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2020-04-25
Usa contro la Cina: «Sapeva già a novembre»
Mike Pompeo (Ansa)
Gli Stati Uniti sono tornati ad accusare la Cina sulla gestione della crisi epidemica. Nel corso di un'intervista radiofonica svoltasi giovedì sera, il segretario di Stato americano, Mike Pompeo, ha rivolto parole particolarmente dure all'indirizzo della Repubblica Popolare: «I primi casi di coronavirus erano noti al governo cinese forse già a novembre, sicuramente a metà dicembre, e si sono presi del tempo per riferirlo al resto del mondo, compresa l'Organizzazione mondiale della sanità». Pompeo ha inoltre affermato che gli States stanno ancora attendendo dalla Cina il campione originale del virus rilevato nella città di Wuhan (epicentro della pandemia). «La questione della trasparenza», ha chiosato il segretario di Stato, «è importante non solo come questione storica per capire che cosa è accaduto a novembre, dicembre e gennaio, ma è importante anche oggi. Abbiamo bisogno di trasparenza». Nonostante ieri il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Geng Shuang, abbia parlato di «osservazioni infondate», non è la prima volta che si ipotizza che il Covid-19 possa essere in circolazione già dal mese di novembre. Lo scorso 13 marzo, il South China Morning Post, testata giornalistica di Hong Kong, riportò che - in base ai dati del governo cinese - il primo caso d'infezione potesse risalire al 17 novembre: si sarebbe trattato, in particolare, di un cinquantacinquenne della provincia dello Hubei.
Già nei giorni scorsi Pompeo aveva adottato la linea dura nei confronti di Pechino. Non solo aveva accusato il Partito comunista cinese di aver tardato nel trasmettere le proprie informazioni all'Oms, ma aveva anche chiesto che la Repubblica Popolare accogliesse degli ispettori internazionali nei propri laboratori che conducono studi sui coronavirus (a partire dal Wuhan Institute of Virology). Una richiesta che, nelle scorse ore, il governo cinese ha seccamente respinto. Al momento la Casa Bianca sembrerebbe convinta della tesi secondo cui il Covid-19 sarebbe accidentalmente fuoriuscito da un laboratorio di Wuhan che effettuava esperimenti sui coronavirus tratti dai pipistrelli. Una tesi che, in sé stessa, non cozzerebbe con l'assunto - condiviso da gran parte della comunità scientifica - secondo cui il virus avrebbe origine animale e non sintetica. Quel che è certo è che Washington nutre sempre maggior sospetto verso la spiegazione «tradizionale», ovvero quella che vuole che l'infezione abbia avuto origini naturali e accidentali nel mercato del pesce di Wuhan. È pur vero che una parte della comunità scientifica è scettica sullo scenario della fuga del patogeno da un laboratorio, però, al momento, confutazioni irrefutabili di questa teoria non si riscontrano. Basti pensare che, giovedì scorso, il sito giornalistico americano Vox ha interpellato cinque scienziati che, pur fortemente dubbiosi sull'ipotesi della fuoriuscita dal laboratorio, non hanno potuto tuttavia escluderla in modo definitivo. Alla luce di ciò, è allora forse un po' troppo semplicistico ritenere - come fa una certa vulgata - che questa teoria sia soltanto uno strumento usato da Donald Trump per sviare l'attenzione mediatica dalle proprie difficoltà in politica interna.
Resta poi il nodo del controllo politico che la Cina esercita sulle proprie strutture scientifiche.
Come detto, Pompeo ha dichiarato che Washington è ancora in attesa del campione originale di virus da Pechino. Ma la questione è, se possibile, ancora più articolata: a fine febbraio, il South China Morning Post riportò che, il 12 gennaio, le autorità cinesi avevano ordinato la chiusura del laboratorio nello Shanghai Public Health Clinical Centre, struttura che appena il giorno prima aveva diffuso pubblicamente la sequenza del genoma del Covid-19. La chiusura venne giustificata tirando in ballo il concetto di «correzione» (termine dal sapore neppur troppo vagamente maoista) e senza fornire ulteriori chiarimenti. L'istituto aveva isolato la sequenza il 5 gennaio, informando lo stesso giorno la Commissione sanitaria nazionale. Tuttavia, vista la prolungata reticenza del governo cinese nel diffondere quei dati, l'11 gennaio il laboratorio decise alla fine di rendere pubblici i risultati della propria ricerca. Una scelta che evidentemente a Pechino deve essere piaciuta poco.
In tutto questo, Trump è stato accusato di aver esortato i cittadini americani a usare luce, calore e iniezioni di disinfettante per contrastare il morbo. Peccato che non abbia mai fatto nulla del genere. Le affermazioni di Trump sono seguite alla presentazione di uno studio, da parte del sottosegretario Bill Bryan, secondo cui il virus parrebbe indebolirsi se esposto a temperature elevate o alla luce solare. Uno studio su cui lo stesso Bryan si è mostrato cauto, così come la dottoressa Deborah Birx. Nel corso della conferenza stampa, Trump - che non è un medico - ha parlato per «ipotesi» e - pur dicendosi interessato allo studio - si è limitato a chiedere alla stessa Birx se potessero essere condotti degli studi per appurare l'eventuale efficacia della luce solare.
Intanto Pechino affama la Slovenia
La pubblic company cinese Hisense, produttrice di elettrodomestici, ha deciso ieri di avviare un pesante piano di licenziamenti presso la sua controllata slovena Gorenje, provocando un vero terremoto sul mercato del lavoro del nostro vicino orientale.
La Hisense è - insieme alla Huawei - uno dei due fiori all'occhiello del regime comunista di Pechino sul mercato internazionale. Fondata nel 1969, quando alla guida del Partito comunista c'era Mao Tze Tung, è quotata sulle borse di Shanghai e Hong Kong. Ha registrato nel 2017 un fatturato di poco superiore a 5 miliardi di dollari. Nel 2018 ha acquisito, con il favore dell'allora governo liberal socialista di Lubiana, il fiore all'occhiello dell'industria Slovena, ovvero la società di produzione d'elettrodomestici d'alta qualità Gorenje, da sempre uno dei principali datori di lavoro in Slovenia. In piena crisi da coronavirus, il management cinese ha deciso di tagliare ben 1.000 posti di lavoro - ovvero un terzo degli impiegati - a causa del forte calo degli ordini previsto nei prossimi mesi. La Slovenia ha da poche settimane un nuovo governo di centrodestra guidato dal presidente del Partito democratico, Janez Janša, che, desideroso di reimpostare la politica estera slovena - caratterizzata negli ultimi anni da un'assoluta vicinanza alla Russia di Putin e da un forte favore nei confronti della Cina di Xi Jinping - si è circondato nel proprio gabinetto di consiglieri dal piglio marcatamente nordatlantico. Lubiana guiderà il prossimo anno l'Ue e la presidenza del Consiglio sta lasciando intendere a Washington che avrebbe piacere a rinforzare la cooperazione con gli Usa all'interno del progetto dei Tre mari. Un'idea americana di cooperazione rafforzata nella regione compresa tra il Baltico, l'Adriatico ed il mar Nero, in chiave marcatamente anticinese. La tempistica dei licenziamenti della Hisense e lo scenario politico di riferimento potrebbero far pensare a un avvertimento di Pechino, nel momento in cui il mondo occidentale pare compattarsi nell'accusare il gigante asiatico di gravi responsabilità legate alla pandemia globale (ma, soprattutto, le varie capitali cercano di evitare l'instabilità sociale). L'innesco di una bomba sociale da parte di un'azienda cinese in un Paese relativamente marginale per l'economia mondiale dovrebbe far riflettere i politici occidentali sul potenziale ricattatorio del Dragone nei mesi a venire e - conseguentemente - salvaguardarsi da ulteriori pressioni del Partito comunista cinese.
A febbraio la disoccupazione in Slovenia aveva fatto registrare il 4,6%. All'inizio di questa settimana era aumentata già del 10%, con forte tendenza al rialzo. La mossa della Hisense - paragonabile, nella regione, al licenziamento di un terzo dei dipendenti Fiat negli anni d'oro a Torino - aumenterà l'instabilità politico sociale della Slovenia. Una nazione che negli ultimi anni ha praticamente perso il controllo sulla sua economia, mantenendo in casa solamente la proprietà del principale operatore telefonico e delle maggiori banche.
Il caso vuole, tuttavia, che sloveno sia anche l'attuale presidente della Uefa, Aleksander Čeferin, e che Hisense sia lo sponsor principale della federazione calcistica europea. Čeferin ha più volte negli ultimi mesi lasciato intendere nelle sue interviste che potrebbe essere intenzionato, finita l'esperienza Uefa, a cimentarsi nella politica nazionale. Qualora egli intendesse cogliere l'opportunità - e trovasse il modo di calmierare i licenziamenti previsti dai cinesi - potrebbe vantare un eccellente capitale politico per ambire alla guida della Slovenia, presentandosi come il nuovo campione del centrosinistra. Preoccupato di tale eventualità, l'attuale premier Janša lo ha già accusato d'essere il principale responsabile dell'infestazione da coronavirus scatenatasi tra Italia e Spagna, avendo egli stesso autorizzato la partita di Champions League fra Atalanta e Valencia dello scorso 19 febbraio. Nella regione dell'Europa centrale, caratterizzata dalla numerosa presenza di stati relativamente piccoli, nei prossimi mesi i cinesi sperano di trovare un ventre molle sul quale poter far pressione, per evitare che le elite del Vecchio Continente possano assumere atteggiamenti eccessivamente negativi nei confronti del regime. Le varie azioni di diplomazia umanitaria nei Balcani, complice l'assenza dell'Ue, hanno dato dei buoni ritorni di immagine. Ora Pechino pare essere alla disperata ricerca di una leva economica credibile.
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Il segretario di Stato, Mike Pompeo, ribadisce i dubbi sulla trasparenza del regime: «La malattia era nota, ma non hanno informato l'Oms né il resto del pianeta». Il Dragone smentisce, tuttavia continua a non condividere i campioni originali dell'agente patogeno.Intanto Pechino affama la Slovenia. La multinazionale Hisense reagisce alla crisi con licenziamenti a raffica in una ditta controllata nell'Est europeo: una ritorsione contro il premier che dialoga con gli States.Lo speciale comprende due articoli. Gli Stati Uniti sono tornati ad accusare la Cina sulla gestione della crisi epidemica. Nel corso di un'intervista radiofonica svoltasi giovedì sera, il segretario di Stato americano, Mike Pompeo, ha rivolto parole particolarmente dure all'indirizzo della Repubblica Popolare: «I primi casi di coronavirus erano noti al governo cinese forse già a novembre, sicuramente a metà dicembre, e si sono presi del tempo per riferirlo al resto del mondo, compresa l'Organizzazione mondiale della sanità». Pompeo ha inoltre affermato che gli States stanno ancora attendendo dalla Cina il campione originale del virus rilevato nella città di Wuhan (epicentro della pandemia). «La questione della trasparenza», ha chiosato il segretario di Stato, «è importante non solo come questione storica per capire che cosa è accaduto a novembre, dicembre e gennaio, ma è importante anche oggi. Abbiamo bisogno di trasparenza». Nonostante ieri il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Geng Shuang, abbia parlato di «osservazioni infondate», non è la prima volta che si ipotizza che il Covid-19 possa essere in circolazione già dal mese di novembre. Lo scorso 13 marzo, il South China Morning Post, testata giornalistica di Hong Kong, riportò che - in base ai dati del governo cinese - il primo caso d'infezione potesse risalire al 17 novembre: si sarebbe trattato, in particolare, di un cinquantacinquenne della provincia dello Hubei.Già nei giorni scorsi Pompeo aveva adottato la linea dura nei confronti di Pechino. Non solo aveva accusato il Partito comunista cinese di aver tardato nel trasmettere le proprie informazioni all'Oms, ma aveva anche chiesto che la Repubblica Popolare accogliesse degli ispettori internazionali nei propri laboratori che conducono studi sui coronavirus (a partire dal Wuhan Institute of Virology). Una richiesta che, nelle scorse ore, il governo cinese ha seccamente respinto. Al momento la Casa Bianca sembrerebbe convinta della tesi secondo cui il Covid-19 sarebbe accidentalmente fuoriuscito da un laboratorio di Wuhan che effettuava esperimenti sui coronavirus tratti dai pipistrelli. Una tesi che, in sé stessa, non cozzerebbe con l'assunto - condiviso da gran parte della comunità scientifica - secondo cui il virus avrebbe origine animale e non sintetica. Quel che è certo è che Washington nutre sempre maggior sospetto verso la spiegazione «tradizionale», ovvero quella che vuole che l'infezione abbia avuto origini naturali e accidentali nel mercato del pesce di Wuhan. È pur vero che una parte della comunità scientifica è scettica sullo scenario della fuga del patogeno da un laboratorio, però, al momento, confutazioni irrefutabili di questa teoria non si riscontrano. Basti pensare che, giovedì scorso, il sito giornalistico americano Vox ha interpellato cinque scienziati che, pur fortemente dubbiosi sull'ipotesi della fuoriuscita dal laboratorio, non hanno potuto tuttavia escluderla in modo definitivo. Alla luce di ciò, è allora forse un po' troppo semplicistico ritenere - come fa una certa vulgata - che questa teoria sia soltanto uno strumento usato da Donald Trump per sviare l'attenzione mediatica dalle proprie difficoltà in politica interna. Resta poi il nodo del controllo politico che la Cina esercita sulle proprie strutture scientifiche. Come detto, Pompeo ha dichiarato che Washington è ancora in attesa del campione originale di virus da Pechino. Ma la questione è, se possibile, ancora più articolata: a fine febbraio, il South China Morning Post riportò che, il 12 gennaio, le autorità cinesi avevano ordinato la chiusura del laboratorio nello Shanghai Public Health Clinical Centre, struttura che appena il giorno prima aveva diffuso pubblicamente la sequenza del genoma del Covid-19. La chiusura venne giustificata tirando in ballo il concetto di «correzione» (termine dal sapore neppur troppo vagamente maoista) e senza fornire ulteriori chiarimenti. L'istituto aveva isolato la sequenza il 5 gennaio, informando lo stesso giorno la Commissione sanitaria nazionale. Tuttavia, vista la prolungata reticenza del governo cinese nel diffondere quei dati, l'11 gennaio il laboratorio decise alla fine di rendere pubblici i risultati della propria ricerca. Una scelta che evidentemente a Pechino deve essere piaciuta poco. In tutto questo, Trump è stato accusato di aver esortato i cittadini americani a usare luce, calore e iniezioni di disinfettante per contrastare il morbo. Peccato che non abbia mai fatto nulla del genere. Le affermazioni di Trump sono seguite alla presentazione di uno studio, da parte del sottosegretario Bill Bryan, secondo cui il virus parrebbe indebolirsi se esposto a temperature elevate o alla luce solare. Uno studio su cui lo stesso Bryan si è mostrato cauto, così come la dottoressa Deborah Birx. Nel corso della conferenza stampa, Trump - che non è un medico - ha parlato per «ipotesi» e - pur dicendosi interessato allo studio - si è limitato a chiedere alla stessa Birx se potessero essere condotti degli studi per appurare l'eventuale efficacia della luce solare. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/usa-contro-la-cina-sapeva-gia-a-novembre-2645826169.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="intanto-pechino-affama-la-slovenia" data-post-id="2645826169" data-published-at="1587757550" data-use-pagination="False"> Intanto Pechino affama la Slovenia La pubblic company cinese Hisense, produttrice di elettrodomestici, ha deciso ieri di avviare un pesante piano di licenziamenti presso la sua controllata slovena Gorenje, provocando un vero terremoto sul mercato del lavoro del nostro vicino orientale. La Hisense è - insieme alla Huawei - uno dei due fiori all'occhiello del regime comunista di Pechino sul mercato internazionale. Fondata nel 1969, quando alla guida del Partito comunista c'era Mao Tze Tung, è quotata sulle borse di Shanghai e Hong Kong. Ha registrato nel 2017 un fatturato di poco superiore a 5 miliardi di dollari. Nel 2018 ha acquisito, con il favore dell'allora governo liberal socialista di Lubiana, il fiore all'occhiello dell'industria Slovena, ovvero la società di produzione d'elettrodomestici d'alta qualità Gorenje, da sempre uno dei principali datori di lavoro in Slovenia. In piena crisi da coronavirus, il management cinese ha deciso di tagliare ben 1.000 posti di lavoro - ovvero un terzo degli impiegati - a causa del forte calo degli ordini previsto nei prossimi mesi. La Slovenia ha da poche settimane un nuovo governo di centrodestra guidato dal presidente del Partito democratico, Janez Janša, che, desideroso di reimpostare la politica estera slovena - caratterizzata negli ultimi anni da un'assoluta vicinanza alla Russia di Putin e da un forte favore nei confronti della Cina di Xi Jinping - si è circondato nel proprio gabinetto di consiglieri dal piglio marcatamente nordatlantico. Lubiana guiderà il prossimo anno l'Ue e la presidenza del Consiglio sta lasciando intendere a Washington che avrebbe piacere a rinforzare la cooperazione con gli Usa all'interno del progetto dei Tre mari. Un'idea americana di cooperazione rafforzata nella regione compresa tra il Baltico, l'Adriatico ed il mar Nero, in chiave marcatamente anticinese. La tempistica dei licenziamenti della Hisense e lo scenario politico di riferimento potrebbero far pensare a un avvertimento di Pechino, nel momento in cui il mondo occidentale pare compattarsi nell'accusare il gigante asiatico di gravi responsabilità legate alla pandemia globale (ma, soprattutto, le varie capitali cercano di evitare l'instabilità sociale). L'innesco di una bomba sociale da parte di un'azienda cinese in un Paese relativamente marginale per l'economia mondiale dovrebbe far riflettere i politici occidentali sul potenziale ricattatorio del Dragone nei mesi a venire e - conseguentemente - salvaguardarsi da ulteriori pressioni del Partito comunista cinese. A febbraio la disoccupazione in Slovenia aveva fatto registrare il 4,6%. All'inizio di questa settimana era aumentata già del 10%, con forte tendenza al rialzo. La mossa della Hisense - paragonabile, nella regione, al licenziamento di un terzo dei dipendenti Fiat negli anni d'oro a Torino - aumenterà l'instabilità politico sociale della Slovenia. Una nazione che negli ultimi anni ha praticamente perso il controllo sulla sua economia, mantenendo in casa solamente la proprietà del principale operatore telefonico e delle maggiori banche. Il caso vuole, tuttavia, che sloveno sia anche l'attuale presidente della Uefa, Aleksander Čeferin, e che Hisense sia lo sponsor principale della federazione calcistica europea. Čeferin ha più volte negli ultimi mesi lasciato intendere nelle sue interviste che potrebbe essere intenzionato, finita l'esperienza Uefa, a cimentarsi nella politica nazionale. Qualora egli intendesse cogliere l'opportunità - e trovasse il modo di calmierare i licenziamenti previsti dai cinesi - potrebbe vantare un eccellente capitale politico per ambire alla guida della Slovenia, presentandosi come il nuovo campione del centrosinistra. Preoccupato di tale eventualità, l'attuale premier Janša lo ha già accusato d'essere il principale responsabile dell'infestazione da coronavirus scatenatasi tra Italia e Spagna, avendo egli stesso autorizzato la partita di Champions League fra Atalanta e Valencia dello scorso 19 febbraio. Nella regione dell'Europa centrale, caratterizzata dalla numerosa presenza di stati relativamente piccoli, nei prossimi mesi i cinesi sperano di trovare un ventre molle sul quale poter far pressione, per evitare che le elite del Vecchio Continente possano assumere atteggiamenti eccessivamente negativi nei confronti del regime. Le varie azioni di diplomazia umanitaria nei Balcani, complice l'assenza dell'Ue, hanno dato dei buoni ritorni di immagine. Ora Pechino pare essere alla disperata ricerca di una leva economica credibile.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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