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2023-09-12
L’Ue vede nero e affila le armi contro Roma
Paolo Gentiloni (Ansa)
Con i dati sul Pil in retromarcia diffusi ieri, la Commissione europea guidata dalla presidente Ursula von der Leyen sarà pronta ad affilare le armi contro l’Italia e tutti gli Stati membri. Rispetto ai dati presentati la primavera scorsa, nell’Eurozona il Pil si stima crescerà solo dell’0,8% rispetto al precedente 1,1%. Per quanto riguarda l’Italia, il segno più resta con un +0,9%, ma il nostro Paese subisce comunque un taglio dello 0,3% sulle previsioni di crescita. A maggio, nelle analisi di primavera, le stime del Pil erano rispettivamente dell’1,2% per il 2023 e 1,1% per il 2024.
La locomotiva d’Europa, la Germania, secondo i dati si avvia verso il segno meno con una leggera recessione dello 0,4%. È proprio l’indietreggiamento di Berlino che, a catena, fa rallentare tutto il Vecchio Continente. In particolare, sul nostro Paese, spiegano gli analisti di Bruxelles, pesa la frenata nel settore delle costruzioni dovuta alla fine del Superbonus.
Il 2023, insomma, sarà un percorso a ostacoli. Nel 2024 la situazione potrebbe forse migliorare con il prodotto interno lordo dell’Eurozona che dovrebbe salire dell’1,3%, mentre in Italia solo dello 0,8%, il dato più basso tra i Paesi analizzati. La Germania, però, dovrebbe tornare al segno più con una crescita dell’1,1%. A bagnare il naso a molte economie in Europa, tra cui la nostra, c’è la Spagna. Quest’anno Madrid crescerà del 2,2% con un +1,9% il prossimo anno. La Francia avanzerà dell’1% nel 2023 e dell’1,2% nel 2024. Rallenta, invece, l’Olanda, che quest’anno scende dall’1,8% a 0,5% dicendo addio a 1,3 punti percentuali. La Commissione europea ha anche rivisto le stime di inflazione della zona euro per l’anno in corso e il prossimo: quest’anno si passa dal 5,6% al 5,8%, mentre il prossimo si scende da 2,9 a 2,8%. «La debolezza della domanda interna, in particolare dei consumi, mostra che i prezzi al consumo, elevati e ancora in aumento per la maggior parte dei beni e dei servizi, stanno pesando più di quanto previsto nelle previsioni di primavera», si legge in una nota della Commissione. «Nel complesso, si prevede che lo slancio di crescita più debole nell’Ue si estenderà fino al 2024, e l’impatto della politica monetaria restrittiva è destinato a continuare a frenare l’attività economica».
A Bruxelles gli esperti indicano, poi, come «fonti di incertezza» la guerra in Ucraina e la stretta monetaria, il che non può che far riflettere visto che l’aumento dei tassi arriva proprio dalle istituzioni europee (la Bce). Gli esperti spiegano che l’aumento del costo del denaro «potrebbe pesare sull’attività economica più pesantemente del previsto», ma anche «portare un calo più rapido dell’inflazione e accelerare il ripristino dei redditi reali. Le pressioni sui prezzi potrebbero però rivelarsi più persistenti».
Per il prossimo anno la Commissione europea si attende a ogni modo «una lieve ripresa della crescita, poiché l’inflazione continua a diminuire, il mercato del lavoro rimane robusto e i redditi reali si riprendono gradualmente. Gli ultimi dati confermano che l’attività economica nell’Ue è stata contenuta nella prima metà del 2023 a causa dei formidabili shock subiti», affermano da Bruxelles.
Come ha spiegato il commissario Ue all’economia, Paolo Gentiloni, «l’incertezza rimane eccezionalmente elevata, in gran parte a causa della guerra di aggressione in corso da parte della Russia contro l’Ucraina. La stretta monetaria potrebbe portare a effetti negativi sull’attività economica più forti del previsto, ma potrebbe anche innescare un calo più rapido dell’inflazione, che accelererebbe la ripresa dei redditi reali». Inoltre, «in Italia, la crescita nel secondo trimestre ha sorpreso al ribasso con una contrazione dello 0,4%, trainata dal calo della domanda interna. Sebbene sia previsto un leggero rimbalzo nella seconda metà di quest’anno e nel prossimo, le proiezioni di crescita annuale sono state riviste al ribasso a partire dalla primavera», continua. «Dobbiamo avere fiducia e fiducia nel futuro dell’economia europea. C’è molto che possiamo fare per sostenere una crescita sostenuta e sostenibile. L’efficace attuazione dei piani nazionali di ripresa e resilienza rimane una priorità fondamentale. Dovrebbero essere perseguite politiche fiscali prudenti e favorevoli agli investimenti, in sintonia con gli sforzi continui delle nostre banche centrali per domare l’inflazione», dice Gentiloni, ricordando che «dobbiamo lavorare con determinazione per concludere entro la fine dell’anno un accordo sulla riforma delle nostre regole fiscali».
Insomma, anche Gentiloni ha confermato che il Belpaese dovrà affrontare momenti difficili e questo non sarà di certo di aiuto per l’ideazione della prossima manovra di bilancio, come potrebbe non esserlo la prossima riunione sui tassi di interessi che la Bce terrà il prossimo 14 settembre. Certo è che, tra le riforme da portare avanti per il nostro Paese, nessuno ha citato la necessità di far salire in modo importante i salari medi, unico modo per far salire davvero l’economia italiana.
In un anno ritirati 100 miliardi dai depositi di famiglie e imprese
Se l’intento era quello di mettere in difficoltà famiglie e piccole imprese, a Francoforte ieri avranno stappato lo champagne. La numero uno della Bce Christine Lagarde e i suoi collaboratori, infatti, di fronte ai numeri del report periodico di Bankitalia avranno potuto constatare come gli effetti della pervicacia degli ultimi mesi nel rialzare i tassi d’interesse sono stati esattamente quelli su cui alcuni governi - primi fra tutti il nostro - la avevano messa in guardia.
E cioè che si sta operando un vero e proprio salasso ai danni dei cittadini i quali, stretti da una parte tra la morsa di rate di mutui e prestiti in ascesa e, dall’altra, dell’inflazione che ancora non ha smesso di galoppare, non hanno potuto che scegliere tra tirare la cinghia o intaccare i propri risparmi.
In tutti e due i casi, i riflessi per il potere d’acquisto della gente e per le economie (come hanno testimoniato le revisioni al ribasso dei Pil Ue) sono stati catastrofici. D’altra parte, se c’è un punto su cui tutte le nostre forze di maggioranza hanno una valutazione concorde è proprio il giudizio negativo sulla politica rialzista della Bce (che rischia di portarci in recessione) nel contesto più ampio di un atteggiamento da parte di Bruxelles non proprio benevolo per i nostri interessi, come testimonia anche la vicenda del mancato via libera all’accordo Ita Airways-Lufthansa (osteggiato da Parigi), col commissario Paolo Gentiloni voltato dall’altra parte in barba al suo Paese di provenienza.
Andiamo ai numeri: nel bollettino di via Nazionale si spiega anzitutto che gli italiani, proprio a causa dei tassi più alti e dell’inflazione, si stanno impoverendo: «I depositi del settore privato sono diminuiti del 6,5% sui dodici mesi (-4,3 in giugno)». In particolare - e sarebbe questo il dato da lasciare sulla scrivania della Lagarde - i depositi delle famiglie sono scesi di 53 miliardi, mentre quelli delle imprese hanno perso 43,8 miliardi. A Francoforte è previsto un Consiglio per giovedì, che potrebbe ritoccare ulteriormente verso l’alto il costo del denaro. Il tutto, a dispetto del fatto che nelle ultime settimane l’impennata delle rate dei mutui abbia subito un lieve rallentamento. Tuttavia, oltre che per sopperire i costi maggiori, i risparmi degli italiani hanno lasciato i depositi anche per essere investiti in Btp e Bot: «La raccolta obbligazionaria è aumentata del 17,5% (16,1 in giugno)», spiega Palazzo Koch.
Un’altra conseguenza inevitabile del rialzo continuo dei tassi è il calo del ricorso al credito: a luglio i prestiti al settore privato sono diminuiti del 2,3% sui dodici mesi (-1,7 nel mese precedente) e i prestiti alle famiglie sono diminuiti dello 0,3% sui dodici mesi, mentre quelli alle società non finanziarie sono diminuiti del 4% (-3,2 nel mese precedente). La contrazione delle richieste però, mutui a parte, non ha determinato un calo dei costi: nel documento di Bankitalia si legge infatti che «il Taeg sulle nuove erogazioni di credito al consumo si è collocato al 10,48% (9,03 nel mese precedente) e «i tassi di interesse sui nuovi prestiti alle società non finanziarie sono stati pari al 5,09% (5,04 nel mese precedente)».
Gli unici interessi praticamente fermi sono stati, curiosamente, quelli della remunerazione dei correntisti: «I tassi passivi sul complesso dei depositi in essere sono stati pari allo 0,76 per cento (0,72 nel mese precedente)».
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Sforbiciata di Bruxelles alle stime di crescita: 0,8% nell’Eurozona, 0,9% in Italia. Annunciata blanda recessione per la Germania. La prevista frenata del Pil complica la ricerca dei fondi per la manovra. Giovedì nuova riunione della Bce sui tassi d’interesse.Report Bankitalia: salgono costi e investimenti in obbligazioni. Frenata dei prestiti.Lo speciale contiene due articoli.Con i dati sul Pil in retromarcia diffusi ieri, la Commissione europea guidata dalla presidente Ursula von der Leyen sarà pronta ad affilare le armi contro l’Italia e tutti gli Stati membri. Rispetto ai dati presentati la primavera scorsa, nell’Eurozona il Pil si stima crescerà solo dell’0,8% rispetto al precedente 1,1%. Per quanto riguarda l’Italia, il segno più resta con un +0,9%, ma il nostro Paese subisce comunque un taglio dello 0,3% sulle previsioni di crescita. A maggio, nelle analisi di primavera, le stime del Pil erano rispettivamente dell’1,2% per il 2023 e 1,1% per il 2024. La locomotiva d’Europa, la Germania, secondo i dati si avvia verso il segno meno con una leggera recessione dello 0,4%. È proprio l’indietreggiamento di Berlino che, a catena, fa rallentare tutto il Vecchio Continente. In particolare, sul nostro Paese, spiegano gli analisti di Bruxelles, pesa la frenata nel settore delle costruzioni dovuta alla fine del Superbonus. Il 2023, insomma, sarà un percorso a ostacoli. Nel 2024 la situazione potrebbe forse migliorare con il prodotto interno lordo dell’Eurozona che dovrebbe salire dell’1,3%, mentre in Italia solo dello 0,8%, il dato più basso tra i Paesi analizzati. La Germania, però, dovrebbe tornare al segno più con una crescita dell’1,1%. A bagnare il naso a molte economie in Europa, tra cui la nostra, c’è la Spagna. Quest’anno Madrid crescerà del 2,2% con un +1,9% il prossimo anno. La Francia avanzerà dell’1% nel 2023 e dell’1,2% nel 2024. Rallenta, invece, l’Olanda, che quest’anno scende dall’1,8% a 0,5% dicendo addio a 1,3 punti percentuali. La Commissione europea ha anche rivisto le stime di inflazione della zona euro per l’anno in corso e il prossimo: quest’anno si passa dal 5,6% al 5,8%, mentre il prossimo si scende da 2,9 a 2,8%. «La debolezza della domanda interna, in particolare dei consumi, mostra che i prezzi al consumo, elevati e ancora in aumento per la maggior parte dei beni e dei servizi, stanno pesando più di quanto previsto nelle previsioni di primavera», si legge in una nota della Commissione. «Nel complesso, si prevede che lo slancio di crescita più debole nell’Ue si estenderà fino al 2024, e l’impatto della politica monetaria restrittiva è destinato a continuare a frenare l’attività economica».A Bruxelles gli esperti indicano, poi, come «fonti di incertezza» la guerra in Ucraina e la stretta monetaria, il che non può che far riflettere visto che l’aumento dei tassi arriva proprio dalle istituzioni europee (la Bce). Gli esperti spiegano che l’aumento del costo del denaro «potrebbe pesare sull’attività economica più pesantemente del previsto», ma anche «portare un calo più rapido dell’inflazione e accelerare il ripristino dei redditi reali. Le pressioni sui prezzi potrebbero però rivelarsi più persistenti». Per il prossimo anno la Commissione europea si attende a ogni modo «una lieve ripresa della crescita, poiché l’inflazione continua a diminuire, il mercato del lavoro rimane robusto e i redditi reali si riprendono gradualmente. Gli ultimi dati confermano che l’attività economica nell’Ue è stata contenuta nella prima metà del 2023 a causa dei formidabili shock subiti», affermano da Bruxelles. Come ha spiegato il commissario Ue all’economia, Paolo Gentiloni, «l’incertezza rimane eccezionalmente elevata, in gran parte a causa della guerra di aggressione in corso da parte della Russia contro l’Ucraina. La stretta monetaria potrebbe portare a effetti negativi sull’attività economica più forti del previsto, ma potrebbe anche innescare un calo più rapido dell’inflazione, che accelererebbe la ripresa dei redditi reali». Inoltre, «in Italia, la crescita nel secondo trimestre ha sorpreso al ribasso con una contrazione dello 0,4%, trainata dal calo della domanda interna. Sebbene sia previsto un leggero rimbalzo nella seconda metà di quest’anno e nel prossimo, le proiezioni di crescita annuale sono state riviste al ribasso a partire dalla primavera», continua. «Dobbiamo avere fiducia e fiducia nel futuro dell’economia europea. C’è molto che possiamo fare per sostenere una crescita sostenuta e sostenibile. L’efficace attuazione dei piani nazionali di ripresa e resilienza rimane una priorità fondamentale. Dovrebbero essere perseguite politiche fiscali prudenti e favorevoli agli investimenti, in sintonia con gli sforzi continui delle nostre banche centrali per domare l’inflazione», dice Gentiloni, ricordando che «dobbiamo lavorare con determinazione per concludere entro la fine dell’anno un accordo sulla riforma delle nostre regole fiscali».Insomma, anche Gentiloni ha confermato che il Belpaese dovrà affrontare momenti difficili e questo non sarà di certo di aiuto per l’ideazione della prossima manovra di bilancio, come potrebbe non esserlo la prossima riunione sui tassi di interessi che la Bce terrà il prossimo 14 settembre. 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D’altra parte, se c’è un punto su cui tutte le nostre forze di maggioranza hanno una valutazione concorde è proprio il giudizio negativo sulla politica rialzista della Bce (che rischia di portarci in recessione) nel contesto più ampio di un atteggiamento da parte di Bruxelles non proprio benevolo per i nostri interessi, come testimonia anche la vicenda del mancato via libera all’accordo Ita Airways-Lufthansa (osteggiato da Parigi), col commissario Paolo Gentiloni voltato dall’altra parte in barba al suo Paese di provenienza. Andiamo ai numeri: nel bollettino di via Nazionale si spiega anzitutto che gli italiani, proprio a causa dei tassi più alti e dell’inflazione, si stanno impoverendo: «I depositi del settore privato sono diminuiti del 6,5% sui dodici mesi (-4,3 in giugno)». In particolare - e sarebbe questo il dato da lasciare sulla scrivania della Lagarde - i depositi delle famiglie sono scesi di 53 miliardi, mentre quelli delle imprese hanno perso 43,8 miliardi. A Francoforte è previsto un Consiglio per giovedì, che potrebbe ritoccare ulteriormente verso l’alto il costo del denaro. Il tutto, a dispetto del fatto che nelle ultime settimane l’impennata delle rate dei mutui abbia subito un lieve rallentamento. Tuttavia, oltre che per sopperire i costi maggiori, i risparmi degli italiani hanno lasciato i depositi anche per essere investiti in Btp e Bot: «La raccolta obbligazionaria è aumentata del 17,5% (16,1 in giugno)», spiega Palazzo Koch. Un’altra conseguenza inevitabile del rialzo continuo dei tassi è il calo del ricorso al credito: a luglio i prestiti al settore privato sono diminuiti del 2,3% sui dodici mesi (-1,7 nel mese precedente) e i prestiti alle famiglie sono diminuiti dello 0,3% sui dodici mesi, mentre quelli alle società non finanziarie sono diminuiti del 4% (-3,2 nel mese precedente). La contrazione delle richieste però, mutui a parte, non ha determinato un calo dei costi: nel documento di Bankitalia si legge infatti che «il Taeg sulle nuove erogazioni di credito al consumo si è collocato al 10,48% (9,03 nel mese precedente) e «i tassi di interesse sui nuovi prestiti alle società non finanziarie sono stati pari al 5,09% (5,04 nel mese precedente)». Gli unici interessi praticamente fermi sono stati, curiosamente, quelli della remunerazione dei correntisti: «I tassi passivi sul complesso dei depositi in essere sono stati pari allo 0,76 per cento (0,72 nel mese precedente)».
(Ansa)
«Il presidente Trump ha reso noto che l’acquisizione della Groenlandia è una priorità per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, ed è fondamentale per la deterrenza nei confronti dei nostri avversari nella regione artica», ha affermato, martedì sera, la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, per poi aggiungere: «Il presidente e il suo team stanno discutendo una serie di opzioni per perseguire questo importante obiettivo di politica estera e, naturalmente, l’impiego delle forze armate statunitensi è sempre un’opzione a disposizione del comandante in capo». Ieri, Leavitt ha ribadito che «la prima opzione di Donald Trump è sempre la diplomazia», che si sostanzierebbe nell’«acquisto nell’isola». Già il segretario di Stato americano, Marco Rubio, aveva riferito ai membri del Congresso di questa intenzione. Ieri ha inoltre confermato che, la settimana prossima, avrà dei colloqui con i funzionari di Copenaghen. Tutto questo, mentre, secondo l’Economist, gli Stati Uniti starebbero tentando di stipulare con Nuuk un Trattato di libera associazione: una soluzione con cui Washington garantirebbe alla Groenlandia autonomia interna e supporto finanziario, assumendone però il controllo in materia di difesa.
D’altronde, come chiarito dallo stesso Donald Trump domenica, la Casa Bianca vuole l’isola per una questione di sicurezza nazionale. In particolare, il presidente americano punta ad arginare l’influenza di Pechino e Mosca nell’Artico. La stessa Leavitt, ieri ha sottolineato che la Groenlandia darebbe a Washington «maggiore controllo sulla regione artica e garanzia che Cina, Russia e i nostri avversari non possano continuare la loro aggressione in questa regione così importante e strategica». Ricordiamo che nel 1941, a seguito della conquista della Danimarca da parte del Terzo Reich, gli Stati Uniti assunsero la gestione della difesa della Groenlandia, mantenendola fino al 1945. Washington si attivò quindi per proteggere dai tedeschi le locali riserve di criolite: un minerale cruciale per la produzione di alluminio. Il controllo dell’isola diede inoltre agli Usa un vantaggio sulla Luftwaffe in termini di stazioni metereologiche. Non a caso, nel 1946, l’amministrazione Truman tentò, per quanto senza successo, di acquistare la Groenlandia dalla Danimarca. Segno, questo, del fatto che Washington ritenesse l’isola significativamente strategica.
Venendo a tempi più recenti, non è che la voce grossa dei francesi e degli europei sia poi così giustificata. Al netto dei modi duri, Trump non ha esattamente tutti i torti quando pone la questione della Groenlandia. Innanzitutto, a dicembre 2024, fu l’amministrazione Biden a lanciare l’allarme su un aumento della cooperazione sino-russa nell’Artico: Artico che tuttavia non era granché stato al centro dei pensieri dell’allora presidente americano. In secondo luogo, sono state proprio le rivendicazioni di Trump sulla Groenlandia (espresse già a gennaio dell’anno scorso) a dare una scossa agli europei su questo dossier. A ottobre, Copenaghen ha annunciato una spesa extra da 4,2 miliardi di dollari per rafforzare la difesa nella regione artica. Era inoltre il mese scorso, quando la Groenlandia ha concesso una licenza di sfruttamento per il giacimento di grafite di Amitsoq a GreenRoc Mining, in un’iniziativa che è stata sostenuta dall’Ue. Insomma, se non fosse stato per Trump, probabilmente gli europei avrebbero continuato a ignorare bellamente la strategicità dell’isola sia sul fronte militare che su quello delle materie prime.
Ma non è tutto. Per quanto possano fare la voce grossa, gli europei sanno bene di non poter fare a meno degli Stati Uniti sia per quanto riguarda il processo diplomatico ucraino sia per quanto concerne la credibilità della Nato. Trump di questo è consapevole e, proprio ieri, su Truth ha dichiarato: «La Russia e la Cina non hanno alcuna paura della Nato senza gli Stati Uniti, e dubito che la Nato sarebbe lì per noi se ne avessimo davvero bisogno. Sono tutti fortunati che io abbia ricostruito il nostro esercito durante il mio primo mandato, e che continuiamo a farlo. Saremo sempre al fianco della Nato, anche se loro non ci saranno per noi». Tutto questo evidenzia come le manie di grandezza della Francia abbiano le armi spuntate. Il peso geopolitico del Vecchio continente appare infatti sempre più inconsistente. Senza poi trascurare che Emmanuel Macron ha costantemente flirtato (e continua a flirtare) con la Cina: un discorso, questo, che ha riguardato anche il cancellierato di Olaf Scholz in Germania (durato dal 2021 al 2025). Tutto questo per dire che, oltre a ignorare sostanzialmente l’Artico, alcuni Paesi europei, in questi anni, hanno creato delle tensioni nelle relazioni transatlantiche. E questo ben prima che Trump tornasse alla Casa Bianca. Quindi, prima di gridare allo scandalo sulla Groenlandia, forse gli europei, a partire da Francia e Germania, dovrebbero pensare un tantino alle proprie responsabilità.
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La Guardia costiera Usa durante l'avvicinamento alla petroliera russa Bella 1 (Ansa)
L’operazione condotta dagli Stati Uniti nelle ultime ore al largo del Venezuela segna un cambio di passo nella strategia dell’amministrazione Trump e assume una portata che va oltre il quadro regionale. Il sequestro quasi simultaneo di due grandi petroliere in acque internazionali rappresenta un segnale diretto non solo a Caracas, ma anche a Mosca e Pechino, confermando la volontà di Washington di far rispettare il regime sanzionatorio anche fuori dalle acque territoriali e di trasformare il dossier energetico in un terreno di confronto geopolitico.
Il primo intervento è avvenuto nell’Atlantico settentrionale, a Sud dell’Islanda, dove le forze statunitensi hanno abbordato una petroliera precedentemente nota come Bella 1, sanzionata nel 2024 per il presunto trasporto di petrolio iraniano destinato a circuiti riconducibili a Teheran. Secondo funzionari americani, l’imbarcazione era riuscita per settimane a eludere i controlli cambiando più volte nome, bandiera e identità operativa. Negli ultimi giorni, tuttavia, la nave si sarebbe mossa sotto una copertura sempre più esplicita, con la presenza di una nave militare russa e il supporto di un sottomarino di Mosca che avrebbe mantenuto contatti radio con la petroliera. L’abbordaggio è stato eseguito con il supporto di elicotteri e di una nave della Guardia Costiera americana, in applicazione di un mandato emesso da un tribunale federale degli Stati Uniti. Fonti vicine all’operazione riferiscono che la componente russa non è intervenuta direttamente, ma la dinamica ha innalzato il livello di tensione. Il Regno Unito ha confermato di aver fornito supporto logistico e di sorveglianza attraverso assetti della Raf, sostenendo che la nave facesse parte di un sistema di elusione delle sanzioni riconducibile all’asse russo-iraniano. Il Cremlino ha espresso «preoccupazione» e avrebbe chiesto a Washington di interrompere l’operazione, senza ottenere riscontri. Nelle stesse ore, nel bacino dei Caraibi, un’altra petroliera, la Sophia, è stata fermata mentre operava in acque internazionali. Il Comando Sud degli Stati Uniti ha riferito che l’imbarcazione era coinvolta in traffici illeciti e che la Guardia Costiera ne ha assunto il controllo, scortandola verso porti statunitensi. Le immagini diffuse dal Dipartimento per la Sicurezza interna mostrano militari americani salire a bordo durante un’operazione notturna. La Casa Bianca ha confermato che gli equipaggi delle navi sequestrate sono ora soggetti a procedimenti penali.
Nel commentare i sequestri, l’amministrazione ha insistito sulla cornice legale delle operazioni, presentandole come un’applicazione rigorosa delle norme vigenti. Allo stesso tempo, il messaggio politico è apparso chiaro: il commercio clandestino di petrolio viene considerato una minaccia globale e un obiettivo prioritario dell’azione statunitense. La pressione americana si estende però anche al futuro assetto del Venezuela e alla gestione delle sue risorse energetiche.
In un briefing riservato al Congresso, il segretario di Stato Marco Rubio ha illustrato un piano in tre fasi per il dopo Maduro. La prima, definita di stabilizzazione, punta a evitare il collasso del Paese e comprende una «quarantena» del petrolio venezuelano. La seconda riguarda la ripresa economica e l’accesso al mercato per le compagnie statunitensi e occidentali. La terza è quella della transizione politica, con un processo di riconciliazione, amnistie e la scarcerazione delle forze di opposizione. La Casa Bianca ha ribadito di essere in costante contatto con il governo ad interim di Caracas e di influenzarne le decisioni. In questo contesto si inserisce l’annuncio diretto del presidente Donald Trump sul petrolio venezuelano. In una dichiarazione su Truth, il presidente ha affermato: «Sono lieto di annunciare che le autorità provvisorie del Venezuela consegneranno agli Stati Uniti d’America tra i 30 e i 50 milioni di barili di petrolio di alta qualità, sanzionato. Questo petrolio sarà venduto al suo prezzo di mercato e questo denaro sarà controllato da me, in qualità di presidente degli Stati Uniti d’America, per garantire che venga utilizzato a beneficio del popolo venezuelano e degli Stati Uniti». Secondo l’amministrazione, l’operazione potrebbe proseguire nel tempo ed essere accompagnata da un alleggerimento selettivo delle sanzioni. Sul piano militare, Washington ha lasciato aperta anche l’ipotesi di un coinvolgimento diretto delle proprie forze armate e ha chiesto di recidere ogni legame con Rusia, Cina e Iran. Interpellata dai giornalisti, la portavoce Karoline Leavitt non ha escluso l’invio di soldati americani in Venezuela per proteggere le compagnie petrolifere statunitensi - che venerdì dovrebbero incontrare il tycoon alla Casa Bianca - e altri operatori occidentali da eventuali attacchi o sabotaggi, precisando che «la diplomazia resta sempre la prima opzione». Nello stesso briefing, la Casa Bianca ha smentito le ricostruzioni su un ruolo marginale del vicepresidente JD Vance, chiarendo che è stato coinvolto in tutte le fasi della definizione della politica statunitense sul Venezuela. A Caracas, intanto, la fase di transizione è accompagnata da una profonda riorganizzazione degli apparati di sicurezza.
Il presidente ad interim Delcy Rodríguez ha destituito Javier Marcano Tábata, comandante della Guardia d’onore presidenziale e direttore del controspionaggio militare, figura centrale nel dispositivo di protezione di Nicolás Maduro. La misura è attribuita alla spinta del ministro dell’Interno Diosdado Cabello e del ministro della Difesa Vladimir Padrino López, indicati da fonti di intelligence come contrari a un’intesa strutturata con Washington. In questo quadro rientra anche il caso di Alex Saab, considerato uno dei principali snodi finanziari del sistema chavista. L’imprenditore ha patteggiato nell’ottobre scorso in Italia una condanna per riciclaggio, così come la moglie Camilla Fabri. Roma aveva confidato che l’accordo potesse aprire spazi di dialogo in merito ad Alberto Trentini detenuto illegalmente in Venezuela dal 2024 , ma l’assenza di sviluppi concreti ha rafforzato la percezione che i dossier giudiziari continuino a essere utilizzati come leve politiche da parte di Caracas.
Dopo le litigate per gli scioperi, Cgil e Usb giocano a chi è più Maduro
Finite le vacanze natalizie ripartono le lotte di piazza. E dopo la Palestina, la Flotilla, il riarmo per l’Ucraina, i centri migranti in Albania, la manovra e chissà quale altra diavoleria si inventeranno, oggi il tema internazionale sentitissimo dai Compagni è la lotta bolivariana pro Maduro. L’importante è scioperare. E, dunque, un’altra ondata di piazzate ravvicinate, sempre di venerdì, sabato, lunedì o martedì, sta per arrivare. E questo solo perché a sinistra non si accetta che ci sia qualcuno più a sinistra dell’altro. Dunque, dopo il 3 ottobre, il 28 novembre, il 12 dicembre, il 5 gennaio, adesso arriva anche il 10 gennaio (e come contorno anche il 12 e 13 con un bello sciopero del comparto scuola).
Ma ad andare in scena sono le solite beghe tra Unione sindacale di base e Cgil. Gli ex fratelli fanno a gara per intestarsi la lotta a favore del dittatore sanguinario Nicolás Maduro, che per i sindacati rosso fuoco è stato ingiustamente arrestato da Trump il 3 gennaio.
Non ci interessa capire chi abbia torto o ragione o se l’America abbia o meno rispettato il diritto internazionale, peraltro calpestato da 30 anni da molti altri Paesi, compresi quelli europei (leggasi attacchi in Jugoslavia, Iraq o Libia). Interessa invece analizzare il perché i sindacati di casa nostra mettano ogni volta in ginocchio il Paese (sempre vicino al fine settimana) per cause lontane anni luce dalle loro competenze, solo per una ridicola gara interna a vincere il premio di comunista dell’anno.
E così sabato prossimo, 10 gennaio, Potere al popolo, Unione sindacale di base e Rete dei comunisti lanciano una mobilitazione nazionale per contestare l’intervento del presidente Usa in Venezuela e chiedere la liberazione di Maduro. E questo dopo che lo aveva già fatto la Cgil il 5 gennaio a Roma e dopo il corteo di lunedì scorso a Napoli, alla Rotonda Diaz, a poca distanza dal consolato americano. Buttata via la bandiera della Palestina, adesso è più «hype» sventolare quella blu, gialla e rossa del Venezuela, e una volta finito magari rifocillarsi con un bell’hamburger da McDonalds, postando tutto col proprio iPhone 17, tornando a casa con la Tesla.
Nel loro delirante comunicato si legge, per chi non fosse ben informato come loro, che tutto questo bendidio è per combattere «il terrorismo a stelle e strisce». Ah ecco. «Il criminale e illegale bombardamento della Repubblica bolivariana del Venezuela», scrivono, «e il rapimento del legittimo presidente Nicolás Maduro da parte dell’imperialismo degli Stati Uniti hanno trovato subito una risposta in tantissime piazze italiane». Tremano tutti, soprattutto la Cgil che fa le stesse cose ma da sola. Perché il marketing di sinistra si capisce solo se si guarda al contrario. E come non metterci dentro anche il governo? «Il governo Meloni e tutta l’Ue hanno legittimato l’azione terroristica del governo Trump, dimostrando ancora una volta, come per il genocidio in Palestina, la natura predatoria dell’imperialismo occidentale», insistono. Ovvia, ora è tutto chiaro.
Anche Trump inizia a vacillare davanti all’Usb. Ma chi davvero batte i denti (e non di freddo) è Maurizio Landini, che teme che la Rete dei Comunisti gli rubi la scena. Il piatto è ricco e Maduro ingolosisce tutti. Esaurita la spinta propulsiva della Palestina, il capo della Cgil deve trovare un altro modo per pigliarsela con la Meloni. Ma non si deve essere ancora accorto che è rimasto da solo. Non lo segue più neppure la Uil. Landini ha barattato l’unità sindacale con una cieca lotta di opposizione al governo. Invece di pensare a tenere unite le rappresentanze dei lavoratori, la Cgil fa a gara con i sindacati di base. Affetto dalla febbre del vecchio Pci: nessun nemico a sinistra. E ripropone sulla causa pro Maduro lo stesso schemino usato per ingraziarsi i pro Pal. Ora si è messo a difendere un dittatore baffuto, capo di un regime corrotto che ha portato il 66% dei cittadini sotto la soglia di povertà. In un farneticante siparietto andato in scena il 5 gennaio in piazza Barberini, davanti all’ambasciata americana, dove un manipolo di militanti rossi inneggiava a Maduro nel nome di un fantomatico diritto internazionale, un sindacalisti ha investito con i suoi strali dei poveri esuli venezuelani accusandoli di sbagliare a esultare per la caduta di chi ha oppresso la sua gente. Per Landini, d’altronde, Maduro è un leader «legittimamente eletto dal popolo». E che importa se le elezioni in Venezuela sono truccate da 27 anni e che il popolo è da sempre perseguitato. Dettagli. È la nuova Cgil di Landini, che ha smesso di difendere i lavoratori a favore dei dittatori.
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il presidente iraniano Masoud Pezeshkian. Nel riquadro, un fermo immagine dei recenti scontri a Teheran (Ansa)
L’agenzia per i diritti umani Human rights activists news agency (Hrana) ha detto che il bilancio dei disordini nel Paese è tragico. Vi sarebbero almeno 36 morti, tra cui 34 manifestanti (di cui quattro bambini) e due membri delle forze di sicurezza. Oltre 2.000 sarebbero gli arresti, con raid notturni in ospedali a Teheran e a Ilam, dove gas lacrimogeni e proiettili hanno ferito decine di civili in cerca di rifugio.
A Teheran il Gran Bazar è rimasto ancora chiuso per lo sciopero dei commercianti, con la polizia antisommossa che ha sparato gas lacrimogeni e granate stordenti contro la folla che scandiva «libertà, libertà». A Malekshahi (Ilam), dove sette manifestanti sono stati uccisi, le forze di sicurezza sono state respinte da raduni di protesta ai funerali, mentre ad Abdanan i dimostranti hanno occupato la stazione di polizia dopo la fuga degli agenti. Scene simili a Shahrekord, dove idranti e cannoni ad acqua sono stati usati contro donne in prima fila, a Kermanshah e Lorestan, dove due agenti sono morti in scontri armati, a Neyriz (Fars), con proiettili veri su folle disarmate, e a Yazdanshahr (Isfahan), dove i video mostrano gli agenti della sicurezza che passano dal lancio di lacrimogeni al fuoco reale. Molti feriti e arresti, tra cui una decina di minorenni.
In questo contesto, Reza Pahlavi, erede dell’ultimo scià Mohammad Reza Pahlavi in esilio, ha rotto il silenzio martedì con un post su X (il suo primo appello pubblico dall’inizio della rivolta), esortando gli iraniani a cantare slogan uniti alle 20.00 di oggi e domani, dalle strade o dalle case, per mostrare al regime la massa critica e provocare defezioni nelle forze armate. Pahlavi ha diffuso poi ieri un altro video nel quale si rivolge alle forze armate e agli agenti della sicurezza iraniani, esortandoli a stare «dalla parte giusta della storia, non con i criminali ma con il popolo», e definendo la repubblica islamica un regime corrotto e repressivo.
Decine di video giungono da Teheran, da Mashhad e da Kermanshah, nel Kurdistan, con immagini di folla con bandiere dell’era pre 1979 che invoca il ritorno dello scià. Invocazioni anche verso Donald Trump, con scritte «Non lasciare che ci uccidano».
Il presidente Pezeshkian, generalmente definito «moderato» (sic), ha ordinato alla polizia di distinguere «protestatari economici», che hanno delle ragioni, da «rivoltosi armati», vietando azioni contro chi non minaccia la sicurezza nazionale e avviando indagini su quanto avvenuto all’ospedale di Ilam, dove le forze di sicurezza hanno dato luogo a scontri e sparato gas lacrimogeni all’interno dell’ospedale.
In un duro discorso tre giorni fa, Ali Khamenei ha paventato «cospirazioni nemiche» e il capo della magistratura Gholam-Hossein Mohseni Ejei ha escluso ogni clemenza verso i manifestanti. Clero e Corpo delle guardie della rivoluzione islamica (Irgc) restano dunque inflessibili.
Teheran rimane una fabbrica della morte inarrestabile: ieri sono state eseguite le sentenze di dieci prigionieri condannati a morte in precedenza (per reati di droga e omicidio). Nel 2025 sarebbero oltre 2.000 le persone giustiziate in Iran. Sempre ieri, è stato impiccato Ali Ardestani, un uomo accusato di spionaggio per conto di Israele. «La condanna a morte di Ali Ardestani per il reato di spionaggio a favore del servizio di intelligence del Mossad, tramite la fornitura di informazioni sensibili del Paese, è stata eseguita dopo l’approvazione della Corte Suprema e attraverso procedure legali», ha affermato l’organo di stampa iraniano Mizan.
Teheran, nel frattempo, con tempismo da manuale, ha chiesto al governo di Caracas di riscuotere il credito di 2 miliardi di dollari per forniture petrolifere pregresse. Ieri Donald Trump ha annunciato che fino a 50 milioni di barili di petrolio della produzione venezuelana saranno girati agli Stati Uniti. Il che lascia supporre che la Cina sostituirà buona parte della fornitura dal Venezuela con petrolio iraniano, di qualità non troppo dissimile. Se così fosse, un flusso extra dalla Cina rafforzerebbe le casse di Teheran, aumentando le probabilità di un intervento americano.
Intanto, si segnalano ampi movimenti aerei militari dagli Usa verso basi in Europa. Negli ultimi quattro giorni si parla di almeno 14 viaggi di enormi aerei C-17 Globemaster III, in grado di trasportare elicotteri Chinook e Black Hawk. Vi è poi ampio traffico di aerocisterne e di velivoli logistici, mentre si alzano i livelli di allerta nelle basi americane in Medio Oriente. I satelliti Starlink di Elon Musk sarebbero pronti a fornire supporto. Un attacco congiunto americano e israeliano sembra imminente, forse già nelle prossime ore, con obiettivo l’Alto comando delle Guardie della Rivoluzione ed esponenti chiave del regime. Voci incontrollate parlano di una fuga prevista di Khamenei e dei membri di spicco del governo. Un intervento aereo americano viene visto come elemento utile a sostenere una nuova leadership. Un ritorno dello scià erede Reza Pahlavi potrebbe essere l’asso nella manica di Trump, mentre la leader del Consiglio nazionale della resistenza iraniana Maryam Rajavi, molto nota in Europa, non sembra avere il necessario supporto interno per spuntarla in una eventuale successione al potere.
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Antonio Decaro e Roberto Fico (Ansa)
Roberto Fico ha nominato dieci assessori e si è tenuto molte deleghe, tra cui quelle al Bilancio e alla Sanità. E poi si è tenuto tutti i poteri sulla sicurezza, la legalità e l’immigrazione, che probabilmente non saranno ceduti neppure in un secondo tempo. Chi gli ha parlato in queste ore, ha visto l’ex presidente della Camera molto determinato a giocarsi in prima persona anche la carta del governatore «anticamorra». Il vicepresidente della giunta sarà il piddino Mario Casillo, che è anche assessore ai Tasporti e alla mobilità, mentre le deleghe strategiche a Territorio e patrimonio andranno all’ex sindaco di Portici, Vincenzo Cuomo. Che, però, dovrà attendere 15 giorni perché devono passarne 20 dalle dimissioni dalla carica di primo cittadino. Per aggirare la faccenda, non senza polemiche, Fico ha spiegato che Cuomo entrerà nel pieno delle sue funzioni il 21 gennaio, nonostante il decreto di nomina della giunta sia già stato firmato. Del resto, senza questo ex funzionario Asl democristiano non si può davvero partire perché è stato senatore ed è stato sindaco più volte, sempre con percentuali bulgare. Sulle altre deleghe e, soprattutto, sugli incarichi da assegnare, il fuoco brucia sotto le ceneri. In giunta hanno ottenuto un assessore ciascuno Clemente Mastella, i renziani, la lista A testa alta di Vincenzo De Luca e Avs. Stanno già meditando come rifarsi. Ma soprattutto, fatto incredibile, si parla già di rimpasto e ampliamento a 12 assessori nel 2027, quando ci saranno le politiche e alcuni assessori potrebbero tentare lo sbarco a Roma.
I conti con il passato non si chiuderanno facilmente neppure in Puglia, dove l’ex presidente Emiliano va verso un posto nella giunta di Antonio Decaro come assessore alle Crisi industriali. Il tutto in attesa di un posto a Montecitorio e con la possibilità di tenere sotto controllo l’infinito dossier Iva e le varie inchieste. Per farlo felice, Decaro scorporerà la delega dall’Ambiente. La composizione della giunta sarà ufficializzata la prossima settimana e le trattative nel centrosinistra sono complicate anche dal fatto che lo statuto della Puglia prevede che gli esterni al Consiglio non possano essere più di due (su 12). Emiliano non è stato ricandidato per il veto dell’ex sindaco di Bari Decaro e, se non fosse nominato assessore, gli toccherebbe tornare a vestire la toga da magistrato. Visto che è stato eletto per l’ultima volta nel 2020, non gli si applica la riforma Cartabia del 2022 che vieta le cosiddette «porte girevoli» tra magistratura e politica. In attesa, via libera al rientro dalla finestra.
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