Quella del No è una vittoria di Pirro: il partito delle toghe rovina le toghe

Magistrato penale
Nel 2010 la Corte Suprema Usa (caso Citizen united vs Federal election commission) abolì qualsiasi tetto ai finanziamenti delle corporation nelle campagne elettorali. La sentenza di fatto escluse milioni di cittadini americani dalla partecipazione politica, visto che a quel punto nessun candidato «normale» poteva sperare di avere chance reali di affermazione rispetto ai candidati iper finanziati. Da alcuni osservatori (Joseph Stiglitz, per esempio, o Paul Krugman) quella sentenza è considerata il punto di avvio del processo crescente di sfiducia popolare nel sistema giudiziario Usa e del progressivo astensionismo elettorale.
Evidente il cortocircuito: i candidati finanziati dalle grandi holding, una volta (facilmente) eletti, potevano poi favorire a loro volta la nomina di giudici contigui, che dal canto loro potevano poi garantire gli interessi dei grandi enti finanziatori. È da quel momento che le elezioni Usa sono diventate definitivamente affare di ceti molto ricchi ed elitari.
Ma se il 2010 è l’anno cruciale della perdita di verginità della politica, ma anche della giustizia Usa, in Italia la giustizia è incappata in due anni peggio che bisestili: uno è il 2019, con la vicenda dell’hotel Champagne e delle chat, che ha disvelato chiaramente ciò che si agita nella faccia buia del correntismo giudiziario. L’altro anno - super crucialissimo - è il nostro 2026, dove l’entrata a gamba tesa del correntismo medesimo nella competizione politico-referendaria ha definitivamente cantato la messa funebre all’immagine di certa magistratura come organismo di neutralità politica e di garanzia, con la foto dei magistrati «Bella Ciao» bene in vista sulla lapide, ad imperitura immagine simbolo.
Dopo una scivolata simile, ogni sentenza, ogni atto giudiziario, perfino il più onesto, rischia di essere visto solo come un atto politico di appartenenza. Insomma: una doppia sentenza Citizen. Ma ai vertici associativi poco importa. Nei giorni immediatamente dopo l’insperata vittoria, lo champagne dei «Bella Ciao» è andato giù liscio che era una meraviglia, mentre si sentiva il dolce canto di pubblici ufficiali che irridevano apertamente altre figure istituzionali.
Eppure, qualche dubbio i festeggianti farebbero bene ad avercelo: in un articolo sulla Verità del 10 gennaio avevamo scritto che la vittoria del Sì era molto probabile, salvo che non si profilasse uno scenario di guerra o una crisi economica. Sarà che forse portiamo sfiga noi, ma ecco l’Iran prima e l’aumento della benzina dopo. In più, la mobilitazione al rallentatore della stessa maggioranza politica che pure aveva proposto la riforma.
Ma c’è soprattutto un punto che è emerso plateale: lo slogan che ha mosso gli eserciti non è stato «politica cattiva - magistratura eroica», bensì «riforma chissenefrega, buttiamo giù il governo Meloni». Insomma: la marcia vittoriosa del No è stata frutto soprattutto di congiunture astrali favorevoli, di ritardi altrui, di tattiche mediatiche opportunistiche.
Facciamo i rosiconi? Forse sì e forse no. Di certo, la narrazione titanistica «politica corrotta - magistratura eroica», che era stata dominante ed egemonica all’epoca di Mani Pulite, oggi è caduta e il messaggio che ha smosso il voto è stato completamente differente. Che la campagna del correntismo abbia dovuto ricorrere ad armi chimiche proibite (vedi le interviste fake di Falcone et similia) dimostra, paradossalmente, che in una disfida ad armi pari e senza le interferenze guerresche altrui l’esito del voto sarebbe stato molto diverso.
Se così è, vuol dire che la fiaba del correntismo immacolato portato in trionfo dalle folle adoranti è finita. Ed è finita anche all’interno, come dimostra ampiamente il fenomeno dei magistrati del Sì, più esteso di quanto ci abbiano voluto far credere. Oltretutto, la rivendicazione di protagonismo politico del correntismo togato rischia di essere una mina vagante anche per la stessa opposizione politica che, per restare al passo dei magistrati «Bella Ciao», ha dovuto perfino abiurare quelle posizioni riformiste che pure erano presenti nei suoi stessi programmi politici, collocandosi quindi in posizione debitoria.
E i debiti, in questo caso, rischiano di pagarsi con un ulteriore arretramento della politica democratica rispetto ad ordini tecnocratici che non rispondono al controllo popolare. Il che è un problema per la destra, certo, ma anche per la sinistra. Esattamente ciò che voleva dire il ministro Nordio quando dichiarava che la riforma «conveniva» anche alla sinistra. Una riflessione ampiamente condivisibile, che la demagogia ha immediatamente voluto tradurre come una specie di invito a «rubare» tutti insieme, in barba al controllo giudiziario.
Insomma: ha davvero stravinto il correntismo? Ai posteri l’ardua sentenza. Salvo che i posteri non arrivino prima e non facciano notare un’altra cosa: Claudio Galoppi, noto esponente delle correnti «moderate», non ha partecipato alla festa dei «Bella Ciao» e si è dimesso, parlando di «mancanza di trasparenza, carrierismi, personalismi e attaccamento alle cariche» (Il Foglio, 30 marzo 2026). E su Repubblica del 31 marzo ha evocato «dinamiche distorsive di localismi e tentativi di carrierismo».
Lui lo ha detto un minuto dopo. Noi del Sì lo avevamo detto fino a un minuto prima. Idem il consigliere del Csm Bernadette Nicotra, altrettanto critica nei confronti della propria corrente, Magistratura indipendente, la stessa del suo collega Galoppi. Ecco una bomba a miccia lunga per la Anm «compattissima» e «trionfante»: l’assoluta inconsistenza delle cosiddette correnti «moderate», schiacciate completamente su quelle oltranziste. Stessi slogan, stessa strategia, interviste tutte uguali, stesse dinamiche interne.
Tutto prevedibile, però, per chi è buon osservatore: pochi anni fa la stessa corrente di Magistratura indipendente, quella «moderata», aveva organizzato a Reggio Calabria un piccolo convegno in salsa woke, in cui alcune giovani leve «moderate», ma molto alla moda, si erano fatte portavoce delle istanze LGBTQQIAPK (eccetera), con la singolare giustificazione che quelle rivendicazioni non potevano essere appannaggio solo delle varie magistrature democratiche et similia. Episodio rivelatore e poco noto, ma significativo. Passato inosservato perfino fra i «moderati», il che è tutto dire.
Perfettamente in linea il nuovo presidente Anm, il «moderato» Antonio Tango, quello che denunciava la «deriva autoritaria» del governo, ha oggi pensato bene di parlare inclusivamente di «padri e madri costituenti». Stessi concetti, stesso linguaggio alla moda.
Insomma: con questo andazzo, che fine faranno i cosiddetti «magistrati moderati»? Reagiranno o si afflosceranno definitivamente? O migreranno in blocco verso le correnti «Bella Ciao», abbandonando quelle fotocopia? Intanto registriamo che, in una intervista su Il Dubbio, uno dei leader Md torna a parlare di «pluralismo delle idee» in seno alla Anm e propone l’ennesimo arzigogolo elettoralistico: «voto di lista e preferenza unica con collegio unico nazionale» (15 aprile u.s.).
Insomma: tarapia tapioco, come se fosse Antani. In attesa di Tognazzi e Monicelli, è ricominciata la cantilena. L’eterno ritorno dell’uguale, che si divide fra Frattocchie e parrocchie associative dall’architettura desolatamente simile. Come si fa a non vedere che è soltanto un piccolo mondo in decadenza, dove l’incipriatura del naso nasconde le rughe profonde di un sottopotere vecchio e stracotto, del conformismo sottoculturale, dei «localismi, personalismi e tentativi di carrierismo» di cui parla Galoppi?
In questo scenario confuso e mortuario la magistratura vera è l’unica e sola vittima della irresponsabile deriva autoreferenziale dell’oligarchia associativa, che ha preteso di difendere l’indifendibile in nome del totem della «libertà di opinione politica».
E qui torniamo all’inizio, perché le dinamiche del referendum hanno espresso esattamente lo stesso meccanismo distorsivo alla base della sentenza Citizen: in quel caso la Corte Suprema, rifacendosi al Primo emendamento e, peraltro, a strettissima maggioranza, pretese di riconoscere alle corporations miliardarie lo stesso diritto alla partecipazione politica dei semplici individui o di quelle aggregazioni di individui che sono le associazioni o i partiti politici.
Nel 2026, in Italia, è stato lo stesso correntismo giudiziario che si è auto-riconosciuto manu militari lo stesso diritto, al pari - appunto - di una qualsiasi persona fisica. Il risultato è stato identico: la difesa ottusa di un concetto di eguaglianza astratta che produce una concretissima diseguaglianza di fatto.
La verità vera è che né le grandi concentrazioni di ricchezza né il correntismo giudiziario italiano possono essere collocati sullo stesso piano degli individui o delle loro associazioni, per la semplice ed indiscutibile ragione che non sono individui, ma Po-te-ri. E mettere in competizione dei Po-te-ri con delle persone fisiche, più o meno aggregate, è un fattore alterante del gioco democratico sotto qualsiasi latitudine storica: quale partito tradizionale può competere con corporation dotate di riserve illimitate di denaro? O con gruppi di pubblici ufficiali che hanno il controllo dell’azione penale e che godono del privilegio indiscusso di non dover mai sottoporsi alla verifica periodica della fiducia popolare?
In un articolo sulla Verità del 18 marzo abbiamo scritto che «la democrazia è incompatibile con i centri di potere che non rispondono mai al controllo popolare. Il contrasto prescinde dalle volontà individuali ed è destinato ad aumentare comunque, non a ridursi». Il conflitto riprenderà, stiamone certi, e forse prima di quanto possiamo immaginare.
Certo, non subito. Ora, per un po’, il tema sarà rimosso dall’agenda politica. Troppa la delusione per una sconfitta evitabilissima. E poi ora ci sono altre urgenze. Però Babbo Natale non esiste, purtroppo, e l’abbiamo scoperto tutti, anche quelli che hanno votato No.
Nei Quaderni dal carcere Gramsci spiega che il potere si conserva non tanto con la forza, ma soprattutto con la «egemonia culturale», cioè attraverso una sorta di consenso collettivo indotto, in virtù del quale i sudditi accettano spontaneamente simboli, costruzioni teoriche e linguaggi trendy sollecitati dai tenutari del potere.
La costruzione mitologica della magistratura associata come «pluralismo democratico», come «unità nelle differenze», è stata per anni il terreno su cui si è sviluppata l’egemonia interna delle correnti: un racconto fantastico, in virtù del quale un 30% di correntizzati ha potuto dominare su 9.000 magistrati. Ma ora che l’immagine della magistratura associata è quella di un soggetto platealmente partigiano che fa blocco con uno specifico complesso editoriale, ora che il racconto mitologico si è rotto perfino all’interno dello schieramento vincitore, ora che per la prima volta si parla di una seconda Anm in opposizione alla prima, sul terreno restano i cocci.
E sono cocci su cui rischiano di farsi male tutti, anche i vincitori. E infatti il primo lamento è venuto proprio dai magistrati cosiddetti «moderati», sedicenti vincitori anche loro, ma che nella foto dei trionfatori sono finiti in ultima fila e si vedono poco.
Ad ogni modo, inutile parlare di queste cose. Perché sciupare il dopo-festa? Dolce è stato lo champagne. Allegra la tarantella napoletana. Al sicuro il sottopotere di sempre. Per un po’ sarà così. Poi, si vedrà. Ora, in alto i calici. Ad maiora.





