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2023-09-12
L’Ue vede nero e affila le armi contro Roma
Paolo Gentiloni (Ansa)
Con i dati sul Pil in retromarcia diffusi ieri, la Commissione europea guidata dalla presidente Ursula von der Leyen sarà pronta ad affilare le armi contro l’Italia e tutti gli Stati membri. Rispetto ai dati presentati la primavera scorsa, nell’Eurozona il Pil si stima crescerà solo dell’0,8% rispetto al precedente 1,1%. Per quanto riguarda l’Italia, il segno più resta con un +0,9%, ma il nostro Paese subisce comunque un taglio dello 0,3% sulle previsioni di crescita. A maggio, nelle analisi di primavera, le stime del Pil erano rispettivamente dell’1,2% per il 2023 e 1,1% per il 2024.
La locomotiva d’Europa, la Germania, secondo i dati si avvia verso il segno meno con una leggera recessione dello 0,4%. È proprio l’indietreggiamento di Berlino che, a catena, fa rallentare tutto il Vecchio Continente. In particolare, sul nostro Paese, spiegano gli analisti di Bruxelles, pesa la frenata nel settore delle costruzioni dovuta alla fine del Superbonus.
Il 2023, insomma, sarà un percorso a ostacoli. Nel 2024 la situazione potrebbe forse migliorare con il prodotto interno lordo dell’Eurozona che dovrebbe salire dell’1,3%, mentre in Italia solo dello 0,8%, il dato più basso tra i Paesi analizzati. La Germania, però, dovrebbe tornare al segno più con una crescita dell’1,1%. A bagnare il naso a molte economie in Europa, tra cui la nostra, c’è la Spagna. Quest’anno Madrid crescerà del 2,2% con un +1,9% il prossimo anno. La Francia avanzerà dell’1% nel 2023 e dell’1,2% nel 2024. Rallenta, invece, l’Olanda, che quest’anno scende dall’1,8% a 0,5% dicendo addio a 1,3 punti percentuali. La Commissione europea ha anche rivisto le stime di inflazione della zona euro per l’anno in corso e il prossimo: quest’anno si passa dal 5,6% al 5,8%, mentre il prossimo si scende da 2,9 a 2,8%. «La debolezza della domanda interna, in particolare dei consumi, mostra che i prezzi al consumo, elevati e ancora in aumento per la maggior parte dei beni e dei servizi, stanno pesando più di quanto previsto nelle previsioni di primavera», si legge in una nota della Commissione. «Nel complesso, si prevede che lo slancio di crescita più debole nell’Ue si estenderà fino al 2024, e l’impatto della politica monetaria restrittiva è destinato a continuare a frenare l’attività economica».
A Bruxelles gli esperti indicano, poi, come «fonti di incertezza» la guerra in Ucraina e la stretta monetaria, il che non può che far riflettere visto che l’aumento dei tassi arriva proprio dalle istituzioni europee (la Bce). Gli esperti spiegano che l’aumento del costo del denaro «potrebbe pesare sull’attività economica più pesantemente del previsto», ma anche «portare un calo più rapido dell’inflazione e accelerare il ripristino dei redditi reali. Le pressioni sui prezzi potrebbero però rivelarsi più persistenti».
Per il prossimo anno la Commissione europea si attende a ogni modo «una lieve ripresa della crescita, poiché l’inflazione continua a diminuire, il mercato del lavoro rimane robusto e i redditi reali si riprendono gradualmente. Gli ultimi dati confermano che l’attività economica nell’Ue è stata contenuta nella prima metà del 2023 a causa dei formidabili shock subiti», affermano da Bruxelles.
Come ha spiegato il commissario Ue all’economia, Paolo Gentiloni, «l’incertezza rimane eccezionalmente elevata, in gran parte a causa della guerra di aggressione in corso da parte della Russia contro l’Ucraina. La stretta monetaria potrebbe portare a effetti negativi sull’attività economica più forti del previsto, ma potrebbe anche innescare un calo più rapido dell’inflazione, che accelererebbe la ripresa dei redditi reali». Inoltre, «in Italia, la crescita nel secondo trimestre ha sorpreso al ribasso con una contrazione dello 0,4%, trainata dal calo della domanda interna. Sebbene sia previsto un leggero rimbalzo nella seconda metà di quest’anno e nel prossimo, le proiezioni di crescita annuale sono state riviste al ribasso a partire dalla primavera», continua. «Dobbiamo avere fiducia e fiducia nel futuro dell’economia europea. C’è molto che possiamo fare per sostenere una crescita sostenuta e sostenibile. L’efficace attuazione dei piani nazionali di ripresa e resilienza rimane una priorità fondamentale. Dovrebbero essere perseguite politiche fiscali prudenti e favorevoli agli investimenti, in sintonia con gli sforzi continui delle nostre banche centrali per domare l’inflazione», dice Gentiloni, ricordando che «dobbiamo lavorare con determinazione per concludere entro la fine dell’anno un accordo sulla riforma delle nostre regole fiscali».
Insomma, anche Gentiloni ha confermato che il Belpaese dovrà affrontare momenti difficili e questo non sarà di certo di aiuto per l’ideazione della prossima manovra di bilancio, come potrebbe non esserlo la prossima riunione sui tassi di interessi che la Bce terrà il prossimo 14 settembre. Certo è che, tra le riforme da portare avanti per il nostro Paese, nessuno ha citato la necessità di far salire in modo importante i salari medi, unico modo per far salire davvero l’economia italiana.
In un anno ritirati 100 miliardi dai depositi di famiglie e imprese
Se l’intento era quello di mettere in difficoltà famiglie e piccole imprese, a Francoforte ieri avranno stappato lo champagne. La numero uno della Bce Christine Lagarde e i suoi collaboratori, infatti, di fronte ai numeri del report periodico di Bankitalia avranno potuto constatare come gli effetti della pervicacia degli ultimi mesi nel rialzare i tassi d’interesse sono stati esattamente quelli su cui alcuni governi - primi fra tutti il nostro - la avevano messa in guardia.
E cioè che si sta operando un vero e proprio salasso ai danni dei cittadini i quali, stretti da una parte tra la morsa di rate di mutui e prestiti in ascesa e, dall’altra, dell’inflazione che ancora non ha smesso di galoppare, non hanno potuto che scegliere tra tirare la cinghia o intaccare i propri risparmi.
In tutti e due i casi, i riflessi per il potere d’acquisto della gente e per le economie (come hanno testimoniato le revisioni al ribasso dei Pil Ue) sono stati catastrofici. D’altra parte, se c’è un punto su cui tutte le nostre forze di maggioranza hanno una valutazione concorde è proprio il giudizio negativo sulla politica rialzista della Bce (che rischia di portarci in recessione) nel contesto più ampio di un atteggiamento da parte di Bruxelles non proprio benevolo per i nostri interessi, come testimonia anche la vicenda del mancato via libera all’accordo Ita Airways-Lufthansa (osteggiato da Parigi), col commissario Paolo Gentiloni voltato dall’altra parte in barba al suo Paese di provenienza.
Andiamo ai numeri: nel bollettino di via Nazionale si spiega anzitutto che gli italiani, proprio a causa dei tassi più alti e dell’inflazione, si stanno impoverendo: «I depositi del settore privato sono diminuiti del 6,5% sui dodici mesi (-4,3 in giugno)». In particolare - e sarebbe questo il dato da lasciare sulla scrivania della Lagarde - i depositi delle famiglie sono scesi di 53 miliardi, mentre quelli delle imprese hanno perso 43,8 miliardi. A Francoforte è previsto un Consiglio per giovedì, che potrebbe ritoccare ulteriormente verso l’alto il costo del denaro. Il tutto, a dispetto del fatto che nelle ultime settimane l’impennata delle rate dei mutui abbia subito un lieve rallentamento. Tuttavia, oltre che per sopperire i costi maggiori, i risparmi degli italiani hanno lasciato i depositi anche per essere investiti in Btp e Bot: «La raccolta obbligazionaria è aumentata del 17,5% (16,1 in giugno)», spiega Palazzo Koch.
Un’altra conseguenza inevitabile del rialzo continuo dei tassi è il calo del ricorso al credito: a luglio i prestiti al settore privato sono diminuiti del 2,3% sui dodici mesi (-1,7 nel mese precedente) e i prestiti alle famiglie sono diminuiti dello 0,3% sui dodici mesi, mentre quelli alle società non finanziarie sono diminuiti del 4% (-3,2 nel mese precedente). La contrazione delle richieste però, mutui a parte, non ha determinato un calo dei costi: nel documento di Bankitalia si legge infatti che «il Taeg sulle nuove erogazioni di credito al consumo si è collocato al 10,48% (9,03 nel mese precedente) e «i tassi di interesse sui nuovi prestiti alle società non finanziarie sono stati pari al 5,09% (5,04 nel mese precedente)».
Gli unici interessi praticamente fermi sono stati, curiosamente, quelli della remunerazione dei correntisti: «I tassi passivi sul complesso dei depositi in essere sono stati pari allo 0,76 per cento (0,72 nel mese precedente)».
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Sforbiciata di Bruxelles alle stime di crescita: 0,8% nell’Eurozona, 0,9% in Italia. Annunciata blanda recessione per la Germania. La prevista frenata del Pil complica la ricerca dei fondi per la manovra. Giovedì nuova riunione della Bce sui tassi d’interesse.Report Bankitalia: salgono costi e investimenti in obbligazioni. Frenata dei prestiti.Lo speciale contiene due articoli.Con i dati sul Pil in retromarcia diffusi ieri, la Commissione europea guidata dalla presidente Ursula von der Leyen sarà pronta ad affilare le armi contro l’Italia e tutti gli Stati membri. Rispetto ai dati presentati la primavera scorsa, nell’Eurozona il Pil si stima crescerà solo dell’0,8% rispetto al precedente 1,1%. Per quanto riguarda l’Italia, il segno più resta con un +0,9%, ma il nostro Paese subisce comunque un taglio dello 0,3% sulle previsioni di crescita. A maggio, nelle analisi di primavera, le stime del Pil erano rispettivamente dell’1,2% per il 2023 e 1,1% per il 2024. La locomotiva d’Europa, la Germania, secondo i dati si avvia verso il segno meno con una leggera recessione dello 0,4%. È proprio l’indietreggiamento di Berlino che, a catena, fa rallentare tutto il Vecchio Continente. In particolare, sul nostro Paese, spiegano gli analisti di Bruxelles, pesa la frenata nel settore delle costruzioni dovuta alla fine del Superbonus. Il 2023, insomma, sarà un percorso a ostacoli. Nel 2024 la situazione potrebbe forse migliorare con il prodotto interno lordo dell’Eurozona che dovrebbe salire dell’1,3%, mentre in Italia solo dello 0,8%, il dato più basso tra i Paesi analizzati. La Germania, però, dovrebbe tornare al segno più con una crescita dell’1,1%. A bagnare il naso a molte economie in Europa, tra cui la nostra, c’è la Spagna. Quest’anno Madrid crescerà del 2,2% con un +1,9% il prossimo anno. La Francia avanzerà dell’1% nel 2023 e dell’1,2% nel 2024. Rallenta, invece, l’Olanda, che quest’anno scende dall’1,8% a 0,5% dicendo addio a 1,3 punti percentuali. La Commissione europea ha anche rivisto le stime di inflazione della zona euro per l’anno in corso e il prossimo: quest’anno si passa dal 5,6% al 5,8%, mentre il prossimo si scende da 2,9 a 2,8%. «La debolezza della domanda interna, in particolare dei consumi, mostra che i prezzi al consumo, elevati e ancora in aumento per la maggior parte dei beni e dei servizi, stanno pesando più di quanto previsto nelle previsioni di primavera», si legge in una nota della Commissione. «Nel complesso, si prevede che lo slancio di crescita più debole nell’Ue si estenderà fino al 2024, e l’impatto della politica monetaria restrittiva è destinato a continuare a frenare l’attività economica».A Bruxelles gli esperti indicano, poi, come «fonti di incertezza» la guerra in Ucraina e la stretta monetaria, il che non può che far riflettere visto che l’aumento dei tassi arriva proprio dalle istituzioni europee (la Bce). Gli esperti spiegano che l’aumento del costo del denaro «potrebbe pesare sull’attività economica più pesantemente del previsto», ma anche «portare un calo più rapido dell’inflazione e accelerare il ripristino dei redditi reali. Le pressioni sui prezzi potrebbero però rivelarsi più persistenti». Per il prossimo anno la Commissione europea si attende a ogni modo «una lieve ripresa della crescita, poiché l’inflazione continua a diminuire, il mercato del lavoro rimane robusto e i redditi reali si riprendono gradualmente. Gli ultimi dati confermano che l’attività economica nell’Ue è stata contenuta nella prima metà del 2023 a causa dei formidabili shock subiti», affermano da Bruxelles. Come ha spiegato il commissario Ue all’economia, Paolo Gentiloni, «l’incertezza rimane eccezionalmente elevata, in gran parte a causa della guerra di aggressione in corso da parte della Russia contro l’Ucraina. La stretta monetaria potrebbe portare a effetti negativi sull’attività economica più forti del previsto, ma potrebbe anche innescare un calo più rapido dell’inflazione, che accelererebbe la ripresa dei redditi reali». Inoltre, «in Italia, la crescita nel secondo trimestre ha sorpreso al ribasso con una contrazione dello 0,4%, trainata dal calo della domanda interna. Sebbene sia previsto un leggero rimbalzo nella seconda metà di quest’anno e nel prossimo, le proiezioni di crescita annuale sono state riviste al ribasso a partire dalla primavera», continua. «Dobbiamo avere fiducia e fiducia nel futuro dell’economia europea. C’è molto che possiamo fare per sostenere una crescita sostenuta e sostenibile. L’efficace attuazione dei piani nazionali di ripresa e resilienza rimane una priorità fondamentale. Dovrebbero essere perseguite politiche fiscali prudenti e favorevoli agli investimenti, in sintonia con gli sforzi continui delle nostre banche centrali per domare l’inflazione», dice Gentiloni, ricordando che «dobbiamo lavorare con determinazione per concludere entro la fine dell’anno un accordo sulla riforma delle nostre regole fiscali».Insomma, anche Gentiloni ha confermato che il Belpaese dovrà affrontare momenti difficili e questo non sarà di certo di aiuto per l’ideazione della prossima manovra di bilancio, come potrebbe non esserlo la prossima riunione sui tassi di interessi che la Bce terrà il prossimo 14 settembre. 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D’altra parte, se c’è un punto su cui tutte le nostre forze di maggioranza hanno una valutazione concorde è proprio il giudizio negativo sulla politica rialzista della Bce (che rischia di portarci in recessione) nel contesto più ampio di un atteggiamento da parte di Bruxelles non proprio benevolo per i nostri interessi, come testimonia anche la vicenda del mancato via libera all’accordo Ita Airways-Lufthansa (osteggiato da Parigi), col commissario Paolo Gentiloni voltato dall’altra parte in barba al suo Paese di provenienza. Andiamo ai numeri: nel bollettino di via Nazionale si spiega anzitutto che gli italiani, proprio a causa dei tassi più alti e dell’inflazione, si stanno impoverendo: «I depositi del settore privato sono diminuiti del 6,5% sui dodici mesi (-4,3 in giugno)». In particolare - e sarebbe questo il dato da lasciare sulla scrivania della Lagarde - i depositi delle famiglie sono scesi di 53 miliardi, mentre quelli delle imprese hanno perso 43,8 miliardi. A Francoforte è previsto un Consiglio per giovedì, che potrebbe ritoccare ulteriormente verso l’alto il costo del denaro. Il tutto, a dispetto del fatto che nelle ultime settimane l’impennata delle rate dei mutui abbia subito un lieve rallentamento. Tuttavia, oltre che per sopperire i costi maggiori, i risparmi degli italiani hanno lasciato i depositi anche per essere investiti in Btp e Bot: «La raccolta obbligazionaria è aumentata del 17,5% (16,1 in giugno)», spiega Palazzo Koch. Un’altra conseguenza inevitabile del rialzo continuo dei tassi è il calo del ricorso al credito: a luglio i prestiti al settore privato sono diminuiti del 2,3% sui dodici mesi (-1,7 nel mese precedente) e i prestiti alle famiglie sono diminuiti dello 0,3% sui dodici mesi, mentre quelli alle società non finanziarie sono diminuiti del 4% (-3,2 nel mese precedente). La contrazione delle richieste però, mutui a parte, non ha determinato un calo dei costi: nel documento di Bankitalia si legge infatti che «il Taeg sulle nuove erogazioni di credito al consumo si è collocato al 10,48% (9,03 nel mese precedente) e «i tassi di interesse sui nuovi prestiti alle società non finanziarie sono stati pari al 5,09% (5,04 nel mese precedente)». Gli unici interessi praticamente fermi sono stati, curiosamente, quelli della remunerazione dei correntisti: «I tassi passivi sul complesso dei depositi in essere sono stati pari allo 0,76 per cento (0,72 nel mese precedente)».
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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