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2025-02-06
Pomodori, pere e kiwi. L’Ue ci vieta i pesticidi e spalanca le porte ai cibi chimici altrui
In attesa di sapere se Frans Timmermans ha truccato le carte a Bruxelles per imporre il Green deal una certezza c’è: i diktat verdi dell’Ue stanno mettendo in gravissima difficoltà produttori di ortofrutta italiani che sono i più forti del continente e ci fanno arrivare nel piatto insalate che grondano di chimica e macedonia che arriva dall’altro capo del mondo di dubbi a qualità. Come se portare arance dall’Africa o cipolle dal Vietnam non avesse un impatto ambientale. In ballo ci sono 17 miliardi di fatturato, la voce più importante della nostra produzione agricola. L’allarme arriva da Berlino dove è in corso Fruit logistica 2025, la più importante rassegna dedicata al settore. E sono due i temi in ballo: la diminuzione di produzione dovuta all’impossibilità di usare i fitofarmaci, la penetrazione sempre più forte di prodotto estero che non è soggetto alle stesse restrizioni e fa dumping sui prezzi. Un caso su tutti: il pomodoro cinese che gronda chimica ed è coltivato dagli Uiguri che vengono trattati come schiavi. È la questione mai risolta della reciprocità delle norme: quella che, per esempio, fa temere dagli agricoltori il Mercosur. A dirlo esplicitamente è il presidente di Fedagripesca Confcooperative Raffaele Drei che sostiene: o l’Europa dà il via libera agli agrofarmaci e sospende il Farm to Fork oppure saltiamo per aria lasciando il mercato e dunque i consumatori in balia di produttori che usano sostanze da noi vietate. «L’ortofrutta», sostiene Drei, «è la più esposta ai cambiamenti climatici. Per salvaguardare gli attuali livelli produttivi occorre una chiara inversione di tendenza rispetto al drastico calo delle sostanze attive autorizzate, indispensabili per la difesa delle colture. La limitazione dei principi autorizzati ha impedito ai nostri produttori di contrastare le diverse fitopatie che hanno colpito gli alberi da frutta. Tantissima produzione è andata persa». I numeri parlano chiaro: l’80% delle pere non si coltiva più (siamo passati da 800.000 tonnellate a poco più di 180.000 in otto anni), la produzione di kiwi – un prodotto strategico di cui l’Italia è leader mondiale – si è dimezzata. Drei ha sottomano uno studio di Areté che certifica: oggi in Italia si usano 300 sostanze, il 75% in meno di 30 anni fa e c’è stata in questo settore una fortissima innovazione, meno dell’1% degli agrofarmaci autorizzati prima del 2000 sono ancora in uso. L’Italia è il Paese che ha ridotto più di tutti la spesa per questi sostanze (meno 19% in dieci anni) ed è quello che ha meno residui al mondo sulle proprie produzioni.
Sempre Aretè rivela che sui prodotti importati ci sono residui dannosi superiori del 500% rispetto alle produzioni nazionali e che Francia e Germania hanno residui chimici dieci volte superiori a quelli che si trovano sui prodotti italiani. Perciò Drei insiste: «Se vogliamo difendere la competitività delle aziende e continuare a presidiare i mercati internazionali con quantitativi importanti di prodotto è necessaria una urgente moratoria di cinque anni sulle attuali revoche dei fitofarmaci. Altrimenti c’è il serio rischio di doverci abituare a vedere nei nostri piatti un bel numero di prodotti provenienti da altri continenti».
A conferma intervengono altri dati, quelli di Coldiretti secondo cui per la prima volta da 30 anni le esportazioni di fresco nel 2024 hanno raggiunto il valore record di 6,1 miliardi di euro (+9%) ma sono state superate dalle importazioni pari a 6,4 miliardi (+12%). Se si considerano le quantità, le importazioni di ortofrutta fresca hanno superato i 5 miliardi di chili (+14%) mentre le esportazioni sono ferme a 3,6 miliardi, in calo rispetto all’anno precedente. Il presidente di Coldiretti, Ettore Prandini, sottolinea: «Abbiamo raggiunto i 12,5 miliardi di export ortofrutticolo tra fresco e trasformato, ma paradossalmente il problema è produrre di più le singole colture, ancora prima che vendere. E poi c’è il sostegno del prezzo e la necessità di difendersi dalle importazioni per cui non valgono le regole di reciprocità. Nel 2024 si sono avuti 165 allarmi su l’ortofrutta arrivata in Italia (più 61% in un anno). È la conferma che in molti Paesi, dall’Africa al Sudamerica fino all’Asia, si usano di pesticidi pericolosi e banditi nell’Ue, ma anche in Europa bisogna armonizzare i fitosanitari tra i vari paesi. Le regole attuali sono inadeguate a garantire agli agricoltori italiani parità rispetto agli altri».
Il Green deal ci mette in tavola prodotti più scadenti e «uccide» la nostra economia: negli ultimi cinque anni si è avuta una drastica riduzione delle superfici coltivate (lo rivela la Confagricoltura): -23% per le pere, -11% per le pesche, -8% per le nettarine, -7% per le albicocche, e -6% per kiwi e susine. L’ideologia verde di Timmermans e di Ursula von der Leyen agevola prodotti che fanno dumping ai nostri con una insostenibile caduta dei prezzi e mettiamo a rischio 300.000 aziende e 440.000 posti di lavoro: il 40% del totale in agricoltura. Una macedonia davvero indigesta quella europea.
Buttiamo 372 euro di alimenti a testa
D’accordo c’è sempre la massima di Trilussa – il pollo diviso in due per cui uno mangia e l’altro no anche se per la statistica sono entrambi sazi – tuttavia chi si lamenta dell’inflazione o del carrello della spesa sempre più caro dovrebbe cominciare a pensare che in media buttiamo nella spazzatura 372 euro a testa, 22 miliardi all’anno pari a 8,2 milioni di tonnellate di cibo. Non siamo i più spreconi, ma ce la caviamo bene. Più di noi buttano via la Germania (10,8 milioni di tonnellate) e i francesi (9,5 milioni), ma se si fa la classifica pro-capite si scopre - come ha fatto il centro studi Divulga basandosi su dati Fao – che sono ciprioti con 294 chili a testa, danesi con 254 chili per abitante e greci con 193 chili pro-capite i recordman della spazzatura anche se noi siamo undicesimi e comunque sopra alla media europea. Questi dati fanno pensare che la giornata contro lo spreco alimentare – si è celebrata ieri – dovrebbe diventare un’emergenza continentale (l’Europa butta via generi alimentari per 145 miliardi, il 10% del cibo disponibile con una perdita pro-capite di 345 euro all’anno) e mondiale – il cibo sprecato potrebbe sfamare 1,26 miliardi di persone - se si tiene conto della malnutrizione, del fatto che ci sono almeno 900 milioni di uomini che non hanno accesso al cibo, ma anche dell’emergenza alimentare che ormai è presente in Occidente guardando alle file sempre più lunghe davanti alle mense che offrono pasti nelle nostre città. Il rapporto di Divulga è insieme un atto d’accusa, un campanello d’allarme e una fotografia delle nostre cattive abitudini.
Gli italiani sono i più spreconi tra le mura domestiche: il 76% di cibo perso, pari a 15,8 miliardi, se ne va in famiglia; il rimanente 24% si suddivide tra commercio e distribuzione (8% pari a 1,7 miliardi), ristorazione (6% pari a 1,3 miliardi), produzione primaria (6% per un ammontare complessivo di 1,1 miliardi) e industria alimentare (5% pari a 965 milioni). Nella spazzatura buttiamo soprattutto frutta (33%) e verdura (20%). Limitatissimo è lo spreco di alimenti proteici (latte, formaggi, carne e pesce) che sono solo l’8% di ciò che buttiamo mentre i cereali - soprattutto pane - sono comunque la seconda merce più sprecata (23%). È straordinario constatare come l’Europa sempre così attenta alla sostenibilità non si sia minimamente posta il problema dello spreco alimentare forse perché a Bruxelles la lobby della grande distribuzione - segnatamente tedesca e francese: quella che difende l’etichetta a semaforo, il Nutriscore così amato dalle multinazionali del cibo - conta molto e gli appelli a ridurre il carrello della spesa e a riempirlo con oculata intelligenza non piacciono troppo, né fanno parte delle misure green. Invece l’impatto sull’ambiente è considerevole. Il contenimento dello spreco alimentare potrebbe contribuire a ridurre del 10% le emissioni globali. Le emissioni europee riconducibili allo spreco raggiungono quasi 163 milioni di tonnellate di anidride carbonica (CO2), corrispondenti a 0,36 kg a persona.
L’Italia fa peggio con 0,38 chili a testa, però – come sottolinea Coldiretti – il ritorno della bottega tradizionale, soprattutto la spesa diretta dagli agricoltori come nei mercati di Campagna amica, il cambiamento dello stile di consumo (non c’è più la spesa per tutta la settima, dato confermato dalla grande distribuzione che ha visto diminuire l’importo dello scontrino medio) possono portare alla riduzione dello spreco alimentare con un vantaggio sui prezzi per il consumatore e un aumento della remunerazione degli agricoltori.
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I diktat sui fitofarmaci mettono a rischio l’ortofrutta italiana. Siamo invasi da prodotti impregnati da sostanze da noi proibite.Germania e Francia sprecano più di noi. In testa alla classifica ciprioti e danesi. Finiscono nella spazzatura soprattutto frutta, verdura e pane. Poca carne e pesce.Lo speciale contiene due articoli.In attesa di sapere se Frans Timmermans ha truccato le carte a Bruxelles per imporre il Green deal una certezza c’è: i diktat verdi dell’Ue stanno mettendo in gravissima difficoltà produttori di ortofrutta italiani che sono i più forti del continente e ci fanno arrivare nel piatto insalate che grondano di chimica e macedonia che arriva dall’altro capo del mondo di dubbi a qualità. Come se portare arance dall’Africa o cipolle dal Vietnam non avesse un impatto ambientale. In ballo ci sono 17 miliardi di fatturato, la voce più importante della nostra produzione agricola. L’allarme arriva da Berlino dove è in corso Fruit logistica 2025, la più importante rassegna dedicata al settore. E sono due i temi in ballo: la diminuzione di produzione dovuta all’impossibilità di usare i fitofarmaci, la penetrazione sempre più forte di prodotto estero che non è soggetto alle stesse restrizioni e fa dumping sui prezzi. Un caso su tutti: il pomodoro cinese che gronda chimica ed è coltivato dagli Uiguri che vengono trattati come schiavi. È la questione mai risolta della reciprocità delle norme: quella che, per esempio, fa temere dagli agricoltori il Mercosur. A dirlo esplicitamente è il presidente di Fedagripesca Confcooperative Raffaele Drei che sostiene: o l’Europa dà il via libera agli agrofarmaci e sospende il Farm to Fork oppure saltiamo per aria lasciando il mercato e dunque i consumatori in balia di produttori che usano sostanze da noi vietate. «L’ortofrutta», sostiene Drei, «è la più esposta ai cambiamenti climatici. Per salvaguardare gli attuali livelli produttivi occorre una chiara inversione di tendenza rispetto al drastico calo delle sostanze attive autorizzate, indispensabili per la difesa delle colture. La limitazione dei principi autorizzati ha impedito ai nostri produttori di contrastare le diverse fitopatie che hanno colpito gli alberi da frutta. Tantissima produzione è andata persa». I numeri parlano chiaro: l’80% delle pere non si coltiva più (siamo passati da 800.000 tonnellate a poco più di 180.000 in otto anni), la produzione di kiwi – un prodotto strategico di cui l’Italia è leader mondiale – si è dimezzata. Drei ha sottomano uno studio di Areté che certifica: oggi in Italia si usano 300 sostanze, il 75% in meno di 30 anni fa e c’è stata in questo settore una fortissima innovazione, meno dell’1% degli agrofarmaci autorizzati prima del 2000 sono ancora in uso. L’Italia è il Paese che ha ridotto più di tutti la spesa per questi sostanze (meno 19% in dieci anni) ed è quello che ha meno residui al mondo sulle proprie produzioni. Sempre Aretè rivela che sui prodotti importati ci sono residui dannosi superiori del 500% rispetto alle produzioni nazionali e che Francia e Germania hanno residui chimici dieci volte superiori a quelli che si trovano sui prodotti italiani. Perciò Drei insiste: «Se vogliamo difendere la competitività delle aziende e continuare a presidiare i mercati internazionali con quantitativi importanti di prodotto è necessaria una urgente moratoria di cinque anni sulle attuali revoche dei fitofarmaci. Altrimenti c’è il serio rischio di doverci abituare a vedere nei nostri piatti un bel numero di prodotti provenienti da altri continenti». A conferma intervengono altri dati, quelli di Coldiretti secondo cui per la prima volta da 30 anni le esportazioni di fresco nel 2024 hanno raggiunto il valore record di 6,1 miliardi di euro (+9%) ma sono state superate dalle importazioni pari a 6,4 miliardi (+12%). Se si considerano le quantità, le importazioni di ortofrutta fresca hanno superato i 5 miliardi di chili (+14%) mentre le esportazioni sono ferme a 3,6 miliardi, in calo rispetto all’anno precedente. Il presidente di Coldiretti, Ettore Prandini, sottolinea: «Abbiamo raggiunto i 12,5 miliardi di export ortofrutticolo tra fresco e trasformato, ma paradossalmente il problema è produrre di più le singole colture, ancora prima che vendere. E poi c’è il sostegno del prezzo e la necessità di difendersi dalle importazioni per cui non valgono le regole di reciprocità. Nel 2024 si sono avuti 165 allarmi su l’ortofrutta arrivata in Italia (più 61% in un anno). È la conferma che in molti Paesi, dall’Africa al Sudamerica fino all’Asia, si usano di pesticidi pericolosi e banditi nell’Ue, ma anche in Europa bisogna armonizzare i fitosanitari tra i vari paesi. Le regole attuali sono inadeguate a garantire agli agricoltori italiani parità rispetto agli altri». Il Green deal ci mette in tavola prodotti più scadenti e «uccide» la nostra economia: negli ultimi cinque anni si è avuta una drastica riduzione delle superfici coltivate (lo rivela la Confagricoltura): -23% per le pere, -11% per le pesche, -8% per le nettarine, -7% per le albicocche, e -6% per kiwi e susine. L’ideologia verde di Timmermans e di Ursula von der Leyen agevola prodotti che fanno dumping ai nostri con una insostenibile caduta dei prezzi e mettiamo a rischio 300.000 aziende e 440.000 posti di lavoro: il 40% del totale in agricoltura. Una macedonia davvero indigesta quella europea.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ue-pesticidi-divieto-2671107056.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="buttiamo-372-euro-di-alimenti-a-testa" data-post-id="2671107056" data-published-at="1738834989" data-use-pagination="False"> Buttiamo 372 euro di alimenti a testa D’accordo c’è sempre la massima di Trilussa – il pollo diviso in due per cui uno mangia e l’altro no anche se per la statistica sono entrambi sazi – tuttavia chi si lamenta dell’inflazione o del carrello della spesa sempre più caro dovrebbe cominciare a pensare che in media buttiamo nella spazzatura 372 euro a testa, 22 miliardi all’anno pari a 8,2 milioni di tonnellate di cibo. Non siamo i più spreconi, ma ce la caviamo bene. Più di noi buttano via la Germania (10,8 milioni di tonnellate) e i francesi (9,5 milioni), ma se si fa la classifica pro-capite si scopre - come ha fatto il centro studi Divulga basandosi su dati Fao – che sono ciprioti con 294 chili a testa, danesi con 254 chili per abitante e greci con 193 chili pro-capite i recordman della spazzatura anche se noi siamo undicesimi e comunque sopra alla media europea. Questi dati fanno pensare che la giornata contro lo spreco alimentare – si è celebrata ieri – dovrebbe diventare un’emergenza continentale (l’Europa butta via generi alimentari per 145 miliardi, il 10% del cibo disponibile con una perdita pro-capite di 345 euro all’anno) e mondiale – il cibo sprecato potrebbe sfamare 1,26 miliardi di persone - se si tiene conto della malnutrizione, del fatto che ci sono almeno 900 milioni di uomini che non hanno accesso al cibo, ma anche dell’emergenza alimentare che ormai è presente in Occidente guardando alle file sempre più lunghe davanti alle mense che offrono pasti nelle nostre città. Il rapporto di Divulga è insieme un atto d’accusa, un campanello d’allarme e una fotografia delle nostre cattive abitudini. Gli italiani sono i più spreconi tra le mura domestiche: il 76% di cibo perso, pari a 15,8 miliardi, se ne va in famiglia; il rimanente 24% si suddivide tra commercio e distribuzione (8% pari a 1,7 miliardi), ristorazione (6% pari a 1,3 miliardi), produzione primaria (6% per un ammontare complessivo di 1,1 miliardi) e industria alimentare (5% pari a 965 milioni). Nella spazzatura buttiamo soprattutto frutta (33%) e verdura (20%). Limitatissimo è lo spreco di alimenti proteici (latte, formaggi, carne e pesce) che sono solo l’8% di ciò che buttiamo mentre i cereali - soprattutto pane - sono comunque la seconda merce più sprecata (23%). È straordinario constatare come l’Europa sempre così attenta alla sostenibilità non si sia minimamente posta il problema dello spreco alimentare forse perché a Bruxelles la lobby della grande distribuzione - segnatamente tedesca e francese: quella che difende l’etichetta a semaforo, il Nutriscore così amato dalle multinazionali del cibo - conta molto e gli appelli a ridurre il carrello della spesa e a riempirlo con oculata intelligenza non piacciono troppo, né fanno parte delle misure green. Invece l’impatto sull’ambiente è considerevole. Il contenimento dello spreco alimentare potrebbe contribuire a ridurre del 10% le emissioni globali. Le emissioni europee riconducibili allo spreco raggiungono quasi 163 milioni di tonnellate di anidride carbonica (CO2), corrispondenti a 0,36 kg a persona. L’Italia fa peggio con 0,38 chili a testa, però – come sottolinea Coldiretti – il ritorno della bottega tradizionale, soprattutto la spesa diretta dagli agricoltori come nei mercati di Campagna amica, il cambiamento dello stile di consumo (non c’è più la spesa per tutta la settima, dato confermato dalla grande distribuzione che ha visto diminuire l’importo dello scontrino medio) possono portare alla riduzione dello spreco alimentare con un vantaggio sui prezzi per il consumatore e un aumento della remunerazione degli agricoltori.
«Quando ci si adopera per una cura adeguata della nostra Casa comune e di tutti, deve essere considerato un approccio integrale», scrivono i cardinali Michael Czerny e Kevin Joseph Farrell - prefetti rispettivamente dei due citati dicasteri - nell’introduzione al testo dove, peraltro, non manca una citazione di papa Benedetto XVI.
Certo, ci sono pure vari richiami a papa Francesco, com’è inevitabile avendo egli dedicato all’ecologia un’intera enciclica, la Laudato si' (2015). Tuttavia, il testo è del tutto coerente con la linea di papa Leone XIV, il quale, pur citando spesso papa Bergoglio, guida ora la Chiesa su acque dottrinalmente ben più tranquille. Prova ne è il fatto che L’ecologia integrale nella vita della famiglia non si limita, si potrebbe ironizzare, a invitare a fare la raccolta differenziata, ma dedica più passaggi a richiamare il ruolo stesso di quella che, per i cattolici, è la cellula fondamentale della società. Il documento infatti non parla genericamente di famiglia, ma lo fa sempre in riferimento al sacramento matrimoniale; non è un caso che il termine «matrimonio» ricorra ben dieci volte.
A tal proposito, sovvengono le parole di papa Prevost, che nell’omelia in occasione della Messa per il giubileo delle Famiglie, nelle prime settimane del suo pontificato, aveva precisato, esprimendo una linea cristallina, che «il matrimonio non è un ideale ma il canone del vero amore». Non stupisce, allora, che nelle pagine del documento appena pubblicato la famiglia fondata sul sacramento del matrimonio sia richiamata così spesso. Ma c’è più. In un testo che si presenta come di «ecologia integrale», con cioè una prospettiva che si prende cura del creato nel suo insieme, traspare con forza l’idea che non esista cura dell’ambiente senza quella dell’uomo, tanto che viene sottolineata con forza la necessità di far «rispettare la vita umana dal concepimento alla morte naturale dicendo no all’aborto, all’eutanasia, alla maternità surrogata e alle tecniche di fecondazione assistita e alla loro promozione» (p. 34).
Poco prima, anche una condanna all’ideologia antinatalista: «Oggi c’è la tendenza a considerare la crescita demografica come la principale minaccia per l’umanità» (p. 29). A seguire, un ammonimento ai governi che «operano attivamente per la diffusione dell’aborto, promuovendo talvolta l’adozione della pratica della sterilizzazione» e impongono «un forte controllo delle nascite» (p. 30).
Anche le proposte educative alle giovani generazioni, sia pure calibrate sul tema ambientale, sposano sempre un’antropologia cristiana. Così, nelle pagine dedicate all’istruzione, troviamo sì riferimenti all’importanza di «chiedere alla scuola di aggiornare le proprie attività e manuali didattici in materia di ecologia» e a quella di «educare a non sprecare il cibo» (p. 58); ma quest’ultimo impegno arriva comunque dopo l’esortazione a «parlare in maniera adeguata all’età della necessità di proteggere la vita umana da aborto, maternità surrogata ed eutanasia» (p. 57). Il solco tra l’ecologia integrale cristiana e l’ambientalismo caro al mainstream è davvero lampante.
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Il professor Pier Luigi Petrillo ha dato l’anima per questo traguardo. Ieri 27 aprile s’è scoperto grazie alla mobilitazione della Coldiretti - ha portato al passo del Brennero 10.000 agricoltori - che alcuni piatti simbolo di questa cucina sono fatti con ingredienti che d’italiano hanno solo l’etichetta. Una rivelazione scioccante riguarda le mozzarelle campane della serie «tu vulive a pizza c’ha mozzarella e a pummarola in coppa e niente chiù». Secondo l’analisi di Coldiretti e Centro Studi Divulga su dati del ministero della Salute, «l’Italia ha importato nel 2025 circa 1,5 milioni di quintali di cagliate su un totale di 6,4 milioni di quintali di formaggi che arrivano nel nostro Paese (+9% rispetto al 2024)». Passano quasi tutti dal Brennero e «oltre la metà delle cagliate importate finiscono a Napoli (306.000 quintali) a Benevento (183.000 quintali), Campobasso (134.000) e Salerno (92.000)». Due terzi delle cagliate tedesche e polacche sono lavorate al Sud con la Campania che ne assorbe il 46,7%. Ieri al Brennero – Coldiretti aveva il supporto della Guardia di Finanza - hanno scoperto i «Tir dell’orrore». Correva il 9 gennaio 2026 quando sempre il ministro Francesco Lollobrigida annunciava che contrariamente a quanto sostenuto per anni l’Italia diceva sì al Mercosur - il trattato commerciale col Sud America – perché si erano ottenute da Ursula von der Leyen stringenti garanzie sulle clausole di reciprocità, sull’applicazione dell’etichetta d’origine e sullo stabilire in Italia l’autorità doganale europea visto che nessuno si fida dei controlli che fanno gli olandesi. La dogana europea ora sta Lille in Francia che ha detto no al Mercosur. Ursula forse s’è distratta. Al Brennero sono saltati fuori kiwi cileni (l’Italia è il primo produttore al mondo di questi frutti avendo superato anche la Nuova Zelanda) fettine di pollo sudamericano che diventano crocchette italiane, carciofi egiziani, lavorati e venduti come sottaceto italiani, arance sudafricane che diventano succhi di frutta italiani, grano canadese trasformato in pasta italiana. Tutta roba che passa da Rotterdam mentre i nostri partner europei ci danno le cosce di maiale fresche – sono le più «spacciate» al Brennero - che arrivano dalla Germania, dall’Olanda, dalla Danimarca, dalla Francia e diventano prosciutti italiani, così come tonnellate di miele tedesco, centinaia di migliaia di litri di latte francese e polacco e le mozzarelle tedesche già confezionate col tricolore. Un danno enorme alla nostra agricoltura, ma anche alla nostra reputazione commerciale dovuto al codice doganale europeo che consente di etichettare come italiano il prodotto che subisce in Italia anche solo il confezionamento.
«Al centro della mobilitazione che da mesi ha coinvolto almeno 100.000 agricoltori e ha la sua tappa finale qui al Brennero», spiega il segretario generale di Coldiretti Vincenzo Gesmundo, «c’è la battaglia per la revisione della normativa sull’ultima trasformazione che penalizza il lavoro agricolo nazionale e altera profondamente la trasparenza del mercato. E poi vogliamo l’etichetta di origine». Ettore Prandini, che di Coldiretti è il presidente, ribadisce: «L’agroalimentare rappresenta una filiera strategica per il Paese, che vale 707 miliardi di euro e garantisce 4 milioni di posti di lavoro, assistiamo a meccanismi che alterano la concorrenza, comprimono il reddito degli agricoltori e compromettono l’immagine del vero Made in Italy. Vogliamo un intervento europeo immediato. A partire da tre elementi: la sicurezza alimentare, la salute dei consumatori, il reddito degli agricoltori». E giovedì in Coldiretti si replica. A Roma si parla di cibo e salute con il commissario europeo Olivér Várhelyi.
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Matteo Salvini e coniugi Trevaillon (Ansa)
Dopo un colloquio di un’ora nel Municipio dove ha incontrato il sindaco Giuseppe Masciulli, Salvini si è recato nella casa nel bosco dove tutto ha avuto inizio. E dove, dopo la scadenza del contratto con il B&B che la ospitava, la coppia ha fatto ritorno proprio in questi giorni. Ma senza figli. «Ci sono i pannelli solari, il bosco, il fiume, le piante, l’asino. È stato chiesto loro di sistemare casa, fatto. La questione sanitaria, c’è il pediatra, le vaccinazioni, fatto. Sistemate le domande educative, c’è l’insegnante pronta. Non capisco cosa si deve aspettare!», ha detto ancora Salvini. «Io sono sicuro che tutti hanno agito in buona fede ma probabilmente qualcuno ha sbagliato valutazione», ha proseguito riferendosi alla decisione del tribunale per i minorenni dell’Aquila dello scorso 20 novembre con cui aveva sospeso la responsabilità genitoriale della coppia sui tre figli. E all’odissea che ne è seguita. Come l’allontanamento di mamma Catherine dalla casa famiglia deciso lo scorso 6 marzo, in quanto ritenuta un possibile ostacolo al percorso educativo dei minori.
Da allora gli incontri sono stati limitati al massimo. Solo negli ultimi giorni è arrivata la concessione di una videochiamata, forse un piccolo segnale di riavvicinamento, mentre per un incontro in presenza si dovranno attendere ulteriori sviluppi nel percorso stabilito dal tribunale. Che ancora non è chiaro. Come ha sottolineato il sindaco, che ha puntato il dito contro l’assenza di un programma che faccia intravedere un esito finale positivo della vicenda. Una lacuna inaccettabile, spiega, a cinque mesi dall’ordinanza e dopo la soluzione di gran parte delle criticità. Anche perché la gestione dell’intera vicenda è costata al Comune di 850 abitanti già 50.000 euro. Una spesa che, in assenza di un percorso definito, potrebbe raddoppiare.
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Ecco #DimmiLaVerità del 28 aprile 2026. Il nostro Alessandro Da Rold ci spiega perché giovedì sarà il giorno cruciale per l'inchiesta su Rocchi e gli arbitri.