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2025-02-19
Usa e Russia licenziano Zelensky
Volodymyr Zelensky (Getty Images)
Il destino di Volodymyr Zelensky sembra essere racchiuso nel suo commento sui colloqui Usa-Russia a Riad: «Una sorpresa, lo abbiamo saputo dai media». Non lo hanno informato, non lo hanno coinvolto. Il «nuovo Churchill» fiuta il rischio di finire come il primo e più illustre: liquidato alle elezioni del dopoguerra. Solo che, a differenza di sir Winston, lui la guerra non la vincerà.
L’ipotesi che il voto in Ucraina possa rientrare nel negoziato tra Washington e Mosca l’ha fatta balenare ieri Fox news, secondo cui entrambe le capitali vorrebbero che i cittadini fossero convocati alle urne, sicure che Zelensky «abbia una chance molto bassa» di essere rieletto. Immaginano che alla gente non siano piaciuti il fiasco della controffensiva, la messa al bando delle opposizioni e i reclutamenti forzati.
L’intesa farebbe parte di un piano di pace articolato in tre fasi, sulla cui veridicità, tuttavia, mancano conferme ufficiali. Il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, che ieri sedeva al tavolo con l’omologo americano, Marco Rubio, con Michael Waltz, il consigliere per la Sicurezza nazionale di Donald Trump e Steve Witkoff, l’inviato in Medio Oriente, lo ha smentito. In ogni caso, che la posizione del presidente in tuta mimetica non sia solida, lo si era intuito già in mattinata. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, aveva confermato che Vladimir Putin sarebbe disponibile a parlare con il contendente, ribadendo però che, in vista di una formalizzazione giuridica dell’accordo, bisognerà dirimere i dubbi sulla legittimità di Zelensky.
In effetti, quella del comandante in capo ucraino è una figura ingombrante, se l’obiettivo è una soluzione definitiva al conflitto. In più, il modo in cui egli si è tenuto stretto la poltrona ha destato perplessità anche negli Stati Uniti.
Ciò che ha consentito a Zelensky di evitare un nuovo voto - prassi, in realtà, non inedita per un Paese in trincea - è stata la continua proroga della legge marziale. Il suo mandato sarebbe scaduto il 20 maggio 2024. E la Costituzione, che garantisce un salvacondotto al Parlamento, non prevede invece la possibilità che il numero uno dell’esecutivo mantenga il potere a tempo indeterminato. Il presidente è autorizzato a dirigere una fase di transizione, che si estende dalle elezioni fino all’insediamento del successore. Nove mesi fa, il giurista Hryhoriy Omelchencko, già membro della commissione che, a metà degli anni Novanta, scrisse la Carta fondamentale, aveva indirizzato una missiva al comandante in capo, invitandolo a «non usurpare i poteri statali» e a dimettersi. Giusto un anno fa, durante la sua visita a Kiev, il senatore repubblicano statunitense Lindsey Graham aveva discusso con Zelensky della possibilità di indire una tornata elettorale. Intanto, Vitaly Klitschko, sindaco della capitale, aveva avvisato la classe dirigente sulla tentazione di imitare la Russia, «dove tutto dipende dal capriccio di un uomo». L’ex attore è stato lapidario sulle elezioni: finché si combatte, non ci si divide. La verità è che l’idea di sottoporsi al giudizio dei connazionali lo atterrisce: non avrà in mano grandi successi da esibire. Anzi, più ci si avvicina al momento decisivo della trattativa Trump-Putin, più lui è destinato a trovarsi in una posizione di debolezza e imbarazzo.
Di rospi, Zelensky ne ha ingoiati tanti: dai diktat sulle armi, fino a Joe Biden che gli intimava di spedire al fronte pure i diciottenni. Il nervosismo che sta lasciando trasparire in questi giorni è la spia di difficoltà ancor più gravi. Ne ha subito approfittato Lavrov. Il capo della diplomazia russa, ieri, ha detto che il presidente ucraino «va fatto ragionare»; un attimo dopo ha rincarato la dose, aggiungendo che lui «e tutta la sua squadra» meritano di «ricevere una bacchettata sulle mani». A una giornalista che gli chiedeva lumi sulla presunta intenzione di Mosca, paventata dal leader di Kiev, di utilizzare armi nucleari tattiche, il ministro ha risposto in toni canzonatori: «Dice molte cose, dipende da cosa beve o da cosa fuma».
L’ex comico, ieri, era in visita con la moglie da Recep Erdogan, per inaugurare la nuova ambasciata ad Ankara. Da lì, ha comunicato il proprio disappunto per essere stato escluso dal tavolo. Aprono un dialogo «sull’Ucraina e senza l’Ucraina», ha lamentato, per poi proporre colloqui «equi» che comprendano l’Ue, il Regno Unito e la Turchia. Nel frattempo, lo ha raggiunto un’altra notizia a sorpresa: l’inviato di Trump, Keith Kellogg, ha deciso di anticipare il viaggio a Kiev, dov’è atterrato ieri sera anziché domani. Un cambio di programma che ha trasformato Zelensky in una specie di trottola: nel bel mezzo del suo tour mediorientale, gli è toccato rinviare al 10 marzo la trasferta a Riad, prevista per oggi. Almeno, si è risparmiato l’ignominia di recarsi in Arabia Saudita ad americani e russi ormai ripartiti. Il presidente ha smorzato le polemiche: «Siamo onesti e aperti mentalmente, non voglio coincidenze. Ecco perché non andrò». Lo si nota di più se va e trova le sedie vuote, oppure se aspetta una ventina di giorni? Di certo, per lui sono meglio le bacchettate sulle mani che una batosta alle urne.
Via ai negoziati Mosca-Washington: «Per Kiev niente Nato, ma sì all’Ue»
Si sono tenuti ieri, a Riad, i colloqui tra Stati Uniti e Russia. La delegazione di Washington era guidata dal segretario di Stato, Marco Rubio, dal consigliere per la Sicurezza nazionale, Mike Waltz, e dall’inviato per il Medio Oriente, Steve Witkoff. Dall’altra parte, il team di Mosca era capitanato dal ministro degli Esteri, Sergej Lavrov, e dal consigliere per la politica estera del Cremlino, Yuri Ushakov.
Al termine del vertice durato quattro ore e mezza, la portavoce del Dipartimento di Stato americano, Tammy Bruce, ha reso noto che le due delegazioni hanno concordato di «affrontare gli elementi irritanti nelle nostre relazioni bilaterali con l’obiettivo di adottare le misure necessarie per normalizzare il funzionamento delle nostre rispettive missioni diplomatiche». Secondo la portavoce americana, le parti hanno anche stabilito di creare un team per le negoziazioni relative alla crisi ucraina con lo scopo di predisporre un «percorso volto a porre fine al conflitto in Ucraina il prima possibile in un modo che sia duraturo, sostenibile e accettabile per tutte le parti». «Il presidente Trump è l’unico leader al mondo che può far sì che Ucraina e Russia siano d’accordo su questo», ha aggiunto la Bruce.
Rubio ha anche reso noto che, al di là del dossier ucraino, l’auspicio è quello «di lavorare insieme su altre questioni geopolitiche di interesse comune e, naturalmente, anche su alcune partnership economiche». Il che significa che Washington e Mosca sono pronte a discutere di vari dossier geopolitici (leggasi Siria e Iran) e che, forse, gli americani potrebbero prima o poi ridurre le sanzioni alla Russia. Rubio ha inoltre specificato che Kiev non sarà marginalizzata nelle trattative e che, a un certo punto, la stessa Ue potrebbe svolgervi un ruolo: ieri sera, il segretario di Stato ha, non a caso, avuto una telefonata con gli omologhi di Italia, Francia, Germania, Ue e Regno Unito. Waltz, dal canto suo, ha auspicato che sia l’Europa a farsi principalmente carico delle garanzie di sicurezza ucraine, esprimendo irritazione per quegli alleati che non contribuiscono ancora adeguatamente alla Nato dal punto di vista economico. Non solo. La delegazione Usa ha anche reso noto d’aver discusso di un possibile vertice tra Trump e Vladimir Putin, nonostante non sia stata ancora fissata una data.
Soddisfazione è stata poi espressa dal team negoziale russo. «Ho tutte le ragioni per credere che la parte americana comprenda la nostra posizione», ha detto Lavrov, aggiungendo che i colloqui sull’Ucraina inizieranno «il prima possibile». Il ministro russo ha tuttavia definito «inaccettabile» l’eventuale schieramento di truppe della Nato in territorio ucraino: il che rappresenta un possibile fattore di attrito con Waltz, che invece ieri ha apprezzato l’approccio proattivo di Regno Unito e Francia sulla questione. Un approccio proattivo tuttavia in gran parte ridimensionatosi, visto che Parigi ha fatto un mezzo passo indietro, sostenendo che è «troppo presto» per parlare di un invio di soldati in Ucraina. Lavrov ha anche dichiarato che la delegazione americana ha proposto una moratoria sugli attacchi agli impianti energetici. Più in generale, secondo Fox news, le parti avrebbero discusso di un possibile piano di pace in tre fasi: la prima consisterebbe in un cessate il fuoco, la seconda nel tenere elezioni in Ucraina e la terza prevedrebbe un accordo definitivo.
Sempre ieri, prima della conclusione dei colloqui sauditi, Mosca è tornata a opporsi a un’adesione di Kiev alla Nato, ma si è detta aperta a un suo ingresso nell’Ue. «Stiamo parlando di integrazione e processi di integrazione economica. E qui, ovviamente, nessuno può dettare legge a nessun Paese, e noi non lo faremo», ha detto il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, riferendosi all’eventualità di un’adesione dell’Ucraina all’Ue. Una posizione, questa, che potrebbe essere stata ben accolta dagli americani, proprio perché puntano a un maggiore coinvolgimento del Vecchio continente nella risoluzione della crisi. Ricordiamo che, sulla base del trattato dell’Unione europea, «qualora uno Stato membro subisca un’aggressione armata nel suo territorio, gli altri Stati membri sono tenuti a prestargli aiuto e assistenza con tutti i mezzi in loro possesso, in conformità dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite».
Ma attenzione: il peacekeeping potrebbe riguardare anche Ankara. La settimana scorsa, il capo del Pentagono, Pete Hegseth, aveva detto che le garanzie di sicurezza in Ucraina dovevano essere affidate a «truppe europee e non europee». Ricordiamo che la Turchia, come il Canada, fa parte della Nato. E che già in passato erano circolate indiscrezioni sulla possibilità che Ankara schierasse truppe di peacekeeping in Ucraina. Certo, Mosca sembra irremovibile sul punto. Senza trascurare che i rapporti tra Russia e Turchia si sono parzialmente incrinati a seguito della crisi siriana. Eppure ieri Tayyip Erdogan ha annunciato di volersi ritagliare un ruolo nel processo di pace. «La Turchia sarà un ospite ideale per i possibili colloqui tra Russia, Ucraina e America nel prossimo futuro», ha detto. In tutto questo, il peso di Mohammad bin Salman si fa sempre più centrale. Oltre ad aver ospitato i colloqui, ha avuto dei bilaterali, tra ieri e l’altro ieri, con Rubio e Lavrov. Chi invece non tocca palla è la Francia che, dopo il fiasco del primo, ha convocato un secondo summit per oggi sull’Ucraina.
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Piano in tre fasi, prime intese: Kiev nella Ue ma non nella Nato. Però in Ucraina si dovranno tenere le elezioni rinviate da un anno e che difficilmente il presidente può vincere. Intanto lui rientra precipitosamente in patria: l’inviato americano arriva in anticipo.Le due potenze a Riad per «normalizzare» le relazioni e trattare la pace. Marco Rubio sente anche Italia, Germania, Francia, Uk ed Europa, che dovrà sobbarcarsi la sicurezza ucraina. Russi soddisfatti: «Veniamo compresi».Lo speciale contiene due articoli.Il destino di Volodymyr Zelensky sembra essere racchiuso nel suo commento sui colloqui Usa-Russia a Riad: «Una sorpresa, lo abbiamo saputo dai media». Non lo hanno informato, non lo hanno coinvolto. Il «nuovo Churchill» fiuta il rischio di finire come il primo e più illustre: liquidato alle elezioni del dopoguerra. Solo che, a differenza di sir Winston, lui la guerra non la vincerà.L’ipotesi che il voto in Ucraina possa rientrare nel negoziato tra Washington e Mosca l’ha fatta balenare ieri Fox news, secondo cui entrambe le capitali vorrebbero che i cittadini fossero convocati alle urne, sicure che Zelensky «abbia una chance molto bassa» di essere rieletto. Immaginano che alla gente non siano piaciuti il fiasco della controffensiva, la messa al bando delle opposizioni e i reclutamenti forzati.L’intesa farebbe parte di un piano di pace articolato in tre fasi, sulla cui veridicità, tuttavia, mancano conferme ufficiali. Il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, che ieri sedeva al tavolo con l’omologo americano, Marco Rubio, con Michael Waltz, il consigliere per la Sicurezza nazionale di Donald Trump e Steve Witkoff, l’inviato in Medio Oriente, lo ha smentito. In ogni caso, che la posizione del presidente in tuta mimetica non sia solida, lo si era intuito già in mattinata. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, aveva confermato che Vladimir Putin sarebbe disponibile a parlare con il contendente, ribadendo però che, in vista di una formalizzazione giuridica dell’accordo, bisognerà dirimere i dubbi sulla legittimità di Zelensky.In effetti, quella del comandante in capo ucraino è una figura ingombrante, se l’obiettivo è una soluzione definitiva al conflitto. In più, il modo in cui egli si è tenuto stretto la poltrona ha destato perplessità anche negli Stati Uniti.Ciò che ha consentito a Zelensky di evitare un nuovo voto - prassi, in realtà, non inedita per un Paese in trincea - è stata la continua proroga della legge marziale. Il suo mandato sarebbe scaduto il 20 maggio 2024. E la Costituzione, che garantisce un salvacondotto al Parlamento, non prevede invece la possibilità che il numero uno dell’esecutivo mantenga il potere a tempo indeterminato. Il presidente è autorizzato a dirigere una fase di transizione, che si estende dalle elezioni fino all’insediamento del successore. Nove mesi fa, il giurista Hryhoriy Omelchencko, già membro della commissione che, a metà degli anni Novanta, scrisse la Carta fondamentale, aveva indirizzato una missiva al comandante in capo, invitandolo a «non usurpare i poteri statali» e a dimettersi. Giusto un anno fa, durante la sua visita a Kiev, il senatore repubblicano statunitense Lindsey Graham aveva discusso con Zelensky della possibilità di indire una tornata elettorale. Intanto, Vitaly Klitschko, sindaco della capitale, aveva avvisato la classe dirigente sulla tentazione di imitare la Russia, «dove tutto dipende dal capriccio di un uomo». L’ex attore è stato lapidario sulle elezioni: finché si combatte, non ci si divide. La verità è che l’idea di sottoporsi al giudizio dei connazionali lo atterrisce: non avrà in mano grandi successi da esibire. Anzi, più ci si avvicina al momento decisivo della trattativa Trump-Putin, più lui è destinato a trovarsi in una posizione di debolezza e imbarazzo.Di rospi, Zelensky ne ha ingoiati tanti: dai diktat sulle armi, fino a Joe Biden che gli intimava di spedire al fronte pure i diciottenni. Il nervosismo che sta lasciando trasparire in questi giorni è la spia di difficoltà ancor più gravi. Ne ha subito approfittato Lavrov. Il capo della diplomazia russa, ieri, ha detto che il presidente ucraino «va fatto ragionare»; un attimo dopo ha rincarato la dose, aggiungendo che lui «e tutta la sua squadra» meritano di «ricevere una bacchettata sulle mani». A una giornalista che gli chiedeva lumi sulla presunta intenzione di Mosca, paventata dal leader di Kiev, di utilizzare armi nucleari tattiche, il ministro ha risposto in toni canzonatori: «Dice molte cose, dipende da cosa beve o da cosa fuma».L’ex comico, ieri, era in visita con la moglie da Recep Erdogan, per inaugurare la nuova ambasciata ad Ankara. Da lì, ha comunicato il proprio disappunto per essere stato escluso dal tavolo. Aprono un dialogo «sull’Ucraina e senza l’Ucraina», ha lamentato, per poi proporre colloqui «equi» che comprendano l’Ue, il Regno Unito e la Turchia. Nel frattempo, lo ha raggiunto un’altra notizia a sorpresa: l’inviato di Trump, Keith Kellogg, ha deciso di anticipare il viaggio a Kiev, dov’è atterrato ieri sera anziché domani. Un cambio di programma che ha trasformato Zelensky in una specie di trottola: nel bel mezzo del suo tour mediorientale, gli è toccato rinviare al 10 marzo la trasferta a Riad, prevista per oggi. Almeno, si è risparmiato l’ignominia di recarsi in Arabia Saudita ad americani e russi ormai ripartiti. Il presidente ha smorzato le polemiche: «Siamo onesti e aperti mentalmente, non voglio coincidenze. Ecco perché non andrò». Lo si nota di più se va e trova le sedie vuote, oppure se aspetta una ventina di giorni? Di certo, per lui sono meglio le bacchettate sulle mani che una batosta alle urne.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/usa-e-russia-licenziano-zelensky-2671177552.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="via-ai-negoziati-mosca-washington-per-kiev-niente-nato-ma-si-allue" data-post-id="2671177552" data-published-at="1739927303" data-use-pagination="False"> Via ai negoziati Mosca-Washington: «Per Kiev niente Nato, ma sì all’Ue» Si sono tenuti ieri, a Riad, i colloqui tra Stati Uniti e Russia. La delegazione di Washington era guidata dal segretario di Stato, Marco Rubio, dal consigliere per la Sicurezza nazionale, Mike Waltz, e dall’inviato per il Medio Oriente, Steve Witkoff. Dall’altra parte, il team di Mosca era capitanato dal ministro degli Esteri, Sergej Lavrov, e dal consigliere per la politica estera del Cremlino, Yuri Ushakov. Al termine del vertice durato quattro ore e mezza, la portavoce del Dipartimento di Stato americano, Tammy Bruce, ha reso noto che le due delegazioni hanno concordato di «affrontare gli elementi irritanti nelle nostre relazioni bilaterali con l’obiettivo di adottare le misure necessarie per normalizzare il funzionamento delle nostre rispettive missioni diplomatiche». Secondo la portavoce americana, le parti hanno anche stabilito di creare un team per le negoziazioni relative alla crisi ucraina con lo scopo di predisporre un «percorso volto a porre fine al conflitto in Ucraina il prima possibile in un modo che sia duraturo, sostenibile e accettabile per tutte le parti». «Il presidente Trump è l’unico leader al mondo che può far sì che Ucraina e Russia siano d’accordo su questo», ha aggiunto la Bruce. Rubio ha anche reso noto che, al di là del dossier ucraino, l’auspicio è quello «di lavorare insieme su altre questioni geopolitiche di interesse comune e, naturalmente, anche su alcune partnership economiche». Il che significa che Washington e Mosca sono pronte a discutere di vari dossier geopolitici (leggasi Siria e Iran) e che, forse, gli americani potrebbero prima o poi ridurre le sanzioni alla Russia. Rubio ha inoltre specificato che Kiev non sarà marginalizzata nelle trattative e che, a un certo punto, la stessa Ue potrebbe svolgervi un ruolo: ieri sera, il segretario di Stato ha, non a caso, avuto una telefonata con gli omologhi di Italia, Francia, Germania, Ue e Regno Unito. Waltz, dal canto suo, ha auspicato che sia l’Europa a farsi principalmente carico delle garanzie di sicurezza ucraine, esprimendo irritazione per quegli alleati che non contribuiscono ancora adeguatamente alla Nato dal punto di vista economico. Non solo. La delegazione Usa ha anche reso noto d’aver discusso di un possibile vertice tra Trump e Vladimir Putin, nonostante non sia stata ancora fissata una data. Soddisfazione è stata poi espressa dal team negoziale russo. «Ho tutte le ragioni per credere che la parte americana comprenda la nostra posizione», ha detto Lavrov, aggiungendo che i colloqui sull’Ucraina inizieranno «il prima possibile». Il ministro russo ha tuttavia definito «inaccettabile» l’eventuale schieramento di truppe della Nato in territorio ucraino: il che rappresenta un possibile fattore di attrito con Waltz, che invece ieri ha apprezzato l’approccio proattivo di Regno Unito e Francia sulla questione. Un approccio proattivo tuttavia in gran parte ridimensionatosi, visto che Parigi ha fatto un mezzo passo indietro, sostenendo che è «troppo presto» per parlare di un invio di soldati in Ucraina. Lavrov ha anche dichiarato che la delegazione americana ha proposto una moratoria sugli attacchi agli impianti energetici. Più in generale, secondo Fox news, le parti avrebbero discusso di un possibile piano di pace in tre fasi: la prima consisterebbe in un cessate il fuoco, la seconda nel tenere elezioni in Ucraina e la terza prevedrebbe un accordo definitivo. Sempre ieri, prima della conclusione dei colloqui sauditi, Mosca è tornata a opporsi a un’adesione di Kiev alla Nato, ma si è detta aperta a un suo ingresso nell’Ue. «Stiamo parlando di integrazione e processi di integrazione economica. E qui, ovviamente, nessuno può dettare legge a nessun Paese, e noi non lo faremo», ha detto il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, riferendosi all’eventualità di un’adesione dell’Ucraina all’Ue. Una posizione, questa, che potrebbe essere stata ben accolta dagli americani, proprio perché puntano a un maggiore coinvolgimento del Vecchio continente nella risoluzione della crisi. Ricordiamo che, sulla base del trattato dell’Unione europea, «qualora uno Stato membro subisca un’aggressione armata nel suo territorio, gli altri Stati membri sono tenuti a prestargli aiuto e assistenza con tutti i mezzi in loro possesso, in conformità dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite». Ma attenzione: il peacekeeping potrebbe riguardare anche Ankara. La settimana scorsa, il capo del Pentagono, Pete Hegseth, aveva detto che le garanzie di sicurezza in Ucraina dovevano essere affidate a «truppe europee e non europee». Ricordiamo che la Turchia, come il Canada, fa parte della Nato. E che già in passato erano circolate indiscrezioni sulla possibilità che Ankara schierasse truppe di peacekeeping in Ucraina. Certo, Mosca sembra irremovibile sul punto. Senza trascurare che i rapporti tra Russia e Turchia si sono parzialmente incrinati a seguito della crisi siriana. Eppure ieri Tayyip Erdogan ha annunciato di volersi ritagliare un ruolo nel processo di pace. «La Turchia sarà un ospite ideale per i possibili colloqui tra Russia, Ucraina e America nel prossimo futuro», ha detto. In tutto questo, il peso di Mohammad bin Salman si fa sempre più centrale. Oltre ad aver ospitato i colloqui, ha avuto dei bilaterali, tra ieri e l’altro ieri, con Rubio e Lavrov. Chi invece non tocca palla è la Francia che, dopo il fiasco del primo, ha convocato un secondo summit per oggi sull’Ucraina.
Nel riquadro, scene di degrado alla Darsena di Genova (Ansa)
Ciak, si gira! Ieri a Genova è andato in scena il remake del film Notte prima degli esami, il piccolo manifesto generazionale realizzato vent’anni fa dal regista Fausto Brizzi, non a caso consorte della sindaca Silvia Salis.Infatti i membri della Commissione 1 (Affari istituzionali e generali) del Comune, su richiesta dei consiglieri della Lega Paola Bordilli e Alessio Bevilacqua, hanno fatto un sopralluogo nella Darsena genovese, dove tra pescherecci, sommergibili storici, musei e locali per amanti dei frutti di mare, la vera attrazione è diventato lo spaccio di droga.
Ma, in vista dell’«esame» dei commissari, come per magia la zona, in una notte, si è trasformata in un set cinematografico: anziché pusher e sbandati, i consiglieri hanno trovato ordine e pulizia.
Un anno fa la campagna elettorale della Salis era stata gestita, a livello d’immagine, dal marito della prima cittadina. Memorabile l’uso dei droni per raccontare i bagni di folla della candidata nei quartieri cittadini.
Oggi la comunicazione è stata ulteriormente rinforzata con l’ausilio dell’agenzia Jump di Marco Agnoletti, partito tre lustri fa come portavoce dell’allora sindaco di Firenze Matteo Renzi.
Una consulenza che la prima cittadina ha rivendicato di pagare di tasca propria.
Fatto sta che i commissari in missione in una delle zone più problematiche della città, ieri, si sono trovati di fronte un molo da cartolina.
E pensare che appena quattro giorni fa, proprio qui, alcuni spacciatori avevano lanciato bottiglie sui turisti che «intralciavano», con la loro presenza, lo smercio di sostanze stupefacenti. Non basta. Nelle stesse ore, a due passi dalle reti dei pescatori, una rapinatrice, per appropriarsi di un cellulare, aveva sferrato un pugno sul volto di una quattordicenne francese in fila con i genitori di fronte a un panificio. Un Far West h24 in una delle zone più turistiche della città.
Ma tre giorni dopo i commissari, anziché risse e pusher, hanno trovato un salottino perfettamente riassettato. Anche la pavimentazione in teak era linda e pinta come quella degli yacht attraccati a Portofino.
Bevilacqua e la Bordilli, dopo la visita, hanno diramato un comunicato di critica al frettoloso maquillage: «Stamattina (ieri per chi legge, ndr), dopo ben un anno di reiterate richieste da parte della Lega, si è finalmente svolto il sopralluogo, seppur non serale, ma almeno diurno, della Commissione consiliare nella zona della Darsena a Genova. Una mattinata che ha visto la partecipazione in massa di residenti e commercianti, infuriati non solo per il degrado cronico, ma anche per l’ennesima “operazione di facciata” messa in atto proprio in concomitanza all’arrivo dei consiglieri». I due consiglieri hanno raccolto le proteste degli abitanti della zona: «Tutti i cittadini hanno denunciato che la situazione che abbiamo trovato questa mattina era completamente diversa rispetto al loro drammatico quotidiano». Ed ecco l’affondo finale: «È vergognoso e inaccettabile che una zona venga resa presentabile solo perché è previsto il sopralluogo delle autorità, per poi essere abbandonata a sé stessa per i restanti 364 giorni dell’anno. La sicurezza e il decoro non possono essere una messinscena a uso e consumo delle telecamere o della politica». Per costringere l’amministrazione a mantenere alta l’attenzione, Bevilacqua e la Bordilli hanno lanciato una proposta che assomiglia a una sfida: «Visto che le cose migliorano solo quando ci muoviamo noi istituzioni, da oggi cambiamo strategia: abbiamo chiesto ufficialmente una commissione-sopralluogo ogni settimana in Darsena. Se questo è l’unico modo per costringere chi di dovere a garantire normalità e sicurezza ai genovesi, allora ci vedranno qui ogni sette giorni. Non arretreremo di un millimetro finché la Darsena non tornerà a essere un quartiere sicuro e decoroso, sempre, e non solo in nostra presenza. Cittadini, residenti, commercianti, pescatori e turisti meritano sicurezza: il Comune lavori per garantire loro e alla città questo diritto».
Nel pomeriggio, dopo che i commissari erano andati via, i consiglieri leghisti hanno ricevuto sui loro cellulari le foto scattate da alcuni abitanti della zona, immagini che testimoniavano come tutto fosse tornato immediatamente alla «normalità»: pusher africani, tossicodipendenti, clochard hanno ripreso il possesso dell’area.
In pochi minuti la città romantica e affascinante di Stregati (con Francesco Nuti e Ornella Muti) e di Genova - Un luogo per ricominciare, film diretto dall’inglese Michael Winterbottom, ha lasciato il posto in cartellone alle atmosfere di Genova a mano armata, poliziottesco anni Settanta. Per questo la sindaca sarà costretta a chiedere al regista del remake di ieri gli straordinari. Perché gli esami, nel capoluogo ligure, non finiscono mai.
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(Ansa)
L’ospitata di Roberto Vannacci da Lilli Gruber ha rinfocolato le stantie polemiche sull’avanzata della cosiddetta destra estrema, eterno spauracchio sventolato dai progressisti che hanno il fascismo come unico argomento. Per costoro, è estrema ogni destra che sia capace di vincere, guadagnare consensi o semplicemente che si sottragga orgogliosamente al loro controllo.
Sull’estremismo, tuttavia, sarebbe il caso di fare una piccola riflessione, esaminando una volta tanto le relazioni che la sinistra apparentemente moderata e istituzionale intrattiene con le frange antagoniste. Le quali, fino a prova contraria, sono le uniche ad aver finora causato in Italia gravi problemi di ordine pubblico, violenza e intolleranza. Sembra proprio che di questi rapporti i progressisti non possano fare a meno, e lo dimostra senza ombra di dubbio quanto sta accadendo in queste ore. A Roma oggi sfilerà un corteo il cui unico scopo è quello di osteggiare altre due manifestazioni non violente e del tutto regolari in programma nella Capitale. Stiamo parlando innanzitutto della Manifestazione per la vita di cui sono portavoce Massimo Gandolfini e Maria Rachele Ruiu, che partirà alle 14.30 da piazza della Repubblica. E poi del corteo organizzato dal comitato Remigrazione e riconquista. Contro entrambi questi eventi, anzi precisamente contro i Pro vita e i critici dell’immigrazione, è stata messa in piedi una contromanifestazione sponsorizzata da Cgil, Anpi e Arci. A parte le solite realtà come Non una di meno, a sostenere l’iniziativa sono le associazioni di area sorosiana come l’Asgi, poi l’Ong Sea Watch e tanti altri gruppi e gruppuscoli antagonisti tra cui Spin Time, il centro sociale a cui l’ex l’elemosiniere del Papa, monsignor Konrad Krajewski, riattivò le utenze affinché l’edificio occupato potesse continuare a funzionare. Basta osservare i toni che utilizzano questi militanti, o anche solo lo slogan del loro corteo (Fuck remigration), per rendersi conto di quanto siano moderati e disposti al dialogo. Costoro non fanno distinzioni, trattano tutti come fascisti da respingere. Spargono disprezzo contro le famiglie che marciano per la vita e genericamente contro chiunque a destra osi scendere in piazza. Giova ricordare come gli antagonisti romani siano soliti trattare Pro vita: nel migliore dei casi imbrattano la sede, nel peggiore tirano bombe all’interno.
Viene da chiedersi allora: è normale che la Cgil vada a braccetto con questa gente? Che la aizzi a scendere in strada? Che sponsorizzi cortei a cui partecipano anche gli esaltati antifà dei centri sociali? Quanto al campo largo, che se non è organico al sindacato rosso poco ci manca, che rapporti ha con il mondo contestatario? Sulla carta quasi nessuno, ma in realtà ciò che fa da anni è garantire una sorta di appoggio politico esterno o comunque tollerare intemperanze di ogni tipo. Prendiamo lo Spin Time che sarà in piazza a Roma: è costato al Viminale 21 milioni di euro di risarcimento per il mancato sgombero alla società proprietaria dell’immobile, in compenso il Comune di Roma lo ha inserito nel proprio piano casa proprio per evitare lo sgombero forzato e acquistare le mura in modo da garantire la sopravvivenza alla realtà okkupata. Questo perché, alla fine della fiera, gli antagonisti vengono sempre tutelati, protetti.
Un altro caso emblematico è quello di Torino. Abbiamo raccontato con dovizia di particolari le schifezze emerse dalle indagini sul centro sociale Askatasuna, che il sindaco dem Stefano Lo Russo ha evitato a lungo di sgomberare. Alla fine l’inevitabile sgombero è arrivato anche grazie all’assessore regionale Maurizio Marrone, che da allora subisce reiterate e continue minacce. La giunta comunale, in occasione del primo maggio, ha addirittura cercato di trattare con le autorità di polizia affinché fosse concesso ai gestori del centro sociale di organizzare una grigliata negli spazi che un tempo occupavano, e che hanno cercato proprio quel giorno di riconquistare scontrandosi con la polizia. In vista delle prossime elezioni, gli antagonisti hanno iniziato a mandare al Pd messaggi piuttosto chiari. Non si può dire che i dem li amino, piuttosto forse li temono e in qualche modo sono costretti a starli a sentire. E loro si fanno sentire eccome. Due giorni fa hanno pubblicato sui social della loro area un testo minaccioso rivolto a Lo Russo. «Da 6 mesi una porzione di quartiere attorno all’Askatasuna è di fatto ostaggio delle forze dell’ordine che lo hanno trasformato in un fortino in stile Tav», vi si legge. «Anche se è chiaro che questo dipenda poco dal Comune, e sia da ascrivere alla volontà del governo disciplinare la Torino che in questi anni ha resistito, non sembra un problema su cui pronunciarsi apertamente nell’ufficio del primo cittadino. Anzi si fanno passerelle insieme al prefetto, emanazione diretta del governo ricordiamo, in via Balbo e in Vanchiglia. Si smonta una casetta di legno che il comitato di quartiere usa per le proprie iniziative ora che uno dei pochi posti disponibili è chiuso e militarizzato. Questo su ordine della Prefettura, nonostante le procedure burocratiche comunali in corso, mandando i vigili nottetempo a fare il lavoro sporco. Quale sia l’utilità politica del Pd di inseguire la destra cittadina e di governo in queste “avventure” ci rimane oscuro. Da parte nostra diciamo che l’unica sicurezza è quella che si può costruire lottando insieme e dal basso, per una città diversa e che non sia al servizio della finanza e dei banchieri, o di padroni e padroncini che vorrebbero trasformare Torino in una grande fabbrica di armi». Beh, l’appello è piuttosto chiaro no? Gli amici del Pd devono mollare le politiche securitarie e ricominciare a favorire il centro sociale, opponendosi alla volontà del governo fascista. Intendiamoci: il pizzino non stupisce. Gli attivisti rossi fanno così da tempo: stanno buoni se il Comune li appoggia, cercano di intimidire se vengono trascurati.
Anche Askatasuna ovviamente ha fatto promozione per la contromanifestazione liberticida di Roma. E anche il Pd ha fornito qualche appoggio, chiedendo a gran voce che il corteo per la remigrazione fosse cancellato. Come vedete, estremisti e sinistra istituzionale vogliono sembrare distanti, ma usano metodi diversi per ottenere obiettivi spesso analoghi. Facciano pure. Ma se evitassero di frignare per il presunto estremismo altrui apparirebbero meno ridicoli.
In piazza anche la Manifestazione per la vita
Oggi si tiene a Roma la sedicesima edizione della Manifestazione nazionale per la vita, la cui importanza storica, etica e politica diviene lampante se la inseriamo nel contesto di crisi della natalità e della famiglia, in cui siamo immersi ormai da decenni. Secondo statistiche Istat già note, nel 2025 le nascite in Italia sono scese a 355.000, 3,9% in meno rispetto all’anno precedente, raggiungendo il «minimo storico», mentre solo nel 2023 i neonati erano quasi 380.000. Nel 2026 si prevede un nuovo calo. È innegabile che quel complesso di idee e tendenze che Giovanni Paolo II fulminò come «cultura della morte» (Evangelium vitae, 12), gioca un ruolo formidabile nel relativizzare la dignità, il valore e la sacralità di ogni vita umana, che sia all’inizio o alla fine dell’esistenza.
Il Pontefice polacco già 30 anni fa parlava di un «nuovo ordine mondiale» in cui certe pratiche aberranti, come l’aborto (spesso a cuore battente), il suicidio assistito e l’eutanasia, da «delitti» tendessero ad assumere il valore di «nuovi diritti» dei cittadini. Con il beneplacito dell’Ue che presenta queste ed altre prassi come «conquiste storiche» che i presunti «Stati di diritto» dovrebbero iscrivere nella propria Costituzione.
Contro tutto questo e per la promozione della vita umana «dal concepimento alla morte naturale» è nata nel 2011, a Desenzano sul Garda, la Marcia per la vita che in seguito assumerà il nome di Manifestazione nazionale per la vita e che percorrerà ancora le vie dell’Urbe. «Noi ci alziamo e marciamo per coloro che non hanno voce»: questo lo slogan della Manifestazione che ricorda in qualche modo le mille battaglie per i «diritti civili» delle minoranze, condotte da figure come il mahatma Gandhi che del resto considerava l’aborto un crimine «chiaro come la luce del sole». Ed è triste che ancora nel XXI secolo esistano delle categorie di cittadini poco visibili, in primis proprio i nascituri ma gli anche anziani soli e debilitati, che vengono di fatto esclusi dal consesso sociale, potendo legalmente essere «discriminati» da altri.
Il manifesto dei pro life fa notare che ogni «civiltà orientata al futuro e al progresso» ha a cuore «i diritti umani» il primo dei quali non può che essere «il diritto alla vita» a prescindere da qualunque altra condizione (di sviluppo, di salute, di ricchezza, di «utilità» sociale).
Il corteo partirà da piazza della Repubblica alle 14.30 e come al solito sarà pieno di bambini e di allegria perché chi marcia per la vita sa di lottare per la «tutela della maternità» e «dell’infanzia», promuovendo un futuro in cui «tutti i diritti umani» si realizzeranno all’interno di «una civiltà della verità e dell’amore» . La manifestazione si concluderà a San Giovanni, davanti alla basilica madre della cristianità, con il concerto della rock band The Sun, preceduto da varie testimonianze di personalità di spicco della galassia pro life.
Parlerà dal palco mons. Antonio Suetta, vescovo di Ventimiglia e coraggioso promotore delle «Campane per la vita» che nella sua diocesi ogni sera hanno dei rintocchi «a tema» rammentando a tutti noi che c’è un essere umano, invisibile a occhio nudo, che ha la nostra stessa dignità e vocazione: il nascituro. Poi si esprimerà la giovane attivista olandese Eva Vlaardingerbroek, che da tempo si impegna per la promozione della vita e della famiglia, soprattutto da quando, nel 2023, si è ufficialmente convertita al cattolicesimo ed è venuta a vivere in Italia. Una testimonianza toccante sarà quella di Stefano e Giovanna Mariani, genitori di Arturo Mariani, atleta paralimpico italiano, ed altresì scrittore di successo.
In faccia ai politici spagnoli - che vorrebbero iscrivere l’aborto nella Costituzione seguendo Macron - papa Leone ha dichiarato che «la difesa della vita» non è una questione di «interesse particolare né confessionale» ma è una «meta di civiltà». La vita umana infatti dev’essere riconosciuta e custodita «dal concepimento fino al suo naturale tramonto, in ogni circostanza della sua esistenza»
Ogni concepito, dicono i pro life, è «uno di noi». Ma è anche vero che tutti noi, vivi e vegeti, siamo stati a nostra volta «uno di loro». Solo nell’accoglienza della vita umana innocente e preziosa, anche per ragioni culturali e demografiche, troveremo «le risorse dell’intelligenza e del cuore» per rinnovare la società «verso mete di giustizia e di bene».
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Alberto Stasi (Ansa)
Dal 2015 Stasi era detenuto a Bollate e dal 2023 lavorava all’esterno dell’istituto penitenziario, in uno studio nel centro di Milano con mansioni amministrative e contabili terminate le quali con l’autobus si rimetteva sulla via del penitenziario. Negli ultimi mesi i giornalisti lo attendevano all’inizio o alla fine del lavoro nella speranza di strappare qualche commento dopo la riapertura delle indagini da parte della procura di Pavia a carico di Andrea Sempio, ma lui nulla, nessuna parola sui fatti giudiziari; solo parole di massima educazione nei confronti di chi si presentava col taccuino aperto o le telecamere accese. Del resto l’unica volta che si era sbilanciato concedendo un’intervista la Procura generale milanese chiese di annullare la semilibertà nell’aprile 2025; per fortuna la Cassazione confermò la scelta. Nell’udienza di ieri, cui ha partecipato anche Stasi, la Procura generale ha messo in luce come nel comportamento corretto ci siano anche l’accettazione della condanna da parte dell’ex bocconiano (accettazione che ovviamente non preclude la convinzione di proclamarsi innocente) e il risarcimento dei familiari di Chiara Poggi.
Stasi potrà continuare a lavorare dove già lavora e alle mansioni di ufficio affiancherà anche un percorso di volontariato. Nel provvedimento, che sarà depositato entro cinque giorni, il Tribunale indicherà le prescrizioni, come l’orario di rientro a casa, il fatto che non potrà lasciare l’Italia, e forse anche non dovrà rilasciare interviste e dichiarazioni perché tecnicamente non è ancora un uomo libero, una condizione che conoscerà - stando alla data di fine pena - nel 2028.
In questi mesi lo abbiamo conosciuto una seconda volta così, dopo che nel 2016 il tribunale dei giudici - e pure quello del popolo - cercava un colpevole, e forse lo voleva trovare anche senza che ve ne fosse l’assoluta certezza. Con la riapertura delle indagini il caso Garlasco ha riposizionato tutti gli attori, ne ha scombussolato le caselle e su quel ragazzo che da dieci anni e sei mesi si ritrova in carcere con l’accusa di essere il colpevole dell’omicidio di Chiara Poggi, gli occhi di molti italiani hanno mutato il punto di visto, il giudizio, l’impressione. Ecco perché la decisione del Tribunale di sorveglianza di accogliere la richiesta di affidamento in prova ci procura un brivido di compassione suppletiva, un moto di compiacimento, una «pacca sulla spalla» data a questo ragazzo invecchiato in gattabuia senza la certezza «al di là di ogni ragionevole dubbio» che fosse stato lui a uccidere Chiara.
Il fatto che non debba più tornare in carcere la sera e che possa riprendere le misure di una dimensione domestica senza sbarre, senza orari, senza quei rumori di fondo che per dieci anni e passa sono entrati nell’orecchio come acufene, merita un sorriso di compiacimento. Il nostro - da tempo riteniamo ingiusta quella condanna e quindi quella detenzione - di sicuro; ma anche chi non lo crede del tutto innocente non può che rallegrarsi per questa scelta che riallinea i principi del processo penale: non si condanna se la verità resta appiccicata ai dubbi, se la verità processuale non si smarca dalla leggerezza degli indizi. Perché il paradosso di questa lunga, tormentata vicenda dell’omicidio di Chiara Poggi è proprio questo: chi ha ucciso la ragazza? Chi non ha saputo leggere la scena del crimine? Chi non ha saputo in questi anni togliere la patina ai dubbi affermando una solida verità processuale?
Se ci rallegriamo perché Stasi non dovrà più tornare in cella dopo l’affidamento in prova ai servizi sociali, restiamo impauriti perché si possano fare dieci anni e sei mesi in galera quando - come stiamo vedendo - ci sono diversi scenari investigativi e quindi processuali possibili. È per questa scena del crimine «aperta» che ci viene da incoraggiare quel ragazzo dagli occhi di ghiaccio, diventato grande in un altro modo.
L’affidamento in prova non fa da preludio all’eventuale revisione del suo processo, sia chiaro, ma per l’opinione pubblica è intanto un alleggerimento della sua posizione personale, e poi è la speranza di arrivare a questa benedetta verità processuale «al di là di ogni ragionevole dubbio». Dicono che Stasi non tornerà a vivere a Garlasco, dicono che resterà a Milano in una casa dove vuole respirare aria nuova. E per questo potrebbe lasciare persino gli abiti ai compagni di cella. Alberto proverà a riprendersi la vita (e come messa in prova potrebbe bastare).
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Nel riquadro Guido Oppido, il cardiochirurgo che operò, e secondo l’accusa condannò il piccolo Domenico Caliendo, bambino di due anni morto il 21 febbraio scorso in seguito a un intervento di trapianto di cuore (Ansa)
La premessa vi potrà apparire superflua, perché tutti o quasi sanno che l’iter giuridico per accertare responsabilità penali o civili di chiunque prevede tre gradi di giudizio. Tuttavia, credo che il preambolo sia indispensabile per chiarire quanto mi appresto a scrivere. Non conosco Guido Oppido, il cardiochirurgo che operò, e secondo l’accusa condannò il piccolo Domenico Caliendo, bambino di due anni morto il 21 febbraio scorso in seguito a un intervento di trapianto di cuore. Le cronache fino a sei mesi fa dipingevano Oppido come un brillante professionista, un medico capace che operava al Monaldi di Napoli, specializzato negli interventi sui bambini.
Ma il curriculum che lo accredita come un cardiochirurgo di grande esperienza, e che ancora si ritrova online, non fa cenno a Domenico Caliendo. Si parla del corso di studi seguito dal «luminare», delle responsabilità che ha ricoperto e pure delle numerose pubblicazioni alla cui stesura ha partecipato. Nessun cenno però al decesso di Domenico, né alcun riferimento al procedimento in corso nei suoi confronti. Ovviamente io non penso che Oppido dovrebbe trascrivere la morte di Domenico nel suo biglietto da visita. Tuttavia, vista l’accusa che gli è stata mossa dalla Procura di Napoli e i numerosi dubbi che sono emersi sul suo operato, forse evidenziare di più la tragica storia di Domenico sarebbe stato se non obbligatorio, almeno necessario.
Già, perché la giustizia come è noto fa il suo lento corso e ad accertare la verità sulla morte del bambino di Napoli potrebbe impiegare diversi anni. Nel frattempo, Oppido che fa? Il suo mestiere, ovvero il cardiochirurgo. Dopo il decesso di Domenico è stato sospeso dall’ospedale campano e ora il gip, su richiesta della Procura, lo ha interdetto dalla professione medica per un anno. Ma può bastare un anno? In 12 mesi i giudici non faranno nemmeno in tempo a emettere la sentenza di primo grado e dopo che accadrà? Oppido potrà tornare a esercitare. Forse lui stesso si asterrà dagli interventi chirurgici, in attesa che la magistratura faccia il suo corso. Ma se non lo facesse? Se tornasse alla professione medica? Capisco che non si può «condannare» una persona prima che lo facciano i tribunali. E comprendo che Oppido ha, come chiunque, bisogno di lavorare. Ma impedirgli di fare il medico per 12 mesi può bastare? Il legale dei genitori di Domenico si dice fiducioso, perché il giudice ha applicato nei confronti del chirurgo il massimo dell’interdizione previsto dal codice. Ma un anno non è certo sufficiente, soprattutto se le accuse nei confronti del chirurgo saranno confermate. Nell’ordinanza di 70 pagine con cui dispone la misura cautelare della sospensione dell’attività, il gip non parla più di comportamento colposo, ossia di errori commessi dal cardiochirurgo e dalla sua equipe, ma introduce il comportamento doloso, definendo Oppido «un prevaricatore».
Tutti quanti abbiamo letto le cronache di questi mesi. Non solo il cuore del piccolo Domenico espiantato prima ancora che arrivasse quello da trapiantare. Il muscolo cardiaco bruciato dal ghiaccio secco portato in sala operatoria all’ultimo momento, quando il bambino era già tenuto in vita dalle macchine. E poi i tentativi per mascherare la sequela di errori, nascondendo la verità ai genitori. Sì, tutti abbiamo partecipato al dolore di quella famiglia e insieme ci siamo indignati per i tentativi di nascondere gli errori e la verità.
Dunque, oggi ci domandiamo se un anno di interdizione sia sufficiente. La nostra non è una richiesta di anticipo di pena: i processi faranno il loro corso e vedremo dove approderanno, ma nel frattempo Oppido non può tornare in servizio e nemmeno esercitare la professione. Se è vera la metà delle accuse che gli vengono mosse la sospensione non può essere così breve. Può darsi che la legge non preveda di più, ma di fronte a un medico che oltre ad aver sbagliato per settimane avrebbe mentito ai genitori, l’allontanamento da ospedali e studi medici deve durare fino a quando una sentenza definitiva non abbia chiarito le responsabilità. Rimetterlo in corsia, anche senza consentirgli di operare, sarebbe troppo anche per un garantista.
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