Il sistema delle correnti calpesta Costituzione, meriti e indipendenza

Sono Salvatore Cantaro. Nella mia carriera sono stato magistrato a Enna per circa un ventennio e lì condannato a morte dalla vecchia Cupola regionale di Cosa nostra. Durante la terribile permanenza nissena e gelese sono stato sottoposto a misure di protezione al massimo livello. In quel periodo venne a trovarmi Mario Almerighi, magistrato romano, il quale mi rappresentò che stava promuovendo un movimento anti-correnti, in cui raccogliere tutti i magistrati delusi dal potere delle correnti in seno al Csm: era quello denominato dei Verdi, al quale aveva già aderito anche Giovanni Falcone. In rappresentanza di tale gruppo fui anche eletto più volte componente del Consiglio giudiziario a Caltanissetta.
Nei Consigli giudiziari vigeva la regola del «todos caballeros»: non ho mai assistito a bocciature o semplici scalfiture di alcun magistrato.
Dal 1990 al 1996 sono stato presidente del Tribunale di Gela (denominato dal Csm Forte Apache), inaugurato dal presidente Francesco Cossiga (che proprio in quell’occasione diede inizio alla sua attività di «picconatore»). A Gela cominciai a conoscere il potere delle correnti, in quanto mentre io non svolgevo attività associativa nell’Anm, il gruppo di Md era particolarmente attivo e ben collegato.
In un colloquio con Almerighi rappresentai le mie perplessità, in quanto avevo percepito, anche alla luce delle note bocciature di Falcone al Csm, che in realtà il gruppo da anti-corrente era diventato anch’esso corrente e con connotazione di estrema sinistra: in sostanza, mi ero reso conto che la creazione del nuovo gruppo era il cavallo di Troia di Md e della sinistra giudiziaria per conquistare l’Anm e il Csm.
Almerighi mi confermò che in effetti avevo ragione e io silenziosamente come avevo aderito, così silenziosamente mi allontanai.
Dopo sei anni di permanenza a Gela mi fu richiesta la disponibilità a trasferirmi a Roma dall’allora ministro della Giustizia, Vincenzo Caianiello, il quale alle correnti dell’Anm aveva spiegato che i magistrati per il ministero li avrebbe scelti lui e non loro.
Accettai, ma quando, quattro mesi dopo, andai a Roma, Caianiello non era più ministro e io, dal ruolo di prestigio assicuratami dal ministro, fui scaraventato, senza troppi complimenti, in una posizione marginale proprio da un esponente dei Verdi (le mie rimostranze ad Almerighi evidentemente erano state mal digerite e la mia chiamata diretta da parte di Caianiello era stata ritenuta offensiva per l’Anm). Infatti andai al Dap per non fare nulla per 18 mesi. Qualche anno dopo, nel 2010, mi presentai da solo e indipendente da tutti alle elezioni per il Csm in quota pm, pur nella consapevolezza di essere in partenza spacciato, in quanto le quattro correnti dell’Anm presentavano un candidato per ciascuno e non v’era spazio per altri. Ottenni circa il 5% dei voti, che nella più numerosa quota giudici mi avrebbero consentito l’elezione. Lo feci solo per dare un segnale forte e incrinare il muro dell’Anm. Infatti, dopo di me qualche altro fu eletto al di fuori delle correnti.
Quando si rese vacante il posto di Procuratore generale a Roma venni scartato, feci ricorso al Tar e lo vinsi, ma poi decisi di andare in pensione anticipatamente e tutto finì lì.
Anche per questa mia storia personale, sento di dover spendere qualche parola sul prossimo referendum. Il vero quesito è: siete contrari a che in Italia pochi procuratori e un gruppetto di altri magistrati assumano anche i poteri di governo e Parlamento (siano essi di centro, di destra o di sinistra)?
Governo e Parlamento sono poteri che emanano dal popolo e trovano legittimazione nella sovranità popolare, che viene espressa col voto.
I magistrati, invece, sono pubblici dipendenti, che superano un concorso e non sono espressione della sovranità popolare. La magistratura non deve esercitare un potere, ma rendere un servizio al popolo.
Così vollero i padri costituenti e così è scritto in quella Costituzione che con la vittoria del No sarebbe calpestata. I magistrati devono essere i guardiani delle leggi, che il Parlamento approva e il governo esegue.
I magistrati non possono contrastare le leggi approvate dal Parlamento e i provvedimenti del governo che non corrispondano alla loro visione personale o di gruppo dei fenomeni sociali.
Emblematica del ruolo sovrastante su governo e Parlamento dell’Anm è la forte e colorita espressione di Cossiga in un suo famoso intervento televisivo del 2008: «Clemente Mastella (all’epoca Guardasigilli, ndr) si è calato i pantaloni scrivendo sotto dettatura di quella associazione tra sovversiva e di stampo mafioso che è l’Associazione nazionale magistrati».
E sempre Cossiga, nello stesso periodo, definì, in una lettera indirizzata all’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, l’Anm come «una potente lobby politico-sindacale di carattere quasi eversivo». E aggiunse: «Raccoglie giudici e pubblici ministeri, cioè coloro che in pratica dicono, al di là e anche al di fuori della volontà del Parlamento, che cosa sia legge e che cosa legge non sia. Addirittura, decidono in pratica quasi ciò che sia giusto e giusto non sia, spesso dilettandosi a riscrivere la storia, dettare giudizi morali e politici, e perfino osando trasferire gli stessi in aberranti richieste, ordinanze e sentenze. Essi costituiscono nell’esercizio e per l’esercizio delle loro funzioni un “ordine indipendente”, ma non un “potere”, perché essi non sono espressione della sovranità popolare come il Parlamento e il governo. Cosa che ebbe giustamente e saggiamente a riconoscere all’Assemblea costituente il “grande leader” del Partito comunista Italiano, onorevole Palmiro Togliatti, opponendosi a che la magistratura fosse definita un “potere”, perché potere è solo ciò che emana dal popolo sovrano».
La discesa in campo dell’Anm, associazione privata, a difesa di un «potere» nel Csm, organo pubblico di rilevanza istituzionale, a guisa di vero e proprio partito a fianco dei sostenitori del No, ha ucciso l’immagine di terzietà e di indipendenza dalle fazioni politiche dell’intera magistratura, in massima parte estranea a tale posizione.
La discesa in campo di alcuni procuratori attuali ed ex (Piero Grasso, Roberto Scarpinato, Federico De Raho, Nicola Gratteri e Nino Di Matteo) ha reso al popolo l’immagine di una magistratura arroccata sulla difesa di una corona e di uno scettro (Palmiro Togliatti) non previsti dalla Costituzione e non voluti dalla massima parte dei magistrati.
Questa non è una riforma contro la magistratura, ma contro pochi procuratori e un piccolo gruppo di toghe, che perderanno il loro potere e dovranno limitarsi a rendere un servizio al popolo: non lo dico io, ma un insospettabile personaggio, magistrato notissimo e Parlamentare più volte del Pd, la dottoressa Donatella Ferranti, la quale, conversando con Luca Palamara affermava: «Grave e miope errore nel correre dietro a Bonafede (all’epoca ministro della Giustizia per il M5s) per buttare a terra una buona riforma. Non credo rappresenti il sentire della magistratura ma solo di alcune Procure».
Il riferimento era al progetto della commissione bicamerale di Massimo D’Alema, che prevedeva la separazione giudice-pm e l’Alta Corte disciplinare.
La virulenta campagna referendaria in corso, soprattutto da parte dei fautori del No, ha introdotto nel confronto tematiche fuorvianti, inconcludenti, surreali e persino blasfeme, dirette non a illustrare il reale contenuto della riforma in termini chiari e semplici, ma ad ingannare gran parte degli elettori, ignari di diritto, mediante proclami e immagini indegne di un confronto civile.
Contro questa riforma è insorta l’Anm, scendendo in campo direttamente con fondi, comitati, formazioni politiche ed eterogenee associazioni, che, evidentemente, dall’attuale sistema traggono beneficio e ritengono di poter trarre protezione.
Ora, con quale fiducia un cittadino, sostenitore del Sì, potrà rivolgersi alla giustizia per chiedere tutela contro i Marco Travaglio, i Maurizio Landini e le varie associazioni, i cui componenti si sono schierati per il No e hanno schierate le loro truppe insieme e accanto all’Anm?
Qual è la vera posta in gioco di questa partita? Non è la separazione giudici-pm, che è la naturale applicazione della riforma Vassalli entrata in vigore nel 1989. E non è l’Alta Corte per i procedimenti disciplinari, la quale sarà sempre composta in maggioranza da magistrati, come l’attuale sezione disciplinare del Csm.
È il sorteggio, la vera posta in gioco, in quanto priva le correnti dell’Anm del potere di gestire a propria discrezione nel Csm vita e carriera dei magistrati.
Il sorteggio, dopo tante inutili riforme del Csm, è l’unico rimedio per rendere i magistrati, la loro vita e la loro carriera indipendenti dalle correnti dell’Anm e per avere i capi degli uffici giudiziari nominati esclusivamente secondo merito e non, come, purtroppo, è avvenuto spesso sinora, per appartenenza correntizia.
Le durissime accuse di Luca Palamara contro il Sistema sono state divulgate ampiamente.
Lo Stato italiano tutela i collaboratori di giustizia e anche Palamara, che di quel Sistema è stato protagonista di primo piano per anni, meriterebbe tutela dalle istituzioni, che avevano il dovere di indagare a fondo sulle sue dichiarazioni, verificarne l’attendibilità e punire chi da quel Sistema aveva tratto indebito vantaggio.
Non è successo: il Sistema ha radiato Palamara e nessun altro ha pagato. Col sorteggio non ci saranno più casi Palamara.
Con l’Alta Corte disciplinare chi sbaglia dovrà pagare.
Purtroppo rilievi, censure, critiche sono rimasti inascoltati per oltre un cinquantennio per la opposizione dell’Anm che, in occasione di questo referendum, ha assunto dimensioni di inusitata virulenza.
Le correnti dell’Anm sono sostanzialmente dei partiti, che designano anche chi deve essere eletto con una sorta di staffetta ininterrotta tra chi entra e chi esce. Tizio entra al Csm e quando finisce il suo mandato il subentrante Caio gli assicura la poltrona che preferisce fuori da Palazzo Bachelet. Chi sta al Csm opera secondo le indicazioni correntizie con una spartizione degli incarichi che qualcuno ha definito il «mercato delle vacche».
In magistratura se non sei affiliato a una corrente, sei il signor nessuno, destinato agli incarichi più faticosi e meno gratificanti.
Questa riforma interrompe questo circuito inammissibile che calpesta la Costituzione, i meriti e la professionalità di chi vuole tutelare la sua indipendenza di magistrato da tutto e da tutti, anche dall’apparato correntizio.






