2026-01-24
È sempre la solita Ue. Una vagonata di soldi per combattere (quasi) tutti i razzismi
Il palazzo della Commissione europea (iStock). Nel riquadro, La copertina del piano strategico antirazzista Ue
Lo conferma la nuova strategia antirazzismo Europa appena adottata dalla Commissione Ue che si propone di creare «un’Europa libera dal razzismo, in cui le persone possano prosperare, partecipare pienamente alla società e contribuire alla sua stabilità e prosperità». Come spiega il comunicato ufficiale, l’Ue farà di tutto per opporsi a quello che definisce «razzismo strutturale» (cosa di cui è già piuttosto difficile provare l’esistenza). A tale fine il quadro legislativo «per contrastare l’incitamento all’odio e i reati generati dall’odio sarà rafforzato, in particolare conferendo potere alle persone, garantendo i diritti delle vittime attraverso la legislazione vigente dell’Ue, come la direttiva sui diritti delle vittime, e prendendo in considerazione l’armonizzazione delle definizioni di reati generati dall’odio online, nel pieno rispetto della libertà di espressione. La strategia sosterrà inoltre gli organismi per la parità negli Stati membri affinché svolgano il loro lavoro essenziale, garantendo il rispetto delle norme». Al solito, dietro i toni pomposi si cela la brama autoritaria. Da anni, la presunta lotta contro l’odio e l’attenzione ai reati ad esso connessi (i cosiddetti hate crimes) è la principale scusa utilizzata per controllare, sorvegliare e censurare. Attività che la Commissione Ue sembra voler implementare. «Proteggere le persone dai crimini d’odio e dall’incitamento all’odio è al centro dell’agenda antirazzismo dell’Ue», si legge nel documento illustrativo della strategia antirazzista. «La Commissione incoraggia gli Stati membri a migliorare la raccolta di dati sui crimini d’odio e ad ampliare la formazione per le autorità giudiziarie e di polizia sui reati d’odio, compresi i pregiudizi razziali. Per rafforzare il quadro di diritto penale dell’Ue contro i reati d’odio, la Commissione ha proposto una decisione del Consiglio che aggiunge i discorsi d’odio e i crimini d’odio all’elenco dei “reati dell’Ue”. Questa decisione consentirebbe alla Commissione, in una seconda fase, di rafforzare il quadro giuridico per contrastare l’incitamento all’odio e i crimini d’odio. [...]. La Commissione sta inoltre contribuendo a migliorare le risposte agli episodi di crimini d’odio e incitamento all’odio, sostenendo le autorità degli Stati membri responsabili della salvaguardia degli spazi pubblici, compresi i luoghi di culto, in linea con la strategia di sicurezza interna dell’Ue per la protezione dell’Ue».
Chiaro no? Bisogna perseguire con più forza non solo i crimini di odio, ma pure l’incitamento all’odio. Tradotto: più sorveglianza, più controllo delle opinioni, più restrizioni alla libertà di pensiero. Particolare attenzione, non a caso, sarà data ai crimini di odio commessi online. «Il Digital Services Act (Dsa) impone ai servizi digitali di contrastare i contenuti illegali e salvaguardare i diritti fondamentali», leggiamo. «La Commissione continuerà a monitorare e far rispettare il Dsa e, insieme al Digital Services Board e alle parti interessate, monitorerà e sosterrà regolarmente l’attuazione del Codice di condotta volontario per contrastare l’illecito incitamento all’odio online». Niente male: bisogna essere spietati verso chi scrive cattiverie online. Alla repressione si aggiunge ovviamente la rieducazione: studenti, lavoratori e giornalisti saranno destinatari di numerose iniziative «formative» per contrastare il razzismo. Si legge nella strategia antirazzista che «nell’ambito del Piano d’azione per l’istruzione digitale, le Linee guida aggiornate per insegnanti ed educatori sulla lotta alla disinformazione e la promozione dell’alfabetizzazione digitale forniranno indicazioni pratiche su come promuovere al meglio la tolleranza e l’inclusione nel mondo online. La Commissione continuerà inoltre a promuovere la resilienza della società attraverso azioni di sostegno all’alfabetizzazione mediatica e collaborando con i firmatari del Codice di condotta sulla disinformazione per migliorarne l’attuazione e ridurre la diffusione della disinformazione virale, anche in relazione al razzismo e all’odio online». E dato che anche il «ruolo dei media è fondamentale nel plasmare la rappresentazione delle persone che potrebbero essere colpite dal razzismo», la Commissione Ue «organizzerà un ciclo di seminari dedicati alla lotta al razzismo nei media, compresi i social media, riunendo giornalisti, organizzazioni della società civile e rappresentanti delle comunità colpite dal razzismo. La Commissione lancerà inoltre una campagna di comunicazione a livello dell’Ue sull’Unione per l’uguaglianza per coinvolgere il pubblico, promuovere l’inclusione e combattere la discriminazione».
Ma non sono soltanto studenti, insegnanti e cronisti a doversi mobilitare: «Gli sforzi antirazzisti saranno ancora più radicati nella vita di tutti i giorni, in tutta la società. Sarà lanciata una campagna a livello dell’Ue sull’uguaglianza per sensibilizzare e coinvolgere i cittadini di tutta l’Ue al fine di promuovere l’inclusione. Le iniziative in corso contribuiranno a garantire la parità di accesso in settori chiave quali l’istruzione, l’occupazione, l’alloggio e l’assistenza sanitaria. Ad esempio, la Commissione sosterrà gli Stati membri nell’eliminare i pregiudizi nelle pratiche sanitarie e nel migliorare l’accesso alle opportunità di lavoro. Condurrà inoltre uno studio per valutare i rischi e le soluzioni in termini di alloggi per i gruppi più vulnerabili. La strategia contribuirà inoltre a migliorare la raccolta, l’analisi e l’uso dei dati sull’uguaglianza, in linea con i quadri legislativi nazionali, al fine di comprendere e affrontare meglio la discriminazione».
Sarà combattuta, pensate un po’, persino la discriminazione causata dall’intelligenza artificiale: «L’applicazione della direttiva sull’uguaglianza razziale sarà valutata nella quarta relazione che sarà pubblicata nel 2026. La relazione si concentrerà in particolare sull’applicazione e sull’applicazione degli strumenti di Ia laddove possano causare discriminazioni basate su algoritmi».
Per tutti questi nobili scopi verrà ovviamente spesa una montagna di soldi. Leggiamo, tra le altre cose, che «la Commissione si impegna a sostenere le organizzazioni della società civile, l’attivismo di base e la sensibilizzazione contro il razzismo, soprattutto perché i loro finanziamenti sono sempre più ridotti. Ciò avviene principalmente attraverso il programma Cerv. [...] Nell’ambito del nuovo programma AgoraEe, la Commissione ha proposto un bilancio di 3,6 miliardi di euro per la componente Democrazia, Cittadinanza, Uguaglianza, Diritti e Valori (Cerv+), più che raddoppiando il bilancio del programma Cerv». Davvero meraviglioso.
Intendiamoci: non c’è nulla di male nell’intenzione di contrastare discriminazioni e violenze. Il punto è che l’Ue dimostra di avere una strana idea delle discriminazioni. Meglio: sembra ritenete che esistano forme di razzismo che vanno eliminate e altre di cui ci si può allegramente disinteressare. «La strategia antirazzismo dell’Ue 2026-2030», leggiamo nel documento, «mira a combattere tutte le forme di razzismo, compresi il razzismo antinero, l’antiziganismo, l’antisemitismo, il razzismo antiasiatico e l’odio antimusulmano. A tal fine, la Commissione sosterrà gli Stati membri nell’attuazione delle loro politiche, misure e piani nazionali e adotterà misure laddove le leggi antidiscriminazione non siano rispettate». Notate qualcosa? Praticamente vengono elencate tutte le forme di odio tranne quella nei riguardi dei cristiani europei. Anzi, viene da dire che il documento della Commissione Ue dipinga indirettamente gli europei autoctoni come razzisti e odiatori. Se le vittime di odio sono musulmane, africane e asiatiche, beh, significa che qualcuno le odia e quel qualcuno non può che essere bianco europeo. Si potrebbe anche rilevare che la lotta all’antisemitismo e la lotta all’islamofobia si escludano l’una con l’altra, ma non vale la pena di perdere tempo con la logica. È evidente che siamo di fronte a un delirio ideologico senza speranza. E potremmo persino riderne se non fosse che questo orrore ci costerà un mucchio di soldi e limiterà ulteriormente la libera espressione.
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Riduci
L’Europa lancia l’ennesima stretta alle libertà spacciata per lotta alle discriminazioni. Ma si scorda dei bianchi e cristiani vessati.È piacevole e rassicurante avere delle certezze. E se oggi abbiamo una certezza granitica è che - a prescindere da quanto accade nel mondo, dagli orientamenti politici delle nazioni e dalle sensibilità dei cittadini - l’Unione europea continuerà ad agire come un organismo promotore della distopia a ogni livello.Lo conferma la nuova strategia antirazzismo Europa appena adottata dalla Commissione Ue che si propone di creare «un’Europa libera dal razzismo, in cui le persone possano prosperare, partecipare pienamente alla società e contribuire alla sua stabilità e prosperità». Come spiega il comunicato ufficiale, l’Ue farà di tutto per opporsi a quello che definisce «razzismo strutturale» (cosa di cui è già piuttosto difficile provare l’esistenza). A tale fine il quadro legislativo «per contrastare l’incitamento all’odio e i reati generati dall’odio sarà rafforzato, in particolare conferendo potere alle persone, garantendo i diritti delle vittime attraverso la legislazione vigente dell’Ue, come la direttiva sui diritti delle vittime, e prendendo in considerazione l’armonizzazione delle definizioni di reati generati dall’odio online, nel pieno rispetto della libertà di espressione. La strategia sosterrà inoltre gli organismi per la parità negli Stati membri affinché svolgano il loro lavoro essenziale, garantendo il rispetto delle norme». Al solito, dietro i toni pomposi si cela la brama autoritaria. Da anni, la presunta lotta contro l’odio e l’attenzione ai reati ad esso connessi (i cosiddetti hate crimes) è la principale scusa utilizzata per controllare, sorvegliare e censurare. Attività che la Commissione Ue sembra voler implementare. «Proteggere le persone dai crimini d’odio e dall’incitamento all’odio è al centro dell’agenda antirazzismo dell’Ue», si legge nel documento illustrativo della strategia antirazzista. «La Commissione incoraggia gli Stati membri a migliorare la raccolta di dati sui crimini d’odio e ad ampliare la formazione per le autorità giudiziarie e di polizia sui reati d’odio, compresi i pregiudizi razziali. Per rafforzare il quadro di diritto penale dell’Ue contro i reati d’odio, la Commissione ha proposto una decisione del Consiglio che aggiunge i discorsi d’odio e i crimini d’odio all’elenco dei “reati dell’Ue”. Questa decisione consentirebbe alla Commissione, in una seconda fase, di rafforzare il quadro giuridico per contrastare l’incitamento all’odio e i crimini d’odio. [...]. La Commissione sta inoltre contribuendo a migliorare le risposte agli episodi di crimini d’odio e incitamento all’odio, sostenendo le autorità degli Stati membri responsabili della salvaguardia degli spazi pubblici, compresi i luoghi di culto, in linea con la strategia di sicurezza interna dell’Ue per la protezione dell’Ue». Chiaro no? Bisogna perseguire con più forza non solo i crimini di odio, ma pure l’incitamento all’odio. Tradotto: più sorveglianza, più controllo delle opinioni, più restrizioni alla libertà di pensiero. Particolare attenzione, non a caso, sarà data ai crimini di odio commessi online. «Il Digital Services Act (Dsa) impone ai servizi digitali di contrastare i contenuti illegali e salvaguardare i diritti fondamentali», leggiamo. «La Commissione continuerà a monitorare e far rispettare il Dsa e, insieme al Digital Services Board e alle parti interessate, monitorerà e sosterrà regolarmente l’attuazione del Codice di condotta volontario per contrastare l’illecito incitamento all’odio online». Niente male: bisogna essere spietati verso chi scrive cattiverie online. Alla repressione si aggiunge ovviamente la rieducazione: studenti, lavoratori e giornalisti saranno destinatari di numerose iniziative «formative» per contrastare il razzismo. Si legge nella strategia antirazzista che «nell’ambito del Piano d’azione per l’istruzione digitale, le Linee guida aggiornate per insegnanti ed educatori sulla lotta alla disinformazione e la promozione dell’alfabetizzazione digitale forniranno indicazioni pratiche su come promuovere al meglio la tolleranza e l’inclusione nel mondo online. La Commissione continuerà inoltre a promuovere la resilienza della società attraverso azioni di sostegno all’alfabetizzazione mediatica e collaborando con i firmatari del Codice di condotta sulla disinformazione per migliorarne l’attuazione e ridurre la diffusione della disinformazione virale, anche in relazione al razzismo e all’odio online». E dato che anche il «ruolo dei media è fondamentale nel plasmare la rappresentazione delle persone che potrebbero essere colpite dal razzismo», la Commissione Ue «organizzerà un ciclo di seminari dedicati alla lotta al razzismo nei media, compresi i social media, riunendo giornalisti, organizzazioni della società civile e rappresentanti delle comunità colpite dal razzismo. La Commissione lancerà inoltre una campagna di comunicazione a livello dell’Ue sull’Unione per l’uguaglianza per coinvolgere il pubblico, promuovere l’inclusione e combattere la discriminazione». Ma non sono soltanto studenti, insegnanti e cronisti a doversi mobilitare: «Gli sforzi antirazzisti saranno ancora più radicati nella vita di tutti i giorni, in tutta la società. Sarà lanciata una campagna a livello dell’Ue sull’uguaglianza per sensibilizzare e coinvolgere i cittadini di tutta l’Ue al fine di promuovere l’inclusione. Le iniziative in corso contribuiranno a garantire la parità di accesso in settori chiave quali l’istruzione, l’occupazione, l’alloggio e l’assistenza sanitaria. Ad esempio, la Commissione sosterrà gli Stati membri nell’eliminare i pregiudizi nelle pratiche sanitarie e nel migliorare l’accesso alle opportunità di lavoro. Condurrà inoltre uno studio per valutare i rischi e le soluzioni in termini di alloggi per i gruppi più vulnerabili. La strategia contribuirà inoltre a migliorare la raccolta, l’analisi e l’uso dei dati sull’uguaglianza, in linea con i quadri legislativi nazionali, al fine di comprendere e affrontare meglio la discriminazione». Sarà combattuta, pensate un po’, persino la discriminazione causata dall’intelligenza artificiale: «L’applicazione della direttiva sull’uguaglianza razziale sarà valutata nella quarta relazione che sarà pubblicata nel 2026. La relazione si concentrerà in particolare sull’applicazione e sull’applicazione degli strumenti di Ia laddove possano causare discriminazioni basate su algoritmi».Per tutti questi nobili scopi verrà ovviamente spesa una montagna di soldi. Leggiamo, tra le altre cose, che «la Commissione si impegna a sostenere le organizzazioni della società civile, l’attivismo di base e la sensibilizzazione contro il razzismo, soprattutto perché i loro finanziamenti sono sempre più ridotti. Ciò avviene principalmente attraverso il programma Cerv. [...] Nell’ambito del nuovo programma AgoraEe, la Commissione ha proposto un bilancio di 3,6 miliardi di euro per la componente Democrazia, Cittadinanza, Uguaglianza, Diritti e Valori (Cerv+), più che raddoppiando il bilancio del programma Cerv». Davvero meraviglioso. Intendiamoci: non c’è nulla di male nell’intenzione di contrastare discriminazioni e violenze. Il punto è che l’Ue dimostra di avere una strana idea delle discriminazioni. Meglio: sembra ritenete che esistano forme di razzismo che vanno eliminate e altre di cui ci si può allegramente disinteressare. «La strategia antirazzismo dell’Ue 2026-2030», leggiamo nel documento, «mira a combattere tutte le forme di razzismo, compresi il razzismo antinero, l’antiziganismo, l’antisemitismo, il razzismo antiasiatico e l’odio antimusulmano. A tal fine, la Commissione sosterrà gli Stati membri nell’attuazione delle loro politiche, misure e piani nazionali e adotterà misure laddove le leggi antidiscriminazione non siano rispettate». Notate qualcosa? Praticamente vengono elencate tutte le forme di odio tranne quella nei riguardi dei cristiani europei. Anzi, viene da dire che il documento della Commissione Ue dipinga indirettamente gli europei autoctoni come razzisti e odiatori. Se le vittime di odio sono musulmane, africane e asiatiche, beh, significa che qualcuno le odia e quel qualcuno non può che essere bianco europeo. Si potrebbe anche rilevare che la lotta all’antisemitismo e la lotta all’islamofobia si escludano l’una con l’altra, ma non vale la pena di perdere tempo con la logica. È evidente che siamo di fronte a un delirio ideologico senza speranza. E potremmo persino riderne se non fosse che questo orrore ci costerà un mucchio di soldi e limiterà ulteriormente la libera espressione.
Christine Lagarde (Ansa)
Carney ha insistito sulla convinzione che il mondo stia vivendo una «frattura» nell’ordine globale, sollecitando le potenze di media dimensione ad agire in modo coordinato per non essere marginalizzate nelle dinamiche di grande potenza. Trump non ha gradito quelle critiche e il ritiro dell’invito è la naturale conseguenza dei rapporti già deteriorati tra Washington e Ottawa a seguito delle tensioni commerciali e geopolitiche. Il presidente Usa aveva già condannato il Canada per non aver mostrato sufficiente riconoscenza verso il ruolo statunitense nel sostegno storico alla nazione, ma Carney aveva ribattuto che il Canada ha raggiunto i suoi successi indipendentemente dagli Stati Uniti.
Contrasti che hanno provocato la reazione del presidente della Banca centrale europea, Christine Lagarde, la quale, preoccupata dagli attriti all’interno dell’Unione europea con alleati storici (come gli Usa), ha affermato di essere «a un punto in cui dobbiamo guardare al “piano B” o ai “piani B”, ma anche con questi non sono certa che dobbiamo parlare di rottura, piuttosto di alternativa. Nutro una grande fiducia e un grande affetto per il popolo americano e so che, alla fine, i valori profondamente radicati prevarranno».
«Dobbiamo identificare molto meglio del passato le debolezze e le dipendenze», come garantire «l’autonomia, ma ovviamente dal punto di vista economico delle politiche dipendiamo gli uni dagli altri», ha continuato Lagarde, «penso che tutte le direzioni debbano essere esplorate, cercando di distinguere i segnali dal rumore di fondo e credo che questa settimana ci sia stato molto rumore».
Il riferimento a Trump è palese, che aveva parlato di una crescita Usa che «sta esplodendo» con una stima per il quarto trimestre del 5,4%. «Si tratta di dati nominali», ha specificato la numero uno della Bce.
I dissidi tra Lagarde e Trump si erano visti già qualche giorno prima, quando la signora di Francoforte aveva abbandonato una cena in disaccordo con le parole del segretario al Commercio Usa, Howard Lutnick, il quale si era lanciato in una serie di osservazioni sprezzanti e provocatorie nei confronti dell’Europa. Lagarde, in un’intervista alla Cnn, aveva criticato l’atteggiamento dell’amministrazione Trump che «crea incertezza per le imprese e un fardello per la crescita economica». Aggiungendo «la chiamata a svegliarsi per l’Europa, a emanciparsi dagli Usa e a proteggersi dalle ingerenze con le riforme». Parole che non sono piaciute a Lutnick il quale, vendicandosi, aveva definito l’Europa un’economia in declino di competitività. E la Lagarde se n’era andata.
A Davos si è parlato anche di Intelligenza artificiale. Il direttore, del Fondo monetario internazionale, Kristalina Georgieva, ha tracciato uno scenario sconfortante: «In futuro il 60% dei lavori saranno trasformati o eliminati dall’Intelligenza artificiale». E ha paragonato l’impatto dell’Ia sul mondo del lavoro a uno «tsunami» che metterà «l’innovazione sotto steroidi» e comporterà il rischio di «un ulteriore allargamento delle disparità». Lagarde ha aggiunto che «dobbiamo prestare molta attenzione alla distribuzione della ricchezza e alle disuguaglianze, che stanno diventando sempre più profonde e ampie. Se non ce ne occupiamo seriamente, ci avviamo verso problemi molto gravi». Per Lagarde «l’Intelligenza artificiale prospererà ma se non collaboriamo e definiamo le nuove regole del gioco, ci saranno meno capitale e meno dati da condividere. Bisogna evitare di ripetere gli errori già osservati con i social media, dove l’uso incontrollato ha avuto impatti negativi sui giovani».
Il termometro di Davos segna febbre alta per quanto riguarda i rapporti fra Europa e Usa. Trump è stato il vero protagonista di questo Forum e, a causa delle sue sortite choc, si è preso tutta la scena. Anche il direttore del World trade organization, Ngozi Okonjo-Iweala, fa riferimento a lui dicendo che «il sistema del commercio globale è stato minato, ma si è mostrato forte davanti allo choc della politica di dazi dell’amministrazione Trump».
Lo slogan del Forum di quest’anno era «Spirito del dialogo». Come ha detto Elon Musk, «è meglio essere ottimisti e sbagliarsi che pessimisti e avere ragione».
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Il vertice ad Abu Dhabi (Ansa)
Alla riunione hanno partecipato, per la delegazione statunitense, anche il consigliere senior della Casa Bianca Josh Greenbaum, mentre per la parte russa erano presenti il consigliere presidenziale Yuri Ushakov e Kirill Dmitriev, rappresentante speciale per la cooperazione economica e gli investimenti internazionali.
Al termine dell’incontro, Ushakov ha definito il confronto «positivo sotto ogni profilo», precisando che il presidente russo ha ribadito alla delegazione americana come, in assenza di una soluzione sulla questione territoriale, non vi siano margini concreti per porre fine alla guerra contro l’Ucraina. Mosca, ha spiegato il consigliere del Cremlino, continua a dichiararsi favorevole a un esito politico e diplomatico del conflitto, ma fino a quando tale prospettiva non si materializzerà, la Russia proseguirà nel perseguimento degli obiettivi militari sul campo. Secondo Ushakov, Putin ha inoltre riaffermato «l’impossibilità di raggiungere un accordo che non si basi sulla cosiddetta «formula di Anchorage», emersa durante il vertice Putin-Trump dell’agosto 2025. In vista di quell’incontro, il Cremlino aveva chiesto a Kiev il ritiro delle proprie forze dalle aree degli oblast di Donetsk e Luhansk non interamente sotto controllo russo. Concetto ribadito da Dmitry Peskov: «Per porre fine al conflitto, le forze armate ucraine dovrebbero ritirarsi dal Donbass». La dichiarazione del portavoce del Cremlino è stata riportata dai media russi.
Il tema del controllo territoriale nell’Ucraina orientale resta oggi il principale nodo negoziale. Proprio su questo fronte, gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato l’inizio ufficiale dei negoziati formali ad Abu Dhabi tra Russia, Ucraina e Stati Uniti. A confermarlo è stato Abdullah bin Zayed Al Nahyan, vice primo ministro e capo della diplomazia emiratina, secondo cui i colloqui sono iniziati ieri e proseguiranno per due giorni, nell’ambito degli sforzi volti a promuovere il dialogo e a individuare una soluzione politica alla crisi. L’annuncio è stato ripreso dai principali media internazionali. Ai colloqui partecipano delegazioni di alto livello.
Per gli Stati Uniti, oltre a Witkoff e Kushner, sono presenti anche il segretario dell’esercito Dan Driscoll e lo stesso Greenbaum. La delegazione ucraina include il ministro della Difesa Rustem Umerov, il capo dell’intelligence militare Kyrylo Budanov, il consigliere diplomatico Serhii Kyslytsia e il capo di stato maggiore Andrii Hnatov. Per Mosca, accanto a Dmitriev, è presente anche l’ammiraglio Igor Kostyukov.
Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha confermato che il controllo del Donbass rappresenta il fulcro dei colloqui in corso. In un briefing online, Zelensky ha spiegato di aver consultato l’intero team negoziale prima dell’avvio delle discussioni formali, sottolineando che la delegazione dispone di piena autonomia nella scelta dei formati più adatti in un contesto definito senza precedenti. Poi il presidente ucraino ha scritto su Telegram che «è ancora prematuro trarre conclusioni sul contenuto dei negoziati di oggi negli Emirati Arabi. Vedremo come si svilupperanno i colloqui di domani e quali risultati produrranno».
Dal canto suo, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, parlando a bordo dell’Air Force One durante il rientro dal vertice di Davos, ha dichiarato: «Sarebbe bello mettere fine alla guerra che, comunque, non ci costa nulla. Ma non è per i soldi, è per i soldati che vengono uccisi». A chi gli ha chiesto quali concessioni dovesse fare Putin, Trump ha risposto: «A questo punto, farà delle concessioni. Tutti faranno delle concessioni per far sì che ci sia un accordo. L’Europa sarà coinvolta. Lo faccio più per l’Europa che per me: noi abbiamo un oceano che ci separa ma io ho la capacità di trovare intese, vedremo se riesco». Oggi (forse), ne sapremo di più.
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Friedrich Merz e Giorgia Meloni a Roma (Ansa)
Dopo il vertice, Meloni ha risposto a chi le domandava se potesse diventare il primo partner del cancelliere tedesco sostituendo Emmanuel Macron: «Al di là degli scherzi, non leggo mai la politica in questo modo. L’Italia in Europa rappresenta una nazione fondamentale, sta dimostrando sullo scacchiere internazionale e in Europa la sua stabilità, forza e concretezza. Con coraggio pone questioni per il futuro del continente anche quando porle può sembrare scomodo, e così stiamo guadagnando maggiore rispetto dagli interlocutori e cerco di fare la mia parte. Non mi interessa sostituire nessuno, ma che le grandi nazioni d’Europa riescano a dialogare». Poi ha precisato: «Noi non siamo in un’epoca storica in cui possiamo permetterci infantilismi nella lettura della politica estera. La fase è delicata, complessa, per certi versi grave, ha bisogno di risposte adeguate. Per farlo bisogna occuparsi di questioni serie e profonde, non di semplificazioni». Per la premier è giunto il momento che l’Europa «scelga se restare padrona del proprio destino o se subirlo».
In questo quadro Merz ha fatto sapere di aver invitato gli ex presidenti del Consiglio Mario Draghi ed Enrico Letta al vertice Ue del 12 febbraio sulla competitività. «Li abbiamo invitati per riflettere ulteriormente sulle loro proposte, che non devono rimanere negli armadi della Commissione europea. Abbiamo bisogno di una verifica sistematica di tutte le normative europee per vedere se si possono semplificare». Meloni poi è stata interrogata su Donald Trump, sulla sua affidabilità e sulla possibilità che possa rappresentare una minaccia per la sicurezza mondiale. «Non mi pare un modo serio per affrontare la politica internazionale. Trump è il presidente eletto degli Stati Uniti, gli stessi discorsi li ho sentiti su Biden e addirittura su di me quando mi sono dovuta assentare cinque giorni perché non stavo bene. Bisogna fare i conti con la democrazia», ha spiegato aggiungendo: «Spero che un giorno potremo dargli il Nobel per la pace», nel caso in cui dovesse trovare soluzioni durature per Ucraina e Gaza («per noi ci sono oggettivamente dei problemi di carattere costituzionale, occorre andare incontro alle necessità non solo dell'Italia ma anche di altri Paesi europee»).
Merz sorridendo ha sottolineato: «Non avrei potuto rispondere meglio di quanto ha fatto Giorgia Meloni». Il cancelliere, rispondendo a una domanda sui controdazi, ha chiarito: «Ci difenderemo con tutti gli strumenti possibili. I Paesi di tutto il mondo sappiano che noi siamo pronti a difenderci. Dobbiamo essere uniti e reagire in tempo reale. Meloni e io siamo due premier fermamente convinti di fare tutto il possibile per l’Unione europea». Mentre Merz ha detto: «Non bisogna solo fare di più per difenderci, dobbiamo innanzitutto semplificare i nostri sistemi, sono troppi e paralleli. Noi costruiamo in maniera troppo complessa e abbiamo troppi sistemi che sono stati sviluppati parallelamente uno all’altro; di conseguenza abbiamo bisogno oggi più che mai di supporto reciproco». L’obiettivo deve essere una «industria della difesa efficace e efficiente, grazie a contributi comuni». E poi, rispondendo ad una domanda sui rapporti tra europei e Stati Uniti, ha detto: «Le minacce vengono dall’esterno della Nato e non dall’interno».
Italia e Germania nella dichiarazione congiunta di fine vertice «riconfermano l’importanza fondamentale di un forte legame transatlantico tra Europa e Stati Uniti, basato su valori comuni e interessi condivisi e si impegnano a rispettare il diritto internazionale, compresi i principi di integrità territoriale e sovranità», si legge nel documento siglato dalla premier italiana e dal cancelliere tedesco al vertice intergovernativo Italia-Germania. I due governi, inoltre, condividono «la responsabilità, in quanto Stati fondatori dell’Unione europea, di adoperarsi per promuovere l’integrazione europea, consentendo all’Ue di agire efficacemente per proteggere i valori e gli interessi europei». Oltre alle sette intese settoriali, sono stati firmati anche diversi accordi. Meloni e Merz hanno siglato una dichiarazione sull’Accordo di cooperazione rafforzata in materia di sicurezza, difesa e resilienza e un Protocollo sul Piano d’azione per la cooperazione strategica bilaterale e dell’Ue. Il Piano sulla difesa mira a intensificare il coordinamento su sicurezza euro-atlantica, industria della difesa, gestione delle crisi, spazio, minacce ibride, cybersecurity e sostegno all’Ucraina. Il testo prevede, tra l’altro, un rafforzamento del dialogo «2+2» tra Esteri e Difesa, una maggiore integrazione industriale anche attraverso progetti comuni e acquisti congiunti e una cooperazione strutturata su domini emergenti come spazio, cyber e sistemi senza equipaggio. Il Protocollo è un documento quadro che fissa obiettivi e strumenti per coordinare le posizioni italiane e tedesche sui grandi dossier europei: competitività e politica industriale, semplificazione normativa, energia e clima, digitale e intelligenza artificiale, trasporti, agricoltura, migrazioni, partenariati con l’Africa e politica estera e di sicurezza comune. Il Piano, definito «documento vivo», sarà periodicamente aggiornato e monitorato attraverso vertici governativi regolari e consultazioni tra le amministrazioni competenti.
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La manifestazione della Cisl per la libertà in Iran (Ansa)
Una «luce» delle fiaccole in memoria delle vittime dei Pasdaran e che va oltre una semplice dichiarazione di principio ma diventa una chiara richiesta alle istituzioni di presa di coscienza e di maggiore decisione per fermare le esecuzioni e le detenzioni arbitrarie. No al silenzio complice, come ha spiegato la segretaria generale, Daniela Fumarola: «L’appello che il nostro sindacato rivolge alle istituzioni nazionali e a quelle europee è di sostenere la lotta di chi, a costo della vita, invoca la svolta democratica. Donne, uomini, tantissimi studenti, a cui il mondo libero e il sindacato internazionale devono rispondere mobilitandosi. Bisogna esercitare ogni pressione perché finisca il massacro di questi giorni e venga superata una volta per tutte la sanguinaria teocrazia degli ayatollah, con una transizione non violenta e il coinvolgimento della comunità internazionale. Tutte le persone che vivono in regimi, dittature sanguinarie, non devono sentirsi abbandonate al loro destino».
Non è la prima volta che la Cisl si schiera apertamente per la difesa dei diritti umani e la democrazia nei Paesi in cui la guerra sembra non trovare fine: da subito a favore dell’Ucraina e contro l’aggressione russa, la condanna per il massacro di migliaia di giovani israeliani del festival musicale del 7 ottobre 2023, la «maratona» per la pace dello scorso anno e il sostegno concreto alla popolazione palestinese attraverso una grande raccolta fondi (500.000 euro) devoluta a dicembre alla Croce rossa. Chiara anche la presa di distanza della Fumarola dalla Cgil e dalle scelte del segretario, Maurizio Landini, che è prontamente sceso in piazza per difendere il regime di Nicolás Maduro e criticare il blitz americano per l’arresto del dittatore.
«Dobbiamo avere il coraggio di non stare zitti», diceva Landini durante la manifestazione di Roma, contestato da alcuni venezuelani come era accaduto a Genova, dove un gruppo di profughi che avevano detto ai manifestanti di avere un atteggiamento ideologico senza sapere qual è la vera situazione del paese, avevano ricevuto insulti, aggressioni e minacce di violenza fisica da parte di un comunista cigiellino sedicente esperto della nazione sudamericana. Senza dimenticare la soddisfazione del segretario Cgil per la liberazione dell’imam di Torino, Shahin, definita «una vittoria dello stato di diritto». Fumarola è stata chiara anche sul Venezuela: «Continueremo a stare nel merito delle questioni, a stare dalla parte delle popolazioni che soffrono».
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