La Ue parla di flessibilità ma rilancia i traguardi green sulla pelle dell’industria

Guarda caso il giorno in cui l’Onu allarmata per il caldo tropicale ricorda a tutti noi che vivremo una vita inaccettabile e ricca di privazione per via della crisi climatica, Bruxelles lancia la nuova strategia che però si basa sempre sul medesimo schema: quello delle tre carte. La commissaria e vice presidente Teresa Ribera assieme al collega per il clima Wopke Hoekstra hanno presentato le linee guida aggiornate alla transizione green e alla lotta contro le emissioni di CO2. Formalmente si tratta di spostare l’obiettivo per l’Unione di ridurre del 90% le emissioni nette di gas a effetto serra rispetto ai livelli del 1990 alla data del 2040. Ci sarà un appuntamento intermedio fra cinque anni, data in cui il calcolo del taglio dovrebbe arrivare al 55%, mentre - assicurano i tecnocrati di Bruxelles - si delinea «una maggiore flessibilità per raggiungere tale obiettivo, in vista del perseguimento di un’economia europea decarbonizzata entro il 2050». Ci saranno sistemi di compensazione delle emissioni, aperture alla neutralità tecnologica, sistemi intermedi per alleggerire le tasse e le imposte (vedi lo schema di Ets), ma in realtà dietro la spolverata di marketing la Commissione non cambia assolutamente strada. Mantiene intatte le norme che comporteranno nel 2027 imposte sulle auto non elettriche e soprattutto un percorso di interventi sulle case con l’idea di renderle green. Su queste colonne ci siamo soffermati infinite volte sul pericolo di un iter così ideologico e il fatto che venga a parole annacquato non deve far cadere nessuno nel tranello. Il problema, che è anche la follia, di fondo resta intonso. Non c’è alcuna valutazione ex ante sull’impatto che le nuove norme avranno sul futuro dell’industria europea, sull’occupazione, sull’inflazione e quindi sulla capacità di produrre ricchezza.
Basti pensare che ieri, quando i due commissari sono apparsi per la conferenza stampa, non è stato fatto alcun accenno al comparto dell’automotive. Le quattro ruote, tolte le colpe dei produttori, si trovano in mezzo al guado. Prima spinte a una transizione elettrica fuori da ogni logica e ingolosite da incentivi e adesso costrette a stare in stand by. Con multe per le emissioni soltanto rimandate e senza alcuna indicazione su quale tecnologia l’Europa dovrebbe abbracciare per provare almeno minimamente a fare concorrenza ai colossi Usa e cinesi. Nulla di tutto ciò. Non a caso ieri qualche voce un po’ saggia si è alzata. Il portavoce di Ecr alla commissione Ambiente dell’Europarlamento parla esplicitamente di deindustrializzazione. Concetto ribadito ieri in pieno anche da Carlo Fidanza. Ma anche Forza Italia sembra non starci. «La tutela dell’ambiente è un principio nel quale Fi crede moltissimo, la decarbonizzazione rappresenta oggi innanzitutto un dovere morale. Ma, come abbiamo sempre detto», ha spiegato ieri il portavoce Raffaele Nevi, «gli obiettivi di riduzione delle emissioni devono essere sostenibili dal punto di vista economico e sociale. Bisogna essere molto attenti, soprattutto in questo momento storico, a non indebolire il nostro sistema industriale e produttivo in generale e avere chiarezza sulle risorse disponibili per accompagnare questo percorso». In altre parole: la Commissione europea che fissa la diminuzione delle emissioni del 90% al 2040 «senza una valutazione di impatto industriale e senza la dovuta flessibilità ci vede totalmente contrari», conclude Nevi.
A stroncare l’ennesima follia Ue è l’intera industria siderurgica. Eurofer ieri ha diffuso una nota durissima basata su numeri e buon senso. «Per la decarbonizzazione», osserva l’associazione, «l’industria siderurgica europea sta già facendo la sua parte, ma manca ancora un business case valido per la transizione. Per consentirla, l’Ue deve attuare il piano d’azione per l’acciaio e i metalli in modo molto più deciso, garantendo una protezione commerciale altamente efficace contro la sovraccapacità globale, l’accesso a energia e rottami a basse emissioni di carbonio competitivi a livello internazionale e un Cbam (Carbon Border Adjustment Mechanism, ndr) a tenuta stagna». Cioè che non penalizzi solo le imprese con sede nell’Ue. «L’industria siderurgica europea», sottolinea il direttore generale di Eurofer Alexander Eggert, «sostiene l’obiettivo di neutralità climatica ma solo se riceverà un sostegno tempestivo ed efficace». Un dettaglio che viene però omesso da Eurofer. Non si può andare avanti a sussidi senza piani industriali in grado di produrre margini e impiegare operai. Altrimenti la strada dell’automotive sarà un copione che verrà riproposto agli altri settori. Inoltre, non è possibile che Bruxelles non comprenda il cambiamento in atto tra Usa e Cina. La rivoluzione che sta attraversando il Medio Oriente e l’India. Noi europei saremo sempre più piccoli e incapaci di pesare sulle scelte che saranno coordinate tra i colossi e il Sud globale. A questo punto o siamo di fronte a una ideologia che si auto alimenta fino all’annientamento, oppure c’è malafede. Ci sono forze esterne che si infilano nei gangli decisionali di Bruxelles e manovrano leve a discapito della nostra industria per trasformare il Vecchio Continente in un grande mercato fatto solo da consumatori.






