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2024-09-18
Saltano i soldi del G7 a Kiev: sborserà l’Ue
Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, insieme a Volodymyr Zelensky, leader ucraino (Ansa)
Doccia fredda per l’aiuto da 50 miliardi all’Ucraina annunciato in occasione del summit dei leader dei Paesi del G7 in Puglia a metà giugno. Arriva dallo scoop apparso ieri in prima pagina sul Financial Times, che rivela il piano B approntato dalla Ue, qualora il piano A vacillasse, come in effetti sta accadendo. E il ruolo dell’Ungheria di Viktor Orbán, a cui il Ft attribuisce la pesante responsabilità dello stallo, è solo una foglia di fico per coprire il ruolo decisivo degli Usa nella vicenda.
Secondo le autorevoli indiscrezioni raccolte dal quotidiano londinese, la Ue si sta preparando a prestare, in totale autonomia, fino a 40 miliardi di euro all’Ucraina entro fine anno, facendo leva su un’autonoma capacità di indebitamento nell’ambito del proprio bilancio, utilizzando uno strumento di aiuti a Kiev già operativo da tempo che però cesserà di essere efficace tra quattro mesi. E non c’è tempo da perdere, perché si stima che le casse di Volodymyr Zelensky nel 2025 abbiano bisogno di 35 miliardi di euro. La necessità di correre a predisporre un piano alternativo ruota tutta intorno alla difficoltà tecnica - di cui ci avevamo riferito ripetutamente ancor prima del G7 pugliese - nell’utilizzare i fondi russi sequestrati all’inizio della guerra per finanziare gli aiuti all’Ucraina. Si tratta di 260 miliardi di euro, in gran parte detenuti nella Ue dal depositario centrale belga Euroclear, in grado di generare proventi annui netti intorno a 3 miliardi. Il piano A tuttora prevede che Ue e Usa si indebitino per 20 miliardi di dollari ciascuno e Uk, Canada e Giappone forniscano altri 10 miliardi, per erogare quindi a Kiev aiuti complessivi per 50 miliardi, sotto forma di prestiti e sussidi.
Spentasi la luce dei riflettori sul meeting all’ombra degli ulivi, tutto sembrava doversi limitare alla definizione di alcuni dettagli tecnici. Invece il diavolo sta nei dettagli. Poiché da Washington hanno preteso una elementare clausola di salvaguardia e cioè la certezza legale che i fondi russi, che sono la garanzia per ripagare le obbligazioni da emettere per finanziare l’Ucraina, restino sequestrati fino alla scadenza delle suddette obbligazioni. Altrimenti quale investitore comprerebbe titoli la cui garanzia rischia di volatilizzarsi da un momento all’altro? Negli Usa volevano essere sicuri di non rischiare il coinvolgimento del contribuente americano e passare pure dal voto del Congresso.
E qui entra in gioco Orbán, poiché il sequestro dei fondi russi fa parte di un pacchetto di sanzioni che deve essere rinnovato ogni sei mesi, con voto all’unanimità, finora sempre concesso anche dall’Ungheria. Gli Usa hanno logicamente richiesto il prolungamento di tale periodo, da almeno 36 mesi fino a 5 anni, perché non è sostenibile che ogni 6 mesi la garanzia dei fondi russi sequestrati rischi di svanire. Secondo le fonti del Ft, Orbán ha risposto che qualsiasi ipotesi di prolungamento della scadenza delle sanzioni sarà discussa solo dopo le elezioni Usa del 5 novembre e quindi la condizione richiesta da Washington non può, al momento, essere soddisfatta.
Da qui il piano di emergenza di Bruxelles, che per aumentare la portata (tra 20 e 40 miliardi di euro) dello strumento esistente di sostegno a Kiev può decidere a maggioranza qualificata, superando il veto del governo di Budapest. Ma questo è il nodo inestricabile di tutta l’operazione, noto sin dal principio, che prima o poi doveva venire al pettine. Infatti, esclusa l’ipotesi «suicida» della definitiva confisca di quei fondi, il sequestro, per sua natura, non può che essere provvisorio. Destinato a cessare quando - speriamo al più presto - ci saranno gli accordi di pace. In questo senso, la volontà di Orbán di rivotare ogni sei mesi ha una sua coerenza. Perché pensa e auspica che a breve tutto possa cambiare, e allora non hanno senso sanzioni con scadenze molto lunghe. Proprio per questo motivo, i proventi derivanti da quei fondi non possono essere considerati stabilmente al servizio di un debito che potrebbe avere durata di almeno 5 anni. È l’ABC della finanza che è stato considerato polvere da spazzare sotto il tappeto fino a quando ha prevalso il «fumo» dei proclami roboanti in favore di telecamere, ma che è emerso rapidamente quando si è arrivati all’«arrosto» dei testi legalmente vincolanti.
Se, con una mano, la Ue, tra mille difficoltà, cerca di indebolire finanziariamente Mosca, con l’altra continua a finanziare a piene mani l’industria russa del gas. Indebolitosi il flusso via tubo verso la Ue, non accenna invece a calare quello via nave sotto forma di gas naturale liquefatto (Gnl) che approda soprattutto nei terminali spagnoli, francesi e belgi e poi viene riesportato in tutta l’Ue, Italia compresa. Ed è proprio il Paese del neo commissario Teresa Ribera - a cui, per ironia della sorte, è stato affidato il portafoglio della concorrenza e della transizione «pulita» - a creare il maggiore imbarazzo, seguita a ruota dalla Francia.
Gli ultimi dati Eurostat segnalano importazioni Ue dalla Russia per 4 miliardi di euro nei primi sette mesi del 2024 (contro 5,5 dello stesso periodo del 2023) che, a causa del calo dei volumi importati complessivamente, portano comunque la quota russa dal 13,3% al 18,6%. Nel caso della Spagna siamo a una quota di Gnl russo importato che è salita dal 28% al 34%, per un valore di ben 1,4 miliardi pagati da Madrid a Mosca nei primi otto mesi, in aumento di 2,3 volte rispetto al 2023. Un boomerang per la Ue, che però ha salvato la Spagna - ricca di rigassificatori lungo le proprie coste - dalla fase più acuta della crisi dei prezzi del gas.
La Difesa stanzia 1,4 miliardi in più per il tank di Leonardo e Rheinmetall
L’Europa s’è messa l’elmetto, ha nominato il suo primo commissario alla Difesa (sarà il lituano Andrius Kubilius) e anche l’Italia sta giocando la sua parte nella stagione del riarmo, motivata dalla minaccia russa. Il nuovo Documento programmatico pluriennale 2024-2026 (Dpp), appena pubblicato, assegna infatti risorse ingenti a tre investimenti cruciali: quello sugli F-35, già previsto, che archivia definitivamente la fase delle sforbiciate in salsa pacifista; e quelli che includono risorse aggiuntive da indirizzare sul tank e sul cingolato da combattimento di Leonardo e Rheinmetall.
Nel prossimo triennio, Roma acquisterà altri 25 caccia di nuova generazione, per una spesa complessiva di 7 miliardi di euro. La flotta dei jet multiruolo passerà così da 90 a 115 velivoli, compresi quelli di tipo B, a decollo corto e atterraggio verticale. Tra l’altro, nell’intervista rilasciata ieri a Repubblica, il premier britannico, Keir Starmer, ha messo a tacere una volta per tutte la polemica sui tagli al programma di sviluppo della piattaforma di sesta generazione. Parliamo del caccia multiruolo stealth Tempest, alla cui realizzazione, dal dicembre 2022, collabora anche il Giappone, che ha fatto confluire nel cantiere i progetti per l’F-X della Mitsubishi. «Ho fatto colazione anche con Leonardo», ha spiegato l’inquilino di Downing Street, giunto in visita nella Capitale, «e ho detto chiaramente che il Tempest è un progetto molto importante. È vero, c’è una “strategic review” in corso, ma non toccherà piani simili».
Come ha notato per prima Rivista italiana difesa, però, la vera novità del Dpp sono gli stanziamenti per i blindati. Il carro da battaglia dell’esercito sarà finanziato con altri 1,4 miliardi, il che porterà il totale della somma impegnata a 5,5 miliardi, su un fabbisogno complessivo di 8,2 miliardi. Entro fine mese, si costituirà la joint venture Leonardo-Rheinmetall per la costruzione del mezzo. La base di partenza per il carro armato, stando al comunicato congiunto delle società risalente a luglio, dovrebbe essere il Panther dell’azienda tedesca, anche se il faldone preparato dal ministero della Difesa non vi fa cenno. Allo stesso modo, il documento non conferma se il modello del nuovo cingolato per la fanteria, nell’ambito del programma Armored infantry combat system, sarà l’Ifv Lynx. I fondi ad hoc aumentano di 1,2 miliardi, passando a 6,4 sul fabbisogno complessivo di 15.
Sono grandi manovre, che tuttavia soltanto in parte alimentano l’ambizione di una Difesa comune europea. Muove di sicuro in quella direzione la partnership tra Leonardo e Rheinmetall, mentre i piani per il caccia del futuro guardano ben oltre i confini dell’Unione: coinvolgono sia un Paese ormai separato da Bruxelles, come il Regno Unito, sia i nipponici, che per ovvi motivi geografici sono fuori pure dalla Nato, ma esercitano una funzione fondamentale in quell’area dell’Indo-Pacifico, nella quale si sta svolgendo un pericoloso risiko tra l’Occidente, i suoi alleati e la Cina.
Intanto, il dicastero di Guido Crosetto ha partorito una nuova nomina: su proposta del ministro, il cdm ha deliberato di assegnare al generale Luciano Antonio Portolano l’incarico di capo di stato maggiore della Difesa. Il 4 ottobre, il militare prenderà il posto dell’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, che a gennaio diventerà chairman del Comitato militare Nato. Cavo Dragone sarà pure consigliere di Crosetto per le relazioni con l’Alleanza atlantica. In questa fase, idilliache.
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Niente accordo sui 50 miliardi da ricavare dagli asset russi congelati: troppe difficoltà tecniche, compresa l’opposizione di Viktor Orbán a prorogare di 5 anni le sanzioni. Bruxelles vorrebbe intervenire erogandone 40, ma per farlo dovrà rinunciare all’unanimità dei 27.Ai cingolati 1,2 miliardi aggiuntivi, 7 agli F-35. Keir Starmer: «Avanti col progetto Tempest».Lo speciale contiene due articoliDoccia fredda per l’aiuto da 50 miliardi all’Ucraina annunciato in occasione del summit dei leader dei Paesi del G7 in Puglia a metà giugno. Arriva dallo scoop apparso ieri in prima pagina sul Financial Times, che rivela il piano B approntato dalla Ue, qualora il piano A vacillasse, come in effetti sta accadendo. E il ruolo dell’Ungheria di Viktor Orbán, a cui il Ft attribuisce la pesante responsabilità dello stallo, è solo una foglia di fico per coprire il ruolo decisivo degli Usa nella vicenda.Secondo le autorevoli indiscrezioni raccolte dal quotidiano londinese, la Ue si sta preparando a prestare, in totale autonomia, fino a 40 miliardi di euro all’Ucraina entro fine anno, facendo leva su un’autonoma capacità di indebitamento nell’ambito del proprio bilancio, utilizzando uno strumento di aiuti a Kiev già operativo da tempo che però cesserà di essere efficace tra quattro mesi. E non c’è tempo da perdere, perché si stima che le casse di Volodymyr Zelensky nel 2025 abbiano bisogno di 35 miliardi di euro. La necessità di correre a predisporre un piano alternativo ruota tutta intorno alla difficoltà tecnica - di cui ci avevamo riferito ripetutamente ancor prima del G7 pugliese - nell’utilizzare i fondi russi sequestrati all’inizio della guerra per finanziare gli aiuti all’Ucraina. Si tratta di 260 miliardi di euro, in gran parte detenuti nella Ue dal depositario centrale belga Euroclear, in grado di generare proventi annui netti intorno a 3 miliardi. Il piano A tuttora prevede che Ue e Usa si indebitino per 20 miliardi di dollari ciascuno e Uk, Canada e Giappone forniscano altri 10 miliardi, per erogare quindi a Kiev aiuti complessivi per 50 miliardi, sotto forma di prestiti e sussidi.Spentasi la luce dei riflettori sul meeting all’ombra degli ulivi, tutto sembrava doversi limitare alla definizione di alcuni dettagli tecnici. Invece il diavolo sta nei dettagli. Poiché da Washington hanno preteso una elementare clausola di salvaguardia e cioè la certezza legale che i fondi russi, che sono la garanzia per ripagare le obbligazioni da emettere per finanziare l’Ucraina, restino sequestrati fino alla scadenza delle suddette obbligazioni. Altrimenti quale investitore comprerebbe titoli la cui garanzia rischia di volatilizzarsi da un momento all’altro? Negli Usa volevano essere sicuri di non rischiare il coinvolgimento del contribuente americano e passare pure dal voto del Congresso.E qui entra in gioco Orbán, poiché il sequestro dei fondi russi fa parte di un pacchetto di sanzioni che deve essere rinnovato ogni sei mesi, con voto all’unanimità, finora sempre concesso anche dall’Ungheria. Gli Usa hanno logicamente richiesto il prolungamento di tale periodo, da almeno 36 mesi fino a 5 anni, perché non è sostenibile che ogni 6 mesi la garanzia dei fondi russi sequestrati rischi di svanire. Secondo le fonti del Ft, Orbán ha risposto che qualsiasi ipotesi di prolungamento della scadenza delle sanzioni sarà discussa solo dopo le elezioni Usa del 5 novembre e quindi la condizione richiesta da Washington non può, al momento, essere soddisfatta.Da qui il piano di emergenza di Bruxelles, che per aumentare la portata (tra 20 e 40 miliardi di euro) dello strumento esistente di sostegno a Kiev può decidere a maggioranza qualificata, superando il veto del governo di Budapest. Ma questo è il nodo inestricabile di tutta l’operazione, noto sin dal principio, che prima o poi doveva venire al pettine. Infatti, esclusa l’ipotesi «suicida» della definitiva confisca di quei fondi, il sequestro, per sua natura, non può che essere provvisorio. Destinato a cessare quando - speriamo al più presto - ci saranno gli accordi di pace. In questo senso, la volontà di Orbán di rivotare ogni sei mesi ha una sua coerenza. Perché pensa e auspica che a breve tutto possa cambiare, e allora non hanno senso sanzioni con scadenze molto lunghe. Proprio per questo motivo, i proventi derivanti da quei fondi non possono essere considerati stabilmente al servizio di un debito che potrebbe avere durata di almeno 5 anni. È l’ABC della finanza che è stato considerato polvere da spazzare sotto il tappeto fino a quando ha prevalso il «fumo» dei proclami roboanti in favore di telecamere, ma che è emerso rapidamente quando si è arrivati all’«arrosto» dei testi legalmente vincolanti.Se, con una mano, la Ue, tra mille difficoltà, cerca di indebolire finanziariamente Mosca, con l’altra continua a finanziare a piene mani l’industria russa del gas. Indebolitosi il flusso via tubo verso la Ue, non accenna invece a calare quello via nave sotto forma di gas naturale liquefatto (Gnl) che approda soprattutto nei terminali spagnoli, francesi e belgi e poi viene riesportato in tutta l’Ue, Italia compresa. Ed è proprio il Paese del neo commissario Teresa Ribera - a cui, per ironia della sorte, è stato affidato il portafoglio della concorrenza e della transizione «pulita» - a creare il maggiore imbarazzo, seguita a ruota dalla Francia.Gli ultimi dati Eurostat segnalano importazioni Ue dalla Russia per 4 miliardi di euro nei primi sette mesi del 2024 (contro 5,5 dello stesso periodo del 2023) che, a causa del calo dei volumi importati complessivamente, portano comunque la quota russa dal 13,3% al 18,6%. Nel caso della Spagna siamo a una quota di Gnl russo importato che è salita dal 28% al 34%, per un valore di ben 1,4 miliardi pagati da Madrid a Mosca nei primi otto mesi, in aumento di 2,3 volte rispetto al 2023. Un boomerang per la Ue, che però ha salvato la Spagna - ricca di rigassificatori lungo le proprie coste - dalla fase più acuta della crisi dei prezzi del gas.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ue-soldi-kiev-guerra-ucraina-2669222867.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-difesa-stanzia-14-miliardi-in-piu-per-il-tank-di-leonardo-e-rheinmetall" data-post-id="2669222867" data-published-at="1726612595" data-use-pagination="False"> La Difesa stanzia 1,4 miliardi in più per il tank di Leonardo e Rheinmetall L’Europa s’è messa l’elmetto, ha nominato il suo primo commissario alla Difesa (sarà il lituano Andrius Kubilius) e anche l’Italia sta giocando la sua parte nella stagione del riarmo, motivata dalla minaccia russa. Il nuovo Documento programmatico pluriennale 2024-2026 (Dpp), appena pubblicato, assegna infatti risorse ingenti a tre investimenti cruciali: quello sugli F-35, già previsto, che archivia definitivamente la fase delle sforbiciate in salsa pacifista; e quelli che includono risorse aggiuntive da indirizzare sul tank e sul cingolato da combattimento di Leonardo e Rheinmetall. Nel prossimo triennio, Roma acquisterà altri 25 caccia di nuova generazione, per una spesa complessiva di 7 miliardi di euro. La flotta dei jet multiruolo passerà così da 90 a 115 velivoli, compresi quelli di tipo B, a decollo corto e atterraggio verticale. Tra l’altro, nell’intervista rilasciata ieri a Repubblica, il premier britannico, Keir Starmer, ha messo a tacere una volta per tutte la polemica sui tagli al programma di sviluppo della piattaforma di sesta generazione. Parliamo del caccia multiruolo stealth Tempest, alla cui realizzazione, dal dicembre 2022, collabora anche il Giappone, che ha fatto confluire nel cantiere i progetti per l’F-X della Mitsubishi. «Ho fatto colazione anche con Leonardo», ha spiegato l’inquilino di Downing Street, giunto in visita nella Capitale, «e ho detto chiaramente che il Tempest è un progetto molto importante. È vero, c’è una “strategic review” in corso, ma non toccherà piani simili». Come ha notato per prima Rivista italiana difesa, però, la vera novità del Dpp sono gli stanziamenti per i blindati. Il carro da battaglia dell’esercito sarà finanziato con altri 1,4 miliardi, il che porterà il totale della somma impegnata a 5,5 miliardi, su un fabbisogno complessivo di 8,2 miliardi. Entro fine mese, si costituirà la joint venture Leonardo-Rheinmetall per la costruzione del mezzo. La base di partenza per il carro armato, stando al comunicato congiunto delle società risalente a luglio, dovrebbe essere il Panther dell’azienda tedesca, anche se il faldone preparato dal ministero della Difesa non vi fa cenno. Allo stesso modo, il documento non conferma se il modello del nuovo cingolato per la fanteria, nell’ambito del programma Armored infantry combat system, sarà l’Ifv Lynx. I fondi ad hoc aumentano di 1,2 miliardi, passando a 6,4 sul fabbisogno complessivo di 15. Sono grandi manovre, che tuttavia soltanto in parte alimentano l’ambizione di una Difesa comune europea. Muove di sicuro in quella direzione la partnership tra Leonardo e Rheinmetall, mentre i piani per il caccia del futuro guardano ben oltre i confini dell’Unione: coinvolgono sia un Paese ormai separato da Bruxelles, come il Regno Unito, sia i nipponici, che per ovvi motivi geografici sono fuori pure dalla Nato, ma esercitano una funzione fondamentale in quell’area dell’Indo-Pacifico, nella quale si sta svolgendo un pericoloso risiko tra l’Occidente, i suoi alleati e la Cina. Intanto, il dicastero di Guido Crosetto ha partorito una nuova nomina: su proposta del ministro, il cdm ha deliberato di assegnare al generale Luciano Antonio Portolano l’incarico di capo di stato maggiore della Difesa. Il 4 ottobre, il militare prenderà il posto dell’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, che a gennaio diventerà chairman del Comitato militare Nato. Cavo Dragone sarà pure consigliere di Crosetto per le relazioni con l’Alleanza atlantica. In questa fase, idilliache.
L'Aston Villa festeggia l'Europa League dopo aver vinto la finale contro il Friburgo (Ansa)
Quando in panchina siede (per modo di dire, visto che si è fatto tutta la partita in piedi) un allenatore che ha un rapporto privilegiato con una competizione come l’Europa League e un curriculum di altissimo livello, il risultato non può che essere uno solo: riportare l’Aston Villa sul tetto d’Europa dopo 44 anni. Allora, era il 1992, un altro calcio, un altro mondo, un altro tutto e la squadra di Birmingham sollevava al cielo di Rotterdam la Coppa dei Campioni battendo in finale il Bayern Monaco. Oggi, il trofeo non è la coppa dalle grandi orecchie, ma la pur sempre prestigiosa Uefa Europa League. Un titolo a cui Unai Emery è particolarmente affezionato e che nella sua personalissima bacheca ci è finito cinque volte. Dopo la tripletta consecutiva alla guida del Siviglia (2014, 2015, 2016) e il successo con il Villarreal nel 2021, l’allenatore spagnolo è riuscito a fare cinquina con l’Aston Villa. Parliamo di un tecnico che ha preso l’Aston Villa nell’ottobre del 2022 nei bassifondi della Premier League e l’ha portato a fine stagione alla qualificazione in Conference League, per poi centrare in quella successiva lo storico ritorno, dopo 41 anni, dei Villans in Champions.
La finale di Istanbul ha chiaramente espresso sul campo una differenza netta non solo tra le due squadre, ma anche tra il sempre più ricco e competitivo campionato inglese e quello tedesco, che eccezion fatta per lo strapotere del Bayern Monaco e qualche exploit di Borussia Dortmund, Eintracht Francoforte e Leverkusen, non è ancora all’altezza della situazione. È vero, probabilmente il Friburgo ha pagato a caro prezzo la poca, se non nulla, esperienza a questi livelli; mentre la squadra di Birmingham è già da qualche stagione che bazzica i palcoscenici più importanti d’Europa e ha tra le fila giocatori con un certo pedigree internazionale, a cominciare dal portiere Emiliano Martinez, campione del mondo con l’Argentina. Per non parlare poi della profondità di rosa, visto che Emery può permettersi il lusso di lasciare in panchina giocatori che sono transitati dalla Serie A o cercati dai nostri club, come l’ex juventino Douglas Luiz, l’ex Roma e Milan Tammy Abraham, Leon Bailey, che dopo una prima parte di stagione anonima in giallorosso ha deciso di tornare a Birmingham, o quel Jadon Sancho più volte cercato da Juventus e Roma e stasera campione d’Europa guardando l’intero match dalla panchina.
Il 3-0 racconta dunque un divario troppo netto tra la quarta in classifica della Premier e la settima della Bundesliga. L’approccio della squadra tedesca, almeno nei primi minuti, non era stato neppure timido. Il Friburgo aveva provato a partire con coraggio, cercando subito Matanovic e tentando di tenere il baricentro abbastanza alto. Ma è bastato poco per capire che il piano partita dell’Aston Villa fosse di tutt'altro tenore. Ogni recupero palla degli inglesi dava la sensazione di poter trasformarsi in una potenziale occasione da gol, soprattutto grazie alla qualità di Tielemans e alla capacità di Rogers di muoversi tra le linee. Proprio Rogers è stato uno dei grandi protagonisti della serata di Istanbul. Già nei primi minuti aveva impegnato Atubolu con un destro ben calibrato e per tutto il primo tempo è stato il giocatore che più ha creato problemi alla difesa tedesca. Il Friburgo, invece, ha vissuto soprattutto di iniziative isolate e dei tentativi di Vincenzo Grifo, italiano e capitano della squadra tedesca, di accendersi tra le linee. Spesso costretto ad abbassarsi per ricevere palloni giocabili, ha provato a dare ordine e fantasia a una squadra che però faticava tremendamente ad arrivare nell’ultimo terzo di campo con lucidità. La partita si è definitivamente indirizzata poco prima dell’intervallo. A rompere l’equilibrio è stato Tielemans, probabilmente il migliore in campo insieme a Rogers e Buendia. Il belga ha trovato il vantaggio con una conclusione al volo di grande qualità sugli sviluppi di un corner, premiando il momento migliore dei Villans. Da lì in avanti il Friburgo si è completamente disunito, accusando il colpo anche dal punto di vista mentale. Il 2-0 arrivato nei minuti di recupero del primo tempo, con il sinistro a giro di Buendia sotto l’incrocio, ha di fatto tolto ogni margine di rimonta alla squadra di Schuster. Nel secondo tempo l’Aston Villa ha fatto esattamente quello che serviva fare in una finale: controllo dei ritmi, gestione del possesso e ripartenze continue negli spazi lasciati dal Friburgo. Emery dalla panchina ha continuato a guidare ogni movimento dei suoi, chiedendo attenzione anche sul doppio vantaggio. Il terzo gol, firmato da Rogers dopo una bellissima azione sviluppata sulla destra, è stato la fotografia della differenza tecnica e atletica vista in campo per tutta la serata.
Da quel momento in poi, il Besiktas Park si è trasformato in una festa inglese. I tifosi del Villa hanno accompagnato gli ultimi minuti tra cori e bandiere, mentre il Friburgo ha lentamente accettato un risultato che non è mai sembrato realmente in discussione dopo l’intervallo. In tribuna, ad assistere al trionfo dei Villans, c’era anche il principe William, tifoso dichiarato dell’Aston Villa. Emery ha così potuto gestire le energie nel finale, inserendo giocatori di qualità ed esperienza come Douglas Luiz e Tyrone Mings a partita ormai chiusa. Per l’Aston Villa questo successo rappresenta molto più di una semplice vittoria europea. È la conferma definitiva del salto di dimensione compiuto dal club negli ultimi anni sotto la guida di Emery. Una squadra che fino a poco tempo fa lottava nelle zone basse della Premier oggi torna a vincere in Europa e lo fa mostrando solidità, qualità e una mentalità ormai da grande squadra. Per il Friburgo resta invece una finale storica raggiunta con merito, ma anche la sensazione di aver incontrato un avversario semplicemente superiore sotto ogni aspetto.
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La chiusura dello Stretto mette in difficoltà le monarchie del Golfo e riapre il dossier sul dominio del dollaro nel commercio energetico. Tra yuan, blockchain e nuovi accordi finanziari, gli alleati degli Usa diversificano senza rompere con Washington.
Può la crisi mediorientale trasformarsi in una crisi finanziaria? È ancora presto per dirlo, ciò che è certo, invece, è che la chiusura di Hormuz sta mettendo sotto forte pressione le monarchie del Golfo Persico, le cosiddette petromonarchie; che in questi mesi hanno visto le loro esportazioni energetiche dimezzarsi o praticamente azzerarsi. Eppure questi Regni rivestono un ruolo molto importante all’interno dell’economia del «dollaro», la principale valuta di riserva globale.
È soprattutto per questo motivo che quando il governo degli Emirati Arabi Uniti ha presentato una richiesta ufficiale di scambio di valute (dollari americani agli Emirati per dirham emiratini agli Stati Uniti), lo scorso aprile, il Segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha risposto celermente in maniera affermativa. La posta in gioco è altissima, e Washington non può permettere che i Paesi del Golfo vendano petrolio in valute diverse dal dollaro.
Il motivo è semplice, per spiegarlo al meglio, tuttavia, dobbiamo fare un salto indietro al 1974. Nel luglio di quell'anno, in un contesto segnato dalla crisi petrolifera del 1973 e dalla fine del sistema di Bretton Woods, il Segretario al Tesoro statunitense William Simon intraprese una missione diplomatica cruciale in Arabia Saudita. L'obiettivo era stabilizzare i prezzi del petrolio e, soprattutto, assicurare il dominio del dollaro nel commercio energetico mondiale. L'accordo che ne scaturì, sebbene mai formalmente divulgato nei suoi dettagli più intimi, gettò le basi per quello che sarebbe diventato noto come il sistema del «petrodollaro».
I termini essenziali dell'intesa prevedevano che l'Arabia Saudita, il maggiore esportatore di petrolio al mondo, avrebbe prezzato le sue esportazioni di greggio esclusivamente in dollari statunitensi. In cambio, gli Stati Uniti avrebbero garantito supporto militare e protezione al Regno Saudita. Ma l'aspetto più innovativo e strategicamente rilevante dell'accordo riguardava il riciclo dei petrodollari. I vasti surplus di dollari accumulati dall'Arabia Saudita grazie alle vendite dell’oro nero non sarebbero rimasti inattivi, ma sarebbero stati reinvestiti in asset denominati in dollari, in particolare in Titoli del Tesoro statunitensi. Questo meccanismo, noto come «petrodollar recycling», divenne un pilastro fondamentale per l'economia americana e per la stabilità del dollaro.
Attraverso questo sistema, i dollari guadagnati dalle petromonarchie venivano e vengono tutt'ora reinvestiti in una vasta gamma di strumenti finanziari statunitensi, che vanno dai bond governativi al mercato azionario, passando per investimenti immobiliari e acquisizioni aziendali. Questo flusso costante di capitali esteri ha avuto un impatto profondo, contribuendo a finanziare il debito pubblico americano a tassi d'interesse più bassi, sostenendo la domanda di asset statunitensi e rafforzando la posizione del dollaro come valuta di riserva globale.
Tuttavia, questo equilibrio storico sta affrontando sfide senza precedenti. La rapida risposta affermativa del Segretario Bessent alla richiesta di currency swap degli Emirati Arabi Uniti è stata infatti una mossa difensiva. Gli Emirati, pur essendo un alleato strettissimo degli Stati Uniti nell'attuale conflitto con l'Iran, hanno fatto della diversificazione economica e finanziaria una delle loro massime priorità strategiche. Un segnale inequivocabile di questa tendenza è l'adesione di Abu Dhabi al Project mBridge. Si tratta di un'iniziativa all'avanguardia, sviluppata in collaborazione tra la Banca dei Regolamenti Internazionali e le banche centrali di Thailandia, Hong Kong, Emirati Arabi Uniti e l'Istituto di Valuta Digitale della Banca Popolare Cinese. Il progetto ha portato alla creazione di un sistema di pagamento transfrontaliero digitale basato su tecnologia blockchain, che consente transazioni dirette tra le valute locali bypassando di fatto i sistemi di messaggistica tradizionali dominati dall'Occidente, come lo SWIFT, e riducendo la dipendenza dal dollaro. A giugno del 2024 anche l'Arabia Saudita si è unita a questa piattaforma, aggiungendosi al coro crescente di nazioni aperte a esplorare alternative al biglietto verde.
Se a questa infrastruttura tecnologica emergente si uniscono i dati commerciali reali, il quadro diventa ancora più complesso per Washington. Secondo i media cinesi, nel 2024 circa il 45% del greggio saudita esportato verso la Cina è stato pagato in renminbi. Siamo quindi alla tanto chiacchierata «de-dollarizzazione»? Nient’affatto, semplicemente, gli alleati americani del Golfo stanno di fatto alzando il prezzo della loro fedeltà. Attraverso queste mosse di diversificazione, stanno ricordando a Washington quanto sia cruciale il loro ruolo nel mantenere il dollaro come valuta di riserva e, di conseguenza, nel preservare il «privilegio esorbitante» americano.
A livello globale, le transazioni petrolifere condotte in valute diverse dal dollaro hanno raggiunto circa il 20% nel 2023, segnando il livello più alto da decenni. Tuttavia, questo significa che l'80% del commercio globale di petrolio è ancora saldamente denominato in dollari statunitensi. Allo stesso modo, la quota del dollaro nelle riserve valutarie globali delle banche centrali, sebbene in costante calo dal 71% registrato nel 2000 al 58% nel 2024, rimane assolutamente predominante rispetto a qualsiasi altra valuta concorrente. Insomma, è ancora presto per parlare di de-dollarizzazione.
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Ecco #DimmiLaVerità del 20 maggio 2026. Il segretario della Lega Emilia, Matteo Rancan, svela l'ipocrisia della sinistra sull'attentato di Modena.