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2021-01-14
L’Ue impone il segreto sui vaccini. Ma ha fretta di avere quello di Putin
Ursula von der Leyen (T.Monasse/Getty Images)
Da martedì pomeriggio e solo fino a domani, gli europarlamentari possono visionare il contratto firmato da Ursula von der Leyen con Curevac, azienda farmaceutica che non ha ancora ottenuto l'autorizzazione dall'Ema. Per prendere visione del quinto accordo stretto dalla Commissione europea nella fornitura di vaccini (la società tedesca lo scorso novembre si è impegnata a fornire 225 milioni di dosi per conto di tutti gli Stati membri dell'Ue, più altri 180 milioni se necessari), i deputati hanno a disposizione 50 minuti nella «stanza di lettura» della sede della direzione generale Sanità a Bruxelles, aperta per loro solo quattro ore al giorno. Troppo pochi, ha protestato l'eurodeputato belga, Marc Botenga, che è stato tra i primi a poter accedere al documento. «Bisogna prenotarsi per leggere il contratto», spiega Vincenzo Sofo, europarlamentare della Lega. «Non si possono prendere appunti, né chiedere copie. Tanto meno fare fotografie. Fuori dalla sala bisogna lasciare tablet, cellulare e il proprio assistente». Tutto super segretato, una procedura simile «a quella degli accordi commerciali Ttip con gli Stati Uniti», afferma Botenga, ovvero «il contrario della trasparenza».
Quanto al contenuto del documento, gli eurodeputati non potranno rivelarlo perché prima di poter accedere alla lettura devono firmare una dichiarazione di riservatezza. Quindi non ci sarà un controllo pubblico del contratto. «È inaccettabile che la Commissione cerchi di ostacolare in tutti i modi l'accesso alle informazioni persino ai parlamentari», dichiara Sofo. «L'Unione europea si lamenta dello scetticismo dei cittadini nei confronti del vaccino anti Covid, ma questo atteggiamento oscurantista non fa che legittimare le loro inquietudini. Che cosa c'è da nascondere in quei contratti? Forse quelle clausole di deresponsabilizzazione la cui esistenza è stata confermata a denti stretti dalla Commissione nella risposta alla mia interrogazione sulla veridicità dei rumors, fino a quel momento negati, inerenti ad accordi per esentare le big pharma da responsabilità relative a eventuali reazioni avverse?».
Botenga, esponente della Sinistra europea, aveva rivelato che della squadra dei negoziatori della Commissione Ue sui vaccini fa parte anche un esperto in probabile conflitto d'interesse, ovvero Richard Bergström che fino al 2016 era a capo della lobby farmaceutica europea. Oggi l'eurodeputato accusa la Commissione di aver «privatizzato la trasparenza, lasciando decidere alle case farmaceutiche» le modalità di accesso ai contratti, che comunque non conterebbero le informazioni più sensibili. Nella versione a disposizione degli europarlamentari, in effetti mancano le indicazioni del costo del vaccino, dei luoghi di produzione e due clausole sulle responsabilità se il farmaco provocherà effetti collaterali o danni. Dei contratti con Pfizer e Moderna, ancora nulla è dato sapere.
Martedì mattina si è svolta la riunione di Envi, la commissione europea per l'ambiente, la sanità pubblica e la sicurezza alimentare. Molti eurodeputati hanno rivolto precise domande a Sandra Gallina, direttore generale Salute della Commissione, invocando trasparenza nelle contrattazioni sui vaccini fatte con le aziende e delle quali l'italiana a Bruxelles è capo negoziatore. La francese Michèle Rivasi (Verdi) ha chiesto perché la von der Leyen non è riuscita a ottenere che una volta concluso il contratto «le aziende non concedano l'accesso ai documenti». In questo modo, ha aggiunto, i vari Paesi litigano perché non sanno di quante dosi dispongono, mentre «deve essere la Commissione a dare queste informazioni». La Gallina è rimasta nel vago, ha parlato di «prezzo equo» dei vaccini, e che parlare di costi «è importante, visto che si parla dei fondi dei contribuenti. Quello che conta in una situazione di pandemia è la sicurezza, ma anche il prezzo ha la sua importanza», però le sue sono rimaste dichiarazioni di intenti perché le trattative con le aziende farmaceutiche rimangono avvolte dal mistero. La funzionaria ha poi tenuto a precisare: «Noi abbiamo acquistato quanto era necessario. Ogni vaccino va consegnato e ha un suo prezzo».
Si potevano acquistare più vaccini, non era solo un problema di produzione, ma l'Unione europea è stata incapace di garantire dosi sufficienti per sé stessa. Ha firmato contratti con sei aziende, senza sapere i tempi di produzione dei vaccini e delle autorizzazioni dell'Ema. Quindi è a corto di farmaci e i 300 milioni di nuove dosi acquistate da Pfizer Biontech arriveranno solo tra il secondo e il terzo trimestre prossimi. Sarà per questo che Ursula von der Leyen guarda fuori dalla Ue, accordandosi addirittura con Vladimir Putin? Secondo l'agenzia sovietica Tass, l'amministratore delegato del Fondo russo per gli investimenti diretti, Kirill Dmitriev, avrebbe annunciato che la «prima fase» per ottenere l'autorizzazione all'uso del vaccino Sputnik V nell'Unione europea sarà conclusa il 19 gennaio. Tra pochi giorni sarà terminata la revisione scientifica e nella corsa ai vaccini forse non è più «importantissimo essere uniti» ed europeisti.
Una corsa efficiente ma non efficace
Sono 800.730 gli italiani finora vaccinati contro il Covid, secondo l'aggiornamento fornito ieri mattina dal Commissario per l'emergenza, Domenico Arcuri. Negli ultimi due giorni sono state consegnate altre 488.475 dosi di vaccino e così il totale di quelle disponibili dall'inizio della campagna sale a 1.406.925, il 55,5% delle quali è già stata iniettata. La Campania al momento ha il più alto tasso di vaccini somministrati (77,7%) e la Lombardia è l'unica Regione a superare quota 100.000 dosi inoculate (101.358 su 234.645 ricevute pari al 43,2%) ma senza l'arrivo di nuovi dosi dal governo domenica la macchina sarà costretta a fermarsi, avverte il presidente della commissione Sanità al Pirellone, Emanuele Monti. Anche perché la Regione sta rispettando le indicazioni arrivate da Roma di tenere di scorta il 30% dei vaccini non erogati. Ieri la tedesca Welt ha dedicato un articolo al primato dell'Italia, in Europa, nella campagna dei vaccini anti Covid, parlando di un risultato «sorprendente» ma spiegando anche che il vantaggio competitivo potrebbe però risiedere nel fatto che il piano nazionale prevede di vaccinare prima il personale sanitario, già presente in strutture adeguate a ricevere il vaccino. Se andiamo a vedere le fasce anagrafiche leggiamo infatti che in questa prima fase della campagna sono stati vaccinati 625.861 operatori sociosanitari, 116.236 appartenenti a personale non sanitario e «solo» 58.633 ospiti delle residenze sanitarie assistite che comprendono anche le comunità per minori, disabili, le case famiglia, gli ex manicomi eccetera (infatti, se andiamo a vedere le fasce anagrafiche nella categoria ospiti Rsa risultano ai dati di ieri vaccinate anche 56 persone tra i 16 e il 19 anni e 343 tra i 20-29).
Cosa dimostrano questi numeri? Che efficienza non vuol dire efficacia. I target di vaccinandi non sono generici, almeno fino a settembre. Ci sono liste di priorità approvate dal Parlamento da rispettare, benché non esistano sanzioni previste per legge. L'efficienza misura il rapporto tra risultati ottenuti e mezzi utilizzati. L'efficacia invece è la percentuale di un obiettivo che si deve raggiungere, in questo caso un target di popolazione prefissato: vanno vaccinati 1000 anziani? Se ne riesco a vaccinare 50 sono stato meno efficace di chi ne ha vaccinati 500. Non è efficace chi finisce prima le fiale vaccinando le mogli dei dottori, politici locali e qualche fortunato dell'ultimo minuto. Non solo. Fare numeri record di dosi negli ospedali, vaccinando a manetta, è più semplice. Mentre nelle Rsa si va più piano perché logisticamente è più difficile gestire la somministrazione. Nelle residenze ci si deve andare, non portare solo il vaccino ma anche il vaccinatore. Servono unità mobili attrezzate.
Ieri il ministro della Salute, Roberto Speranza, ha detto che le prime tappe della campagna di vaccinazione sono chiare: prima il personale sanitario, le Rsa e le persone dagli 80 anni in su. «Aver scelto questa priorità rappresenta un tratto di umanità e civiltà profondamente giusto». Ma un conto è la narrazione, un altro l'organizzazione. Sarà che al governo la gara delle percentuali piace eccome, anche per poter vantare il primato in Europa, tanto che per il primo lotto di Moderna si starebbe infatti valutando l'ipotesi di dare la precedenza alle Regioni che in questa fase riescono a smaltire più rapidamente le fiale. Insomma, a quelle che le finiscono prima. Con qualche governatore che vorrebbe usare le riserve della seconda puntura per tornare in testa alla classifica. Proprio ieri il Comitato scientifico per la sorveglianza dei vaccini dell'Agenzia italiana del farmaco ha precisato che «ritiene necessario attenersi alle correnti indicazioni di somministrazione di due dosi per i vaccini finora approvati» in quanto «non sappiamo quanto si prolunghi l'immunità dopo una prima dose. Una popolazione vaccinata con una sola dose vede il suo rischio di ammalarsi di Covid soltanto dimezzato».
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Bluff trasparenza: gli eurodeputati posso visionare solo un contratto (quello con Curevac), senza prendere appunti e senza poter divulgare i dettagli. Intanto Bruxelles accelera le procedure per l'ok al «cattivo» Sputnik.Sono 800.730 gli italiani finora vaccinati, ma la fretta a finire le fiale e fare record di dosi negli ospedali è un primato inutile. Un esempio? La distribuzione nelle Rsa.Lo speciale contiene due articoli.Da martedì pomeriggio e solo fino a domani, gli europarlamentari possono visionare il contratto firmato da Ursula von der Leyen con Curevac, azienda farmaceutica che non ha ancora ottenuto l'autorizzazione dall'Ema. Per prendere visione del quinto accordo stretto dalla Commissione europea nella fornitura di vaccini (la società tedesca lo scorso novembre si è impegnata a fornire 225 milioni di dosi per conto di tutti gli Stati membri dell'Ue, più altri 180 milioni se necessari), i deputati hanno a disposizione 50 minuti nella «stanza di lettura» della sede della direzione generale Sanità a Bruxelles, aperta per loro solo quattro ore al giorno. Troppo pochi, ha protestato l'eurodeputato belga, Marc Botenga, che è stato tra i primi a poter accedere al documento. «Bisogna prenotarsi per leggere il contratto», spiega Vincenzo Sofo, europarlamentare della Lega. «Non si possono prendere appunti, né chiedere copie. Tanto meno fare fotografie. Fuori dalla sala bisogna lasciare tablet, cellulare e il proprio assistente». Tutto super segretato, una procedura simile «a quella degli accordi commerciali Ttip con gli Stati Uniti», afferma Botenga, ovvero «il contrario della trasparenza». Quanto al contenuto del documento, gli eurodeputati non potranno rivelarlo perché prima di poter accedere alla lettura devono firmare una dichiarazione di riservatezza. Quindi non ci sarà un controllo pubblico del contratto. «È inaccettabile che la Commissione cerchi di ostacolare in tutti i modi l'accesso alle informazioni persino ai parlamentari», dichiara Sofo. «L'Unione europea si lamenta dello scetticismo dei cittadini nei confronti del vaccino anti Covid, ma questo atteggiamento oscurantista non fa che legittimare le loro inquietudini. Che cosa c'è da nascondere in quei contratti? Forse quelle clausole di deresponsabilizzazione la cui esistenza è stata confermata a denti stretti dalla Commissione nella risposta alla mia interrogazione sulla veridicità dei rumors, fino a quel momento negati, inerenti ad accordi per esentare le big pharma da responsabilità relative a eventuali reazioni avverse?». Botenga, esponente della Sinistra europea, aveva rivelato che della squadra dei negoziatori della Commissione Ue sui vaccini fa parte anche un esperto in probabile conflitto d'interesse, ovvero Richard Bergström che fino al 2016 era a capo della lobby farmaceutica europea. Oggi l'eurodeputato accusa la Commissione di aver «privatizzato la trasparenza, lasciando decidere alle case farmaceutiche» le modalità di accesso ai contratti, che comunque non conterebbero le informazioni più sensibili. Nella versione a disposizione degli europarlamentari, in effetti mancano le indicazioni del costo del vaccino, dei luoghi di produzione e due clausole sulle responsabilità se il farmaco provocherà effetti collaterali o danni. Dei contratti con Pfizer e Moderna, ancora nulla è dato sapere. Martedì mattina si è svolta la riunione di Envi, la commissione europea per l'ambiente, la sanità pubblica e la sicurezza alimentare. Molti eurodeputati hanno rivolto precise domande a Sandra Gallina, direttore generale Salute della Commissione, invocando trasparenza nelle contrattazioni sui vaccini fatte con le aziende e delle quali l'italiana a Bruxelles è capo negoziatore. La francese Michèle Rivasi (Verdi) ha chiesto perché la von der Leyen non è riuscita a ottenere che una volta concluso il contratto «le aziende non concedano l'accesso ai documenti». In questo modo, ha aggiunto, i vari Paesi litigano perché non sanno di quante dosi dispongono, mentre «deve essere la Commissione a dare queste informazioni». La Gallina è rimasta nel vago, ha parlato di «prezzo equo» dei vaccini, e che parlare di costi «è importante, visto che si parla dei fondi dei contribuenti. Quello che conta in una situazione di pandemia è la sicurezza, ma anche il prezzo ha la sua importanza», però le sue sono rimaste dichiarazioni di intenti perché le trattative con le aziende farmaceutiche rimangono avvolte dal mistero. La funzionaria ha poi tenuto a precisare: «Noi abbiamo acquistato quanto era necessario. Ogni vaccino va consegnato e ha un suo prezzo». Si potevano acquistare più vaccini, non era solo un problema di produzione, ma l'Unione europea è stata incapace di garantire dosi sufficienti per sé stessa. Ha firmato contratti con sei aziende, senza sapere i tempi di produzione dei vaccini e delle autorizzazioni dell'Ema. Quindi è a corto di farmaci e i 300 milioni di nuove dosi acquistate da Pfizer Biontech arriveranno solo tra il secondo e il terzo trimestre prossimi. Sarà per questo che Ursula von der Leyen guarda fuori dalla Ue, accordandosi addirittura con Vladimir Putin? Secondo l'agenzia sovietica Tass, l'amministratore delegato del Fondo russo per gli investimenti diretti, Kirill Dmitriev, avrebbe annunciato che la «prima fase» per ottenere l'autorizzazione all'uso del vaccino Sputnik V nell'Unione europea sarà conclusa il 19 gennaio. Tra pochi giorni sarà terminata la revisione scientifica e nella corsa ai vaccini forse non è più «importantissimo essere uniti» ed europeisti.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ue-segreto-vaccini-fretta-putin-2649931669.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="una-corsa-efficiente-ma-non-efficace" data-post-id="2649931669" data-published-at="1610581967" data-use-pagination="False"> Una corsa efficiente ma non efficace Sono 800.730 gli italiani finora vaccinati contro il Covid, secondo l'aggiornamento fornito ieri mattina dal Commissario per l'emergenza, Domenico Arcuri. Negli ultimi due giorni sono state consegnate altre 488.475 dosi di vaccino e così il totale di quelle disponibili dall'inizio della campagna sale a 1.406.925, il 55,5% delle quali è già stata iniettata. La Campania al momento ha il più alto tasso di vaccini somministrati (77,7%) e la Lombardia è l'unica Regione a superare quota 100.000 dosi inoculate (101.358 su 234.645 ricevute pari al 43,2%) ma senza l'arrivo di nuovi dosi dal governo domenica la macchina sarà costretta a fermarsi, avverte il presidente della commissione Sanità al Pirellone, Emanuele Monti. Anche perché la Regione sta rispettando le indicazioni arrivate da Roma di tenere di scorta il 30% dei vaccini non erogati. Ieri la tedesca Welt ha dedicato un articolo al primato dell'Italia, in Europa, nella campagna dei vaccini anti Covid, parlando di un risultato «sorprendente» ma spiegando anche che il vantaggio competitivo potrebbe però risiedere nel fatto che il piano nazionale prevede di vaccinare prima il personale sanitario, già presente in strutture adeguate a ricevere il vaccino. Se andiamo a vedere le fasce anagrafiche leggiamo infatti che in questa prima fase della campagna sono stati vaccinati 625.861 operatori sociosanitari, 116.236 appartenenti a personale non sanitario e «solo» 58.633 ospiti delle residenze sanitarie assistite che comprendono anche le comunità per minori, disabili, le case famiglia, gli ex manicomi eccetera (infatti, se andiamo a vedere le fasce anagrafiche nella categoria ospiti Rsa risultano ai dati di ieri vaccinate anche 56 persone tra i 16 e il 19 anni e 343 tra i 20-29).Cosa dimostrano questi numeri? Che efficienza non vuol dire efficacia. I target di vaccinandi non sono generici, almeno fino a settembre. Ci sono liste di priorità approvate dal Parlamento da rispettare, benché non esistano sanzioni previste per legge. L'efficienza misura il rapporto tra risultati ottenuti e mezzi utilizzati. L'efficacia invece è la percentuale di un obiettivo che si deve raggiungere, in questo caso un target di popolazione prefissato: vanno vaccinati 1000 anziani? Se ne riesco a vaccinare 50 sono stato meno efficace di chi ne ha vaccinati 500. Non è efficace chi finisce prima le fiale vaccinando le mogli dei dottori, politici locali e qualche fortunato dell'ultimo minuto. Non solo. Fare numeri record di dosi negli ospedali, vaccinando a manetta, è più semplice. Mentre nelle Rsa si va più piano perché logisticamente è più difficile gestire la somministrazione. Nelle residenze ci si deve andare, non portare solo il vaccino ma anche il vaccinatore. Servono unità mobili attrezzate.Ieri il ministro della Salute, Roberto Speranza, ha detto che le prime tappe della campagna di vaccinazione sono chiare: prima il personale sanitario, le Rsa e le persone dagli 80 anni in su. «Aver scelto questa priorità rappresenta un tratto di umanità e civiltà profondamente giusto». Ma un conto è la narrazione, un altro l'organizzazione. Sarà che al governo la gara delle percentuali piace eccome, anche per poter vantare il primato in Europa, tanto che per il primo lotto di Moderna si starebbe infatti valutando l'ipotesi di dare la precedenza alle Regioni che in questa fase riescono a smaltire più rapidamente le fiale. Insomma, a quelle che le finiscono prima. Con qualche governatore che vorrebbe usare le riserve della seconda puntura per tornare in testa alla classifica. Proprio ieri il Comitato scientifico per la sorveglianza dei vaccini dell'Agenzia italiana del farmaco ha precisato che «ritiene necessario attenersi alle correnti indicazioni di somministrazione di due dosi per i vaccini finora approvati» in quanto «non sappiamo quanto si prolunghi l'immunità dopo una prima dose. Una popolazione vaccinata con una sola dose vede il suo rischio di ammalarsi di Covid soltanto dimezzato».
(IStock)
È quanto stabilisce l’ordinanza (n. 33227/2025) emessa dalla sezione quinta della Cassazione civile tributaria depositata in cancelleria il 19 dicembre, come riportato da Italia Oggi.
Il problema è che per il Fisco, finché c’è una proprietà «formale», chi detiene il terreno deve comunque pagare l’Imu. È vero che il Comune ha il bene in mano ma il proprietario è ancora giuridicamente il possessore fino all’esproprio. Quindi deve pagare, non c’è scampo, anche alla luce del fatto che subisce un danno. Il Comune diventa contemporaneamente occupante ed esattore. Questo è il paradosso considerato però normale dalla giurisdizione.
L’obbligo del versamento dell’Imu finisce solo quando subentra l’ablazione del bene, ovvero c’è il trasferimento della proprietà tramite il decreto di esproprio, perché solo in quel momento cessa la soggettività passiva del proprietario.
Il punto di partenza dell’ordinanza è la richiesta da parte del Comune di Salerno a un contribuente di una imposta Imu relativa al 2012 su alcune aree edificabili occupate d’urgenza dall’amministrazione per la realizzazione di opere di interesse pubblico. La Suprema Corte ha quindi chiarito che l’occupazione temporanea d’urgenza di un terreno da parte della pubblica amministrazione non priva il proprietario del possesso del bene sino a quando non intervenga l’ablazione del fondo. Questo vuol dire, precisa la Cassazione, che il proprietario resta soggetto passivo dell’imposta ancorché l’immobile sia detenuto dall’occupante e che la realizzazione di un’opera pubblica su un fondo soggetto di legittima occupazione costituisce un mero fatto che non è in grado di assurgere a titolo dell’acquisto ed è, come tale, inidonea, da sé sola, a determinare il trasferimento della proprietà del fondo in favore della pubblica amministrazione. Questa resta mera detentrice del fondo occupato e trasformato, fermo tuttavia il possesso del proprietario.
Cioè il Comune occupa un terreno, ci fa ciò che vuole e il proprietario non solo deve sottostare a questa decisione, ma anche continuare a pagare l’Imu come se potesse disporre liberamente ancora del proprio bene.
Già nel 2016 la Cassazione si era occupata dei provvedimenti ablatori, cioè degli espropri. Aveva chiarito che l’occupazione temporanea di urgenza, così come la requisizione, non privano il proprietario del possesso del bene, fino a quando non intervenga l’ablazione del bene stesso. Il proprietario così rimane soggetto passivo dell’imposta, cioè deve continuare a pagare l’Imu, anche se l’immobile è detenuto dall’occupante.
Tutto questo discorso però non vale se il Comune ha preso il terreno e magari lo ha recintato e ci sta costruendo sopra e impedisce al proprietario di entrarci. Quindi in questo caso non c’è più il possesso e se la trasformazione del bene è palese, l’Imu non è più dovuta. Nell’ordinanza si fa riferimento al tema della «conservazione del possesso o della detenzione solo animo» che in diritto significa possedere una cosa anche se non viene toccata ogni secondo, non ci si è fisicamente dentro ma si sa che ci si può andare quando si vuole, come può essere la casa al mare. Se questa possibilità è preclusa perché il Comune ha iniziato i lavori, ha transennato l’area impedendo fisicamente l’accesso al proprietario, e l’opera pubblica viene realizzata per cui c’è una trasformazione irreversibile del bene (se ad esempio viene colata una gettata di cemento), allora il legame tra il proprietario e il bene decade. Di conseguenza non essendoci il possesso, non c’è l’obbligo di pagare l’Imu anche se l’esproprio formale non è ancora stato completato. In questo modo l’ordinanza protegge il contribuente contro le pretese di alcuni Comuni che vorrebbero i soldi dell’Imu fino all’ultimo timbro dell’esproprio.
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(IStock)
Questo punto va chiarito. Infatti, la direttiva richiede che vi sia una legge nazionale che sancisce questo divieto di nuovi incentivi alle caldaie a gas, e secondo la Commissione l’Italia non ha promulgato tale legge. In pratica, nel nostro Paese gli incentivi sono stati effettivamente già eliminati dalla legge di bilancio 2025, che ha stralciato le caldaie dagli elementi soggetti alle detrazioni fiscali come ecobonus o bonus ristrutturazione. Ma secondo Bruxelles l’Italia non ha «pienamente attuato né spiegato in modo esauriente» la trasposizione formale di quell’obbligo previsto dalla direttiva, consentendo ad esempio gli incentivi del Conto termico 2.0 per la Pubblica amministrazione. In altre parole, Bruxelles dice che i testi legislativi italiani non hanno chiarito e disciplinato in modo completo l’eliminazione graduale degli incentivi per i generatori autonomi a combustibili fossili (tra cui le caldaie a gas), secondo i criteri e la scadenza previsti dalla Epbd. Questioni di lana caprina, insomma.
La seconda scadenza saltata, invece, ben più importante, è quella del 31 dicembre 2025, data entro cui doveva essere inviata a Bruxelles la bozza del Piano nazionale di ristrutturazione degli edifici (Nbrp - National building renovation plans). La bozza dovrebbe poi essere seguita dalla versione finale entro il 31 dicembre 2026. L’Italia non ha inviato il Piano né è chiaro quando questo verrà inviato. Anche altri grandi Paesi come Francia e Germania temporeggiano.
Nel luglio scorso, la legge di delegazione europea approvata dal Consiglio dei ministri non ha incluso la direttiva Epbd tra i testi da recepire, e a novembre il Parlamento ha respinto alcuni emendamenti che avrebbero inserito il recepimento nel disegno di legge.
Questa legge è il veicolo parlamentare solitamente utilizzato per delegare il governo a recepire le direttive. Lo stralcio esplicito della direttiva «Case green» significa che per il suo recepimento sarà necessario un disegno di legge ad hoc, cosa che può prolungare i tempi anche di molto. Ma del resto la ragione è piuttosto chiara. La direttiva tocca argomenti delicatissimi come la proprietà privata delle abitazioni, un tema molto sensibile nel nostro Paese.
Il recepimento della direttiva potrebbe essere anche frazionato in diverse norme parziali, a questo punto, con ulteriore allungamento dei tempi. Ma anche in Germania la direttiva viene recepita attraverso norme parziali e non con una legge ad hoc.
Può darsi che sia proprio questa la strategia del governo, cioè prendere tempo in attesa di capire come soffia il vento politico a Bruxelles, dove la maggioranza Ursula scricchiola, o annacquare le disposizioni.
Il recepimento della direttiva Epbd è affidato al ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, guidato da Gilberto Pichetto Fratin. La direttiva impone agli Stati una serie di obiettivi di miglioramento delle prestazioni energetiche scandite fino al 2050, con l’obbligo di intervenire prioritariamente sugli edifici oggi più inefficienti (quelli nelle classi energetiche più basse). Le stime sui costi di una ristrutturazione, secondo i criteri richiesti dalla direttiva, vanno dai 35.000 a 60.000 euro per unità immobiliare, con un impatto cumulato per i proprietari italiani di circa 267 miliardi di euro nei prossimi 20 anni.
A questo si aggiunge l’inasprimento di requisiti tecnici, con la revisione degli attestati di prestazione energetica, standard più severi per nuove costruzioni e ristrutturazioni rilevanti e l’introduzione progressiva degli edifici a emissioni zero. Una cornice che restringe ulteriormente la libertà progettuale e tecnologica, imponendo obblighi come l’integrazione del fotovoltaico anche in contesti in cui la fattibilità e la reale utilità sono come minimo discutibili.
Infine, la direttiva rafforza il monitoraggio dei consumi energetici e introduce nuova burocrazia come i cosiddetti «passaporti di ristrutturazione», presentati come supporto alla pianificazione. Nella sostanza, si tratta di un ulteriore livello di adempimenti, controllo e burocrazia che rischia di trasformare la gestione degli immobili in un inferno. Il solito groviglio made in Bruxelles dal quale c’è solo da sperare di restare immuni.
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La Commissione europea lancia la nuova Strategia antirazzista per il 2026: miliardi di euro per aumentare la sorveglianza digitale "contro l'odio", rieducare studenti e insegnanti, irreggimentare i media.
Papa Leone XIV. Nel riquadro, Kiko Argüello (Ansa)
Nato agli inizi degli anni Sessanta in Spagna, ad opera di due laici spagnoli, Kiko Argüello e Carmen Hernández con il sostegno dell’allora arcivescovo di Madrid, Casimiro Morcillo González, il Cammino si è diffuso in tutti i cinque Continenti ed è presente in più di 1.000 diocesi di 105 nazioni. Il carisma, la specificità, del Cammino neocatecumenale, è di non dare per scontata la fede; anzi di essere un percorso graduale di iniziazione alla fede e alla vita cristiana, che insegna ad incarnare la fede in ogni fatto e gesto della vita quotidiana, partendo proprio da eventi di dolore e sofferenza di fronte ai quali la ragione si perde e non ha parole di senso. Quando San Giovanni Paolo II lanciò il forte appello alla «nuova evangelizzazione», nel 1979, nello storico discorso tenuto a Nowa Huta, in Polonia, come risposta alla sfide del mondo sempre più secolarizzato, invitando a ripartire dall’annuncio pasquale della morte e Resurrezione di Gesù Cristo con un nuovo slancio missionario, il Cammino accolse l’appello e diede inizio a una stagione di missio ad gentes con presbiteri, laici e intere famiglie, itineranti in ogni angolo della Terra, dalla sperduta Siberia alla Terra del Fuoco. In particolare, le famiglie neocatecumenali hanno dato vita a una nuova, vera e propria implantatio ecllesiae, scegliendo di lasciare la propria città, per vivere in paesi stranieri, profondamente scristianizzati, come cellule vive di vita cristiana, nella certezza che «vedere la fede, invita alla fede».
Fu proprio papa Giovanni Paolo II a inviare in missione le prime famiglie, nel 1983, con il mandato che la Chiesa ha ricevuto dal suo stesso «fondatore»: «Andate e fate discepole tutte le genti, annunciando loro il Vangelo». A loro si è rivolto papa Leone, esprimendo il suo grazie: hanno lasciato «le sicurezze della vita ordinaria» e sono partite «con l’unico desiderio di annunciare il Vangelo ed essere testimoni dell’amore di Dio».
Negli stessi anni, cominciarono a nascere seminari per la «nuova evangelizzazione», a partire da Roma, sotto il titolo e la protezione della Redemptoris Mater. Ora se ne contano più di 100 in tutto il mondo. Un segno speciale della vitalità dell’esperienza neocatecumenale è proprio la presenza di numerose vocazioni alla vita sacerdotale, religiosa e consacrata, sia maschili che femminili, confermata anche dall’ultima chiamata vocazionale in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù di Tor Vergata: 130.000 giovani del Cammino, con 10.000 circa disposti a iniziare il percorso verso la definitiva consacrazione. In conclusione, papa Leone ha esortato a vivere in pienezza la comunione nella Chiesa: «La Chiesa vi accompagna, vi sostiene, vi è grata per ciò che fate, per il vostro impegno, per la vostra gioiosa testimonianza, per il servizio che svolgete nella Chiesa e nel mondo».
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