresentanza della «alleanza per il vaccino inclusivo», e chiedono a Bruxelles di rilevare i negoziati con i produttori: «Supportiamo con forza l'iniziativa da parte della Commissione di concludere accordi preliminari di acquisto». Una lettera «umiliante» e dal tono «sottomesso», evidenzia il tabloid tedesco, scritta allo scopo di «scusarsi per l'acquisto del vaccino». E in effetti si tratta di una resa totale e incondizionata, che consegnerà le redini dei negoziati in mano al presidente Ursula von der Leyen e soci, con gli Stati membri relegati a un ruolo di secondo piano. Forse i lettori della Verità ricorderanno che, a seguito della risposta a una richiesta di accesso agli atti inviata al ministero della Salute, la cessione del timone delle trattative da parte dei quattro Paesi era stata documentata già mesi fa su queste stesse pagine.
Ora però i tedeschi si sono accorti che le cose si mettono male e battono cassa. Mancano all'appello, per tutta l'Ue, la bellezza di 1,5 miliardi di dosi, complice il ritardo di Curevac (405 milioni), Astrazeneca e Johnson&Johnson (400 milioni ciascuno) e Sanofi-Gsk (300 milioni). Qualche giorno fa Biontech ha fatto sapere di non essere in grado di coprire i buchi generati dalla mancata produzione: «Da soli non ce la facciamo, occorre autorizzare altri vaccini». Sembra proprio che il portafoglio di vaccini tanto vantato da Ursula von der Leyen sia sempre più vuoto.
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Domenico Arcuri ha ordinato 157 milioni di «luer lock» ma Fabrizio Pregliasco conferma: «Ne sono arrivate alcune troppe grosse, si rischia di sprecare del liquido preziosissimo». Polemica sulle ferie dei medici in Lombardia: Lega all'attacco dell'assessore Giulio Gallera.Al governo viene rimproverata la mancanza di un contratto bilaterale con la Pfizer.Lo speciale contiene due articoli.Siamo alla farsa. Dopo aver tanto strombazzato i pregi delle costose luer lock da 1 ml, inserite in un bando da 157 milioni di pezzi e senza le quali non si potrebbe vaccinare «in modo sicuro e preciso», il commissario per l'emergenza Domenico Arcuri sta mandando negli ospedali dispositivi medici a dir poco inadatti. Il virologo Fabrizio Pregliasco lo ha confermato ieri a Tagadà, trasmissione su La7: «Sono arrivate siringhe un po' troppo grosse che rendono più difficile prelevare la quota da 0,3 ml per ottenere davvero sei dosi». Il professore ha detto che si tratta «di una quota parte delle siringhe acquistate da Arcuri», commentando tagliente: «Con siringhe così si rischia di sprecare un po' di liquido». Ma non era proprio il super commissario a sostenere che grazie alle luer lock si potevano ricavare non più cinque, bensì sei, sette dosi da una stessa fila? Certo, l'ha sempre detto in difesa della scelta di aver inserito siringhe così difficili da reperire sul mercato europeo, e quindi molto più care, ma allora perché ne spedisce in giro altre? Anche il Veneto lamenta arrivi di siringhe inadatte. Il Gazzettino scrive che sono state mandate «tutte le siringhe necessarie per il numero di vaccini consegnati, cioè quelle da 5 ml per la diluizione del farmaco e quelle per la somministrazione». Ma queste ultime «sono da 3ml: un po' troppo grandi per l'iniezione di una singola dose». Da Roma avrebbero promesso «le siringhe della giusta capienza» a partire dalla prossima settimana. Ciò può significare una sola cosa: l'azienda o le aziende scelte da Arcuri per la fornitura delle prime luer lock, non stanno consegnando i quantitativi necessari. È solo un'ipotesi, perché sulla piattaforma di Invitalia non è ancora stato pubblicato il nome dell'operatore economico al quale doveva essere affidata «in massima urgenza» la fornitura di aghi e siringhe «per il mese di dicembre 2020 e gennaio 2021». A Frosinone, dove c'è stato il record di vaccinati ed è stata esaurita la prima consegna di 2.925 dosi, la direttrice generale della Asl, Pierpaola D'Alessandro, ha spiegato a La7 che terminate le siringhe inviate da Arcuri si stanno utilizzando le più comuni luer lip con le quali «le infermiere si trovano molto bene perché riescono a vaccinare in sicurezza con un'abitudine presa già con il piano vaccinale antinfluenzale». La mancanza di siringhe si segnala in molte parti d'Italia. In Calabria, dove il rapporto tra dosi utilizzate e somministrazioni è ancora fermo al 3,5%, gli ospedali hanno «disperato bisogno» di siringhe che stanno cercando anche nelle farmacie convenzionate all'interno della Regione. Non è l'unica preoccupazione della Calabria, alla ricerca di strutture dove poter effettuare le somministrazioni mentre le Asl sono a caccia di specializzandi farmacisti per impiegarli come vaccinatori. Perché ancora non arrivano i 15.000 tra medici e infermieri che devono essere reclutati dalle cinque agenzie per il lavoro scelte tre giorni fa da Arcuri. In Lombardia, dopo il tentativo di scusare i ritardi nelle vaccinazioni del responsabile del Welfare, Giulio Gallera, che aveva detto: «Non faccio rientrare in servizio per un vaccino nei giorni di festa», medici e infermieri, la Lega ha preso le distanze. «Le dichiarazioni dell'assessore non rappresentano il pensiero del governo della Lombardia», hanno fatto sapere dal Pirellone», precisando però che non possono comunque essere strumentalizzate dal governo Conte per accusarci di ritardi nella campagna vaccinale». Ieri nella Regione governata da Attilio Fontana si è messa in moto la macchina dei vaccini, ma su 80.595 dosi consegnate le somministrazioni sono state solo il 3,9%. Alle 18 in Lombardia risultavano vaccinate 3.126 persone, in Veneto 15.776, nel Lazio 22.314, in Sicilia 11.636. Le vaccinazioni complessive sono state 122.528. E mentre procede lentamente la campagna di immunizzazione di operatori sanitari e ospiti delle Rsa, rimane ancora tutta da definire la seconda fase. Nessuna certezza su come saranno allestiti i 1.200 siti dove verranno effettuate le vaccinazioni (l'unico vaccino oggi disponibile va conservato a -70 gradi), nessuna indicazione su come avverrà la chiamata dei cittadini (per età o lettera del cognome, con quale sistema di prenotazione e conferma), poche rassicurazioni sui tempi per avere un centro informatico nazionale che raccolga tutti i dati dei vaccinati e gli eventuali effetti avversi. Domani l'Ema, l'agenzia europea per i medicinali, potrebbe decidere di autorizzare l'immissione in commercio condizionata del vaccino messo a punto da Moderna. 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Secondo l'ultimo bollettino pubblicato dall'Istituto Robert Koch, l'organizzazione responsabile per il controllo e la prevenzione delle malattie infettive, fino a domenica in Germania avevano ricevuto il vaccino solo 266.000 persone, pari ad appena lo 0,32% della popolazione. Tuttavia, analogamente a quanto avviene nelle regioni italiane, ci sono forti differenze tra i vari Lander: mentre in Meclemburgo-Pomerania i vaccinati superano lo 0,7% degli abitanti, in Turingia la percentuale scende ad appena lo 0,04%. Le accuse più dure sono arrivate ieri dalle stesse forze che tengono in piedi il governo. «Per colpa di Spahn siamo nel caos», ha tuonato Lars Klingbeil, segretario generale dell'Spd. Klingbeil ha accusato l'esecutivo di essere «impreparato», puntando poi il dito contro la strategia europea di acquisto centralizzato dei vaccini: «L'approccio è corretto, ma ciò non significa necessariamente maggiore lentezza». Ancora più dure le affermazioni di Markus Soder, presidente della Baviera e leader della Csu, il quale in un'intervista ha definito senza mezzi termini «inadeguata» la procedura di acquisto europea. Perché la Germania non si è attivata in tempo per stipulare un contratto bilaterale con Biontech, l'azienda tedesca partner di Pfizer finanziata con una pioggia di milioni dallo stesso esecutivo federale? È questa la domanda che aleggia a Berlino, e dalla quale si è trovato ieri a difendersi pubblicamente Steffen Seibert, portavoce del governo. «L'impazienza e le tante domande che si pongono i cittadini sono comprensibili», ha spiegato nel corso di una conferenza stampa, «ma siamo convinti che l'approvvigionamento europeo fosse, e sia tuttora, la strada giusta». Non la pensa così invece il quotidiano Bild, che ieri ha imputato la nascita del «disastro del vaccino» a una lettera inviata lo scorso giugno alla Commissione europea dai ministri della Salute di Francia, Paesi Bassi, Italia e, per l'appunto, Germania. Nella missiva, i quattro titolari dei dicasteri parlano in rappresentanza della «alleanza per il vaccino inclusivo», e chiedono a Bruxelles di rilevare i negoziati con i produttori: «Supportiamo con forza l'iniziativa da parte della Commissione di concludere accordi preliminari di acquisto». Una lettera «umiliante» e dal tono «sottomesso», evidenzia il tabloid tedesco, scritta allo scopo di «scusarsi per l'acquisto del vaccino». E in effetti si tratta di una resa totale e incondizionata, che consegnerà le redini dei negoziati in mano al presidente Ursula von der Leyen e soci, con gli Stati membri relegati a un ruolo di secondo piano. Forse i lettori della Verità ricorderanno che, a seguito della risposta a una richiesta di accesso agli atti inviata al ministero della Salute, la cessione del timone delle trattative da parte dei quattro Paesi era stata documentata già mesi fa su queste stesse pagine. Ora però i tedeschi si sono accorti che le cose si mettono male e battono cassa. Mancano all'appello, per tutta l'Ue, la bellezza di 1,5 miliardi di dosi, complice il ritardo di Curevac (405 milioni), Astrazeneca e Johnson&Johnson (400 milioni ciascuno) e Sanofi-Gsk (300 milioni). Qualche giorno fa Biontech ha fatto sapere di non essere in grado di coprire i buchi generati dalla mancata produzione: «Da soli non ce la facciamo, occorre autorizzare altri vaccini». Sembra proprio che il portafoglio di vaccini tanto vantato da Ursula von der Leyen sia sempre più vuoto.
Carlo Messina (Imagoeconomica)
Il piano arriva dopo un 2025 che l’amministratore delegato definisce senza esitazioni «il migliore di sempre». Utile netto a 9,3 miliardi (+7,6%), dividendi complessivi per 6,5 miliardi – tra acconto e saldo – e un buyback da 2,3 miliardi già autorizzato dalla Bce. L’ad rivendica di aver superato, negli ultimi due piani industriali, tutti gli obiettivi.
La strategia al 2029 poggia su tre pilastri: riduzione dei costi grazie alla tecnologia, crescita dei ricavi trainata dalle commissioni e un costo del rischio ai minimi storici, frutto di una banca senza più crediti incagliati. Ma il vero salto è geografico. Messina guarda oltre i confini italiani e rivendica di essere «parte di una storia completamente diversa rispetto alla saga del risiko bancario del 2025». Tradotto: nessuna corsa alle aggregazioni domestiche, nessun inseguimento a fusioni difensive che comunque troverebbero l’ostacolo dell’Antitrust. Il baricentro si sposta sull’espansione internazionale, in particolare nell’industria del risparmio.
È qui che prende forma Isywealth Europe, il progetto-bandiera del nuovo piano. Un’iniziativa che porta all’estero il modello Intesa nella consulenza finanziaria, facendo leva sul digitale e sulle sinergie di gruppo. Francia, Germania e Spagna sono i primi traguardi individuati. Mercati dove la banca è già presente con proprie filiali e dove punta a servire corporate, retail e private banking attraverso piattaforme tecnologiche integrate. Duecento milioni di investimenti iniziali. Il piano di espansione nelle grandi città europee, con prodotti distribuiti anche tramite Isybank e Fideuram Direct. La crescita avverrà solo con operazioni di cui il gruppo avrà la maggioranza azionaria. Al momento, chiarisce, sul tavolo non c’è nulla. Nessuna fretta, nessuna ansia da shopping. La stessa logica guida la strategia sulle banche estere, chiamate a realizzare sinergie più strette con le altre divisioni del gruppo. Il risultato netto della divisione international banks dovrebbe salire a 1,8 miliardi nel 2029 dagli 1,2 miliardi del 2025. «Nell’eurozona non serve fare acquisizioni», sottolinea, «meglio sfruttare le presenze che già abbiamo».
Intesa promette una nuova accelerazione sul fronte della riduzione dei costi. Per raggiungere l’obiettivo sono previsti altri 5,1 miliardi di investimenti tecnologici, che si aggiungono ai 6,6 miliardi del piano precedente. In parallelo, un ricambio generazionale senza scosse: 9.750 uscite volontarie in Italia entro il 2030, compensate da circa 6.300 nuove assunzioni di giovani. A regime, i risparmi attesi valgono 570 milioni di euro.
Il capitolo del risiko bancario è liquidato con poche frasi ma con un tono che non lascia spazio a interpretazioni. Le operazioni che animano il dibattito, «non ci preoccupano». Neanche l’asse Unicredit-Generali di cui tanto si parla «Sarebbe come mettere insieme due Bpm. Rimarremmo comunque con tre volte più grandi». Fine della discussione. Per Intesa, insiste l’amministratore delegato, non è un terreno di competizione. Anche perché, osserva, «mettere insieme un asset manager assicurativo con una rete di distribuzione bancaria non ha molto senso».
In controluce, il piano racconta anche un altro punto di vista: quello che osserva con attenzione lo scenario globale. Alla domanda su Kevin Warsh, indicato da Donald Trump come prossimo presidente della Fed, il giudizio è misurato ma positivo: «Una persona di altissima competenza e capacità». Un segnale di equilibrio, mentre le banche centrali restano un fattore chiave di stabilità – o instabilità – dei mercati.
Alla fine, il nuovo piano di Intesa Sanpaolo appare come un manifesto di continuità. Cinquanta miliardi di dividendi come garanzia, una strategia internazionale come orizzonte, il rifiuto del risiko come scelta identitaria.
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Under Salt Marsh (Sky)
La natura, la sua violenza improvvisa, è protagonista al fianco di una comunità tradizionale, scossa da un omicidio quasi perfetto. O, quanto meno, di un omicidio che sarebbe stato perfetto, se non fosse intervenuta la natura.Il mare, in un giorno di tempesta, ha portato sulle rive del Galles un corpo, lo spettro di una morte innaturale. E, pure, la certezza che l'indagine non sarebbe stata semplice. Jackie Eliss l'ha capito fin dal primo momento.
Lo ha sentito sulla propria pelle, lei che aveva cercato di dimenticare il passato, gli sbagli, gli errori. La Eliss era detective a Morfa Halen, cittadina immaginaria, arroccata sui paesaggi del Galles, quando un'altra morte ha messo a soqquadro la sua vita. Allora, c'era la stessa violenza, ma poche certezze. Jackie Eliss non è riuscita a capire chi fosse il responsabile di una tale brutalità, perché, soprattutto. Qualche ipotesi l'ha azzardata, qualcosa lo ha pensato. Ma, a conti fatti, non ha saputo portare dalla sua prove certe e inconfutabili. Così, il paese le ha voltato le spalle e la sua famiglia con lui. La Eliss ha perso il marito, la stima della figlia e il lavoro. Tre anni più tardi, è la stessa donna, ma il mestiere è un altro, le insicurezze aumentate.Jackie Eliss, quando il secondo cadavere piomba a Morfa Halen, non è più una detective, ma un'insegnante, cui l'ostracismo dei suoi concittadini ha provocato una tristezza latente. Sola, senza lo scopo di un mestiere che era vocazione, vorrebbe tenersi alla larga da quell'altro mistero. Ma qualcosa, una sensazione sottile sottopelle, le dice che le morti, pur passati anni, sono connesse. Ed è in nome di questa connessione, della voglia di capire cosa sia successo e redimere con ciò se stessa e i propri errori, che la Eliss decide di tornare a investigare. Senza l'ufficialità del ruolo, senza gli strumenti consoni. Senza aiuti, ma con una determinazione tipica del genere cui Under salt marsh appartiene.
Lo show, in quattro episodi, rincorre la velocità del giallo, del thriller, rincorrendo parimenti quella del cataclisma. Perché c'è altro a rendere il mistero più inquietante: la minaccia incombente di una tempesta senza precedenti, decisa a distruggere ogni prova che possa condurre alla verità.
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Dopo aver chiesto di abolire il carcere e «okkupare» le case, l'eurodeputata Avs palpita per Askatasuna.