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2023-09-12
L’Ue vede nero e affila le armi contro Roma
Paolo Gentiloni (Ansa)
Con i dati sul Pil in retromarcia diffusi ieri, la Commissione europea guidata dalla presidente Ursula von der Leyen sarà pronta ad affilare le armi contro l’Italia e tutti gli Stati membri. Rispetto ai dati presentati la primavera scorsa, nell’Eurozona il Pil si stima crescerà solo dell’0,8% rispetto al precedente 1,1%. Per quanto riguarda l’Italia, il segno più resta con un +0,9%, ma il nostro Paese subisce comunque un taglio dello 0,3% sulle previsioni di crescita. A maggio, nelle analisi di primavera, le stime del Pil erano rispettivamente dell’1,2% per il 2023 e 1,1% per il 2024.
La locomotiva d’Europa, la Germania, secondo i dati si avvia verso il segno meno con una leggera recessione dello 0,4%. È proprio l’indietreggiamento di Berlino che, a catena, fa rallentare tutto il Vecchio Continente. In particolare, sul nostro Paese, spiegano gli analisti di Bruxelles, pesa la frenata nel settore delle costruzioni dovuta alla fine del Superbonus.
Il 2023, insomma, sarà un percorso a ostacoli. Nel 2024 la situazione potrebbe forse migliorare con il prodotto interno lordo dell’Eurozona che dovrebbe salire dell’1,3%, mentre in Italia solo dello 0,8%, il dato più basso tra i Paesi analizzati. La Germania, però, dovrebbe tornare al segno più con una crescita dell’1,1%. A bagnare il naso a molte economie in Europa, tra cui la nostra, c’è la Spagna. Quest’anno Madrid crescerà del 2,2% con un +1,9% il prossimo anno. La Francia avanzerà dell’1% nel 2023 e dell’1,2% nel 2024. Rallenta, invece, l’Olanda, che quest’anno scende dall’1,8% a 0,5% dicendo addio a 1,3 punti percentuali. La Commissione europea ha anche rivisto le stime di inflazione della zona euro per l’anno in corso e il prossimo: quest’anno si passa dal 5,6% al 5,8%, mentre il prossimo si scende da 2,9 a 2,8%. «La debolezza della domanda interna, in particolare dei consumi, mostra che i prezzi al consumo, elevati e ancora in aumento per la maggior parte dei beni e dei servizi, stanno pesando più di quanto previsto nelle previsioni di primavera», si legge in una nota della Commissione. «Nel complesso, si prevede che lo slancio di crescita più debole nell’Ue si estenderà fino al 2024, e l’impatto della politica monetaria restrittiva è destinato a continuare a frenare l’attività economica».
A Bruxelles gli esperti indicano, poi, come «fonti di incertezza» la guerra in Ucraina e la stretta monetaria, il che non può che far riflettere visto che l’aumento dei tassi arriva proprio dalle istituzioni europee (la Bce). Gli esperti spiegano che l’aumento del costo del denaro «potrebbe pesare sull’attività economica più pesantemente del previsto», ma anche «portare un calo più rapido dell’inflazione e accelerare il ripristino dei redditi reali. Le pressioni sui prezzi potrebbero però rivelarsi più persistenti».
Per il prossimo anno la Commissione europea si attende a ogni modo «una lieve ripresa della crescita, poiché l’inflazione continua a diminuire, il mercato del lavoro rimane robusto e i redditi reali si riprendono gradualmente. Gli ultimi dati confermano che l’attività economica nell’Ue è stata contenuta nella prima metà del 2023 a causa dei formidabili shock subiti», affermano da Bruxelles.
Come ha spiegato il commissario Ue all’economia, Paolo Gentiloni, «l’incertezza rimane eccezionalmente elevata, in gran parte a causa della guerra di aggressione in corso da parte della Russia contro l’Ucraina. La stretta monetaria potrebbe portare a effetti negativi sull’attività economica più forti del previsto, ma potrebbe anche innescare un calo più rapido dell’inflazione, che accelererebbe la ripresa dei redditi reali». Inoltre, «in Italia, la crescita nel secondo trimestre ha sorpreso al ribasso con una contrazione dello 0,4%, trainata dal calo della domanda interna. Sebbene sia previsto un leggero rimbalzo nella seconda metà di quest’anno e nel prossimo, le proiezioni di crescita annuale sono state riviste al ribasso a partire dalla primavera», continua. «Dobbiamo avere fiducia e fiducia nel futuro dell’economia europea. C’è molto che possiamo fare per sostenere una crescita sostenuta e sostenibile. L’efficace attuazione dei piani nazionali di ripresa e resilienza rimane una priorità fondamentale. Dovrebbero essere perseguite politiche fiscali prudenti e favorevoli agli investimenti, in sintonia con gli sforzi continui delle nostre banche centrali per domare l’inflazione», dice Gentiloni, ricordando che «dobbiamo lavorare con determinazione per concludere entro la fine dell’anno un accordo sulla riforma delle nostre regole fiscali».
Insomma, anche Gentiloni ha confermato che il Belpaese dovrà affrontare momenti difficili e questo non sarà di certo di aiuto per l’ideazione della prossima manovra di bilancio, come potrebbe non esserlo la prossima riunione sui tassi di interessi che la Bce terrà il prossimo 14 settembre. Certo è che, tra le riforme da portare avanti per il nostro Paese, nessuno ha citato la necessità di far salire in modo importante i salari medi, unico modo per far salire davvero l’economia italiana.
In un anno ritirati 100 miliardi dai depositi di famiglie e imprese
Se l’intento era quello di mettere in difficoltà famiglie e piccole imprese, a Francoforte ieri avranno stappato lo champagne. La numero uno della Bce Christine Lagarde e i suoi collaboratori, infatti, di fronte ai numeri del report periodico di Bankitalia avranno potuto constatare come gli effetti della pervicacia degli ultimi mesi nel rialzare i tassi d’interesse sono stati esattamente quelli su cui alcuni governi - primi fra tutti il nostro - la avevano messa in guardia.
E cioè che si sta operando un vero e proprio salasso ai danni dei cittadini i quali, stretti da una parte tra la morsa di rate di mutui e prestiti in ascesa e, dall’altra, dell’inflazione che ancora non ha smesso di galoppare, non hanno potuto che scegliere tra tirare la cinghia o intaccare i propri risparmi.
In tutti e due i casi, i riflessi per il potere d’acquisto della gente e per le economie (come hanno testimoniato le revisioni al ribasso dei Pil Ue) sono stati catastrofici. D’altra parte, se c’è un punto su cui tutte le nostre forze di maggioranza hanno una valutazione concorde è proprio il giudizio negativo sulla politica rialzista della Bce (che rischia di portarci in recessione) nel contesto più ampio di un atteggiamento da parte di Bruxelles non proprio benevolo per i nostri interessi, come testimonia anche la vicenda del mancato via libera all’accordo Ita Airways-Lufthansa (osteggiato da Parigi), col commissario Paolo Gentiloni voltato dall’altra parte in barba al suo Paese di provenienza.
Andiamo ai numeri: nel bollettino di via Nazionale si spiega anzitutto che gli italiani, proprio a causa dei tassi più alti e dell’inflazione, si stanno impoverendo: «I depositi del settore privato sono diminuiti del 6,5% sui dodici mesi (-4,3 in giugno)». In particolare - e sarebbe questo il dato da lasciare sulla scrivania della Lagarde - i depositi delle famiglie sono scesi di 53 miliardi, mentre quelli delle imprese hanno perso 43,8 miliardi. A Francoforte è previsto un Consiglio per giovedì, che potrebbe ritoccare ulteriormente verso l’alto il costo del denaro. Il tutto, a dispetto del fatto che nelle ultime settimane l’impennata delle rate dei mutui abbia subito un lieve rallentamento. Tuttavia, oltre che per sopperire i costi maggiori, i risparmi degli italiani hanno lasciato i depositi anche per essere investiti in Btp e Bot: «La raccolta obbligazionaria è aumentata del 17,5% (16,1 in giugno)», spiega Palazzo Koch.
Un’altra conseguenza inevitabile del rialzo continuo dei tassi è il calo del ricorso al credito: a luglio i prestiti al settore privato sono diminuiti del 2,3% sui dodici mesi (-1,7 nel mese precedente) e i prestiti alle famiglie sono diminuiti dello 0,3% sui dodici mesi, mentre quelli alle società non finanziarie sono diminuiti del 4% (-3,2 nel mese precedente). La contrazione delle richieste però, mutui a parte, non ha determinato un calo dei costi: nel documento di Bankitalia si legge infatti che «il Taeg sulle nuove erogazioni di credito al consumo si è collocato al 10,48% (9,03 nel mese precedente) e «i tassi di interesse sui nuovi prestiti alle società non finanziarie sono stati pari al 5,09% (5,04 nel mese precedente)».
Gli unici interessi praticamente fermi sono stati, curiosamente, quelli della remunerazione dei correntisti: «I tassi passivi sul complesso dei depositi in essere sono stati pari allo 0,76 per cento (0,72 nel mese precedente)».
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Sforbiciata di Bruxelles alle stime di crescita: 0,8% nell’Eurozona, 0,9% in Italia. Annunciata blanda recessione per la Germania. La prevista frenata del Pil complica la ricerca dei fondi per la manovra. Giovedì nuova riunione della Bce sui tassi d’interesse.Report Bankitalia: salgono costi e investimenti in obbligazioni. Frenata dei prestiti.Lo speciale contiene due articoli.Con i dati sul Pil in retromarcia diffusi ieri, la Commissione europea guidata dalla presidente Ursula von der Leyen sarà pronta ad affilare le armi contro l’Italia e tutti gli Stati membri. Rispetto ai dati presentati la primavera scorsa, nell’Eurozona il Pil si stima crescerà solo dell’0,8% rispetto al precedente 1,1%. Per quanto riguarda l’Italia, il segno più resta con un +0,9%, ma il nostro Paese subisce comunque un taglio dello 0,3% sulle previsioni di crescita. A maggio, nelle analisi di primavera, le stime del Pil erano rispettivamente dell’1,2% per il 2023 e 1,1% per il 2024. La locomotiva d’Europa, la Germania, secondo i dati si avvia verso il segno meno con una leggera recessione dello 0,4%. È proprio l’indietreggiamento di Berlino che, a catena, fa rallentare tutto il Vecchio Continente. In particolare, sul nostro Paese, spiegano gli analisti di Bruxelles, pesa la frenata nel settore delle costruzioni dovuta alla fine del Superbonus. Il 2023, insomma, sarà un percorso a ostacoli. Nel 2024 la situazione potrebbe forse migliorare con il prodotto interno lordo dell’Eurozona che dovrebbe salire dell’1,3%, mentre in Italia solo dello 0,8%, il dato più basso tra i Paesi analizzati. La Germania, però, dovrebbe tornare al segno più con una crescita dell’1,1%. A bagnare il naso a molte economie in Europa, tra cui la nostra, c’è la Spagna. Quest’anno Madrid crescerà del 2,2% con un +1,9% il prossimo anno. La Francia avanzerà dell’1% nel 2023 e dell’1,2% nel 2024. Rallenta, invece, l’Olanda, che quest’anno scende dall’1,8% a 0,5% dicendo addio a 1,3 punti percentuali. La Commissione europea ha anche rivisto le stime di inflazione della zona euro per l’anno in corso e il prossimo: quest’anno si passa dal 5,6% al 5,8%, mentre il prossimo si scende da 2,9 a 2,8%. «La debolezza della domanda interna, in particolare dei consumi, mostra che i prezzi al consumo, elevati e ancora in aumento per la maggior parte dei beni e dei servizi, stanno pesando più di quanto previsto nelle previsioni di primavera», si legge in una nota della Commissione. «Nel complesso, si prevede che lo slancio di crescita più debole nell’Ue si estenderà fino al 2024, e l’impatto della politica monetaria restrittiva è destinato a continuare a frenare l’attività economica».A Bruxelles gli esperti indicano, poi, come «fonti di incertezza» la guerra in Ucraina e la stretta monetaria, il che non può che far riflettere visto che l’aumento dei tassi arriva proprio dalle istituzioni europee (la Bce). Gli esperti spiegano che l’aumento del costo del denaro «potrebbe pesare sull’attività economica più pesantemente del previsto», ma anche «portare un calo più rapido dell’inflazione e accelerare il ripristino dei redditi reali. Le pressioni sui prezzi potrebbero però rivelarsi più persistenti». Per il prossimo anno la Commissione europea si attende a ogni modo «una lieve ripresa della crescita, poiché l’inflazione continua a diminuire, il mercato del lavoro rimane robusto e i redditi reali si riprendono gradualmente. Gli ultimi dati confermano che l’attività economica nell’Ue è stata contenuta nella prima metà del 2023 a causa dei formidabili shock subiti», affermano da Bruxelles. Come ha spiegato il commissario Ue all’economia, Paolo Gentiloni, «l’incertezza rimane eccezionalmente elevata, in gran parte a causa della guerra di aggressione in corso da parte della Russia contro l’Ucraina. La stretta monetaria potrebbe portare a effetti negativi sull’attività economica più forti del previsto, ma potrebbe anche innescare un calo più rapido dell’inflazione, che accelererebbe la ripresa dei redditi reali». Inoltre, «in Italia, la crescita nel secondo trimestre ha sorpreso al ribasso con una contrazione dello 0,4%, trainata dal calo della domanda interna. Sebbene sia previsto un leggero rimbalzo nella seconda metà di quest’anno e nel prossimo, le proiezioni di crescita annuale sono state riviste al ribasso a partire dalla primavera», continua. «Dobbiamo avere fiducia e fiducia nel futuro dell’economia europea. C’è molto che possiamo fare per sostenere una crescita sostenuta e sostenibile. L’efficace attuazione dei piani nazionali di ripresa e resilienza rimane una priorità fondamentale. Dovrebbero essere perseguite politiche fiscali prudenti e favorevoli agli investimenti, in sintonia con gli sforzi continui delle nostre banche centrali per domare l’inflazione», dice Gentiloni, ricordando che «dobbiamo lavorare con determinazione per concludere entro la fine dell’anno un accordo sulla riforma delle nostre regole fiscali».Insomma, anche Gentiloni ha confermato che il Belpaese dovrà affrontare momenti difficili e questo non sarà di certo di aiuto per l’ideazione della prossima manovra di bilancio, come potrebbe non esserlo la prossima riunione sui tassi di interessi che la Bce terrà il prossimo 14 settembre. 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D’altra parte, se c’è un punto su cui tutte le nostre forze di maggioranza hanno una valutazione concorde è proprio il giudizio negativo sulla politica rialzista della Bce (che rischia di portarci in recessione) nel contesto più ampio di un atteggiamento da parte di Bruxelles non proprio benevolo per i nostri interessi, come testimonia anche la vicenda del mancato via libera all’accordo Ita Airways-Lufthansa (osteggiato da Parigi), col commissario Paolo Gentiloni voltato dall’altra parte in barba al suo Paese di provenienza. Andiamo ai numeri: nel bollettino di via Nazionale si spiega anzitutto che gli italiani, proprio a causa dei tassi più alti e dell’inflazione, si stanno impoverendo: «I depositi del settore privato sono diminuiti del 6,5% sui dodici mesi (-4,3 in giugno)». In particolare - e sarebbe questo il dato da lasciare sulla scrivania della Lagarde - i depositi delle famiglie sono scesi di 53 miliardi, mentre quelli delle imprese hanno perso 43,8 miliardi. A Francoforte è previsto un Consiglio per giovedì, che potrebbe ritoccare ulteriormente verso l’alto il costo del denaro. Il tutto, a dispetto del fatto che nelle ultime settimane l’impennata delle rate dei mutui abbia subito un lieve rallentamento. Tuttavia, oltre che per sopperire i costi maggiori, i risparmi degli italiani hanno lasciato i depositi anche per essere investiti in Btp e Bot: «La raccolta obbligazionaria è aumentata del 17,5% (16,1 in giugno)», spiega Palazzo Koch. Un’altra conseguenza inevitabile del rialzo continuo dei tassi è il calo del ricorso al credito: a luglio i prestiti al settore privato sono diminuiti del 2,3% sui dodici mesi (-1,7 nel mese precedente) e i prestiti alle famiglie sono diminuiti dello 0,3% sui dodici mesi, mentre quelli alle società non finanziarie sono diminuiti del 4% (-3,2 nel mese precedente). La contrazione delle richieste però, mutui a parte, non ha determinato un calo dei costi: nel documento di Bankitalia si legge infatti che «il Taeg sulle nuove erogazioni di credito al consumo si è collocato al 10,48% (9,03 nel mese precedente) e «i tassi di interesse sui nuovi prestiti alle società non finanziarie sono stati pari al 5,09% (5,04 nel mese precedente)». Gli unici interessi praticamente fermi sono stati, curiosamente, quelli della remunerazione dei correntisti: «I tassi passivi sul complesso dei depositi in essere sono stati pari allo 0,76 per cento (0,72 nel mese precedente)».
Contingente italiano sbarcato nella baia di Suda, isola di Creta (Getty Images)
Era il 28 maggio 1896 quando tre navi da guerra gettarono l’ancora nella baia di Suda, sull’isola di Creta. Una delle tre batteva la bandiera della Regia Marina italiana. Era l’incrociatore «Piemonte», sotto la guida del comandante Alfonso de Orestis e del capitano in seconda Paolo Thaon di Revel, futuro Capo di Stato Maggiore durante la Grande Guerra e in seguito ministro della Marina. A poca distanza dal «Piemonte» si trovavano la corazzata francese «Neptune» e la «Hood», corazzata della Royal Navy britannica. Perché quelle tre imbarcazioni si trovavano laggiù? I motivi sono da ricercare nella storia dell’isola di Creta, all’epoca dei fatti governata dall’impero Ottomano, che l’aveva strappata al dominio veneziano nel 1669.
La composizione etnico-religiosa dell’isola fece da volano nei due secoli di dominazione della Sacra Porta. La maggioranza della popolazione era di origini greche e di religione cristiano-ortodossa mentre la minoranza dominante era musulmana. Gli attriti tra le due comunità cretesi aumentarono con la sollevazione della Grecia, a cui seguì l’indipendenza dopo i moti del 1821. Il malcontento dei cristiani esplose più volte negli anni, come nel caso della rivolta del 1866-1869, terminata con il massacro della popolazione filoellenica. Per il timore di un’espansione della protesta ai Balcani, il governo turco concesse una serie di riforme e pose a capo dell’isola un cristiano, Alexander Kharatheodori. La svolta non servì tuttavia a lenire le gravi tensioni etniche e religiose perché i musulmani dell’isola non accettarono la guida di un cristiano e iniziarono una serie di violenze contro la popolazione. L’11 maggio 1896 si perpetrò il massacro dei cristiani di Canea e anche ad Heraklion vi furono scontri, saccheggi e omicidi. I nuovi disordini di Creta attirarono l’attenzione delle diplomazie europee, già in allarme nei confronti dell’impero turco per il massacro degli Armeni di Anatolia del 1895. L’equilibrio nel Mediterraneo era a rischio. Fu soprattutto quest’ultimo aspetto a mettere in moto le diplomazie francesi, inglesi ed italiane per un intervento diretto formalmente a proteggere i propri connazionali residenti a Creta. Per l’Italia guidata da Antonio di Rudinì, la crisi cretese si mostrò come un’occasione imperdibile, dopo la sconfitta coloniale di Adua, per mantenere il ruolo di potenza nell’area del Mediterraneo e per proteggere gli interessi economici messi a rischio dalle tensioni tra Atene e la Sublime Porta. L’intervento a tre, discusso per l’Italia dal ministro della Marina Benedetto Brin, rappresentò una sorta di alleanza militare di peacekeeping ante litteram.
Dalla rada di Suma, le navi della coalizione europea inviarono uomini con le lance con compiti di deterrenza e di recupero dei connazionali che chiedevano protezione. Il compito di gestire le operazioni di terra dell’equipaggio del «Piemonte» fu affidato a Thaon di Revel. Nei giorni successivi, nonostante la presenza delle navi estere e la pressione diplomatica, la situazione a Creta non parve migliorare. Si temette da subito un’escalation anche per l’atteggiamento del governo di Atene, deciso a dare una spallata alla situazione di Creta fomentando l’insurrezione, in vista di una futura annessione dell’isola. Per le continue violenze tra le fazioni, anche se l’arrivo delle navi estere placò momentaneamente gli animi di fronte alle artiglierie e alle armi caricate sulle lance, fu deciso un rafforzamento della presenza della Regia Marina. Nel mese di giugno giunse a Creta la «Vesuvio», incrociatore comandato dal Capitano Umberto De La Tour, seguita dalla «Liguria», dall’«Etna» e dalla «Morosini». Nei primi mesi del 1897 la situazione dell’isola non parve migliorare. Fu la premessa per la formazione di una prima coalizione internazionale, chiamata in inglese «Admiral’s Squadron» (squadrone degli ammiragli) che incluse anche la Russia, la Germania e l’Austria-Ungheria. A capo della forza navale fu posto il viceammiraglio italiano Felice Napoleone Canevaro, già organico alla Marina sarda e in seguito parte della spedizione di Garibaldi. Nato da una famiglia ligure originaria di Zoagli, Canevaro era il più anziano dei comandanti dello squadrone internazionale. Il suo ruolo fu estremamente delicato, in quanto la situazione geopolitica vedeva un’opinione pubblica europea favorevole ai greci e all’annessione di Creta, ma i governi volevano evitare un crollo degli Ottomani causato da una guerra civile. Fu necessario dunque proteggere, per così dire, i musulmani assediati nelle città costiere e contenere la ribellione dei greci ortodossi nell’entroterra dell’isola, continuamente alimentati dall’appoggio logistico di Atene.
Per mantenere il controllo, non era più sufficiente presidiare i porti con le navi: si rendeva necessaria una forza di sbarco per ristabilire l’ordine e gettare le basi di un’amministrazione controllata dalle potenze europee. Il 4 febbraio 1897 da Catania un piroscafo di linea caricò il primo contingente italiano che avrebbe dovuto sbarcare sull’isola di Creta, guidato dal colonnello Vincenzo Garioni e composto da uomini del 1° Battaglione del 36° Reggimento fanteria «Forlì», di unità dell’artiglieria da montagna e da Carabinieri i quali, comandati dal capitano Federico Craveri, avrebbero dovuto assumere il compito di garantire l’ordine pubblico nel quadro di una gendarmeria internazionale. Anche la Marina aumentò in quel frangente la presenza a Creta, dal momento che i greci inviarono navi da guerra con l’intenzione di annettere l’isola con un colpo di mano. A Suna si unirono altre navi della Regia Marina tra cui il «Ruggiero di Lauria» e l’incrociatore «Stromboli». Il corpo di spedizione italiano raggiunse le 3.000 unità, sbarcando a Creta e stabilendosi nella zona di influenza assegnata dalla coalizione internazionale, la parte orientale dell’Isola. Il primo scontro a fuoco si verificò il 13 febbraio 1897 nei pressi de La Canea, quando i militari italiani, Carabinieri e fanti, furono fatti bersaglio di cecchini filogreci. Guidati dal tenente De Mandato, furono in grado di respingere l’assalto. Il 36° Fanteria fu invece impegnato presso la cittadina di Hierapietra, dove i ribelli cercavano di tagliare le forniture idriche degli assediati. Anche a Candia, l’odierna Heraklion, gli italiani furono coinvolti nei duri scontri tra cristiani e musulmani, intervenendo frequentemente per scongiurare i linciaggi tra le due fazioni. Nell’entroterra i fanti e i Carabinieri (ai quali si affiancarono poi i bersaglieri comandati dal tenente colonnello Achille Brusati) furono spesso impegnati in azioni di controguerriglia e rastrellamento contro le bande di briganti ed irregolari sparse per l’isola.
La situazione geopolitica internazionale accelerò la risoluzione della questione cretese. Nell’aprile 1897 scoppiò in Tessaglia la guerra tra impero Ottomano e Grecia, che si concluse in soli 30 giorni con la sconfitta netta di Atene, che si vide costretta a ritirare le truppe da Creta durante il breve conflitto e vide sfumare le prospettive di annessione. Francia, Gran Bretagna ed Italia decisero così le sorti dell’isola al tavolo delle trattative. Fu scelta una mediazione: mentre formalmente Creta sarebbe rimasta turca, sarebbe stata retta da un governo autonomo sotto la guida del principe Giorgio, nipote del re di Grecia e del quale faceva parte anche il futuro premier Eleutherios Venizelos. La transizione avvenne con la coalizione internazionale ancora sull’isola, dove scoppiarono ancora per lughi mesi violenti tumulti. Fu proprio il più grave a determinare il ritiro definitivo dei turchi da Creta. Il 25 agosto 1898 a Candia i musulmani massacrarono centinaia di cristiani. Tra le vittime 17 soldati britannici e il vice console inglese. La reazione fu durissima. La stessa regina Vittoria chiese una punizione esemplare e i musulmani furono disarmati in soli 4 giorni. 17 capi della rivolta furono impiccati in pubblico, mentre le potenze Francia e Italia si unirono a Londra pretendendo dal Sultano il ritiro totale da Creta. Le ultime truppe ottomane lasciarono l’isola alla fine di novembre del 1898, mettendo fine a due secoli e mezzo di dominio turco. Parte del contingente internazionale rimase per garantire l’ordine pubblico e addestrare la gendarmeria del nuovo governo cretese fino al 1906, mentre i Carabinieri fino al 1914.
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«Il mondo in cui viviamo è un mondo di conflitti, incertezza e instabilità». Lo ha dichiarato il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, all’arrivo al Consiglio Competitività a Bruxelles, criticando l’accavallarsi delle riforme europee e i tempi dell’Industrial Acceleration Act, che a suo giudizio non può entrare in vigore fra tre anni se l’obiettivo è accelerare gli investimenti delle imprese.
Christine Lagarde (Ansa)
Christine Lagarde nel Financial Stability Review – è il bollettino sull’andamento dell’economia che l’Eurotower pubblica due volte l’anno – manda a dire all’Italia di non esagerare con i sostegni a famiglie ed imprese per calmierare gli effetti del caro energia, perché stimoli fiscali finirebbero «mettere ulteriormente sotto pressione i conti pubblici di alcuni Paesi dell’area euro altamente indebitati» e fare alzare lo spread. Quindi Giorgia Meloni è bene non si faccia illusioni anche perché sempre la Lagarde, alla richiesta avanzata dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti di una flessibilità del Patto di stabilità legata al caro energia, ha seccamente risposto: «Ci sono delle regole e quelle si rispettano. Semmai in Europa è importante agire tutti insieme». Ma per ora non s’è fatto nulla.
Nel bollettino della Bce ci sono altre pessime notizie. Ammette la Lagarde che il sistema bancario ha tenuto, ma ci sono rischi di deterioramento del credito – dunque lo sa anche lei che l’economia rallenta – e a fronte di questa impennata d’inflazione l’11 giugno lei rialzerà i tassi. Al contrario di quello che fa la Federal Reserve che li tiene fermi o li abbassa perché sa che in tempi di guerra bisogna far bere il cavallo. È del tutto ovvio che Christine Lagarde dice e fa solo ciò che interessa alla Germania, ma qualcuno deve avvertirla che non tutti godono del suo stipendio. La signora si mette in tasca 726.000 euro l’anno, ma il suo stipendiuccio è soggetto a rivalutazione di circa il 5% annuo come tutti i «dipendenti» del sistema europeo. Allo stipendio base di 430.000 euro assomma 130.000 euro di missione a cui si aggiungono quest’anno 140.000 d’indennità e 26.000 euro di recupero dell’inflazione. Lei ha bisogno solo di stimoli per frequentare la toelette perché la signora che guadagna cinque volte il presidente della Fed ha la paga base rivalutata automaticamente e la piglia anche se da quattro anni la Bce (spera di tornare in utile quest’anno) è in rosso.
Bene fa Matteo Salvini a metterla alla berlina affermando: «La Bce invita a fare attenzione ai singoli éaesi a non spendere troppo per il caro energia: “Mi raccomando Italia, non aiutare troppo le famiglie”. Questa è fuori dal mondo, dal buonsenso e dall’attualità. Avanti con il suicidio tenendo conto di cinque Paesi dell’Ue che comprano petrolio dalla Russia e della Bce che non risponde a niente e nessuno». Come illustrava ieri Il Sole 24 Ore, Francia in testa, Ungheria, Bulgaria e la tanto celebrata Spagna regno delle rinnovabili continuano a comprare gas a mano franca da quel cattivone di Vladimir Putin.
Oltretutto Christine Lagarde, se da una parte fa infuriare chi campa di uno stipendio fisso, anche sul piano tecnico fa un errore madornale. Non dare sostegno ai redditi significa precipitare l’Europa e l’Italia in particolare in stagflazione, che è la peggiore pestilenza economica. Se non sostieni i redditi blocchi la domanda, se blocchi la domanda non fai aumentare il Pil. Per questa via si condanna l’Europa all’immobilismo.
A «governare» l’economia e a dire ai cittadini che devono stringere la cinghia ci sono altre due dame di denari. La prima è Ursula von der Leyen che di allentare il Patto di stabilità non ne vuole sapere, anche perché lei ha un misero salario di 40.000 euro lordi al mese che si rivaluta con un meccanismo automatico applicato a tutti i funzionari dell’Ue. La presidente della Commissione è passata da circa 28.400 euro nel 2020 ai 40.860 di oggi. La terza dama di denari è la direttrice del Fondo monetario internazionale. Kristalina Goergevia – stipendio annuo esentasse di 660.000 euro – che ieri ha pubblicato il suo report sull’Italia e scrive: «La recente riduzione generalizzata delle accise su diesel e benzina dovrebbe essere sostituita da trasferimenti monetari mirati alle famiglie più vulnerabili». Si vede che non fa la spesa perché non ce la fa a capire che se il trasporto costa troppo si scarica sui cartellini dei prezzi. La Goergevia ci fa sapere che «le misure per mitigare l’impatto dell’aumento dei prezzi dell’energia dovrebbero essere neutrali rispetto al bilancio, e qualsiasi nuova spesa, compresa quella per la difesa, dovrebbe essere interamente compensata per salvaguardare la sostenibilità fiscale». I rimedi: non mandare la gente in pensione e rendere più efficiente la spesa pubblica contenendola perché «l’elevato livello di debito dell’Italia e la spesa per l’invecchiamento limitano le opzioni per stimolare la crescita». Parola delle tre Parche con Ursula come Cloto che fila, Kristalina-Lachesi che sorteggia chi deve morire e Christine-Atropo che taglia il filo. Alla francese viene bene ricordare Maria Antonietta. Al popolo voleva offrire le brioche; finì che le tagliarono non il filo, ma la testa.
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