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2018-12-15
Un intero quartiere per soli transgender. In nome dei diritti si crea il ghetto Lgbt
ANSA
Prendere tutte le persone con un determinato orientamento sessuale e metterle in un apposito quartiere della città: vi sembra una cosa agghiacciante? Vi viene in mente la parola «ghetto»?
Avete ragione, eppure la cosa sembra piacere particolarmente ai trangender di San Francisco, che ora avranno un quartiere della città tutto per loro. Si chiamerà distretto culturale transgender di Compton e prenderà il nome dalla famosa sommossa della Compton's Cafeteria dell'agosto 1966, la prima rivolta transgender nella storia degli Stati Uniti d'America, avvenuta tre anni prima dei più noti moti di Stonewall verificatisi a New York nel 1969.
«Siamo orgogliosi di essere il primo quartiere culturale trans della nazione, e non vediamo l'ora di continuare a onorare la nostra memoria collettiva e di costruire il nostro futuro a San Francisco», esultano i gestori della pagina Facebook del distretto, che si estende per sei isolati nello storico quartiere di Tenderloin. Nell'autodescrizione che ne danno gli organizzatori si tratta di un «sicuro, accogliente ed emancipato quartiere fatto da persone trans per persone trans», un «hub di servizi e di opportunità economiche per le comunità trans e di genere non conforme», e un «luogo per onorare la storia della comunità». Jane Kim, che rappresenta in consiglio comunale quell'area della città, si è sbilanciata definendolo «il quartiere più importante in America per la storia, la cultura e i diritti civili dei transgender». Dal Comune di San Francisco sono arrivati 215.000 dollari di finanziamenti. L'attivista transessuale Donna Personna ha dichiarato che il distretto fungerà anche da «atto di lotta e di resistenza» contro il presidente Donald Trump. Come si possa gestire con soldi pubblici un quartiere che intende fare «resistenza» al governo centrale non è chiaro, ma tant'è.
A San Francisco può succedere questo e altro. La città della California è da sempre uno dei luoghi più gay friendly del mondo. Basti pensare che un suo quartiere, Castro, dà il nome a un determinato stile gay, il «Castro clone», quello del classico omosessuale con baffi e look particolarmente mascolino (quello di Freddie Mercury, per capirci). È qui che ha aperto il primo gay bar ad avere finestre trasparenti ed è sempre qui che, nel 1975, Harvey Milk aprì il suo negozio di fotografia.
Un altro quartiere, quello di South of Market, è invece considerato il fulcro della gay leather community, cioè della sottocultura omosessuale basata sul feticismo per l'abbigliamento in pelle. Un riferimento culturale che il comune di San Francisco ha addirittura deciso di promuovere tramite l'accesso a fondi pubblici. «Viviamo a San Francisco», ha detto il supervisore Jeff Sheehy, «molte comunità stanno riconoscendo che le loro storie culturali, uniche, sono andate perse. Stiamo quindi lavorando per preservarle laddove possiamo». Come si può ben vedere, siamo molto lontani dall'affermazione, ovviamente sacrosanta, del doveroso rispetto verso tutti gli esseri umani, a prescindere dal loro orientamento sessuale. Politiche di questo genere postulano semmai la parcellizzazione della società in tanti micro ghetti, dove peraltro ciascuna specificità anche superficiale, tipo per l'appunto l'adesione a una qualche sottocultura, diventa un fattore da promuovere e valorizzare, come se parlassimo delle bellezze di una città d'arte rinascimentale. Il tutto, ovviamente, con soldi pubblici. Questo in una città che, pur ospitando ben 57 miliardari, appena quattro meno che a New York, vede l'11,6% dei suoi abitanti (circa un milione di persone) vivere sotto la soglia di povertà, e ospita stabilmente circa 8.000 senzatetto. Davvero non c'era modo migliore per spendere i denari cittadini che creando un quartiere per trans?
Adriano Scianca
L’Inghilterra bandisce l’ironia sui difetti di maschi e femmine
Forse il tempo dello humour inglese sta per finire. O almeno viene da pensarlo, visto il giro di vite imposto alla pubblicità britannica dal Committees of Advertising Practice (Cap), il garante che sorveglia annunci e spot. A partire dal 19 giugno del prossimo anno, infatti, non si potranno più realizzare pubblicità che prendano in giro gli uomini o le donne su base sessista. Quindi, ad esempio, scene in cui gli uomini combinano disastri mentre cambiano un pannolino (può succedere…), oppure le donne guidano male e non sanno trovare la strada sulla cartina, diventeranno inaccettabili in uno video e su un cartellone, anche se sono sempre state all'origine di bonarie prese in giro e scaramucce tra fidanzati e coniugi. Eppure il comitato è convinto che siano deleterie e non educative, così ha deciso di definire nuovi limiti.
Ironia e prese in giro saranno messe al bando, se vanno a colpire stereotipi legati al genere sessuale e finiscono per offendere. Insomma, niente più maschietti che sbagliano i programmi della lavatrice e si trovano con l'intimo tinto di rosa o donne che non sanno come parcheggiare e non riescono a programmare i canali di una televisione. Una decisione che suscita non poche perplessità. Un paio di anni fa l'organismo aveva deciso di vietare i cartelloni stradali e le pubblicità che esponevano troppo il corpo femminile trasformandolo in un oggetto, avevano bandito le immagini eccessivamente scoperte e vietato di esporre corpi troppo magri, che davano un'immagine che implicava problemi di salute.
Una scelta assolutamente apprezzabile, vista l'influenza che certi modelli di bellezza possono avere sui giovani. Ma adesso la prospettiva è diversa. Secondo il Cap non saranno più ritenute accettabili nemmeno le pubblicità che inducono un'idea fissa di genere quando si tratta di giocattoli, perché inibiscono i maschi dal vestirsi da principesse o dal giocare con bambole e fatine quando ne hanno voglia. In base alla riflessione del comitato, certi stereotipi rischiano di tarpare le ali e inibire lo sviluppo libero di personalità e creatività, quindi vanno eliminate.
Forse prevedendo la sorpresa, i vertici del Cap hanno spiegato anche che non sarà del tutto escluso mostrare una donna che fa le pulizie o un uomo impegnato con il bricolage, ma si dovrà tenere conto del contesto e del contenuto prima di approvare la circolazione delle immagini.
La sensazione è che in Gran Bretagna certe questioni vengano prese un po' troppo sul serio. Canzonare donne e uomini sui loro presunti limiti di genere in molti casi non significa offendere. Si tratta di un modo per scherzare, sorridere e anche ridimensionarsi, in un mondo dove uomini e donne si danno spesso un'importanza eccessiva.
Va anche considerato che senza ironia e battute ci si prospetta di fronte un mondo privo di humour ma anche di occasioni di divertimento. E forse è davvero quello che sta accadendo nel Regno Unito, a giudicare dalla richiesta folle che un comico inglese ha ricevuto da un comitato di studenti universitari. Il comico Konstantin Kisin aveva accettato di partecipare a uno spettacolo organizzato dall'università Soas di Londra per raccogliere fondi per l'Unicef. Ma qualche giorno fa ha annunciato che non sarà tra gli ospiti. Colpa di un contratto che gli è stato sottoposto dagli studenti, in cui gli si chiedeva di evitare una serie di tematiche.
La richiesta lo ha lasciato basito, perché gli allievi pretendevano che una volta in scena seguisse una serie di regole di comportamento, evitando di toccare argomenti come invecchiamento, sessismo, classismo, razzismo, omofobia, islamofobia, xenofobia, religione e ateismo. Solo che vietando tutte queste tematiche, che derivano da categorie del genere umano, all'attore rimaneva davvero uno spazio di manovra ridottissimo per il suo show. Come ha spiegato pubblicamente, un comico non va certo in scena per fomentare la violenza o l'odio razziale, ma racconta storie e gioca con le idee, quindi può capitare che per strappare un sorriso dica qualcosa che a taluni appare fastidioso.
Come facevano i buffoni a corte, che attaccavano il re sulle sue debolezze, sin dall'epoca di William Shakespeare. Anzi, non è da escludere che di questi tempi anche lui avrebbe avuto dei problemi o almeno dei contratti da firmare.
Caterina Belloni
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Nasce a San Francisco il primo distretto riservato ai trans. E promette di essere un faro di «resistenza» contro Donald Trump.Nel Regno Unito per combattere gli stereotipi il garante che vigila sugli spot cancella lo humour british.Lo speciale contiene due articoliPrendere tutte le persone con un determinato orientamento sessuale e metterle in un apposito quartiere della città: vi sembra una cosa agghiacciante? Vi viene in mente la parola «ghetto»? Avete ragione, eppure la cosa sembra piacere particolarmente ai trangender di San Francisco, che ora avranno un quartiere della città tutto per loro. Si chiamerà distretto culturale transgender di Compton e prenderà il nome dalla famosa sommossa della Compton's Cafeteria dell'agosto 1966, la prima rivolta transgender nella storia degli Stati Uniti d'America, avvenuta tre anni prima dei più noti moti di Stonewall verificatisi a New York nel 1969. «Siamo orgogliosi di essere il primo quartiere culturale trans della nazione, e non vediamo l'ora di continuare a onorare la nostra memoria collettiva e di costruire il nostro futuro a San Francisco», esultano i gestori della pagina Facebook del distretto, che si estende per sei isolati nello storico quartiere di Tenderloin. Nell'autodescrizione che ne danno gli organizzatori si tratta di un «sicuro, accogliente ed emancipato quartiere fatto da persone trans per persone trans», un «hub di servizi e di opportunità economiche per le comunità trans e di genere non conforme», e un «luogo per onorare la storia della comunità». Jane Kim, che rappresenta in consiglio comunale quell'area della città, si è sbilanciata definendolo «il quartiere più importante in America per la storia, la cultura e i diritti civili dei transgender». Dal Comune di San Francisco sono arrivati 215.000 dollari di finanziamenti. L'attivista transessuale Donna Personna ha dichiarato che il distretto fungerà anche da «atto di lotta e di resistenza» contro il presidente Donald Trump. Come si possa gestire con soldi pubblici un quartiere che intende fare «resistenza» al governo centrale non è chiaro, ma tant'è.A San Francisco può succedere questo e altro. La città della California è da sempre uno dei luoghi più gay friendly del mondo. Basti pensare che un suo quartiere, Castro, dà il nome a un determinato stile gay, il «Castro clone», quello del classico omosessuale con baffi e look particolarmente mascolino (quello di Freddie Mercury, per capirci). È qui che ha aperto il primo gay bar ad avere finestre trasparenti ed è sempre qui che, nel 1975, Harvey Milk aprì il suo negozio di fotografia. Un altro quartiere, quello di South of Market, è invece considerato il fulcro della gay leather community, cioè della sottocultura omosessuale basata sul feticismo per l'abbigliamento in pelle. Un riferimento culturale che il comune di San Francisco ha addirittura deciso di promuovere tramite l'accesso a fondi pubblici. «Viviamo a San Francisco», ha detto il supervisore Jeff Sheehy, «molte comunità stanno riconoscendo che le loro storie culturali, uniche, sono andate perse. Stiamo quindi lavorando per preservarle laddove possiamo». Come si può ben vedere, siamo molto lontani dall'affermazione, ovviamente sacrosanta, del doveroso rispetto verso tutti gli esseri umani, a prescindere dal loro orientamento sessuale. Politiche di questo genere postulano semmai la parcellizzazione della società in tanti micro ghetti, dove peraltro ciascuna specificità anche superficiale, tipo per l'appunto l'adesione a una qualche sottocultura, diventa un fattore da promuovere e valorizzare, come se parlassimo delle bellezze di una città d'arte rinascimentale. Il tutto, ovviamente, con soldi pubblici. Questo in una città che, pur ospitando ben 57 miliardari, appena quattro meno che a New York, vede l'11,6% dei suoi abitanti (circa un milione di persone) vivere sotto la soglia di povertà, e ospita stabilmente circa 8.000 senzatetto. Davvero non c'era modo migliore per spendere i denari cittadini che creando un quartiere per trans?Adriano Scianca<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/un-intero-quartiere-per-soli-transgender-in-nome-dei-diritti-si-crea-il-ghetto-lgbt-2623425713.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="linghilterra-bandisce-lironia-sui-difetti-di-maschi-e-femmine" data-post-id="2623425713" data-published-at="1781256024" data-use-pagination="False"> L’Inghilterra bandisce l’ironia sui difetti di maschi e femmine Forse il tempo dello humour inglese sta per finire. O almeno viene da pensarlo, visto il giro di vite imposto alla pubblicità britannica dal Committees of Advertising Practice (Cap), il garante che sorveglia annunci e spot. A partire dal 19 giugno del prossimo anno, infatti, non si potranno più realizzare pubblicità che prendano in giro gli uomini o le donne su base sessista. Quindi, ad esempio, scene in cui gli uomini combinano disastri mentre cambiano un pannolino (può succedere…), oppure le donne guidano male e non sanno trovare la strada sulla cartina, diventeranno inaccettabili in uno video e su un cartellone, anche se sono sempre state all'origine di bonarie prese in giro e scaramucce tra fidanzati e coniugi. Eppure il comitato è convinto che siano deleterie e non educative, così ha deciso di definire nuovi limiti. Ironia e prese in giro saranno messe al bando, se vanno a colpire stereotipi legati al genere sessuale e finiscono per offendere. Insomma, niente più maschietti che sbagliano i programmi della lavatrice e si trovano con l'intimo tinto di rosa o donne che non sanno come parcheggiare e non riescono a programmare i canali di una televisione. Una decisione che suscita non poche perplessità. Un paio di anni fa l'organismo aveva deciso di vietare i cartelloni stradali e le pubblicità che esponevano troppo il corpo femminile trasformandolo in un oggetto, avevano bandito le immagini eccessivamente scoperte e vietato di esporre corpi troppo magri, che davano un'immagine che implicava problemi di salute. Una scelta assolutamente apprezzabile, vista l'influenza che certi modelli di bellezza possono avere sui giovani. Ma adesso la prospettiva è diversa. Secondo il Cap non saranno più ritenute accettabili nemmeno le pubblicità che inducono un'idea fissa di genere quando si tratta di giocattoli, perché inibiscono i maschi dal vestirsi da principesse o dal giocare con bambole e fatine quando ne hanno voglia. In base alla riflessione del comitato, certi stereotipi rischiano di tarpare le ali e inibire lo sviluppo libero di personalità e creatività, quindi vanno eliminate. Forse prevedendo la sorpresa, i vertici del Cap hanno spiegato anche che non sarà del tutto escluso mostrare una donna che fa le pulizie o un uomo impegnato con il bricolage, ma si dovrà tenere conto del contesto e del contenuto prima di approvare la circolazione delle immagini. La sensazione è che in Gran Bretagna certe questioni vengano prese un po' troppo sul serio. Canzonare donne e uomini sui loro presunti limiti di genere in molti casi non significa offendere. Si tratta di un modo per scherzare, sorridere e anche ridimensionarsi, in un mondo dove uomini e donne si danno spesso un'importanza eccessiva. Va anche considerato che senza ironia e battute ci si prospetta di fronte un mondo privo di humour ma anche di occasioni di divertimento. E forse è davvero quello che sta accadendo nel Regno Unito, a giudicare dalla richiesta folle che un comico inglese ha ricevuto da un comitato di studenti universitari. Il comico Konstantin Kisin aveva accettato di partecipare a uno spettacolo organizzato dall'università Soas di Londra per raccogliere fondi per l'Unicef. Ma qualche giorno fa ha annunciato che non sarà tra gli ospiti. Colpa di un contratto che gli è stato sottoposto dagli studenti, in cui gli si chiedeva di evitare una serie di tematiche. La richiesta lo ha lasciato basito, perché gli allievi pretendevano che una volta in scena seguisse una serie di regole di comportamento, evitando di toccare argomenti come invecchiamento, sessismo, classismo, razzismo, omofobia, islamofobia, xenofobia, religione e ateismo. Solo che vietando tutte queste tematiche, che derivano da categorie del genere umano, all'attore rimaneva davvero uno spazio di manovra ridottissimo per il suo show. Come ha spiegato pubblicamente, un comico non va certo in scena per fomentare la violenza o l'odio razziale, ma racconta storie e gioca con le idee, quindi può capitare che per strappare un sorriso dica qualcosa che a taluni appare fastidioso. Come facevano i buffoni a corte, che attaccavano il re sulle sue debolezze, sin dall'epoca di William Shakespeare. Anzi, non è da escludere che di questi tempi anche lui avrebbe avuto dei problemi o almeno dei contratti da firmare. Caterina Belloni
Volodymyr Zelensky (Ansa)
Poiché il nodo della difesa aerea è fra i più importanti, l’Unione europea ha aperto al finanziamento dell’acquisto di missili antiaerei e antimissile americani Patriot, stando al portavoce della Commissione europea, Balazs Ujvari: «Se c’è interesse per attrezzature che vanno oltre i droni, siano sistemi antimissile o da difesa aerea, è una possibilità da mettere sul tavolo». A monte, i ripetuti appelli del presidente Volodymir Zelensky per aiuti in difesa aerea.
Fa pensare che, dopo i 6 miliardi di euro per i droni, l’Ue si prepari a pagare nuovi costosi Patriot, sebbene scarsi essendo dirottati nel Golfo Persico per contrastare i missili iraniani. Ma Kiev guarda anche a missili europei, come l’Aster 30 di fabbricazione franco-italiana, coprodotto da industrie fra cui Mbda e la nostra Avio. Un missile con raggio d’azione di 120 km e quota massima di 22 km, imbarcato anche su navi della Marina italiana.
Ne hanno parlato ieri il ministro della Difesa ucraino Mykhailo Fedorov e la ministra francese delle Forze armate, Catherine Vautrin. L’Ucraina, dalla notte all’alba, ha affrontato incursioni di 221 droni e due missili balistici Iskander lanciati dai russi. La difesa avrebbe «abbattuto 195 droni», ma molti dei velivoli telecomandati russi non erano Shahed d’attacco, ma tipi usati come esca, dunque per distrarre le difese, come Parodia e Italmas. Inoltre non sono stati intercettati i missili Iskander, che essendo balistici ipersonici sono ardui da fermare. Fra i bersagli, un deposito di locomotive nella regione di Sumy, dove il bombardamento ha ucciso una ferroviera e ha ferito quattro suoi colleghi. I russi affermano di aver conquistato due villaggi, Okhrimivka, nella regione di Kharkiv, e Rozkishne, in quella del Donetsk già per la maggior parte annessa alla Russia. Il sito di mappatura ucraino Deep State non ha finora confermato queste avanzate russe ed è difficile discriminare fra la vera occupazione integrale di un territorio e l’infiltrazione di avanguardie.
L’Ucraina ha colpito con droni l’ennesima raffineria russa, ad Afipsky, dove è scoppiato un incendio. Altri droni hanno ucciso due persone nella parte occupata dai russi della regione di Zaporizhzhia. Altro obiettivo è stato un convoglio di 50 camion militari russi carichi di carburante e munizioni ad Armyansk, in Crimea, dove le forze di Mosca hanno gettato ponti galleggianti. Kiev ha celebrato ieri per la prima volta una festa istituita da Zelensky, la Giornata delle Forze dei Sistemi a pilotaggio remoto. Per l’occasione il presidente ucraino ha affermato che «il 90% delle perdite russe sul campo di battaglia è dovuto ai droni».
E secondo il comandante della Forza droni ucraina, Robert Brovdi, detto «Madyar» («magiaro») perché d’origine ungherese, «dall’inizio del 2026 la forza droni ha ucciso 50.900 militari russi e colpito 176.500 obbiettivi». Brovdi ha spiegato alla Reuters che si sta bombardando l’autostrada Novorossiya per isolare la Crimea dalla Russia: «La campagna ha ridotto di due terzi, nell’ultimo mese, il traffico sull’autostrada Novorossiya, via di rifornimento russa che traversa l’Ucraina meridionale occupata fino alla Crimea. Entro un mese, l’Ucraina avrà il controllo della strada. Isoleremo la Crimea. Colpire i veicoli è facile come sparare alle pernici in un campo aperto». Se i droni sono l’ultimo grido, i vecchi razzi Grad di origine sovietica vengono ancora usati dai soldati di Zelensky, come ieri sul villaggio russo di Belaya Berezka, nella regione di Bryansk, dove è stato ucciso un civile. Installazioni della Marina Russa a Sebastopoli sono stati invece colpiti con missili Neptune di fabbricazione ucraina.
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Donald Trump (Ansa)
Nelle prime ore di giovedì, le forze armate americane hanno lanciato una nuova ondata di bombardamenti contro obiettivi militari iraniani, la seconda nel giro di 48 ore, alimentando il timore che la guerra a bassa intensità che da mesi coinvolge Washington, Teheran e Israele possa trasformarsi in un conflitto regionale aperto. Secondo il Comando centrale statunitense (Centcom), l’operazione è iniziata poco dopo la mezzanotte, ora di Teheran, e si è conclusa circa quattro ore più tardi. Nel mirino sono finiti sistemi radar, reti di comunicazione militare e batterie di difesa aerea distribuite in diverse aree del Paese. Washington ha definito l’azione una misura di autodifesa e una risposta diretta alle attività ostili attribuite alla Repubblica islamica.
Le esplosioni sono state segnalate soprattutto nelle province meridionali iraniane, nelle vicinanze dello Stretto di Hormuz. Trump ha successivamente rivelato che gli Stati Uniti hanno impiegato 49 missili Tomahawk contro infrastrutture militari iraniane, alcune situate a circa 65 chilometri da Teheran. Per il Wall Street Journal, Washington avrebbe comunicato a Teheran, attraverso la mediazione del Qatar, che l’operazione rappresenta una risposta limitata e non l’inizio di una guerra su vasta scala. Trump, tuttavia, ha ulteriormente alzato il livello dello scontro. In un’intervista a Fox News ha sostenuto che l’Iran sarebbe ormai privo di reali capacità difensive e che gli Usa potrebbero, se lo volessero, «conquistare l’intero Paese». Ancora più pesante il messaggio pubblicato su Truth. «Stanotte gli Stati Uniti colpiranno l’Iran con la massima durezza», ha scritto Trump, minacciando anche di assumere il controllo di infrastrutture energetiche strategiche. Nel messaggio ha indicato esplicitamente l’isola di Kharg, principale terminal petrolifero dell’Iran e snodo essenziale per le esportazioni di greggio. «Questa notte prenderemo l’isola», ha affermato.
Teheran ha reagito respingendo le dichiarazioni americane e negando l’esistenza di nuovi negoziati con Washington. Un duro avvertimento è arrivato da Mohammad Ghalibaf, presidente del Parlamento iraniano, che ha affermato che «eventuali decisioni impulsive» da parte degli Stati Uniti rischierebbero di destabilizzare ulteriormente la regione, colpire i mercati energetici globali e trascinare Washington in una crisi prolungata. «Vedrete un Iran diverso», ha dichiarato. Le Guardie rivoluzionarie hanno annunciato la chiusura completa dello Stretto di Hormuz, mentre l’Autorità dello Stretto del Golfo Persico ha confermato il blocco «fino a nuovo avviso», invitando tutte le navi autorizzate al transito ad attendere nuove istruzioni. Il Centcom ha invece ribadito che l’Iran non controlla il passaggio marittimo strategico e che le rotte restano accessibili alle imbarcazioni che rispettano le sanzioni statunitensi contro Teheran. Il comandante delle forze aerospaziali dei Pasdaran, il generale Seyed Majid Mousavi, ha minacciato direttamente Washington. «Faremo di questa regione un inferno per voi», ha dichiarato, mentre la Marina delle Guardie rivoluzionarie ha avvertito che qualsiasi imbarcazione si avvicinerà allo Stretto potrà «essere sottoposta a misure decisive». Le autorità iraniane hanno inoltre ampliato la lista dei bersagli in caso di nuove escalation, includendo interessi economici riconducibili a Elon Musk in Medio Oriente.
Poi in serata è arrivata l’ennesima svolta inattesa. Il presidente degli Stati Uniti ha annunciato di aver sospeso gli attacchi contro l’Iran e che il regime di Teheran avrebbe accettato un accordo per porre fine alla guerra. «Considerato che le discussioni con la Repubblica islamica dell’Iran sono state portate ai massimi livelli della leadership iraniana e approvate, io, in qualità di presidente degli Stati Uniti d’America, ho annullato gli attacchi e i bombardamenti programmati contro l’Iran per questa sera. Le discussioni e i punti finali sono stati approvati, sia a livello concettuale che nei dettagli, da tutte le parti coinvolte, inclusi Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Turchia, Pakistan, Bahrein, Kuwait, Giordania, Egitto e altri. Il blocco navale rimarrà in vigore fino al completamento di questa transazione: data e luogo della firma saranno annunciati a breve», ha scritto Trump su Truth. Non solo, secondo Axios, Qatar e Teheran avrebbero già un testo comune. Si attenderebbe l’ok di Khamenei (e degli Usa).
Sul fronte israeliano, il premier Benjamin Netanyahu ha convocato una riunione straordinaria con i principali ministri e i responsabili della sicurezza. Il leader israeliano ha dichiarato che le forze armate stanno «colpendo duramente Hezbollah» e che «centinaia di terroristi vengono eliminati ogni settimana». Nel frattempo, l’Idf ha annunciato di aver assunto il controllo operativo dell’area a Nord del fiume Saluki, nel Libano meridionale. Secondo l’esercito israeliano, nel corso dell’operazione sono stati eliminati miliziani di Hezbollah e smantellate infrastrutture utilizzate dal movimento sciita filo-iraniano. L’operazione conferma l’intensificazione delle attività militari israeliane lungo il fronte settentrionale e il tentativo di creare una fascia di sicurezza contro le minacce provenienti dal Libano.
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Andrea Bocelli e EJAE si esibiscono alla cerimonia di apertura dei Mondiali 2026 allo Stadio Azteca di Città del Messico (Getty Images)
Il Messico apre il Mondiale 2026 superando 2-0 il Sudafrica nello stadio che ha ospitato la «partita del secolo» e le magie di Maradona. Dalla cerimonia con Shakira e Bocelli alle proteste per i desaparecidos, fino al primo annuncio Var della storia del torneo e alle tre espulsioni. Nella notte la Corea del Sud rimonta e batte 2-1 la Repubblica Ceca. Stasera Canada-Bosnia e Usa-Paraguay.
Il Mondiale 2026 è ufficialmente cominciato e lo ha fatto nel segno del Messico. Davanti agli oltre 80.000 spettatori dello stadio Azteca El Tricolor ha battuto 2-0 nella gara d'esordio il Sudafrica e ha conquistato i primi tre punti del Gruppo A. Una partita inaugurale che è già passata alla storia per il primo annuncio Var della storia dei Mondiali, diventato virale per l'incertezza linguistica dell'arbitro brasiliano Wilton Sampaio, il record di tre espulsioni e per l'Azteca diventato il primo stadio ad aver ospitato tre gare d’apertura della Coppa del Mondo.
Per inaugurare il primo Mondiale a 48 squadre non poteva esserci, infatti, scenario più adatto dello stadio Azteca. Uno degli impianti più iconici del calcio mondiale dove la Coppa del Mondo è tornata quarant'anni dopo l'ultima volta. Era già accaduto nel 1970 e nel 1986; con questa edizione l'Azteca diventa il primo stadio della storia ad aver ospitato tre partite inaugurali del torneo. Un dettaglio statistico che racconta bene il valore simbolico di questo luogo per intere generazioni di appassionati.
L'Azteca, infatti, è molto più di un semplice stadio. Qui il 17 giugno 1970 andò in scena quella che è passata alla storia come la «partita del secolo», il 4-3 con cui l'Italia di Ferruccio Valcareggi eliminò la Germania Ovest conquistando la finale mondiale. Pochi giorni dopo, sempre su questo prato, Pelé segnò di testa nella finale contro gli azzurri, sovrastando un gigante come Tarcisio Burgnich nel gol che aprì il successo del Brasile. Ma è soprattutto il Mondiale del 1986 ad aver consegnato definitivamente l'Azteca alla leggenda. Nei quarti di finale tra Argentina e Inghilterra, Diego Armando Maradona realizzò nel giro di quattro minuti due reti destinate a entrare nella storia per motivi opposti: la prima, segnata con la mano e poi ribattezzata Mano de Dios; la seconda, frutto di una straordinaria azione personale iniziata nella propria metà campo e conclusa dopo aver superato mezza squadra inglese, passata agli annali come il «gol del secolo». In quello stesso Mondiale e sempre all'Azteca, nell'ottavo di finale tra Messico e Bulgaria, il gol dei padroni di casa segnato in sforbiciata da Manuel Negrete fece registrare il boato più potente del pubblico mai ascoltato in uno stadio. Insomma, a queste altitudini - all'Estadio Azteca si gioca a 2.240 metri sopra il livello del mare - si respira storia del calcio a pieni polmoni. Una storia che il popolo messicano custodisce orgogliosamente e che, prima ancora del fischio d'inizio, è stata celebrata attraverso una cerimonia inaugurale pensata per raccontare al mondo l'identità e la tradizione del Paese ospitante.
La cerimonia di apertura della Coppa del Mondo Fifa 2026 allo Stadio Azteca di Città del Messico (Getty Images)
Un gigantesco pallone dorato, poi diventato una Coppa del Mondo al centro del campo, ha accompagnato uno spettacolo costruito attorno alla cultura messicana e alla celebrazione del torneo. Ad aprire la serata sono stati i Manà, seguiti da J Balvin e da altri artisti latinoamericani. Il boato più forte è stato però riservato a Shakira, tornata protagonista di un Mondiale sedici anni dopo il successo di Waka Waka, questa volta con Dai Dai, interpretata insieme a Burna Boy. A chiudere la cerimonia ci hanno pensato Andrea Bocelli ed EJAE con Dna (More Than A Game), mentre sul terreno di gioco sfilavano le bandiere delle 48 nazionali partecipanti. L'apertura ufficiale della competizione è stata affidata al presidente della Fifa, Gianni Infantino, accompagnato dall'attrice messicana Salma Hayek. Fuori dall'impianto, intanto, alcuni manifestanti hanno protestato per chiedere giustizia per i desaparecidos, dando vita a momenti di tensione con le forze dell'ordine nei pressi dello stadio.
Poi finalmente palla al campo, dove il Messico ha confermato i favori del pronostico, sbloccando il risultato appena dopo 9' grazie a Julián Quiñones, capocannoniere dell'ultima Saudi Pro League con 33 gol. El Tricolor, sfruttando anche la superiorità numerica causata dall'espulsione di Sithole a inizio ripresa, ha continuato a spingere trovando il raddoppio con un colpo di testa di Raúl Jiménez, al 47° centro in nazionale, secondo miglior marcatore nella storia messicana alle spalle del solo Chicharito Hernández. Il finale è stato caratterizzato da altri due cartellini rossi: quello diretto a Zwane, dopo la revisione al Var, e quello mostrato nel recupero al messicano Montes. Un record per una partita inaugurale di un Mondiale. Proprio l'espulsione del sudafricano Zwane ha dato vita a uno degli episodi più curiosi della serata. Chiamato a comunicare la decisione al pubblico attraverso il nuovo sistema di annunci arbitrali introdotto dalla Fifa, il brasiliano Wilton Sampaio si è inceppato nell'inglese prima di riuscire a spiegare il provvedimento disciplinare. Le immagini dei giocatori sudafricani intenti a cercare di interpretare le sue parole hanno fatto rapidamente il giro del web, trasformando il primo annuncio Var della storia dei Mondiali in un inatteso momento virale.
Themba Zwane del Sudafrica viene espulso dall'arbitro Wilton Sampaio (Getty Images)
Nell'altra partita del Gruppo A, disputata nella notte italiana a Guadalajara, la Corea del Sud ha superato 2-1 in rimonta la Repubblica Ceca, agganciando così il Messico in testa alla classifica del girone. Dopo un primo tempo senza reti, sono stati i cechi a passare in vantaggio al 58' con Ladislav Krejci. La reazione asiatica, però, è stata immediata: In-Beom Hwang ha ristabilito la parità al 67'. Dieci minuti più tardi Tomas Soucek aveva riportato avanti la Repubblica Ceca, ma il Var ha annullato la rete per fuorigioco. A decidere l'incontro è stato quindi Hyeon-Gyu Oh, che all'81' ha firmato il definitivo 2-1.
Oggi si prosegue con l'esordio delle altre due nazioni ospitanti. Alle 21 italiane, a Toronto, il Canada affronterà la Bosnia-Erzegovina nella prima sfida del Gruppo B. Nella notte tra venerdì e sabato, alle 3 italiane, toccherà invece agli Stati Uniti, impegnati a Los Angeles contro il Paraguay nel match inaugurale del Gruppo D. Dopo la serata dell'Azteca, la Coppa del Mondo entrerà così definitivamente nel vivo, coinvolgendo tutti e tre i Paesi organizzatori della rassegna.
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Silvia Slis (Ansa)
Nel giorno del bilancio del suo primo anno da sindaco di Genova, Silvia Salis tenta l’approccio da leader nazionale più che da sindaco: sicurezza, immigrazione, rimpatri, campo largo. Tutto, rigorosamente, con il governo nel mirino.
Da giorni la strategia dell’ex campionessa di lancio del martello per mettere in difficoltà l’esecutivo è quella di insistere sulle presunte promesse disattese in materia di espulsioni. Ma dal Viminale hanno provato a rovinarle la passeggiata sul tappeto rosso steso per la liturgia della conferenza stampa organizzata nei minimi dettagli (dal Comune hanno persino provato a chiedere ai cronisti di conoscere le domande in anticipo).
Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha annunciato la sua visita nel capoluogo ligure per affrontare alcune questioni spinose del dossier sicurezza: taser, videosorveglianza, organici e, soprattutto, rimpatri. Mercoledì, in aula, Piantedosi aveva snocciolato qualche dato, che si è rivelato diametralmente opposto alla lettura della Salis: dal 2023 al 2025 «il numero totale dei rimpatri è cresciuto di oltre il 40%» e nei primi mesi del 2026 il dato sarebbe «ancora in crescita, superando del 30% il dato dello stesso periodo dell’anno precedente».
Ma soprattutto, secondo il ministro, sarebbe aumentato il rapporto tra immigrati irregolari sbarcati e immigrati rimpatriati: «Dal 3% del 2023 al 10% dell’anno scorso e addirittura al 31 dall’inizio dell’anno». Ma il dato politico di giornata è un altro. Il Viminale si è detto pronto ad accogliere quella che appare come un’implicita richiesta della nuova Salis ultrà dei rimpatri, con la realizzazione di un Cpr proprio a Genova. E, così, mentre il sindaco scarica sul governo il caos sicurezza, il governo trova la soluzione facendola passare proprio da Genova. Una mossa a sorpresa che ha subito ridotto l’impatto della conferenza autocelebrativa di Palazzo Tursi. Sulla sicurezza il sindaco ha insistito sul tema delle volanti insufficienti, che «se insistono in un quartiere ne lasciano scoperto un altro».
Salis ha rivendicato «294 delibere in un anno», ha parlato di «città che si prende cura» di grandi eventi, cultura, verde e riqualificazioni. Ma fuori dalla sala stampa il centrodestra organizzava una contro-conferenza accusando la giunta di governare una «città immobile e poco sicura». L’ex sindaco reggente Pietro Piciocchi ha parlato di «narrazione stucchevole». Secondo il capogruppo di Vince Genova, la giunta avrebbe ereditato «un Comune con un avanzo consistente e un debito ridotto», ritrovandosi, invece, oggi con «le tasse comunali più alte d’Italia e con l’aliquota massima applicata sull’Irpef». Ma la vera ferita politica si chiama Amt.
La municipalizzata dei trasporti è stata raccontata dalla stessa giunta come un malato in terapia intensiva. Il vicesindaco Alessandro Terrile ha ammesso «errori», ha parlato di un’azienda «inseguita dai creditori» e di un servizio che «non sarà all’altezza per diversi mesi». La Salis ha ringraziato sindacati, lavoratori e cittadini «pazienti». Tutti, tranne la Regione del governatore Marco Bucci. Nessun grazie per gli anticipi milionari e, soprattutto, per i 40 milioni di euro a fondo perduto che hanno consentito alla municipalizzata di continuare a pagare stipendi e servizi e la sua ricapitalizzazione. Nessun riconoscimento politico a chi, secondo l’opposizione, avrebbe materialmente evitato il collasso immediato dell’azienda.
Ma ha continuato a ripetere che farà «la sindaca per cinque anni» e che non cambierà idea. Nonostante la postura da leader nazionale che cerca di darsi. Lo dimostra anche il passaggio sul campo largo: «È imprescindibile». Anche se un giornalista l’ha ricondotta alla realtà ricordandole che a Venezia non è andata così bene. Ma c’è stato anche il momento in cui ha rivendicato di essere stata «scandagliata» più di ogni altro sindaco perché Genova starebbe facendo «qualcosa di importante anche in opposizione al governo». Un attivismo che il centrodestra liquida, invece, come propaganda permanente.
La leghista Paola Bordilli ha ricordato la concretezza dei risultati delle giunte di centrodestra, confrontandola con l’attuale stato di abbandono del centro storico. Mario Mascia, capogruppo di Forza Italia, ha parlato di una «proliferazione preoccupante» di studi e consulenze su verde, rifiuti e cabinovia, accusando la giunta di non avere «il coraggio di affrontare i temi da un punto di vista politico». Un argomento sul quale durante la conferenza stampa si è innestata la domanda di Giulia Mietta, giornalista di Genova24 e Ansa, moglie del portavoce del sindaco, Simone D’Ambrosio.
La risposta è stata prontissima: con Salis le consulenze costano meno rispetto all’era Bucci. Il sindaco non è quasi mai stata sorpresa dalle domande che, anzi, le hanno dato la possibilità di decantare l’operato della sua giunta. Uno dei pochi momenti fuori copione è arrivato quando un cronista del Fatto quotidiano le ha chiesto conto dei servizi comunicativi dell’agenzia Jump di Matteo Agnoletti, ex spin-doctor di Matteo Renzi (ricordiamo che proprio il fu Rottamatore è stato l’ideatore della discesa in campo della Salis) e oggi regista dell’immagine pubblica e mediatica della Salis.
Una domanda su costi e finanziatori alla quale la prima cittadina ha provato a sottrarsi così: «È una cosa personale, questa è una domanda che riguarda solo me. E avevamo chiesto di restringere le domande all’amministrazione della città». Una risposta che ha finito inevitabilmente per alimentare altri quesiti, soprattutto dopo una conferenza stampa costruita sul controllo preventivo dei temi da affrontare. Resta da capire se l’arrivo di Piantedosi metterà in discussione una narrazione che in pochi in città provano a smontare.
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