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2025-04-07
Un Vinitaly «dazi driver». Ma il vero nemico è in Ue
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Vinitaly 2025 (Getty Images)
Giocando con le parole si può dire che questo Vinitaly - arrivato a 57 edizioni senza che dal punto di vista della logistica cambiasse molto: resta una fiera caotica, irraggiungibile, carissima per l’ospitalità e per gli stessi espositori, con enormi problemi infrastrutturali che Veronafiere non è mai stata in grado di risolvere, compensati solo dalla centralità dell’evento che mette in vetrina la produzione del primo paese al mondo - è dazi driver.
Sì, è guidato dalla paura dei dazi, o meglio dalle molte chiacchiere che si fanno attorno a questa evenienza. I vignaioli sembrano un po’ Travis - il leggendario tassista interpretato da Robert De Niro con una forza drammatica esplosiva - chiusi nella loro coazione a ripetere, un po’ disperati perché incapaci di pensarsi diversamente, impauriti dall’autorità costituita: quella dell’Europa che è il vero primo nemico del vino. E come Travis cercano scorciatoie perniciose, ad esempio i vini dealcolati che sono la negazione del vino medesimo, ma che Veronafiere - desiderosa di raccattare tutto pur di gonfiare i numeri espositivi - non ha esitato ad accogliere tra i padiglioni.
Ha spiegato Lamberto Frescobaldi - uno che produce bottiglie da sogno come Ornellaia e Masseto, uno che rappresenta un pezzo della storia del vino mondiale e della civiltà occidentale sol che si pensi ai mille anni della famiglia fiorentina - da presidente di Unione Italiana Vini che i dealcolati devono restare in mano ai vignaioli per evitare che diventino speculazione delle multinazionali. Angelo Gaja che l’uomo immagine del vino italiano oltreché produttore di immensi Barlo e Barbaresco (ma anche col suo Brunello di Montalcino non scherza) ha detto che va bene così: giusto il dealcolato è comunque frutto della vigna.
Siamo appunto al dazi driver: di fronte al mercato che cambia, ogni occasione per non ripensarsi è buona. Per questa strada - insegna la regia di Martin Scorsese - si finisce per avere gloria postuma dopo aver attraversato momenti terribili. Ma tant’è ci si rifugia dietro l’idea che Donald Trump il cattivissimo - e a dire la verità un po’ a Dru di Cattivissimo me gli somiglia, i nostri vignaioli peraltro non sono distanti da Minions - ce l’abbia col vino italiano che dei quasi due miliardi che esportiamo in Usa - è il nostro primo mercato quello americano - ce ne rimarrà la metà se va bene.
Nessuno in questo Vinitaly che si sia chiesto se il vero nemico sia l’Europa. E lo sia da anni. Restando ai dazi si buon ben obiettare che ad accendere le polveri sugli alcolici è stata la signora Ursula von der Leyen. Tutti si sono dimenticati al Vinitaly - perché è scontato: i giornaloni che pendono ancora dalle labbra di Romano Prodi non fanno altro che suscitare pareri antiamericani - che la presidente della Commissione voleva tagliare i fondi Ocm (sono quelli per la promozione all’estero del vino) e che è stata la prima a muove sui dazi all’alcol. L’hanno malconsigliata: lei è partita lancia in resta contro il bourbon americano. Pur molto cresciute le esportazioni in Europa di distillato americano di malto valgono 630 milioni di euro. Il prezzo medio di una bottiglia è di 34 euro, i più cari arrivano a 60. Gli Usa importano dall’Europa vino per 4,9 miliardi di euro: il prezzo medio dei 150 vini italiani più comprati in America a scaffale è di 148 dollari poco meno di 136 euro.
Domanda chi si fa più male nella guerra dei dazi sugli alcolici? Da Washington hanno risposto come sappiamo. Ma non è finita perché al Vinitaly dazi driver nessuno parla dei monopoli sugli alcolici che ancora resistono in Europa, del fatto che l’Irlanda mette un’accisa di 3,9 euro su ogni bottiglia e che ha avuto il via libera dall’Ue di stampare le etichette allarmistiche da appiccicare sui vini, nessuno si preoccupa dell’accisa che la Germania ha messo sugli spumanti per arginare la crescita del Prosecco. Ma tutti invece a piangere sul CalSecco - una schifezza made in California - che viene etichettata con la dicitura: prodotto secondo il metodo tradizionale veneto. Gli Usa si bevono bollicine italiane per un po’ di mezzo miliardi di euro. Domanda: se fosse una simil Mercedes che farebbe l’Ue? Invece da Bruxelles tutti zitti, ma sotto con il Mercosur perché così si aprono nuovi mercati. Senza sapere che il mercato latino americano è interessante solo per esportare automobili e prodotti finanziari: l’agroalimentare e segnatamente quello italiano e il vino italiano ci rimette.
Sempre da Vinitaly nessuno che si sia chiesto che fine farà il vino se passa come vuole la presidente della Commissione europea il Be.Ca (il documento anti-cancro) che vuole le etichette «non lo bevete uccide» che prevede limitazioni al commercio, divieto di pubblicità, nessun sostegno alla promozione intra-europea e un accise pesante sul vino si dice per finanziare la lotta al cancro in realtà destinata a finanziare il Rearm Europe. Ma tutti i invece a salire a bordo del dazi driver sparando cifre a casaccio. Intanto a Verona sono arrivati 3 mila importatori americani che un po’ ci marciano sui dazi perché hanno fermato gli ordini e ora chiedono abbassamento di prezzi all’origine. Insomma non si vogliono accollare il maggior costo. La posizione delle cantine è di fare metà e metà anche se è opinione diffusa – al di fuori del piagnisteo -che fino al 25% di rincaro dei dazi si riesce a sopportare. Ad ascoltare i vignaioli più avvertiti la botta c’è ma è sopportabile.
Riccardo Cotarella - l’enologo più famoso d’Italia - dice : «È vero siamo in una tempesta perfetta, ma il dato americano non è il più pericoloso, semmai dobbiamo preoccuparci del calo dei consumi e investire ancora di più su marketing e qualità». E sia così si capisce che sparare solo sul dato americano. Non serve. Se n’è accorta la Coldiretti che ha messo insieme il commissario europeo all’agricoltura e quello ala salute ben sapendo che a Bruxelles sul vino spira una brutta aria, peggiore di quella che viene da Ovest, dall’Atlantico. Sotto il naso di Olivér Várhelyi, il commissario alla Salute accolto a Verona da un sit in di giovani viticoltori che protestavano «il vino non nuoce alla salute», hanno sventolato un sondaggio che dice che 8 italiani su 10 sono contrari alle etichette allarmistiche. Ma è poca roba perché Ursula von der Leyen le ha già concesse all’Irlanda e vuole tirare dritto. Lui è stato molto abbottonato e se l’è cavata con una citazione di prammatica: «Un bicchiere di vino rosso fa bene alla salute e si inserisce nelle abitudini alimentari della Dieta Mediterranea». Della serie: ci vivrà berrà. E così ora tocca alla Fipe (ristoranti, bar enoteche e via distribuendo) dare una mano con un accordo sempre con Coldiretti per promuove un consumo responsabile di vino e soprattutto informare sui limiti di alcol ammessi dal codice della strada in rapporto al vino. Per questo fanno debuttare una app con etilometro incluso. Perché la caduta di consumi in Italia c’è, siamo sotto i 22 milioni di ettolitri (meno di 35 litri a testa).Ma a preoccupare soprattutto è la tenuta economica di un settore che per noi vale 14 miliardi di fatturato (8,1 miliardi dall’export) fa lavorare 270 mila imprese (tra agricole e imbottigliatrici) dà lavoro diretto a un milione di persone. Gli impegni che si è preso il commissario europeo all’Agricoltura Cristophe Hansen da Verona sono di tutelare la filiera del vino, di evitare tagli alla Pac. Facile dirlo fin quando c’è l’effetto Trump, sarà più difficile mantenerlo quando a Bruxelles dovranno scegliere tra tutelare gli interessi degli agricoltori italiani o quelli degli industriali tedeschi.
Agli italiani piace bianco. E i no alcol sono per ora solo marketing
Al di là dei piagnistei ora parlano i numeri. Al Vinitaly è stata presentata la consueta indagine svolta dall’istituto Circana sul vino nella Grande distribuzione. E si scopre che agli italiani comincia a piacere molto il bianco. Questione di clima, di percezione di alcolicità, ma anche di prezzi che per i vini pallidi sono di solito più contenuti.
Gli spumanti hanno ripreso a crescere, ovviamente chi tira di più è il Prosecco, con un +4,2% a volume e un +3,6% a valore sullo stesso periodo dell'anno precedente, erodendo lentamente ma progressivamente quote di mercato, mentre i vini fermi crescono a valore del 3,1%, registrando il segno meno a volume (-0,7%) e i frizzanti perdono terreno sia a valore (-4,4%) che a volume (-5,7%). Il vino rosso fermo continua a calare nei volumi (-1,3%), pur rimanendo il più venduto in assoluto con 271 milioni di litri, seguito dal bianco con 248 milioni di litri acquistati. Spumante a parte, sono infatti i bianchi fermi, seguiti dai rosati, a contribuire maggiormente alle vendite, tanto che, secondo le proiezioni di Circana, in cinque anni il vino bianco sorpasserà il rosso, a conferma che i gusti dei consumatori stanno cambiando. Non a caso, al primo posto nella classifica dei vini "emergenti", ovvero che mostrano una maggiore crescita a volume nel 2024, troviamo il siciliano Inzolia e al terzo il Vermentino, tanto sardo quanto toscano, entrambi bianchi. Anche il rosato cresce, con oltre 37 milioni di litri venduti.
Virgilio Romano, Insight Director di Circana, sottolinea che "tra le altre cose, lo studio ci mostra che a soffrire di più sono i vini con prezzi medio-bassi, dove si concentrano i maggiori acquisti e i maggiori consumi (-4,9%). Quindi, occorre continuare a lavorare sull'incremento di valore della categoria e fare in modo che bere un bicchiere di vino diventi sempre più una esperienza che metta in secondo piano "il numero di bicchieri" e consideri come valore assoluto "la soddisfazione e la qualità". E qui si apre il capitolo dei dealcolati. A Verona se ne parla molto come se fossero l’Eldorado. Per uno dei massimi scienziati deal vite e del vino il professor Attilio Scienza è solo una moda molto passeggera. “Non penso minimamente – sostiene - che i vini dealcolati possano essere un rimedio alla crisi enologica italiana. Questa è solo una digressione per fare un po’ di fumo ed evitare di affrontare i problemi. Davanti a questa crisi i francesi hanno messo in programma l’estirpo di almeno 40mila ettari di terreno. Io credo che la prima cosa da fare sia quella di ridare il significato alla parola vocazione, cioè fare vino non dovunque ma solo dove si ottiene la massima qualità.” Parre condiviso anche da un altro autorevolissimo studioso della vite e del vino il professor Leonardo Valenti. “Abbiamo fatto esperimenti importanti che ci dicono che contro l’innalzamento delle temperature ci sono rimedi che l’Italia fortunatamente può mettere in campo: piantare vigna sull’Apennino in altura, ridurre la fittezza degli impianti. E’ finito il tempo imposto da alcuni critici che peraltro hanno distrutto la viticoltura di Bordeaux imponendo vini iperconcentrati per cui dovevi fare 7 mila ceppi per ettaro. Oggi controllando bene la pianta si possono ridurre i gradi del vino naturalmente senza bisogno di dealcolati. “ Uno dei grandissimi produttori italiani Sandro Boscaini (Masi) confessa: “Io so che in natura c’è già un prodotto dealcolato ottimo: si chiama acqua! E’ ver: è importante che i dealcolati non vadano in mano a chi nulla ha ace fare con ‘agricoltura, ma è altrettanto vero che una cosa è il vino e una cosa sono le bibite ottenute dall’uva.” E’ un dibattito che a Verona si sente sotto traccia, ma che viene nascosto per ragioni di marketing di chi ha intravisto nel dealcolato la possibilità di smaltire le scorte in cantina e di continuare a fare vigna là dove non avrebbe senso farla. Ma per avere una dimensione basti dire che oggi il mercato dei vini nolo (così li chiamano per dire senza o con pochissimo alcol) vale appena 2,6 miliardi di dollari. Chi enfatizza dice che ci sarà una crescita esponenziale. Da qui a cinque ani arriveremo a 7 miliardi. Tutto bello: ma il mercato del vino tradizionale vale 350 miliardi di dollaro! E ancora si citano ricerche che dicono – l’ha fatta Swg – che il 37% dei consumatori italiani sono interessati ai vini dealcolati e che la produzione italiana di questi vini crescerà del 60%. Ma per avere un’esatta dimensione – dati di Nomisma -nel 2024 in Usa sono state vendute 4,6 milioni di bottiglie di vino no alcol e 2,5 sparkling nel canale off-trade, per un giro di affari di 62 milioni di dollari e un prezzo medio a bottiglia che oscilla dai 7,2 dollari dei vini con le bollicine ai 9,6 di quelli fermi. In Germania gli spumanti senza alcol sono a 18 milioni di bottiglie, i 4,5 milioni sono i “pezzi” di vino fermo per un totale di 73 milioni di euro di fatturato e un prezzo medio tra i 3,2 e i 3,5 euro. Se questa è la speranza per il futuro forse è meglio che il vino ripensi se stesso.
L'Italia del vino si restringe e punta sull'enoturismo
Fra mode e modi il vino a Vinitaly non sta ragionando di come cambiare se stesso. Per adesso si limita a pigliare provvedimenti tampone. Eppure quaranta anni fa allo scoccare dello scandalo del metanolo fece uno scatto in avanti. Lo shock dei Ciravegna fu superato puntando sulla qualità, questo secondo pensano di superarlo vendendo il non vino: il dealcolato. E fa un po’ sorridere che il Vinitaly che celebra il turismo del vino, le dominazioni storiche, anche le bottiglie da migliaia di euro debba curvarsi a ragionare di una bevanda che è la negazione del vino.
Invece in questi giorni veronesi si sente solo un mugugno di fondo senza uno scatto di programmazione. Per la verità un accenno a un possibile allargamento del perimetro degli affari, a un cambiamento di protagonismo delle cantine si è avuto nel ragionare di enoturismo. Ad esempio nel nuovo piano vino dell’Ue si è cominciato a ragionare della campagna come luogo attrattivo, ma sullo sfondo resta la minaccia di leggi come quelle sulla rinaturalizzazione - uno dei tanti portati del Green deal targato Frans Timmermans - che prevedono di smettere di coltivare, di lasciare spazio all’incolto. Per questa via l’Italia che è un Paese ad altissima incidenza di coltivazione rischia la morte dell’agricoltura. E non a caso l’abbandono della vigna è uno dei problemi più gravi dal punto di vista della tenuta dei territori e dell’argine allo spopolamento. Come si sa la viticoltura è una delle coltivazioni a più alto valore aggiunto - la media per l’Italia è di 3.300 euro a ettaro di valore aggiunto agricolo, quasi il doppio di quello francese che nel caso del vigneto quasi raddoppia - e dall’enoturismo può venire un’ulteriore spinta.
Dominga Cotarella rileva: «È importante che il nuovo piano Ue sul vino abbia incluso anche l’enoturismo come motore del turismo e dello sviluppo delle aree interne e rurali. Sono luoghi che, grazie alla consapevolezza e al lavoro dei nostri agricoltori, non sono più solo spazi produttivi, ma diventano territori di accoglienza, di formazione, di esperienza, capaci di trasmettere i valori profondi della nostra identità».
È vero che l’enoturismo è in continua crescita: oggi vale 2,9 miliardi di euro, contro i 2,5 del 2023 (+16%). La spesa media del turista del vino arriva fino a 400 euro, di cui 89 euro per l'acquisto del vino e 46 euro per la vendemmia turistica. Ma resta il problema centrale dell’abbandono delle campagne. Coldiretti ha stimato che se i vigneti italiani scomparissero, una superficie grande quasi quanto il Friuli Venezia Giulia rimarrebbe abbandonata al degrado e alla cementificazione, aumentando i rischi di dissesto idrogeologico e facendo venire meno un sostegno fondamentale per l’economia dei territori, anche dal punto di vista occupazionale. Va ricordato infatti che sono oltre 230 mila le aziende che coltivano uva in Italia con circa un milione di addetti. E’ per questo motivo che Confcooperative ha messo sotto monitoraggio – attraverso un’indagine del Censis presentata a Vinitaly – l’andamento del vigneto Italia. Da questa recentissima ricerca emerge che la superficie di uva da vino in Italia è di 693mila ettari, pari all’estensione di una volta e mezzo il Molise. Fra le zone altimetriche, prevale la collina, con il 55,5% sul totale della superficie agricola, mentre, a seguire, il 39,2% della superficie è localizzato in pianura e il restante 5,3 nelle zone di montagna. La regione più vitata è la Sicilia con oltre 118mila ettari, pari al 17,8% sul totale a livello nazionale. La seconda è il Veneto con 95mila ettari e una quota sul totale del 14,2%. Il Mezzogiorno è anche rappresentato dalla Puglia con 93mila ettari (14,0%), mentre il Nord Est porta in dotazione la superficie dell’Emilia-Romagna con circa 50 mila ettari, preceduta nella graduatoria dalla Toscana con 53mila ettari (7,9%). Se si considera l’incidenza della superficie coltivata a uva da vino sul totale della superficie, è la regione Friuli-Venezia Giulia a mostrare il livello più elevato: 10,4 ettari su 100 sono coltivati a uva da vino, contro una media nazionale pari a 4,2 ettari su 100. In Veneto a vino sono 9 ettari su cento. Per quel che riguardala produzione – quest’anno è stata pari a 48 milioni di ettolitri – la regione più produttiva è il Veneto con 10,7 milioni di ettolitri, pari al 22,3% seguita da Puglia ed Emilia-Romagna. In tre fanno oltre la metà del vino italiano. Grazie al prosecco la zona più produttiva è Treviso con 5,2 milioni di ettolitri di vino seguita da verona con 2,6 milioni di ettolitri. Nella produzione di vini di qualità si distingue Castellina in Chianti che presenta una quota di superficie prevalentemente dedicata alla produzione di vini DOP pari al 76,2%, seguita da San Gimignano con il 75,5% e da Manduria con il 74,4. Fra gli altri comuni a vocazione DOP si segnalano Montespertoli (73,6%) Montalcino (70,2%), Montepulciano (69,8%), tutti appartenenti al territorio della Toscana, e quattro comuni siciliani, Marsala, Mazara, Trapani e Menfi, con quote di superficie DOP compresa fra il 55,9% e il 61,1%.
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Giocando con le parole si può dire che questo Vinitaly è guidato dalla paura dei dazi. I vignaioli sembrano un po’ Travis - il leggendario tassista interpretato da Robert De Niro - impauriti dall’autorità costituita: quella dell’Europa che è il vero primo nemico del vino.A Veronafiere è stata presentata la consueta indagine svolta dall’istituto Circana sul vino nella Grande distribuzione. E si scopre che agli italiani comincia a piacere molto il bianco.L’enoturismo è in continua crescita: oggi vale 2,9 miliardi di euro, contro i 2,5 del 2023 (+16%). La spesa media del turista del vino arriva fino a 400 euro, di cui 89 euro per l'acquisto del vino e 46 euro per la vendemmia turistica. Ma resta il problema centrale dell’abbandono delle campagne.Lo speciale contiene tre articoli.Giocando con le parole si può dire che questo Vinitaly - arrivato a 57 edizioni senza che dal punto di vista della logistica cambiasse molto: resta una fiera caotica, irraggiungibile, carissima per l’ospitalità e per gli stessi espositori, con enormi problemi infrastrutturali che Veronafiere non è mai stata in grado di risolvere, compensati solo dalla centralità dell’evento che mette in vetrina la produzione del primo paese al mondo - è dazi driver.Sì, è guidato dalla paura dei dazi, o meglio dalle molte chiacchiere che si fanno attorno a questa evenienza. I vignaioli sembrano un po’ Travis - il leggendario tassista interpretato da Robert De Niro con una forza drammatica esplosiva - chiusi nella loro coazione a ripetere, un po’ disperati perché incapaci di pensarsi diversamente, impauriti dall’autorità costituita: quella dell’Europa che è il vero primo nemico del vino. E come Travis cercano scorciatoie perniciose, ad esempio i vini dealcolati che sono la negazione del vino medesimo, ma che Veronafiere - desiderosa di raccattare tutto pur di gonfiare i numeri espositivi - non ha esitato ad accogliere tra i padiglioni.Ha spiegato Lamberto Frescobaldi - uno che produce bottiglie da sogno come Ornellaia e Masseto, uno che rappresenta un pezzo della storia del vino mondiale e della civiltà occidentale sol che si pensi ai mille anni della famiglia fiorentina - da presidente di Unione Italiana Vini che i dealcolati devono restare in mano ai vignaioli per evitare che diventino speculazione delle multinazionali. Angelo Gaja che l’uomo immagine del vino italiano oltreché produttore di immensi Barlo e Barbaresco (ma anche col suo Brunello di Montalcino non scherza) ha detto che va bene così: giusto il dealcolato è comunque frutto della vigna.Siamo appunto al dazi driver: di fronte al mercato che cambia, ogni occasione per non ripensarsi è buona. Per questa strada - insegna la regia di Martin Scorsese - si finisce per avere gloria postuma dopo aver attraversato momenti terribili. Ma tant’è ci si rifugia dietro l’idea che Donald Trump il cattivissimo - e a dire la verità un po’ a Dru di Cattivissimo me gli somiglia, i nostri vignaioli peraltro non sono distanti da Minions - ce l’abbia col vino italiano che dei quasi due miliardi che esportiamo in Usa - è il nostro primo mercato quello americano - ce ne rimarrà la metà se va bene.Nessuno in questo Vinitaly che si sia chiesto se il vero nemico sia l’Europa. E lo sia da anni. Restando ai dazi si buon ben obiettare che ad accendere le polveri sugli alcolici è stata la signora Ursula von der Leyen. Tutti si sono dimenticati al Vinitaly - perché è scontato: i giornaloni che pendono ancora dalle labbra di Romano Prodi non fanno altro che suscitare pareri antiamericani - che la presidente della Commissione voleva tagliare i fondi Ocm (sono quelli per la promozione all’estero del vino) e che è stata la prima a muove sui dazi all’alcol. L’hanno malconsigliata: lei è partita lancia in resta contro il bourbon americano. Pur molto cresciute le esportazioni in Europa di distillato americano di malto valgono 630 milioni di euro. Il prezzo medio di una bottiglia è di 34 euro, i più cari arrivano a 60. Gli Usa importano dall’Europa vino per 4,9 miliardi di euro: il prezzo medio dei 150 vini italiani più comprati in America a scaffale è di 148 dollari poco meno di 136 euro.Domanda chi si fa più male nella guerra dei dazi sugli alcolici? Da Washington hanno risposto come sappiamo. Ma non è finita perché al Vinitaly dazi driver nessuno parla dei monopoli sugli alcolici che ancora resistono in Europa, del fatto che l’Irlanda mette un’accisa di 3,9 euro su ogni bottiglia e che ha avuto il via libera dall’Ue di stampare le etichette allarmistiche da appiccicare sui vini, nessuno si preoccupa dell’accisa che la Germania ha messo sugli spumanti per arginare la crescita del Prosecco. Ma tutti invece a piangere sul CalSecco - una schifezza made in California - che viene etichettata con la dicitura: prodotto secondo il metodo tradizionale veneto. Gli Usa si bevono bollicine italiane per un po’ di mezzo miliardi di euro. Domanda: se fosse una simil Mercedes che farebbe l’Ue? Invece da Bruxelles tutti zitti, ma sotto con il Mercosur perché così si aprono nuovi mercati. Senza sapere che il mercato latino americano è interessante solo per esportare automobili e prodotti finanziari: l’agroalimentare e segnatamente quello italiano e il vino italiano ci rimette.Sempre da Vinitaly nessuno che si sia chiesto che fine farà il vino se passa come vuole la presidente della Commissione europea il Be.Ca (il documento anti-cancro) che vuole le etichette «non lo bevete uccide» che prevede limitazioni al commercio, divieto di pubblicità, nessun sostegno alla promozione intra-europea e un accise pesante sul vino si dice per finanziare la lotta al cancro in realtà destinata a finanziare il Rearm Europe. Ma tutti i invece a salire a bordo del dazi driver sparando cifre a casaccio. Intanto a Verona sono arrivati 3 mila importatori americani che un po’ ci marciano sui dazi perché hanno fermato gli ordini e ora chiedono abbassamento di prezzi all’origine. Insomma non si vogliono accollare il maggior costo. La posizione delle cantine è di fare metà e metà anche se è opinione diffusa – al di fuori del piagnisteo -che fino al 25% di rincaro dei dazi si riesce a sopportare. Ad ascoltare i vignaioli più avvertiti la botta c’è ma è sopportabile.Riccardo Cotarella - l’enologo più famoso d’Italia - dice : «È vero siamo in una tempesta perfetta, ma il dato americano non è il più pericoloso, semmai dobbiamo preoccuparci del calo dei consumi e investire ancora di più su marketing e qualità». E sia così si capisce che sparare solo sul dato americano. Non serve. Se n’è accorta la Coldiretti che ha messo insieme il commissario europeo all’agricoltura e quello ala salute ben sapendo che a Bruxelles sul vino spira una brutta aria, peggiore di quella che viene da Ovest, dall’Atlantico. Sotto il naso di Olivér Várhelyi, il commissario alla Salute accolto a Verona da un sit in di giovani viticoltori che protestavano «il vino non nuoce alla salute», hanno sventolato un sondaggio che dice che 8 italiani su 10 sono contrari alle etichette allarmistiche. Ma è poca roba perché Ursula von der Leyen le ha già concesse all’Irlanda e vuole tirare dritto. Lui è stato molto abbottonato e se l’è cavata con una citazione di prammatica: «Un bicchiere di vino rosso fa bene alla salute e si inserisce nelle abitudini alimentari della Dieta Mediterranea». Della serie: ci vivrà berrà. E così ora tocca alla Fipe (ristoranti, bar enoteche e via distribuendo) dare una mano con un accordo sempre con Coldiretti per promuove un consumo responsabile di vino e soprattutto informare sui limiti di alcol ammessi dal codice della strada in rapporto al vino. Per questo fanno debuttare una app con etilometro incluso. Perché la caduta di consumi in Italia c’è, siamo sotto i 22 milioni di ettolitri (meno di 35 litri a testa).Ma a preoccupare soprattutto è la tenuta economica di un settore che per noi vale 14 miliardi di fatturato (8,1 miliardi dall’export) fa lavorare 270 mila imprese (tra agricole e imbottigliatrici) dà lavoro diretto a un milione di persone. Gli impegni che si è preso il commissario europeo all’Agricoltura Cristophe Hansen da Verona sono di tutelare la filiera del vino, di evitare tagli alla Pac. Facile dirlo fin quando c’è l’effetto Trump, sarà più difficile mantenerlo quando a Bruxelles dovranno scegliere tra tutelare gli interessi degli agricoltori italiani o quelli degli industriali tedeschi.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/un-vinitaly-dazi-driver-2671686283.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="agli-italiani-piace-bianco-e-i-no-alcol-sono-per-ora-solo-marketing" data-post-id="2671686283" data-published-at="1744041740" data-use-pagination="False"> Agli italiani piace bianco. E i no alcol sono per ora solo marketing Al di là dei piagnistei ora parlano i numeri. Al Vinitaly è stata presentata la consueta indagine svolta dall’istituto Circana sul vino nella Grande distribuzione. E si scopre che agli italiani comincia a piacere molto il bianco. Questione di clima, di percezione di alcolicità, ma anche di prezzi che per i vini pallidi sono di solito più contenuti.Gli spumanti hanno ripreso a crescere, ovviamente chi tira di più è il Prosecco, con un +4,2% a volume e un +3,6% a valore sullo stesso periodo dell'anno precedente, erodendo lentamente ma progressivamente quote di mercato, mentre i vini fermi crescono a valore del 3,1%, registrando il segno meno a volume (-0,7%) e i frizzanti perdono terreno sia a valore (-4,4%) che a volume (-5,7%). Il vino rosso fermo continua a calare nei volumi (-1,3%), pur rimanendo il più venduto in assoluto con 271 milioni di litri, seguito dal bianco con 248 milioni di litri acquistati. Spumante a parte, sono infatti i bianchi fermi, seguiti dai rosati, a contribuire maggiormente alle vendite, tanto che, secondo le proiezioni di Circana, in cinque anni il vino bianco sorpasserà il rosso, a conferma che i gusti dei consumatori stanno cambiando. Non a caso, al primo posto nella classifica dei vini "emergenti", ovvero che mostrano una maggiore crescita a volume nel 2024, troviamo il siciliano Inzolia e al terzo il Vermentino, tanto sardo quanto toscano, entrambi bianchi. Anche il rosato cresce, con oltre 37 milioni di litri venduti.Virgilio Romano, Insight Director di Circana, sottolinea che "tra le altre cose, lo studio ci mostra che a soffrire di più sono i vini con prezzi medio-bassi, dove si concentrano i maggiori acquisti e i maggiori consumi (-4,9%). Quindi, occorre continuare a lavorare sull'incremento di valore della categoria e fare in modo che bere un bicchiere di vino diventi sempre più una esperienza che metta in secondo piano "il numero di bicchieri" e consideri come valore assoluto "la soddisfazione e la qualità". E qui si apre il capitolo dei dealcolati. A Verona se ne parla molto come se fossero l’Eldorado. Per uno dei massimi scienziati deal vite e del vino il professor Attilio Scienza è solo una moda molto passeggera. “Non penso minimamente – sostiene - che i vini dealcolati possano essere un rimedio alla crisi enologica italiana. Questa è solo una digressione per fare un po’ di fumo ed evitare di affrontare i problemi. Davanti a questa crisi i francesi hanno messo in programma l’estirpo di almeno 40mila ettari di terreno. Io credo che la prima cosa da fare sia quella di ridare il significato alla parola vocazione, cioè fare vino non dovunque ma solo dove si ottiene la massima qualità.” Parre condiviso anche da un altro autorevolissimo studioso della vite e del vino il professor Leonardo Valenti. “Abbiamo fatto esperimenti importanti che ci dicono che contro l’innalzamento delle temperature ci sono rimedi che l’Italia fortunatamente può mettere in campo: piantare vigna sull’Apennino in altura, ridurre la fittezza degli impianti. E’ finito il tempo imposto da alcuni critici che peraltro hanno distrutto la viticoltura di Bordeaux imponendo vini iperconcentrati per cui dovevi fare 7 mila ceppi per ettaro. Oggi controllando bene la pianta si possono ridurre i gradi del vino naturalmente senza bisogno di dealcolati. “ Uno dei grandissimi produttori italiani Sandro Boscaini (Masi) confessa: “Io so che in natura c’è già un prodotto dealcolato ottimo: si chiama acqua! E’ ver: è importante che i dealcolati non vadano in mano a chi nulla ha ace fare con ‘agricoltura, ma è altrettanto vero che una cosa è il vino e una cosa sono le bibite ottenute dall’uva.” E’ un dibattito che a Verona si sente sotto traccia, ma che viene nascosto per ragioni di marketing di chi ha intravisto nel dealcolato la possibilità di smaltire le scorte in cantina e di continuare a fare vigna là dove non avrebbe senso farla. Ma per avere una dimensione basti dire che oggi il mercato dei vini nolo (così li chiamano per dire senza o con pochissimo alcol) vale appena 2,6 miliardi di dollari. Chi enfatizza dice che ci sarà una crescita esponenziale. Da qui a cinque ani arriveremo a 7 miliardi. Tutto bello: ma il mercato del vino tradizionale vale 350 miliardi di dollaro! E ancora si citano ricerche che dicono – l’ha fatta Swg – che il 37% dei consumatori italiani sono interessati ai vini dealcolati e che la produzione italiana di questi vini crescerà del 60%. Ma per avere un’esatta dimensione – dati di Nomisma -nel 2024 in Usa sono state vendute 4,6 milioni di bottiglie di vino no alcol e 2,5 sparkling nel canale off-trade, per un giro di affari di 62 milioni di dollari e un prezzo medio a bottiglia che oscilla dai 7,2 dollari dei vini con le bollicine ai 9,6 di quelli fermi. In Germania gli spumanti senza alcol sono a 18 milioni di bottiglie, i 4,5 milioni sono i “pezzi” di vino fermo per un totale di 73 milioni di euro di fatturato e un prezzo medio tra i 3,2 e i 3,5 euro. Se questa è la speranza per il futuro forse è meglio che il vino ripensi se stesso. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/un-vinitaly-dazi-driver-2671686283.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="l-italia-del-vino-si-restringe-e-punta-sull-enoturismo" data-post-id="2671686283" data-published-at="1744041740" data-use-pagination="False"> L'Italia del vino si restringe e punta sull'enoturismo Fra mode e modi il vino a Vinitaly non sta ragionando di come cambiare se stesso. Per adesso si limita a pigliare provvedimenti tampone. Eppure quaranta anni fa allo scoccare dello scandalo del metanolo fece uno scatto in avanti. Lo shock dei Ciravegna fu superato puntando sulla qualità, questo secondo pensano di superarlo vendendo il non vino: il dealcolato. E fa un po’ sorridere che il Vinitaly che celebra il turismo del vino, le dominazioni storiche, anche le bottiglie da migliaia di euro debba curvarsi a ragionare di una bevanda che è la negazione del vino.Invece in questi giorni veronesi si sente solo un mugugno di fondo senza uno scatto di programmazione. Per la verità un accenno a un possibile allargamento del perimetro degli affari, a un cambiamento di protagonismo delle cantine si è avuto nel ragionare di enoturismo. Ad esempio nel nuovo piano vino dell’Ue si è cominciato a ragionare della campagna come luogo attrattivo, ma sullo sfondo resta la minaccia di leggi come quelle sulla rinaturalizzazione - uno dei tanti portati del Green deal targato Frans Timmermans - che prevedono di smettere di coltivare, di lasciare spazio all’incolto. Per questa via l’Italia che è un Paese ad altissima incidenza di coltivazione rischia la morte dell’agricoltura. E non a caso l’abbandono della vigna è uno dei problemi più gravi dal punto di vista della tenuta dei territori e dell’argine allo spopolamento. Come si sa la viticoltura è una delle coltivazioni a più alto valore aggiunto - la media per l’Italia è di 3.300 euro a ettaro di valore aggiunto agricolo, quasi il doppio di quello francese che nel caso del vigneto quasi raddoppia - e dall’enoturismo può venire un’ulteriore spinta.Dominga Cotarella rileva: «È importante che il nuovo piano Ue sul vino abbia incluso anche l’enoturismo come motore del turismo e dello sviluppo delle aree interne e rurali. Sono luoghi che, grazie alla consapevolezza e al lavoro dei nostri agricoltori, non sono più solo spazi produttivi, ma diventano territori di accoglienza, di formazione, di esperienza, capaci di trasmettere i valori profondi della nostra identità».È vero che l’enoturismo è in continua crescita: oggi vale 2,9 miliardi di euro, contro i 2,5 del 2023 (+16%). La spesa media del turista del vino arriva fino a 400 euro, di cui 89 euro per l'acquisto del vino e 46 euro per la vendemmia turistica. Ma resta il problema centrale dell’abbandono delle campagne. Coldiretti ha stimato che se i vigneti italiani scomparissero, una superficie grande quasi quanto il Friuli Venezia Giulia rimarrebbe abbandonata al degrado e alla cementificazione, aumentando i rischi di dissesto idrogeologico e facendo venire meno un sostegno fondamentale per l’economia dei territori, anche dal punto di vista occupazionale. Va ricordato infatti che sono oltre 230 mila le aziende che coltivano uva in Italia con circa un milione di addetti. E’ per questo motivo che Confcooperative ha messo sotto monitoraggio – attraverso un’indagine del Censis presentata a Vinitaly – l’andamento del vigneto Italia. Da questa recentissima ricerca emerge che la superficie di uva da vino in Italia è di 693mila ettari, pari all’estensione di una volta e mezzo il Molise. Fra le zone altimetriche, prevale la collina, con il 55,5% sul totale della superficie agricola, mentre, a seguire, il 39,2% della superficie è localizzato in pianura e il restante 5,3 nelle zone di montagna. La regione più vitata è la Sicilia con oltre 118mila ettari, pari al 17,8% sul totale a livello nazionale. La seconda è il Veneto con 95mila ettari e una quota sul totale del 14,2%. Il Mezzogiorno è anche rappresentato dalla Puglia con 93mila ettari (14,0%), mentre il Nord Est porta in dotazione la superficie dell’Emilia-Romagna con circa 50 mila ettari, preceduta nella graduatoria dalla Toscana con 53mila ettari (7,9%). Se si considera l’incidenza della superficie coltivata a uva da vino sul totale della superficie, è la regione Friuli-Venezia Giulia a mostrare il livello più elevato: 10,4 ettari su 100 sono coltivati a uva da vino, contro una media nazionale pari a 4,2 ettari su 100. In Veneto a vino sono 9 ettari su cento. Per quel che riguardala produzione – quest’anno è stata pari a 48 milioni di ettolitri – la regione più produttiva è il Veneto con 10,7 milioni di ettolitri, pari al 22,3% seguita da Puglia ed Emilia-Romagna. In tre fanno oltre la metà del vino italiano. Grazie al prosecco la zona più produttiva è Treviso con 5,2 milioni di ettolitri di vino seguita da verona con 2,6 milioni di ettolitri. Nella produzione di vini di qualità si distingue Castellina in Chianti che presenta una quota di superficie prevalentemente dedicata alla produzione di vini DOP pari al 76,2%, seguita da San Gimignano con il 75,5% e da Manduria con il 74,4. Fra gli altri comuni a vocazione DOP si segnalano Montespertoli (73,6%) Montalcino (70,2%), Montepulciano (69,8%), tutti appartenenti al territorio della Toscana, e quattro comuni siciliani, Marsala, Mazara, Trapani e Menfi, con quote di superficie DOP compresa fra il 55,9% e il 61,1%.
Ermanno Scervino (Getty Images)
Da dove parte una sua collezione: da un’immagine, da un tessuto, da una donna reale?
«L’ispirazione non ha orari né confini. Vivo in Toscana, nella bellezza, affascinante quanto il paesaggio è il lavoro delle première: un’idea può scaturire dalla loro manualità come dagli imprevisti. Le capitali del mondo, comunque, rimangono grandi fonti di ispirazione: la gente per strada, nei locali, la vita di tutti i giorni, i giovani».
Il suo stile è spesso definito «romanticismo sexy»: cosa significa questa espressione e come si traduce in silhouette, materiali e lavorazioni?
«Una sottoveste di pizzo, una gonna di organza, un vestito di chiffon acquistano grazia e carattere soprattutto quando indossate con qualcosa di insolito, magari di maschile o sportivo. Questo accostamento è forse il mio modo più significativo di vedere un romanticismo contemporaneo, una sensualità vissuta con personalità».
Cosa le chiedono oggi le sue clienti?
«Sicuramente la portabilità, la funzionalità e il dialogo col corpo rimangono caratteristiche sempre richieste. Negli anni tutto cambia ma non il gusto per il bello. La donna contemporanea rischia di più, la strada offre e cerca stimoli sempre maggiori; vestirsi bene, oggi, non significa essere convenzionali. Io mi rivolgo a una donna libera, che non ama gli stereotipi, ma moderna e attuale».
Ha vestito molte personalità del cinema, della musica e della società internazionale. Per un abito da red carpet quanto conta il dialogo con la persona che lo indossa?
«Ogni donna è un universo da scoprire, e sono tante quelle con cui abbiamo condiviso momenti di bellezza e di arte. Il dialogo conta: gli abiti nascono non per imporre un’identità ma per accompagnare e valorizzare chi li indossa. La vera eleganza è essere sé stesse e il mio lavoro è facilitare questo processo».
La produzione made in Italy è un valore centrale per il suo brand. Cosa significa oggi difendere e promuovere l’artigianalità italiana in un mercato globale?
«È una missione. Il made in Italy è frutto di una tradizione secolare, intere generazioni hanno primeggiato nella maestria sartoriale lasciando al Paese un’eredità diventata patrimonio mondiale».
Quali sono oggi i mercati più importanti? Nota differenze di gusto tra Europa, America e Asia?
«I mercati più importanti sono Europa e America. Non ci sono differenze di gusto nei mercati, ma nelle donne sì, nella loro individualità. Immagino le mie creazioni al di là del Paese di provenienza di chi le indosserà».
Come riesce a coniugare tecniche sartoriali tradizionali con la sperimentazione su tessuti e lavorazioni innovative?
«La ricerca è fondamentale: creare nuovi tessuti, provare lavaggi e trattamenti. Tradizione e innovazione devono camminare assieme per realizzare un prodotto contemporaneo, ma il gesto artigianale resterà sempre al centro».
Quanto influisce Firenze sul Dna del marchio? È solo sede produttiva o anche fonte di ispirazione estetica?
«Firenze è sinonimo di casa. Territorio di tradizione e sapere, custodisce e tramanda competenze uniche. È questo patrimonio umano e culturale che alimenta il nostro lavoro e predispone alla creatività e da cui il brand continua ad attingere».
Le sue lavorazioni knit e i tessuti ricercati sono diventati un segno distintivo. Quanto conta la ricerca sui materiali nello sviluppo di ogni collezione?
«Prima ancora di disegnare penso ai materiali, li provo sul manichino, osservo il loro movimento e la luce, e mentre li studio penso a come trasformarli e a quello che possono diventare».
In che modo la maison affronta il tema della sostenibilità senza rinunciare al lusso e alla qualità?
«La sostenibilità è una responsabilità, non una scelta. Oltre a selezionare materiali e lavorazioni nel rispetto dell’ambiente, un capo ben realizzato nasce per durare a lungo ed è per definizione sostenibile: le mie collezioni sono concepite per vivere attraverso gli anni».
Dopo tanti anni di successi, quali sono oggi le sue nuove sfide e quali sogni desidera ancora realizzare?
«I successi non li considero un punto di arrivo ma una direzione. C’è la volontà di sviluppare senza tradire il nostro percorso, e di tramandare una visione ambiziosa che nasce dalla sapienza del nostro territorio. Abbiamo in programma molte aperture in alcune delle città più importanti e prestigiose del mondo».
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Matteo Zuppi (Imagoeconomica)
L’allarme arriva dal cardinal Matteo Zuppi, arcivescovo della città e presidente della Cei: «È un segnale molto preoccupante, specchio di una trasformazione sociale rapidissima. Non si tratta di una crisi di fede ma di un radicale mutamento del territorio. Gli alti affitti hanno spinto fuori le famiglie, gli studenti hanno preso il loro posto per poi essere a loro volta sostituiti dalla proliferazione di Bed&breakfast e uffici. Il centro rischia di diventare una vetrina vuota. Questi processi vanno governati e non subìti». Lo dice con struggente preoccupazione. Lo dice come se fosse arrivato da Marte con l’ultima navicella spaziale; invece da dieci anni è il più importante pastore di anime del territorio.
L’analisi sociologica (parziale e un minimo interessata) per quello zero in religione è completata da don Giovanni Bonfiglioli, parroco delle centralissime chiese di San Giuliano e della Santissima Trinità: «Quando andiamo nelle case per le benedizioni di rito ci accorgiamo che non c’è nulla da benedire, solo Bed&breakfast e uffici. Un vero e proprio spopolamento nel cuore della città». Ed ecco che torna ad aleggiare l’anatema del cardinale Giacomo Biffi, quel «Bologna sazia e disperata» con il quale, 40 anni fa, l’alto prelato intendeva svegliare la società dal sonno consumistico e nichilista.
Sarà anche colpa dei B&b, delle sedi di società e banche, dei locali da apericena ma la sindrome da catechismo deserto non coincide con quella da vetrina vuota. Ed è anche conseguenza delle politiche sociali dell’amministrazione turbo-progressista degli ultimi 15 anni (prima Virginio Merola, poi Matteo Lepore), in prima linea nell’incentivare l’immigrazione con l’imprinting cofferatiano «senza se e senza ma». Con il risultato che, nelle case popolari del centro, buona parte degli abitanti è di origine straniera, spesso di altre religioni. Nel 2021 ne erano stati censiti 7.500. Una società multietnica che non ha alcuna intenzione di integrarsi e va ad aggiungersi a una quota fisiologica di abitanti radical, atei e per nulla interessati al messaggio cristiano. Il resto è turismo mordi e fuggi.
Molte famiglie sono spinte ad abbandonare il centro storico con pochi spazi per l’infanzia (se non al chiuso) dalla mancanza di sicurezza, dalla microcriminalità dilagante, dal degrado determinato dai clandestini, dai raid dei maranza stranieri. E dalle scelte urbanistiche che tendono a escludere - con le Ztl sulle porte - l’osmosi sociale. Un dentro e un fuori sempre più rigido. Una realtà sotto gli occhi di tutti, che ha preso forma con la benedizione del cardinal Zuppi medesimo, fautore principe dell’accoglienza diffusa, nume tutelare di ogni accelerazione woke voluta dal Comune.
L’Osservatorio della Curia aggiunge che «lo spopolamento del cuore della città è dovuto anche alle difficoltà di ingresso nella zona, al degrado (soprattutto nelle zone calde come Montagnola e la parte finale di via Indipendenza) e ai costi dell’affitto e della vita in generale, non compatibile con gli stipendi attuali». Ma al di là delle problematiche urbanistiche c’è qualcosa di più profondo: l’abdicazione della diocesi stessa nel farsi garante dei valori cristiani e della dottrina. E nel difendere i simboli cattolici da chi tenta di annientare don Camillo 70 anni dopo con spirito di rivalsa.
Il silenzio davanti a provocazioni come «il crocifisso è un simbolo medioevale» (Merola), ai tentativi di abolizione del presepe (Lepore), alla laicizzazione strutturale in nome del globalismo sociale, alla demonizzazione dell’identità e della tradizione per non urtare la (molto presunta) suscettibilità islamica hanno provocato ferite profonde nel tessuto religioso. Così, quando Zuppi afferma che «non si tratta di crisi di fede» incrocia le dita. E quando aggiunge che «questi processi vanno governati e non subìti», chiama in causa anche le proprie amnesie.
Ribaltare il paradigma? Forse è tardi. E quei bambini assenti, lasciati più felicemente dai genitori alla dottrina dello smartphone, sono il segnale politico di una sconfitta. Il «catechismo zero» è anche l’effetto più triste del disincanto davanti a sacerdoti che non credono più. Senza contare una piccola dose di ipocrisia, come fa notare con spirito caustico un cittadino bolognese su Facebook. «Strada Maggiore, incrocio Piazzetta dei Servi, palazzo storico di proprietà della Curia: due Bed&breakfast. Da che pulpito. Forse è il caso di cominciare a guardarsi dentro».
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Jeffrey Epstein (Getty Images)
E infatti, negli Stati Uniti al suicidio di Jeffrey Epstein si crede sempre meno. Un tema che qui sarebbe un tabù, benché il racconto ufficiale sulla morte del faccendiere lasci dubbi a molti, lì è oggetto di discussione sulle tv nazionali. Ad alimentare il dibattito, oltre alle varie anomalie già raccontate su queste pagine - telecamere non funzionanti, finte salme mostrate ai media, comunicati sul decesso datati prima della morte ufficiale, testimonianze agghiaccianti girate sul Web, compagni di cella spostati due giorni prima - si è aggiunto un altro documento piuttosto bizzarro. Si tratta di una email riservata dal contenuto piuttosto chiaro: «Sono un Ausa (Assistant United States Attorney, assistente procuratore federale Usa, ndr) presso l’Edny (Eastern District of New York, ndr) e sto lavorando a un’indagine sulla morte di un detenuto presso il Brooklyn Mdc (Metropolitan Detention Center di Brooklyn, ndr). L’Ocme (Office of Chief Medical Examiner, cioè l’Ufficio del medico legale capo di New York, ndr) mi ha detto di aver firmato un accordo di riservatezza in relazione all’indagine sull’omicidio di Jeffrey Epstein. Speravamo di estendere un accordo simile e volevo vedere se potessi condividerlo con me». L’email è di giugno 2020, quasi un anno dopo la morte del faccendiere, e si conclude con un numero di cellulare (oscurato) e l’invito a parlarne per telefono.
Proprio così: indagini segrete sull’omicidio di Jeffrey Epstein. Il procuratore federale che a giugno del 2020 stava lavorando su un caso di morte in carcere a Brooklyn voleva «copiare» il modello di accordo di riservatezza usato per Epstein. Eppure, la sua morte è stata subito venduta come un suicidio, fatto confermato dall’autopsia pochi giorni dopo.
E a proposito di indagini, mentre la Procura del New Mexico ne ha avviate di nuove sullo Zorro Ranch, la tenuta di Epstein nel New Mexico, si è scoperto che nel 2019 il lavoro degli inquirenti fu bloccato dall’alto. Una villa di 2.800 metri quadri e perfettamente isolata. Meta di tanti personaggi famosi, luogo in cui tante vittime raccontano di essere state abusate, nonché sede di possibili esperimenti eugenetici. Un’inchiesta statale sulle azioni di Epstein è stata rilevata dai procuratori federali, nel 2019, per poi arenarsi. «Non solo è stata messa in ombra, è stata completamente ignorata», ha detto Eddy Aragon, un noto conduttore radiofonico del New Mexico che da anni fa ricerca sulle attività di Epstein. Proprio a lui era indirizzata la soffiata - presente negli Epstein files - dell’ex dipendente dello Zorro sulle due presunte ragazze morte durante gli abusi e seppellite nel ranch.
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«Marshals: A Yellowstone story» (Paramount+)
Un universo inedito, in grado di espandere il nucleo originale fino a dargli una forma imprevista. Improvvisa. Non più un ranch, ma il Montana.
Marshals: A Yellowstone story, disponibile su Paramount+ da lunedì 2 marzo, non ritrova l'interezza di Yellowstone. Solo, quella di Kayce Dutton, deciso a rompere con il proprio passato. Kayce, che nel corso della serie originale è stato detto avere con il padre un rapporto complesso e altalenante, ha scelto, in questo nuovo spin-off, di lasciarsi alle spalle il ranch familiare. Gliel'aveva dato il padre, una volta diventato Governatore del Montana. Doveva servirgli ad assicurare un futuro solido, brillante, al figlio. Sarebbe stato uno fra i più grandi centri di allevamento bestiame degli Stati Uniti. Ma Dutton ha voluto fare altrimenti. Di qui, dunque, la decisione di dedicargli un'intera serie televisiva.
Marshals: A Yellowstone story, con Luke Grimes a riprendere il ruolo svolto in Yellowstone, racconta un presente diverso. Un Kayce Dutton diverso, non più allevatore, ma parte di un'unità d’élite degli U.S. Marshals. Cambia la forma, non, però, la sostanza. Lo show, ad oggi articolato in tredici episodi, continua - come l'originale - a saltare dal western al drama, mescolando i patemi personali di Dutton con la fatica oggettiva del territorio nel quale vive. Le gang locali sono ben organizzate, la gente è dedita al malaffare. La giustizia federale sembra potere nulla contro l'interesse privato dei potenti locali, contro le loro smanie e ambizioni. Dutton, con sé, ha una squadra nuova. Non abbastanza, però, per far sì che possa dormire sonni tranquilli.
Marshals: A Yellowstone story riesce a raccontare (anche) il costo psicologico di certi mestieri, di chi voti la propria vita a un'ideale di giustizia che, spesso, non ha alcun contrappunto nella realtà. Dutton è sotto minaccia costante, il passato che ha provato a lasciarsi alle spalle sembra rincorrerlo e il figlio, Tate, è l'unico punto che vorrebbe tenere fermo.
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