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2025-04-07
Un Vinitaly «dazi driver». Ma il vero nemico è in Ue
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Vinitaly 2025 (Getty Images)
Giocando con le parole si può dire che questo Vinitaly - arrivato a 57 edizioni senza che dal punto di vista della logistica cambiasse molto: resta una fiera caotica, irraggiungibile, carissima per l’ospitalità e per gli stessi espositori, con enormi problemi infrastrutturali che Veronafiere non è mai stata in grado di risolvere, compensati solo dalla centralità dell’evento che mette in vetrina la produzione del primo paese al mondo - è dazi driver.
Sì, è guidato dalla paura dei dazi, o meglio dalle molte chiacchiere che si fanno attorno a questa evenienza. I vignaioli sembrano un po’ Travis - il leggendario tassista interpretato da Robert De Niro con una forza drammatica esplosiva - chiusi nella loro coazione a ripetere, un po’ disperati perché incapaci di pensarsi diversamente, impauriti dall’autorità costituita: quella dell’Europa che è il vero primo nemico del vino. E come Travis cercano scorciatoie perniciose, ad esempio i vini dealcolati che sono la negazione del vino medesimo, ma che Veronafiere - desiderosa di raccattare tutto pur di gonfiare i numeri espositivi - non ha esitato ad accogliere tra i padiglioni.
Ha spiegato Lamberto Frescobaldi - uno che produce bottiglie da sogno come Ornellaia e Masseto, uno che rappresenta un pezzo della storia del vino mondiale e della civiltà occidentale sol che si pensi ai mille anni della famiglia fiorentina - da presidente di Unione Italiana Vini che i dealcolati devono restare in mano ai vignaioli per evitare che diventino speculazione delle multinazionali. Angelo Gaja che l’uomo immagine del vino italiano oltreché produttore di immensi Barlo e Barbaresco (ma anche col suo Brunello di Montalcino non scherza) ha detto che va bene così: giusto il dealcolato è comunque frutto della vigna.
Siamo appunto al dazi driver: di fronte al mercato che cambia, ogni occasione per non ripensarsi è buona. Per questa strada - insegna la regia di Martin Scorsese - si finisce per avere gloria postuma dopo aver attraversato momenti terribili. Ma tant’è ci si rifugia dietro l’idea che Donald Trump il cattivissimo - e a dire la verità un po’ a Dru di Cattivissimo me gli somiglia, i nostri vignaioli peraltro non sono distanti da Minions - ce l’abbia col vino italiano che dei quasi due miliardi che esportiamo in Usa - è il nostro primo mercato quello americano - ce ne rimarrà la metà se va bene.
Nessuno in questo Vinitaly che si sia chiesto se il vero nemico sia l’Europa. E lo sia da anni. Restando ai dazi si buon ben obiettare che ad accendere le polveri sugli alcolici è stata la signora Ursula von der Leyen. Tutti si sono dimenticati al Vinitaly - perché è scontato: i giornaloni che pendono ancora dalle labbra di Romano Prodi non fanno altro che suscitare pareri antiamericani - che la presidente della Commissione voleva tagliare i fondi Ocm (sono quelli per la promozione all’estero del vino) e che è stata la prima a muove sui dazi all’alcol. L’hanno malconsigliata: lei è partita lancia in resta contro il bourbon americano. Pur molto cresciute le esportazioni in Europa di distillato americano di malto valgono 630 milioni di euro. Il prezzo medio di una bottiglia è di 34 euro, i più cari arrivano a 60. Gli Usa importano dall’Europa vino per 4,9 miliardi di euro: il prezzo medio dei 150 vini italiani più comprati in America a scaffale è di 148 dollari poco meno di 136 euro.
Domanda chi si fa più male nella guerra dei dazi sugli alcolici? Da Washington hanno risposto come sappiamo. Ma non è finita perché al Vinitaly dazi driver nessuno parla dei monopoli sugli alcolici che ancora resistono in Europa, del fatto che l’Irlanda mette un’accisa di 3,9 euro su ogni bottiglia e che ha avuto il via libera dall’Ue di stampare le etichette allarmistiche da appiccicare sui vini, nessuno si preoccupa dell’accisa che la Germania ha messo sugli spumanti per arginare la crescita del Prosecco. Ma tutti invece a piangere sul CalSecco - una schifezza made in California - che viene etichettata con la dicitura: prodotto secondo il metodo tradizionale veneto. Gli Usa si bevono bollicine italiane per un po’ di mezzo miliardi di euro. Domanda: se fosse una simil Mercedes che farebbe l’Ue? Invece da Bruxelles tutti zitti, ma sotto con il Mercosur perché così si aprono nuovi mercati. Senza sapere che il mercato latino americano è interessante solo per esportare automobili e prodotti finanziari: l’agroalimentare e segnatamente quello italiano e il vino italiano ci rimette.
Sempre da Vinitaly nessuno che si sia chiesto che fine farà il vino se passa come vuole la presidente della Commissione europea il Be.Ca (il documento anti-cancro) che vuole le etichette «non lo bevete uccide» che prevede limitazioni al commercio, divieto di pubblicità, nessun sostegno alla promozione intra-europea e un accise pesante sul vino si dice per finanziare la lotta al cancro in realtà destinata a finanziare il Rearm Europe. Ma tutti i invece a salire a bordo del dazi driver sparando cifre a casaccio. Intanto a Verona sono arrivati 3 mila importatori americani che un po’ ci marciano sui dazi perché hanno fermato gli ordini e ora chiedono abbassamento di prezzi all’origine. Insomma non si vogliono accollare il maggior costo. La posizione delle cantine è di fare metà e metà anche se è opinione diffusa – al di fuori del piagnisteo -che fino al 25% di rincaro dei dazi si riesce a sopportare. Ad ascoltare i vignaioli più avvertiti la botta c’è ma è sopportabile.
Riccardo Cotarella - l’enologo più famoso d’Italia - dice : «È vero siamo in una tempesta perfetta, ma il dato americano non è il più pericoloso, semmai dobbiamo preoccuparci del calo dei consumi e investire ancora di più su marketing e qualità». E sia così si capisce che sparare solo sul dato americano. Non serve. Se n’è accorta la Coldiretti che ha messo insieme il commissario europeo all’agricoltura e quello ala salute ben sapendo che a Bruxelles sul vino spira una brutta aria, peggiore di quella che viene da Ovest, dall’Atlantico. Sotto il naso di Olivér Várhelyi, il commissario alla Salute accolto a Verona da un sit in di giovani viticoltori che protestavano «il vino non nuoce alla salute», hanno sventolato un sondaggio che dice che 8 italiani su 10 sono contrari alle etichette allarmistiche. Ma è poca roba perché Ursula von der Leyen le ha già concesse all’Irlanda e vuole tirare dritto. Lui è stato molto abbottonato e se l’è cavata con una citazione di prammatica: «Un bicchiere di vino rosso fa bene alla salute e si inserisce nelle abitudini alimentari della Dieta Mediterranea». Della serie: ci vivrà berrà. E così ora tocca alla Fipe (ristoranti, bar enoteche e via distribuendo) dare una mano con un accordo sempre con Coldiretti per promuove un consumo responsabile di vino e soprattutto informare sui limiti di alcol ammessi dal codice della strada in rapporto al vino. Per questo fanno debuttare una app con etilometro incluso. Perché la caduta di consumi in Italia c’è, siamo sotto i 22 milioni di ettolitri (meno di 35 litri a testa).Ma a preoccupare soprattutto è la tenuta economica di un settore che per noi vale 14 miliardi di fatturato (8,1 miliardi dall’export) fa lavorare 270 mila imprese (tra agricole e imbottigliatrici) dà lavoro diretto a un milione di persone. Gli impegni che si è preso il commissario europeo all’Agricoltura Cristophe Hansen da Verona sono di tutelare la filiera del vino, di evitare tagli alla Pac. Facile dirlo fin quando c’è l’effetto Trump, sarà più difficile mantenerlo quando a Bruxelles dovranno scegliere tra tutelare gli interessi degli agricoltori italiani o quelli degli industriali tedeschi.
Agli italiani piace bianco. E i no alcol sono per ora solo marketing
Al di là dei piagnistei ora parlano i numeri. Al Vinitaly è stata presentata la consueta indagine svolta dall’istituto Circana sul vino nella Grande distribuzione. E si scopre che agli italiani comincia a piacere molto il bianco. Questione di clima, di percezione di alcolicità, ma anche di prezzi che per i vini pallidi sono di solito più contenuti.
Gli spumanti hanno ripreso a crescere, ovviamente chi tira di più è il Prosecco, con un +4,2% a volume e un +3,6% a valore sullo stesso periodo dell'anno precedente, erodendo lentamente ma progressivamente quote di mercato, mentre i vini fermi crescono a valore del 3,1%, registrando il segno meno a volume (-0,7%) e i frizzanti perdono terreno sia a valore (-4,4%) che a volume (-5,7%). Il vino rosso fermo continua a calare nei volumi (-1,3%), pur rimanendo il più venduto in assoluto con 271 milioni di litri, seguito dal bianco con 248 milioni di litri acquistati. Spumante a parte, sono infatti i bianchi fermi, seguiti dai rosati, a contribuire maggiormente alle vendite, tanto che, secondo le proiezioni di Circana, in cinque anni il vino bianco sorpasserà il rosso, a conferma che i gusti dei consumatori stanno cambiando. Non a caso, al primo posto nella classifica dei vini "emergenti", ovvero che mostrano una maggiore crescita a volume nel 2024, troviamo il siciliano Inzolia e al terzo il Vermentino, tanto sardo quanto toscano, entrambi bianchi. Anche il rosato cresce, con oltre 37 milioni di litri venduti.
Virgilio Romano, Insight Director di Circana, sottolinea che "tra le altre cose, lo studio ci mostra che a soffrire di più sono i vini con prezzi medio-bassi, dove si concentrano i maggiori acquisti e i maggiori consumi (-4,9%). Quindi, occorre continuare a lavorare sull'incremento di valore della categoria e fare in modo che bere un bicchiere di vino diventi sempre più una esperienza che metta in secondo piano "il numero di bicchieri" e consideri come valore assoluto "la soddisfazione e la qualità". E qui si apre il capitolo dei dealcolati. A Verona se ne parla molto come se fossero l’Eldorado. Per uno dei massimi scienziati deal vite e del vino il professor Attilio Scienza è solo una moda molto passeggera. “Non penso minimamente – sostiene - che i vini dealcolati possano essere un rimedio alla crisi enologica italiana. Questa è solo una digressione per fare un po’ di fumo ed evitare di affrontare i problemi. Davanti a questa crisi i francesi hanno messo in programma l’estirpo di almeno 40mila ettari di terreno. Io credo che la prima cosa da fare sia quella di ridare il significato alla parola vocazione, cioè fare vino non dovunque ma solo dove si ottiene la massima qualità.” Parre condiviso anche da un altro autorevolissimo studioso della vite e del vino il professor Leonardo Valenti. “Abbiamo fatto esperimenti importanti che ci dicono che contro l’innalzamento delle temperature ci sono rimedi che l’Italia fortunatamente può mettere in campo: piantare vigna sull’Apennino in altura, ridurre la fittezza degli impianti. E’ finito il tempo imposto da alcuni critici che peraltro hanno distrutto la viticoltura di Bordeaux imponendo vini iperconcentrati per cui dovevi fare 7 mila ceppi per ettaro. Oggi controllando bene la pianta si possono ridurre i gradi del vino naturalmente senza bisogno di dealcolati. “ Uno dei grandissimi produttori italiani Sandro Boscaini (Masi) confessa: “Io so che in natura c’è già un prodotto dealcolato ottimo: si chiama acqua! E’ ver: è importante che i dealcolati non vadano in mano a chi nulla ha ace fare con ‘agricoltura, ma è altrettanto vero che una cosa è il vino e una cosa sono le bibite ottenute dall’uva.” E’ un dibattito che a Verona si sente sotto traccia, ma che viene nascosto per ragioni di marketing di chi ha intravisto nel dealcolato la possibilità di smaltire le scorte in cantina e di continuare a fare vigna là dove non avrebbe senso farla. Ma per avere una dimensione basti dire che oggi il mercato dei vini nolo (così li chiamano per dire senza o con pochissimo alcol) vale appena 2,6 miliardi di dollari. Chi enfatizza dice che ci sarà una crescita esponenziale. Da qui a cinque ani arriveremo a 7 miliardi. Tutto bello: ma il mercato del vino tradizionale vale 350 miliardi di dollaro! E ancora si citano ricerche che dicono – l’ha fatta Swg – che il 37% dei consumatori italiani sono interessati ai vini dealcolati e che la produzione italiana di questi vini crescerà del 60%. Ma per avere un’esatta dimensione – dati di Nomisma -nel 2024 in Usa sono state vendute 4,6 milioni di bottiglie di vino no alcol e 2,5 sparkling nel canale off-trade, per un giro di affari di 62 milioni di dollari e un prezzo medio a bottiglia che oscilla dai 7,2 dollari dei vini con le bollicine ai 9,6 di quelli fermi. In Germania gli spumanti senza alcol sono a 18 milioni di bottiglie, i 4,5 milioni sono i “pezzi” di vino fermo per un totale di 73 milioni di euro di fatturato e un prezzo medio tra i 3,2 e i 3,5 euro. Se questa è la speranza per il futuro forse è meglio che il vino ripensi se stesso.
L'Italia del vino si restringe e punta sull'enoturismo
Fra mode e modi il vino a Vinitaly non sta ragionando di come cambiare se stesso. Per adesso si limita a pigliare provvedimenti tampone. Eppure quaranta anni fa allo scoccare dello scandalo del metanolo fece uno scatto in avanti. Lo shock dei Ciravegna fu superato puntando sulla qualità, questo secondo pensano di superarlo vendendo il non vino: il dealcolato. E fa un po’ sorridere che il Vinitaly che celebra il turismo del vino, le dominazioni storiche, anche le bottiglie da migliaia di euro debba curvarsi a ragionare di una bevanda che è la negazione del vino.
Invece in questi giorni veronesi si sente solo un mugugno di fondo senza uno scatto di programmazione. Per la verità un accenno a un possibile allargamento del perimetro degli affari, a un cambiamento di protagonismo delle cantine si è avuto nel ragionare di enoturismo. Ad esempio nel nuovo piano vino dell’Ue si è cominciato a ragionare della campagna come luogo attrattivo, ma sullo sfondo resta la minaccia di leggi come quelle sulla rinaturalizzazione - uno dei tanti portati del Green deal targato Frans Timmermans - che prevedono di smettere di coltivare, di lasciare spazio all’incolto. Per questa via l’Italia che è un Paese ad altissima incidenza di coltivazione rischia la morte dell’agricoltura. E non a caso l’abbandono della vigna è uno dei problemi più gravi dal punto di vista della tenuta dei territori e dell’argine allo spopolamento. Come si sa la viticoltura è una delle coltivazioni a più alto valore aggiunto - la media per l’Italia è di 3.300 euro a ettaro di valore aggiunto agricolo, quasi il doppio di quello francese che nel caso del vigneto quasi raddoppia - e dall’enoturismo può venire un’ulteriore spinta.
Dominga Cotarella rileva: «È importante che il nuovo piano Ue sul vino abbia incluso anche l’enoturismo come motore del turismo e dello sviluppo delle aree interne e rurali. Sono luoghi che, grazie alla consapevolezza e al lavoro dei nostri agricoltori, non sono più solo spazi produttivi, ma diventano territori di accoglienza, di formazione, di esperienza, capaci di trasmettere i valori profondi della nostra identità».
È vero che l’enoturismo è in continua crescita: oggi vale 2,9 miliardi di euro, contro i 2,5 del 2023 (+16%). La spesa media del turista del vino arriva fino a 400 euro, di cui 89 euro per l'acquisto del vino e 46 euro per la vendemmia turistica. Ma resta il problema centrale dell’abbandono delle campagne. Coldiretti ha stimato che se i vigneti italiani scomparissero, una superficie grande quasi quanto il Friuli Venezia Giulia rimarrebbe abbandonata al degrado e alla cementificazione, aumentando i rischi di dissesto idrogeologico e facendo venire meno un sostegno fondamentale per l’economia dei territori, anche dal punto di vista occupazionale. Va ricordato infatti che sono oltre 230 mila le aziende che coltivano uva in Italia con circa un milione di addetti. E’ per questo motivo che Confcooperative ha messo sotto monitoraggio – attraverso un’indagine del Censis presentata a Vinitaly – l’andamento del vigneto Italia. Da questa recentissima ricerca emerge che la superficie di uva da vino in Italia è di 693mila ettari, pari all’estensione di una volta e mezzo il Molise. Fra le zone altimetriche, prevale la collina, con il 55,5% sul totale della superficie agricola, mentre, a seguire, il 39,2% della superficie è localizzato in pianura e il restante 5,3 nelle zone di montagna. La regione più vitata è la Sicilia con oltre 118mila ettari, pari al 17,8% sul totale a livello nazionale. La seconda è il Veneto con 95mila ettari e una quota sul totale del 14,2%. Il Mezzogiorno è anche rappresentato dalla Puglia con 93mila ettari (14,0%), mentre il Nord Est porta in dotazione la superficie dell’Emilia-Romagna con circa 50 mila ettari, preceduta nella graduatoria dalla Toscana con 53mila ettari (7,9%). Se si considera l’incidenza della superficie coltivata a uva da vino sul totale della superficie, è la regione Friuli-Venezia Giulia a mostrare il livello più elevato: 10,4 ettari su 100 sono coltivati a uva da vino, contro una media nazionale pari a 4,2 ettari su 100. In Veneto a vino sono 9 ettari su cento. Per quel che riguardala produzione – quest’anno è stata pari a 48 milioni di ettolitri – la regione più produttiva è il Veneto con 10,7 milioni di ettolitri, pari al 22,3% seguita da Puglia ed Emilia-Romagna. In tre fanno oltre la metà del vino italiano. Grazie al prosecco la zona più produttiva è Treviso con 5,2 milioni di ettolitri di vino seguita da verona con 2,6 milioni di ettolitri. Nella produzione di vini di qualità si distingue Castellina in Chianti che presenta una quota di superficie prevalentemente dedicata alla produzione di vini DOP pari al 76,2%, seguita da San Gimignano con il 75,5% e da Manduria con il 74,4. Fra gli altri comuni a vocazione DOP si segnalano Montespertoli (73,6%) Montalcino (70,2%), Montepulciano (69,8%), tutti appartenenti al territorio della Toscana, e quattro comuni siciliani, Marsala, Mazara, Trapani e Menfi, con quote di superficie DOP compresa fra il 55,9% e il 61,1%.
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Giocando con le parole si può dire che questo Vinitaly è guidato dalla paura dei dazi. I vignaioli sembrano un po’ Travis - il leggendario tassista interpretato da Robert De Niro - impauriti dall’autorità costituita: quella dell’Europa che è il vero primo nemico del vino.A Veronafiere è stata presentata la consueta indagine svolta dall’istituto Circana sul vino nella Grande distribuzione. E si scopre che agli italiani comincia a piacere molto il bianco.L’enoturismo è in continua crescita: oggi vale 2,9 miliardi di euro, contro i 2,5 del 2023 (+16%). La spesa media del turista del vino arriva fino a 400 euro, di cui 89 euro per l'acquisto del vino e 46 euro per la vendemmia turistica. Ma resta il problema centrale dell’abbandono delle campagne.Lo speciale contiene tre articoli.Giocando con le parole si può dire che questo Vinitaly - arrivato a 57 edizioni senza che dal punto di vista della logistica cambiasse molto: resta una fiera caotica, irraggiungibile, carissima per l’ospitalità e per gli stessi espositori, con enormi problemi infrastrutturali che Veronafiere non è mai stata in grado di risolvere, compensati solo dalla centralità dell’evento che mette in vetrina la produzione del primo paese al mondo - è dazi driver.Sì, è guidato dalla paura dei dazi, o meglio dalle molte chiacchiere che si fanno attorno a questa evenienza. I vignaioli sembrano un po’ Travis - il leggendario tassista interpretato da Robert De Niro con una forza drammatica esplosiva - chiusi nella loro coazione a ripetere, un po’ disperati perché incapaci di pensarsi diversamente, impauriti dall’autorità costituita: quella dell’Europa che è il vero primo nemico del vino. E come Travis cercano scorciatoie perniciose, ad esempio i vini dealcolati che sono la negazione del vino medesimo, ma che Veronafiere - desiderosa di raccattare tutto pur di gonfiare i numeri espositivi - non ha esitato ad accogliere tra i padiglioni.Ha spiegato Lamberto Frescobaldi - uno che produce bottiglie da sogno come Ornellaia e Masseto, uno che rappresenta un pezzo della storia del vino mondiale e della civiltà occidentale sol che si pensi ai mille anni della famiglia fiorentina - da presidente di Unione Italiana Vini che i dealcolati devono restare in mano ai vignaioli per evitare che diventino speculazione delle multinazionali. Angelo Gaja che l’uomo immagine del vino italiano oltreché produttore di immensi Barlo e Barbaresco (ma anche col suo Brunello di Montalcino non scherza) ha detto che va bene così: giusto il dealcolato è comunque frutto della vigna.Siamo appunto al dazi driver: di fronte al mercato che cambia, ogni occasione per non ripensarsi è buona. Per questa strada - insegna la regia di Martin Scorsese - si finisce per avere gloria postuma dopo aver attraversato momenti terribili. Ma tant’è ci si rifugia dietro l’idea che Donald Trump il cattivissimo - e a dire la verità un po’ a Dru di Cattivissimo me gli somiglia, i nostri vignaioli peraltro non sono distanti da Minions - ce l’abbia col vino italiano che dei quasi due miliardi che esportiamo in Usa - è il nostro primo mercato quello americano - ce ne rimarrà la metà se va bene.Nessuno in questo Vinitaly che si sia chiesto se il vero nemico sia l’Europa. E lo sia da anni. Restando ai dazi si buon ben obiettare che ad accendere le polveri sugli alcolici è stata la signora Ursula von der Leyen. Tutti si sono dimenticati al Vinitaly - perché è scontato: i giornaloni che pendono ancora dalle labbra di Romano Prodi non fanno altro che suscitare pareri antiamericani - che la presidente della Commissione voleva tagliare i fondi Ocm (sono quelli per la promozione all’estero del vino) e che è stata la prima a muove sui dazi all’alcol. L’hanno malconsigliata: lei è partita lancia in resta contro il bourbon americano. Pur molto cresciute le esportazioni in Europa di distillato americano di malto valgono 630 milioni di euro. Il prezzo medio di una bottiglia è di 34 euro, i più cari arrivano a 60. Gli Usa importano dall’Europa vino per 4,9 miliardi di euro: il prezzo medio dei 150 vini italiani più comprati in America a scaffale è di 148 dollari poco meno di 136 euro.Domanda chi si fa più male nella guerra dei dazi sugli alcolici? Da Washington hanno risposto come sappiamo. Ma non è finita perché al Vinitaly dazi driver nessuno parla dei monopoli sugli alcolici che ancora resistono in Europa, del fatto che l’Irlanda mette un’accisa di 3,9 euro su ogni bottiglia e che ha avuto il via libera dall’Ue di stampare le etichette allarmistiche da appiccicare sui vini, nessuno si preoccupa dell’accisa che la Germania ha messo sugli spumanti per arginare la crescita del Prosecco. Ma tutti invece a piangere sul CalSecco - una schifezza made in California - che viene etichettata con la dicitura: prodotto secondo il metodo tradizionale veneto. Gli Usa si bevono bollicine italiane per un po’ di mezzo miliardi di euro. Domanda: se fosse una simil Mercedes che farebbe l’Ue? Invece da Bruxelles tutti zitti, ma sotto con il Mercosur perché così si aprono nuovi mercati. Senza sapere che il mercato latino americano è interessante solo per esportare automobili e prodotti finanziari: l’agroalimentare e segnatamente quello italiano e il vino italiano ci rimette.Sempre da Vinitaly nessuno che si sia chiesto che fine farà il vino se passa come vuole la presidente della Commissione europea il Be.Ca (il documento anti-cancro) che vuole le etichette «non lo bevete uccide» che prevede limitazioni al commercio, divieto di pubblicità, nessun sostegno alla promozione intra-europea e un accise pesante sul vino si dice per finanziare la lotta al cancro in realtà destinata a finanziare il Rearm Europe. Ma tutti i invece a salire a bordo del dazi driver sparando cifre a casaccio. Intanto a Verona sono arrivati 3 mila importatori americani che un po’ ci marciano sui dazi perché hanno fermato gli ordini e ora chiedono abbassamento di prezzi all’origine. Insomma non si vogliono accollare il maggior costo. La posizione delle cantine è di fare metà e metà anche se è opinione diffusa – al di fuori del piagnisteo -che fino al 25% di rincaro dei dazi si riesce a sopportare. Ad ascoltare i vignaioli più avvertiti la botta c’è ma è sopportabile.Riccardo Cotarella - l’enologo più famoso d’Italia - dice : «È vero siamo in una tempesta perfetta, ma il dato americano non è il più pericoloso, semmai dobbiamo preoccuparci del calo dei consumi e investire ancora di più su marketing e qualità». E sia così si capisce che sparare solo sul dato americano. Non serve. Se n’è accorta la Coldiretti che ha messo insieme il commissario europeo all’agricoltura e quello ala salute ben sapendo che a Bruxelles sul vino spira una brutta aria, peggiore di quella che viene da Ovest, dall’Atlantico. Sotto il naso di Olivér Várhelyi, il commissario alla Salute accolto a Verona da un sit in di giovani viticoltori che protestavano «il vino non nuoce alla salute», hanno sventolato un sondaggio che dice che 8 italiani su 10 sono contrari alle etichette allarmistiche. Ma è poca roba perché Ursula von der Leyen le ha già concesse all’Irlanda e vuole tirare dritto. Lui è stato molto abbottonato e se l’è cavata con una citazione di prammatica: «Un bicchiere di vino rosso fa bene alla salute e si inserisce nelle abitudini alimentari della Dieta Mediterranea». Della serie: ci vivrà berrà. E così ora tocca alla Fipe (ristoranti, bar enoteche e via distribuendo) dare una mano con un accordo sempre con Coldiretti per promuove un consumo responsabile di vino e soprattutto informare sui limiti di alcol ammessi dal codice della strada in rapporto al vino. Per questo fanno debuttare una app con etilometro incluso. Perché la caduta di consumi in Italia c’è, siamo sotto i 22 milioni di ettolitri (meno di 35 litri a testa).Ma a preoccupare soprattutto è la tenuta economica di un settore che per noi vale 14 miliardi di fatturato (8,1 miliardi dall’export) fa lavorare 270 mila imprese (tra agricole e imbottigliatrici) dà lavoro diretto a un milione di persone. Gli impegni che si è preso il commissario europeo all’Agricoltura Cristophe Hansen da Verona sono di tutelare la filiera del vino, di evitare tagli alla Pac. Facile dirlo fin quando c’è l’effetto Trump, sarà più difficile mantenerlo quando a Bruxelles dovranno scegliere tra tutelare gli interessi degli agricoltori italiani o quelli degli industriali tedeschi.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/un-vinitaly-dazi-driver-2671686283.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="agli-italiani-piace-bianco-e-i-no-alcol-sono-per-ora-solo-marketing" data-post-id="2671686283" data-published-at="1744041740" data-use-pagination="False"> Agli italiani piace bianco. E i no alcol sono per ora solo marketing Al di là dei piagnistei ora parlano i numeri. Al Vinitaly è stata presentata la consueta indagine svolta dall’istituto Circana sul vino nella Grande distribuzione. E si scopre che agli italiani comincia a piacere molto il bianco. Questione di clima, di percezione di alcolicità, ma anche di prezzi che per i vini pallidi sono di solito più contenuti.Gli spumanti hanno ripreso a crescere, ovviamente chi tira di più è il Prosecco, con un +4,2% a volume e un +3,6% a valore sullo stesso periodo dell'anno precedente, erodendo lentamente ma progressivamente quote di mercato, mentre i vini fermi crescono a valore del 3,1%, registrando il segno meno a volume (-0,7%) e i frizzanti perdono terreno sia a valore (-4,4%) che a volume (-5,7%). Il vino rosso fermo continua a calare nei volumi (-1,3%), pur rimanendo il più venduto in assoluto con 271 milioni di litri, seguito dal bianco con 248 milioni di litri acquistati. Spumante a parte, sono infatti i bianchi fermi, seguiti dai rosati, a contribuire maggiormente alle vendite, tanto che, secondo le proiezioni di Circana, in cinque anni il vino bianco sorpasserà il rosso, a conferma che i gusti dei consumatori stanno cambiando. Non a caso, al primo posto nella classifica dei vini "emergenti", ovvero che mostrano una maggiore crescita a volume nel 2024, troviamo il siciliano Inzolia e al terzo il Vermentino, tanto sardo quanto toscano, entrambi bianchi. Anche il rosato cresce, con oltre 37 milioni di litri venduti.Virgilio Romano, Insight Director di Circana, sottolinea che "tra le altre cose, lo studio ci mostra che a soffrire di più sono i vini con prezzi medio-bassi, dove si concentrano i maggiori acquisti e i maggiori consumi (-4,9%). Quindi, occorre continuare a lavorare sull'incremento di valore della categoria e fare in modo che bere un bicchiere di vino diventi sempre più una esperienza che metta in secondo piano "il numero di bicchieri" e consideri come valore assoluto "la soddisfazione e la qualità". E qui si apre il capitolo dei dealcolati. A Verona se ne parla molto come se fossero l’Eldorado. Per uno dei massimi scienziati deal vite e del vino il professor Attilio Scienza è solo una moda molto passeggera. “Non penso minimamente – sostiene - che i vini dealcolati possano essere un rimedio alla crisi enologica italiana. Questa è solo una digressione per fare un po’ di fumo ed evitare di affrontare i problemi. Davanti a questa crisi i francesi hanno messo in programma l’estirpo di almeno 40mila ettari di terreno. Io credo che la prima cosa da fare sia quella di ridare il significato alla parola vocazione, cioè fare vino non dovunque ma solo dove si ottiene la massima qualità.” Parre condiviso anche da un altro autorevolissimo studioso della vite e del vino il professor Leonardo Valenti. “Abbiamo fatto esperimenti importanti che ci dicono che contro l’innalzamento delle temperature ci sono rimedi che l’Italia fortunatamente può mettere in campo: piantare vigna sull’Apennino in altura, ridurre la fittezza degli impianti. E’ finito il tempo imposto da alcuni critici che peraltro hanno distrutto la viticoltura di Bordeaux imponendo vini iperconcentrati per cui dovevi fare 7 mila ceppi per ettaro. Oggi controllando bene la pianta si possono ridurre i gradi del vino naturalmente senza bisogno di dealcolati. “ Uno dei grandissimi produttori italiani Sandro Boscaini (Masi) confessa: “Io so che in natura c’è già un prodotto dealcolato ottimo: si chiama acqua! E’ ver: è importante che i dealcolati non vadano in mano a chi nulla ha ace fare con ‘agricoltura, ma è altrettanto vero che una cosa è il vino e una cosa sono le bibite ottenute dall’uva.” E’ un dibattito che a Verona si sente sotto traccia, ma che viene nascosto per ragioni di marketing di chi ha intravisto nel dealcolato la possibilità di smaltire le scorte in cantina e di continuare a fare vigna là dove non avrebbe senso farla. Ma per avere una dimensione basti dire che oggi il mercato dei vini nolo (così li chiamano per dire senza o con pochissimo alcol) vale appena 2,6 miliardi di dollari. Chi enfatizza dice che ci sarà una crescita esponenziale. Da qui a cinque ani arriveremo a 7 miliardi. Tutto bello: ma il mercato del vino tradizionale vale 350 miliardi di dollaro! E ancora si citano ricerche che dicono – l’ha fatta Swg – che il 37% dei consumatori italiani sono interessati ai vini dealcolati e che la produzione italiana di questi vini crescerà del 60%. Ma per avere un’esatta dimensione – dati di Nomisma -nel 2024 in Usa sono state vendute 4,6 milioni di bottiglie di vino no alcol e 2,5 sparkling nel canale off-trade, per un giro di affari di 62 milioni di dollari e un prezzo medio a bottiglia che oscilla dai 7,2 dollari dei vini con le bollicine ai 9,6 di quelli fermi. In Germania gli spumanti senza alcol sono a 18 milioni di bottiglie, i 4,5 milioni sono i “pezzi” di vino fermo per un totale di 73 milioni di euro di fatturato e un prezzo medio tra i 3,2 e i 3,5 euro. Se questa è la speranza per il futuro forse è meglio che il vino ripensi se stesso. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/un-vinitaly-dazi-driver-2671686283.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="l-italia-del-vino-si-restringe-e-punta-sull-enoturismo" data-post-id="2671686283" data-published-at="1744041740" data-use-pagination="False"> L'Italia del vino si restringe e punta sull'enoturismo Fra mode e modi il vino a Vinitaly non sta ragionando di come cambiare se stesso. Per adesso si limita a pigliare provvedimenti tampone. Eppure quaranta anni fa allo scoccare dello scandalo del metanolo fece uno scatto in avanti. Lo shock dei Ciravegna fu superato puntando sulla qualità, questo secondo pensano di superarlo vendendo il non vino: il dealcolato. E fa un po’ sorridere che il Vinitaly che celebra il turismo del vino, le dominazioni storiche, anche le bottiglie da migliaia di euro debba curvarsi a ragionare di una bevanda che è la negazione del vino.Invece in questi giorni veronesi si sente solo un mugugno di fondo senza uno scatto di programmazione. Per la verità un accenno a un possibile allargamento del perimetro degli affari, a un cambiamento di protagonismo delle cantine si è avuto nel ragionare di enoturismo. Ad esempio nel nuovo piano vino dell’Ue si è cominciato a ragionare della campagna come luogo attrattivo, ma sullo sfondo resta la minaccia di leggi come quelle sulla rinaturalizzazione - uno dei tanti portati del Green deal targato Frans Timmermans - che prevedono di smettere di coltivare, di lasciare spazio all’incolto. Per questa via l’Italia che è un Paese ad altissima incidenza di coltivazione rischia la morte dell’agricoltura. E non a caso l’abbandono della vigna è uno dei problemi più gravi dal punto di vista della tenuta dei territori e dell’argine allo spopolamento. Come si sa la viticoltura è una delle coltivazioni a più alto valore aggiunto - la media per l’Italia è di 3.300 euro a ettaro di valore aggiunto agricolo, quasi il doppio di quello francese che nel caso del vigneto quasi raddoppia - e dall’enoturismo può venire un’ulteriore spinta.Dominga Cotarella rileva: «È importante che il nuovo piano Ue sul vino abbia incluso anche l’enoturismo come motore del turismo e dello sviluppo delle aree interne e rurali. Sono luoghi che, grazie alla consapevolezza e al lavoro dei nostri agricoltori, non sono più solo spazi produttivi, ma diventano territori di accoglienza, di formazione, di esperienza, capaci di trasmettere i valori profondi della nostra identità».È vero che l’enoturismo è in continua crescita: oggi vale 2,9 miliardi di euro, contro i 2,5 del 2023 (+16%). La spesa media del turista del vino arriva fino a 400 euro, di cui 89 euro per l'acquisto del vino e 46 euro per la vendemmia turistica. Ma resta il problema centrale dell’abbandono delle campagne. Coldiretti ha stimato che se i vigneti italiani scomparissero, una superficie grande quasi quanto il Friuli Venezia Giulia rimarrebbe abbandonata al degrado e alla cementificazione, aumentando i rischi di dissesto idrogeologico e facendo venire meno un sostegno fondamentale per l’economia dei territori, anche dal punto di vista occupazionale. Va ricordato infatti che sono oltre 230 mila le aziende che coltivano uva in Italia con circa un milione di addetti. E’ per questo motivo che Confcooperative ha messo sotto monitoraggio – attraverso un’indagine del Censis presentata a Vinitaly – l’andamento del vigneto Italia. Da questa recentissima ricerca emerge che la superficie di uva da vino in Italia è di 693mila ettari, pari all’estensione di una volta e mezzo il Molise. Fra le zone altimetriche, prevale la collina, con il 55,5% sul totale della superficie agricola, mentre, a seguire, il 39,2% della superficie è localizzato in pianura e il restante 5,3 nelle zone di montagna. La regione più vitata è la Sicilia con oltre 118mila ettari, pari al 17,8% sul totale a livello nazionale. La seconda è il Veneto con 95mila ettari e una quota sul totale del 14,2%. Il Mezzogiorno è anche rappresentato dalla Puglia con 93mila ettari (14,0%), mentre il Nord Est porta in dotazione la superficie dell’Emilia-Romagna con circa 50 mila ettari, preceduta nella graduatoria dalla Toscana con 53mila ettari (7,9%). Se si considera l’incidenza della superficie coltivata a uva da vino sul totale della superficie, è la regione Friuli-Venezia Giulia a mostrare il livello più elevato: 10,4 ettari su 100 sono coltivati a uva da vino, contro una media nazionale pari a 4,2 ettari su 100. In Veneto a vino sono 9 ettari su cento. Per quel che riguardala produzione – quest’anno è stata pari a 48 milioni di ettolitri – la regione più produttiva è il Veneto con 10,7 milioni di ettolitri, pari al 22,3% seguita da Puglia ed Emilia-Romagna. In tre fanno oltre la metà del vino italiano. Grazie al prosecco la zona più produttiva è Treviso con 5,2 milioni di ettolitri di vino seguita da verona con 2,6 milioni di ettolitri. Nella produzione di vini di qualità si distingue Castellina in Chianti che presenta una quota di superficie prevalentemente dedicata alla produzione di vini DOP pari al 76,2%, seguita da San Gimignano con il 75,5% e da Manduria con il 74,4. Fra gli altri comuni a vocazione DOP si segnalano Montespertoli (73,6%) Montalcino (70,2%), Montepulciano (69,8%), tutti appartenenti al territorio della Toscana, e quattro comuni siciliani, Marsala, Mazara, Trapani e Menfi, con quote di superficie DOP compresa fra il 55,9% e il 61,1%.
«The Rip - Soldi sporchi» (Netflix)
The Rip - Soldi sporchi, su Netflix da venerdì 16 gennaio, non può far leva su una trama accattivante. Non stando alla sinossi. Il film, difatti, sembrerebbe svilupparsi su unico asse, quello della diffidenza generata dal bisogno, dalla brama, dall'insorgere improvviso di individualismi ed egoismi. La città è quella di Miami, i protagonisti della vicenda poliziotti, diversi fra loro per grado e anzianità. Avrebbero potuto lavorare in armonia, coesi e determinati a raggiungere uno stesso obiettivo. Invece, una scoperta estemporanea li mette faccia a faccia con le zone d'ombra della natura umana, quelle che avevano portato Hobbes a coniare la celebre definizione di homo homini lupus. All'interno di un deposito abbandonato, senza più nessuno a vegliare il bottino, viene rinvenuta dal gruppo una mole immensa di banconote: denaro contante, per milioni e milioni di dollari. Di lì, l'iter avrebbe dovuto essere codificato, il ritrovamento dei soldi regolarmente denunciato e nuove indagini avviate per scoprirne la provenienza. Tuttavia, The Rip - Soldi sporchi non racconta l'iter procedurale così come la legge imporrebbe si sviluppasse. Racconta altro: la lotta sotterranea che comincia a prendere piete, la voglia - umana, per carità - di mettere le mani su tanta ricchezza, l'ingresso di forze esterne, criminali, decise a recuperare le proprie risorse materiali
The Rip - Soldi sporchi, dunque, racconta quel che tanti film prima di lui hanno raccontato, sperando a fare la differenza non sia la trama o i suoi colpi di scena, ma la bravura del duo scelto come protagonista. Matt Damon e Ben Affleck, la cui amicizia nella vita si è tradotta più volte in una sinergia professionale, sono stati chiamati ad interpretare, rispettivamente, il tenente Dane Dumars e il detective sergente Jd Byrne. Si tratta di un ritorno, di un nuovo progetto condiviso, della speranza che i due bastino a fare la differenza, permettendo alla piattaforma di inaugurare l'anno nel migliore dei modi.
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Parto dalla fine della cerimonia funebre, quando si spengono le luci sulla commozione (autentica!) per le giovanissime vite perse o segnate per sempre. A questo punto si scatenano gli istinti animali di quelli che accusano e di quelli che si difendono. Di qui in avanti vale tutto. Altissima la posta in gioco, per una società ultra monetizzata come questa, dominata dal «chi deve pagare i danni»?
Ho intervistato due personaggi della società civile svizzera, due amici, un banchiere d’affari (XY) e uno psicanalista (XZ) facendo loro la stessa domanda: «Avete colto anche voi, in questo caso, appena avvenuto, la rapida tendenza degli adulti a colpevolizzare i comportamenti dei giovanissimi presenti (la serata era dedicata a loro) accusati di aver filmato invece di fuggire? Hanno rispolverato il noto «narcisismo digitale» come se la causa principale risiedesse, non nei comportamenti degli adulti (politici, legislatori, costruttori, gestori, controllori comunali e cantonali) ma in una patologia generazionale legata allo smartphone e alla sua cultura, che pure c’è ed è grave, ma che qua non centra nulla.»
Dice il banchiere d’affari: «Mi sono sentito emotivamente coinvolto, e come non potevo non esserlo quando vedi ragazzini di quindici anni avvolti dalle fiamme e la padrona del locale mettersi in salvo abbracciata alla cassa. La mia prima reazione fu di difesa della nostra cultura giuridica dagli attacchi scomposti giunti dalla stampa ideologizzata dei nostri vicini francesi e italiani, condividendo le precisazioni del nostro presidente Guy Parmelin “Siamo un Paese fondato su rigore e affidabilità che deve saper prevedere questo genere di rischi”. Precisazioni però giunte dieci giorni dopo l’evento! Quando, caro Riccardo, hai avuto la cortesia di presentare a me e ad altri amici svizzeri il grande lavoro fatto su IDEA e sui modelli organizzativi delle organizzazioni umane complesse, ero rimasto molto colpito dalla tua intuizione sull’esistenza dei Tabernacoli secondari. Quelli dove, dicevi, sono custodite le ostie «scadute» o peggio «andate a male». E aggiungevi come questo scenario fosse impossibile da descrivere con lo scritto, ma solo integrandolo, a voce, con esempi di vita vera, vissuta. Tra i tanti esempi che ci avevi fatto a voce, quelli di Fiat, di Alitalia, etc. c’era pure quello della vendita di un’azienda pubblica in cui l’acquirente pagava sì un certo prezzo ma doveva sottostare a protocolli formali rigidissimi in termini di controlli, tranquillizzando così Parlamento e opinione pubblica. La genialità (si scoprì poi criminogena) fu che il Contratto di vendita era addirittura il Tabernacolo, con un testo all’apparenza spietato sugli impegni formali, ma che in sede di controllo burocratico era congegnato in modo che i vincoli sarebbero stati bypassati facilmente con acconce modalità di execution. Per fortuna, la nostra ex consigliera federale Micheline Calmy-Rey (purtroppo ottantenne) declina così i tuoi Tabernacoli: «Basta agli accordi segreti e ai legami insani fra politica e interessi personali»! Sarà così anche nel caso del Le Constellation?
Lo psicanalista chiosa: «Dal punto di vista psicanalitico ricorrere al «narcisismo digitale» è una semplificazione difensiva. In certi casi, la psiche entra in uno stato di sospensione del senso di realtà, quindi tendiamo a ricercare segnali esterni che ci aiutino a interpretare la situazione. Segnali di norma provenienti dal mondo adulto o dalle istituzioni per cui quando questi sono assenti o inefficaci, noi ci troviamo soli con le nostre difese primitive. In questo senso l’atto di filmare diventa un tentativo di trasformare un problema in un’immagine da noi più controllabile. Chiediamoci come i giovani reagiscono ad adulti che faticano a esercitare il loro ruolo di genitori, di nonni, di docenti, affidandosi alla delega, alla tecnica, e non alla loro propria funzione simbolica. Quando una società finisce per chiedere ai più giovani di essere più maturi degli adulti, di certo il problema non è lo smartphone, ma negli adulti che, più o meno scientemente, si stanno ritirando dalla scena della vita vera dei figli.
Con le due interviste il mio contributo giornalistico dovrebbe finire qua, ma non per me. Questo evento, come un’infinità di altri da oltre trent’anni a questa parte (caduta del Muro) è figlio dei due grandi imbarazzanti compari che hanno segnato la mia vita, professionale prima e di studioso poi: il CEO capitalismo e il modello organizzativo patrizio dei Tabernacoli. Entrambi fortemente interconnessi e molto presenti in questa e in tutte le altre vicende di questo tipo.
Lo dico brutalmente, il falò umano di Crans Montana è stato semplicemente un omicidio ritardato da parte di imprenditori e di istituzioni (poco importa se corrotte o inette o maldestre: in termini di colpevolezza sono la stessa cosa).
Circa la critica fatta ai giovanissimi di voler filmare l’incendio anziché fuggire, siamo noi adulti occidentali, di ogni tendenza politico culturale, che abbiamo disegnato algoritmi concepiti per scegliere quali contenuti proporre e in base alla domanda ripeterli all’infinito. In altre parole, guardando di continuo frame o video del dramma di Crans Montana, lo smartphone continuerà a farcelo vedere, peggio, più lo richiediamo più lo ripeterà, avendolo così trasformato in un bene di largo consumo. Perché noi abbiamo affidato l’informazione ai markettari di ogni tipo e specie, cessando di essere non più persone ma miserabili consumatori.
Povera Gen Z quando si accorgerà che noi adulti per vivere le nostre esistenze al di sopra delle nostre effettive possibilità, non solo sottoscriviamo debito che loro dovranno onorare, ma gli abbiamo pure imbandito una tavola di saperi finti, di cibi finti, di luoghi finti, talmente stressati che prendono fuoco allo scoccare di una solitaria scintilla. La Gen Zeta sarà diventata adulta a Crans Montana solo se avrà capito di che pasta sono fatti gli adulti del mondo in cui sono capitati.
Un mondo dove l’imprenditore scappa con la cassa, il magistrato sceglie la cautela, dando la sensazione che preferirebbe non esserci, i politici locali e nazionali fanno lo gnorri, al massimo si definiscono maldestri, ma si capisce che nessuno vuole pagare pegno (anche in questo caso ci sarà un Tabernacolo protettivo?).
Il caso Crans Montana si è desolatamente chiuso con una cerimonia funebre sobria, struggente, perfetta, e dall’impeccabile scenografia svizzera. Qua erano presenti tutti i presidenti che dovevano esserci, tutti commossi, come da copione.
Zafferano.news
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Donatella Di Cesare (Imagoeconomica)
I due, negli anni scorsi, incontro dopo incontro, avrebbero raggiunto una complicità sempre più profonda, divenuta poi intimità. Giraudo, inizialmente iscritto sul registro degli indagati per molestie telefoniche, adesso è considerato dagli inquirenti una vittima: sarebbe stato ammaliato e calunniato dalla presunta Circe bergamasca che, evidentemente, nonostante il passare degli anni, non avrebbe perso il suo fascino.
Il pm Lorenzo Del Giudice contesta alla donna la «querela presentata» in una stazione dei carabinieri il 9 febbraio 2024 e le «successive dichiarazioni» raccolte in Procura davanti al magistrato e ai carabinieri il 20 marzo e il 12 aprile 2024, verbali in cui «riferiva che il colonnello Giraudo, dopo averla contattata per motivi di lavoro, le aveva inviato su Whatsapp messaggi dal contenuto sessuale esplicito e dal carattere molestatorio, proponendole incontri e pratiche sessuali estreme, generando nella stessa un profondo timore fino a indurla a bloccare l’utenza dell’uomo su Whatsapp». Per gli inquirenti, in questo modo, la Di Rosa «incolpava, sapendolo innocente, il colonnello Giraudo di porre in essere nei suoi confronti condotte persecutorie e moleste», portando all’iscrizione dello stesso sul registro degli indagati. Ma durante le indagini, dopo avere visionato il cellulare di Giraudo e quello di Lady Golpe, che inizialmente si era rifiutata di consegnare il proprio dispositivo, gli inquirenti sono giunti alla conclusione che la donna avrebbe alterato «le prove dell’innocenza» del colonnello, «poiché cancellava dal proprio telefono cellulare, nella chat con il Giraudo, circa 200 messaggi in modo da alterare il senso complessivo delle conversazioni intercorse tra loro, in particolare facendo apparire i messaggi del Giraudo - isolati dal reale contesto caratterizzato da affettuosità e confidenze reciproche e consensuali - molesti e imposti alla Di Rosa contro la sua volontà». Dunque nessuno stalking, ma solo scambi consensuali ad alto tasso erotico. Per questo la Procura, a settembre, ha chiesto l’archiviazione di Giraudo e ha inviato, a novembre, l’avviso di chiusura delle indagini alla Di Rosa, bollata come una calunniatrice seriale, contestandole «la recidiva reiterata specifica e infraquinquennale».
Nella richiesta di rinvio a giudizio non vengono mossi rilievi sulla gestione della testimone da parte del colonnello.
L’udienza preliminare inizierà il 14 maggio 2026 davanti al gup Francesca Ciranna. L’avvocato di Giraudo, Roberto De Vita, esulta: «Fallisce miseramente il tentativo di delegittimare uno dei più importanti investigatori italiani, protagonista di indagini di mafia e di stragi, a cui la storia recente della Repubblica deve moltissimo per la difesa della democrazia e della giustizia». Il legale definisce il suo cliente «un uomo devastato».
Certo, ci sarebbe da discutere sull’opportunità di quella relazione, considerata la delicatezza delle questioni che avevano portato Giraudo e la Di Rosa a incontrarsi e frequentarsi. Anche perché risulta difficile escludere a priori che «l’affettuosità» che avrebbe legato i due protagonisti non abbia rischiato di condizionare la genuinità delle dichiarazioni della donna.
Non sappiamo che cosa sia scattato nell’esperto colonnello e perché abbia iniziato a inviare messaggi e video hot alla «sua» testimone. Ma resta oscuro anche il movente che avrebbe portato Lady Golpe a costruire un castello di bugie per cercare di rovinare l’ufficiale: non aveva ottenuto la tanto agognata «riabilitazione» che, a suo dire, le era stata promessa? Le prossime fasi del procedimento serviranno a chiarire anche questo.
La Di Rosa, negli anni Novanta, aveva denunciato, come detto, insieme con il compagno, il tenente colonnello dell’Esercito Aldo Micchittu, un fantomatico colpo di Stato. La cornice era quella dei rapporti illeciti tra mondo militare e terrorismo di matrice neofascista. Una vicenda che aveva sullo sfondo le stragi di piazza Fontana a Milano e di piazza della Loggia a Brescia. Il militare patteggiò 1 anno e 4 mesi. La Di Rosa, invece, fu condannata in primo grado a 8 anni per calunnia, pena dimezzata dall’indulto.
Nel novembre del 2022 Giraudo, consulente nella nuova inchiesta su piazza della Loggia, l’avrebbe avvicinata per chiederle di testimoniare sui rapporti tra l’ex marito e i responsabili della strage.
Dopo 14 mesi, nel febbraio 2024, la Di Rosa decide di denunciare il colonnello.
Nella versione della donna, l’investigatore, già dopo il primo incontro, avrebbe manifestato un «comportamento particolarmente affettuoso e premuroso». Ma il rapporto di sarebbe rapidamente arroventato: «Dagli emoticon con cuoricini e bacini passò a rappresentarmi i suoi gusti sessuali spesso corredati da foto e video disgustosamente espliciti».
Nella denuncia la Di Rosa parlava anche di inviti a cena con annesse proposte indecenti, sdegnosamente respinte.
La donna si era detta incredula: «Non riuscivo a comprendere come colui che doveva interrogarmi e mi parlava di morti, di stragi e del mio dovere di far emergere la giustizia, mi potesse inviare foto, video e vocali che avrebbero fatto arrossire una prostituta e a cui io non potevo, non volevo ribellarmi. Lui aveva la mia vita in mano».
Giraudo le avrebbe proposto anche un paio di interviste, con una «giornalista di sua fiducia» dell’Espresso e con un inviato di Report, un servizio che avrebbe «costretto i magistrati ad ascoltarla».
Entrambi i cronisti sono stati sentiti in Procura, insieme a un altro testimone, l’avvocato Basilio Milio.
Ma in pochi sapevano che nelle chat che la Di Rosa mostrava mancassero 200 messaggi, che la donna avrebbe fraudolentemente cancellato.
A inizio 2025 quando escono le notizie della sua denuncia, Lady Golpe viene convocata a Brescia, su richiesta degli avvocati degli imputati, per deporre sui presunti discutibili metodi investigativi di Giraudo. Lei, adducendo motivi di salute, evita di presentarsi. Poi viene sentita in video collegamento e, secondo le cronache dell’epoca, «ridimensiona tutte le sue precedenti accuse messe anche per iscritto».
La Di Rosa, dopo avere letto gli articoli, invia una violenta smentita ai giornali bresciani, parlando di «strumentalizzazioni» e «delegittimazione»: «L’audizione in videoconferenza ha avuto problemi di audio e tutto ciò ha permesso l’ennesimo tentativo di manipolazione. Ma una cosa è certa: Massimo Giraudo nei miei confronti ha usato metodi che dovrebbero disgustare chiunque», scrive.
Ma adesso l’unica che rischia il processo è lei.
L’indagata, con La Verità, prova a ridimensionare la gravità delle accuse: «Vorrei proprio vedere quali siano questi messaggi mancanti. Io non so nulla della perizia e credo di non avere mai cancellato niente, tranne all’inizio i libri e altre cose così che mi mandava, che certo non distorcono il senso di nulla». Anche per il suo avvocato, Baldassare Lauria, la situazione non è compromessa: «Ritengo che la tesi dell’accusa sia molto ambiziosa e che riusciremo a chiarire ogni aspetto di questa spiacevole vicenda».
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