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2024-05-03
I pro Gaza chiedevano cibo vegano. Invece nei campus arriva la polizia
L'intervento della polizia alla UCLA di Los Angeles (Getty Images)
Alla fine, la polizia s’è incazzata. Martedì notte, gli agenti in tenuta antisommossa hanno fatto irruzione al City College e alla Columbia University di New York, arrestando oltre 300 manifestanti pro Gaza e smantellando i loro accampamenti. Li aveva sollecitati la preside stessa dell’ateneo, Minouche Shafik, che ha pretesto un presidio di uomini in divisa fino al prossimo 17 maggio, così da consentire il regolare svolgimento della cerimonia di laurea di oltre 15.000 iscritti. Per il blitz gongola Donald Trump, che lo definisce «bello da vedere». Invece gli accasermati accusano le forze dell’ordine di brutalità, mentre l’associazione dei professori, ormai in rotta con la direttrice, sostiene che la presenza in università dei poliziotti debba essere considerata una minaccia per l’incolumità dei ragazzi. È un caso esemplare di «mondo al contrario»: quelli pericolosi sono i tutori della legge, mica i sediziosi con i volti coperti.
Ieri è toccato alla Ucla di Los Angeles essere sgomberata. Dopo una prima incursione notturna, le forze di sicurezza avevano fatto retromarcia, in mattinata, senza grossi incidenti, per poi perimetrare la tendopoli dei filopalestinesi. I quali, comunque, promettevano: «Non ce ne andremo». Una pervicacia che ha avuto il suo prezzo: la polizia ha abbattuto le barricate, ha rimosso cancelli e travi di legno e ha proceduto a una maxi retata di arresti. Secondo la Cnn, per raggiungere la Royce Hall e l’accampamento, alcuni poliziotti avrebbero anche sparato proiettili di gomma.
Eppure, pare proprio che gli attivisti si aspettassero un trattamento di riguardo. È a pane e pacche sulle spalle che sono stati cresciuti i rampolli: convinti della rettitudine della loro coscienza civile, abituati a giocare all’insurrezione, purché accuditi dagli adulti. Così, dall’ultimatum all’ateneo della Grande Mela - non sostenere Israele, rendere trasparenti eventuali finanziamenti ricevuti da Gerusalemme e annullare le sanzioni disciplinari a carico dei giovani pro Palestina - siamo arrivati, in un batter d’occhio, al negoziato per ottenere il vitto.
Circola il video di una sorta di conferenza stampa improvvisata da una delle leader della protesta newyorkese. Una ragazza secondo la quale i vertici dell’università avrebbero avuto «l’obbligo di fornire cibo agli studenti», per il semplice fatto che tutti loro pagano la cospicua retta. Già. In teoria, la pagano per studiare e laurearsi, non per occupare illegalmente. «Volete che gli studenti muoiano di fame e di sete?», ha piagnucolato l’agit-prop. «È da matti doverlo dire, perché siamo in un campus della Ivy League, ma quello che stiamo chiedendo è un aiuto umanitario essenziale». Capito qual è la logica? Stanno nei college d’élite, quindi la rivolta a cinque stelle è inclusa nel prezzo. Li ha inquadrati bene uno dei giornalisti che assistevano al grottesco comizietto: «Sembra che stiate dicendo: “Vogliamo essere rivoluzionari, vogliamo conquistare questo edificio, adesso per favore portateci da mangiare”». Tra l’altro, a essere pignoli, va sottolienato che la mensa della Columbia è rimasta aperta… Chissà, magari il problema è che nella carta del ristorante non erano previste primizie ecosostenibili.
Sono quelle che hanno invocato - stando a un documento diffuso da Fox news - i prodi antisionisti nella capitale californiana. Oltre all’armamentario da guerriglieri (caschi, maschere antigas, ginocchiere), hanno sollecitato i «donatori» a spedire una selezione di delizie «vegane» e «senza glutine». «No cibo impacchettato», «no caffè», «no bagel», «no banane», «no noccioline». Chi sborsa? Costoro saranno trasparenti nel comunicare la provenienza dei fondi?
Ci sarebbe da ridere a crepapelle, se non ci trovassimo di fronte alla bancarotta morale di quelle che dovrebbero diventare le nostre classi dirigenti. Dentro quei movimenti ci sono, certo, gli immigrati di seconda generazione, ma anche tanti figli dei Wasp, persuasi di dover lavare nella ribellione alla propria civiltà l’onta di essere bianchi «privilegiati». I focolai si sono accesi ovunque: negli Stati Uniti come in Francia, alla Sorbona, a SciencesPo, a Pisa, alla Sapienza, persino a Tokyo. Suona ormai fuori tempo massimo la tirata d’orecchi del presidente dem, Joe Biden: «Il diritto alla protesta non significa diritto al caos». Il paradosso del progressismo occidentale è che ha allevato con dedizione i suoi stessi odiatori. E adesso si vede sbeffeggiato dalla surreale profferta iraniana: il numero uno dell’Università di Shiraz ha dichiarato che sarà lieto di accogliere studenti e docenti americani ed europei che dovessero essere espulsi dalle loro istituzioni di appartenenza, per via del sostegno alla causa di Hamas.
Era quasi destino che, dell’iconografia delle proteste, rimanessero gli scatti degli attivisti con le mascherine anti Covid. Il simbolo dell’unica sistematica violazione dei diritti individuali perpetrata nel nostro mondo libero dalla fine dei fascismi. Un’oppressione sulla quale, guarda un po’, i paladini degli oppressi non hanno fatto un fiato.
Hamas boccia l’intesa sugli ostaggi
L’influenza mediorientale dell’amministrazione Biden è sempre più debole. L’altro ieri, Tony Blinken ha infatti rimediato tre schiaffi: uno da Benjamin Netanyahu, un altro da Abu Mazen e un altro ancora da Hamas.
Innanzitutto il premier israeliano ha respinto la richiesta del segretario di Stato americano di annullare l’operazione contro Rafah nel caso l’accordo sugli ostaggi con Hamas fosse stato concluso. Tutto questo, mentre ieri sera il gabinetto di guerra israeliano è tornato a riunirsi. Inoltre, sempre mercoledì, il quotidiano palestinese Al-Quds ha riferito che il leader dell’Anp, Abu Mazen, si sarebbe rifiutato di incontrare il capo del Dipartimento di Stato Usa «per protestare contro l’uso da parte dell’amministrazione americana del suo potere di veto contro la richiesta della Palestina di diventare membro a pieno titolo delle Nazioni Unite, presentata il 18 del mese scorso al Consiglio di Sicurezza dell’Onu». Si tratta di un nodo significativo, soprattutto alla luce del fatto che il Dipartimento di Stato americano parrebbe intenzionato, nel post Hamas, a favorire l’istituzione di un governo dell’Anp nella Striscia di Gaza.
A peggiorare le cose per l’amministrazione Biden ci si è messa proprio Hamas, che, oltre a elogiare la Colombia per aver rotto le relazioni con Israele, ha de facto respinto la proposta di accordo sugli ostaggi, su cui la Casa Bianca aveva scommesso moltissimo, esercitando pressioni sulla stessa Hamas affinché la accettasse. «La nostra posizione sull’attuale documento negoziale è negativa», ha detto mercoledì sera un funzionario di Hamas, Osama Hamdan. Certo, l’organizzazione terroristica ha fatto sapere ieri che il suo leader ha avuto una telefonata col premier qatariota e di voler inviare «il prima possibile» una propria delegazione in Egitto per ulteriori colloqui sul cessate il fuoco. Tuttavia, almeno per ora, si è ben guardata dall’accettare la proposta di intesa.
E qui emerge un altro nodo. Secondo il Guardian, l’assenza di un accordo sul cessate il fuoco e l’intenzione espressa da Netanyahu di procedere contro Rafah starebbero portando i sauditi a rivedere al ribasso l’accordo sulla sicurezza in via di definizione con Washington. In altre parole, Riad sarebbe disposta ad accettare un’intesa bilaterale con gli Usa, che però non includerebbe la storica normalizzazione dei suoi rapporti con Gerusalemme: esattamente il successo diplomatico di cui Biden avrebbe bisogno sia per stabilizzare il Medio Oriente sia per rafforzarsi sul piano elettorale.
Il nodo risiede nell’atteggiamento contraddittorio del presidente americano che, da una parte, approva nuovi aiuti militari a Israele e che, dall’altra, fa sì che il suo Dipartimento di Stato accusi alcune unità dell’Idf di violazione dei diritti umani per fatti avvenuti prima del 7 ottobre. Senza poi trascurare che Biden continua a mantenere una linea blanda verso Teheran: un elemento, questo, che non rassicura né gli israeliani né i sauditi. Proprio l’Iran ha appena imposto delle sanzioni ad alcune aziende americane, come Lockheed Martin. D’altronde, l’irresolutezza del presidente è dovuta anche al fatto che alcuni settori dell’estrema sinistra dem stanno conducendo manifestazioni filopalestinesi aggressive nei college: manifestazioni che ieri Biden ha criticato, pur specificando di non voler schierare la Guardia nazionale per mantenere l’ordine pubblico.
Nel frattempo, sempre ieri il re di Giordania Abdallah II è stato ricevuto a Palazzo Chigi da Giorgia Meloni: oltre che del rafforzamento delle relazioni bilaterali, i due leader hanno discusso di assistenza umanitaria a Gaza e invocato una de-escalation nella regione mediorientale. Il sovrano hashemita ha avuto incontri anche con il capo dello Stato, Sergio Mattarella al Quirinale e con papa Francesco in Vaticano.
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Sgomberate Columbia e Ucla. Persino Biden scarica i filopalestinesi, che pretendevano pure il vitto «green». Ora è l’Iran a corteggiarli: «Venite a studiare da noi». E Trump gongola: «I blitz degli agenti? Belli da vedere».Blinken rimedia sberle dai miliziani, da Abu Mazen e da Israele, che insiste col piano per l’invasione di terra a Rafah. Il re giordano incontra Meloni, Mattarella e il Papa.Lo speciale contiene due articoli.Alla fine, la polizia s’è incazzata. Martedì notte, gli agenti in tenuta antisommossa hanno fatto irruzione al City College e alla Columbia University di New York, arrestando oltre 300 manifestanti pro Gaza e smantellando i loro accampamenti. Li aveva sollecitati la preside stessa dell’ateneo, Minouche Shafik, che ha pretesto un presidio di uomini in divisa fino al prossimo 17 maggio, così da consentire il regolare svolgimento della cerimonia di laurea di oltre 15.000 iscritti. Per il blitz gongola Donald Trump, che lo definisce «bello da vedere». Invece gli accasermati accusano le forze dell’ordine di brutalità, mentre l’associazione dei professori, ormai in rotta con la direttrice, sostiene che la presenza in università dei poliziotti debba essere considerata una minaccia per l’incolumità dei ragazzi. È un caso esemplare di «mondo al contrario»: quelli pericolosi sono i tutori della legge, mica i sediziosi con i volti coperti.Ieri è toccato alla Ucla di Los Angeles essere sgomberata. Dopo una prima incursione notturna, le forze di sicurezza avevano fatto retromarcia, in mattinata, senza grossi incidenti, per poi perimetrare la tendopoli dei filopalestinesi. I quali, comunque, promettevano: «Non ce ne andremo». Una pervicacia che ha avuto il suo prezzo: la polizia ha abbattuto le barricate, ha rimosso cancelli e travi di legno e ha proceduto a una maxi retata di arresti. Secondo la Cnn, per raggiungere la Royce Hall e l’accampamento, alcuni poliziotti avrebbero anche sparato proiettili di gomma.Eppure, pare proprio che gli attivisti si aspettassero un trattamento di riguardo. È a pane e pacche sulle spalle che sono stati cresciuti i rampolli: convinti della rettitudine della loro coscienza civile, abituati a giocare all’insurrezione, purché accuditi dagli adulti. Così, dall’ultimatum all’ateneo della Grande Mela - non sostenere Israele, rendere trasparenti eventuali finanziamenti ricevuti da Gerusalemme e annullare le sanzioni disciplinari a carico dei giovani pro Palestina - siamo arrivati, in un batter d’occhio, al negoziato per ottenere il vitto. Circola il video di una sorta di conferenza stampa improvvisata da una delle leader della protesta newyorkese. Una ragazza secondo la quale i vertici dell’università avrebbero avuto «l’obbligo di fornire cibo agli studenti», per il semplice fatto che tutti loro pagano la cospicua retta. Già. In teoria, la pagano per studiare e laurearsi, non per occupare illegalmente. «Volete che gli studenti muoiano di fame e di sete?», ha piagnucolato l’agit-prop. «È da matti doverlo dire, perché siamo in un campus della Ivy League, ma quello che stiamo chiedendo è un aiuto umanitario essenziale». Capito qual è la logica? Stanno nei college d’élite, quindi la rivolta a cinque stelle è inclusa nel prezzo. Li ha inquadrati bene uno dei giornalisti che assistevano al grottesco comizietto: «Sembra che stiate dicendo: “Vogliamo essere rivoluzionari, vogliamo conquistare questo edificio, adesso per favore portateci da mangiare”». Tra l’altro, a essere pignoli, va sottolienato che la mensa della Columbia è rimasta aperta… Chissà, magari il problema è che nella carta del ristorante non erano previste primizie ecosostenibili.Sono quelle che hanno invocato - stando a un documento diffuso da Fox news - i prodi antisionisti nella capitale californiana. Oltre all’armamentario da guerriglieri (caschi, maschere antigas, ginocchiere), hanno sollecitato i «donatori» a spedire una selezione di delizie «vegane» e «senza glutine». «No cibo impacchettato», «no caffè», «no bagel», «no banane», «no noccioline». Chi sborsa? Costoro saranno trasparenti nel comunicare la provenienza dei fondi? Ci sarebbe da ridere a crepapelle, se non ci trovassimo di fronte alla bancarotta morale di quelle che dovrebbero diventare le nostre classi dirigenti. Dentro quei movimenti ci sono, certo, gli immigrati di seconda generazione, ma anche tanti figli dei Wasp, persuasi di dover lavare nella ribellione alla propria civiltà l’onta di essere bianchi «privilegiati». I focolai si sono accesi ovunque: negli Stati Uniti come in Francia, alla Sorbona, a SciencesPo, a Pisa, alla Sapienza, persino a Tokyo. Suona ormai fuori tempo massimo la tirata d’orecchi del presidente dem, Joe Biden: «Il diritto alla protesta non significa diritto al caos». Il paradosso del progressismo occidentale è che ha allevato con dedizione i suoi stessi odiatori. E adesso si vede sbeffeggiato dalla surreale profferta iraniana: il numero uno dell’Università di Shiraz ha dichiarato che sarà lieto di accogliere studenti e docenti americani ed europei che dovessero essere espulsi dalle loro istituzioni di appartenenza, per via del sostegno alla causa di Hamas. Era quasi destino che, dell’iconografia delle proteste, rimanessero gli scatti degli attivisti con le mascherine anti Covid. Il simbolo dell’unica sistematica violazione dei diritti individuali perpetrata nel nostro mondo libero dalla fine dei fascismi. Un’oppressione sulla quale, guarda un po’, i paladini degli oppressi non hanno fatto un fiato.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/universita-usa-arresti-2668134695.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="hamas-boccia-lintesa-sugli-ostaggi" data-post-id="2668134695" data-published-at="1714680115" data-use-pagination="False"> Hamas boccia l’intesa sugli ostaggi L’influenza mediorientale dell’amministrazione Biden è sempre più debole. L’altro ieri, Tony Blinken ha infatti rimediato tre schiaffi: uno da Benjamin Netanyahu, un altro da Abu Mazen e un altro ancora da Hamas. Innanzitutto il premier israeliano ha respinto la richiesta del segretario di Stato americano di annullare l’operazione contro Rafah nel caso l’accordo sugli ostaggi con Hamas fosse stato concluso. Tutto questo, mentre ieri sera il gabinetto di guerra israeliano è tornato a riunirsi. Inoltre, sempre mercoledì, il quotidiano palestinese Al-Quds ha riferito che il leader dell’Anp, Abu Mazen, si sarebbe rifiutato di incontrare il capo del Dipartimento di Stato Usa «per protestare contro l’uso da parte dell’amministrazione americana del suo potere di veto contro la richiesta della Palestina di diventare membro a pieno titolo delle Nazioni Unite, presentata il 18 del mese scorso al Consiglio di Sicurezza dell’Onu». Si tratta di un nodo significativo, soprattutto alla luce del fatto che il Dipartimento di Stato americano parrebbe intenzionato, nel post Hamas, a favorire l’istituzione di un governo dell’Anp nella Striscia di Gaza. A peggiorare le cose per l’amministrazione Biden ci si è messa proprio Hamas, che, oltre a elogiare la Colombia per aver rotto le relazioni con Israele, ha de facto respinto la proposta di accordo sugli ostaggi, su cui la Casa Bianca aveva scommesso moltissimo, esercitando pressioni sulla stessa Hamas affinché la accettasse. «La nostra posizione sull’attuale documento negoziale è negativa», ha detto mercoledì sera un funzionario di Hamas, Osama Hamdan. Certo, l’organizzazione terroristica ha fatto sapere ieri che il suo leader ha avuto una telefonata col premier qatariota e di voler inviare «il prima possibile» una propria delegazione in Egitto per ulteriori colloqui sul cessate il fuoco. Tuttavia, almeno per ora, si è ben guardata dall’accettare la proposta di intesa. E qui emerge un altro nodo. Secondo il Guardian, l’assenza di un accordo sul cessate il fuoco e l’intenzione espressa da Netanyahu di procedere contro Rafah starebbero portando i sauditi a rivedere al ribasso l’accordo sulla sicurezza in via di definizione con Washington. In altre parole, Riad sarebbe disposta ad accettare un’intesa bilaterale con gli Usa, che però non includerebbe la storica normalizzazione dei suoi rapporti con Gerusalemme: esattamente il successo diplomatico di cui Biden avrebbe bisogno sia per stabilizzare il Medio Oriente sia per rafforzarsi sul piano elettorale. Il nodo risiede nell’atteggiamento contraddittorio del presidente americano che, da una parte, approva nuovi aiuti militari a Israele e che, dall’altra, fa sì che il suo Dipartimento di Stato accusi alcune unità dell’Idf di violazione dei diritti umani per fatti avvenuti prima del 7 ottobre. Senza poi trascurare che Biden continua a mantenere una linea blanda verso Teheran: un elemento, questo, che non rassicura né gli israeliani né i sauditi. Proprio l’Iran ha appena imposto delle sanzioni ad alcune aziende americane, come Lockheed Martin. D’altronde, l’irresolutezza del presidente è dovuta anche al fatto che alcuni settori dell’estrema sinistra dem stanno conducendo manifestazioni filopalestinesi aggressive nei college: manifestazioni che ieri Biden ha criticato, pur specificando di non voler schierare la Guardia nazionale per mantenere l’ordine pubblico. Nel frattempo, sempre ieri il re di Giordania Abdallah II è stato ricevuto a Palazzo Chigi da Giorgia Meloni: oltre che del rafforzamento delle relazioni bilaterali, i due leader hanno discusso di assistenza umanitaria a Gaza e invocato una de-escalation nella regione mediorientale. Il sovrano hashemita ha avuto incontri anche con il capo dello Stato, Sergio Mattarella al Quirinale e con papa Francesco in Vaticano.
@ManuelRighi
Uno dei modi migliori per entrare in contatto con un territorio è penetrarne la natura. C’è chi lo fa in contemplandola e chi attraversandola attivamente. Il Trentino si presta a tutto, grazie a un ambiente variegato, che alterna montagne, laghi e fiumi.
Gli amanti degli sport acquatici hanno un’ampia gamma di possibilità tra cui scegliere. Il rafting, per esempio, praticando il quale si smuovono adrenalina, spirito di squadra e rapporto con la natura. Non un semplice sport, ma un’esperienza a tutto tondo che consente di percepire contemporaneamente sé stessi, l’altro e il fiume, diventando tutt’uno. Punto di riferimento per questa attività outdoor è la Val di Sole con il suo fiume (il Noce), citato dal National Geographic come uno dei migliori al mondo per le discese fluviali a bordo dei raft, speciali gommoni che le squadre da quattro/sei persone devono portare a destinazione con coraggio e attenzione. Si tratta di una disciplina che non richiede alcuna competenza in particolare, a esclusione del nuoto. È comunque bene esercitarla al seguito di una guida esperta, che prima della partenza spiegherà ai partecipanti cosa fare e non fare durante la traversata. Il fiume Noce dona 28 bellissimi chilometri navigabili, tra rapide e tratti più tranquilli che consentono, nel frattempo, di ammirare boschi e vette, garantendo emozioni autentiche grazie all’alternanza di un’attività ad alto tasso di energia e gioia e quieta bellezza paesaggistica.
Non per niente il rafting viene considerato terapeutico, tanto da essere utilizzato per cementare lo spirito di squadra tra familiari e amici, ma anche tra colleghi, uniti da un obiettivo comune al di fuori dell’ambiente lavorativo e delle classiche dinamiche aziendali. I centri rafting del Trentino mettono a disposizione il necessario equipaggiamento: tute in neoprene, giubbotto salvagente, pagaia e casco protettivo; è altresì necessario che i partecipanti arrivino con un abbigliamento sportivo, costume incluso. Il fiume Noce è percorribile anche in canoa e kayak, ma per avere un contatto ancora più ravvicinato con la forza dell’acqua l’ideale è l’hydrospeed, che prende il nome dal bob fluviale con cui affrontare l’acquatico avversario.
Un altro modo per godersi l’estate trentina è il wakeboard, sport che nasce dalla fusione tra sci acquatico e snowboard. Come il rafting, è uno sport adrenalinico ma fattibile anche per coloro che sono alle prime armi. Nella Regione esistono due impianti, situati tra il lago di Ledro e il lago di Terlago. Qui si viene trainati non dal classico motoscafo, ma da un cable wakeboard, ossia una fune simile a uno skilift. Velocità, equilibrio e leggerezza: il wakeboard permette di divertirsi e volare letteralmente sull’acqua.
Lakeline è il centro di Terlago, che propone un percorso di circa 230 metri dotato di strutture galleggianti per salti ed evoluzioni aeree. Benché si tratti di una disciplina adatta a tutti, il centro mette a disposizione - oltre al noleggio attrezzatura - una scuola wakeboard. Al lago di Ledro, precisamente in località Pur, si trova invece il Be Wake System: qui il wakeboard viene presentato nella sua variante più semplice, adatta anche ai bambini dai 7 anni in su. Un’attività che libera dalle calorie e - soprattutto - dallo stress in eccesso, rafforzando i muscoli e il sistema cardiorespiratorio.
C’è poi il canyoning, che consiste nella discesa a piedi, ma tramite l’ausilio di corde, di gole percorse da piccoli corsi d’acqua. Una sorta di fusione tra alpinismo e sport fluviali, da realizzare in gruppo e al seguito di guide professionali. Ovviamente i livelli di difficoltà differiscono a seconda della propria preparazione.
Lo speleologo francese Alfred Martel viene considerato il precursore del canyoning, grazie alle esplorazioni da lui condotte durante i primi anni del Novecento nelle Gole di Verdon. Dalla scienza allo sport il passo fu relativamente breve: negli anni Ottanta francesi e spagnoli vi si dedicavano assiduamente. Per chi è in cerca di questo genere di dinamismo, il lago di Ledro, il Garda Trentino e l’area di Campiglio Dolomiti - con la Val Brenta, il torrente Palvico e il Rio Roldono - sono i luoghi ideali. Scivoli e piscine naturali producono contesti di straordinaria bellezza, all’interno dei quali muoversi diviene un’esperienza completa per il corpo e per lo spirito.
Il brivido della velocità in montagna è un’altra storia con le downhill bike
Dall’acqua alla terra: lo sport, in Trentino, prevede un contatto dinamico con Madre Natura anche attraverso i cosiddetti bike park, strutture attrezzate per le mountain bike.Non si pensi al classico trekking: per questo tipo di attività occorrono infatti biciclette da downhill, dato che si tratta di percorsi in discesa su terreni ripidi e scoscesi, dove il rischio di cadute è piuttosto alto. I salti, le curve paraboliche e gli ostacoli, ma anche i north shore (strutture in legno da attraversare a tutta velocità) e i rock garden rendono felicissimi i biker più spericolati. I centri del Trentino-Alto Adige offrono sempre impianti di risalita e bike shuttle, furgoni che trasportano le biciclette al punto di partenza.Come per gli sport acquatici, anche in questo caso è necessario utilizzare l’attrezzatura adeguata, composta da protezioni per le ginocchia e i gomiti, caschi integrali, paraschiena e guanti. Questo sport può essere praticato in Val di Sole, dove si trovano cinque trail differenti per difficoltà e tre trail enduro. In località Pellizzano esiste anche un Kids Bike Park, dedicato al divertimento dei bambini.La parte più interessante del Bike Park Val di Sole è sicuramente costituita dal Black Snacke, famoso percorso di Coppa del Mondo. È il tracciato più impegnativo e, per questo, adatto solo a esperti e a spericolati che abbiano voglia di mettersi alla prova su terreni particolarmente scoscesi a partire da quota 1.500 metri. Dalla medesima altitudine si dipanano anche tre trail di recente realizzazione, alcuni in stile flow - dunque senza particolari ostacoli - e altri più naturali.Una telecabina da otto posti consente una semplice risalita a tre rider con le loro biciclette. Nella parte bassa del bike park si trova un’altra attrazione degna di nota: il four cross (4x), una discesa per gare a quattro, utilizzata ogni anno anche per il Campionato del Mondo di 4x.Il Bike Park Val di Sole aprirà la stagione indicativamente tra fine maggio e inizio giugno. Il Paganella Bike Park è un’altra area spettacolare non solo per gli amanti della disciplina, ma anche per l’utilizzo che è stato fatto del territorio. Trattasi di tre bike zone nate nel 2010 dalla trasformazione di vecchi sentieri e mulattiere, divenuti ormai tracciati all’avanguardia dotati di tutto il necessario per i praticanti.Non è un caso che sia stato inserito nel circuito del Gravity Card, che permette ai possessori della tessera di muoversi liberamente tra i ventotto migliori bike park d’Europa. Il Fassa Bike Park è situato nel cuore delle Dolomiti della Val di Fassa, sopra Canazei. Il primo bike park del Nord-Est propone dodici linee per tutti i livelli, pensate sia per i principianti che per gli esperti.Infine la San Martino Bike Arena sorge al cospetto delle Pale di San Martino e offre tre tracciati per un totale di dieci chilometri. Nemmeno qui manca un efficiente impianto di risalita, costituito da una cabinovia ad agganciamento automatico che in soli dodici minuti raggiunge i 2.200 metri di altitudine.Il risultato? Discese emozionanti, garantite anche dai wall ride, megaparaboliche in cui usare la forza centrifuga per percorrerle nella parte più alta senza il rischio di cadere. Anche la San Martino Bike Arena aprirà per il ponte del 2 giugno, ma per le prime due settimane solo per durante i weekend.
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Il presidente della Fondazione Giuseppe Olmo ETS, Annabella Pascale
Alla Villa Medicea La Ferdinanda confronto tra ricercatori ed esperti su alimentazione, vino e salute. Al centro del convegno promosso dalla Fondazione Giuseppe Olmo il valore della dieta mediterranea, i rischi dei cibi ultra-processati e il consumo consapevole.
Alla Villa Medicea di Artimino, tra studiosi, medici e ricercatori, si è discusso di alimentazione, salute e consumo consapevole. Al centro della giornata di studio promossa dalla Fondazione Giuseppe Olmo ETS il tema della «misura», intesa come equilibrio tra stili di vita, cultura mediterranea e approccio scientifico, lontano da slogan e semplificazioni.
L’incontro, dal titolo Elogio della misura. Verità scientifiche per difendere il modello mediterraneo, ha riunito alcuni dei principali esperti italiani di nutrizione, epidemiologia e medicina per affrontare un tema sempre più centrale nel dibattito pubblico: il progressivo abbandono della dieta mediterranea e la crescita dei cibi ultra-processati.
Ad aprire i lavori nella cornice della Villa Medicea La Ferdinanda di Artimino è stata il presidente della Fondazione Giuseppe Olmo ETS, Annabella Pascale, che ha sottolineato la necessità di riportare il confronto pubblico su basi scientifiche «senza semplificazioni ideologiche».
La giornata, organizzata dal professor Fulvio Mattivi in collaborazione con il professor Attilio Scienza, ha messo in evidenza come la dieta mediterranea venga oggi considerata non soltanto un modello alimentare, ma un sistema culturale e sociale più ampio. A evidenziarlo è stata la professoressa Licia Iacoviello, secondo cui le disuguaglianze sociali stanno trasformando progressivamente la dieta mediterranea da patrimonio condiviso a comportamento sempre più diffuso tra le fasce sociali più avvantaggiate. Ampio spazio è stato dedicato anche all’aumento dei consumi di cibi ultra-processati, indicati durante il convegno come una delle principali criticità per la salute pubblica. Secondo i dati illustrati dagli studiosi, la combinazione tra bassa adesione alla dieta mediterranea e alto consumo di alimenti ultra-processati sarebbe associata ai peggiori esiti di salute.
Tra gli interventi più attesi quello del professor Giovanni de Gaetano, che ha affrontato il tema del rapporto tra vino e salute, invitando a evitare approcci assoluti o ideologici. Il ricercatore ha spiegato come il consumo moderato di vino non possa essere ridotto a una contrapposizione tra «bene» e «male», ma debba essere interpretato attraverso il rapporto tra benefici e rischi. De Gaetano ha richiamato il concetto scientifico della «curva a J», secondo cui esisterebbe una finestra di moderazione distinta dagli effetti dannosi dell’eccesso. Nel suo intervento ha inoltre ricordato il ruolo storico e culturale del vino nella civiltà mediterranea, citando l’Odissea di Omero e il contrasto simbolico tra Ulisse e Polifemo come esempio dell’uso moderato e di quello eccessivo della stessa sostanza.
Sul concetto di equilibrio biologico si è soffermato anche il professor Fulvio Ursini, professore emerito dell’Università di Padova. Ursini ha criticato la tendenza contemporanea a ricercare il «rischio zero», sostenendo invece che la salute derivi da un equilibrio dinamico tra stimoli, limiti e capacità di adattamento dell’organismo. Nel suo intervento ha richiamato il principio dell’«ormesi», spiegando come anche sostanze potenzialmente tossiche possano produrre effetti positivi entro determinati limiti e dosaggi.
A chiudere la giornata è stata la professoressa Fabiola Sfodera, che ha analizzato l’evoluzione dei comportamenti di consumo in Italia e il valore culturale della convivialità mediterranea. Secondo quanto illustrato dalla docente, il consumo italiano di vino e bevande alcoliche continuerebbe a distinguersi per un profilo moderato e fortemente legato ai pasti e alla socialità.
L’iniziativa si inserisce nelle attività della Fondazione Giuseppe Olmo dedicate alla promozione della cultura scientifica e della tradizione mediterranea contemporanea. Una realtà che porta il nome dell’imprenditore Giuseppe Olmo, fondatore di un gruppo industriale attivo in diversi settori, dall’industria ai poliuretani, fino al turismo e al vino, con la Tenuta di Artimino e la Villa Medicea La Ferdinanda tra i simboli più rappresentativi del progetto di valorizzazione del territorio portato avanti dalla famiglia Olmo.
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Getty Images
L’obiettivo è fare il punto sulle varie partite aperte nel Belpaese, partendo da un presupposto: l’intenzione della casa automobilistica francese a livello globale di fare una decisa retromarcia (il progetto «futuREady» si concentra sull’ibrido) rispetto agli obiettivi sull’elettrificazione della produzione che cozzano plasticamente con la realtà. Per carità, nulla che non sia in ballo anche tra gli altri grandi player dell’automotive. Perché la sbornia per le EV complice la spinta del Green deal europeo è stata collettiva e adesso un po’ tutti provano a metterci una pezza. Con una consapevolezza: far rientrare il dentifricio nel tubetto e assai più complicato che farlo uscire e quindi il riposizionamento per nessuno sarà indolore.
Torniamo quindi al Piano Italia, quello che il precedente ad, Luca de Meo, aveva disegnato su misura per il Belpaese. De Meo è un ex Marchionne boys (come Antonio Filosa, l’attuale ad di Stellantis, del resto) e aveva avuto un approccio meno «incauto» e più pragmatico sull’elettrico. Anzi, da presidente di Acea (l’associazione dei costruttori) era stato tra i primi a tirare il freno rispetto all’elettrificazione senza se e senza ma. Il suo mantra, purtroppo inascoltato, partiva dalla richiesta di una maggiore flessibilità normativa e arrivava fino all’idea che in mancanza di infrastrutture adeguate, la transizione sarebbe stata un bagno di sangue. E in effetti è andata proprio così. Questo per dire che i progetti di De Meo non erano una sorta di elenco utopistico di desiderata, ma obiettivi che a metà del 2022 sembravano realistici, e che poi con il reiterarsi degli errori politici di Bruxelles sono diventati complicati da raggiungere.
Ma cosa ha in ballo Renault in Italia? Da una parte c’era un rafforzamento significativo degli acquisti sulla filiera nazionale, soprattutto lato componentistica e siderurgia con volumi stimati per alcuni miliardi di euro in un arco temporale di 5 anni. Rafforzamento che aveva ben impressionato il governo. Il problema è che i riscontri, soprattutto lato industriale, parlano di un volume di commesse che sta disattendendo le attese. Non solo. Perché tra i dossier discussi con le istituzioni rientrava anche la possibilità di rafforzare le attività tecnologiche e le competenze sui software per l’automotive. E anche questa pratica è rimasta sulla carta, anzi, a dirla tutta, non è mai decollata.
Ma forse la partita più spinosa riguarda Free To X, la società strategica per la realizzazione di nuove colonnine di Autostrade per l’Italia. Le infrastrutture che De Meo considerava centrali e che contava di realizzare grazie alla collaborazione con Aspi, controllata da HRA (Holding Reti Autostradali), il veicolo che ha come socio di maggioranza Cdp Equity (51%) e come altri azionisti Blackstone Infrastructure Partners al 24,5% e i fondi gestiti da Macquarie Asset Management con il restante 24,5%. Insomma un mix pubblico-privato.
Renault ha una partecipazione praticamente paritaria con Aspi nel capitale di Free to X e il governo si aspetta che collabori attivamente al raggiungimento degli obiettivi originari che prevedevano la realizzazione di almeno 400 nuove stazioni di ricarica in tempi rapidi.
I numeri restano gli stessi? François Provost ha intenzione di garantire l’impegno di Renault nel progetto nonostante il ridimensionamento sull’elettrico? Sono questi alcuni degli interrogativi che dovrebbero trovare risposte adeguate dopo l’incontro con il ministro Urso. Questione di giorni e se ne saprà di più. Anche perché se i riscontri lato transalpino non dovessero essere convincenti, non è escluso che si vada alla ricerca di partner diverso sul mercato.
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