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2024-05-03
I pro Gaza chiedevano cibo vegano. Invece nei campus arriva la polizia
L'intervento della polizia alla UCLA di Los Angeles (Getty Images)
Alla fine, la polizia s’è incazzata. Martedì notte, gli agenti in tenuta antisommossa hanno fatto irruzione al City College e alla Columbia University di New York, arrestando oltre 300 manifestanti pro Gaza e smantellando i loro accampamenti. Li aveva sollecitati la preside stessa dell’ateneo, Minouche Shafik, che ha pretesto un presidio di uomini in divisa fino al prossimo 17 maggio, così da consentire il regolare svolgimento della cerimonia di laurea di oltre 15.000 iscritti. Per il blitz gongola Donald Trump, che lo definisce «bello da vedere». Invece gli accasermati accusano le forze dell’ordine di brutalità, mentre l’associazione dei professori, ormai in rotta con la direttrice, sostiene che la presenza in università dei poliziotti debba essere considerata una minaccia per l’incolumità dei ragazzi. È un caso esemplare di «mondo al contrario»: quelli pericolosi sono i tutori della legge, mica i sediziosi con i volti coperti.
Ieri è toccato alla Ucla di Los Angeles essere sgomberata. Dopo una prima incursione notturna, le forze di sicurezza avevano fatto retromarcia, in mattinata, senza grossi incidenti, per poi perimetrare la tendopoli dei filopalestinesi. I quali, comunque, promettevano: «Non ce ne andremo». Una pervicacia che ha avuto il suo prezzo: la polizia ha abbattuto le barricate, ha rimosso cancelli e travi di legno e ha proceduto a una maxi retata di arresti. Secondo la Cnn, per raggiungere la Royce Hall e l’accampamento, alcuni poliziotti avrebbero anche sparato proiettili di gomma.
Eppure, pare proprio che gli attivisti si aspettassero un trattamento di riguardo. È a pane e pacche sulle spalle che sono stati cresciuti i rampolli: convinti della rettitudine della loro coscienza civile, abituati a giocare all’insurrezione, purché accuditi dagli adulti. Così, dall’ultimatum all’ateneo della Grande Mela - non sostenere Israele, rendere trasparenti eventuali finanziamenti ricevuti da Gerusalemme e annullare le sanzioni disciplinari a carico dei giovani pro Palestina - siamo arrivati, in un batter d’occhio, al negoziato per ottenere il vitto.
Circola il video di una sorta di conferenza stampa improvvisata da una delle leader della protesta newyorkese. Una ragazza secondo la quale i vertici dell’università avrebbero avuto «l’obbligo di fornire cibo agli studenti», per il semplice fatto che tutti loro pagano la cospicua retta. Già. In teoria, la pagano per studiare e laurearsi, non per occupare illegalmente. «Volete che gli studenti muoiano di fame e di sete?», ha piagnucolato l’agit-prop. «È da matti doverlo dire, perché siamo in un campus della Ivy League, ma quello che stiamo chiedendo è un aiuto umanitario essenziale». Capito qual è la logica? Stanno nei college d’élite, quindi la rivolta a cinque stelle è inclusa nel prezzo. Li ha inquadrati bene uno dei giornalisti che assistevano al grottesco comizietto: «Sembra che stiate dicendo: “Vogliamo essere rivoluzionari, vogliamo conquistare questo edificio, adesso per favore portateci da mangiare”». Tra l’altro, a essere pignoli, va sottolienato che la mensa della Columbia è rimasta aperta… Chissà, magari il problema è che nella carta del ristorante non erano previste primizie ecosostenibili.
Sono quelle che hanno invocato - stando a un documento diffuso da Fox news - i prodi antisionisti nella capitale californiana. Oltre all’armamentario da guerriglieri (caschi, maschere antigas, ginocchiere), hanno sollecitato i «donatori» a spedire una selezione di delizie «vegane» e «senza glutine». «No cibo impacchettato», «no caffè», «no bagel», «no banane», «no noccioline». Chi sborsa? Costoro saranno trasparenti nel comunicare la provenienza dei fondi?
Ci sarebbe da ridere a crepapelle, se non ci trovassimo di fronte alla bancarotta morale di quelle che dovrebbero diventare le nostre classi dirigenti. Dentro quei movimenti ci sono, certo, gli immigrati di seconda generazione, ma anche tanti figli dei Wasp, persuasi di dover lavare nella ribellione alla propria civiltà l’onta di essere bianchi «privilegiati». I focolai si sono accesi ovunque: negli Stati Uniti come in Francia, alla Sorbona, a SciencesPo, a Pisa, alla Sapienza, persino a Tokyo. Suona ormai fuori tempo massimo la tirata d’orecchi del presidente dem, Joe Biden: «Il diritto alla protesta non significa diritto al caos». Il paradosso del progressismo occidentale è che ha allevato con dedizione i suoi stessi odiatori. E adesso si vede sbeffeggiato dalla surreale profferta iraniana: il numero uno dell’Università di Shiraz ha dichiarato che sarà lieto di accogliere studenti e docenti americani ed europei che dovessero essere espulsi dalle loro istituzioni di appartenenza, per via del sostegno alla causa di Hamas.
Era quasi destino che, dell’iconografia delle proteste, rimanessero gli scatti degli attivisti con le mascherine anti Covid. Il simbolo dell’unica sistematica violazione dei diritti individuali perpetrata nel nostro mondo libero dalla fine dei fascismi. Un’oppressione sulla quale, guarda un po’, i paladini degli oppressi non hanno fatto un fiato.
Hamas boccia l’intesa sugli ostaggi
L’influenza mediorientale dell’amministrazione Biden è sempre più debole. L’altro ieri, Tony Blinken ha infatti rimediato tre schiaffi: uno da Benjamin Netanyahu, un altro da Abu Mazen e un altro ancora da Hamas.
Innanzitutto il premier israeliano ha respinto la richiesta del segretario di Stato americano di annullare l’operazione contro Rafah nel caso l’accordo sugli ostaggi con Hamas fosse stato concluso. Tutto questo, mentre ieri sera il gabinetto di guerra israeliano è tornato a riunirsi. Inoltre, sempre mercoledì, il quotidiano palestinese Al-Quds ha riferito che il leader dell’Anp, Abu Mazen, si sarebbe rifiutato di incontrare il capo del Dipartimento di Stato Usa «per protestare contro l’uso da parte dell’amministrazione americana del suo potere di veto contro la richiesta della Palestina di diventare membro a pieno titolo delle Nazioni Unite, presentata il 18 del mese scorso al Consiglio di Sicurezza dell’Onu». Si tratta di un nodo significativo, soprattutto alla luce del fatto che il Dipartimento di Stato americano parrebbe intenzionato, nel post Hamas, a favorire l’istituzione di un governo dell’Anp nella Striscia di Gaza.
A peggiorare le cose per l’amministrazione Biden ci si è messa proprio Hamas, che, oltre a elogiare la Colombia per aver rotto le relazioni con Israele, ha de facto respinto la proposta di accordo sugli ostaggi, su cui la Casa Bianca aveva scommesso moltissimo, esercitando pressioni sulla stessa Hamas affinché la accettasse. «La nostra posizione sull’attuale documento negoziale è negativa», ha detto mercoledì sera un funzionario di Hamas, Osama Hamdan. Certo, l’organizzazione terroristica ha fatto sapere ieri che il suo leader ha avuto una telefonata col premier qatariota e di voler inviare «il prima possibile» una propria delegazione in Egitto per ulteriori colloqui sul cessate il fuoco. Tuttavia, almeno per ora, si è ben guardata dall’accettare la proposta di intesa.
E qui emerge un altro nodo. Secondo il Guardian, l’assenza di un accordo sul cessate il fuoco e l’intenzione espressa da Netanyahu di procedere contro Rafah starebbero portando i sauditi a rivedere al ribasso l’accordo sulla sicurezza in via di definizione con Washington. In altre parole, Riad sarebbe disposta ad accettare un’intesa bilaterale con gli Usa, che però non includerebbe la storica normalizzazione dei suoi rapporti con Gerusalemme: esattamente il successo diplomatico di cui Biden avrebbe bisogno sia per stabilizzare il Medio Oriente sia per rafforzarsi sul piano elettorale.
Il nodo risiede nell’atteggiamento contraddittorio del presidente americano che, da una parte, approva nuovi aiuti militari a Israele e che, dall’altra, fa sì che il suo Dipartimento di Stato accusi alcune unità dell’Idf di violazione dei diritti umani per fatti avvenuti prima del 7 ottobre. Senza poi trascurare che Biden continua a mantenere una linea blanda verso Teheran: un elemento, questo, che non rassicura né gli israeliani né i sauditi. Proprio l’Iran ha appena imposto delle sanzioni ad alcune aziende americane, come Lockheed Martin. D’altronde, l’irresolutezza del presidente è dovuta anche al fatto che alcuni settori dell’estrema sinistra dem stanno conducendo manifestazioni filopalestinesi aggressive nei college: manifestazioni che ieri Biden ha criticato, pur specificando di non voler schierare la Guardia nazionale per mantenere l’ordine pubblico.
Nel frattempo, sempre ieri il re di Giordania Abdallah II è stato ricevuto a Palazzo Chigi da Giorgia Meloni: oltre che del rafforzamento delle relazioni bilaterali, i due leader hanno discusso di assistenza umanitaria a Gaza e invocato una de-escalation nella regione mediorientale. Il sovrano hashemita ha avuto incontri anche con il capo dello Stato, Sergio Mattarella al Quirinale e con papa Francesco in Vaticano.
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Sgomberate Columbia e Ucla. Persino Biden scarica i filopalestinesi, che pretendevano pure il vitto «green». Ora è l’Iran a corteggiarli: «Venite a studiare da noi». E Trump gongola: «I blitz degli agenti? Belli da vedere».Blinken rimedia sberle dai miliziani, da Abu Mazen e da Israele, che insiste col piano per l’invasione di terra a Rafah. Il re giordano incontra Meloni, Mattarella e il Papa.Lo speciale contiene due articoli.Alla fine, la polizia s’è incazzata. Martedì notte, gli agenti in tenuta antisommossa hanno fatto irruzione al City College e alla Columbia University di New York, arrestando oltre 300 manifestanti pro Gaza e smantellando i loro accampamenti. Li aveva sollecitati la preside stessa dell’ateneo, Minouche Shafik, che ha pretesto un presidio di uomini in divisa fino al prossimo 17 maggio, così da consentire il regolare svolgimento della cerimonia di laurea di oltre 15.000 iscritti. Per il blitz gongola Donald Trump, che lo definisce «bello da vedere». Invece gli accasermati accusano le forze dell’ordine di brutalità, mentre l’associazione dei professori, ormai in rotta con la direttrice, sostiene che la presenza in università dei poliziotti debba essere considerata una minaccia per l’incolumità dei ragazzi. È un caso esemplare di «mondo al contrario»: quelli pericolosi sono i tutori della legge, mica i sediziosi con i volti coperti.Ieri è toccato alla Ucla di Los Angeles essere sgomberata. Dopo una prima incursione notturna, le forze di sicurezza avevano fatto retromarcia, in mattinata, senza grossi incidenti, per poi perimetrare la tendopoli dei filopalestinesi. I quali, comunque, promettevano: «Non ce ne andremo». Una pervicacia che ha avuto il suo prezzo: la polizia ha abbattuto le barricate, ha rimosso cancelli e travi di legno e ha proceduto a una maxi retata di arresti. Secondo la Cnn, per raggiungere la Royce Hall e l’accampamento, alcuni poliziotti avrebbero anche sparato proiettili di gomma.Eppure, pare proprio che gli attivisti si aspettassero un trattamento di riguardo. È a pane e pacche sulle spalle che sono stati cresciuti i rampolli: convinti della rettitudine della loro coscienza civile, abituati a giocare all’insurrezione, purché accuditi dagli adulti. Così, dall’ultimatum all’ateneo della Grande Mela - non sostenere Israele, rendere trasparenti eventuali finanziamenti ricevuti da Gerusalemme e annullare le sanzioni disciplinari a carico dei giovani pro Palestina - siamo arrivati, in un batter d’occhio, al negoziato per ottenere il vitto. Circola il video di una sorta di conferenza stampa improvvisata da una delle leader della protesta newyorkese. Una ragazza secondo la quale i vertici dell’università avrebbero avuto «l’obbligo di fornire cibo agli studenti», per il semplice fatto che tutti loro pagano la cospicua retta. Già. In teoria, la pagano per studiare e laurearsi, non per occupare illegalmente. «Volete che gli studenti muoiano di fame e di sete?», ha piagnucolato l’agit-prop. «È da matti doverlo dire, perché siamo in un campus della Ivy League, ma quello che stiamo chiedendo è un aiuto umanitario essenziale». Capito qual è la logica? Stanno nei college d’élite, quindi la rivolta a cinque stelle è inclusa nel prezzo. Li ha inquadrati bene uno dei giornalisti che assistevano al grottesco comizietto: «Sembra che stiate dicendo: “Vogliamo essere rivoluzionari, vogliamo conquistare questo edificio, adesso per favore portateci da mangiare”». Tra l’altro, a essere pignoli, va sottolienato che la mensa della Columbia è rimasta aperta… Chissà, magari il problema è che nella carta del ristorante non erano previste primizie ecosostenibili.Sono quelle che hanno invocato - stando a un documento diffuso da Fox news - i prodi antisionisti nella capitale californiana. Oltre all’armamentario da guerriglieri (caschi, maschere antigas, ginocchiere), hanno sollecitato i «donatori» a spedire una selezione di delizie «vegane» e «senza glutine». «No cibo impacchettato», «no caffè», «no bagel», «no banane», «no noccioline». Chi sborsa? Costoro saranno trasparenti nel comunicare la provenienza dei fondi? Ci sarebbe da ridere a crepapelle, se non ci trovassimo di fronte alla bancarotta morale di quelle che dovrebbero diventare le nostre classi dirigenti. Dentro quei movimenti ci sono, certo, gli immigrati di seconda generazione, ma anche tanti figli dei Wasp, persuasi di dover lavare nella ribellione alla propria civiltà l’onta di essere bianchi «privilegiati». I focolai si sono accesi ovunque: negli Stati Uniti come in Francia, alla Sorbona, a SciencesPo, a Pisa, alla Sapienza, persino a Tokyo. Suona ormai fuori tempo massimo la tirata d’orecchi del presidente dem, Joe Biden: «Il diritto alla protesta non significa diritto al caos». Il paradosso del progressismo occidentale è che ha allevato con dedizione i suoi stessi odiatori. E adesso si vede sbeffeggiato dalla surreale profferta iraniana: il numero uno dell’Università di Shiraz ha dichiarato che sarà lieto di accogliere studenti e docenti americani ed europei che dovessero essere espulsi dalle loro istituzioni di appartenenza, per via del sostegno alla causa di Hamas. Era quasi destino che, dell’iconografia delle proteste, rimanessero gli scatti degli attivisti con le mascherine anti Covid. Il simbolo dell’unica sistematica violazione dei diritti individuali perpetrata nel nostro mondo libero dalla fine dei fascismi. Un’oppressione sulla quale, guarda un po’, i paladini degli oppressi non hanno fatto un fiato.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/universita-usa-arresti-2668134695.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="hamas-boccia-lintesa-sugli-ostaggi" data-post-id="2668134695" data-published-at="1714680115" data-use-pagination="False"> Hamas boccia l’intesa sugli ostaggi L’influenza mediorientale dell’amministrazione Biden è sempre più debole. L’altro ieri, Tony Blinken ha infatti rimediato tre schiaffi: uno da Benjamin Netanyahu, un altro da Abu Mazen e un altro ancora da Hamas. Innanzitutto il premier israeliano ha respinto la richiesta del segretario di Stato americano di annullare l’operazione contro Rafah nel caso l’accordo sugli ostaggi con Hamas fosse stato concluso. Tutto questo, mentre ieri sera il gabinetto di guerra israeliano è tornato a riunirsi. Inoltre, sempre mercoledì, il quotidiano palestinese Al-Quds ha riferito che il leader dell’Anp, Abu Mazen, si sarebbe rifiutato di incontrare il capo del Dipartimento di Stato Usa «per protestare contro l’uso da parte dell’amministrazione americana del suo potere di veto contro la richiesta della Palestina di diventare membro a pieno titolo delle Nazioni Unite, presentata il 18 del mese scorso al Consiglio di Sicurezza dell’Onu». Si tratta di un nodo significativo, soprattutto alla luce del fatto che il Dipartimento di Stato americano parrebbe intenzionato, nel post Hamas, a favorire l’istituzione di un governo dell’Anp nella Striscia di Gaza. A peggiorare le cose per l’amministrazione Biden ci si è messa proprio Hamas, che, oltre a elogiare la Colombia per aver rotto le relazioni con Israele, ha de facto respinto la proposta di accordo sugli ostaggi, su cui la Casa Bianca aveva scommesso moltissimo, esercitando pressioni sulla stessa Hamas affinché la accettasse. «La nostra posizione sull’attuale documento negoziale è negativa», ha detto mercoledì sera un funzionario di Hamas, Osama Hamdan. Certo, l’organizzazione terroristica ha fatto sapere ieri che il suo leader ha avuto una telefonata col premier qatariota e di voler inviare «il prima possibile» una propria delegazione in Egitto per ulteriori colloqui sul cessate il fuoco. Tuttavia, almeno per ora, si è ben guardata dall’accettare la proposta di intesa. E qui emerge un altro nodo. Secondo il Guardian, l’assenza di un accordo sul cessate il fuoco e l’intenzione espressa da Netanyahu di procedere contro Rafah starebbero portando i sauditi a rivedere al ribasso l’accordo sulla sicurezza in via di definizione con Washington. In altre parole, Riad sarebbe disposta ad accettare un’intesa bilaterale con gli Usa, che però non includerebbe la storica normalizzazione dei suoi rapporti con Gerusalemme: esattamente il successo diplomatico di cui Biden avrebbe bisogno sia per stabilizzare il Medio Oriente sia per rafforzarsi sul piano elettorale. Il nodo risiede nell’atteggiamento contraddittorio del presidente americano che, da una parte, approva nuovi aiuti militari a Israele e che, dall’altra, fa sì che il suo Dipartimento di Stato accusi alcune unità dell’Idf di violazione dei diritti umani per fatti avvenuti prima del 7 ottobre. Senza poi trascurare che Biden continua a mantenere una linea blanda verso Teheran: un elemento, questo, che non rassicura né gli israeliani né i sauditi. Proprio l’Iran ha appena imposto delle sanzioni ad alcune aziende americane, come Lockheed Martin. D’altronde, l’irresolutezza del presidente è dovuta anche al fatto che alcuni settori dell’estrema sinistra dem stanno conducendo manifestazioni filopalestinesi aggressive nei college: manifestazioni che ieri Biden ha criticato, pur specificando di non voler schierare la Guardia nazionale per mantenere l’ordine pubblico. Nel frattempo, sempre ieri il re di Giordania Abdallah II è stato ricevuto a Palazzo Chigi da Giorgia Meloni: oltre che del rafforzamento delle relazioni bilaterali, i due leader hanno discusso di assistenza umanitaria a Gaza e invocato una de-escalation nella regione mediorientale. Il sovrano hashemita ha avuto incontri anche con il capo dello Stato, Sergio Mattarella al Quirinale e con papa Francesco in Vaticano.
Antonio Decaro (Imagoeconomica)
La richiesta si basa, in gran parte, su una sentenza del Tar dell’Emilia-Romagna, a cui la Regione fortino del Pd - che con Michele De Pascale punta ad ergersi capofila nazionale delle politiche sanitarie autonome regionali - si è appellata per evitare di erogare, retroattivamente, gli stessi emolumenti, mai corrisposti, ai propri camici bianchi. La pretesa restituzione dei compensi, che per ogni singolo medico ammonterebbe a circa 70.000 euro, è arrivata la sera di Capodanno, lanciata via Pec alle 20.48 da qualche dirigente bontempone, ma ora rischia di trasformarsi in una valanga. I medici di base, infatti, non hanno preso bene l’idea di dover restituire decine di migliaia di euro a testa all’ente che per anni li ha erogati senza battere ciglio e, oltre ad aver dato mandato ai legali di resistere in giudizio a quello che definiscono «un vero furto», minacciano di fare «non uno, ma quattro passi indietro» nei confronti degli impegni assunti con Regione in relazione alle Case di Comunità, finanziate con 350 milioni di euro di fondi Pnrr, tra i fiori all’occhiello della campagna elettorale di Decaro. «Stiamo reagendo dal punto di vista legale sia a livello regionale che di singole Asl e abbiamo già dato mandato ai legali per impugnare la circolare e ottenerne la sospensiva immediata della direttiva regionale», spiega Antonio De Maria, segretario regionale del sindacato dei medici Fimmg. «La situazione del sistema sanitario della Puglia è già al collasso e in questo momento ci vuole coesione e grande collaborazione tra le parti. Innescare adesso un meccanismo del genere è pericolosissimo e ci auguriamo che questa richiesta, arrivata con modalità offensive dal dipartimento regionale della Sanità, non abbia l’avvallo politico. Avvisiamo già che non ci fermeremo e che a fronte di questo atto siamo pronti a rimettere completamente in discussione la nostra presenza e collaborazione al progetto delle Case di Comunità dell’intero territorio regionale». I sindacati dei medici sono uniti in questa battaglia: «Quanto avvenuto è sconcertante e si tratta di un attacco inopportuno e, a nostro parere, totalmente illegittimo. Appariamo come professionisti che hanno percepito dei soldi che non gli spettavano: è assolutamente falso. Quest’azione rappresenta l’espressione della situazione caotica che ormai da un anno viviamo nell’organizzazione della medicina territoriale a livello pugliese. Se qualcuno pensa di risanare in questo modo le finanze regionali, tagli dove si spreca», ha aggiunto Luigi Nigri, segretario regionale Puglia e vicepresidente nazionale Finp. Eppure, nonostante la posta in gioco, non sarà semplice per Decaro fare un passo indietro sulla questione. Rinunciare al prelievo dalle tasche dei dottori significherebbe, infatti, sconfessare la linea dell’Emilia-Romagna, che quegli stessi assegni, negli ultimi dieci anni, ai suoi medici non li ha mai versati e che ora rischia - a causa di un’azione legale partita da Rimini - di dover sborsare oltre 100 milioni di euro in un colpo solo. La Regione rossa, infatti, è in attesa del pronunciamento della Cassazione e, negli ambienti, si racconta che qualche settimana fa, presso la sede romana della Sisac - Struttura interregionale sanitari convenzionati, ossia il luogo in cui si costruiscono gli Accordi nazionali collettivi che stabiliscono gli emolumenti per i sanitari - si è tenuta una plenaria durante la quale, sul tema dei compensi ai medici, è stata dettata e condivisa una linea comune. Il mandato più o meno esplicito sarebbe stato quello di «evitare di pagare per non far finire nei guai chi non ha nulla in cassa». In sostanza, marciare uniti a scapito dei camici bianchi. E a quanto pare, la Puglia ha preso l’indicazione come un ordine. «Mi pare sia evidente che la sinistra in Italia abbia perso qualsiasi titolo per parlare di sanità: chiedono di aumentare le risorse che hanno tagliato durante i loro governi e stanno dimostrando di non saper neppure gestire quelle che hanno nelle Regioni che governano. La situazione che si è venuta a creare in Puglia credo sia abbastanza emblematica; tra l’altro la Puglia ha erogato questi integrativi, così Decaro si è fatto bello per le elezioni regionali ed oggi, dopo la vittoria, gli chiede indietro ai medici di base a cui magari pochi mesi fa chiedeva il voto», commenta il senatore Fdi Marco Lisei. «Un comportamento immorale, che però non lascia immune da critiche neppure la Regione Emilia-Romagna, che quegli integrativi avrebbe dovuto coprirli. Ora serve chiarezza, ma soprattutto servono tutele per i professionisti sanitari. Per questo come governo abbiamo destinato risorse dedicate per aumentare gli stipendi e tutelare chi nel corso degli anni ha tenuto in piedi il sistema sanitario mentre la sinistra lo sfasciava». Il prossimo 12 gennaio, per Decaro, sarà una data importante: il report sulla realizzazione delle Case di Comunità verrà trasmesso all’Autorità di missione Pnrr, presso il ministero della Salute, per una valutazione sullo stato di avanzamento del progetto. La promessa - nonché condizione necessaria per il raggiungimento del target e dunque per l’ottenimento dei fondi Pnrr - è che al 30 giugno 2026 la Puglia avrà 123 Case di comunità, ma la Corte dei Conti, che ha già un fascicolo aperto sui ritardi nella realizzazione delle opere, ha ricordato esplicitamente che per essere soddisfatto pienamente il target di giugno «non implica solo la realizzazione, ma la completa messa a disposizione delle strutture dotate di tutte le attrezzature necessarie al funzionamento». Medici compresi.
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La riaffermazione di tale principio si accompagna, tuttavia, nella stessa sentenza n. 204/2025, alla declaratoria di illegittimità costituzionale dell’articolo 7 della legge regionale oggetto di ricorso, che, apparentemente in linea con il suddetto principio, impegnava le aziende sanitarie locali a fornire all’aspirante suicida «il supporto tecnico e farmacologico nonché l’assistenza sanitaria per la preparazione all’autosomministrazione del farmaco autorizzato».
L’incostituzionalità di tale disposizione - afferma la Corte - è dovuta al fatto che essa «invade la riserva allo Stato della fissazione dei principi fondamentali in materia di tutela della salute», dal momento che non si limita a semplici «norme di dettaglio» attuative dei suddetti principi, ma avrebbe dato luogo a «una illegittima determinazione degli stessi da parte della legislazione regionale». Giova, in proposito, ricordare che la tutela della salute è, appunto, una delle materie in cui, ai sensi dell’articolo 117, comma III, della Costituzione, la potestà legislativa spetta alle Regioni, «salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservati alla legislazione dello Stato».
Il ragionamento della Corte non farebbe una grinza se non fosse per il fatto che, nella sentenza n. 204/2025, la stessa Corte ha cura di precisare che la ritenuta incostituzionalità dell’articolo 7 della legge regionale toscana «lascia intatto il diritto», riconosciuto all’aspirante suicida dalla sentenza n. 132/ 2025, «di ottenere dalle aziende del Servizio sanitario regionale il farmaco, i dispositivi eventualmente occorrenti all’autosomministrazione, nonché l’assistenza sanitaria anche durante l’esecuzione di questa procedura». Ciò in forza della «portata autoapplicativa» da riconoscersi - afferma sempre la Corte - alla suddetta sentenza. Ma una sentenza della Corte Costituzionale che abbia «portata autoapplicativa» e nella quale vengano - come nel caso di specie - dettati principi del tutto analoghi a quelli che potrebbero essere stabiliti con legge dello Stato, dovrebbe, con ogni evidenza, essere considerata idonea ad assolvere alla stessa funzione che l’articolo 117, comma III, della Costituzione assegna alla legge statale per la determinazione dei principi fondamentali ai quali dovrebbe poi attenersi la legislazione regionale. L’articolo 7 della legge regionale toscana, quindi, siccome del tutto aderente a quanto stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza in questione, non sarebbe stato da dichiarare incostituzionale.
La declaratoria di incostituzionalità si rivela, però, paradossalmente, corretta proprio considerando che, in realtà, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte, al principio affermato nella sentenza n. 132/2025 e confermato in quella n. 204/2025 non sembra affatto che possa attribuirsi carattere vincolante e meno che mai, quindi, «portata autoapplicativa». Si tratta, infatti, di un principio che non è in alcun modo conseguenziale alla già ricordata sentenza della stessa Corte n. 242/2019, essendosi questa limitata a rendere non punibile, a determinate condizioni, mediante declaratoria di parziale incostituzionalità dell’articolo 580 del codice penale, la condotta di chi presti aiuto al suicidio, senza con ciò attribuire all’aspirante suicida alcun diritto a ottenere quell’aiuto da parte di chicchessia, ivi compreso il Servizio sanitario nazionale. A quest’ultimo, infatti, la Corte affida il solo compito di accertare che le suddette condizioni siano effettivamente sussistenti e che le modalità stabilite dall’interessato e dal medico di sua fiducia per l’esecuzione del suicidio non siano tali da offendere la dignità della persona e cagionarle sofferenze.
Lo stesso principio, inoltre, non può neppure dirsi funzionale alla decisione a suo tempo assunta con la sentenza n. 132/2025, in cui esso è enunciato, dal momento che tale sentenza, a sostegno della ritenuta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell’articolo 579 del codice penale, che punisce l’omicidio del consenziente, fece essenzialmente leva sul fatto che, contrariamente a quanto affermato dai ricorrenti, non poteva dirsi accertata, in linea di fatto, l’assoluta irreperibilità, sul mercato, di strumenti che consentissero all’aspirante suicida, nonostante la sua condizione di paraplegico, l’autonoma assunzione del farmaco mortale. L’affermazione che del reperimento di quegli strumenti dovesse farsi carico, se necessario, il Servizio sanitario nazionale, rispondendo ciò a un diritto dell’interessato, aveva carattere meramente incidentale (c.d. «obiter dictum»); il che, secondo quanto pacificamente ritenuto dalla dottrina giuridica, esclude in radice che ad essa possa attribuirsi carattere vincolante tanto nei confronti del Servizio sanitario nazionale quanto in quelli del legislatore ordinario.
Non può in alcun modo condividersi, quindi, l’opinione di chi - come il senatore del Pd Alfredo Bazoli, secondo quanto riferito sulla Verità del 31 dicembre scorso nell’articolo a firma di Carlo Tarallo - sostiene che il legislatore ordinario, nel dettare la disciplina generale in materia di fine vita, non potrebbe «in alcun modo derogare» al principio in questione giacché quello in esso affermato sarebbe «un diritto pienamente riconosciuto e dunque pienamente eseguibile». Deve invece ritenersi, al contrario, che il legislatore ordinario sia perfettamente libero di seguire o non seguire l’indicazione della Corte Costituzionale circa il ruolo da attribuirsi al Servizio sanitario nazionale, senza che, nella seconda di tali ipotesi, la sua scelta possa cadere, alla prima occasione, sotto la mannaia della stessa Corte; ciò sempre che, naturalmente, quest’ultima resista alla ricorrente tentazione di esorbitare dai limiti delle proprie funzioni; sul che, ovviamente, dati i numerosi precedenti, nessuno può azzardarsi a mettere la mano sul fuoco.
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«Io sono notizia» (Netflix)
Non una biografia, ma un modo, più accattivante del solo accademico, di ripercorrere la storia dell'Italia: gli anni Novanta e il momento, senza data precisa, in cui il confine tra vita privata e pubblica apparenza, tra famiglia e spettacolo, si è fatto labile.
Fabrizio Corona - Io sono notizia, docuserie in cinque episodi disponibile su Netflix a partire da venerdì 9 gennaio, promette di sfruttare la parabola di un singolo individuo (opportunamente discusso e divisivo) per trovare, poi, gli stilemi di un racconto universale. Non è Corona, dunque, re dei paparazzi, ma il sistema moderno, declinato nel nostro Paese sul berlusconismo, sulla faziosità, vera o presunta, dei media, sul modo in cui il giornalismo si è progressivamente piegato al gossip e alla ricerca della notorietà, dimenticando ogni deontologia professionale.
Io sono notizia, il cui avvento Fabrizio Corona ha annunciato sui propri social network in pompa magna, con l'orgoglio di chi non ha paura di veder riproposta la propria crescita umana, prende il via da lontano. Fabrizio è giovane, figlio di un padre - Vittorio Corona - tanto visionario e talentuoso quanto ingombrante. Corona, padre, avrebbe cambiato il volto dell'editoria, salvo poi essere fatto fuori da quella stessa gente che diceva apprezzarlo. Fabrizio, ragazzo, è cresciuto così, con il complesso, forse inconscio, di dover tenere il passo del genitore, esserne all'altezza. L'ambiente del padre, dunque, è stato l'obiettivo del figlio. Che, diversamente, però, ha deciso di sfruttarlo in altro modo. Fabrizio Corona avrebbe messo in ginocchio i salotti bene, e il gossip sarebbe stato merce di scambio. Lo strappo, che la docuserie ricostruisce, sarebbe arrivato con Vallettopoli e le accuse di estorsione.
Allora, il re dei paparazzi avrebbe perso parte del proprio appeal, trasformandosi nel bersaglio di una giustizia che, per alcuni, ne avrebbe fatto un capro espiatorio. Quel che segue sono processi, dibattiti, prime pagine e opinioni, è lo scontro fra chi considera Corona un demone e chi, invece, lo vorrebbe assolto.
Quel che segue è la rapida ascesa dei social network, di cui il re Mida del gossip ha saputo intuire il potenziale e le criticità, sfruttandoli, come nessun altro, per tessere la propria tela. Ed è qui, tra le pieghe di questa metamorfosi, da ragazzo d'oro a figura confusa, che Netflix racconta essere nato il Fabrizio di oggi, l'essere capace di fare della propria vita un'opera, d'arte o meno sia dibattuto in altra sede.
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