True
2025-02-19
Usa e Russia licenziano Zelensky
Volodymyr Zelensky (Getty Images)
Il destino di Volodymyr Zelensky sembra essere racchiuso nel suo commento sui colloqui Usa-Russia a Riad: «Una sorpresa, lo abbiamo saputo dai media». Non lo hanno informato, non lo hanno coinvolto. Il «nuovo Churchill» fiuta il rischio di finire come il primo e più illustre: liquidato alle elezioni del dopoguerra. Solo che, a differenza di sir Winston, lui la guerra non la vincerà.
L’ipotesi che il voto in Ucraina possa rientrare nel negoziato tra Washington e Mosca l’ha fatta balenare ieri Fox news, secondo cui entrambe le capitali vorrebbero che i cittadini fossero convocati alle urne, sicure che Zelensky «abbia una chance molto bassa» di essere rieletto. Immaginano che alla gente non siano piaciuti il fiasco della controffensiva, la messa al bando delle opposizioni e i reclutamenti forzati.
L’intesa farebbe parte di un piano di pace articolato in tre fasi, sulla cui veridicità, tuttavia, mancano conferme ufficiali. Il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, che ieri sedeva al tavolo con l’omologo americano, Marco Rubio, con Michael Waltz, il consigliere per la Sicurezza nazionale di Donald Trump e Steve Witkoff, l’inviato in Medio Oriente, lo ha smentito. In ogni caso, che la posizione del presidente in tuta mimetica non sia solida, lo si era intuito già in mattinata. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, aveva confermato che Vladimir Putin sarebbe disponibile a parlare con il contendente, ribadendo però che, in vista di una formalizzazione giuridica dell’accordo, bisognerà dirimere i dubbi sulla legittimità di Zelensky.
In effetti, quella del comandante in capo ucraino è una figura ingombrante, se l’obiettivo è una soluzione definitiva al conflitto. In più, il modo in cui egli si è tenuto stretto la poltrona ha destato perplessità anche negli Stati Uniti.
Ciò che ha consentito a Zelensky di evitare un nuovo voto - prassi, in realtà, non inedita per un Paese in trincea - è stata la continua proroga della legge marziale. Il suo mandato sarebbe scaduto il 20 maggio 2024. E la Costituzione, che garantisce un salvacondotto al Parlamento, non prevede invece la possibilità che il numero uno dell’esecutivo mantenga il potere a tempo indeterminato. Il presidente è autorizzato a dirigere una fase di transizione, che si estende dalle elezioni fino all’insediamento del successore. Nove mesi fa, il giurista Hryhoriy Omelchencko, già membro della commissione che, a metà degli anni Novanta, scrisse la Carta fondamentale, aveva indirizzato una missiva al comandante in capo, invitandolo a «non usurpare i poteri statali» e a dimettersi. Giusto un anno fa, durante la sua visita a Kiev, il senatore repubblicano statunitense Lindsey Graham aveva discusso con Zelensky della possibilità di indire una tornata elettorale. Intanto, Vitaly Klitschko, sindaco della capitale, aveva avvisato la classe dirigente sulla tentazione di imitare la Russia, «dove tutto dipende dal capriccio di un uomo». L’ex attore è stato lapidario sulle elezioni: finché si combatte, non ci si divide. La verità è che l’idea di sottoporsi al giudizio dei connazionali lo atterrisce: non avrà in mano grandi successi da esibire. Anzi, più ci si avvicina al momento decisivo della trattativa Trump-Putin, più lui è destinato a trovarsi in una posizione di debolezza e imbarazzo.
Di rospi, Zelensky ne ha ingoiati tanti: dai diktat sulle armi, fino a Joe Biden che gli intimava di spedire al fronte pure i diciottenni. Il nervosismo che sta lasciando trasparire in questi giorni è la spia di difficoltà ancor più gravi. Ne ha subito approfittato Lavrov. Il capo della diplomazia russa, ieri, ha detto che il presidente ucraino «va fatto ragionare»; un attimo dopo ha rincarato la dose, aggiungendo che lui «e tutta la sua squadra» meritano di «ricevere una bacchettata sulle mani». A una giornalista che gli chiedeva lumi sulla presunta intenzione di Mosca, paventata dal leader di Kiev, di utilizzare armi nucleari tattiche, il ministro ha risposto in toni canzonatori: «Dice molte cose, dipende da cosa beve o da cosa fuma».
L’ex comico, ieri, era in visita con la moglie da Recep Erdogan, per inaugurare la nuova ambasciata ad Ankara. Da lì, ha comunicato il proprio disappunto per essere stato escluso dal tavolo. Aprono un dialogo «sull’Ucraina e senza l’Ucraina», ha lamentato, per poi proporre colloqui «equi» che comprendano l’Ue, il Regno Unito e la Turchia. Nel frattempo, lo ha raggiunto un’altra notizia a sorpresa: l’inviato di Trump, Keith Kellogg, ha deciso di anticipare il viaggio a Kiev, dov’è atterrato ieri sera anziché domani. Un cambio di programma che ha trasformato Zelensky in una specie di trottola: nel bel mezzo del suo tour mediorientale, gli è toccato rinviare al 10 marzo la trasferta a Riad, prevista per oggi. Almeno, si è risparmiato l’ignominia di recarsi in Arabia Saudita ad americani e russi ormai ripartiti. Il presidente ha smorzato le polemiche: «Siamo onesti e aperti mentalmente, non voglio coincidenze. Ecco perché non andrò». Lo si nota di più se va e trova le sedie vuote, oppure se aspetta una ventina di giorni? Di certo, per lui sono meglio le bacchettate sulle mani che una batosta alle urne.
Via ai negoziati Mosca-Washington: «Per Kiev niente Nato, ma sì all’Ue»
Si sono tenuti ieri, a Riad, i colloqui tra Stati Uniti e Russia. La delegazione di Washington era guidata dal segretario di Stato, Marco Rubio, dal consigliere per la Sicurezza nazionale, Mike Waltz, e dall’inviato per il Medio Oriente, Steve Witkoff. Dall’altra parte, il team di Mosca era capitanato dal ministro degli Esteri, Sergej Lavrov, e dal consigliere per la politica estera del Cremlino, Yuri Ushakov.
Al termine del vertice durato quattro ore e mezza, la portavoce del Dipartimento di Stato americano, Tammy Bruce, ha reso noto che le due delegazioni hanno concordato di «affrontare gli elementi irritanti nelle nostre relazioni bilaterali con l’obiettivo di adottare le misure necessarie per normalizzare il funzionamento delle nostre rispettive missioni diplomatiche». Secondo la portavoce americana, le parti hanno anche stabilito di creare un team per le negoziazioni relative alla crisi ucraina con lo scopo di predisporre un «percorso volto a porre fine al conflitto in Ucraina il prima possibile in un modo che sia duraturo, sostenibile e accettabile per tutte le parti». «Il presidente Trump è l’unico leader al mondo che può far sì che Ucraina e Russia siano d’accordo su questo», ha aggiunto la Bruce.
Rubio ha anche reso noto che, al di là del dossier ucraino, l’auspicio è quello «di lavorare insieme su altre questioni geopolitiche di interesse comune e, naturalmente, anche su alcune partnership economiche». Il che significa che Washington e Mosca sono pronte a discutere di vari dossier geopolitici (leggasi Siria e Iran) e che, forse, gli americani potrebbero prima o poi ridurre le sanzioni alla Russia. Rubio ha inoltre specificato che Kiev non sarà marginalizzata nelle trattative e che, a un certo punto, la stessa Ue potrebbe svolgervi un ruolo: ieri sera, il segretario di Stato ha, non a caso, avuto una telefonata con gli omologhi di Italia, Francia, Germania, Ue e Regno Unito. Waltz, dal canto suo, ha auspicato che sia l’Europa a farsi principalmente carico delle garanzie di sicurezza ucraine, esprimendo irritazione per quegli alleati che non contribuiscono ancora adeguatamente alla Nato dal punto di vista economico. Non solo. La delegazione Usa ha anche reso noto d’aver discusso di un possibile vertice tra Trump e Vladimir Putin, nonostante non sia stata ancora fissata una data.
Soddisfazione è stata poi espressa dal team negoziale russo. «Ho tutte le ragioni per credere che la parte americana comprenda la nostra posizione», ha detto Lavrov, aggiungendo che i colloqui sull’Ucraina inizieranno «il prima possibile». Il ministro russo ha tuttavia definito «inaccettabile» l’eventuale schieramento di truppe della Nato in territorio ucraino: il che rappresenta un possibile fattore di attrito con Waltz, che invece ieri ha apprezzato l’approccio proattivo di Regno Unito e Francia sulla questione. Un approccio proattivo tuttavia in gran parte ridimensionatosi, visto che Parigi ha fatto un mezzo passo indietro, sostenendo che è «troppo presto» per parlare di un invio di soldati in Ucraina. Lavrov ha anche dichiarato che la delegazione americana ha proposto una moratoria sugli attacchi agli impianti energetici. Più in generale, secondo Fox news, le parti avrebbero discusso di un possibile piano di pace in tre fasi: la prima consisterebbe in un cessate il fuoco, la seconda nel tenere elezioni in Ucraina e la terza prevedrebbe un accordo definitivo.
Sempre ieri, prima della conclusione dei colloqui sauditi, Mosca è tornata a opporsi a un’adesione di Kiev alla Nato, ma si è detta aperta a un suo ingresso nell’Ue. «Stiamo parlando di integrazione e processi di integrazione economica. E qui, ovviamente, nessuno può dettare legge a nessun Paese, e noi non lo faremo», ha detto il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, riferendosi all’eventualità di un’adesione dell’Ucraina all’Ue. Una posizione, questa, che potrebbe essere stata ben accolta dagli americani, proprio perché puntano a un maggiore coinvolgimento del Vecchio continente nella risoluzione della crisi. Ricordiamo che, sulla base del trattato dell’Unione europea, «qualora uno Stato membro subisca un’aggressione armata nel suo territorio, gli altri Stati membri sono tenuti a prestargli aiuto e assistenza con tutti i mezzi in loro possesso, in conformità dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite».
Ma attenzione: il peacekeeping potrebbe riguardare anche Ankara. La settimana scorsa, il capo del Pentagono, Pete Hegseth, aveva detto che le garanzie di sicurezza in Ucraina dovevano essere affidate a «truppe europee e non europee». Ricordiamo che la Turchia, come il Canada, fa parte della Nato. E che già in passato erano circolate indiscrezioni sulla possibilità che Ankara schierasse truppe di peacekeeping in Ucraina. Certo, Mosca sembra irremovibile sul punto. Senza trascurare che i rapporti tra Russia e Turchia si sono parzialmente incrinati a seguito della crisi siriana. Eppure ieri Tayyip Erdogan ha annunciato di volersi ritagliare un ruolo nel processo di pace. «La Turchia sarà un ospite ideale per i possibili colloqui tra Russia, Ucraina e America nel prossimo futuro», ha detto. In tutto questo, il peso di Mohammad bin Salman si fa sempre più centrale. Oltre ad aver ospitato i colloqui, ha avuto dei bilaterali, tra ieri e l’altro ieri, con Rubio e Lavrov. Chi invece non tocca palla è la Francia che, dopo il fiasco del primo, ha convocato un secondo summit per oggi sull’Ucraina.
Continua a leggereRiduci
Piano in tre fasi, prime intese: Kiev nella Ue ma non nella Nato. Però in Ucraina si dovranno tenere le elezioni rinviate da un anno e che difficilmente il presidente può vincere. Intanto lui rientra precipitosamente in patria: l’inviato americano arriva in anticipo.Le due potenze a Riad per «normalizzare» le relazioni e trattare la pace. Marco Rubio sente anche Italia, Germania, Francia, Uk ed Europa, che dovrà sobbarcarsi la sicurezza ucraina. Russi soddisfatti: «Veniamo compresi».Lo speciale contiene due articoli.Il destino di Volodymyr Zelensky sembra essere racchiuso nel suo commento sui colloqui Usa-Russia a Riad: «Una sorpresa, lo abbiamo saputo dai media». Non lo hanno informato, non lo hanno coinvolto. Il «nuovo Churchill» fiuta il rischio di finire come il primo e più illustre: liquidato alle elezioni del dopoguerra. Solo che, a differenza di sir Winston, lui la guerra non la vincerà.L’ipotesi che il voto in Ucraina possa rientrare nel negoziato tra Washington e Mosca l’ha fatta balenare ieri Fox news, secondo cui entrambe le capitali vorrebbero che i cittadini fossero convocati alle urne, sicure che Zelensky «abbia una chance molto bassa» di essere rieletto. Immaginano che alla gente non siano piaciuti il fiasco della controffensiva, la messa al bando delle opposizioni e i reclutamenti forzati.L’intesa farebbe parte di un piano di pace articolato in tre fasi, sulla cui veridicità, tuttavia, mancano conferme ufficiali. Il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, che ieri sedeva al tavolo con l’omologo americano, Marco Rubio, con Michael Waltz, il consigliere per la Sicurezza nazionale di Donald Trump e Steve Witkoff, l’inviato in Medio Oriente, lo ha smentito. In ogni caso, che la posizione del presidente in tuta mimetica non sia solida, lo si era intuito già in mattinata. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, aveva confermato che Vladimir Putin sarebbe disponibile a parlare con il contendente, ribadendo però che, in vista di una formalizzazione giuridica dell’accordo, bisognerà dirimere i dubbi sulla legittimità di Zelensky.In effetti, quella del comandante in capo ucraino è una figura ingombrante, se l’obiettivo è una soluzione definitiva al conflitto. In più, il modo in cui egli si è tenuto stretto la poltrona ha destato perplessità anche negli Stati Uniti.Ciò che ha consentito a Zelensky di evitare un nuovo voto - prassi, in realtà, non inedita per un Paese in trincea - è stata la continua proroga della legge marziale. Il suo mandato sarebbe scaduto il 20 maggio 2024. E la Costituzione, che garantisce un salvacondotto al Parlamento, non prevede invece la possibilità che il numero uno dell’esecutivo mantenga il potere a tempo indeterminato. Il presidente è autorizzato a dirigere una fase di transizione, che si estende dalle elezioni fino all’insediamento del successore. Nove mesi fa, il giurista Hryhoriy Omelchencko, già membro della commissione che, a metà degli anni Novanta, scrisse la Carta fondamentale, aveva indirizzato una missiva al comandante in capo, invitandolo a «non usurpare i poteri statali» e a dimettersi. Giusto un anno fa, durante la sua visita a Kiev, il senatore repubblicano statunitense Lindsey Graham aveva discusso con Zelensky della possibilità di indire una tornata elettorale. Intanto, Vitaly Klitschko, sindaco della capitale, aveva avvisato la classe dirigente sulla tentazione di imitare la Russia, «dove tutto dipende dal capriccio di un uomo». L’ex attore è stato lapidario sulle elezioni: finché si combatte, non ci si divide. La verità è che l’idea di sottoporsi al giudizio dei connazionali lo atterrisce: non avrà in mano grandi successi da esibire. Anzi, più ci si avvicina al momento decisivo della trattativa Trump-Putin, più lui è destinato a trovarsi in una posizione di debolezza e imbarazzo.Di rospi, Zelensky ne ha ingoiati tanti: dai diktat sulle armi, fino a Joe Biden che gli intimava di spedire al fronte pure i diciottenni. Il nervosismo che sta lasciando trasparire in questi giorni è la spia di difficoltà ancor più gravi. Ne ha subito approfittato Lavrov. Il capo della diplomazia russa, ieri, ha detto che il presidente ucraino «va fatto ragionare»; un attimo dopo ha rincarato la dose, aggiungendo che lui «e tutta la sua squadra» meritano di «ricevere una bacchettata sulle mani». A una giornalista che gli chiedeva lumi sulla presunta intenzione di Mosca, paventata dal leader di Kiev, di utilizzare armi nucleari tattiche, il ministro ha risposto in toni canzonatori: «Dice molte cose, dipende da cosa beve o da cosa fuma».L’ex comico, ieri, era in visita con la moglie da Recep Erdogan, per inaugurare la nuova ambasciata ad Ankara. Da lì, ha comunicato il proprio disappunto per essere stato escluso dal tavolo. Aprono un dialogo «sull’Ucraina e senza l’Ucraina», ha lamentato, per poi proporre colloqui «equi» che comprendano l’Ue, il Regno Unito e la Turchia. Nel frattempo, lo ha raggiunto un’altra notizia a sorpresa: l’inviato di Trump, Keith Kellogg, ha deciso di anticipare il viaggio a Kiev, dov’è atterrato ieri sera anziché domani. Un cambio di programma che ha trasformato Zelensky in una specie di trottola: nel bel mezzo del suo tour mediorientale, gli è toccato rinviare al 10 marzo la trasferta a Riad, prevista per oggi. Almeno, si è risparmiato l’ignominia di recarsi in Arabia Saudita ad americani e russi ormai ripartiti. Il presidente ha smorzato le polemiche: «Siamo onesti e aperti mentalmente, non voglio coincidenze. Ecco perché non andrò». Lo si nota di più se va e trova le sedie vuote, oppure se aspetta una ventina di giorni? Di certo, per lui sono meglio le bacchettate sulle mani che una batosta alle urne.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/usa-e-russia-licenziano-zelensky-2671177552.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="via-ai-negoziati-mosca-washington-per-kiev-niente-nato-ma-si-allue" data-post-id="2671177552" data-published-at="1739927303" data-use-pagination="False"> Via ai negoziati Mosca-Washington: «Per Kiev niente Nato, ma sì all’Ue» Si sono tenuti ieri, a Riad, i colloqui tra Stati Uniti e Russia. La delegazione di Washington era guidata dal segretario di Stato, Marco Rubio, dal consigliere per la Sicurezza nazionale, Mike Waltz, e dall’inviato per il Medio Oriente, Steve Witkoff. Dall’altra parte, il team di Mosca era capitanato dal ministro degli Esteri, Sergej Lavrov, e dal consigliere per la politica estera del Cremlino, Yuri Ushakov. Al termine del vertice durato quattro ore e mezza, la portavoce del Dipartimento di Stato americano, Tammy Bruce, ha reso noto che le due delegazioni hanno concordato di «affrontare gli elementi irritanti nelle nostre relazioni bilaterali con l’obiettivo di adottare le misure necessarie per normalizzare il funzionamento delle nostre rispettive missioni diplomatiche». Secondo la portavoce americana, le parti hanno anche stabilito di creare un team per le negoziazioni relative alla crisi ucraina con lo scopo di predisporre un «percorso volto a porre fine al conflitto in Ucraina il prima possibile in un modo che sia duraturo, sostenibile e accettabile per tutte le parti». «Il presidente Trump è l’unico leader al mondo che può far sì che Ucraina e Russia siano d’accordo su questo», ha aggiunto la Bruce. Rubio ha anche reso noto che, al di là del dossier ucraino, l’auspicio è quello «di lavorare insieme su altre questioni geopolitiche di interesse comune e, naturalmente, anche su alcune partnership economiche». Il che significa che Washington e Mosca sono pronte a discutere di vari dossier geopolitici (leggasi Siria e Iran) e che, forse, gli americani potrebbero prima o poi ridurre le sanzioni alla Russia. Rubio ha inoltre specificato che Kiev non sarà marginalizzata nelle trattative e che, a un certo punto, la stessa Ue potrebbe svolgervi un ruolo: ieri sera, il segretario di Stato ha, non a caso, avuto una telefonata con gli omologhi di Italia, Francia, Germania, Ue e Regno Unito. Waltz, dal canto suo, ha auspicato che sia l’Europa a farsi principalmente carico delle garanzie di sicurezza ucraine, esprimendo irritazione per quegli alleati che non contribuiscono ancora adeguatamente alla Nato dal punto di vista economico. Non solo. La delegazione Usa ha anche reso noto d’aver discusso di un possibile vertice tra Trump e Vladimir Putin, nonostante non sia stata ancora fissata una data. Soddisfazione è stata poi espressa dal team negoziale russo. «Ho tutte le ragioni per credere che la parte americana comprenda la nostra posizione», ha detto Lavrov, aggiungendo che i colloqui sull’Ucraina inizieranno «il prima possibile». Il ministro russo ha tuttavia definito «inaccettabile» l’eventuale schieramento di truppe della Nato in territorio ucraino: il che rappresenta un possibile fattore di attrito con Waltz, che invece ieri ha apprezzato l’approccio proattivo di Regno Unito e Francia sulla questione. Un approccio proattivo tuttavia in gran parte ridimensionatosi, visto che Parigi ha fatto un mezzo passo indietro, sostenendo che è «troppo presto» per parlare di un invio di soldati in Ucraina. Lavrov ha anche dichiarato che la delegazione americana ha proposto una moratoria sugli attacchi agli impianti energetici. Più in generale, secondo Fox news, le parti avrebbero discusso di un possibile piano di pace in tre fasi: la prima consisterebbe in un cessate il fuoco, la seconda nel tenere elezioni in Ucraina e la terza prevedrebbe un accordo definitivo. Sempre ieri, prima della conclusione dei colloqui sauditi, Mosca è tornata a opporsi a un’adesione di Kiev alla Nato, ma si è detta aperta a un suo ingresso nell’Ue. «Stiamo parlando di integrazione e processi di integrazione economica. E qui, ovviamente, nessuno può dettare legge a nessun Paese, e noi non lo faremo», ha detto il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, riferendosi all’eventualità di un’adesione dell’Ucraina all’Ue. Una posizione, questa, che potrebbe essere stata ben accolta dagli americani, proprio perché puntano a un maggiore coinvolgimento del Vecchio continente nella risoluzione della crisi. Ricordiamo che, sulla base del trattato dell’Unione europea, «qualora uno Stato membro subisca un’aggressione armata nel suo territorio, gli altri Stati membri sono tenuti a prestargli aiuto e assistenza con tutti i mezzi in loro possesso, in conformità dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite». Ma attenzione: il peacekeeping potrebbe riguardare anche Ankara. La settimana scorsa, il capo del Pentagono, Pete Hegseth, aveva detto che le garanzie di sicurezza in Ucraina dovevano essere affidate a «truppe europee e non europee». Ricordiamo che la Turchia, come il Canada, fa parte della Nato. E che già in passato erano circolate indiscrezioni sulla possibilità che Ankara schierasse truppe di peacekeeping in Ucraina. Certo, Mosca sembra irremovibile sul punto. Senza trascurare che i rapporti tra Russia e Turchia si sono parzialmente incrinati a seguito della crisi siriana. Eppure ieri Tayyip Erdogan ha annunciato di volersi ritagliare un ruolo nel processo di pace. «La Turchia sarà un ospite ideale per i possibili colloqui tra Russia, Ucraina e America nel prossimo futuro», ha detto. In tutto questo, il peso di Mohammad bin Salman si fa sempre più centrale. Oltre ad aver ospitato i colloqui, ha avuto dei bilaterali, tra ieri e l’altro ieri, con Rubio e Lavrov. Chi invece non tocca palla è la Francia che, dopo il fiasco del primo, ha convocato un secondo summit per oggi sull’Ucraina.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
Continua a leggereRiduci
Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
Continua a leggereRiduci