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2025-04-07
Un Vinitaly «dazi driver». Ma il vero nemico è in Ue
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Vinitaly 2025 (Getty Images)
Giocando con le parole si può dire che questo Vinitaly - arrivato a 57 edizioni senza che dal punto di vista della logistica cambiasse molto: resta una fiera caotica, irraggiungibile, carissima per l’ospitalità e per gli stessi espositori, con enormi problemi infrastrutturali che Veronafiere non è mai stata in grado di risolvere, compensati solo dalla centralità dell’evento che mette in vetrina la produzione del primo paese al mondo - è dazi driver.
Sì, è guidato dalla paura dei dazi, o meglio dalle molte chiacchiere che si fanno attorno a questa evenienza. I vignaioli sembrano un po’ Travis - il leggendario tassista interpretato da Robert De Niro con una forza drammatica esplosiva - chiusi nella loro coazione a ripetere, un po’ disperati perché incapaci di pensarsi diversamente, impauriti dall’autorità costituita: quella dell’Europa che è il vero primo nemico del vino. E come Travis cercano scorciatoie perniciose, ad esempio i vini dealcolati che sono la negazione del vino medesimo, ma che Veronafiere - desiderosa di raccattare tutto pur di gonfiare i numeri espositivi - non ha esitato ad accogliere tra i padiglioni.
Ha spiegato Lamberto Frescobaldi - uno che produce bottiglie da sogno come Ornellaia e Masseto, uno che rappresenta un pezzo della storia del vino mondiale e della civiltà occidentale sol che si pensi ai mille anni della famiglia fiorentina - da presidente di Unione Italiana Vini che i dealcolati devono restare in mano ai vignaioli per evitare che diventino speculazione delle multinazionali. Angelo Gaja che l’uomo immagine del vino italiano oltreché produttore di immensi Barlo e Barbaresco (ma anche col suo Brunello di Montalcino non scherza) ha detto che va bene così: giusto il dealcolato è comunque frutto della vigna.
Siamo appunto al dazi driver: di fronte al mercato che cambia, ogni occasione per non ripensarsi è buona. Per questa strada - insegna la regia di Martin Scorsese - si finisce per avere gloria postuma dopo aver attraversato momenti terribili. Ma tant’è ci si rifugia dietro l’idea che Donald Trump il cattivissimo - e a dire la verità un po’ a Dru di Cattivissimo me gli somiglia, i nostri vignaioli peraltro non sono distanti da Minions - ce l’abbia col vino italiano che dei quasi due miliardi che esportiamo in Usa - è il nostro primo mercato quello americano - ce ne rimarrà la metà se va bene.
Nessuno in questo Vinitaly che si sia chiesto se il vero nemico sia l’Europa. E lo sia da anni. Restando ai dazi si buon ben obiettare che ad accendere le polveri sugli alcolici è stata la signora Ursula von der Leyen. Tutti si sono dimenticati al Vinitaly - perché è scontato: i giornaloni che pendono ancora dalle labbra di Romano Prodi non fanno altro che suscitare pareri antiamericani - che la presidente della Commissione voleva tagliare i fondi Ocm (sono quelli per la promozione all’estero del vino) e che è stata la prima a muove sui dazi all’alcol. L’hanno malconsigliata: lei è partita lancia in resta contro il bourbon americano. Pur molto cresciute le esportazioni in Europa di distillato americano di malto valgono 630 milioni di euro. Il prezzo medio di una bottiglia è di 34 euro, i più cari arrivano a 60. Gli Usa importano dall’Europa vino per 4,9 miliardi di euro: il prezzo medio dei 150 vini italiani più comprati in America a scaffale è di 148 dollari poco meno di 136 euro.
Domanda chi si fa più male nella guerra dei dazi sugli alcolici? Da Washington hanno risposto come sappiamo. Ma non è finita perché al Vinitaly dazi driver nessuno parla dei monopoli sugli alcolici che ancora resistono in Europa, del fatto che l’Irlanda mette un’accisa di 3,9 euro su ogni bottiglia e che ha avuto il via libera dall’Ue di stampare le etichette allarmistiche da appiccicare sui vini, nessuno si preoccupa dell’accisa che la Germania ha messo sugli spumanti per arginare la crescita del Prosecco. Ma tutti invece a piangere sul CalSecco - una schifezza made in California - che viene etichettata con la dicitura: prodotto secondo il metodo tradizionale veneto. Gli Usa si bevono bollicine italiane per un po’ di mezzo miliardi di euro. Domanda: se fosse una simil Mercedes che farebbe l’Ue? Invece da Bruxelles tutti zitti, ma sotto con il Mercosur perché così si aprono nuovi mercati. Senza sapere che il mercato latino americano è interessante solo per esportare automobili e prodotti finanziari: l’agroalimentare e segnatamente quello italiano e il vino italiano ci rimette.
Sempre da Vinitaly nessuno che si sia chiesto che fine farà il vino se passa come vuole la presidente della Commissione europea il Be.Ca (il documento anti-cancro) che vuole le etichette «non lo bevete uccide» che prevede limitazioni al commercio, divieto di pubblicità, nessun sostegno alla promozione intra-europea e un accise pesante sul vino si dice per finanziare la lotta al cancro in realtà destinata a finanziare il Rearm Europe. Ma tutti i invece a salire a bordo del dazi driver sparando cifre a casaccio. Intanto a Verona sono arrivati 3 mila importatori americani che un po’ ci marciano sui dazi perché hanno fermato gli ordini e ora chiedono abbassamento di prezzi all’origine. Insomma non si vogliono accollare il maggior costo. La posizione delle cantine è di fare metà e metà anche se è opinione diffusa – al di fuori del piagnisteo -che fino al 25% di rincaro dei dazi si riesce a sopportare. Ad ascoltare i vignaioli più avvertiti la botta c’è ma è sopportabile.
Riccardo Cotarella - l’enologo più famoso d’Italia - dice : «È vero siamo in una tempesta perfetta, ma il dato americano non è il più pericoloso, semmai dobbiamo preoccuparci del calo dei consumi e investire ancora di più su marketing e qualità». E sia così si capisce che sparare solo sul dato americano. Non serve. Se n’è accorta la Coldiretti che ha messo insieme il commissario europeo all’agricoltura e quello ala salute ben sapendo che a Bruxelles sul vino spira una brutta aria, peggiore di quella che viene da Ovest, dall’Atlantico. Sotto il naso di Olivér Várhelyi, il commissario alla Salute accolto a Verona da un sit in di giovani viticoltori che protestavano «il vino non nuoce alla salute», hanno sventolato un sondaggio che dice che 8 italiani su 10 sono contrari alle etichette allarmistiche. Ma è poca roba perché Ursula von der Leyen le ha già concesse all’Irlanda e vuole tirare dritto. Lui è stato molto abbottonato e se l’è cavata con una citazione di prammatica: «Un bicchiere di vino rosso fa bene alla salute e si inserisce nelle abitudini alimentari della Dieta Mediterranea». Della serie: ci vivrà berrà. E così ora tocca alla Fipe (ristoranti, bar enoteche e via distribuendo) dare una mano con un accordo sempre con Coldiretti per promuove un consumo responsabile di vino e soprattutto informare sui limiti di alcol ammessi dal codice della strada in rapporto al vino. Per questo fanno debuttare una app con etilometro incluso. Perché la caduta di consumi in Italia c’è, siamo sotto i 22 milioni di ettolitri (meno di 35 litri a testa).Ma a preoccupare soprattutto è la tenuta economica di un settore che per noi vale 14 miliardi di fatturato (8,1 miliardi dall’export) fa lavorare 270 mila imprese (tra agricole e imbottigliatrici) dà lavoro diretto a un milione di persone. Gli impegni che si è preso il commissario europeo all’Agricoltura Cristophe Hansen da Verona sono di tutelare la filiera del vino, di evitare tagli alla Pac. Facile dirlo fin quando c’è l’effetto Trump, sarà più difficile mantenerlo quando a Bruxelles dovranno scegliere tra tutelare gli interessi degli agricoltori italiani o quelli degli industriali tedeschi.
Agli italiani piace bianco. E i no alcol sono per ora solo marketing
Al di là dei piagnistei ora parlano i numeri. Al Vinitaly è stata presentata la consueta indagine svolta dall’istituto Circana sul vino nella Grande distribuzione. E si scopre che agli italiani comincia a piacere molto il bianco. Questione di clima, di percezione di alcolicità, ma anche di prezzi che per i vini pallidi sono di solito più contenuti.
Gli spumanti hanno ripreso a crescere, ovviamente chi tira di più è il Prosecco, con un +4,2% a volume e un +3,6% a valore sullo stesso periodo dell'anno precedente, erodendo lentamente ma progressivamente quote di mercato, mentre i vini fermi crescono a valore del 3,1%, registrando il segno meno a volume (-0,7%) e i frizzanti perdono terreno sia a valore (-4,4%) che a volume (-5,7%). Il vino rosso fermo continua a calare nei volumi (-1,3%), pur rimanendo il più venduto in assoluto con 271 milioni di litri, seguito dal bianco con 248 milioni di litri acquistati. Spumante a parte, sono infatti i bianchi fermi, seguiti dai rosati, a contribuire maggiormente alle vendite, tanto che, secondo le proiezioni di Circana, in cinque anni il vino bianco sorpasserà il rosso, a conferma che i gusti dei consumatori stanno cambiando. Non a caso, al primo posto nella classifica dei vini "emergenti", ovvero che mostrano una maggiore crescita a volume nel 2024, troviamo il siciliano Inzolia e al terzo il Vermentino, tanto sardo quanto toscano, entrambi bianchi. Anche il rosato cresce, con oltre 37 milioni di litri venduti.
Virgilio Romano, Insight Director di Circana, sottolinea che "tra le altre cose, lo studio ci mostra che a soffrire di più sono i vini con prezzi medio-bassi, dove si concentrano i maggiori acquisti e i maggiori consumi (-4,9%). Quindi, occorre continuare a lavorare sull'incremento di valore della categoria e fare in modo che bere un bicchiere di vino diventi sempre più una esperienza che metta in secondo piano "il numero di bicchieri" e consideri come valore assoluto "la soddisfazione e la qualità". E qui si apre il capitolo dei dealcolati. A Verona se ne parla molto come se fossero l’Eldorado. Per uno dei massimi scienziati deal vite e del vino il professor Attilio Scienza è solo una moda molto passeggera. “Non penso minimamente – sostiene - che i vini dealcolati possano essere un rimedio alla crisi enologica italiana. Questa è solo una digressione per fare un po’ di fumo ed evitare di affrontare i problemi. Davanti a questa crisi i francesi hanno messo in programma l’estirpo di almeno 40mila ettari di terreno. Io credo che la prima cosa da fare sia quella di ridare il significato alla parola vocazione, cioè fare vino non dovunque ma solo dove si ottiene la massima qualità.” Parre condiviso anche da un altro autorevolissimo studioso della vite e del vino il professor Leonardo Valenti. “Abbiamo fatto esperimenti importanti che ci dicono che contro l’innalzamento delle temperature ci sono rimedi che l’Italia fortunatamente può mettere in campo: piantare vigna sull’Apennino in altura, ridurre la fittezza degli impianti. E’ finito il tempo imposto da alcuni critici che peraltro hanno distrutto la viticoltura di Bordeaux imponendo vini iperconcentrati per cui dovevi fare 7 mila ceppi per ettaro. Oggi controllando bene la pianta si possono ridurre i gradi del vino naturalmente senza bisogno di dealcolati. “ Uno dei grandissimi produttori italiani Sandro Boscaini (Masi) confessa: “Io so che in natura c’è già un prodotto dealcolato ottimo: si chiama acqua! E’ ver: è importante che i dealcolati non vadano in mano a chi nulla ha ace fare con ‘agricoltura, ma è altrettanto vero che una cosa è il vino e una cosa sono le bibite ottenute dall’uva.” E’ un dibattito che a Verona si sente sotto traccia, ma che viene nascosto per ragioni di marketing di chi ha intravisto nel dealcolato la possibilità di smaltire le scorte in cantina e di continuare a fare vigna là dove non avrebbe senso farla. Ma per avere una dimensione basti dire che oggi il mercato dei vini nolo (così li chiamano per dire senza o con pochissimo alcol) vale appena 2,6 miliardi di dollari. Chi enfatizza dice che ci sarà una crescita esponenziale. Da qui a cinque ani arriveremo a 7 miliardi. Tutto bello: ma il mercato del vino tradizionale vale 350 miliardi di dollaro! E ancora si citano ricerche che dicono – l’ha fatta Swg – che il 37% dei consumatori italiani sono interessati ai vini dealcolati e che la produzione italiana di questi vini crescerà del 60%. Ma per avere un’esatta dimensione – dati di Nomisma -nel 2024 in Usa sono state vendute 4,6 milioni di bottiglie di vino no alcol e 2,5 sparkling nel canale off-trade, per un giro di affari di 62 milioni di dollari e un prezzo medio a bottiglia che oscilla dai 7,2 dollari dei vini con le bollicine ai 9,6 di quelli fermi. In Germania gli spumanti senza alcol sono a 18 milioni di bottiglie, i 4,5 milioni sono i “pezzi” di vino fermo per un totale di 73 milioni di euro di fatturato e un prezzo medio tra i 3,2 e i 3,5 euro. Se questa è la speranza per il futuro forse è meglio che il vino ripensi se stesso.
L'Italia del vino si restringe e punta sull'enoturismo
Fra mode e modi il vino a Vinitaly non sta ragionando di come cambiare se stesso. Per adesso si limita a pigliare provvedimenti tampone. Eppure quaranta anni fa allo scoccare dello scandalo del metanolo fece uno scatto in avanti. Lo shock dei Ciravegna fu superato puntando sulla qualità, questo secondo pensano di superarlo vendendo il non vino: il dealcolato. E fa un po’ sorridere che il Vinitaly che celebra il turismo del vino, le dominazioni storiche, anche le bottiglie da migliaia di euro debba curvarsi a ragionare di una bevanda che è la negazione del vino.
Invece in questi giorni veronesi si sente solo un mugugno di fondo senza uno scatto di programmazione. Per la verità un accenno a un possibile allargamento del perimetro degli affari, a un cambiamento di protagonismo delle cantine si è avuto nel ragionare di enoturismo. Ad esempio nel nuovo piano vino dell’Ue si è cominciato a ragionare della campagna come luogo attrattivo, ma sullo sfondo resta la minaccia di leggi come quelle sulla rinaturalizzazione - uno dei tanti portati del Green deal targato Frans Timmermans - che prevedono di smettere di coltivare, di lasciare spazio all’incolto. Per questa via l’Italia che è un Paese ad altissima incidenza di coltivazione rischia la morte dell’agricoltura. E non a caso l’abbandono della vigna è uno dei problemi più gravi dal punto di vista della tenuta dei territori e dell’argine allo spopolamento. Come si sa la viticoltura è una delle coltivazioni a più alto valore aggiunto - la media per l’Italia è di 3.300 euro a ettaro di valore aggiunto agricolo, quasi il doppio di quello francese che nel caso del vigneto quasi raddoppia - e dall’enoturismo può venire un’ulteriore spinta.
Dominga Cotarella rileva: «È importante che il nuovo piano Ue sul vino abbia incluso anche l’enoturismo come motore del turismo e dello sviluppo delle aree interne e rurali. Sono luoghi che, grazie alla consapevolezza e al lavoro dei nostri agricoltori, non sono più solo spazi produttivi, ma diventano territori di accoglienza, di formazione, di esperienza, capaci di trasmettere i valori profondi della nostra identità».
È vero che l’enoturismo è in continua crescita: oggi vale 2,9 miliardi di euro, contro i 2,5 del 2023 (+16%). La spesa media del turista del vino arriva fino a 400 euro, di cui 89 euro per l'acquisto del vino e 46 euro per la vendemmia turistica. Ma resta il problema centrale dell’abbandono delle campagne. Coldiretti ha stimato che se i vigneti italiani scomparissero, una superficie grande quasi quanto il Friuli Venezia Giulia rimarrebbe abbandonata al degrado e alla cementificazione, aumentando i rischi di dissesto idrogeologico e facendo venire meno un sostegno fondamentale per l’economia dei territori, anche dal punto di vista occupazionale. Va ricordato infatti che sono oltre 230 mila le aziende che coltivano uva in Italia con circa un milione di addetti. E’ per questo motivo che Confcooperative ha messo sotto monitoraggio – attraverso un’indagine del Censis presentata a Vinitaly – l’andamento del vigneto Italia. Da questa recentissima ricerca emerge che la superficie di uva da vino in Italia è di 693mila ettari, pari all’estensione di una volta e mezzo il Molise. Fra le zone altimetriche, prevale la collina, con il 55,5% sul totale della superficie agricola, mentre, a seguire, il 39,2% della superficie è localizzato in pianura e il restante 5,3 nelle zone di montagna. La regione più vitata è la Sicilia con oltre 118mila ettari, pari al 17,8% sul totale a livello nazionale. La seconda è il Veneto con 95mila ettari e una quota sul totale del 14,2%. Il Mezzogiorno è anche rappresentato dalla Puglia con 93mila ettari (14,0%), mentre il Nord Est porta in dotazione la superficie dell’Emilia-Romagna con circa 50 mila ettari, preceduta nella graduatoria dalla Toscana con 53mila ettari (7,9%). Se si considera l’incidenza della superficie coltivata a uva da vino sul totale della superficie, è la regione Friuli-Venezia Giulia a mostrare il livello più elevato: 10,4 ettari su 100 sono coltivati a uva da vino, contro una media nazionale pari a 4,2 ettari su 100. In Veneto a vino sono 9 ettari su cento. Per quel che riguardala produzione – quest’anno è stata pari a 48 milioni di ettolitri – la regione più produttiva è il Veneto con 10,7 milioni di ettolitri, pari al 22,3% seguita da Puglia ed Emilia-Romagna. In tre fanno oltre la metà del vino italiano. Grazie al prosecco la zona più produttiva è Treviso con 5,2 milioni di ettolitri di vino seguita da verona con 2,6 milioni di ettolitri. Nella produzione di vini di qualità si distingue Castellina in Chianti che presenta una quota di superficie prevalentemente dedicata alla produzione di vini DOP pari al 76,2%, seguita da San Gimignano con il 75,5% e da Manduria con il 74,4. Fra gli altri comuni a vocazione DOP si segnalano Montespertoli (73,6%) Montalcino (70,2%), Montepulciano (69,8%), tutti appartenenti al territorio della Toscana, e quattro comuni siciliani, Marsala, Mazara, Trapani e Menfi, con quote di superficie DOP compresa fra il 55,9% e il 61,1%.
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Giocando con le parole si può dire che questo Vinitaly è guidato dalla paura dei dazi. I vignaioli sembrano un po’ Travis - il leggendario tassista interpretato da Robert De Niro - impauriti dall’autorità costituita: quella dell’Europa che è il vero primo nemico del vino.A Veronafiere è stata presentata la consueta indagine svolta dall’istituto Circana sul vino nella Grande distribuzione. E si scopre che agli italiani comincia a piacere molto il bianco.L’enoturismo è in continua crescita: oggi vale 2,9 miliardi di euro, contro i 2,5 del 2023 (+16%). La spesa media del turista del vino arriva fino a 400 euro, di cui 89 euro per l'acquisto del vino e 46 euro per la vendemmia turistica. Ma resta il problema centrale dell’abbandono delle campagne.Lo speciale contiene tre articoli.Giocando con le parole si può dire che questo Vinitaly - arrivato a 57 edizioni senza che dal punto di vista della logistica cambiasse molto: resta una fiera caotica, irraggiungibile, carissima per l’ospitalità e per gli stessi espositori, con enormi problemi infrastrutturali che Veronafiere non è mai stata in grado di risolvere, compensati solo dalla centralità dell’evento che mette in vetrina la produzione del primo paese al mondo - è dazi driver.Sì, è guidato dalla paura dei dazi, o meglio dalle molte chiacchiere che si fanno attorno a questa evenienza. I vignaioli sembrano un po’ Travis - il leggendario tassista interpretato da Robert De Niro con una forza drammatica esplosiva - chiusi nella loro coazione a ripetere, un po’ disperati perché incapaci di pensarsi diversamente, impauriti dall’autorità costituita: quella dell’Europa che è il vero primo nemico del vino. E come Travis cercano scorciatoie perniciose, ad esempio i vini dealcolati che sono la negazione del vino medesimo, ma che Veronafiere - desiderosa di raccattare tutto pur di gonfiare i numeri espositivi - non ha esitato ad accogliere tra i padiglioni.Ha spiegato Lamberto Frescobaldi - uno che produce bottiglie da sogno come Ornellaia e Masseto, uno che rappresenta un pezzo della storia del vino mondiale e della civiltà occidentale sol che si pensi ai mille anni della famiglia fiorentina - da presidente di Unione Italiana Vini che i dealcolati devono restare in mano ai vignaioli per evitare che diventino speculazione delle multinazionali. Angelo Gaja che l’uomo immagine del vino italiano oltreché produttore di immensi Barlo e Barbaresco (ma anche col suo Brunello di Montalcino non scherza) ha detto che va bene così: giusto il dealcolato è comunque frutto della vigna.Siamo appunto al dazi driver: di fronte al mercato che cambia, ogni occasione per non ripensarsi è buona. Per questa strada - insegna la regia di Martin Scorsese - si finisce per avere gloria postuma dopo aver attraversato momenti terribili. Ma tant’è ci si rifugia dietro l’idea che Donald Trump il cattivissimo - e a dire la verità un po’ a Dru di Cattivissimo me gli somiglia, i nostri vignaioli peraltro non sono distanti da Minions - ce l’abbia col vino italiano che dei quasi due miliardi che esportiamo in Usa - è il nostro primo mercato quello americano - ce ne rimarrà la metà se va bene.Nessuno in questo Vinitaly che si sia chiesto se il vero nemico sia l’Europa. E lo sia da anni. Restando ai dazi si buon ben obiettare che ad accendere le polveri sugli alcolici è stata la signora Ursula von der Leyen. Tutti si sono dimenticati al Vinitaly - perché è scontato: i giornaloni che pendono ancora dalle labbra di Romano Prodi non fanno altro che suscitare pareri antiamericani - che la presidente della Commissione voleva tagliare i fondi Ocm (sono quelli per la promozione all’estero del vino) e che è stata la prima a muove sui dazi all’alcol. L’hanno malconsigliata: lei è partita lancia in resta contro il bourbon americano. Pur molto cresciute le esportazioni in Europa di distillato americano di malto valgono 630 milioni di euro. Il prezzo medio di una bottiglia è di 34 euro, i più cari arrivano a 60. Gli Usa importano dall’Europa vino per 4,9 miliardi di euro: il prezzo medio dei 150 vini italiani più comprati in America a scaffale è di 148 dollari poco meno di 136 euro.Domanda chi si fa più male nella guerra dei dazi sugli alcolici? Da Washington hanno risposto come sappiamo. Ma non è finita perché al Vinitaly dazi driver nessuno parla dei monopoli sugli alcolici che ancora resistono in Europa, del fatto che l’Irlanda mette un’accisa di 3,9 euro su ogni bottiglia e che ha avuto il via libera dall’Ue di stampare le etichette allarmistiche da appiccicare sui vini, nessuno si preoccupa dell’accisa che la Germania ha messo sugli spumanti per arginare la crescita del Prosecco. Ma tutti invece a piangere sul CalSecco - una schifezza made in California - che viene etichettata con la dicitura: prodotto secondo il metodo tradizionale veneto. Gli Usa si bevono bollicine italiane per un po’ di mezzo miliardi di euro. Domanda: se fosse una simil Mercedes che farebbe l’Ue? Invece da Bruxelles tutti zitti, ma sotto con il Mercosur perché così si aprono nuovi mercati. Senza sapere che il mercato latino americano è interessante solo per esportare automobili e prodotti finanziari: l’agroalimentare e segnatamente quello italiano e il vino italiano ci rimette.Sempre da Vinitaly nessuno che si sia chiesto che fine farà il vino se passa come vuole la presidente della Commissione europea il Be.Ca (il documento anti-cancro) che vuole le etichette «non lo bevete uccide» che prevede limitazioni al commercio, divieto di pubblicità, nessun sostegno alla promozione intra-europea e un accise pesante sul vino si dice per finanziare la lotta al cancro in realtà destinata a finanziare il Rearm Europe. Ma tutti i invece a salire a bordo del dazi driver sparando cifre a casaccio. Intanto a Verona sono arrivati 3 mila importatori americani che un po’ ci marciano sui dazi perché hanno fermato gli ordini e ora chiedono abbassamento di prezzi all’origine. Insomma non si vogliono accollare il maggior costo. La posizione delle cantine è di fare metà e metà anche se è opinione diffusa – al di fuori del piagnisteo -che fino al 25% di rincaro dei dazi si riesce a sopportare. Ad ascoltare i vignaioli più avvertiti la botta c’è ma è sopportabile.Riccardo Cotarella - l’enologo più famoso d’Italia - dice : «È vero siamo in una tempesta perfetta, ma il dato americano non è il più pericoloso, semmai dobbiamo preoccuparci del calo dei consumi e investire ancora di più su marketing e qualità». E sia così si capisce che sparare solo sul dato americano. Non serve. Se n’è accorta la Coldiretti che ha messo insieme il commissario europeo all’agricoltura e quello ala salute ben sapendo che a Bruxelles sul vino spira una brutta aria, peggiore di quella che viene da Ovest, dall’Atlantico. Sotto il naso di Olivér Várhelyi, il commissario alla Salute accolto a Verona da un sit in di giovani viticoltori che protestavano «il vino non nuoce alla salute», hanno sventolato un sondaggio che dice che 8 italiani su 10 sono contrari alle etichette allarmistiche. Ma è poca roba perché Ursula von der Leyen le ha già concesse all’Irlanda e vuole tirare dritto. Lui è stato molto abbottonato e se l’è cavata con una citazione di prammatica: «Un bicchiere di vino rosso fa bene alla salute e si inserisce nelle abitudini alimentari della Dieta Mediterranea». Della serie: ci vivrà berrà. E così ora tocca alla Fipe (ristoranti, bar enoteche e via distribuendo) dare una mano con un accordo sempre con Coldiretti per promuove un consumo responsabile di vino e soprattutto informare sui limiti di alcol ammessi dal codice della strada in rapporto al vino. Per questo fanno debuttare una app con etilometro incluso. Perché la caduta di consumi in Italia c’è, siamo sotto i 22 milioni di ettolitri (meno di 35 litri a testa).Ma a preoccupare soprattutto è la tenuta economica di un settore che per noi vale 14 miliardi di fatturato (8,1 miliardi dall’export) fa lavorare 270 mila imprese (tra agricole e imbottigliatrici) dà lavoro diretto a un milione di persone. Gli impegni che si è preso il commissario europeo all’Agricoltura Cristophe Hansen da Verona sono di tutelare la filiera del vino, di evitare tagli alla Pac. Facile dirlo fin quando c’è l’effetto Trump, sarà più difficile mantenerlo quando a Bruxelles dovranno scegliere tra tutelare gli interessi degli agricoltori italiani o quelli degli industriali tedeschi.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/un-vinitaly-dazi-driver-2671686283.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="agli-italiani-piace-bianco-e-i-no-alcol-sono-per-ora-solo-marketing" data-post-id="2671686283" data-published-at="1744041740" data-use-pagination="False"> Agli italiani piace bianco. E i no alcol sono per ora solo marketing Al di là dei piagnistei ora parlano i numeri. Al Vinitaly è stata presentata la consueta indagine svolta dall’istituto Circana sul vino nella Grande distribuzione. E si scopre che agli italiani comincia a piacere molto il bianco. Questione di clima, di percezione di alcolicità, ma anche di prezzi che per i vini pallidi sono di solito più contenuti.Gli spumanti hanno ripreso a crescere, ovviamente chi tira di più è il Prosecco, con un +4,2% a volume e un +3,6% a valore sullo stesso periodo dell'anno precedente, erodendo lentamente ma progressivamente quote di mercato, mentre i vini fermi crescono a valore del 3,1%, registrando il segno meno a volume (-0,7%) e i frizzanti perdono terreno sia a valore (-4,4%) che a volume (-5,7%). Il vino rosso fermo continua a calare nei volumi (-1,3%), pur rimanendo il più venduto in assoluto con 271 milioni di litri, seguito dal bianco con 248 milioni di litri acquistati. Spumante a parte, sono infatti i bianchi fermi, seguiti dai rosati, a contribuire maggiormente alle vendite, tanto che, secondo le proiezioni di Circana, in cinque anni il vino bianco sorpasserà il rosso, a conferma che i gusti dei consumatori stanno cambiando. Non a caso, al primo posto nella classifica dei vini "emergenti", ovvero che mostrano una maggiore crescita a volume nel 2024, troviamo il siciliano Inzolia e al terzo il Vermentino, tanto sardo quanto toscano, entrambi bianchi. Anche il rosato cresce, con oltre 37 milioni di litri venduti.Virgilio Romano, Insight Director di Circana, sottolinea che "tra le altre cose, lo studio ci mostra che a soffrire di più sono i vini con prezzi medio-bassi, dove si concentrano i maggiori acquisti e i maggiori consumi (-4,9%). Quindi, occorre continuare a lavorare sull'incremento di valore della categoria e fare in modo che bere un bicchiere di vino diventi sempre più una esperienza che metta in secondo piano "il numero di bicchieri" e consideri come valore assoluto "la soddisfazione e la qualità". E qui si apre il capitolo dei dealcolati. A Verona se ne parla molto come se fossero l’Eldorado. Per uno dei massimi scienziati deal vite e del vino il professor Attilio Scienza è solo una moda molto passeggera. “Non penso minimamente – sostiene - che i vini dealcolati possano essere un rimedio alla crisi enologica italiana. Questa è solo una digressione per fare un po’ di fumo ed evitare di affrontare i problemi. Davanti a questa crisi i francesi hanno messo in programma l’estirpo di almeno 40mila ettari di terreno. Io credo che la prima cosa da fare sia quella di ridare il significato alla parola vocazione, cioè fare vino non dovunque ma solo dove si ottiene la massima qualità.” Parre condiviso anche da un altro autorevolissimo studioso della vite e del vino il professor Leonardo Valenti. “Abbiamo fatto esperimenti importanti che ci dicono che contro l’innalzamento delle temperature ci sono rimedi che l’Italia fortunatamente può mettere in campo: piantare vigna sull’Apennino in altura, ridurre la fittezza degli impianti. E’ finito il tempo imposto da alcuni critici che peraltro hanno distrutto la viticoltura di Bordeaux imponendo vini iperconcentrati per cui dovevi fare 7 mila ceppi per ettaro. Oggi controllando bene la pianta si possono ridurre i gradi del vino naturalmente senza bisogno di dealcolati. “ Uno dei grandissimi produttori italiani Sandro Boscaini (Masi) confessa: “Io so che in natura c’è già un prodotto dealcolato ottimo: si chiama acqua! E’ ver: è importante che i dealcolati non vadano in mano a chi nulla ha ace fare con ‘agricoltura, ma è altrettanto vero che una cosa è il vino e una cosa sono le bibite ottenute dall’uva.” E’ un dibattito che a Verona si sente sotto traccia, ma che viene nascosto per ragioni di marketing di chi ha intravisto nel dealcolato la possibilità di smaltire le scorte in cantina e di continuare a fare vigna là dove non avrebbe senso farla. Ma per avere una dimensione basti dire che oggi il mercato dei vini nolo (così li chiamano per dire senza o con pochissimo alcol) vale appena 2,6 miliardi di dollari. Chi enfatizza dice che ci sarà una crescita esponenziale. Da qui a cinque ani arriveremo a 7 miliardi. Tutto bello: ma il mercato del vino tradizionale vale 350 miliardi di dollaro! E ancora si citano ricerche che dicono – l’ha fatta Swg – che il 37% dei consumatori italiani sono interessati ai vini dealcolati e che la produzione italiana di questi vini crescerà del 60%. Ma per avere un’esatta dimensione – dati di Nomisma -nel 2024 in Usa sono state vendute 4,6 milioni di bottiglie di vino no alcol e 2,5 sparkling nel canale off-trade, per un giro di affari di 62 milioni di dollari e un prezzo medio a bottiglia che oscilla dai 7,2 dollari dei vini con le bollicine ai 9,6 di quelli fermi. In Germania gli spumanti senza alcol sono a 18 milioni di bottiglie, i 4,5 milioni sono i “pezzi” di vino fermo per un totale di 73 milioni di euro di fatturato e un prezzo medio tra i 3,2 e i 3,5 euro. Se questa è la speranza per il futuro forse è meglio che il vino ripensi se stesso. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/un-vinitaly-dazi-driver-2671686283.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="l-italia-del-vino-si-restringe-e-punta-sull-enoturismo" data-post-id="2671686283" data-published-at="1744041740" data-use-pagination="False"> L'Italia del vino si restringe e punta sull'enoturismo Fra mode e modi il vino a Vinitaly non sta ragionando di come cambiare se stesso. Per adesso si limita a pigliare provvedimenti tampone. Eppure quaranta anni fa allo scoccare dello scandalo del metanolo fece uno scatto in avanti. Lo shock dei Ciravegna fu superato puntando sulla qualità, questo secondo pensano di superarlo vendendo il non vino: il dealcolato. E fa un po’ sorridere che il Vinitaly che celebra il turismo del vino, le dominazioni storiche, anche le bottiglie da migliaia di euro debba curvarsi a ragionare di una bevanda che è la negazione del vino.Invece in questi giorni veronesi si sente solo un mugugno di fondo senza uno scatto di programmazione. Per la verità un accenno a un possibile allargamento del perimetro degli affari, a un cambiamento di protagonismo delle cantine si è avuto nel ragionare di enoturismo. Ad esempio nel nuovo piano vino dell’Ue si è cominciato a ragionare della campagna come luogo attrattivo, ma sullo sfondo resta la minaccia di leggi come quelle sulla rinaturalizzazione - uno dei tanti portati del Green deal targato Frans Timmermans - che prevedono di smettere di coltivare, di lasciare spazio all’incolto. Per questa via l’Italia che è un Paese ad altissima incidenza di coltivazione rischia la morte dell’agricoltura. E non a caso l’abbandono della vigna è uno dei problemi più gravi dal punto di vista della tenuta dei territori e dell’argine allo spopolamento. Come si sa la viticoltura è una delle coltivazioni a più alto valore aggiunto - la media per l’Italia è di 3.300 euro a ettaro di valore aggiunto agricolo, quasi il doppio di quello francese che nel caso del vigneto quasi raddoppia - e dall’enoturismo può venire un’ulteriore spinta.Dominga Cotarella rileva: «È importante che il nuovo piano Ue sul vino abbia incluso anche l’enoturismo come motore del turismo e dello sviluppo delle aree interne e rurali. Sono luoghi che, grazie alla consapevolezza e al lavoro dei nostri agricoltori, non sono più solo spazi produttivi, ma diventano territori di accoglienza, di formazione, di esperienza, capaci di trasmettere i valori profondi della nostra identità».È vero che l’enoturismo è in continua crescita: oggi vale 2,9 miliardi di euro, contro i 2,5 del 2023 (+16%). La spesa media del turista del vino arriva fino a 400 euro, di cui 89 euro per l'acquisto del vino e 46 euro per la vendemmia turistica. Ma resta il problema centrale dell’abbandono delle campagne. Coldiretti ha stimato che se i vigneti italiani scomparissero, una superficie grande quasi quanto il Friuli Venezia Giulia rimarrebbe abbandonata al degrado e alla cementificazione, aumentando i rischi di dissesto idrogeologico e facendo venire meno un sostegno fondamentale per l’economia dei territori, anche dal punto di vista occupazionale. Va ricordato infatti che sono oltre 230 mila le aziende che coltivano uva in Italia con circa un milione di addetti. E’ per questo motivo che Confcooperative ha messo sotto monitoraggio – attraverso un’indagine del Censis presentata a Vinitaly – l’andamento del vigneto Italia. Da questa recentissima ricerca emerge che la superficie di uva da vino in Italia è di 693mila ettari, pari all’estensione di una volta e mezzo il Molise. Fra le zone altimetriche, prevale la collina, con il 55,5% sul totale della superficie agricola, mentre, a seguire, il 39,2% della superficie è localizzato in pianura e il restante 5,3 nelle zone di montagna. La regione più vitata è la Sicilia con oltre 118mila ettari, pari al 17,8% sul totale a livello nazionale. La seconda è il Veneto con 95mila ettari e una quota sul totale del 14,2%. Il Mezzogiorno è anche rappresentato dalla Puglia con 93mila ettari (14,0%), mentre il Nord Est porta in dotazione la superficie dell’Emilia-Romagna con circa 50 mila ettari, preceduta nella graduatoria dalla Toscana con 53mila ettari (7,9%). Se si considera l’incidenza della superficie coltivata a uva da vino sul totale della superficie, è la regione Friuli-Venezia Giulia a mostrare il livello più elevato: 10,4 ettari su 100 sono coltivati a uva da vino, contro una media nazionale pari a 4,2 ettari su 100. In Veneto a vino sono 9 ettari su cento. Per quel che riguardala produzione – quest’anno è stata pari a 48 milioni di ettolitri – la regione più produttiva è il Veneto con 10,7 milioni di ettolitri, pari al 22,3% seguita da Puglia ed Emilia-Romagna. In tre fanno oltre la metà del vino italiano. Grazie al prosecco la zona più produttiva è Treviso con 5,2 milioni di ettolitri di vino seguita da verona con 2,6 milioni di ettolitri. Nella produzione di vini di qualità si distingue Castellina in Chianti che presenta una quota di superficie prevalentemente dedicata alla produzione di vini DOP pari al 76,2%, seguita da San Gimignano con il 75,5% e da Manduria con il 74,4. Fra gli altri comuni a vocazione DOP si segnalano Montespertoli (73,6%) Montalcino (70,2%), Montepulciano (69,8%), tutti appartenenti al territorio della Toscana, e quattro comuni siciliani, Marsala, Mazara, Trapani e Menfi, con quote di superficie DOP compresa fra il 55,9% e il 61,1%.
Il cantiere del nuovo consolato americano che sorgerà a Milano (Ansa)
Gli altri settori produttivi le devono pagare un tributo crescente, mentre la definizione stessa di «interesse pubblico» si fa sempre più sfuggente, contesa tra gruppi sociali vincenti e altri naturalmente perdenti.
Una delle contraddizioni più clamorose di questo modello emerge dalla vicenda che coinvolge il consolato americano: un caso che rivela, senza possibilità di equivoci, che la cosiddetta «rigenerazione urbana» di Milano poggia anche sul lavoro di persone tenute in condizioni di semischiavitù. Nell’area dell’ex Tiro a segno è in costruzione la nuova sede del Consolato degli Stati Uniti, un’opera faraonica, come è nello stile americano, dislocata su 40.000 metri quadrati, con un costo dichiarato di almeno 351 milioni di dollari, il cui completamento è previsto nel 2028. Una cifra che però non include il costo del lavoro (e non è un dettaglio secondario). La Procura di Milano ha accertato che la ditta costruttrice impiegava lavoratori stranieri in condizione di paraschiavitù.
I pubblici ministeri Paolo Storari e Mauro Clerici hanno messo sotto controllo giudiziario la società edile statunitense Caddell, con l’accusa di caporalato e sfruttamento dei lavoratori, e operato il fermo di un manager della stessa azienda in procinto di scappare in Turchia. Il cantiere, inaugurato in pompa magna nel 2022 con la posa della prima pietra alla presenza del console Robert Needham e del sindaco Beppe Sala, funzionava grazie al lavoro di operai che venivano reclutati in India da un’agenzia di Nuova Dehli, la Dynamic house. Per ottenere il posto di lavoro erano costretti a pagare una cifra ingente, circa 500.000 rupie (5/6.000 euro) con la promessa di documenti regolari e biglietto aereo incluso. Una volta arrivati a Milano, la realtà era ben diversa: turni di 12 ore al giorno, sei giorni su sette, senza festività. La paga? Appena 2 o 3 euro l’ora. E più della metà dello stipendio veniva sistematicamente sottratta.
«I poveri non sono un problema da risolvere ma una risorsa da sfruttare», diceva Zygmunt Bauman. È difficile non pensare a questa frase leggendo le condizioni in cui questi uomini erano costretti a lavorare. Il sistema di sfruttamento descritto ricorda da vicino quello adottato in diversi Paesi del Golfo: la Kafala, un’istituzione giuridica utilizzata per monitorare i lavoratori stranieri impiegati specialmente nel settore edilizio. La pratica è legalmente diffusa in Qatar, Kuwait, Libano, Oman, Bahrein, Arabia Saudita e negli Emirati Arabi Uniti. In quel sistema il lavoratore straniero è vincolato a uno sponsor che coincide con il datore di lavoro: questo detiene il controllo totale sulla mobilità del dipendente e sui suoi documenti. Il lavoratore non può cambiare impiego, non può lasciare il Paese, non può sottrarsi. La Kafala è di fatto l’istituzionalizzazione della schiavitù.
Ecco qui rappresentata la modernizzazione al contrario di Milano. Una città che vanta ingenti investimenti in immobili realizzati da questi Paesi, ma che sembra aver importato anche un ignobile modello di sfruttamento dei lavoratori migranti. Ciò che colpisce, oltre alla gravità dei fatti, è l’assenza di parole di chi governa la città. L’amministrazione comunale non può pensare che si tratti un «affare americano»: il cantiere insiste sul suolo milanese, il sindaco era presente all’inaugurazione, la città ne porta un po’ la responsabilità morale e politica. Altrettanto significativa è la latitanza della sinistra che tende a occuparsi di migranti solo quando è utile a una polemica contro la destra. All’appello, infine, manca anche il sindacato che ha dimostrato ancora una volta di essere fuori contesto, incapace di cogliere le contraddizioni più acute del modello di sviluppo in atto. Il dato di fatto è che tutti questi continuano a parlare di candidature per le prossime elezioni amministrative, di primarie e di altri aspetti che riguardano la loro vita interna dimostrando, se ve ne fosse ancora bisogno, la loro lontananza dai problemi reali delle persone.
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Pochi giorni prima gli investigatori avevano già annotato un altro elemento ritenuto significativo: il riferimento al «tragico evento» avvenuto a Modena il 15 maggio scorso, quando Salim El Koudri aveva travolto i passanti in pieno centro con la sua automobile. Chi indaga l’ha letto come il punto di arrivo di una discesa progressiva dentro l’universo della propaganda jihadista maturato attraverso il Web e i social network. E che viene collocato all’interno di un meccanismo: quello degli attacchi compiuti da singoli individui, senza strutture visibili alle spalle, senza cellule riconoscibili. «Tutti pronti», secondo il pm, «all’azione violenta nei confronti di cittadini inermi tramite l’uso di autoveicoli o di armi prevalentemente da taglio». Ovvero uno scenario da «lupo solitario».
E, così, alla vigilia del suo ventunesimo compleanno, Ben Haddi, nato a Vimercate, in Brianza, è stato fermato con l’accusa di terrorismo internazionale. Il provvedimento è stato disposto dal pubblico ministero Alessandro Gobbis. Per la Procura guidata da Marcello Viola, il giovane si sarebbe associato «all’organizzazione terroristica internazionale comunemente nota come Stato islamico». E, in particolare, «al primo califfo Abu Bakr Al-Baghdadi». Dall’analisi dei profili Instagram e Tiktok, «accessibili a tutti», scrive il pm, «dunque a una platea potenzialmente infinita di utenti», sarebbe saltato fuori materiale ritenuto «apologetico di attentati terroristici contro l’Occidente e di aperta esaltazione e incitamento al martirio». Ma anche «di attentati terroristici in danno dei cristiani». L’inchiesta ha preso forma attraverso il lavoro della Digos di Milano. Gli approfondimenti investigativi si sono tradotti in due informative, datate 29 e 31 maggio, e in una successiva perquisizione. Secondo il pm, proprio dagli ultimi accertamenti sarebbe emersa «una pericolosa accelerazione della propria spirale di radicalizzazione ideologico-religiosa».
A rafforzare i sospetti degli inquirenti c’è un altro elemento: quando viene fermato, Ben Haddi è in possesso di un biglietto aereo per il Marocco. La partenza era fissata per il 9 giugno. Il giovane, secondo l’accusa, avrebbe manifestato la disponibilità all’azione violenta «nella consapevolezza di essere in procinto di lasciare l’Italia». Per la Procura il dato contribuisce a delineare un quadro di pericolosità attuale. Per l’indagato, invece, il viaggio aveva tutt’altra finalità: ha spiegato che doveva recarsi in Marocco per sostenere un esame. Il nome di Ben Haddi, però, era emerso anche in un’altra attività investigativa.
La Digos stava monitorando il gruppo Telegram «Chat Terza posizione» e il canale «Centro studi Terza posizione». Secondo gli investigatori, si trattava di ambienti caratterizzati dalla diffusione di «idee radicali e violente ispirate alle ideologie nazionalsocialiste e suprematiste». Uno degli utenti era stato identificato come «Zacky Ben». Una presenza che gli investigatori collocano nel fenomeno definito «White Jihad» o «ibridazione», cioè la contaminazione tra ambienti ideologicamente diversi ma accomunati dall’estremismo. In quell’ordinanza il fenomeno veniva definito con una formula precisa: «Ibridazione tra propaganda di estrema destra radicale e contenuti riconducibili a gruppi jihadisti». La convergenza non è religiosa, ma ideologica e simbolica: antisemitismo, culto della violenza, mitologie del martirio e fascinazione per il terrorismo diventano un linguaggio comune tra universi apparentemente lontani.
Tra i contenuti recuperati, «tutti connotati», secondo il pm, «da una marcata istigazione alla violenza e per contenuti eversivi», ci sarebbero alcuni messaggi ritenuti significativi, perché valutati come «fattore accelerante di processi di radicalizzazione già in atto». In una conversazione, Ben Haddi scrive: «Impossibile fare un colpo di Stato nella situazione attuale». Era la risposta a un altro utente che sosteneva: «Comunque per poter fare una sovversione e quindi un colpo di Stato ci servono molte più persone, organizzate e non sparse e che tutti seguano la stessa idea o simile». In un’altra circostanza aveva pubblicato la fotografia di un bambino dalla pelle chiara e dagli occhi azzurri accompagnandola con il commento: «Chiaramente è superiore a te». La frase arrivava come replica a chi gli aveva scritto: «Tu sei africano, non sei superiore a nessuno». Quel fascicolo aveva già portato all’arresto di Matteo Celibashi, diciannovenne italo-albanese pavese, ritenuto promotore e ideatore della chat. Il dato più rilevante è che la precedente inchiesta non descriveva soltanto un circuito di estrema destra. Dentro quella comunità digitale comparivano già riferimenti espliciti alla propaganda jihadista, ad Hamas, all’Isis e al Bataclan.
Gli esempi sono espliciti. In un messaggio viene rilanciata l’immagine di un uomo armato con bandiera palestinese e la didascalia: «Fino alla vittoria Gloria ad Hamas gloria agli eroi». In un altro scambio compare uno sticker con un soldato di Hamas e la frase: «Viva Hamas viva le brigate al qassam», a cui un utente risponde: «Gloria eterna». Ancora più netto è il richiamo al Bataclan. Un video con simbolo dell’Isis e riferimenti all’Ordine dei Nove Angoli, subcultura legata all’estremismo neonazista, contiene sottotitoli tradotti così: «L’operazione del teatro Bataclan», «cento morti e un gran numero di feriti», «vendico il sangue dei musulmani, uccido i crociati senza pietà». Un ecosistema online dove estrema destra, antisemitismo e jihadismo si contaminavano in nome della radicalizzazione.
Ma quando Ben Haddi è comparso davanti al giudice per le indagini preliminari Rossana Mongiardo la sua linea difensiva è stata netta: «I miei post avevano solo finalità divulgative». Compreso quello sull’attentato a Modena.
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Emmanuel Macron (Ansa)
Ieri su X ha scritto: «La Marina francese ha intercettato una nuova petroliera, la Tagor, soggetta a sanzioni internazionali. La nostra determinazione è ferma e incrollabile. L’operazione è stata condotta nell’Atlantico, in acque internazionali, con il supporto di diversi partner, tra cui il Regno Unito, nel rigoroso rispetto del diritto del mare». La petroliera in questione è russa e fa parte della cosiddetta flotta fantasma. «È inaccettabile che le navi eludano le sanzioni internazionali, violino il diritto del mare e finanzino la guerra che la Russia sta conducendo contro l’Ucraina da oltre 4 anni», ha aggiunto il marito di Brigitte. «Queste navi, che non rispettano le più elementari regole della navigazione marittima, rappresentano anche una minaccia per l’ambiente e per la sicurezza di tutti».
Immediata la reazione di Mosca. «Consideriamo tali azioni illegali, esse rasentano la pirateria internazionale», ha detto il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. Per tutta la giornata, in tv soprattutto, è andato avanti il ritornello classico: cattivo Putin che vuole violare le sanzioni e bravo Macron che è riuscito a fermare una nave che finanzia «la guerra che la Russia sta conducendo contro l’Ucraina da oltre 4 anni». Che bravo… Applausi… Però sorge una domanda: ma il Macron che difende il mondo intero dai cattivi russi di mare è lo stesso Macron che fa il pieno di gas russo? Gas russo, detto in termini tecnici Gnl, che arriva proprio via nave?
Solo ad aprile i ricavi della Russia dall’export di combustibili fossili sono aumentati del 4% su base mensile, arrivando a portare nelle casse di Putin circa 733 milioni di euro al giorno, un livello mai raggiunto negli ultimi due anni e mezzo. Una crescita registrata nonostante un calo del 7% dei volumi esportati, spiega l’ultimo report del centro studi Crea (Center for research on energy and clean air). E chi compra dalla Russia? Cina, India e Giappone, ma pure molti Paesi europei, come Francia, Ungheria, Belgio, Slovacchia e Spagna. Anzi, la Francia è il primo importatore europeo di gas liquefatto via nave dalla Russia. E ad aprile ha versato al Cremlino circa 400 milioni. L’Europa, culla di Volenterosi e patria di quella Ue capace di varare venti pacchetti di sanzioni verso Mosca, è il mercato principale per il gas naturale, in grado di assorbire il 49% delle esportazioni totali di gnl russo e il 32% dei flussi via gasdotto. Si può capire che Ungheria o Slovacchia, Paesi senza sbocco sul mare, possano rifornirsi solo da Putin per scaldarsi o produrre energia elettrica. Non si capisce invece perché Pedro Sánchez, che può contare su una florida industria rinnovabile e sulle centrali nucleari, abbia speso quasi 200 milioni per i Gnl. Gli acquisti europei di gas liquefatto sono rimasti elevati nonostante il bando sui mercati spot di RePowerEU. Il Belgio, dove hanno sede le istituzioni continentali, si è posizionato come il terzo maggiore importatore assoluto del mese, acquistando Gnl russo per un valore di 363 milioni, un dato in forte crescita del 33% su base mensile. La leadership però è di Parigi, che ha versato precisamente 413 milioni ai russi. E questa bella somma come sarà stata investita da Putin se non per finanziare la guerra? Lo dica Macron: la nave della flotta fantasma è stata fermata perché il greggio interessa meno alla Francia. Se invece trasportava gas...
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Sergio Mattarella (Imagoeconomica)
Oggi, 2 giugno, si festeggia l’ottantesimo della Repubblica, ma in realtà gli italiani dovrebbero celebrare il ritorno della monarchia. In nessun altro Paese occidentale dove sia consentito il voto e dove il compito di rappresentare il popolo sia affidato a un parlamento democraticamente eletto, esiste una figura istituzionale, con poteri ampi come la scelta del premier e lo scioglimento delle Camere, che resti in carica per 14 anni senza mai rispondere del proprio operato.
In Francia il presidente della Repubblica è eletto per cinque anni, una volta scaduti i quali i francesi possono rieleggerlo, come è successo con Emmanuel Macron, o possono mandarlo a casa, come è accaduto con Nicolas Sarkozy. In Germania, nonostante l’autonomia del capo dello Stato sia molto più ridotta rispetto a quella della République, il mandato è pure di cinque anni, rinnovabili una sola volta. Stessa cosa in Grecia, Ungheria, Bulgaria, Repubblica Ceca e in Polonia. Fanno eccezione la Romania, dove il presidente resta in carica quattro anni, come pure la Moldovia, che però non fa parte della Ue, oppure gli Stati Uniti. Insomma, in nessun Paese occidentale c’è un capo dello Stato - occhio: non un re - che senza sottoporsi al giudizio degli elettori resti al suo posto sette anni, rinnovabili per altri sette e, se l’età e la salute lo consentono, aggiungerne altri, fino a diventare di fatto un monarca.
Quando i padri costituenti stabilirono il mandato presidenziale, optando per sette invece che cinque, pareva implicito che non fosse possibile alcuna rielezione. E così è stato fino al 2013, ovvero per 67 anni, quando un parlamento senza maggioranza, diviso fra 5 stelle, sinistra e centrodestra, non sapendo decidere chi nominare al posto di Giorgio Napolitano, si arrese al bis. L’ex parlamentare comunista, per la prima volta nella storia della Repubblica, rimase al Quirinale nove anni, coprendo dunque due legislature, dimettendosi prima dello scadere del secondo settennato per ragioni personali. Mattarella, al contrario, il giorno stesso in cui fu rieletto chiarì che non se ne sarebbe andato in anticipo, deciso a restare fino alla fine. Dal suo insediamento, il 3 febbraio del 2015, sono trascorsi 11 anni e altri tre gliene restano. Al Quirinale ha visto passare cinque presidenti del Consiglio e sei governi e nel 2027 toccherà ancora a lui decidere a chi affidare l’incarico di formare l’esecutivo che verrà. Come dicevo, non esiste alcun altro Paese che abbia un capo dello Stato in carica così a lungo.
Ma l’anomalia non è solo quella: consiste anche nell’esondazione dei poteri del presidente. Il ruolo esercitato dai predecessori di Mattarella durante la Prima Repubblica era assai limitato. Come da articolo 87 della Costituzione rappresentavano l’unità della nazione, indicevano elezioni, nominavano i presidenti del Consiglio e, su proposta di questi, i ministri, presiedevano il Csm e il Consiglio superiore di Difesa. Punto. Poi, con la fine della Prima Repubblica e l’inizio di una debolezza strutturale dei partiti, il capo dello Stato ha iniziato ad acquisire sempre più potere, assegnandosi una sorta di controllo preventivo sulle leggi e anche un ruolo attivo sugli incarichi istituzionali. Senza, ribadisco, alcun mandato popolare.
La trasformazione da repubblica in monarchia è stata un passo breve, ma non è colpa di Mattarella, o per lo meno non solo sua. Il processo cominciato con Oscar Luigi Scalfaro, proseguito poi con Carlo Azeglio Ciampi, ha trovato un suo rafforzamento con Napolitano, per poi diventare completo con l’attuale inquilino del Quirinale, il quale esercita il suo compito ficcando il naso in disegni di legge, riforme, nomine, rapporti con altri Paesi e pure dettando la linea su immigrazione e politiche sulla sicurezza. C’è un libro, scritto da Gaetano Quagliariello e Lorenzo Castellani per la Luiss University Press che spiega bene la mutazione e si intitola Il Principe e la Repubblica. I due autori, il primo ex ministro e tra i saggi scelti da Napolitano per le riforme, il secondo docente di Storia delle istituzioni politiche, sostengono che i padri costituenti, per timore di un premier forte, scelsero una forma di governo intrinsecamente fragile, affidando ai partiti la mediazione. Ma la crisi della Prima Repubblica e l’arrivo di Tangentopoli hanno fatto venire meno il ruolo delle storiche formazioni politiche affermatesi negli anni della guerra, facendo emergere la figura di un nuovo «Principe della Repubblica» nella veste del capo dello Stato. Non essendoci un partito egemone scelto dagli elettori, l’egemonia la esercita il Quirinale. Con tutto ciò che ne consegue. Quattordici anni sono un periodo lunghissimo, soprattutto se il mandato non è sottoposto al giudizio degli elettori. Se poi a questo si aggiunge una certa tendenza del Colle ad auto celebrarsi e a non riconoscere gli errori, come la nomina di governi tecnici e il rinvio delle elezioni, la trasformazione da repubblica in monarchia è completa, con una certa adulazione anche della grande stampa verso il sovrano a cui vengono di volta in volta attribuiti meriti politici (basta leggere il sondaggio di ieri di Ilvo Diamanti), diplomatici (nel caso di visite all’estero) e perfino sportivi (se ci sono le Olimpiadi). Mancano solo i meriti canori e artistici, ma state tranquilli: siamo sulla buona strada e da qui alla fine del secondo settennato arriveranno anche quelli. Insomma, viva il monarca e abbasso il parlamento, che ormai con l’avvento di sua Maestà Re Sergio I conta sempre di meno e per risparmiare, visto quanto costa il Quirinale, converrebbe chiuderlo.
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