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2024-09-18
Saltano i soldi del G7 a Kiev: sborserà l’Ue
Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, insieme a Volodymyr Zelensky, leader ucraino (Ansa)
Doccia fredda per l’aiuto da 50 miliardi all’Ucraina annunciato in occasione del summit dei leader dei Paesi del G7 in Puglia a metà giugno. Arriva dallo scoop apparso ieri in prima pagina sul Financial Times, che rivela il piano B approntato dalla Ue, qualora il piano A vacillasse, come in effetti sta accadendo. E il ruolo dell’Ungheria di Viktor Orbán, a cui il Ft attribuisce la pesante responsabilità dello stallo, è solo una foglia di fico per coprire il ruolo decisivo degli Usa nella vicenda.
Secondo le autorevoli indiscrezioni raccolte dal quotidiano londinese, la Ue si sta preparando a prestare, in totale autonomia, fino a 40 miliardi di euro all’Ucraina entro fine anno, facendo leva su un’autonoma capacità di indebitamento nell’ambito del proprio bilancio, utilizzando uno strumento di aiuti a Kiev già operativo da tempo che però cesserà di essere efficace tra quattro mesi. E non c’è tempo da perdere, perché si stima che le casse di Volodymyr Zelensky nel 2025 abbiano bisogno di 35 miliardi di euro. La necessità di correre a predisporre un piano alternativo ruota tutta intorno alla difficoltà tecnica - di cui ci avevamo riferito ripetutamente ancor prima del G7 pugliese - nell’utilizzare i fondi russi sequestrati all’inizio della guerra per finanziare gli aiuti all’Ucraina. Si tratta di 260 miliardi di euro, in gran parte detenuti nella Ue dal depositario centrale belga Euroclear, in grado di generare proventi annui netti intorno a 3 miliardi. Il piano A tuttora prevede che Ue e Usa si indebitino per 20 miliardi di dollari ciascuno e Uk, Canada e Giappone forniscano altri 10 miliardi, per erogare quindi a Kiev aiuti complessivi per 50 miliardi, sotto forma di prestiti e sussidi.
Spentasi la luce dei riflettori sul meeting all’ombra degli ulivi, tutto sembrava doversi limitare alla definizione di alcuni dettagli tecnici. Invece il diavolo sta nei dettagli. Poiché da Washington hanno preteso una elementare clausola di salvaguardia e cioè la certezza legale che i fondi russi, che sono la garanzia per ripagare le obbligazioni da emettere per finanziare l’Ucraina, restino sequestrati fino alla scadenza delle suddette obbligazioni. Altrimenti quale investitore comprerebbe titoli la cui garanzia rischia di volatilizzarsi da un momento all’altro? Negli Usa volevano essere sicuri di non rischiare il coinvolgimento del contribuente americano e passare pure dal voto del Congresso.
E qui entra in gioco Orbán, poiché il sequestro dei fondi russi fa parte di un pacchetto di sanzioni che deve essere rinnovato ogni sei mesi, con voto all’unanimità, finora sempre concesso anche dall’Ungheria. Gli Usa hanno logicamente richiesto il prolungamento di tale periodo, da almeno 36 mesi fino a 5 anni, perché non è sostenibile che ogni 6 mesi la garanzia dei fondi russi sequestrati rischi di svanire. Secondo le fonti del Ft, Orbán ha risposto che qualsiasi ipotesi di prolungamento della scadenza delle sanzioni sarà discussa solo dopo le elezioni Usa del 5 novembre e quindi la condizione richiesta da Washington non può, al momento, essere soddisfatta.
Da qui il piano di emergenza di Bruxelles, che per aumentare la portata (tra 20 e 40 miliardi di euro) dello strumento esistente di sostegno a Kiev può decidere a maggioranza qualificata, superando il veto del governo di Budapest. Ma questo è il nodo inestricabile di tutta l’operazione, noto sin dal principio, che prima o poi doveva venire al pettine. Infatti, esclusa l’ipotesi «suicida» della definitiva confisca di quei fondi, il sequestro, per sua natura, non può che essere provvisorio. Destinato a cessare quando - speriamo al più presto - ci saranno gli accordi di pace. In questo senso, la volontà di Orbán di rivotare ogni sei mesi ha una sua coerenza. Perché pensa e auspica che a breve tutto possa cambiare, e allora non hanno senso sanzioni con scadenze molto lunghe. Proprio per questo motivo, i proventi derivanti da quei fondi non possono essere considerati stabilmente al servizio di un debito che potrebbe avere durata di almeno 5 anni. È l’ABC della finanza che è stato considerato polvere da spazzare sotto il tappeto fino a quando ha prevalso il «fumo» dei proclami roboanti in favore di telecamere, ma che è emerso rapidamente quando si è arrivati all’«arrosto» dei testi legalmente vincolanti.
Se, con una mano, la Ue, tra mille difficoltà, cerca di indebolire finanziariamente Mosca, con l’altra continua a finanziare a piene mani l’industria russa del gas. Indebolitosi il flusso via tubo verso la Ue, non accenna invece a calare quello via nave sotto forma di gas naturale liquefatto (Gnl) che approda soprattutto nei terminali spagnoli, francesi e belgi e poi viene riesportato in tutta l’Ue, Italia compresa. Ed è proprio il Paese del neo commissario Teresa Ribera - a cui, per ironia della sorte, è stato affidato il portafoglio della concorrenza e della transizione «pulita» - a creare il maggiore imbarazzo, seguita a ruota dalla Francia.
Gli ultimi dati Eurostat segnalano importazioni Ue dalla Russia per 4 miliardi di euro nei primi sette mesi del 2024 (contro 5,5 dello stesso periodo del 2023) che, a causa del calo dei volumi importati complessivamente, portano comunque la quota russa dal 13,3% al 18,6%. Nel caso della Spagna siamo a una quota di Gnl russo importato che è salita dal 28% al 34%, per un valore di ben 1,4 miliardi pagati da Madrid a Mosca nei primi otto mesi, in aumento di 2,3 volte rispetto al 2023. Un boomerang per la Ue, che però ha salvato la Spagna - ricca di rigassificatori lungo le proprie coste - dalla fase più acuta della crisi dei prezzi del gas.
La Difesa stanzia 1,4 miliardi in più per il tank di Leonardo e Rheinmetall
L’Europa s’è messa l’elmetto, ha nominato il suo primo commissario alla Difesa (sarà il lituano Andrius Kubilius) e anche l’Italia sta giocando la sua parte nella stagione del riarmo, motivata dalla minaccia russa. Il nuovo Documento programmatico pluriennale 2024-2026 (Dpp), appena pubblicato, assegna infatti risorse ingenti a tre investimenti cruciali: quello sugli F-35, già previsto, che archivia definitivamente la fase delle sforbiciate in salsa pacifista; e quelli che includono risorse aggiuntive da indirizzare sul tank e sul cingolato da combattimento di Leonardo e Rheinmetall.
Nel prossimo triennio, Roma acquisterà altri 25 caccia di nuova generazione, per una spesa complessiva di 7 miliardi di euro. La flotta dei jet multiruolo passerà così da 90 a 115 velivoli, compresi quelli di tipo B, a decollo corto e atterraggio verticale. Tra l’altro, nell’intervista rilasciata ieri a Repubblica, il premier britannico, Keir Starmer, ha messo a tacere una volta per tutte la polemica sui tagli al programma di sviluppo della piattaforma di sesta generazione. Parliamo del caccia multiruolo stealth Tempest, alla cui realizzazione, dal dicembre 2022, collabora anche il Giappone, che ha fatto confluire nel cantiere i progetti per l’F-X della Mitsubishi. «Ho fatto colazione anche con Leonardo», ha spiegato l’inquilino di Downing Street, giunto in visita nella Capitale, «e ho detto chiaramente che il Tempest è un progetto molto importante. È vero, c’è una “strategic review” in corso, ma non toccherà piani simili».
Come ha notato per prima Rivista italiana difesa, però, la vera novità del Dpp sono gli stanziamenti per i blindati. Il carro da battaglia dell’esercito sarà finanziato con altri 1,4 miliardi, il che porterà il totale della somma impegnata a 5,5 miliardi, su un fabbisogno complessivo di 8,2 miliardi. Entro fine mese, si costituirà la joint venture Leonardo-Rheinmetall per la costruzione del mezzo. La base di partenza per il carro armato, stando al comunicato congiunto delle società risalente a luglio, dovrebbe essere il Panther dell’azienda tedesca, anche se il faldone preparato dal ministero della Difesa non vi fa cenno. Allo stesso modo, il documento non conferma se il modello del nuovo cingolato per la fanteria, nell’ambito del programma Armored infantry combat system, sarà l’Ifv Lynx. I fondi ad hoc aumentano di 1,2 miliardi, passando a 6,4 sul fabbisogno complessivo di 15.
Sono grandi manovre, che tuttavia soltanto in parte alimentano l’ambizione di una Difesa comune europea. Muove di sicuro in quella direzione la partnership tra Leonardo e Rheinmetall, mentre i piani per il caccia del futuro guardano ben oltre i confini dell’Unione: coinvolgono sia un Paese ormai separato da Bruxelles, come il Regno Unito, sia i nipponici, che per ovvi motivi geografici sono fuori pure dalla Nato, ma esercitano una funzione fondamentale in quell’area dell’Indo-Pacifico, nella quale si sta svolgendo un pericoloso risiko tra l’Occidente, i suoi alleati e la Cina.
Intanto, il dicastero di Guido Crosetto ha partorito una nuova nomina: su proposta del ministro, il cdm ha deliberato di assegnare al generale Luciano Antonio Portolano l’incarico di capo di stato maggiore della Difesa. Il 4 ottobre, il militare prenderà il posto dell’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, che a gennaio diventerà chairman del Comitato militare Nato. Cavo Dragone sarà pure consigliere di Crosetto per le relazioni con l’Alleanza atlantica. In questa fase, idilliache.
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Niente accordo sui 50 miliardi da ricavare dagli asset russi congelati: troppe difficoltà tecniche, compresa l’opposizione di Viktor Orbán a prorogare di 5 anni le sanzioni. Bruxelles vorrebbe intervenire erogandone 40, ma per farlo dovrà rinunciare all’unanimità dei 27.Ai cingolati 1,2 miliardi aggiuntivi, 7 agli F-35. Keir Starmer: «Avanti col progetto Tempest».Lo speciale contiene due articoliDoccia fredda per l’aiuto da 50 miliardi all’Ucraina annunciato in occasione del summit dei leader dei Paesi del G7 in Puglia a metà giugno. Arriva dallo scoop apparso ieri in prima pagina sul Financial Times, che rivela il piano B approntato dalla Ue, qualora il piano A vacillasse, come in effetti sta accadendo. E il ruolo dell’Ungheria di Viktor Orbán, a cui il Ft attribuisce la pesante responsabilità dello stallo, è solo una foglia di fico per coprire il ruolo decisivo degli Usa nella vicenda.Secondo le autorevoli indiscrezioni raccolte dal quotidiano londinese, la Ue si sta preparando a prestare, in totale autonomia, fino a 40 miliardi di euro all’Ucraina entro fine anno, facendo leva su un’autonoma capacità di indebitamento nell’ambito del proprio bilancio, utilizzando uno strumento di aiuti a Kiev già operativo da tempo che però cesserà di essere efficace tra quattro mesi. E non c’è tempo da perdere, perché si stima che le casse di Volodymyr Zelensky nel 2025 abbiano bisogno di 35 miliardi di euro. La necessità di correre a predisporre un piano alternativo ruota tutta intorno alla difficoltà tecnica - di cui ci avevamo riferito ripetutamente ancor prima del G7 pugliese - nell’utilizzare i fondi russi sequestrati all’inizio della guerra per finanziare gli aiuti all’Ucraina. Si tratta di 260 miliardi di euro, in gran parte detenuti nella Ue dal depositario centrale belga Euroclear, in grado di generare proventi annui netti intorno a 3 miliardi. Il piano A tuttora prevede che Ue e Usa si indebitino per 20 miliardi di dollari ciascuno e Uk, Canada e Giappone forniscano altri 10 miliardi, per erogare quindi a Kiev aiuti complessivi per 50 miliardi, sotto forma di prestiti e sussidi.Spentasi la luce dei riflettori sul meeting all’ombra degli ulivi, tutto sembrava doversi limitare alla definizione di alcuni dettagli tecnici. Invece il diavolo sta nei dettagli. Poiché da Washington hanno preteso una elementare clausola di salvaguardia e cioè la certezza legale che i fondi russi, che sono la garanzia per ripagare le obbligazioni da emettere per finanziare l’Ucraina, restino sequestrati fino alla scadenza delle suddette obbligazioni. Altrimenti quale investitore comprerebbe titoli la cui garanzia rischia di volatilizzarsi da un momento all’altro? Negli Usa volevano essere sicuri di non rischiare il coinvolgimento del contribuente americano e passare pure dal voto del Congresso.E qui entra in gioco Orbán, poiché il sequestro dei fondi russi fa parte di un pacchetto di sanzioni che deve essere rinnovato ogni sei mesi, con voto all’unanimità, finora sempre concesso anche dall’Ungheria. Gli Usa hanno logicamente richiesto il prolungamento di tale periodo, da almeno 36 mesi fino a 5 anni, perché non è sostenibile che ogni 6 mesi la garanzia dei fondi russi sequestrati rischi di svanire. Secondo le fonti del Ft, Orbán ha risposto che qualsiasi ipotesi di prolungamento della scadenza delle sanzioni sarà discussa solo dopo le elezioni Usa del 5 novembre e quindi la condizione richiesta da Washington non può, al momento, essere soddisfatta.Da qui il piano di emergenza di Bruxelles, che per aumentare la portata (tra 20 e 40 miliardi di euro) dello strumento esistente di sostegno a Kiev può decidere a maggioranza qualificata, superando il veto del governo di Budapest. Ma questo è il nodo inestricabile di tutta l’operazione, noto sin dal principio, che prima o poi doveva venire al pettine. Infatti, esclusa l’ipotesi «suicida» della definitiva confisca di quei fondi, il sequestro, per sua natura, non può che essere provvisorio. Destinato a cessare quando - speriamo al più presto - ci saranno gli accordi di pace. In questo senso, la volontà di Orbán di rivotare ogni sei mesi ha una sua coerenza. Perché pensa e auspica che a breve tutto possa cambiare, e allora non hanno senso sanzioni con scadenze molto lunghe. Proprio per questo motivo, i proventi derivanti da quei fondi non possono essere considerati stabilmente al servizio di un debito che potrebbe avere durata di almeno 5 anni. È l’ABC della finanza che è stato considerato polvere da spazzare sotto il tappeto fino a quando ha prevalso il «fumo» dei proclami roboanti in favore di telecamere, ma che è emerso rapidamente quando si è arrivati all’«arrosto» dei testi legalmente vincolanti.Se, con una mano, la Ue, tra mille difficoltà, cerca di indebolire finanziariamente Mosca, con l’altra continua a finanziare a piene mani l’industria russa del gas. Indebolitosi il flusso via tubo verso la Ue, non accenna invece a calare quello via nave sotto forma di gas naturale liquefatto (Gnl) che approda soprattutto nei terminali spagnoli, francesi e belgi e poi viene riesportato in tutta l’Ue, Italia compresa. Ed è proprio il Paese del neo commissario Teresa Ribera - a cui, per ironia della sorte, è stato affidato il portafoglio della concorrenza e della transizione «pulita» - a creare il maggiore imbarazzo, seguita a ruota dalla Francia.Gli ultimi dati Eurostat segnalano importazioni Ue dalla Russia per 4 miliardi di euro nei primi sette mesi del 2024 (contro 5,5 dello stesso periodo del 2023) che, a causa del calo dei volumi importati complessivamente, portano comunque la quota russa dal 13,3% al 18,6%. Nel caso della Spagna siamo a una quota di Gnl russo importato che è salita dal 28% al 34%, per un valore di ben 1,4 miliardi pagati da Madrid a Mosca nei primi otto mesi, in aumento di 2,3 volte rispetto al 2023. Un boomerang per la Ue, che però ha salvato la Spagna - ricca di rigassificatori lungo le proprie coste - dalla fase più acuta della crisi dei prezzi del gas.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ue-soldi-kiev-guerra-ucraina-2669222867.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-difesa-stanzia-14-miliardi-in-piu-per-il-tank-di-leonardo-e-rheinmetall" data-post-id="2669222867" data-published-at="1726612595" data-use-pagination="False"> La Difesa stanzia 1,4 miliardi in più per il tank di Leonardo e Rheinmetall L’Europa s’è messa l’elmetto, ha nominato il suo primo commissario alla Difesa (sarà il lituano Andrius Kubilius) e anche l’Italia sta giocando la sua parte nella stagione del riarmo, motivata dalla minaccia russa. Il nuovo Documento programmatico pluriennale 2024-2026 (Dpp), appena pubblicato, assegna infatti risorse ingenti a tre investimenti cruciali: quello sugli F-35, già previsto, che archivia definitivamente la fase delle sforbiciate in salsa pacifista; e quelli che includono risorse aggiuntive da indirizzare sul tank e sul cingolato da combattimento di Leonardo e Rheinmetall. Nel prossimo triennio, Roma acquisterà altri 25 caccia di nuova generazione, per una spesa complessiva di 7 miliardi di euro. La flotta dei jet multiruolo passerà così da 90 a 115 velivoli, compresi quelli di tipo B, a decollo corto e atterraggio verticale. Tra l’altro, nell’intervista rilasciata ieri a Repubblica, il premier britannico, Keir Starmer, ha messo a tacere una volta per tutte la polemica sui tagli al programma di sviluppo della piattaforma di sesta generazione. Parliamo del caccia multiruolo stealth Tempest, alla cui realizzazione, dal dicembre 2022, collabora anche il Giappone, che ha fatto confluire nel cantiere i progetti per l’F-X della Mitsubishi. «Ho fatto colazione anche con Leonardo», ha spiegato l’inquilino di Downing Street, giunto in visita nella Capitale, «e ho detto chiaramente che il Tempest è un progetto molto importante. È vero, c’è una “strategic review” in corso, ma non toccherà piani simili». Come ha notato per prima Rivista italiana difesa, però, la vera novità del Dpp sono gli stanziamenti per i blindati. Il carro da battaglia dell’esercito sarà finanziato con altri 1,4 miliardi, il che porterà il totale della somma impegnata a 5,5 miliardi, su un fabbisogno complessivo di 8,2 miliardi. Entro fine mese, si costituirà la joint venture Leonardo-Rheinmetall per la costruzione del mezzo. La base di partenza per il carro armato, stando al comunicato congiunto delle società risalente a luglio, dovrebbe essere il Panther dell’azienda tedesca, anche se il faldone preparato dal ministero della Difesa non vi fa cenno. Allo stesso modo, il documento non conferma se il modello del nuovo cingolato per la fanteria, nell’ambito del programma Armored infantry combat system, sarà l’Ifv Lynx. I fondi ad hoc aumentano di 1,2 miliardi, passando a 6,4 sul fabbisogno complessivo di 15. Sono grandi manovre, che tuttavia soltanto in parte alimentano l’ambizione di una Difesa comune europea. Muove di sicuro in quella direzione la partnership tra Leonardo e Rheinmetall, mentre i piani per il caccia del futuro guardano ben oltre i confini dell’Unione: coinvolgono sia un Paese ormai separato da Bruxelles, come il Regno Unito, sia i nipponici, che per ovvi motivi geografici sono fuori pure dalla Nato, ma esercitano una funzione fondamentale in quell’area dell’Indo-Pacifico, nella quale si sta svolgendo un pericoloso risiko tra l’Occidente, i suoi alleati e la Cina. Intanto, il dicastero di Guido Crosetto ha partorito una nuova nomina: su proposta del ministro, il cdm ha deliberato di assegnare al generale Luciano Antonio Portolano l’incarico di capo di stato maggiore della Difesa. Il 4 ottobre, il militare prenderà il posto dell’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, che a gennaio diventerà chairman del Comitato militare Nato. Cavo Dragone sarà pure consigliere di Crosetto per le relazioni con l’Alleanza atlantica. In questa fase, idilliache.
Trump ha strutturato la sua strategia di guerra contro Teheran su tre livelli: calmare i mercati del petrolio, rassicurare l'elettorato interno in vista delle Midterms e gestire il dialogo geopolitico con Putin.
Il Cpr di Gjadër in Albania (Ansa)
Ieri, Giorgia Meloni è tornata a polemizzare con le toghe, durante il suo discorso in Senato. Ha rivendicato i passi in avanti di Bruxelles sulla «revisione del concetto di Paese terzo sicuro», «l’adozione di una lista europea di Paesi di origine sicuri», «la revisione del regolamento sui rimpatri» e «la previsione esplicita degli hub in territorio extra Ue». E ha ribadito: «L’Europa ci dice chiaramente - e nero su bianco - che il governo italiano ha tutto il diritto di far funzionare i centri in Albania, proprio perché il meccanismo che abbiamo messo a punto è pienamente in linea con il diritto internazionale ed europeo. Anche se», ha aggiunto il premier, «temo che per alcuni non basterà neanche questo e che non cesseranno le ordinanze di revoca dei trattenimenti in Albania».
Nel pomeriggio, quasi in risposta alle dichiarazioni del presidente del Consiglio, sono trapelati alcuni passaggi delle controverse ordinanze dei giorni scorsi. «La richiesta di convalida del trattenimento», osservavano i magistrati della Corte romana, competente sul Cpr balcanico, «non avrebbe potuto essere pronunciata dubitando questa Corte di Appello della legittimità della disciplina del Protocollo Italia-Albania e della conseguente legge di ratifica, di cui si invoca l’applicazione, per effetto del recentissimo rinvio pregiudiziale sollevato da questa Corte di Appello il 5 e il 17 novembre scorso alla Corte di giustizia dell’Unione europea». In particolare, insistevano i giudici, «ancora oggi permangono i dubbi […] rispetto alla compatibilità con l’articolo 9 della direttiva, a norma del quale il richiedente asilo ha diritto a rimanere nello Stato membro fino all’adozione della decisione sulla sua domanda».
Proviamo a mettere ordine. La «direttiva» europea cui fa riferimento la Corte d’Appello di Roma è la n. 32 del 2013. Essa è stata il fondamento della disciplina comunitaria in materia di migrazione e lo rimarrà fino al primo luglio, quando entrerà in vigore il nuovo regolamento, adottato nel 2024. In effetti, l’articolo 9 evocato dalle toghe stabilisce che i richiedenti asilo possono «rimanere nello Stato membro […] fintantoché l’autorità accertante non abbia preso una decisione» sulla loro domanda, salvo che non abbiano presentato «una domanda reiterata». E pare non sia il caso del gruppetto di galantuomini che erano stati trasportati a Gjadër. Dunque: finché un’autorità non si pronuncia sulla richiesta di protezione internazionale, non si può rispedire a casa nemmeno un delinquente conclamato.
Per ovviare al problema, la legge con cui l’Italia ha recepito il patto con Edi Rama ha stabilito che il trattenimento nel Cpr è lecito anche se il migrante ha presentato domanda di asilo, «quando vi sono fondati motivi per ritenere» che ciò sia avvenuto «al solo scopo di ritardare o impedire l’esecuzione del respingimento o dell’espulsione», oltre che nel caso in cui egli rappresenti «un pericolo per l’ordine e la sicurezza pubblica». Ecco: pur senza starsi a lambiccare sull’opportunismo delle richieste di protezione internazionale, di sicuro i marocchini condannati per vari reati sono un enorme pericolo per l’ordine e la sicurezza pubblica. Quindi, i giudici della Corte d’Appello avrebbero dovuto autorizzare la loro detenzione in Albania? Non è così semplice.
Il guaio è che la battaglia legale sui Cpr realizzati al di là dell’Adriatico prosegue. Per due motivi: primo, perché la Corte di Roma considera incompatibile la normativa introdotta nel 2025, che consentirebbe il trattenimento nel Cpr di Gjadër anche di chi ha chiesto asilo, con la direttiva Ue del 2013, che sancisce il «diritto a rimanere», tanto da essersi rivolta alla Corte di giustizia Ue, che ha chiamato pure a stabilire se il nostro Paese avesse competenza a stipulare il Trattato con Tirana, o se non dovesse occuparsene l’Unione europea; secondo, per effetto di due interventi contraddittori della Corte di Cassazione, investita dai ricorsi della Questura della Capitale e del ministero dell’Interno contro la mancata convalida dei trattenimenti in Albania.
L’8 maggio 2025, gli ermellini avevano equiparato la struttura balcanica a quelle, analoghe, presenti sul territorio italiano. Di conseguenza, avevano confermato che era «legittimo il trattenimento del cittadino straniero» nel Cpr di Gjadër «anche dopo la presentazione della domanda». Una ventina di giorni dopo, però, la Suprema Corte aveva rimescolato le carte. E, con una seconda ordinanza, aveva deciso di sottoporre alla Corte Ue, «in via pregiudiziale», la questione della compatibilità tra il Protocollo Italia-Albania e il diritto europeo. Tra i quesiti rivolti al tribunale di Lussemburgo figura anche quello sulla legittimità della detenzione nel Cpr del migrante, la cui domanda di protezione abbia «carattere strumentale».
È qui che casca l’asino. Ed è per questo che, dinanzi ai pessimi soggetti di recente tradotti sull’altra sponda dell’Adriatico, la Corte d’Appello di Roma ha alzato le mani. Scrivendo che nessuna convalida dei trattenimenti è possibile, fintantoché la questione rimarrà pendente dinanzi ai giudici dell’Ue.
È un cavillo per sabotare quella che a Bruxelles chiamavano la «soluzione innovativa» della Meloni alla piaga dell’immigrazione incontrollata? Può darsi. È una beffa, considerando che si discute di una direttiva europea destinata a essere abrogata fra tre mesi? E che il prossimo regolamento ridimensiona il «diritto a rimanere», prevedendo esplicitamente, ad esempio, delle eccezioni, qualora la presenza dello straniero pregiudichi «l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale»? Senza dubbio.
Fatto sta che sono i magistrati ad applicare le leggi e che la Cassazione, in virtù della sua funzione nomofilattica, ne fissa i criteri dell’interpretazione uniforme. A meno che non dica e disdica nel giro di un mese…
Per di più, il verdetto lussemburghese non è atteso a breve: il 24 marzo è fissata un’udienza, ma non dovrebbe arrivare la sentenza definitiva.
A questo punto, il governo ha due strade: continuare a portare migranti a Gjadër, sapendo che i trattenimenti non saranno convalidati; oppure scortare i clandestini, specie quando si sono macchiati di reati gravi, nei Cpr della Penisola. Qui, i giudici non hanno gli stessi appigli formali che possono invocare sull’Albania. E il giro di vite impresso dall’Europa dovrebbe finalmente facilitare i rimpatri. Per il centrodestra sarebbe una sconfitta tattica, certo. Ma di breve durata. All’orizzonte, si profila una vittoria strategica. Per una volta, si potrebbe scardinare persino il catenaccio delle toghe rosse.
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Roberto Vannacci (Ansa)
Quella del Pd è una risoluzione corposa, suddivisa in sette temi principali e 26 impegni chiesti al governo. I dem chiedono all’esecutivo di «scegliere senza esitazioni e ambiguità, di fronte alle minacce globali e alle sfide continue rappresentate dall’amministrazione americana, l’interesse europeo, all’interno del quale si promuove e realizza il nostro interesse nazionale, collocando l’Italia sulla frontiera più avanzata dell’integrazione contro le spinte disgregatrici, le interferenze esterne e i ripiegamenti nazionalisti». Sulla crisi iraniana, l’impegno chiesto è quello di «assumere, in ogni sede bilaterale e multilaterale, ogni iniziativa utile e urgente volta a fermare le azioni militari in corso».
Quattro le mozioni presentate dalle opposizioni: una del Pd, una del M5s, una di Avs e una di Azione-Iv-Aut (che alla Camera ha il sostegno anche di +Europa e del Pld). Il ministro per gli Affari europei, Tommaso Foti, ha spiegato che alcuni punti delle mozioni presentate dal Terzo polo (firmata anche dal dem Pier Ferdinando Casini) e dal Pd trovano accoglimento della risoluzione di maggioranza. Poi c’è chi va in ordine sparso come il deputato dem Marianna Madia che ha votato «la risoluzione del Pd» e ha firmato pure quella dei tre gruppi centristi, «visto che condivido tutto il testo e penso sia un buon impianto in vista del Consiglio europeo e di tutto ciò che sta accadendo nel mondo». Il documento punta, tra le altre cose, a «condannare il ruolo destabilizzante dell’Iran in tutta la regione, esprimendo il suo pieno sostegno al popolo iraniano nella sua lotta per la libertà». E a «ribadire l’importanza di salvaguardare l’integrità e la sicurezza delle frontiere terrestri, aeree e marittime dell’Unione europea, e ad assicurare che esse siano efficacemente protette».
Non manca il tempo per le scenette: il M5s ha regalato simbolicamente cappellini rossi in stile Maga, ma con la scritta «No alla guerra» al premier, con il fine di ironizzare sulla sintonia del capo dell’esecutivo con il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. È successo a Palazzo Madama al termine della dichiarazione di voto del capogruppo del M5s, Luca Pirondini e i senatori pentastellati hanno sventolato i berretti.
Ma dal lato delle opposizioni questa volta si siede anche Roberto Vannacci con i suoi. I tre deputati che hanno aderito al movimento fondato dal generale, Futuro nazionale, e iscritti al gruppo Misto, alla Camera hanno votato no sulla risoluzione del centrodestra. Lo ha annunciato Edoardo Ziello, che con Rossano Sasso ed Emanuele Pozzolo si trova critico su alcuni punti della risoluzione di maggioranza, tanto da aver chiesto una votazione per parti separate ma, viene spiegato, la richiesta non sarebbe stata accolta e, dunque, il voto dei tre vannacciani è stato contrario al testo predisposto dal centrodestra. Perché «prima di parlare di Iran e ancor più di Ucraina ci sono gli italiani». I tre deputati invitano così come già fatto dal vicepremier, Matteo Salvini, ad aprire alle offerte del presidente russo, Vladimir Putin, sul gas e il petrolio di Mosca.
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Donald Trump (Ansa)
È in tal senso che ieri, parlando con Axios, l’inquilino della Casa Bianca è tornato ad affermare che il conflitto terminerà «presto», sostenendo che «non c’è più praticamente nulla da colpire» in Iran. D’altronde, sempre ieri, Centcom rendeva noto di aver finora colpito 5.500 obiettivi nel Paese, tra cui oltre 60 navi.
Eppure, mentre l’Fbi teme attacchi di droni iraniani in California, questa exit strategy potrebbe incorrere in uno scoglio: lo Stretto di Hormuz. Secondo fonti d’intelligence statunitense sentite dalla Cnn, il regime khomeinista avrebbe infatti iniziato a piazzare mine nell’area. Una notizia, che, nella serata di martedì, aveva innescato la dura reazione di Trump. «Se l’Iran ha posizionato delle mine nello Stretto di Hormuz, e non abbiamo notizie in merito, vogliamo che vengano rimosse immediatamente! Se per qualsiasi motivo sono state posizionate delle mine e non vengono rimosse immediatamente, le conseguenze militari per l’Iran saranno a un livello mai visto prima», aveva tuonato su Truth, per poi proseguire: «Stiamo utilizzando la stessa tecnologia e le stesse capacità missilistiche impiegate contro i trafficanti di droga per eliminare definitivamente qualsiasi imbarcazione o nave che tenti di minare lo Stretto di Hormuz». «Sono lieto di annunciare che nelle ultime ore abbiamo colpito e completamente distrutto dieci imbarcazioni e/o navi posamine inattive, e ne seguiranno altre», aveva aggiunto, sempre martedì, poco dopo.
È in questo quadro che, ieri, Trump ha esortato le petroliere a usare lo Stretto. «Penso che dovrebbero usarlo, abbiamo distrutto quasi tutte le loro navi posamine in una notte», ha detto, riferendosi agli iraniani, per poi tornare a minacciare di interrompere i rapporti commerciali con Madrid, da lui accusata di «non collaborare affatto». Sempre ieri, Centcom ha esortato i civili a evitare i porti situati nello Stretto di Hormuz, che vengono usati dal regime khomeinista per «condurre operazioni militari che minacciano la navigazione internazionale».
Ora, non è un mistero che da Hormuz passi circa il 20% del greggio a livello mondiale. In tal senso, i pasdaran puntano a rendere la vita dura alle imbarcazioni americane nell’area proprio per mettere in difficoltà Trump sul fronte interno. Il presidente si trova quindi davanti a un dilemma. Da una parte, vuole affrettare la fine delle ostilità per portare il prezzo del petrolio a scendere. Dall’altra, non può escludere interventi armati ad Hormuz, per neutralizzare i tentativi iraniani di tenere alto il costo del greggio. È del resto in quest’ottica che l’amministrazione statunitense sta valutando da giorni la possibilità di scortare le petroliere che transitano nello Stretto. «Se ci verrà assegnato il compito di scortare, valuteremo la gamma di opzioni per definire le condizioni militari necessarie per poterlo fare», ha affermato, l’altro ieri, il capo di Stato maggiore congiunto degli Stati Uniti, Dan Caine, mentre il segretario dell’Interno americano, Doug Burgum, ha annunciato che le compagnie petrolifere Usa aumenteranno presto la produzione.
D’altronde, la questione del greggio è stata anche al centro di attriti tra Washington e Gerusalemme. Gli attacchi israeliani alle infrastrutture petrolifere iraniane avevano infatti irritato l’amministrazione Trump che, secondo Axios, ha chiesto lunedì alla Stato ebraico di astenersi da simili operazioni in futuro. Stando alla testata, una delle motivazioni che hanno spinto Washington a lamentarsi con Gerusalemme sarebbe da ricercarsi nel fatto che «Trump intende cooperare con il settore petrolifero iraniano dopo la guerra, in modo simile all’approccio adottato con il Venezuela». Sotto questo aspetto, l’obiettivo della Casa Bianca è chiaro: abbassare il prezzo del greggio e colpire la Cina sotto due aspetti, vale a dire l’approvvigionamento petrolifero e la tutela del predominio del dollaro nelle transazioni energetiche.
È anche in questo senso che Trump sta cercando di arrivare a una soluzione venezuelana per il futuro politico-istituzionale dell’Iran. Il presidente americano vuole evitare un regime change alla Bush jr sia per non rimanere impelagato in costose operazioni di nation building sia per avere un interlocutore «interno» che, adeguatamente «addomesticato», garantisca la stabilità e, quindi, la cooperazione con Washington sul dossier petrolifero. Quello che Trump sta cercando è, in altre parole, una Delcy Rodriguez in salsa iraniana. Lo stesso Israele, che originariamente era più propenso per un cambio di regime in senso classico, sembrerebbe ultimamente essersi allineato alla posizione della Casa Bianca.
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