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2025-04-03
Ucciso dai cittadini di Gaza il boia di Hamas che ammazzò i dissidenti anti tagliagole
Ansa
Nella Striscia di Gaza diventa sempre più tesa la situazione tra Hamas e la popolazione civile. Ieri il gruppo jihadista ha ammesso sul suo canale Telegram che lunedì uno dei responsabili degli omicidi dei sette gazawi che avevano partecipato alle proteste degli scorsi giorni è stato prima rapito e poi ammazzato in pieno giorno a colpi di arma da fuoco da alcuni uomini.
Ad oggi non si sa chi siano ma, secondo quanto raccontano gli stessi uomini dell’organizzazione terroristica, i sospetti si dirigono sui familiari o amici di Uday Al Rubai, 22 anni, residente nel quartiere Tel Al Hawa di Gaza City. Al Rubai, lo scorso 29 aprile, era stato rapito dall’organizzazione terroristica dopo aver incitato alle manifestazioni e torturato brutalmente per quattro ore. Il giovane stato trascinato con una corda al collo nella città di Gaza, picchiato su tutto il corpo con mazze e spranghe di ferro davanti ai passanti e, mentre stava morendo, è stato consegnato alla sua famiglia insieme a un biglietto: «Questo è quello che succede a chi critica Hamas».
Hamas, dopo il ritrovamento del cadavere del proprio miliziano, in una dichiarazione ha minacciato la popolazione: «L’uccisione di un cittadino senza giustificazione giudiziaria e da parte di soggetti non autorizzati costituisce un’uccisione extragiudiziale e richiede un’azione punitiva. Siamo in contatto con i servizi di sicurezza per adottare una serie di misure volte a mantenere la stabilità sul fronte interno, data la difficoltà di far rispettare la legge, gli attacchi deliberati e le persecuzioni in corso da parte del nemico». La popolazione, però, pare non dare ascolto alle minacce e ieri pomeriggio centinaia di cittadini di Beit Lahia (Nord di Gaza) hanno di nuovo protestato per chiedere la fine della guerra e l’espulsione di Hamas.
Sempre nella giornata di ieri, il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha annunciato l’espansione dell’operazione militare nella Striscia di Gaza preceduta da una serie di attacchi notturni. L’Idf ha confermato che aviazione e artiglieria hanno colpito obiettivi legati ad Hamas in più punti della Striscia. L’offensiva di terra prevede l’evacuazione su larga scala dei civili dalle aree interessate dai combattimenti, la neutralizzazione di Hamas e delle sue infrastrutture e l’occupazione di nuovi territori, che saranno integrati nelle zone di sicurezza israeliane per proteggere militari e comunità civili.
«Invito i residenti di Gaza ad agire ora per rimuovere Hamas e restituire tutti gli ostaggi. Questo è l’unico modo per porre fine alla guerra», ha dichiarato Katz. L’Idf e lo Shin Bet hanno detto in una dichiarazione congiunta di aver effettuato un attacco contro gli operativi terroristici di Hamas nell’area di Jabalia dopo aver avvisato per tempo i civili. I media palestinesi hanno riferito di almeno dieci morti nell’attacco e hanno affermato che l’obiettivo era una clinica dell’Unrwa.
Ma perché una clinica dell’Onu è stata oggetto di un attacco israeliano? L’Idf ha reso noto che era usato come base terroristica: «Gli agenti si trovavano in un complesso di comando e controllo che fungeva da infrastruttura terroristica e da punto di incontro centrale per l’organizzazione terroristica. Inoltre, l’edificio è stato utilizzato dal battaglione Jabalia per portare avanti i piani di attacco contro i civili israeliani e le forze dell’Idf». Benjamin Netanyahu ha rilasciato una dichiarazione sulle intensificazioni delle operazioni israeliane nella Striscia di Gaza e ha annunciato che Israele assumerà il controllo di un ulteriore corridoio: «Nella Striscia di Gaza abbiamo cambiato marcia. L’Idf sta prendendo territorio, colpendo i terroristi e distruggendo infrastrutture. E noi stiamo facendo qualcos’altro: stiamo prendendo il Corridoio Morag», che è situato tra Rafah e Khan Yunis.
Sale sempre di più la tensione tra Stati Uniti, Israele e Iran dopo che la leadership di Teheran non ha dato seguito alle richieste di Donald Trump (appoggiate da molti Paesi dell’area, uno su tutti l’Arabia Saudita) che non intende consentire agli iraniani di dotarsi di armi nucleari. In tal senso Emmanuel Macron ha chiesto la convocazione di una riunione straordinaria del Gabinetto di sicurezza sul programma nucleare iraniano e sulla possibilità che gli Stati Uniti e Israele attacchino i suoi impianti nucleari. Il segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Pete Hegseth, ha disposto il dispiegamento di ulteriori aerei da guerra per potenziare la presenza navale del Pentagono in Medio Oriente, secondo quanto dichiarato martedì dallo stesso dipartimento della Difesa. Sebbene la nota ufficiale menzionasse solo genericamente il rafforzamento delle forze aeree, fonti statunitensi che hanno parlato con Reuters a condizione di anonimato hanno riferito che almeno quattro bombardieri B-2 sono stati trasferiti in una base militare congiunta anglo-americana sull’isola di Diego Garcia, nell’Oceano Indiano - una posizione strategica da cui è possibile raggiungere rapidamente lo Yemen o l’Iran.
Secondo Bloomberg, Hegseth ha anche ordinato al gruppo d’attacco della portaerei Carl Vinson di dirigersi nella regione: la nave arriverà dopo aver completato le esercitazioni nell’Indo-Pacifico. Inoltre «il dipartimento sta prolungando il dispiegamento del gruppo d’attacco della portaerei Harry Truman nella regione», ha affermato il portavoce del Pentagono, Sean Parnell. Tutto lascia presagire che qualcosa di grosso sia in preparazione magari prima nello Yemen e poi in Iran.
La Grecia copia Israele e fa lo Scudo d’Achille
L’Unione europea ha esortato tutti i suoi Stati membri a riarmarsi. E la Grecia ha risposto all’appello. Ieri, durante la riunione plenaria del Parlamento di Atene, il premier Kyriakos Mitsotakis ha annunciato un maxi stanziamento di 25 miliardi di euro per la Difesa. «Il prezzo della libertà è la vigilanza costante, diceva Thomas Jefferson», è stato l’incipit del suo lungo discorso in cui ha spiegato ai deputati l’ambizioso piano di riarmo della Grecia. Per una nazione di soli 10 milioni di abitanti, in effetti, si tratta di un investimento molto consistente. Anzi, come ha specificato con enfasi lo stesso Mitsotakis, si parla nientemeno che della «più drastica trasformazione delle forze armate nella storia moderna».
Illustrando i dettagli del progetto, il primo ministro ha dichiarato che questo vasto potenziamento della Difesa è necessario per «rimanere forti e indipendenti in un mondo che cambia a ritmi imprevedibili» e «in un contesto internazionale incerto». L’obiettivo del governo, ha proseguito Mitsotakis, «è che la Grecia disponga in pochi anni di uno dei sistemi di difesa più avanzati d’Europa». Secondo il quotidiano ellenico Kathimerini, il piano avrà una durata di 12 anni.
Questi 25 miliardi, peraltro, saranno stanziati dopo che la Grecia ha già raddoppiato le spese ordinarie per la Difesa, portandole quest’anno a oltre 6 miliardi di euro. Senza contare che, come ha rivendicato Mitsotakis in Parlamento, «per la prima volta in 14 anni, gli ufficiali delle forze armate hanno visto aumentare i loro stipendi e i loro benefit». Un’attenzione, quella per la Difesa, che non è affatto una novità per Atene, che da tempo destina al settore più del 3% del proprio Pil. E la motivazione è anche semplice da intuire: la minacciosa vicinanza della Turchia, rivale storica della Grecia, che nel frattempo ha allestito il secondo esercito più forte della Nato dopo quello degli Stati Uniti.
«La filosofia del nuovo programma», ha poi spiegato Mitsotakis, «riguarda innanzitutto l’introduzione di nuove tecnologie. Ciò che chiamavamo “Difesa” significa molto più che semplice sorveglianza delle frontiere: vi rientrano le minacce ibride come i flussi migratori, campagne di disinformazione, attacchi informatici». Oltre a specificare che il progetto di riarmo non comporterà «eccessi di spesa», il premier ellenico ha sottolineato che un altro punto caratterizzante del piano sarà «la partecipazione dell’industria greca del settore a tutti i programmi che il ministero della Difesa avvierà nei prossimi anni».
La volontà di potenziare la propria industria domestica, tuttavia, non esclude per il momento il ricorso ad armamenti stranieri. Per quanto riguarda la marina militare, ad esempio, il quotidiano Kathimerini ha rivelato che il governo di Atene starebbe trattando l’acquisto di due fregate Fremm italiane, ossia la Virginio Fasan (F 591) e la Carlo Bergamini (F 590), per cui sarebbe stato stanziato un budget di 580 milioni di euro.
Ma uno dei punti più interessanti del piano di riarmo, che non a caso Mitsotakis ha definito come «il progetto più emblematico», riguarda senz’altro l’allestimento di un sistema di difesa aerea all’avanguardia. Il premier ne ha già svelato il nome: si chiamerà «Scudo di Achille», costerà circa 2,8 miliardi di euro e, pertanto, sarà «probabilmente il più significativo investimento dei prossimi anni». Stando sempre a Kathimerini, questo scudo dagli echi omerici sarà dotato delle più sofisticate tecnologie anti drone, antiaeree e antimissile balistico. Una sorta di Iron dome in salsa ellenica. E, infatti, non è un caso che lo Scudo di Achille sarà prodotto proprio da aziende israeliane (si parla di Iai, Rafael ed Elbit), che doteranno le forze armate greche di sistemi missilistici terra-aria ad alto, medio e corto raggio (Hsam, Msam), oltre a una rete radar avanzata.
L’annuncio di Mitsotakis, del resto, è arrivato poco dopo la sua recente visita a Gerusalemme, dove ha discusso con Benjamin Netanyahu di progetti di produzione congiunta di armi tra Grecia e Israele.
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Ieri altre proteste della popolazione contro i jihadisti. L’Idf intensifica gli attacchi nella Striscia, Netanyahu: «Ora cambiamo marcia». Sale la tensione tra Usa e Iran.Atene stanzia 25 miliardi per rifare la Difesa e per comprare da Gerusalemme un sistema come l’Iron dome.Lo speciale contiene due articoli.Nella Striscia di Gaza diventa sempre più tesa la situazione tra Hamas e la popolazione civile. Ieri il gruppo jihadista ha ammesso sul suo canale Telegram che lunedì uno dei responsabili degli omicidi dei sette gazawi che avevano partecipato alle proteste degli scorsi giorni è stato prima rapito e poi ammazzato in pieno giorno a colpi di arma da fuoco da alcuni uomini.Ad oggi non si sa chi siano ma, secondo quanto raccontano gli stessi uomini dell’organizzazione terroristica, i sospetti si dirigono sui familiari o amici di Uday Al Rubai, 22 anni, residente nel quartiere Tel Al Hawa di Gaza City. Al Rubai, lo scorso 29 aprile, era stato rapito dall’organizzazione terroristica dopo aver incitato alle manifestazioni e torturato brutalmente per quattro ore. Il giovane stato trascinato con una corda al collo nella città di Gaza, picchiato su tutto il corpo con mazze e spranghe di ferro davanti ai passanti e, mentre stava morendo, è stato consegnato alla sua famiglia insieme a un biglietto: «Questo è quello che succede a chi critica Hamas».Hamas, dopo il ritrovamento del cadavere del proprio miliziano, in una dichiarazione ha minacciato la popolazione: «L’uccisione di un cittadino senza giustificazione giudiziaria e da parte di soggetti non autorizzati costituisce un’uccisione extragiudiziale e richiede un’azione punitiva. Siamo in contatto con i servizi di sicurezza per adottare una serie di misure volte a mantenere la stabilità sul fronte interno, data la difficoltà di far rispettare la legge, gli attacchi deliberati e le persecuzioni in corso da parte del nemico». La popolazione, però, pare non dare ascolto alle minacce e ieri pomeriggio centinaia di cittadini di Beit Lahia (Nord di Gaza) hanno di nuovo protestato per chiedere la fine della guerra e l’espulsione di Hamas.Sempre nella giornata di ieri, il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha annunciato l’espansione dell’operazione militare nella Striscia di Gaza preceduta da una serie di attacchi notturni. L’Idf ha confermato che aviazione e artiglieria hanno colpito obiettivi legati ad Hamas in più punti della Striscia. L’offensiva di terra prevede l’evacuazione su larga scala dei civili dalle aree interessate dai combattimenti, la neutralizzazione di Hamas e delle sue infrastrutture e l’occupazione di nuovi territori, che saranno integrati nelle zone di sicurezza israeliane per proteggere militari e comunità civili.«Invito i residenti di Gaza ad agire ora per rimuovere Hamas e restituire tutti gli ostaggi. Questo è l’unico modo per porre fine alla guerra», ha dichiarato Katz. L’Idf e lo Shin Bet hanno detto in una dichiarazione congiunta di aver effettuato un attacco contro gli operativi terroristici di Hamas nell’area di Jabalia dopo aver avvisato per tempo i civili. I media palestinesi hanno riferito di almeno dieci morti nell’attacco e hanno affermato che l’obiettivo era una clinica dell’Unrwa.Ma perché una clinica dell’Onu è stata oggetto di un attacco israeliano? L’Idf ha reso noto che era usato come base terroristica: «Gli agenti si trovavano in un complesso di comando e controllo che fungeva da infrastruttura terroristica e da punto di incontro centrale per l’organizzazione terroristica. Inoltre, l’edificio è stato utilizzato dal battaglione Jabalia per portare avanti i piani di attacco contro i civili israeliani e le forze dell’Idf». Benjamin Netanyahu ha rilasciato una dichiarazione sulle intensificazioni delle operazioni israeliane nella Striscia di Gaza e ha annunciato che Israele assumerà il controllo di un ulteriore corridoio: «Nella Striscia di Gaza abbiamo cambiato marcia. L’Idf sta prendendo territorio, colpendo i terroristi e distruggendo infrastrutture. E noi stiamo facendo qualcos’altro: stiamo prendendo il Corridoio Morag», che è situato tra Rafah e Khan Yunis.Sale sempre di più la tensione tra Stati Uniti, Israele e Iran dopo che la leadership di Teheran non ha dato seguito alle richieste di Donald Trump (appoggiate da molti Paesi dell’area, uno su tutti l’Arabia Saudita) che non intende consentire agli iraniani di dotarsi di armi nucleari. In tal senso Emmanuel Macron ha chiesto la convocazione di una riunione straordinaria del Gabinetto di sicurezza sul programma nucleare iraniano e sulla possibilità che gli Stati Uniti e Israele attacchino i suoi impianti nucleari. Il segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Pete Hegseth, ha disposto il dispiegamento di ulteriori aerei da guerra per potenziare la presenza navale del Pentagono in Medio Oriente, secondo quanto dichiarato martedì dallo stesso dipartimento della Difesa. Sebbene la nota ufficiale menzionasse solo genericamente il rafforzamento delle forze aeree, fonti statunitensi che hanno parlato con Reuters a condizione di anonimato hanno riferito che almeno quattro bombardieri B-2 sono stati trasferiti in una base militare congiunta anglo-americana sull’isola di Diego Garcia, nell’Oceano Indiano - una posizione strategica da cui è possibile raggiungere rapidamente lo Yemen o l’Iran.Secondo Bloomberg, Hegseth ha anche ordinato al gruppo d’attacco della portaerei Carl Vinson di dirigersi nella regione: la nave arriverà dopo aver completato le esercitazioni nell’Indo-Pacifico. Inoltre «il dipartimento sta prolungando il dispiegamento del gruppo d’attacco della portaerei Harry Truman nella regione», ha affermato il portavoce del Pentagono, Sean Parnell. Tutto lascia presagire che qualcosa di grosso sia in preparazione magari prima nello Yemen e poi in Iran.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ucciso-cittadini-gaza-boia-hamas-2671665919.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-grecia-copia-israele-e-fa-lo-scudo-dachille" data-post-id="2671665919" data-published-at="1743661114" data-use-pagination="False"> La Grecia copia Israele e fa lo Scudo d’Achille L’Unione europea ha esortato tutti i suoi Stati membri a riarmarsi. E la Grecia ha risposto all’appello. Ieri, durante la riunione plenaria del Parlamento di Atene, il premier Kyriakos Mitsotakis ha annunciato un maxi stanziamento di 25 miliardi di euro per la Difesa. «Il prezzo della libertà è la vigilanza costante, diceva Thomas Jefferson», è stato l’incipit del suo lungo discorso in cui ha spiegato ai deputati l’ambizioso piano di riarmo della Grecia. Per una nazione di soli 10 milioni di abitanti, in effetti, si tratta di un investimento molto consistente. Anzi, come ha specificato con enfasi lo stesso Mitsotakis, si parla nientemeno che della «più drastica trasformazione delle forze armate nella storia moderna». Illustrando i dettagli del progetto, il primo ministro ha dichiarato che questo vasto potenziamento della Difesa è necessario per «rimanere forti e indipendenti in un mondo che cambia a ritmi imprevedibili» e «in un contesto internazionale incerto». L’obiettivo del governo, ha proseguito Mitsotakis, «è che la Grecia disponga in pochi anni di uno dei sistemi di difesa più avanzati d’Europa». Secondo il quotidiano ellenico Kathimerini, il piano avrà una durata di 12 anni. Questi 25 miliardi, peraltro, saranno stanziati dopo che la Grecia ha già raddoppiato le spese ordinarie per la Difesa, portandole quest’anno a oltre 6 miliardi di euro. Senza contare che, come ha rivendicato Mitsotakis in Parlamento, «per la prima volta in 14 anni, gli ufficiali delle forze armate hanno visto aumentare i loro stipendi e i loro benefit». Un’attenzione, quella per la Difesa, che non è affatto una novità per Atene, che da tempo destina al settore più del 3% del proprio Pil. E la motivazione è anche semplice da intuire: la minacciosa vicinanza della Turchia, rivale storica della Grecia, che nel frattempo ha allestito il secondo esercito più forte della Nato dopo quello degli Stati Uniti. «La filosofia del nuovo programma», ha poi spiegato Mitsotakis, «riguarda innanzitutto l’introduzione di nuove tecnologie. Ciò che chiamavamo “Difesa” significa molto più che semplice sorveglianza delle frontiere: vi rientrano le minacce ibride come i flussi migratori, campagne di disinformazione, attacchi informatici». Oltre a specificare che il progetto di riarmo non comporterà «eccessi di spesa», il premier ellenico ha sottolineato che un altro punto caratterizzante del piano sarà «la partecipazione dell’industria greca del settore a tutti i programmi che il ministero della Difesa avvierà nei prossimi anni». La volontà di potenziare la propria industria domestica, tuttavia, non esclude per il momento il ricorso ad armamenti stranieri. Per quanto riguarda la marina militare, ad esempio, il quotidiano Kathimerini ha rivelato che il governo di Atene starebbe trattando l’acquisto di due fregate Fremm italiane, ossia la Virginio Fasan (F 591) e la Carlo Bergamini (F 590), per cui sarebbe stato stanziato un budget di 580 milioni di euro. Ma uno dei punti più interessanti del piano di riarmo, che non a caso Mitsotakis ha definito come «il progetto più emblematico», riguarda senz’altro l’allestimento di un sistema di difesa aerea all’avanguardia. Il premier ne ha già svelato il nome: si chiamerà «Scudo di Achille», costerà circa 2,8 miliardi di euro e, pertanto, sarà «probabilmente il più significativo investimento dei prossimi anni». Stando sempre a Kathimerini, questo scudo dagli echi omerici sarà dotato delle più sofisticate tecnologie anti drone, antiaeree e antimissile balistico. Una sorta di Iron dome in salsa ellenica. E, infatti, non è un caso che lo Scudo di Achille sarà prodotto proprio da aziende israeliane (si parla di Iai, Rafael ed Elbit), che doteranno le forze armate greche di sistemi missilistici terra-aria ad alto, medio e corto raggio (Hsam, Msam), oltre a una rete radar avanzata. L’annuncio di Mitsotakis, del resto, è arrivato poco dopo la sua recente visita a Gerusalemme, dove ha discusso con Benjamin Netanyahu di progetti di produzione congiunta di armi tra Grecia e Israele.
Federico Vecchioni (Ansa)
History Law & Economics dalla Lumsa, la Libera Università Maria Santissima Assunta. Il conferimento, approvato dal dipartimento di giurisprudenza, economia e comunicazione dell’ateneo - con successiva delibera del Senato Accademico - si deve al fatto che la figura professionale di Vecchioni rappresenta «un punto di riferimento di rilievo nel panorama dell’economia agroalimentare italiana e mediterranea, per la capacità di coniugare visione strategica, innovazione tecnologica e attenzione ai profili di sostenibilità economica, sociale e ambientale».
La cerimonia è stata introdotta dal professor Gabriele Carapezza Figlia, coordinatore del collegio dei docenti del dottorato di ricerca in Mediterranean Studies e la laudatio è stata curata dal professor Giovanni Battista Dagnino, ordinario di economia e gestione delle imprese. A conferire titolo e proclamazione, il professor Francesco Bonini, rettore dell’ateneo. Alla cerimonia è seguita la lectio magistralis di Vecchioni. «Ricevere questo dottorato honoris causa dalla Libera Università Maria Santissima Assunta», le parole pronunciate da Vecchioni, «rappresenta per me un grande onore e una grande responsabilità. Ho sempre creduto nel valore del dialogo tra impresa, istituzioni e mondo accademico come leva per generare sviluppo duraturo. Il Mediterraneo non è soltanto uno spazio geografico, ma un orizzonte culturale ed economico strategico, nel quale l’Italia può e deve esercitare un ruolo da protagonista attraverso innovazione, sostenibilità e cooperazione internazionale». «In quest’ottica», ha proseguito quindi il presidente di Bonifiche Ferraresi, «si inseriscono le iniziative internazionali portate avanti da Bf con l’obiettivo di creare la più importante riserva agricolo alimentare del Mediterraneo».
A completamento delle formalità si pone poi il discorso del rettore della Lumsa, professor Bonini, che ha voluto rimarcare l’importanza del conferimento accademico: «Il dottorato in Mediterranean Studies, basato nel nostro dipartimento di Palermo, traguarda anche l’importante investimento che l’Università Lumsa ha aperto con l’istituzione del nostro University Africa Center. Il conferimento del dottorato a una personalità come quella di Federico Vecchioni vuole essere esemplare per i nostri studenti e studentesse, e per un impegno di ricerca, sviluppo e collaborazione con le realtà vive della società che qualifica l’università e ne conferma l’ispirazione e l’impegno per il bene comune nella grande prospettiva globale».
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Mentre l’Italia tenta una timida risalita (+7,6% a marzo, con 185.367 immatricolazioni), il resto del continente (+1,7%) resta frenato da condizioni finanziarie restrittive: tassi elevati che la Bce fatica a ridurre, complice uno choc petrolifero che alimenta un’inflazione ancora persistente e comprime i redditi reali. In questo contesto, la domanda effettiva si contrae e il pricing power si deteriora.
La realtà è che l’ideologia politica in Europa ha preteso di ignorare le leggi della domanda: le aziende «vulnerabili», quelle che hanno puntato tutto su una transizione elettrica forzata, si ritrovano oggi con piazzali pieni e margini a picco. Parallelamente, la Cina ha cambiato ruolo: da mercato di sbocco a concorrente diretto e aggressivo. Marchi come Byd e Leapmotor registrano crescite a tre o quattro cifre anche in Italia, segnalando un vantaggio competitivo costruito su costi, integrazione verticale e velocità di esecuzione.
Il nesso per il portafoglio del risparmiatore è brutale. I dati appena pubblicati dal Gruppo Volkswagen per il primo trimestre 2026 confermano che il «mal di Cina» è diventato cronico e forse irreversibile. Le consegne globali sono calate del 4% (2,05 milioni di unità), ma è il tracollo delle elettriche a far tremare Wolfsburg: un pesantissimo -64% in Cina e -80% negli Stati Uniti. La tenuta europea (+12%) non basta a compensare la fine degli incentivi e l’inasprimento dei dazi americani.
Come osserva Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf: «Volkswagen sta vivendo il suo momento più buio: il mercato cinese, che un tempo garantiva profitti certi, oggi rigetta i modelli tedeschi. Il rischio per chi ha il titolo in portafoglio è di restare intrappolati in un gigante che fatica a ruotare la sua enorme stazza verso ciò che il cliente vuole davvero: auto accessibili, concrete e con motorizzazioni affidabili».
In questo scenario, Stellantis affronta una transizione manageriale critica. Il nuovo numero uno, Antonio Filosa, è chiamato a ricostruire un gruppo segnato dalla precedente gestione di Carlos Tavares, lodata per il cost-cutting ma accusata di aver compresso investimenti e qualità. «Filosa sta tentando di rimettere in carreggiata un’auto che rischiava il deragliamento», osserva l’analista e consulente finanziario indipendente. «Ha ereditato una struttura dove l’ossessione per il bilancio a breve termine ha logorato la qualità e la fiducia della rete».
La delusione più fragorosa arriva però da Porsche. Nel primo trimestre 2026 le vendite globali sono scese del 15%, con un crollo in Cina da 68.000 unità nel primo trimestre 2022 a meno di 7.800. L’utile netto è crollato del 91,4% (da 3,6 miliardi nel 2024 a 310 milioni nel 2025), mentre il fatturato si è contratto a circa 36,3 miliardi.
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Francesco Lollobrigida (Ansa)
Coldiretti la definisce «una svolta», in quanto difende un patrimonio che oggi vale 707 miliardi di euro e trova nella Dop economy la sua espressione più avanzata. «Questa legge giaceva nei cassetti da oltre dieci anni e nessuno aveva mai avuto il coraggio di farla diventare un provvedimento», ha spiegato Lollobrigida, sottolineando che introduce due nuovi reati, l’aggravante di agropirateria e sanzioni proporzionali alle dimensioni del fatturato delle imprese, «affinché siano un vero deterrente. Inoltre, istituzionalizza la cabina di regia per un efficientamento dei sistemi di controllo». La legge rafforza la trasparenza e la tracciabilità dei prodotti lungo tutta la filiera per fornire informazioni quanto più esaustive possibili al consumatore anche al fine di tutelare la salute.
Di conseguenza, vengono inseriti nel Codice penale due reati: la «frode alimentare» per punire chi commercializza alimenti o bevande che, a sua conoscenza, non sono genuini o che provengono da luoghi diversi rispetto a quelli indicati (prevista la reclusione da 2 mesi a 1 anno), e il «commercio di alimenti con segni mendaci» per punire chi utilizza segni distintivi o indicazioni per indurre in errore il compratore sulla qualità o sulla quantità degli alimenti (reclusione da 3 a 18 mesi). È inserita l’aggravante di agropirateria, quando l’attività illecita è realizzata in maniera organizzata e continuativa, l’aggravante «quantità e biologico» (se i prodotti sono commercializzati come biologici ma non lo sono). In questi tre casi le pene sono aumentate. La legge prevede per questi reati anche la confisca obbligatoria di prodotti, beni o cose oggetto o prodotto dei reati.
L’autorità giudiziaria avrà l’obbligo di distribuire i prodotti sequestrati, ma commestibili, a enti territoriali o caritatevoli per destinarli a persone bisognose o animali abbandonati.
È prevista la protezione delle Indicazioni geografiche, attività che secondo l’ultimo rapporto Ismea-Qualivita nel 2024 ha realizzato 20,7 miliardi di euro di fatturato di cui 12,3 miliardi di euro realizzati all’estero. Previste sanzioni più dure per il reato di contraffazione delle indicazioni geografiche e delle denominazioni di origine protetta.
La legge vieta poi l’utilizzo del termine «latte» e di prodotti lattiero-caseari per prodotti vegetali se non accompagnato dalla denominazione corretta (per esempio il latte di mandorla venduto come sostitutivo senza distinzione). A dimostrazione della necessità di una legge con questi contenuti, Coldiretti cita l’ultimo Rapporto elaborato insieme a Eurispes e Fondazione osservatorio agromafie, secondo il quale il volume d’affari dei crimini agroalimentari in Italia è salito a 25,2 miliardi, praticamente raddoppiato nel giro dell’ultimo decennio.
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Ecco #DimmiLaVerità del 16 aprile 2026. La deputata della Lega Rebecca Frassini illustra i contenuti della manifestazione di sabato 18 a Milano.