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Vice dirigente Digos centrato da un oggetto di vetro. In 300 hanno sfilato per la Capitale in sostegno a Cospito.
Che la manifestazione non sarebbe stata delle più riuscite, gli analisti dell’Antiterrorismo lo avevano capito già quando hanno visto che la sfilata anarchica a favore di Alfredo Cospito, insurrezionalista recluso al 41 bis, non aveva mobilitato quasi nessuno da fuori Roma.
Tra i soggetti monitorati, sono scesi nella Capitale solo pochi rappresentanti dei circoli anarchici di Genova e Trento. Numeri esigui, una decina in tutto. Alla manifestazione di piazza dell’Immacolata hanno preso parte solo i compagni del centro sociale anarchico «Bencivenga Occupato», situato nel quartiere Nomentano. È stato al centro delle cronache giudiziarie tra il 2020 e il 2022 per le indagini su una cellula anarchica insurrezionalista.
Nell’operazione Bialystok (2020) sono state arrestate dalla Digos sette persone accusate di associazione con finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine democratico. L’accusa era che il Bencivenga fosse la base logistica e il «quartier generale» per la pianificazione di attentati a Roma. Gli anarchici hanno iniziato a riempire piazza dell’Immacolata verso le 17.30. Circa 300 persone, con birre e canne d’ordinanza, verso le 18.30, hanno iniziato a intonare i soliti slogan contro il governo e contro lo Stato. Ma soprattutto contro la polizia (individuata sempre con il termine «sbirri»). Hanno dedicato i loro cori a anche a Sara Ardizzone e Alessandro Mercogliano, i due compagni morti durante la preparazione di un ordigno esplosivo in un casolare abbandonata nel Parco degli acquedotti. Si sono sgolati per chiedere la liberazione di Cospito e hanno ricordato la sua lotta. A un certo punto due o tre rappresentanti della piazza hanno intavolato una trattativa per ottenere il via libera per un corteo che non era stato autorizzato. La polizia ha confermato il divieto.
Le forze dell’ordine hanno presidiato tutti i varchi così da impedire ai manifestanti di uscire dalla piazza. I più aggressivi sono sembrati gli anarchici più attempati. Diversi di loro si sono succeduti al microfono e, dall’accento, davano l’idea di far parte della delegazione calata dal Nord Italia. Hanno inneggiato la lotta ai compagni detenuti nelle galere, in particolare quelli ristretti al 41 bis, compresi i brigatisti rossi italiani e una «compagna» della Raf tedesca, ancora detenuta in Germania. Molti dei presenti indossavano caschi da moto, ma non certo per muoversi in scooter. Nel primo pomeriggio, prima degli anarchici, ha marciato la Brigata immortale partigiana. Il gruppo, che si ispira a un’analoga iniziativa russa (i manifestanti sventolavano sia la bandiera italiana che quella sovietica), si è recato al cimitero del Verano per depositare una corona in memoria dei caduti della Resistenza. A trarre beneficio da questo pomeriggio di tensione sono stati i pochi esercizi commerciali aperti, soprattutto quelli di cittadini stranieri che hanno venduto fiumi di birra e vino.
Dopo le 20 il clima si è scaldato. Un gruppetto, mentre intorno suonavano le sirene di gazzelle e pantere, ha provato ad avanzare con lo striscione «Con Alfredo. Il 41 bis è tortura. Libertà per tuttx». Alla fine è stato concesso ai manifestanti di mettersi in marcia per un breve corteo. Un anarchico ha iniziato a brandire l’asta di una bandiera e tra un «daje» e un invito a non esagerare è volata una bottiglia che ha colpito, a pochi metri da chi scrive, un vice dirigente della Digos che ha subito una brutta ferita sulla fronte. Alla fine agli anarchici è stato concesso di dirigersi verso Porta Maggiore per concludere il percorso fino al quartiere del Pigneto (destinazione forse non casuale: lì vicino erano residenti i due terroristi morti a marzo). Alla chiusura di questo articolo, la manifestazione non era ancora conclusa. In piazza è stato distribuito un documento che invitava alla mobilitazione contro «le carceri che sono delle prigioni di guerra». «Facciamo appello a quella parte di società che in questi anni è scesa in strada per la Palestina e che di fronte alle ingiustizie non è solita tacere», si leggeva. L’auspicio degli anarco-insurrezionalisti è la saldatura tra mondi diversi, ma comunque «contro».
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Da sinistra, Massimiliano Romeo, Ignazio La Russa e Antonio Tajani (Ansa)
A Milano Ignazio La Russa lancia Maurizio Lupi sindaco, Massimiliano Romeo nicchia («Decidiamo qui, non a Roma»), Antonio Tajani di traverso («Sosteniamo i civici») e Forza Italia manifesta «contro» il Carroccio. Ripartono pure gli scontri sulle nomine pubbliche: altro che Quirinale, qui si rischia...
Dopo la batosta del referendum sulla giustizia il centrodestra avrebbe bisogno di dimostrarsi unito, per prepararsi il meglio possibile alle elezioni del 2027. Invece, a quanto pare, i partiti che compongono la coalizione fanno di tutto per dare la sensazione di correre ciascuno per conto proprio. E pure di dover sistemare nuove e passate rivalità. Un esempio del caos, e anche del nervosismo, che regna tra leader e colonnelli della maggioranza, lo si è avuto nella giornata di ieri, con una serie di dichiarazioni che hanno fatto emergere vecchi dissidi e ambizioni mai sopite.
Tutto ha avuto inizio con il congresso di Noi moderati, la piccola formazione nata da una costola di Forza Italia e di cui è presidente Maurizio Lupi, mentre Mara Carfagna è segretario. Per l’occasione Ignazio La Russa, intervenuto all’adunata dei militanti lombardi della quarta gamba del centrodestra, si è fatto sfuggire una battuta sul candidato sindaco di Milano. «Io personalmente voglio un politico, perché un civico o è così bravo, così noto e così capace che il nome appena lo fai brilla, oppure è un salto nel buio», ha detto il presidente del Senato, «perché o troviamo un Batman della società civile, oppure è difficile». Che cosa abbia in testa la seconda carica dello Stato, nonché uomo forte di Fratelli d’Italia in Lombardia, non è difficile da scoprire, perché già mesi fa fece il nome dello stesso Lupi.
All’uscita di La Russa hanno fatto da contraltare quelle degli alleati. Prima Massimiliano Romeo, capogruppo leghista in Senato, nonché coordinatore lombardo del partito di Salvini, il quale nella stessa sede del congresso di Noi moderati ha voluto precisare che il candidato lo si sceglie a Milano, non a Roma. Mancava poco che dicesse «a Palazzo Madama» e poi la replica sarebbe stata ancor più chiara. Ma a fronte del nome di Lupi in campo, Romeo ha aggiunto: «Possono esserci quattro o cinque persone che ci sembrano buone? Iniziamo a vederci noi e poi proponiamo ai leader di partito».
Meglio ancora ha fatto Antonio Tajani che, da Pechino, dov’è in missione, ha mandato un videomessaggio alla conferenza nazionale dei sindaci civici per l’Italia. Nessun riferimento a Lupi o ad altri possibili candidati, ma solo un impegno per tutti i sindaci civici, dunque non politici. «Forza Italia vuole essere un punto di riferimento per tante liste che hanno bisogno di contatti, di collegamenti, di risposte dal Parlamento nazionale e dal governo centrale». Forza Italia, dunque, non Noi moderati. Che tra il partito fondato da Silvio Berlusconi e la formazione tenuta a battesimo da Lupi e Giovanni Toti non corra buon sangue è noto, così come si sa che neppure con Mara Carfagna e altri transfughi come Mariastella Gelmini i rapporti sono idilliaci.
Ora, può essere che tra ex ci siano questioni irrisolte ed è possibile che partiti con maggior vocazione lombarda vedano mal volentieri alcuni tentativi di imporre dalla Capitale delle decisioni. Tuttavia, come ho scritto più volte, il centrodestra si deve porre il problema di riconquistare la capitale economica d’Italia. Se oggi Milano è una città moderna, la più attrattiva delle metropoli europee, lo si deve allo straordinario lavoro fatto dalle giunte di centrodestra tra il 1997 e il 2011. Se non ci fossero stati Gabriele Albertini e Letizia Moratti, non avremmo avuto l’estensione delle metropolitane ed Expo, ma neppure la trasformazione di interi quartieri. Al contrario, avremmo avuto la sola speculazione edilizia regalataci negli ultimi anni di governo delle sinistre. Dunque, bisogna riprendere il controllo del capoluogo lombardo, perché è funzionale a mantenere anche il controllo della maggioranza di governo.
Ma oltre alla questione delle candidature c’è quella delle nomine, con l’ingresso al governo di Paolo Barelli in veste di sottosegretario non si sa di che cosa e l’uscita di Federico Freni, vice di Giancarlo Giorgetti, pronto a fare il salto in Consob. E anche qui i rapporti fra alleati non sono rose e fiori.
Tutto ciò non lo si fa con le divisioni e i veti incrociati, men che meno con le antiche rivalità o le frettolose rese dei conti. Il centrodestra a livello nazionale ha governato per quattro anni e se non ci saranno atti di autolesionismo ha la possibilità di finire la legislatura e governare per altri cinque. Ma soprattutto ha davanti a sé un obiettivo che sarebbe un delitto non raggiungere: nominare nel 2029 il presidente della Repubblica. Però anche un bambino capisce che se si comincia a litigare per la poltrona di sindaco di Milano è difficile poi riuscire a conquistare quella che sta lassù sul Colle. Dunque, animo cari ragazzi: piantatela di farvi del male. Più che Schlein, Conte e Renzi, gli unici che possono far perdere il centrodestra e regalarci un governo di sinistra per cinque anni e un simil Mattarella per sette siete voi.
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Il mondo ormai interconnesso rende difficile il ritorno agli Stati sovrani, svuotati anche dei valori morali che creano l’identità. Ma siamo alla vigilia di un altro reset che rivoluzionerà la gestione delle fonti energetiche: i governi ritrovino idee e responsabilità.
Temo sia molto complesso e problematico poter tornare agli Stati post globalismo. Ci sarebbero gli uomini-governanti che saprebbero farlo e poi gestirli? Papa Benedetto XVI fece chiaramente intendere, profeticamente, nelle premesse dell’Enciclica sulla Globalizzazione, Caritas in Veritate, che in un mondo impregnato di cultura nichilista il vero grande rischio sta nel fatto che gli strumenti sofisticati creati dal genio umano gli possano sfuggire di mano e prendere autonomia morale.
La globalizzazione è un esempio di strumento sfuggito di mano. Fa poi intendere, nelle conclusioni della stessa Enciclica, che, quando detti strumenti, sfuggiti di mano all’uomo, creano disordini ingestibili, non sono tanto gli strumenti che vanno cambiati, quanto il «cuore» dell’uomo. E chi lo saprebbe cambiare oggi il «cuore» dell’uomo? Non ho detto «chi dovrebbe», ho detto «chi saprebbe». Anche uno strumento perfettamente adeguato al suo utilizzo (sempreché possa esistere), gestito da una persona incapace e inadeguata o, peggio, da un reprobo, non potrà altro che portare a risultati sempre peggiori.
Claudio Risé, in uno stimolante e provocatorio articolo su questo giornale (La Verità del 17 aprile), titolato «Basta globalismo, servono gli Stati», lancia una necessaria provocazione che va raccolta e, se possibile, integrata. Chi saprebbe gestire oggi questi Stati dopo 50 anni di mortificazione del loro ruolo e responsabilità, di idee e di capacità di fare progetti politici? Forse, come avrebbe potuto aggiungere papa Benedetto XVI, dovrebbe essere cambiato il «cuore» dei governanti e non solo il modello di governo.
Forse, dico forse, è un pochettino troppo tardi per tornare agli Stati dopo questo insostenibile e utopistico modello di globalizzazione avviato in Usa da Henry Kissinger negli anni Settanta. Utopistico e innaturale, persino. Oggi neppure più si può parlare di nuovi modelli di globalizzazione alternativi. Soprattutto, sembrerebbe difficilissimo poter ritornare a Stati sovrani. Ciò perché il processo cosiddetto di globalizzazione, che ha interessato tutti i Paesi mondiali, ha anche creato una «interconnessione», economico-finanziaria anzitutto, globale, ove nessun Paese può avere autonomia, sovranità e indipendenza, dovendo dipendere dal rapporto con altri Paesi, diciamo tra un 25% e un 50% della propria economia. Per non parlare poi della concentrazione della disponibilità di materie prime, commodity (energia, grano) o prodotti specialty (chip, farma), di cui nessuna economia può più fare a meno. Ciò rende piuttosto complesso e rischioso tornare a una forma di Stato nazionale che rifiuta tutti gli effetti della globalizzazione senza poterli gestire. Questo lo hanno capito molti, ma la soluzione potrebbe essere solo nelle parole usate piuttosto che nei contenuti.
Quando il genio umano non sa risolvere un problema di un sistema complesso, quale l’economia o la politica, ne cambia il nome. Ciò vale in politica, per esempio, per il comunismo, il cui nome è stato cambiato, ma un po’ meno lo spirito e gli uomini. Ciò vale per l’economia, che può definirsi più o meno statalista, più o meno colbertista, più o meno liberista, secondo il ciclo di mercato e le problematiche di immagine. Per fare un esempio, mi riferisco a San Giovanni Paolo II, che aveva definito il capitalismo «segno di contraddizione» perché permette progresso, ma può confondere. Oggi si ridefinisce il modello di capitalismo fallito in «sostenibile e inclusivo», che promette molto ma si direbbe che sia solo il nome del «capitalismo globalizzato» che è cambiato.
Lo stesso potrebbe valere per il governo globale o statale. Spiegherò perché. Da almeno 20 anni, all’incirca dopo la crisi finanziaria del 2007, la globalizzazione ha smesso di funzionare con i criteri tradizionali. Non c’è stata più la globalizzazione promessa: ci sono stati i molteplici, continui reset (cioè correzioni), che hanno persino resettato più volte se stessi. E ora siamo alla vigilia di un nuovo super reset globale che sta mettendo a confronto Usa e Cina, con partecipazione dei Brics e con focus sulla gestione delle materie prime energetiche, soprattutto. Che rivoluzionerà ancora una volta tutto il mondo. Ma noi lo abbiamo ben inteso cosa ci dobbiamo aspettare?
Quanto alla nostra Europa, Donald Trump ha «detto male» qualcosa di corretto: sull’Europa, che ormai non è più l’Europa, non è più fatta tanto da europei e, in prospettiva, lo sarà sempre meno, ma consapevolmente, volutamente. In pratica, tornare agli Stati significa fare i conti con la popolazione di detti Stati, la capacità dei governanti e il ruolo misterioso delle opposizioni, con l’interdipendenza dei mercati, la concentrazione di risorse energetiche, soprattutto. Poi c’è il problema di disponibilità di capitali, vincolata da una entità senza strategie quale è Bruxelles, e il dover riconoscere che questi capitali sono quasi solo disponibili in mano a quattro o cinque super global asset manager che gestiscono fondi talmente importanti da influenzare la politica economica degli Stati stessi.
Posso aggiungere, per finire, che dobbiamo constatare la quasi scomparsa dei valori morali che creano l’identità di uno Stato. Quindi, più nulla da fare? Tutt’altro: ma ne parleremo successivamente.
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Donald Trump (Ansa)
Il tycoon non allenta la pressione sugli ayatollah: «Non possono ricattarci». Ma aggiunge: «Stiamo avendo ottime conversazioni». Poi convoca la «situation room» per nuovi piani di guerra in caso i negoziati fallissero.
Donald Trump si mostra ottimista sul processo diplomatico iraniano. «Abbiamo delle ottime conversazioni in corso», ha dichiarato ieri. «Si sono comportati in modo un po’ furbo, come fanno da 47 anni», ha proseguito, riferendosi al fatto che Teheran abbia nuovamente chiuso lo Stretto di Hormuz. «Volevano chiudere di nuovo lo stretto, come fanno da anni. Non possono ricattarci», ha continuato, sostenendo che avrebbe ricevuto delle informazioni sui negoziati «entro la fine della giornata».
«Stiamo parlando con loro e, sapete, stiamo prendendo una posizione ferma. Hanno ucciso molte persone. Molti dei nostri sono stati uccisi», ha anche detto. Tuttavia attenzione: al netto dell’atteggiamento fiducioso, l’inquilino della Casa Bianca non ha intenzione di rinunciare a esercitare pressione sugli ayatollah. Nella tarda serata di venerdì, il presidente americano, pur dicendosi ottimista sulla possibilità di un’intesa, aveva avvertito infatti che, se l’Iran non dovesse raggiungere un accordo entro la scadenza del cessate il fuoco di mercoledì, gli Stati Uniti avrebbero «ricominciato a sganciare bombe». E infatti, ieri, Trump ha convocato una riunione nella situation room per discutere di Hormuz e, probabilmente, di una ripresa della guerra in caso di mancata intesa con Teheran. Inoltre, sempre ieri, il Wall Street Journal ha riferito che, nei prossimi giorni, le forze statunitensi potrebbero iniziare ad abbordare petroliere e navi commerciali collegate all’Iran, per aumentare ulteriormente la pressione economica sul regime khomeinista.
I colloqui tra americani e iraniani, tenutisi a Islamabad sabato della scorsa settimana, si erano incagliati principalmente su due punti: lo Stretto di Hormuz e l’arricchimento dell’uranio. In riferimento al primo nodo, Teheran aveva annunciato la riapertura dello Stretto per le navi commerciali dopo il raggiungimento di un cessate il fuoco tra Israele e il Libano. Gli ayatollah hanno tuttavia poi fatto marcia indietro, lamentandosi del fatto che Trump non avesse revocato il blocco statunitense sui loro porti: un blocco che il presidente americano ha detto di voler lasciare in vigore fino a che Teheran non accetterà un’intesa con Washington. Anche sul secondo nodo, poi, aleggia incertezza. Inizialmente, Axios aveva riferito che americani e iraniani stessero considerando la possibilità di un accordo, sulla cui base la Repubblica islamica avrebbe consegnato le proprie scorte di uranio, mentre la Casa Bianca avrebbe sbloccato 20 miliardi di dollari di asset iraniani congelati. Successivamente, Trump ha smentito l’esistenza di una contropartita, mentre il ministero degli Esteri di Teheran ha negato che l’Iran abbia acconsentito a cedere il proprio uranio.
Come che sia, ieri il Consiglio supremo per la sicurezza nazionale della Repubblica islamica ha reso noto di stare valutando nuove proposte arrivate da Washington a seguito della recente visita in Iran del capo delle forze di difesa di Islamabad, Asim Munir. Stretto alleato di Trump, il generale pakistano si è ormai da tempo ritagliato il ruolo di principale mediatore nella crisi in corso. Nel frattempo, il regime khomeinista continua a dover fare i conti con le sue spaccature intestine: da una parte, c’è un’ala dialogante (che fa capo al presidente iraniano Masoud Pezeshkian), dall’altra un’ala battagliera che, capitanata dai pasdaran, preme per la linea dura nei confronti di Washington. Nel mezzo, il presidente del parlamento iraniano, nonché capo negoziatore di Teheran, Mohammad Bagher Ghalibaf, sta cercando di trovare una complicata sintesi tra queste spinte opposte.
Dal canto suo, anche Trump deve fare i conti con gli equilibri interni alla sua amministrazione. Il vicepresidente, JD Vance, e il segretario di Stato, Marco Rubio, sono maggiormente propensi per la soluzione diplomatica: vogliono evitare che gli Stati Uniti restino impantanati e contrastare gli effetti politicamente nefasti dell’alto costo dell’energia sia in vista delle Midterm di novembre che delle primarie presidenziali repubblicane del 2028. Il capo del Pentagono, Pete Hegseth, appare invece su posizioni assai meno concilianti per quanto riguarda l’Iran. Per il momento, come abbiamo visto, il presidente americano, pur mantenendo sul tavolo l’opzione militare, tende più alla soluzione diplomatica sia per tutelare il Partito repubblicano in vista delle Midterm, sia per stabilizzare il Medio Oriente in funzione anticinese sia per ritrovare una sponda con Leone XIV dopo le recenti tensioni.
Insomma, la situazione complessiva resta per ora sospesa. Washington e Teheran sono impegnate in duello di resistenza, oltre che in una vera e propria guerra psicologica. Trump spera che, aumentando la pressione economica e brandendo la minaccia militare, i pasdaran finiscano isolati: il che porterebbe la Repubblica islamica a negoziare da una posizione di debolezza. Dall’altra parte, le Guardie della rivoluzione puntano i piedi nella convinzione che, alla lunga, il presidente americano potrebbe pagare un caro prezzo politico alle elezioni di metà mandato. Solo il tempo ci dirà se e come la situazione riuscirà a sbloccarsi.
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