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2024-09-18
Saltano i soldi del G7 a Kiev: sborserà l’Ue
Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, insieme a Volodymyr Zelensky, leader ucraino (Ansa)
Doccia fredda per l’aiuto da 50 miliardi all’Ucraina annunciato in occasione del summit dei leader dei Paesi del G7 in Puglia a metà giugno. Arriva dallo scoop apparso ieri in prima pagina sul Financial Times, che rivela il piano B approntato dalla Ue, qualora il piano A vacillasse, come in effetti sta accadendo. E il ruolo dell’Ungheria di Viktor Orbán, a cui il Ft attribuisce la pesante responsabilità dello stallo, è solo una foglia di fico per coprire il ruolo decisivo degli Usa nella vicenda.
Secondo le autorevoli indiscrezioni raccolte dal quotidiano londinese, la Ue si sta preparando a prestare, in totale autonomia, fino a 40 miliardi di euro all’Ucraina entro fine anno, facendo leva su un’autonoma capacità di indebitamento nell’ambito del proprio bilancio, utilizzando uno strumento di aiuti a Kiev già operativo da tempo che però cesserà di essere efficace tra quattro mesi. E non c’è tempo da perdere, perché si stima che le casse di Volodymyr Zelensky nel 2025 abbiano bisogno di 35 miliardi di euro. La necessità di correre a predisporre un piano alternativo ruota tutta intorno alla difficoltà tecnica - di cui ci avevamo riferito ripetutamente ancor prima del G7 pugliese - nell’utilizzare i fondi russi sequestrati all’inizio della guerra per finanziare gli aiuti all’Ucraina. Si tratta di 260 miliardi di euro, in gran parte detenuti nella Ue dal depositario centrale belga Euroclear, in grado di generare proventi annui netti intorno a 3 miliardi. Il piano A tuttora prevede che Ue e Usa si indebitino per 20 miliardi di dollari ciascuno e Uk, Canada e Giappone forniscano altri 10 miliardi, per erogare quindi a Kiev aiuti complessivi per 50 miliardi, sotto forma di prestiti e sussidi.
Spentasi la luce dei riflettori sul meeting all’ombra degli ulivi, tutto sembrava doversi limitare alla definizione di alcuni dettagli tecnici. Invece il diavolo sta nei dettagli. Poiché da Washington hanno preteso una elementare clausola di salvaguardia e cioè la certezza legale che i fondi russi, che sono la garanzia per ripagare le obbligazioni da emettere per finanziare l’Ucraina, restino sequestrati fino alla scadenza delle suddette obbligazioni. Altrimenti quale investitore comprerebbe titoli la cui garanzia rischia di volatilizzarsi da un momento all’altro? Negli Usa volevano essere sicuri di non rischiare il coinvolgimento del contribuente americano e passare pure dal voto del Congresso.
E qui entra in gioco Orbán, poiché il sequestro dei fondi russi fa parte di un pacchetto di sanzioni che deve essere rinnovato ogni sei mesi, con voto all’unanimità, finora sempre concesso anche dall’Ungheria. Gli Usa hanno logicamente richiesto il prolungamento di tale periodo, da almeno 36 mesi fino a 5 anni, perché non è sostenibile che ogni 6 mesi la garanzia dei fondi russi sequestrati rischi di svanire. Secondo le fonti del Ft, Orbán ha risposto che qualsiasi ipotesi di prolungamento della scadenza delle sanzioni sarà discussa solo dopo le elezioni Usa del 5 novembre e quindi la condizione richiesta da Washington non può, al momento, essere soddisfatta.
Da qui il piano di emergenza di Bruxelles, che per aumentare la portata (tra 20 e 40 miliardi di euro) dello strumento esistente di sostegno a Kiev può decidere a maggioranza qualificata, superando il veto del governo di Budapest. Ma questo è il nodo inestricabile di tutta l’operazione, noto sin dal principio, che prima o poi doveva venire al pettine. Infatti, esclusa l’ipotesi «suicida» della definitiva confisca di quei fondi, il sequestro, per sua natura, non può che essere provvisorio. Destinato a cessare quando - speriamo al più presto - ci saranno gli accordi di pace. In questo senso, la volontà di Orbán di rivotare ogni sei mesi ha una sua coerenza. Perché pensa e auspica che a breve tutto possa cambiare, e allora non hanno senso sanzioni con scadenze molto lunghe. Proprio per questo motivo, i proventi derivanti da quei fondi non possono essere considerati stabilmente al servizio di un debito che potrebbe avere durata di almeno 5 anni. È l’ABC della finanza che è stato considerato polvere da spazzare sotto il tappeto fino a quando ha prevalso il «fumo» dei proclami roboanti in favore di telecamere, ma che è emerso rapidamente quando si è arrivati all’«arrosto» dei testi legalmente vincolanti.
Se, con una mano, la Ue, tra mille difficoltà, cerca di indebolire finanziariamente Mosca, con l’altra continua a finanziare a piene mani l’industria russa del gas. Indebolitosi il flusso via tubo verso la Ue, non accenna invece a calare quello via nave sotto forma di gas naturale liquefatto (Gnl) che approda soprattutto nei terminali spagnoli, francesi e belgi e poi viene riesportato in tutta l’Ue, Italia compresa. Ed è proprio il Paese del neo commissario Teresa Ribera - a cui, per ironia della sorte, è stato affidato il portafoglio della concorrenza e della transizione «pulita» - a creare il maggiore imbarazzo, seguita a ruota dalla Francia.
Gli ultimi dati Eurostat segnalano importazioni Ue dalla Russia per 4 miliardi di euro nei primi sette mesi del 2024 (contro 5,5 dello stesso periodo del 2023) che, a causa del calo dei volumi importati complessivamente, portano comunque la quota russa dal 13,3% al 18,6%. Nel caso della Spagna siamo a una quota di Gnl russo importato che è salita dal 28% al 34%, per un valore di ben 1,4 miliardi pagati da Madrid a Mosca nei primi otto mesi, in aumento di 2,3 volte rispetto al 2023. Un boomerang per la Ue, che però ha salvato la Spagna - ricca di rigassificatori lungo le proprie coste - dalla fase più acuta della crisi dei prezzi del gas.
La Difesa stanzia 1,4 miliardi in più per il tank di Leonardo e Rheinmetall
L’Europa s’è messa l’elmetto, ha nominato il suo primo commissario alla Difesa (sarà il lituano Andrius Kubilius) e anche l’Italia sta giocando la sua parte nella stagione del riarmo, motivata dalla minaccia russa. Il nuovo Documento programmatico pluriennale 2024-2026 (Dpp), appena pubblicato, assegna infatti risorse ingenti a tre investimenti cruciali: quello sugli F-35, già previsto, che archivia definitivamente la fase delle sforbiciate in salsa pacifista; e quelli che includono risorse aggiuntive da indirizzare sul tank e sul cingolato da combattimento di Leonardo e Rheinmetall.
Nel prossimo triennio, Roma acquisterà altri 25 caccia di nuova generazione, per una spesa complessiva di 7 miliardi di euro. La flotta dei jet multiruolo passerà così da 90 a 115 velivoli, compresi quelli di tipo B, a decollo corto e atterraggio verticale. Tra l’altro, nell’intervista rilasciata ieri a Repubblica, il premier britannico, Keir Starmer, ha messo a tacere una volta per tutte la polemica sui tagli al programma di sviluppo della piattaforma di sesta generazione. Parliamo del caccia multiruolo stealth Tempest, alla cui realizzazione, dal dicembre 2022, collabora anche il Giappone, che ha fatto confluire nel cantiere i progetti per l’F-X della Mitsubishi. «Ho fatto colazione anche con Leonardo», ha spiegato l’inquilino di Downing Street, giunto in visita nella Capitale, «e ho detto chiaramente che il Tempest è un progetto molto importante. È vero, c’è una “strategic review” in corso, ma non toccherà piani simili».
Come ha notato per prima Rivista italiana difesa, però, la vera novità del Dpp sono gli stanziamenti per i blindati. Il carro da battaglia dell’esercito sarà finanziato con altri 1,4 miliardi, il che porterà il totale della somma impegnata a 5,5 miliardi, su un fabbisogno complessivo di 8,2 miliardi. Entro fine mese, si costituirà la joint venture Leonardo-Rheinmetall per la costruzione del mezzo. La base di partenza per il carro armato, stando al comunicato congiunto delle società risalente a luglio, dovrebbe essere il Panther dell’azienda tedesca, anche se il faldone preparato dal ministero della Difesa non vi fa cenno. Allo stesso modo, il documento non conferma se il modello del nuovo cingolato per la fanteria, nell’ambito del programma Armored infantry combat system, sarà l’Ifv Lynx. I fondi ad hoc aumentano di 1,2 miliardi, passando a 6,4 sul fabbisogno complessivo di 15.
Sono grandi manovre, che tuttavia soltanto in parte alimentano l’ambizione di una Difesa comune europea. Muove di sicuro in quella direzione la partnership tra Leonardo e Rheinmetall, mentre i piani per il caccia del futuro guardano ben oltre i confini dell’Unione: coinvolgono sia un Paese ormai separato da Bruxelles, come il Regno Unito, sia i nipponici, che per ovvi motivi geografici sono fuori pure dalla Nato, ma esercitano una funzione fondamentale in quell’area dell’Indo-Pacifico, nella quale si sta svolgendo un pericoloso risiko tra l’Occidente, i suoi alleati e la Cina.
Intanto, il dicastero di Guido Crosetto ha partorito una nuova nomina: su proposta del ministro, il cdm ha deliberato di assegnare al generale Luciano Antonio Portolano l’incarico di capo di stato maggiore della Difesa. Il 4 ottobre, il militare prenderà il posto dell’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, che a gennaio diventerà chairman del Comitato militare Nato. Cavo Dragone sarà pure consigliere di Crosetto per le relazioni con l’Alleanza atlantica. In questa fase, idilliache.
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Niente accordo sui 50 miliardi da ricavare dagli asset russi congelati: troppe difficoltà tecniche, compresa l’opposizione di Viktor Orbán a prorogare di 5 anni le sanzioni. Bruxelles vorrebbe intervenire erogandone 40, ma per farlo dovrà rinunciare all’unanimità dei 27.Ai cingolati 1,2 miliardi aggiuntivi, 7 agli F-35. Keir Starmer: «Avanti col progetto Tempest».Lo speciale contiene due articoliDoccia fredda per l’aiuto da 50 miliardi all’Ucraina annunciato in occasione del summit dei leader dei Paesi del G7 in Puglia a metà giugno. Arriva dallo scoop apparso ieri in prima pagina sul Financial Times, che rivela il piano B approntato dalla Ue, qualora il piano A vacillasse, come in effetti sta accadendo. E il ruolo dell’Ungheria di Viktor Orbán, a cui il Ft attribuisce la pesante responsabilità dello stallo, è solo una foglia di fico per coprire il ruolo decisivo degli Usa nella vicenda.Secondo le autorevoli indiscrezioni raccolte dal quotidiano londinese, la Ue si sta preparando a prestare, in totale autonomia, fino a 40 miliardi di euro all’Ucraina entro fine anno, facendo leva su un’autonoma capacità di indebitamento nell’ambito del proprio bilancio, utilizzando uno strumento di aiuti a Kiev già operativo da tempo che però cesserà di essere efficace tra quattro mesi. E non c’è tempo da perdere, perché si stima che le casse di Volodymyr Zelensky nel 2025 abbiano bisogno di 35 miliardi di euro. La necessità di correre a predisporre un piano alternativo ruota tutta intorno alla difficoltà tecnica - di cui ci avevamo riferito ripetutamente ancor prima del G7 pugliese - nell’utilizzare i fondi russi sequestrati all’inizio della guerra per finanziare gli aiuti all’Ucraina. Si tratta di 260 miliardi di euro, in gran parte detenuti nella Ue dal depositario centrale belga Euroclear, in grado di generare proventi annui netti intorno a 3 miliardi. Il piano A tuttora prevede che Ue e Usa si indebitino per 20 miliardi di dollari ciascuno e Uk, Canada e Giappone forniscano altri 10 miliardi, per erogare quindi a Kiev aiuti complessivi per 50 miliardi, sotto forma di prestiti e sussidi.Spentasi la luce dei riflettori sul meeting all’ombra degli ulivi, tutto sembrava doversi limitare alla definizione di alcuni dettagli tecnici. Invece il diavolo sta nei dettagli. Poiché da Washington hanno preteso una elementare clausola di salvaguardia e cioè la certezza legale che i fondi russi, che sono la garanzia per ripagare le obbligazioni da emettere per finanziare l’Ucraina, restino sequestrati fino alla scadenza delle suddette obbligazioni. Altrimenti quale investitore comprerebbe titoli la cui garanzia rischia di volatilizzarsi da un momento all’altro? Negli Usa volevano essere sicuri di non rischiare il coinvolgimento del contribuente americano e passare pure dal voto del Congresso.E qui entra in gioco Orbán, poiché il sequestro dei fondi russi fa parte di un pacchetto di sanzioni che deve essere rinnovato ogni sei mesi, con voto all’unanimità, finora sempre concesso anche dall’Ungheria. Gli Usa hanno logicamente richiesto il prolungamento di tale periodo, da almeno 36 mesi fino a 5 anni, perché non è sostenibile che ogni 6 mesi la garanzia dei fondi russi sequestrati rischi di svanire. Secondo le fonti del Ft, Orbán ha risposto che qualsiasi ipotesi di prolungamento della scadenza delle sanzioni sarà discussa solo dopo le elezioni Usa del 5 novembre e quindi la condizione richiesta da Washington non può, al momento, essere soddisfatta.Da qui il piano di emergenza di Bruxelles, che per aumentare la portata (tra 20 e 40 miliardi di euro) dello strumento esistente di sostegno a Kiev può decidere a maggioranza qualificata, superando il veto del governo di Budapest. Ma questo è il nodo inestricabile di tutta l’operazione, noto sin dal principio, che prima o poi doveva venire al pettine. Infatti, esclusa l’ipotesi «suicida» della definitiva confisca di quei fondi, il sequestro, per sua natura, non può che essere provvisorio. Destinato a cessare quando - speriamo al più presto - ci saranno gli accordi di pace. In questo senso, la volontà di Orbán di rivotare ogni sei mesi ha una sua coerenza. Perché pensa e auspica che a breve tutto possa cambiare, e allora non hanno senso sanzioni con scadenze molto lunghe. Proprio per questo motivo, i proventi derivanti da quei fondi non possono essere considerati stabilmente al servizio di un debito che potrebbe avere durata di almeno 5 anni. È l’ABC della finanza che è stato considerato polvere da spazzare sotto il tappeto fino a quando ha prevalso il «fumo» dei proclami roboanti in favore di telecamere, ma che è emerso rapidamente quando si è arrivati all’«arrosto» dei testi legalmente vincolanti.Se, con una mano, la Ue, tra mille difficoltà, cerca di indebolire finanziariamente Mosca, con l’altra continua a finanziare a piene mani l’industria russa del gas. Indebolitosi il flusso via tubo verso la Ue, non accenna invece a calare quello via nave sotto forma di gas naturale liquefatto (Gnl) che approda soprattutto nei terminali spagnoli, francesi e belgi e poi viene riesportato in tutta l’Ue, Italia compresa. Ed è proprio il Paese del neo commissario Teresa Ribera - a cui, per ironia della sorte, è stato affidato il portafoglio della concorrenza e della transizione «pulita» - a creare il maggiore imbarazzo, seguita a ruota dalla Francia.Gli ultimi dati Eurostat segnalano importazioni Ue dalla Russia per 4 miliardi di euro nei primi sette mesi del 2024 (contro 5,5 dello stesso periodo del 2023) che, a causa del calo dei volumi importati complessivamente, portano comunque la quota russa dal 13,3% al 18,6%. Nel caso della Spagna siamo a una quota di Gnl russo importato che è salita dal 28% al 34%, per un valore di ben 1,4 miliardi pagati da Madrid a Mosca nei primi otto mesi, in aumento di 2,3 volte rispetto al 2023. 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Il nuovo Documento programmatico pluriennale 2024-2026 (Dpp), appena pubblicato, assegna infatti risorse ingenti a tre investimenti cruciali: quello sugli F-35, già previsto, che archivia definitivamente la fase delle sforbiciate in salsa pacifista; e quelli che includono risorse aggiuntive da indirizzare sul tank e sul cingolato da combattimento di Leonardo e Rheinmetall. Nel prossimo triennio, Roma acquisterà altri 25 caccia di nuova generazione, per una spesa complessiva di 7 miliardi di euro. La flotta dei jet multiruolo passerà così da 90 a 115 velivoli, compresi quelli di tipo B, a decollo corto e atterraggio verticale. Tra l’altro, nell’intervista rilasciata ieri a Repubblica, il premier britannico, Keir Starmer, ha messo a tacere una volta per tutte la polemica sui tagli al programma di sviluppo della piattaforma di sesta generazione. Parliamo del caccia multiruolo stealth Tempest, alla cui realizzazione, dal dicembre 2022, collabora anche il Giappone, che ha fatto confluire nel cantiere i progetti per l’F-X della Mitsubishi. «Ho fatto colazione anche con Leonardo», ha spiegato l’inquilino di Downing Street, giunto in visita nella Capitale, «e ho detto chiaramente che il Tempest è un progetto molto importante. È vero, c’è una “strategic review” in corso, ma non toccherà piani simili». Come ha notato per prima Rivista italiana difesa, però, la vera novità del Dpp sono gli stanziamenti per i blindati. Il carro da battaglia dell’esercito sarà finanziato con altri 1,4 miliardi, il che porterà il totale della somma impegnata a 5,5 miliardi, su un fabbisogno complessivo di 8,2 miliardi. Entro fine mese, si costituirà la joint venture Leonardo-Rheinmetall per la costruzione del mezzo. La base di partenza per il carro armato, stando al comunicato congiunto delle società risalente a luglio, dovrebbe essere il Panther dell’azienda tedesca, anche se il faldone preparato dal ministero della Difesa non vi fa cenno. Allo stesso modo, il documento non conferma se il modello del nuovo cingolato per la fanteria, nell’ambito del programma Armored infantry combat system, sarà l’Ifv Lynx. I fondi ad hoc aumentano di 1,2 miliardi, passando a 6,4 sul fabbisogno complessivo di 15. Sono grandi manovre, che tuttavia soltanto in parte alimentano l’ambizione di una Difesa comune europea. Muove di sicuro in quella direzione la partnership tra Leonardo e Rheinmetall, mentre i piani per il caccia del futuro guardano ben oltre i confini dell’Unione: coinvolgono sia un Paese ormai separato da Bruxelles, come il Regno Unito, sia i nipponici, che per ovvi motivi geografici sono fuori pure dalla Nato, ma esercitano una funzione fondamentale in quell’area dell’Indo-Pacifico, nella quale si sta svolgendo un pericoloso risiko tra l’Occidente, i suoi alleati e la Cina. Intanto, il dicastero di Guido Crosetto ha partorito una nuova nomina: su proposta del ministro, il cdm ha deliberato di assegnare al generale Luciano Antonio Portolano l’incarico di capo di stato maggiore della Difesa. Il 4 ottobre, il militare prenderà il posto dell’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, che a gennaio diventerà chairman del Comitato militare Nato. Cavo Dragone sarà pure consigliere di Crosetto per le relazioni con l’Alleanza atlantica. In questa fase, idilliache.
Marco Rubio (Ansa)
In Vaticano, Rubio dovrebbe incontrare Leone XIV e il cardinale Pietro Parolin. Separatamente, il capo del dipartimento di Stato americano avrà dei faccia a faccia con Antonio Tajani e Guido Crosetto. Non è escluso un incontro con Giorgia Meloni. Ricordiamo che, nelle scorse settimane, Donald Trump aveva polemizzato tanto con il pontefice quanto con l’inquilina di Palazzo Chigi. L’imminente viaggio del segretario di Stato americano punta quindi, evidentemente, a ricomporre la duplice frattura. In tal senso, non è probabilmente un caso che il presidente statunitense abbia scelto proprio Rubio per questa delicata missione: oltre a essere cattolico, si tratta probabilmente della figura che, all’interno dell’attuale amministrazione di Washington, risulta meno fredda nei confronti della Nato e, più in generale, del Vecchio continente. Ricordiamo, inoltre, che, oltre a essere segretario di Stato, Rubio riveste anche l’incarico di consigliere per la Sicurezza nazionale della Casa Bianca: il che lo rende, insieme a JD Vance, probabilmente l’uomo più vicino a Trump in questo momento.
L’attuale presidente americano ha vinto nettamente il voto cattolico nel 2024 e sa di aver bisogno di questo elettorato in vista delle Midterm di novembre. In prospettiva, tale voto sarà decisivo anche per le presidenziali del 2028. Sotto questo aspetto, non è un mistero che Rubio e Vance, entrambi cattolici, puntino alla nomination del Partito repubblicano. Senza dimenticare che, entrando in rotta di collisione con Leone, Trump rischia di rafforzare indirettamente quei settori filocinesi della Chiesa che uscirono sconfitti dal conclave dell’anno scorso. Dall’altra parte, è vero che la Casa Bianca è ai ferri corti con i vescovi statunitensi su varie questioni: dall’immigrazione alla guerra in Iran. Tuttavia, è anche vero che, secondo un sondaggio di Fox News, il gradimento dei cattolici americani per Trump sarebbe aumentato da marzo ad aprile. Inoltre, fin quando non si libererà della sua ala woke, il Partito democratico statunitense farà fatica a recuperare terreno tra i fedeli alla Chiesa di Roma. Al di là delle sue politiche energicamente abortiste, l’amministrazione Biden usò l’Fbi per mettere nel mirino i cattolici tradizionalisti e gli stessi attivisti pro-life.
Veniamo, poi, al rapporto con il governo Meloni. Trump sa che la sponda con l’attuale inquilina di Palazzo Chigi gli è stata necessaria per arginare quei leader europei che, come Emmanuel Macron e Pedro Sánchez, volevano (e vogliono ancora) imprimere a Bruxelles una svolta filocinese. Al contempo, la forza della Meloni sul piano internazionale è sempre stata in gran parte dovuta al suo stretto rapporto con gli Usa: rapporto che il premier aveva costruito già ai tempi di Joe Biden. La rottura tra Roma e Washington, significativamente celebrata da ampi settori del campo largo, è un regalo alla Francia di Macron. E questo non è certo un bene per gli interessi italiani. Tra l’altro, è indicativo che Rubio si appresti a venire nel nostro Paese proprio mentre si acuiscono le fibrillazioni tra Trump e il cancelliere tedesco, Friedrich Merz.
Chiaramente la doppia ricucitura con la Santa Sede e Palazzo Chigi passerà anche da come si evolverà la crisi iraniana: uno scenario di guerra che, notoriamente, è stata alla base della rottura del presidente americano sia con Leone sia con la Meloni. Al momento, la diplomazia sembra attraversare un momento di difficoltà: Trump ha esaminato la nuova proposta iraniana e ha dichiarato di ritenerla «inaccettabile» e non ha escluso una ripresa degli attacchi, qualora gli ayatollah «si comportino male». Nel frattempo, Washington mantiene in vigore il blocco navale ai porti iraniani come strumento di pressione negoziale. «Stiamo soffocando il regime», ha detto, a tal proposito, il segretario al Tesoro americano, Scott Bessent.
Come che sia, secondo Al Jazeera, il piano iraniano prevedrebbe una prima fase, in cui, il cessate il fuoco si trasformerebbe in una pace permanente nel giro di 30 giorni. Frattanto, lo Stretto di Hormuz verrebbe gradualmente riaperto, mentre gli Usa rinuncerebbero allo sbarramento navale. Nella seconda fase, la Repubblica islamica congelerebbe l’arricchimento dell’uranio per un massimo di 15 anni, riprendendolo poi a un tasso del 3,6%. Il regime khomeinista manterrebbe gli impianti atomici, ma si impegnerebbe a ridurre gradualmente le proprie scorte di uranio arricchito. Washington, dal canto suo, sbloccherebbe man mano i fondi iraniani congelati e revocherebbe le sanzioni sulla base dei progressi in ambito nucleare. La terza fase, infine, vedrebbe l’avvio di un dialogo strategico tra Teheran e i Paesi arabi.
Ieri sera, l’Iran ha reso noto di aver ricevuto la risposta statunitense alla propria proposta. Solo i prossimi giorni ci diranno se il processo diplomatico tra americani e iraniani riuscirà a essere rilanciato.
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Un volo intorno al mondo, una donna pilota decisa a farcela e un aeroplano carico che di più non si sarebbe staccato da terra. Ecco la storia di Jerrie Mock.
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Che è arrivato il Primo maggio con la lettera aperta del presidente Ucoii, Yassine Baradai, «alle lavoratrici e ai lavoratori d’Italia, alle parti sociali, alle istituzioni e al mondo imprenditoriale: una riflessione sulla dignità del lavoro nella tradizione islamica e un richiamo onesto sull’islamofobia, sulle discriminazioni che colpiscono in particolare le donne, e sul mancato riconoscimento delle due festività religiose annuali e della preghiera del venerdì». Sì, avete letto bene: l’Ucoii, in un’articolata piattaforma politica, ci infila la richiesta «sul mancato riconoscimento delle due festività religiose annuali e della preghiera del venerdì». Riprenderemo tra poco i passaggi della lettera, non prima però di aver sottolineato due aspetti: il ruolo politico che Ucoii vuole giocare e la piattaforma che ne consegue, partendo dai diritti dei lavoratori di fede musulmana, discriminati rispetto alla pratica religiosa.
Più volte avevamo evidenziato che la leva che il mondo islamico avrebbe usato per entrare sempre più nella società italiana sarebbe stata quella del lavoro e così è stato. E lo sarà sempre di più. Qui non si tratta di rivendicare diritti salariali o di altra natura che sono universali e degnissimi di lotte (certo, se blocchi i trasporti con la frequenza degli ultimi tempi, il danno lo fai ai cittadini comuni…); no, in questo caso si mette l’accento sull’appartenenza a una religione e all’equiparazione delle feste islamiche con il Natale, la Pasqua e la domenica. Nella lettera si avverte il peso di chi ha il polso della situazione, di chi sa che ci sono aree produttive del Paese che dipendono da lavoratori stranieri, accomunati dalla pratica islamica. Quindi è la somma di costoro che conferisce peso politico. Religione, presenza notevole sul lavoro, identità: i musulmani in Italia ci sono e vogliono pesare. L’Ucoii oggi si presenta in una declinazione sindacale, domani «elettorale» con una sua appendice organizzata: perché escluderlo visto che poco alla volta le istanze della comunità islamica aumentano di peso? E perché dovrebbero essere solo ospitati nelle liste altrui?
L’Ucoii insomma guadagna terreno e vuole che le impronte siano ben visibili. «Nella tradizione islamica il lavoro lecito è uno dei più nobili atti di adorazione. Il profeta Muhammad (pace e benedizione su di lui) insegnava che nessuno ha mai mangiato cibo migliore di quello guadagnato con il lavoro delle proprie mani, e ammoniva: “Date al lavoratore il suo salario prima che il suo sudore si asciughi”». La lettera di Baradai fa riferimento al «profeta Maometto» per parlare dei diritti, una sottolineatura sottile e persino raffinata se si coglie il senso della scelta del cardinale Prevost di diventare papa Leone XIV, raccogliendo l’eredità di quel Leone XIII, «padre» della Rerum Novarum. Il presidente dell’Ucoii sa che semmai i lavoratori riscoprissero il senso della sfida spirituale contro le tentazioni malefiche dei padroni di Big Tech, quelli di fede musulmana sarebbero più strutturati rispetto agli altri; e questo perché il sindacato cattolico Cisl non ha saputo reggere lo scontro politico con la Cgil (che tra l’altro teme a sinistra Usb e Cobas), non avendo un partito cattolico di riferimento.
È in questo spazio di liquidità e di «secolarizzazione» del lavoro che l’Ucoii penetra avanzando una rivendicazione precisa: «Le discriminazioni esistono e hanno un nome: islamofobia. Sono quelle che colpiscono in fase di assunzione chi porta un nome arabo o un cognome riconoscibile come musulmano. Sono quelle che si traducono in carriere bloccate, in mansioni dequalificanti, in battute “innocenti” che diventano ambiente ostile». E ancora: «Vi sono poi i diritti legati alla dimensione spirituale, che la nostra Costituzione tutela all’art. 19 ma che nel mondo del lavoro restano spesso lettera morta. Le due feste canoniche dell’islam - l’Eid al-fitr, al termine del Ramadan, e l’ʿId al-Adha, la Festa del Sacrificio - sono per noi musulmani ciò che il Natale e la Pasqua rappresentano per i cristiani: due sole giornate l’anno. Eppure ancora oggi un lavoratore musulmano deve troppe volte chiedere ferie, scambiare turni, giustificare la propria assenza come fosse una stranezza, mentre molti datori di lavoro negano il permesso. Servono intese collettive che riconoscano queste due festività come diritto contrattualmente esigibile, sul modello già praticato in altri Paesi europei. La preghiera del venerdì è obbligo religioso comunitario e si svolge in una breve finestra a metà giornata. Una pausa di 40 minuti, una flessibilità d’orario, un permesso retribuito o recuperabile: pratiche semplici, già adottate da aziende lungimiranti, che permettono a milioni di cittadini italiani di onorare la propria fede senza venir meno ai propri doveri professionali. Non sono privilegi: sono accomodamenti ragionevoli».
Nella lettera dal forte sapore sindacale si rimarcano le questioni legate «al mancato rispetto per la donna, in particolare quelle che indossano il velo; alla disponibilità di pasti rispettosi delle prescrizioni alimentari nelle mense aziendali; luoghi dignitosi per la preghiera quotidiana; il rispetto durante il mese di Ramadan per chi pratica il digiuno […] Nessuno dev’essere costretto a scegliere tra la propria fede e il proprio posto di lavoro».
L’islam ha lanciato una sfida precisa al sindacato e soprattutto alla politica: vediamo chi lo ha capito ed è in grado di elaborare una risposta culturale.
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Gabriele Gravina (Ansa)
Del resto, lei sembra l’uomo adatto. Dopo otto anni di presidenza della Figc, infatti, lascia il mondo del calcio in uno stato comatoso: l’Italia esclusa dal Mondiale per la terza volta di fila, le squadre italiane che collezionano figuracce nelle coppe europee, il mondo arbitrale travolto da un nuovo scandalo. «Bisogna saper sognare, progettare, credere», disse nel 2018 quando fu eletto. Non è riuscito a fare nulla di quello che aveva promesso. E questa mi pare un’ottima premessa per diventare un leader politico. Basta sostituire la Schlein con Gattuso, e Conte (Giuseppe) con Conte (Antonio), e il gioco è fatto. Di Buffon, per altro, in Parlamento ne troverà quanti ne vuole.
Pugliese di Castellaneta (Taranto), trapiantato in Abruzzo, laurea in giurisprudenza, di professione imprenditore, già presidente del Castel di Sangro e consigliere Figc dal 1992 (34 anni!), lei colleziona da sempre poltrone e potere nel mondo dello sport. Però di fronte all’attuale sfascio non si sente responsabile. «Ha fallito?», le ha chiesto Lilli Gruber. «No». Poi ha aggiunto che si sente «capro espiatorio», che ha avuto «penalizzazioni incredibili» e che c’è una «parte endogena e una parte esogena», qualsiasi cosa voglia dire. Non è perfetto per una campagna elettorale? È riuscito a dire in tv che Gattuso, pur facendosi eliminare dai Mondiali, «ha centrato l’obiettivo». A raccontar balle nemmeno Renzi è bravo così.
«Non temo per la qualificazione ai Mondiali in Qatar», disse nel dicembre 2021. Tre mesi dopo siamo stati eliminati dai Mondiali in Qatar. «Andremo ai Mondiali negli Usa anche a nuoto», ha ripetuto nel marzo 2026. Dieci giorni dopo siamo stati eliminati dai Mondiali negli Usa. «Noi siamo professionisti, mica altri sport che sono dilettanti», ha commentato a caldo, suscitando l’ira degli sportivi «dilettanti» che, a differenza degli strapagati calciatori professionisti, con la maglia azzurra vincono eccome. Una gaffe dopo l’altra, insomma: roba che persino il ministro Giuli faticherebbe a starle dietro. «Sono ottimista per gli Europei del 2032 che si giocheranno in Italia e Turchia», ha aggiunto l’altro giorno in tv. E tutti hanno cominciato a toccarsi. Bisogna capirli: la salute del nostro calcio, ormai, è peggio che grave, è Gravina. Ma per lei è venuto il momento di dedicarsi ad altro. Perciò le scriviamo questa cartolina: per augurarle di guidare presto, come solo lei sa fare, il campo largo della sinistra. Non si preoccupi: si troverà a casa. Anche loro, in fondo, sono da tempo nel pallone.
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