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2026-04-19
Alla globalizzazione serve un nuovo cuore
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La globalizzazione è un esempio di strumento sfuggito di mano. Fa poi intendere, nelle conclusioni della stessa Enciclica, che, quando detti strumenti, sfuggiti di mano all’uomo, creano disordini ingestibili, non sono tanto gli strumenti che vanno cambiati, quanto il «cuore» dell’uomo. E chi lo saprebbe cambiare oggi il «cuore» dell’uomo? Non ho detto «chi dovrebbe», ho detto «chi saprebbe». Anche uno strumento perfettamente adeguato al suo utilizzo (sempreché possa esistere), gestito da una persona incapace e inadeguata o, peggio, da un reprobo, non potrà altro che portare a risultati sempre peggiori.
Claudio Risé, in uno stimolante e provocatorio articolo su questo giornale (La Verità del 17 aprile), titolato «Basta globalismo, servono gli Stati», lancia una necessaria provocazione che va raccolta e, se possibile, integrata. Chi saprebbe gestire oggi questi Stati dopo 50 anni di mortificazione del loro ruolo e responsabilità, di idee e di capacità di fare progetti politici? Forse, come avrebbe potuto aggiungere papa Benedetto XVI, dovrebbe essere cambiato il «cuore» dei governanti e non solo il modello di governo.
Forse, dico forse, è un pochettino troppo tardi per tornare agli Stati dopo questo insostenibile e utopistico modello di globalizzazione avviato in Usa da Henry Kissinger negli anni Settanta. Utopistico e innaturale, persino. Oggi neppure più si può parlare di nuovi modelli di globalizzazione alternativi. Soprattutto, sembrerebbe difficilissimo poter ritornare a Stati sovrani. Ciò perché il processo cosiddetto di globalizzazione, che ha interessato tutti i Paesi mondiali, ha anche creato una «interconnessione», economico-finanziaria anzitutto, globale, ove nessun Paese può avere autonomia, sovranità e indipendenza, dovendo dipendere dal rapporto con altri Paesi, diciamo tra un 25% e un 50% della propria economia. Per non parlare poi della concentrazione della disponibilità di materie prime, commodity (energia, grano) o prodotti specialty (chip, farma), di cui nessuna economia può più fare a meno. Ciò rende piuttosto complesso e rischioso tornare a una forma di Stato nazionale che rifiuta tutti gli effetti della globalizzazione senza poterli gestire. Questo lo hanno capito molti, ma la soluzione potrebbe essere solo nelle parole usate piuttosto che nei contenuti.
Quando il genio umano non sa risolvere un problema di un sistema complesso, quale l’economia o la politica, ne cambia il nome. Ciò vale in politica, per esempio, per il comunismo, il cui nome è stato cambiato, ma un po’ meno lo spirito e gli uomini. Ciò vale per l’economia, che può definirsi più o meno statalista, più o meno colbertista, più o meno liberista, secondo il ciclo di mercato e le problematiche di immagine. Per fare un esempio, mi riferisco a San Giovanni Paolo II, che aveva definito il capitalismo «segno di contraddizione» perché permette progresso, ma può confondere. Oggi si ridefinisce il modello di capitalismo fallito in «sostenibile e inclusivo», che promette molto ma si direbbe che sia solo il nome del «capitalismo globalizzato» che è cambiato.
Lo stesso potrebbe valere per il governo globale o statale. Spiegherò perché. Da almeno 20 anni, all’incirca dopo la crisi finanziaria del 2007, la globalizzazione ha smesso di funzionare con i criteri tradizionali. Non c’è stata più la globalizzazione promessa: ci sono stati i molteplici, continui reset (cioè correzioni), che hanno persino resettato più volte se stessi. E ora siamo alla vigilia di un nuovo super reset globale che sta mettendo a confronto Usa e Cina, con partecipazione dei Brics e con focus sulla gestione delle materie prime energetiche, soprattutto. Che rivoluzionerà ancora una volta tutto il mondo. Ma noi lo abbiamo ben inteso cosa ci dobbiamo aspettare?
Quanto alla nostra Europa, Donald Trump ha «detto male» qualcosa di corretto: sull’Europa, che ormai non è più l’Europa, non è più fatta tanto da europei e, in prospettiva, lo sarà sempre meno, ma consapevolmente, volutamente. In pratica, tornare agli Stati significa fare i conti con la popolazione di detti Stati, la capacità dei governanti e il ruolo misterioso delle opposizioni, con l’interdipendenza dei mercati, la concentrazione di risorse energetiche, soprattutto. Poi c’è il problema di disponibilità di capitali, vincolata da una entità senza strategie quale è Bruxelles, e il dover riconoscere che questi capitali sono quasi solo disponibili in mano a quattro o cinque super global asset manager che gestiscono fondi talmente importanti da influenzare la politica economica degli Stati stessi.
Posso aggiungere, per finire, che dobbiamo constatare la quasi scomparsa dei valori morali che creano l’identità di uno Stato. Quindi, più nulla da fare? Tutt’altro: ma ne parleremo successivamente.
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Il mondo ormai interconnesso rende difficile il ritorno agli Stati sovrani, svuotati anche dei valori morali che creano l’identità. Ma siamo alla vigilia di un altro reset che rivoluzionerà la gestione delle fonti energetiche: i governi ritrovino idee e responsabilità.Temo sia molto complesso e problematico poter tornare agli Stati post globalismo. Ci sarebbero gli uomini-governanti che saprebbero farlo e poi gestirli? Papa Benedetto XVI fece chiaramente intendere, profeticamente, nelle premesse dell’Enciclica sulla Globalizzazione, Caritas in Veritate, che in un mondo impregnato di cultura nichilista il vero grande rischio sta nel fatto che gli strumenti sofisticati creati dal genio umano gli possano sfuggire di mano e prendere autonomia morale.La globalizzazione è un esempio di strumento sfuggito di mano. Fa poi intendere, nelle conclusioni della stessa Enciclica, che, quando detti strumenti, sfuggiti di mano all’uomo, creano disordini ingestibili, non sono tanto gli strumenti che vanno cambiati, quanto il «cuore» dell’uomo. E chi lo saprebbe cambiare oggi il «cuore» dell’uomo? Non ho detto «chi dovrebbe», ho detto «chi saprebbe». Anche uno strumento perfettamente adeguato al suo utilizzo (sempreché possa esistere), gestito da una persona incapace e inadeguata o, peggio, da un reprobo, non potrà altro che portare a risultati sempre peggiori.Claudio Risé, in uno stimolante e provocatorio articolo su questo giornale (La Verità del 17 aprile), titolato «Basta globalismo, servono gli Stati», lancia una necessaria provocazione che va raccolta e, se possibile, integrata. Chi saprebbe gestire oggi questi Stati dopo 50 anni di mortificazione del loro ruolo e responsabilità, di idee e di capacità di fare progetti politici? Forse, come avrebbe potuto aggiungere papa Benedetto XVI, dovrebbe essere cambiato il «cuore» dei governanti e non solo il modello di governo.Forse, dico forse, è un pochettino troppo tardi per tornare agli Stati dopo questo insostenibile e utopistico modello di globalizzazione avviato in Usa da Henry Kissinger negli anni Settanta. Utopistico e innaturale, persino. Oggi neppure più si può parlare di nuovi modelli di globalizzazione alternativi. Soprattutto, sembrerebbe difficilissimo poter ritornare a Stati sovrani. Ciò perché il processo cosiddetto di globalizzazione, che ha interessato tutti i Paesi mondiali, ha anche creato una «interconnessione», economico-finanziaria anzitutto, globale, ove nessun Paese può avere autonomia, sovranità e indipendenza, dovendo dipendere dal rapporto con altri Paesi, diciamo tra un 25% e un 50% della propria economia. Per non parlare poi della concentrazione della disponibilità di materie prime, commodity (energia, grano) o prodotti specialty (chip, farma), di cui nessuna economia può più fare a meno. Ciò rende piuttosto complesso e rischioso tornare a una forma di Stato nazionale che rifiuta tutti gli effetti della globalizzazione senza poterli gestire. Questo lo hanno capito molti, ma la soluzione potrebbe essere solo nelle parole usate piuttosto che nei contenuti.Quando il genio umano non sa risolvere un problema di un sistema complesso, quale l’economia o la politica, ne cambia il nome. Ciò vale in politica, per esempio, per il comunismo, il cui nome è stato cambiato, ma un po’ meno lo spirito e gli uomini. Ciò vale per l’economia, che può definirsi più o meno statalista, più o meno colbertista, più o meno liberista, secondo il ciclo di mercato e le problematiche di immagine. Per fare un esempio, mi riferisco a San Giovanni Paolo II, che aveva definito il capitalismo «segno di contraddizione» perché permette progresso, ma può confondere. Oggi si ridefinisce il modello di capitalismo fallito in «sostenibile e inclusivo», che promette molto ma si direbbe che sia solo il nome del «capitalismo globalizzato» che è cambiato.Lo stesso potrebbe valere per il governo globale o statale. Spiegherò perché. Da almeno 20 anni, all’incirca dopo la crisi finanziaria del 2007, la globalizzazione ha smesso di funzionare con i criteri tradizionali. Non c’è stata più la globalizzazione promessa: ci sono stati i molteplici, continui reset (cioè correzioni), che hanno persino resettato più volte se stessi. E ora siamo alla vigilia di un nuovo super reset globale che sta mettendo a confronto Usa e Cina, con partecipazione dei Brics e con focus sulla gestione delle materie prime energetiche, soprattutto. Che rivoluzionerà ancora una volta tutto il mondo. Ma noi lo abbiamo ben inteso cosa ci dobbiamo aspettare?Quanto alla nostra Europa, Donald Trump ha «detto male» qualcosa di corretto: sull’Europa, che ormai non è più l’Europa, non è più fatta tanto da europei e, in prospettiva, lo sarà sempre meno, ma consapevolmente, volutamente. In pratica, tornare agli Stati significa fare i conti con la popolazione di detti Stati, la capacità dei governanti e il ruolo misterioso delle opposizioni, con l’interdipendenza dei mercati, la concentrazione di risorse energetiche, soprattutto. Poi c’è il problema di disponibilità di capitali, vincolata da una entità senza strategie quale è Bruxelles, e il dover riconoscere che questi capitali sono quasi solo disponibili in mano a quattro o cinque super global asset manager che gestiscono fondi talmente importanti da influenzare la politica economica degli Stati stessi.Posso aggiungere, per finire, che dobbiamo constatare la quasi scomparsa dei valori morali che creano l’identità di uno Stato. Quindi, più nulla da fare? Tutt’altro: ma ne parleremo successivamente.
Tra i soggetti monitorati, sono scesi nella Capitale solo pochi rappresentanti dei circoli anarchici di Genova e Trento. Numeri esigui, una decina in tutto. Alla manifestazione di piazza dell’Immacolata hanno preso parte solo i compagni del centro sociale anarchico «Bencivenga Occupato», situato nel quartiere Nomentano. È stato al centro delle cronache giudiziarie tra il 2020 e il 2022 per le indagini su una cellula anarchica insurrezionalista.
Nell’operazione Bialystok (2020) sono state arrestate dalla Digos sette persone accusate di associazione con finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine democratico. L’accusa era che il Bencivenga fosse la base logistica e il «quartier generale» per la pianificazione di attentati a Roma. Gli anarchici hanno iniziato a riempire piazza dell’Immacolata verso le 17.30. Circa 300 persone, con birre e canne d’ordinanza, verso le 18.30, hanno iniziato a intonare i soliti slogan contro il governo e contro lo Stato. Ma soprattutto contro la polizia (individuata sempre con il termine «sbirri»). Hanno dedicato i loro cori a anche a Sara Ardizzone e Alessandro Mercogliano, i due compagni morti durante la preparazione di un ordigno esplosivo in un casolare abbandonata nel Parco degli acquedotti. Si sono sgolati per chiedere la liberazione di Cospito e hanno ricordato la sua lotta. A un certo punto due o tre rappresentanti della piazza hanno intavolato una trattativa per ottenere il via libera per un corteo che non era stato autorizzato. La polizia ha confermato il divieto.
Le forze dell’ordine hanno presidiato tutti i varchi così da impedire ai manifestanti di uscire dalla piazza. I più aggressivi sono sembrati gli anarchici più attempati. Diversi di loro si sono succeduti al microfono e, dall’accento, davano l’idea di far parte della delegazione calata dal Nord Italia. Hanno inneggiato la lotta ai compagni detenuti nelle galere, in particolare quelli ristretti al 41 bis, compresi i brigatisti rossi italiani e una «compagna» della Raf tedesca, ancora detenuta in Germania. Molti dei presenti indossavano caschi da moto, ma non certo per muoversi in scooter. Nel primo pomeriggio, prima degli anarchici, ha marciato la Brigata immortale partigiana. Il gruppo, che si ispira a un’analoga iniziativa russa (i manifestanti sventolavano sia la bandiera italiana che quella sovietica), si è recato al cimitero del Verano per depositare una corona in memoria dei caduti della Resistenza. A trarre beneficio da questo pomeriggio di tensione sono stati i pochi esercizi commerciali aperti, soprattutto quelli di cittadini stranieri che hanno venduto fiumi di birra e vino.
Dopo le 20 il clima si è scaldato. Un gruppetto, mentre intorno suonavano le sirene di gazzelle e pantere, ha provato ad avanzare con lo striscione «Con Alfredo. Il 41 bis è tortura. Libertà per tuttx». Alla fine è stato concesso ai manifestanti di mettersi in marcia per un breve corteo. Un anarchico ha iniziato a brandire l’asta di una bandiera e tra un «daje» e un invito a non esagerare è volata una bottiglia che ha colpito, a pochi metri da chi scrive, un vice dirigente della Digos che ha subito una brutta ferita sulla fronte. Alla fine agli anarchici è stato concesso di dirigersi verso Porta Maggiore per concludere il percorso fino al quartiere del Pigneto (destinazione forse non casuale: lì vicino erano residenti i due terroristi morti a marzo). Alla chiusura di questo articolo, la manifestazione non era ancora conclusa. In piazza è stato distribuito un documento che invitava alla mobilitazione contro «le carceri che sono delle prigioni di guerra». «Facciamo appello a quella parte di società che in questi anni è scesa in strada per la Palestina e che di fronte alle ingiustizie non è solita tacere», si leggeva. L’auspicio degli anarco-insurrezionalisti è la saldatura tra mondi diversi, ma comunque «contro».
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