True
2021-01-05
Vaccini a rilento e con le siringhe sbagliate
Ansa
Siamo alla farsa. Dopo aver tanto strombazzato i pregi delle costose luer lock da 1 ml, inserite in un bando da 157 milioni di pezzi e senza le quali non si potrebbe vaccinare «in modo sicuro e preciso», il commissario per l'emergenza Domenico Arcuri sta mandando negli ospedali dispositivi medici a dir poco inadatti. Il virologo Fabrizio Pregliasco lo ha confermato ieri a Tagadà, trasmissione su La7: «Sono arrivate siringhe un po' troppo grosse che rendono più difficile prelevare la quota da 0,3 ml per ottenere davvero sei dosi». Il professore ha detto che si tratta «di una quota parte delle siringhe acquistate da Arcuri», commentando tagliente: «Con siringhe così si rischia di sprecare un po' di liquido». Ma non era proprio il super commissario a sostenere che grazie alle luer lock si potevano ricavare non più cinque, bensì sei, sette dosi da una stessa fila? Certo, l'ha sempre detto in difesa della scelta di aver inserito siringhe così difficili da reperire sul mercato europeo, e quindi molto più care, ma allora perché ne spedisce in giro altre?
Anche il Veneto lamenta arrivi di siringhe inadatte. Il Gazzettino scrive che sono state mandate «tutte le siringhe necessarie per il numero di vaccini consegnati, cioè quelle da 5 ml per la diluizione del farmaco e quelle per la somministrazione». Ma queste ultime «sono da 3ml: un po' troppo grandi per l'iniezione di una singola dose». Da Roma avrebbero promesso «le siringhe della giusta capienza» a partire dalla prossima settimana. Ciò può significare una sola cosa: l'azienda o le aziende scelte da Arcuri per la fornitura delle prime luer lock, non stanno consegnando i quantitativi necessari. È solo un'ipotesi, perché sulla piattaforma di Invitalia non è ancora stato pubblicato il nome dell'operatore economico al quale doveva essere affidata «in massima urgenza» la fornitura di aghi e siringhe «per il mese di dicembre 2020 e gennaio 2021». A Frosinone, dove c'è stato il record di vaccinati ed è stata esaurita la prima consegna di 2.925 dosi, la direttrice generale della Asl, Pierpaola D'Alessandro, ha spiegato a La7 che terminate le siringhe inviate da Arcuri si stanno utilizzando le più comuni luer lip con le quali «le infermiere si trovano molto bene perché riescono a vaccinare in sicurezza con un'abitudine presa già con il piano vaccinale antinfluenzale». La mancanza di siringhe si segnala in molte parti d'Italia. In Calabria, dove il rapporto tra dosi utilizzate e somministrazioni è ancora fermo al 3,5%, gli ospedali hanno «disperato bisogno» di siringhe che stanno cercando anche nelle farmacie convenzionate all'interno della Regione. Non è l'unica preoccupazione della Calabria, alla ricerca di strutture dove poter effettuare le somministrazioni mentre le Asl sono a caccia di specializzandi farmacisti per impiegarli come vaccinatori. Perché ancora non arrivano i 15.000 tra medici e infermieri che devono essere reclutati dalle cinque agenzie per il lavoro scelte tre giorni fa da Arcuri. In Lombardia, dopo il tentativo di scusare i ritardi nelle vaccinazioni del responsabile del Welfare, Giulio Gallera, che aveva detto: «Non faccio rientrare in servizio per un vaccino nei giorni di festa», medici e infermieri, la Lega ha preso le distanze. «Le dichiarazioni dell'assessore non rappresentano il pensiero del governo della Lombardia», hanno fatto sapere dal Pirellone», precisando però che non possono comunque essere strumentalizzate dal governo Conte per accusarci di ritardi nella campagna vaccinale».
Ieri nella Regione governata da Attilio Fontana si è messa in moto la macchina dei vaccini, ma su 80.595 dosi consegnate le somministrazioni sono state solo il 3,9%. Alle 18 in Lombardia risultavano vaccinate 3.126 persone, in Veneto 15.776, nel Lazio 22.314, in Sicilia 11.636. Le vaccinazioni complessive sono state 122.528. E mentre procede lentamente la campagna di immunizzazione di operatori sanitari e ospiti delle Rsa, rimane ancora tutta da definire la seconda fase. Nessuna certezza su come saranno allestiti i 1.200 siti dove verranno effettuate le vaccinazioni (l'unico vaccino oggi disponibile va conservato a -70 gradi), nessuna indicazione su come avverrà la chiamata dei cittadini (per età o lettera del cognome, con quale sistema di prenotazione e conferma), poche rassicurazioni sui tempi per avere un centro informatico nazionale che raccolga tutti i dati dei vaccinati e gli eventuali effetti avversi. Domani l'Ema, l'agenzia europea per i medicinali, potrebbe decidere di autorizzare l'immissione in commercio condizionata del vaccino messo a punto da Moderna. Ieri pomeriggio si era già svolta una riunione del comitato tecnico Chmp, ma non è ancora stata presa una decisione.
Il piano di Berlino è un mezzo flop. Per i tedeschi è colpa di Bruxelles
Campagna di vaccinazione al vetriolo per il governo tedesco. Monta ormai da giorni la polemica in patria contro la cancelliera Angela Merkel e il ministro della Salute Jens Spahn. Motivo? Il numero di dosi che Berlino è riuscita ad accaparrarsi per mandare avanti il piano di immunizzazione contro il Covid. Troppo poche e somministrate eccessivamente a rilento, almeno stando ai detrattori.
Secondo l'ultimo bollettino pubblicato dall'Istituto Robert Koch, l'organizzazione responsabile per il controllo e la prevenzione delle malattie infettive, fino a domenica in Germania avevano ricevuto il vaccino solo 266.000 persone, pari ad appena lo 0,32% della popolazione. Tuttavia, analogamente a quanto avviene nelle regioni italiane, ci sono forti differenze tra i vari Lander: mentre in Meclemburgo-Pomerania i vaccinati superano lo 0,7% degli abitanti, in Turingia la percentuale scende ad appena lo 0,04%. Le accuse più dure sono arrivate ieri dalle stesse forze che tengono in piedi il governo. «Per colpa di Spahn siamo nel caos», ha tuonato Lars Klingbeil, segretario generale dell'Spd. Klingbeil ha accusato l'esecutivo di essere «impreparato», puntando poi il dito contro la strategia europea di acquisto centralizzato dei vaccini: «L'approccio è corretto, ma ciò non significa necessariamente maggiore lentezza». Ancora più dure le affermazioni di Markus Soder, presidente della Baviera e leader della Csu, il quale in un'intervista ha definito senza mezzi termini «inadeguata» la procedura di acquisto europea.
Perché la Germania non si è attivata in tempo per stipulare un contratto bilaterale con Biontech, l'azienda tedesca partner di Pfizer finanziata con una pioggia di milioni dallo stesso esecutivo federale? È questa la domanda che aleggia a Berlino, e dalla quale si è trovato ieri a difendersi pubblicamente Steffen Seibert, portavoce del governo. «L'impazienza e le tante domande che si pongono i cittadini sono comprensibili», ha spiegato nel corso di una conferenza stampa, «ma siamo convinti che l'approvvigionamento europeo fosse, e sia tuttora, la strada giusta». Non la pensa così invece il quotidiano Bild, che ieri ha imputato la nascita del «disastro del vaccino» a una lettera inviata lo scorso giugno alla Commissione europea dai ministri della Salute di Francia, Paesi Bassi, Italia e, per l'appunto, Germania. Nella missiva, i quattro titolari dei dicasteri parlano in rappresentanza della «alleanza per il vaccino inclusivo», e chiedono a Bruxelles di rilevare i negoziati con i produttori: «Supportiamo con forza l'iniziativa da parte della Commissione di concludere accordi preliminari di acquisto». Una lettera «umiliante» e dal tono «sottomesso», evidenzia il tabloid tedesco, scritta allo scopo di «scusarsi per l'acquisto del vaccino». E in effetti si tratta di una resa totale e incondizionata, che consegnerà le redini dei negoziati in mano al presidente Ursula von der Leyen e soci, con gli Stati membri relegati a un ruolo di secondo piano. Forse i lettori della Verità ricorderanno che, a seguito della risposta a una richiesta di accesso agli atti inviata al ministero della Salute, la cessione del timone delle trattative da parte dei quattro Paesi era stata documentata già mesi fa su queste stesse pagine.
Ora però i tedeschi si sono accorti che le cose si mettono male e battono cassa. Mancano all'appello, per tutta l'Ue, la bellezza di 1,5 miliardi di dosi, complice il ritardo di Curevac (405 milioni), Astrazeneca e Johnson&Johnson (400 milioni ciascuno) e Sanofi-Gsk (300 milioni). Qualche giorno fa Biontech ha fatto sapere di non essere in grado di coprire i buchi generati dalla mancata produzione: «Da soli non ce la facciamo, occorre autorizzare altri vaccini». Sembra proprio che il portafoglio di vaccini tanto vantato da Ursula von der Leyen sia sempre più vuoto.
Continua a leggereRiduci
Domenico Arcuri ha ordinato 157 milioni di «luer lock» ma Fabrizio Pregliasco conferma: «Ne sono arrivate alcune troppe grosse, si rischia di sprecare del liquido preziosissimo». Polemica sulle ferie dei medici in Lombardia: Lega all'attacco dell'assessore Giulio Gallera.Al governo viene rimproverata la mancanza di un contratto bilaterale con la Pfizer.Lo speciale contiene due articoli.Siamo alla farsa. Dopo aver tanto strombazzato i pregi delle costose luer lock da 1 ml, inserite in un bando da 157 milioni di pezzi e senza le quali non si potrebbe vaccinare «in modo sicuro e preciso», il commissario per l'emergenza Domenico Arcuri sta mandando negli ospedali dispositivi medici a dir poco inadatti. Il virologo Fabrizio Pregliasco lo ha confermato ieri a Tagadà, trasmissione su La7: «Sono arrivate siringhe un po' troppo grosse che rendono più difficile prelevare la quota da 0,3 ml per ottenere davvero sei dosi». Il professore ha detto che si tratta «di una quota parte delle siringhe acquistate da Arcuri», commentando tagliente: «Con siringhe così si rischia di sprecare un po' di liquido». Ma non era proprio il super commissario a sostenere che grazie alle luer lock si potevano ricavare non più cinque, bensì sei, sette dosi da una stessa fila? Certo, l'ha sempre detto in difesa della scelta di aver inserito siringhe così difficili da reperire sul mercato europeo, e quindi molto più care, ma allora perché ne spedisce in giro altre? Anche il Veneto lamenta arrivi di siringhe inadatte. Il Gazzettino scrive che sono state mandate «tutte le siringhe necessarie per il numero di vaccini consegnati, cioè quelle da 5 ml per la diluizione del farmaco e quelle per la somministrazione». Ma queste ultime «sono da 3ml: un po' troppo grandi per l'iniezione di una singola dose». Da Roma avrebbero promesso «le siringhe della giusta capienza» a partire dalla prossima settimana. Ciò può significare una sola cosa: l'azienda o le aziende scelte da Arcuri per la fornitura delle prime luer lock, non stanno consegnando i quantitativi necessari. È solo un'ipotesi, perché sulla piattaforma di Invitalia non è ancora stato pubblicato il nome dell'operatore economico al quale doveva essere affidata «in massima urgenza» la fornitura di aghi e siringhe «per il mese di dicembre 2020 e gennaio 2021». A Frosinone, dove c'è stato il record di vaccinati ed è stata esaurita la prima consegna di 2.925 dosi, la direttrice generale della Asl, Pierpaola D'Alessandro, ha spiegato a La7 che terminate le siringhe inviate da Arcuri si stanno utilizzando le più comuni luer lip con le quali «le infermiere si trovano molto bene perché riescono a vaccinare in sicurezza con un'abitudine presa già con il piano vaccinale antinfluenzale». La mancanza di siringhe si segnala in molte parti d'Italia. In Calabria, dove il rapporto tra dosi utilizzate e somministrazioni è ancora fermo al 3,5%, gli ospedali hanno «disperato bisogno» di siringhe che stanno cercando anche nelle farmacie convenzionate all'interno della Regione. Non è l'unica preoccupazione della Calabria, alla ricerca di strutture dove poter effettuare le somministrazioni mentre le Asl sono a caccia di specializzandi farmacisti per impiegarli come vaccinatori. Perché ancora non arrivano i 15.000 tra medici e infermieri che devono essere reclutati dalle cinque agenzie per il lavoro scelte tre giorni fa da Arcuri. In Lombardia, dopo il tentativo di scusare i ritardi nelle vaccinazioni del responsabile del Welfare, Giulio Gallera, che aveva detto: «Non faccio rientrare in servizio per un vaccino nei giorni di festa», medici e infermieri, la Lega ha preso le distanze. «Le dichiarazioni dell'assessore non rappresentano il pensiero del governo della Lombardia», hanno fatto sapere dal Pirellone», precisando però che non possono comunque essere strumentalizzate dal governo Conte per accusarci di ritardi nella campagna vaccinale». Ieri nella Regione governata da Attilio Fontana si è messa in moto la macchina dei vaccini, ma su 80.595 dosi consegnate le somministrazioni sono state solo il 3,9%. Alle 18 in Lombardia risultavano vaccinate 3.126 persone, in Veneto 15.776, nel Lazio 22.314, in Sicilia 11.636. Le vaccinazioni complessive sono state 122.528. E mentre procede lentamente la campagna di immunizzazione di operatori sanitari e ospiti delle Rsa, rimane ancora tutta da definire la seconda fase. Nessuna certezza su come saranno allestiti i 1.200 siti dove verranno effettuate le vaccinazioni (l'unico vaccino oggi disponibile va conservato a -70 gradi), nessuna indicazione su come avverrà la chiamata dei cittadini (per età o lettera del cognome, con quale sistema di prenotazione e conferma), poche rassicurazioni sui tempi per avere un centro informatico nazionale che raccolga tutti i dati dei vaccinati e gli eventuali effetti avversi. Domani l'Ema, l'agenzia europea per i medicinali, potrebbe decidere di autorizzare l'immissione in commercio condizionata del vaccino messo a punto da Moderna. Ieri pomeriggio si era già svolta una riunione del comitato tecnico Chmp, ma non è ancora stata presa una decisione.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vaccini-a-rilento-e-con-le-siringhe-sbagliate-2649733771.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-piano-di-berlino-e-un-mezzo-flop-per-i-tedeschi-e-colpa-di-bruxelles" data-post-id="2649733771" data-published-at="1609790903" data-use-pagination="False"> Il piano di Berlino è un mezzo flop. Per i tedeschi è colpa di Bruxelles Campagna di vaccinazione al vetriolo per il governo tedesco. Monta ormai da giorni la polemica in patria contro la cancelliera Angela Merkel e il ministro della Salute Jens Spahn. Motivo? Il numero di dosi che Berlino è riuscita ad accaparrarsi per mandare avanti il piano di immunizzazione contro il Covid. Troppo poche e somministrate eccessivamente a rilento, almeno stando ai detrattori. Secondo l'ultimo bollettino pubblicato dall'Istituto Robert Koch, l'organizzazione responsabile per il controllo e la prevenzione delle malattie infettive, fino a domenica in Germania avevano ricevuto il vaccino solo 266.000 persone, pari ad appena lo 0,32% della popolazione. Tuttavia, analogamente a quanto avviene nelle regioni italiane, ci sono forti differenze tra i vari Lander: mentre in Meclemburgo-Pomerania i vaccinati superano lo 0,7% degli abitanti, in Turingia la percentuale scende ad appena lo 0,04%. Le accuse più dure sono arrivate ieri dalle stesse forze che tengono in piedi il governo. «Per colpa di Spahn siamo nel caos», ha tuonato Lars Klingbeil, segretario generale dell'Spd. Klingbeil ha accusato l'esecutivo di essere «impreparato», puntando poi il dito contro la strategia europea di acquisto centralizzato dei vaccini: «L'approccio è corretto, ma ciò non significa necessariamente maggiore lentezza». Ancora più dure le affermazioni di Markus Soder, presidente della Baviera e leader della Csu, il quale in un'intervista ha definito senza mezzi termini «inadeguata» la procedura di acquisto europea. Perché la Germania non si è attivata in tempo per stipulare un contratto bilaterale con Biontech, l'azienda tedesca partner di Pfizer finanziata con una pioggia di milioni dallo stesso esecutivo federale? È questa la domanda che aleggia a Berlino, e dalla quale si è trovato ieri a difendersi pubblicamente Steffen Seibert, portavoce del governo. «L'impazienza e le tante domande che si pongono i cittadini sono comprensibili», ha spiegato nel corso di una conferenza stampa, «ma siamo convinti che l'approvvigionamento europeo fosse, e sia tuttora, la strada giusta». Non la pensa così invece il quotidiano Bild, che ieri ha imputato la nascita del «disastro del vaccino» a una lettera inviata lo scorso giugno alla Commissione europea dai ministri della Salute di Francia, Paesi Bassi, Italia e, per l'appunto, Germania. Nella missiva, i quattro titolari dei dicasteri parlano in rappresentanza della «alleanza per il vaccino inclusivo», e chiedono a Bruxelles di rilevare i negoziati con i produttori: «Supportiamo con forza l'iniziativa da parte della Commissione di concludere accordi preliminari di acquisto». Una lettera «umiliante» e dal tono «sottomesso», evidenzia il tabloid tedesco, scritta allo scopo di «scusarsi per l'acquisto del vaccino». E in effetti si tratta di una resa totale e incondizionata, che consegnerà le redini dei negoziati in mano al presidente Ursula von der Leyen e soci, con gli Stati membri relegati a un ruolo di secondo piano. Forse i lettori della Verità ricorderanno che, a seguito della risposta a una richiesta di accesso agli atti inviata al ministero della Salute, la cessione del timone delle trattative da parte dei quattro Paesi era stata documentata già mesi fa su queste stesse pagine. Ora però i tedeschi si sono accorti che le cose si mettono male e battono cassa. Mancano all'appello, per tutta l'Ue, la bellezza di 1,5 miliardi di dosi, complice il ritardo di Curevac (405 milioni), Astrazeneca e Johnson&Johnson (400 milioni ciascuno) e Sanofi-Gsk (300 milioni). Qualche giorno fa Biontech ha fatto sapere di non essere in grado di coprire i buchi generati dalla mancata produzione: «Da soli non ce la facciamo, occorre autorizzare altri vaccini». Sembra proprio che il portafoglio di vaccini tanto vantato da Ursula von der Leyen sia sempre più vuoto.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
Continua a leggereRiduci
Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
Continua a leggereRiduci