«La rivoluzione del modello Meloni è stata far capire che il problema dell’immigrazione va affrontato nella dimensione esterna». Lo ha dichiarato l’eurodeputato di Fratelli d’Italia Nicola Procaccini, commentando l’accordo sulle nuove regole Ue per i rimpatri e rivendicando l’approccio italiano basato su hub nei Paesi terzi, selezione prima delle partenze e contrasto ai trafficanti.
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Sergio Mattarella si schiera al fianco del governo sull’allarme sbarchi: «Serve una nuova politica di asilo, le norme attuali sono superate». Bordate alla Commissione anche dal Ppe che chiede aiuti e solidarietà per l’Italia: è in difficoltà. Ma l’Europarlamento ci snobba.
Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, scende in campo al fianco del governo guidato da Giorgia Meloni sull’emergenza migranti e sulla politica estera. I numerosi appelli all’Unione europea affinché intervenga in maniera concreta ed efficace per aiutare il nostro Paese a fronteggiare l’enorme mole di sbarchi non hanno fino ad ora prodotto azioni degne di rilievo, e dunque stavolta Mattarella, determinato come non mai, non usa mezzi termini per richiamare Bruxelles alle proprie responsabilità. L’inquilino del Colle, in visita ufficiale a Varsavia, va giù duro: la situazione legata alla crescita esponenziale del numero di immigrati che raggiungono l’Italia «richiede che il problema venga affrontato insieme», ammonisce Mattarella, «come problema dell’Unione europea perché la Ue può farlo con una azione coordinata. Serve una nuova politica di asilo superando vecchie regole che sono ormai preistoria». Piena sintonia tra Quirinale e Palazzo Chigi anche sulla interferenza del gruppo di mercenari Wagner, al soldo della Russia, sui tumulti che stanno avvenendo in Sudan, e che potrebbero produrre una ulteriore ondata migratoria diretta verso l’Europa: «Quanto avviene in Sudan», afferma preoccupato Mattarella, «è allarmante, e l’azione della Wagner in tanti Paesi africani richiama a grande allarme la Nato e dell’Ue e richiede un’azione dell’Unione attiva e protagonista. Occorre sostenere l’Ucraina finché è necessario, finché occorre, sotto ogni profilo: di forniture militari, finanziarie, umanitarie, per la ricostruzione del Paese con la convinzione che questo riguardi tutti i Paesi che si richiamano alla libertà delle persone e dei popoli, ora messa in discussione dall’invasione russa».
A Palazzo Chigi le parole di Mattarella, il cui rapporto con la Meloni è da sempre solido e collaborativo per il bene supremo dell’Italia, sono state accolte con soddisfazione. Anche il presidente polacco Andrezej Duda, al termine dell’incontro con Mattarella, richiama l’Europa ai propri doveri: «Oggi», dice Duda, «l’Unione europea ha il problema delle migrazioni illegali e possiamo tranquillamente parlare di migrazioni di massa. L’Italia fa un grandissimo sforzo e anche noi abbiamo questo problema. Noi aspettiamo un sostegno maggiore, una maggiore comprensione da parte della Commissione europea e delle iniziative più decise dalla Ue». Mattarella nel corso della sua visita a Varsavia è stato insignito dal presidente Duda, dell’«Aquila bianca», la più importante onorificenza polacca, mentre Laura Mattarella ha ricevuto la massima Medaglia ai meriti della Repubblica di Polonia.
Anche Manfred Weber, presidente del Partito popolare europeo, rompe gli indugi e si schiera con cristallina chiarezza al fianco del governo italiano, bacchettando la Commissione europea, latitante sul tema dell’immigrazione: «Stiamo andando incontro», dice Weber al Corriere della Sera, «a un’altra grande crisi migratoria in Europa. Ed è per questo che il Ppe sostiene pienamente il governo italiano nel dare priorità a questo tema a livello europeo. Abbiamo bisogno di azioni comuni e ci rammarichiamo molto del fatto che da parte della Commissione e degli Stati Ue non ci siano molta consapevolezza, né ascolto né molta azione verso un problema serio. Il piano presentato da Ursula von der Leyen in febbraio», aggiunge Weber, «è buono, ma siamo in ritardo nell’attuazione. La gestione congiunta del fenomeno con i Paesi del nord Africa non deve essere vista solo come uno sforzo italiano per fermare la partenza dei barconi. Servono subito accordi di riammissione chiari con i Paesi di origine. Per anni la Commissione li ha promessi, deve accelerare. Se un migrante non ha diritto alla protezione deve tornare a casa». Roma è stata lasciata sola? «A livello Ue», argomenta Weber, «la solidarietà non funziona. Ringrazio il governo italiano per il modo in cui accoglie i migranti e cerca di salvarli e aiutarli. Quando abbiamo un numero così alto di arrivi e il governo italiano cerca di gestire le cose in modo serio, gli altri Paesi come la Germania e la Francia devono aiutare. Il governo tedesco e francese, ma anche gli altri, non possono stare a guardare, devono portare volontariamente i migranti con un diritto di asilo sul loro territorio».
Dalle parole ai fatti: ieri il gruppo del Ppe ha sottoposto alla presidenza del Parlamento europeo la richiesta di introdurre nell’agenda della plenaria di oggi una dichiarazione del Consiglio e della Commissione Ue sulla «solidarietà nei confronti dell’Italia che affronta una situazione di emergenza per l’aumento del flusso dei migranti». La proposta però è stata bocciata dal Parlamento europeo con 227 voti contrari, 151 favorevoli e 5 astensioni. Approvata invece, con 252 voti a favore, 119 contrari 13 astenuti, la mozione di Socialisti e Verdi, che hanno proposto che il dibattito non riguardi l’emergenza italiana ma «la necessità di una soluzione europea alla crisi migratoria per facilitare il salvataggio di vite, soprattutto in Italia».
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Giorgia Meloni (Imagoeconomica)
Chi per anni ci ha ammorbato con le nenie a favore della collaborazione con Bruxelles, adesso gongola se l’Unione è inconsistente (e incolpa Giorgia Meloni). A questo punto, l’Italia è legittimata ad agire in autonomia.
Sull’immigrazione hanno perfettamente ragione sia Giorgia Meloni sia i feroci critici di questa Ue, che - parole a parte - rischia di non cambiare mai. E chi ha torto, dunque? Elementare, Watson: hanno torto marcio i media eurolirici, quelli che per anni ci hanno ammorbato con le loro nenie ipnotiche a favore della mitica «collaborazione europea», ma che ora, quando quella cooperazione - pur proclamata - fatica a tradursi in atti concreti, ne traggono l’unica conclusione di sparare a palle incatenate contro un governo sgradito.
Ricapitoliamo. Fa benissimo la leader di Fdi, divenuta da cinque mesi presidente del Consiglio, a rivendicare quanto è accaduto a febbraio, nel vertice Ue precedente a quello delle ultime quarantott’ore: in quella occasione - ha ribadito ieri Meloni - c’è stato «un cambio di passo». Verissimo, come vedremo tra poco. E ora? Dice la premier italiana che «la migrazione rimane una priorità degli obiettivi dell’Ue». E tuttavia - ecco il problema - la «verifica dell’implementazione dei risultati» sarà solo «nel prossimo Consiglio europeo». Nel tentativo ragionevole di mostrarsi conciliante, Meloni ha aggiunto: «Questo dimostra che non si trattava di uno spot e di un’iniziativa singola».
E in effetti, a febbraio scorso, a Meloni era riuscito ciò su cui i suoi predecessori si erano invece dovuti fermare: non limitarsi alla partita (perdente in partenza) di una richiesta di redistribuzione dei soli aventi diritto d’asilo (cioè appena l’8-10% di coloro che arrivano: e, nonostante l’esiguità dei numeri, quella condivisione non è mai davvero scattata), ma ottenere dall’Ue un ben più consistente impegno per la difesa dei confini esterni dell’Unione, anche riconoscendo la specificità dei confini marittimi, per definizione più facili da aggredire e violare.
Dal momento in cui a febbraio Meloni ha meritoriamente ottenuto questo primo significativo impegno politico, onestà intellettuale avrebbe voluto che sia le opposizioni sia i media italiani cooperassero con il governo per chiedere all’Ue comportamenti conseguenti. Faccio qui un elenco delle cose che sarebbero state (e resterebbero) necessarie da parte di Bruxelles: stanziamento di risorse adeguate, accordi ulteriori con i Paesi del Nord Africa, attività di pattugliamento navale, azioni di aperto contrasto agli scafisti, predisposizione di corridoi umanitari. Tutte cose che - come si sa - non sono ancora avvenute, o non sono avvenute nella misura necessaria. E ora sta per arrivare la bella stagione, con gli effetti che ciascuno immagina sugli sbarchi.
Il cortocircuito politico (cioè dell’opposizione) e mediatico sta tutto qui. Ieri La Repubblica ha ululato contro una «Meloni a mani vuote». Con sprezzo del pericolo e del ridicolo, l’editoriale del quotidiano romano ha parlato, riferendosi alla premier, di una «convitata fuori posto», una che un salotto buono non sa neanche «dove andare a sedersi». E il tono era di malcelata soddisfazione, come se si stesse parlando di un altro Paese.
Tutto ciò è assolutamente irricevibile per almeno due ragioni. La prima riguarda il passato: da dieci anni almeno, l’otssessione degli eurolirici è sempre stata quella di stare dietro all’Europa, di non agire da soli (altrimenti si era «razzisti»…), di lavorare con gli altri partner per costruire le mitiche «soluzioni complesse». Adesso che l’Ue fa sé stessa, cioè butta la palla avanti, diluisce e dilata le scadenze, i nostri eurolirici, senza un filo di autocritica, vanno all’attacco di un governo che detestano visceralmente.
La seconda ragione riguarda il futuro. Se l’inerzia Ue proseguirà, la Meloni sarà a nostro avviso totalmente legittimata a fare da sé, senza attendere ulteriormente. E per l’Italia diverrà inevitabile ragionare, ovviamente d’intesa con i Paesi interessati, su forme di interdizione marittima, se l’espressione «blocco navale» non piace, o comunque su azioni nettamente e eloquentemente dissuasive.
In questo senso, consiglieremmo al governo (nel male, e speriamo in futuro nel bene) di considerare con attenzione ciò che sta accadendo a Londra. I conservatori britannici, che stanno affrontando una gravissima crisi di consenso, sono sotto attacco sia per non aver contrastato adeguatamente l’immigrazione irregolare sia per aver aperto eccessivamente i canali dell’immigrazione regolare. Sul secondo fronte, il governo britannico è ancora lento a reagire, ma sul primo da giorni il clima sembra cambiato, e il premier Rishi Sunak parla mostrando dietro di sé l’eloquente slogan «stop the boats», cioè «fermare le navi».
Non sappiamo se Londra sarà in grado di agire tempestivamente ed efficacemente per fermare i flussi irregolari. Ma potrà farlo il nostro governo, che anzi sarà ulteriormente legittimato ad agire per conto proprio - se necessario - proprio da un eventuale nulla di fatto europeo. Che si potrà rimproverare alla Meloni, infatti, a quel punto? Proprio nulla: ha lavorato diligentemente a una soluzione europea, ha collaborato lealmente, ha atteso. Ma se gli altri resteranno fermi, avrà tutto il diritto di agire.
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Matteo Piantedosi (Ansa)
Le Ong sfidano il ministero dell’Interno tra gli applausi dei mass media. Una questione che si aggiunge a quelle già aperte con l’Unione europea. Con il forte rischio che possa diventare merce di scambio o arma di pressione. Nordio: «Lo Stato di primo accesso è dove è registrata la nave che soccorre».
La trappola è pronta e si chiama tavolo unico negoziale. L’Ue vuole spossare, con una trattativa infinita, il governo Meloni e costringerlo a scendere a compromessi sui migranti barattando concessioni su patto di stabilità, ambiente, economia ed energia. Un accerchiamento che indebolirebbe l’esecutivo esponendolo ai ricatti dell’Ue. Intanto, sul fronte siciliano le Ong continuano il braccio di ferro con Roma tra gli applausi dei media, delle sinistre e dei grillini. Arriva invece l’affondo del ministro della Giustizia, Carlo Nordio, che specifica che «lo Stato di primo accesso è quello di bandiera della nave che soccorre». E poi una stoccata ai buonisti: «I migranti poveri? Ma se pagano oro per il viaggio...». No, non c’è davvero bisogno di ricorrere a conspiracy theories, a ipotesi complottistiche, a evocazioni di misteriose e occulte «regie»: è sufficiente guardare la realtà, esaminare la «scena» (senza «retroscena»), considerare i fatti nudi e crudi, per capire che l’Italia e il neonato governo di Giorgia Meloni avrebbero ben volentieri fatto a mano della crisi delle navi Ong.
Ricapitoliamo. C’è una nuova maggioranza che esce da una vittoria elettorale squillante, che ha il vento nelle vele anche nei sondaggi post-elettorali, ma che – non dimentichiamolo – è sottoposta a un accerchiamento mediatico pressoché totale, in Italia e soprattutto all’estero. Una sinistra (politica e mediatica) sicura perdente ha avvelenato i pozzi già durante la campagna elettorale, ha giocato la carta del fascismo, ha presentato la Meloni in una luce fortemente negativa. E non a caso, il giorno dopo il voto, i giornali di mezzo mondo non parlavano della vittoria di un partito di right-wing, ma di un partito di far-right. Occhio, non è una sottigliezza lessicale, roba per traduttori, ma è una questione sostanziale: col primo termine si indicano partiti rispettabili di tradizione conservatrice e repubblicana, con il secondo si bollano formazioni estreme.
Specie sullo scenario internazionale, dunque, la Meloni ha subito dovuto giocare in rimonta, e lo ha fatto con efficacia. Lei stessa, con sincerità, ha ammesso che i primi incontri a Bruxelles le sono serviti a smontare la narrazione che qualcuno le aveva cucito addosso, a far vedere che «non siamo marziani».
Di più. Il timing dell’insediamento del governo coincide pari pari con la presentazione della legge di bilancio e il relativo negoziato in Ue. Non c’è bisogno di ricordare cosa accadde al governo gialloverde nel 2018, quando un esecutivo politicamente «sgradito» fu bombardato ogni giorno dalla coppia Moscovici-Dombrovskis, e fu infine crocifisso per uno 0,36% di deficit, con l’imposizione di riscrivere la manovra portando il deficit dal 2,4 al 2,04%. Stavolta, la prudenza con cui l’esecutivo di Roma si è mosso sembra precludere agguati di questo tipo: il Financial Times ha prefigurato un semaforo verde, ammettendo che il deficit previsto dal nostro governo è solo slightly higher, «leggermente più elevato». Ma in questi casi non si sa mai come possa finire la partita.
Non solo. Se la vicenda delle navi Ong crea una frizione diretta con la Germania (oltre che indiretta con Bruxelles, con la Francia e con quanti amano in questi casi farci sermoni), tutto ciò non può non avere conseguenze su una sorta di unico tavolo negoziale, su cui convergerà praticamente tutto: questioni economiche immediate, riforma del patto di stabilità, crisi migratoria, futuro dell’Unione. È fatale che, se metti sulle spalle del soggetto che già deve accreditarsi pure il fardello di una vertenza in più, di un altro fronte aperto, ciò produrrà attriti negoziali, tentazioni di do ut des da parte di Bruxelles e Berlino (ok a una tua richiesta se tu però in cambio eccetera eccetera…), e soprattutto – scenario da incubo – una sorta di spossante e continua trattativa, nave per nave, caso per caso, migrante per migrante.
Un’ipotesi del genere è estenuante dal punto di vista diplomatico, rischiosa dal punto di vista mediatico, costosa dal punto di vista reputazionale. E una leader che vola nei sondaggi e non ha bisogno di scorciatoie si ritrova costantemente esposta a una tensione di cui avrebbe fatto a meno, a maggior ragione in un momento in cui avrebbe bisogno di lavorare serena e di costruire una sua «forza tranquilla».
Giova peraltro ricordare un paio di elementi fattuali. Malta a parte, i Paesi più esposti alle questioni migratorie sono governati da partiti e coalizioni diversissime: in Grecia c’è un governo di centrodestra, in Spagna uno di sinistra-sinistra, in Francia uno tecnoprogressista. Ma tutti e tre, ciascuno a proprio modo, adottano una linea dura e dissuasiva. Perché mai solo l’Italia non dovrebbe poter fare una scelta dello stesso tipo? E perché mai si deve credere alla balla per cui – in tutto il Mediterraneo – gli unici «porti sicuri» sarebbero quelli italiani?
Tra l’altro, sono i numeri a tagliare la testa al toro. In Italia, solo nell’ultimo trimestre (da agosto a ottobre) sono arrivati oltre 44.000 migranti. Sapete quanti di questi sono stati ricollocati su base volontaria nei principali paesi Ue? Sembra uno scherzo: 38 in Francia e 74 in Germania. Totale: 112 su oltre 44.000.
È questo stato di cose che non può essere ulteriormente tollerato. Da Parigi, da Bruxelles, da Berlino ci giungono a scadenze regolari pacche sulle spalle e prediche umanitarie, a cui però fa riscontro un sostanziale disimpegno. Il gioco – adesso – è fin troppo chiaro: protrarre questo stato di cose a noi sfavorevole, e tenere il nuovo governo sotto ricatto oggettivo, sempre sotto esame, inchiodato al tavolo negoziale, e con l’immagine da «cattivi» della situazione. Schema logoro e sceneggiatura scontata: ma il pericolo non può essere sottovalutato.
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Mario Draghi (Ansa)
Fumata nera sulla redistribuzione. Il commissario Ue garantisce: «Meccanismo di solidarietà per l'Italia». Ma partirebbe l'anno dopo gli arrivi. Il premier: «Siamo soli». Emmanuel Macron ci gela: «Difficile un'intesa a giugno».
Finalmente un presidente del Consiglio che non balbetta davanti alla inerzia dell'Europa sull'emergenza immigrazione.
Mario Draghi, dopo l'ennesimo rinvio della discussione sul tema più scottante al Consiglio europeo di ieri, fa la voce grossa e mette con le spalle al muto i burosauri di Bruxelles. Una presa di posizione, quella di Draghi, che è l'ennesima dimostrazione di come, con l'ex leader della Bce al governo, l'Italia abbia cambiato decisamente passo rispetto ai balbettii di Giuseppe Conte, che era sempre pronto a inchinarsi di fronte ai diktat dell'Europa. «Ho sollevato il problema delle migrazioni», dice Draghi in conferenza stampa al termine del Consiglio europeo, «assente dall'agenda per parecchio tempo. Mettere a dormire un problema non lo fa sparire. Il tema verrà messo in agenda nel prossimo Consiglio (tra un mese, ndr). Tra i Paesi europei», aggiunge Draghi, «ci deve essere un accordo più efficace, la pura volontarietà ha dimostrato di essere inefficace. Non credo si possa prevedere l'obbligatorietà nell'accordo ma si può individuare un sottoinsieme di Paesi che si aiutino tra loro. Ci sono parecchie cose che sono state lasciate perdere, occorre riprenderle, far meglio del passato, c'è la volontà di venirci incontro, almeno oggi a parole c'era. Soprattutto da parte di Francia e Germania ma anche altri, c'è coscienza del problema, abbiamo avuto il sostegno anche da Paesi finora indifferenti», argomenta Draghi, «non voglio spingermi nel parlare di progressi ma spero che la buona volontà si traduca in fatti». In sostanza, serve una risposta «solidale, non di indifferenza».
Le parole di Draghi sono un sapiente mix di ottimismo, umanità, realismo. Il premier non è certamente insensibile di fronte alle tragedie dei naufragi, e sa anche che in attesa delle prossime riunioni l'Italia dovrà fare affidamento solo sulle proprie forze: «Per ora», sottolinea il premier, «sappiamo che saremo da soli fino al prossimo Consiglio europeo. Sta a tutti noi prepararlo bene. I primi passi sembrano dimostrare una certa consapevolezza che occorra una risposta solidale non indifferente. Sul tema dell'immigrazione il nostro atteggiamento deve essere efficace ma soprattutto umano. Le immagini di quei bambini sono inaccettabili», dice Draghi riferendosi alle immagini diffuse da Open Arms dalla spiaggia di Zuwara, in Libia, con i corpi senza vita di bimbi vittime probabilmente di un naufragio. «Stiamo pensando di avere l'aiuto dell'Europa sulla apertura di corridoi umanitari».
La collaborazione sul tema dell'immigrazione tra Italia e Francia si irrobustisce. Draghi incontra il presidente transalpino Emmanuel Macron, il dialogo tra i due leader è proficuo: «L'incontro con Macron», sottolinea il premier, «è stato molto importante. Abbiamo parlato della situazione europea da un punto di vista economico e politico, poi del Nord Africa ma anche del Sahel, del Ciad e del Mali, perché sono paesi che come la Libia e purtroppo la Tunisia diventano sempre più paesi di transito per la migrazione. È iniziata una collaborazione in una parte del mondo che ci aveva visto sempre su sponde diverse. L'intenzione», evidenzia Draghi, «è di lavorare insieme in quella parte di Africa».
«Discuteremo di migranti a giugno», commenta Macron, «anche se dobbiamo sapere che non risolveremo i problemi nella loro totalità perché i disaccordi sono troppo profondi. L'idea è prevedere accordi di ripartizione dei migranti intergovernativi e di agire sul piano comunitario sulle relazioni tra Ue e Paesi di origine delle migrazioni e di transito: l'importante», aggiunge Macron, «è non tornare alla situazione di due anni fa quando tutta la pressione si scaricava sui Paesi di primo arrivo e c'era troppa incertezza, ciascuno deve assicurare la propria parte di solidarietà. Il premier italiano ha evocato la situazione sui migranti che si degrada nuovamente nel Mediterraneo centrale», precisa Macron, «e il premier spagnolo ha evocato quella alla sua frontiera sul Marocco e abbiamo avuto una discussione preliminare sul tema su cui ritorneremo al Consiglio europeo di giugno. Ma mentiremmo a noi stessi se dicessimo che a giugno risolveremo il pacchetto migratorio in tutta la sua totalità», conclude Macron, «i disaccordi sono ancora troppo profondi ed il tema deve ancora essere preparato».
Esulta il leader della Lega, Matteo Salvini: «Grazie a Mario Draghi», dice Salvini, «che ha portato sul tavolo di Bruxelles i temi dell'immigrazione, della difesa dell'Europa e dei suoi confini. Volere è potere».
Intanto, la Commissione perde tempo e annuncia piani e progetti paradossali: «È molto chiaro per me», sostiene il commissario europeo per gli Affari interni, Ylva Johansson, «che la solidarietà volontaria non basta, abbiamo bisogno di solidarietà obbligatoria, e devo dire che quasi tutti gli Stati membri sono d'accordo su questa prospettiva. Abbiamo messo a punto un meccanismo di solidarietà apposito per l'Italia, che si basa sui casi di ricerca e soccorso». Aria fritta: «Ogni anno», spiega la Johansson, «insieme agli Stati membri, ma soprattutto essenzialmente l'Italia, dovremmo stabilire quali saranno i numeri da gestire dal punto di vista della distribuzione nel corso dell'anno successivo per avere poi un pool al quale devono contribuire gli stati membri». Avete letto bene: ogni anno si dovrebbe lavorare per l'anno successivo con un pool che non si sa da chi sarebbe composto. La solita Europa, il solito nulla.
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