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2025-04-03
Ucciso dai cittadini di Gaza il boia di Hamas che ammazzò i dissidenti anti tagliagole
Ansa
Nella Striscia di Gaza diventa sempre più tesa la situazione tra Hamas e la popolazione civile. Ieri il gruppo jihadista ha ammesso sul suo canale Telegram che lunedì uno dei responsabili degli omicidi dei sette gazawi che avevano partecipato alle proteste degli scorsi giorni è stato prima rapito e poi ammazzato in pieno giorno a colpi di arma da fuoco da alcuni uomini.
Ad oggi non si sa chi siano ma, secondo quanto raccontano gli stessi uomini dell’organizzazione terroristica, i sospetti si dirigono sui familiari o amici di Uday Al Rubai, 22 anni, residente nel quartiere Tel Al Hawa di Gaza City. Al Rubai, lo scorso 29 aprile, era stato rapito dall’organizzazione terroristica dopo aver incitato alle manifestazioni e torturato brutalmente per quattro ore. Il giovane stato trascinato con una corda al collo nella città di Gaza, picchiato su tutto il corpo con mazze e spranghe di ferro davanti ai passanti e, mentre stava morendo, è stato consegnato alla sua famiglia insieme a un biglietto: «Questo è quello che succede a chi critica Hamas».
Hamas, dopo il ritrovamento del cadavere del proprio miliziano, in una dichiarazione ha minacciato la popolazione: «L’uccisione di un cittadino senza giustificazione giudiziaria e da parte di soggetti non autorizzati costituisce un’uccisione extragiudiziale e richiede un’azione punitiva. Siamo in contatto con i servizi di sicurezza per adottare una serie di misure volte a mantenere la stabilità sul fronte interno, data la difficoltà di far rispettare la legge, gli attacchi deliberati e le persecuzioni in corso da parte del nemico». La popolazione, però, pare non dare ascolto alle minacce e ieri pomeriggio centinaia di cittadini di Beit Lahia (Nord di Gaza) hanno di nuovo protestato per chiedere la fine della guerra e l’espulsione di Hamas.
Sempre nella giornata di ieri, il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha annunciato l’espansione dell’operazione militare nella Striscia di Gaza preceduta da una serie di attacchi notturni. L’Idf ha confermato che aviazione e artiglieria hanno colpito obiettivi legati ad Hamas in più punti della Striscia. L’offensiva di terra prevede l’evacuazione su larga scala dei civili dalle aree interessate dai combattimenti, la neutralizzazione di Hamas e delle sue infrastrutture e l’occupazione di nuovi territori, che saranno integrati nelle zone di sicurezza israeliane per proteggere militari e comunità civili.
«Invito i residenti di Gaza ad agire ora per rimuovere Hamas e restituire tutti gli ostaggi. Questo è l’unico modo per porre fine alla guerra», ha dichiarato Katz. L’Idf e lo Shin Bet hanno detto in una dichiarazione congiunta di aver effettuato un attacco contro gli operativi terroristici di Hamas nell’area di Jabalia dopo aver avvisato per tempo i civili. I media palestinesi hanno riferito di almeno dieci morti nell’attacco e hanno affermato che l’obiettivo era una clinica dell’Unrwa.
Ma perché una clinica dell’Onu è stata oggetto di un attacco israeliano? L’Idf ha reso noto che era usato come base terroristica: «Gli agenti si trovavano in un complesso di comando e controllo che fungeva da infrastruttura terroristica e da punto di incontro centrale per l’organizzazione terroristica. Inoltre, l’edificio è stato utilizzato dal battaglione Jabalia per portare avanti i piani di attacco contro i civili israeliani e le forze dell’Idf». Benjamin Netanyahu ha rilasciato una dichiarazione sulle intensificazioni delle operazioni israeliane nella Striscia di Gaza e ha annunciato che Israele assumerà il controllo di un ulteriore corridoio: «Nella Striscia di Gaza abbiamo cambiato marcia. L’Idf sta prendendo territorio, colpendo i terroristi e distruggendo infrastrutture. E noi stiamo facendo qualcos’altro: stiamo prendendo il Corridoio Morag», che è situato tra Rafah e Khan Yunis.
Sale sempre di più la tensione tra Stati Uniti, Israele e Iran dopo che la leadership di Teheran non ha dato seguito alle richieste di Donald Trump (appoggiate da molti Paesi dell’area, uno su tutti l’Arabia Saudita) che non intende consentire agli iraniani di dotarsi di armi nucleari. In tal senso Emmanuel Macron ha chiesto la convocazione di una riunione straordinaria del Gabinetto di sicurezza sul programma nucleare iraniano e sulla possibilità che gli Stati Uniti e Israele attacchino i suoi impianti nucleari. Il segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Pete Hegseth, ha disposto il dispiegamento di ulteriori aerei da guerra per potenziare la presenza navale del Pentagono in Medio Oriente, secondo quanto dichiarato martedì dallo stesso dipartimento della Difesa. Sebbene la nota ufficiale menzionasse solo genericamente il rafforzamento delle forze aeree, fonti statunitensi che hanno parlato con Reuters a condizione di anonimato hanno riferito che almeno quattro bombardieri B-2 sono stati trasferiti in una base militare congiunta anglo-americana sull’isola di Diego Garcia, nell’Oceano Indiano - una posizione strategica da cui è possibile raggiungere rapidamente lo Yemen o l’Iran.
Secondo Bloomberg, Hegseth ha anche ordinato al gruppo d’attacco della portaerei Carl Vinson di dirigersi nella regione: la nave arriverà dopo aver completato le esercitazioni nell’Indo-Pacifico. Inoltre «il dipartimento sta prolungando il dispiegamento del gruppo d’attacco della portaerei Harry Truman nella regione», ha affermato il portavoce del Pentagono, Sean Parnell. Tutto lascia presagire che qualcosa di grosso sia in preparazione magari prima nello Yemen e poi in Iran.
La Grecia copia Israele e fa lo Scudo d’Achille
L’Unione europea ha esortato tutti i suoi Stati membri a riarmarsi. E la Grecia ha risposto all’appello. Ieri, durante la riunione plenaria del Parlamento di Atene, il premier Kyriakos Mitsotakis ha annunciato un maxi stanziamento di 25 miliardi di euro per la Difesa. «Il prezzo della libertà è la vigilanza costante, diceva Thomas Jefferson», è stato l’incipit del suo lungo discorso in cui ha spiegato ai deputati l’ambizioso piano di riarmo della Grecia. Per una nazione di soli 10 milioni di abitanti, in effetti, si tratta di un investimento molto consistente. Anzi, come ha specificato con enfasi lo stesso Mitsotakis, si parla nientemeno che della «più drastica trasformazione delle forze armate nella storia moderna».
Illustrando i dettagli del progetto, il primo ministro ha dichiarato che questo vasto potenziamento della Difesa è necessario per «rimanere forti e indipendenti in un mondo che cambia a ritmi imprevedibili» e «in un contesto internazionale incerto». L’obiettivo del governo, ha proseguito Mitsotakis, «è che la Grecia disponga in pochi anni di uno dei sistemi di difesa più avanzati d’Europa». Secondo il quotidiano ellenico Kathimerini, il piano avrà una durata di 12 anni.
Questi 25 miliardi, peraltro, saranno stanziati dopo che la Grecia ha già raddoppiato le spese ordinarie per la Difesa, portandole quest’anno a oltre 6 miliardi di euro. Senza contare che, come ha rivendicato Mitsotakis in Parlamento, «per la prima volta in 14 anni, gli ufficiali delle forze armate hanno visto aumentare i loro stipendi e i loro benefit». Un’attenzione, quella per la Difesa, che non è affatto una novità per Atene, che da tempo destina al settore più del 3% del proprio Pil. E la motivazione è anche semplice da intuire: la minacciosa vicinanza della Turchia, rivale storica della Grecia, che nel frattempo ha allestito il secondo esercito più forte della Nato dopo quello degli Stati Uniti.
«La filosofia del nuovo programma», ha poi spiegato Mitsotakis, «riguarda innanzitutto l’introduzione di nuove tecnologie. Ciò che chiamavamo “Difesa” significa molto più che semplice sorveglianza delle frontiere: vi rientrano le minacce ibride come i flussi migratori, campagne di disinformazione, attacchi informatici». Oltre a specificare che il progetto di riarmo non comporterà «eccessi di spesa», il premier ellenico ha sottolineato che un altro punto caratterizzante del piano sarà «la partecipazione dell’industria greca del settore a tutti i programmi che il ministero della Difesa avvierà nei prossimi anni».
La volontà di potenziare la propria industria domestica, tuttavia, non esclude per il momento il ricorso ad armamenti stranieri. Per quanto riguarda la marina militare, ad esempio, il quotidiano Kathimerini ha rivelato che il governo di Atene starebbe trattando l’acquisto di due fregate Fremm italiane, ossia la Virginio Fasan (F 591) e la Carlo Bergamini (F 590), per cui sarebbe stato stanziato un budget di 580 milioni di euro.
Ma uno dei punti più interessanti del piano di riarmo, che non a caso Mitsotakis ha definito come «il progetto più emblematico», riguarda senz’altro l’allestimento di un sistema di difesa aerea all’avanguardia. Il premier ne ha già svelato il nome: si chiamerà «Scudo di Achille», costerà circa 2,8 miliardi di euro e, pertanto, sarà «probabilmente il più significativo investimento dei prossimi anni». Stando sempre a Kathimerini, questo scudo dagli echi omerici sarà dotato delle più sofisticate tecnologie anti drone, antiaeree e antimissile balistico. Una sorta di Iron dome in salsa ellenica. E, infatti, non è un caso che lo Scudo di Achille sarà prodotto proprio da aziende israeliane (si parla di Iai, Rafael ed Elbit), che doteranno le forze armate greche di sistemi missilistici terra-aria ad alto, medio e corto raggio (Hsam, Msam), oltre a una rete radar avanzata.
L’annuncio di Mitsotakis, del resto, è arrivato poco dopo la sua recente visita a Gerusalemme, dove ha discusso con Benjamin Netanyahu di progetti di produzione congiunta di armi tra Grecia e Israele.
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Ieri altre proteste della popolazione contro i jihadisti. L’Idf intensifica gli attacchi nella Striscia, Netanyahu: «Ora cambiamo marcia». Sale la tensione tra Usa e Iran.Atene stanzia 25 miliardi per rifare la Difesa e per comprare da Gerusalemme un sistema come l’Iron dome.Lo speciale contiene due articoli.Nella Striscia di Gaza diventa sempre più tesa la situazione tra Hamas e la popolazione civile. Ieri il gruppo jihadista ha ammesso sul suo canale Telegram che lunedì uno dei responsabili degli omicidi dei sette gazawi che avevano partecipato alle proteste degli scorsi giorni è stato prima rapito e poi ammazzato in pieno giorno a colpi di arma da fuoco da alcuni uomini.Ad oggi non si sa chi siano ma, secondo quanto raccontano gli stessi uomini dell’organizzazione terroristica, i sospetti si dirigono sui familiari o amici di Uday Al Rubai, 22 anni, residente nel quartiere Tel Al Hawa di Gaza City. Al Rubai, lo scorso 29 aprile, era stato rapito dall’organizzazione terroristica dopo aver incitato alle manifestazioni e torturato brutalmente per quattro ore. Il giovane stato trascinato con una corda al collo nella città di Gaza, picchiato su tutto il corpo con mazze e spranghe di ferro davanti ai passanti e, mentre stava morendo, è stato consegnato alla sua famiglia insieme a un biglietto: «Questo è quello che succede a chi critica Hamas».Hamas, dopo il ritrovamento del cadavere del proprio miliziano, in una dichiarazione ha minacciato la popolazione: «L’uccisione di un cittadino senza giustificazione giudiziaria e da parte di soggetti non autorizzati costituisce un’uccisione extragiudiziale e richiede un’azione punitiva. Siamo in contatto con i servizi di sicurezza per adottare una serie di misure volte a mantenere la stabilità sul fronte interno, data la difficoltà di far rispettare la legge, gli attacchi deliberati e le persecuzioni in corso da parte del nemico». La popolazione, però, pare non dare ascolto alle minacce e ieri pomeriggio centinaia di cittadini di Beit Lahia (Nord di Gaza) hanno di nuovo protestato per chiedere la fine della guerra e l’espulsione di Hamas.Sempre nella giornata di ieri, il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha annunciato l’espansione dell’operazione militare nella Striscia di Gaza preceduta da una serie di attacchi notturni. L’Idf ha confermato che aviazione e artiglieria hanno colpito obiettivi legati ad Hamas in più punti della Striscia. L’offensiva di terra prevede l’evacuazione su larga scala dei civili dalle aree interessate dai combattimenti, la neutralizzazione di Hamas e delle sue infrastrutture e l’occupazione di nuovi territori, che saranno integrati nelle zone di sicurezza israeliane per proteggere militari e comunità civili.«Invito i residenti di Gaza ad agire ora per rimuovere Hamas e restituire tutti gli ostaggi. Questo è l’unico modo per porre fine alla guerra», ha dichiarato Katz. L’Idf e lo Shin Bet hanno detto in una dichiarazione congiunta di aver effettuato un attacco contro gli operativi terroristici di Hamas nell’area di Jabalia dopo aver avvisato per tempo i civili. I media palestinesi hanno riferito di almeno dieci morti nell’attacco e hanno affermato che l’obiettivo era una clinica dell’Unrwa.Ma perché una clinica dell’Onu è stata oggetto di un attacco israeliano? L’Idf ha reso noto che era usato come base terroristica: «Gli agenti si trovavano in un complesso di comando e controllo che fungeva da infrastruttura terroristica e da punto di incontro centrale per l’organizzazione terroristica. Inoltre, l’edificio è stato utilizzato dal battaglione Jabalia per portare avanti i piani di attacco contro i civili israeliani e le forze dell’Idf». Benjamin Netanyahu ha rilasciato una dichiarazione sulle intensificazioni delle operazioni israeliane nella Striscia di Gaza e ha annunciato che Israele assumerà il controllo di un ulteriore corridoio: «Nella Striscia di Gaza abbiamo cambiato marcia. L’Idf sta prendendo territorio, colpendo i terroristi e distruggendo infrastrutture. E noi stiamo facendo qualcos’altro: stiamo prendendo il Corridoio Morag», che è situato tra Rafah e Khan Yunis.Sale sempre di più la tensione tra Stati Uniti, Israele e Iran dopo che la leadership di Teheran non ha dato seguito alle richieste di Donald Trump (appoggiate da molti Paesi dell’area, uno su tutti l’Arabia Saudita) che non intende consentire agli iraniani di dotarsi di armi nucleari. In tal senso Emmanuel Macron ha chiesto la convocazione di una riunione straordinaria del Gabinetto di sicurezza sul programma nucleare iraniano e sulla possibilità che gli Stati Uniti e Israele attacchino i suoi impianti nucleari. Il segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Pete Hegseth, ha disposto il dispiegamento di ulteriori aerei da guerra per potenziare la presenza navale del Pentagono in Medio Oriente, secondo quanto dichiarato martedì dallo stesso dipartimento della Difesa. Sebbene la nota ufficiale menzionasse solo genericamente il rafforzamento delle forze aeree, fonti statunitensi che hanno parlato con Reuters a condizione di anonimato hanno riferito che almeno quattro bombardieri B-2 sono stati trasferiti in una base militare congiunta anglo-americana sull’isola di Diego Garcia, nell’Oceano Indiano - una posizione strategica da cui è possibile raggiungere rapidamente lo Yemen o l’Iran.Secondo Bloomberg, Hegseth ha anche ordinato al gruppo d’attacco della portaerei Carl Vinson di dirigersi nella regione: la nave arriverà dopo aver completato le esercitazioni nell’Indo-Pacifico. Inoltre «il dipartimento sta prolungando il dispiegamento del gruppo d’attacco della portaerei Harry Truman nella regione», ha affermato il portavoce del Pentagono, Sean Parnell. Tutto lascia presagire che qualcosa di grosso sia in preparazione magari prima nello Yemen e poi in Iran.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ucciso-cittadini-gaza-boia-hamas-2671665919.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-grecia-copia-israele-e-fa-lo-scudo-dachille" data-post-id="2671665919" data-published-at="1743661114" data-use-pagination="False"> La Grecia copia Israele e fa lo Scudo d’Achille L’Unione europea ha esortato tutti i suoi Stati membri a riarmarsi. E la Grecia ha risposto all’appello. Ieri, durante la riunione plenaria del Parlamento di Atene, il premier Kyriakos Mitsotakis ha annunciato un maxi stanziamento di 25 miliardi di euro per la Difesa. «Il prezzo della libertà è la vigilanza costante, diceva Thomas Jefferson», è stato l’incipit del suo lungo discorso in cui ha spiegato ai deputati l’ambizioso piano di riarmo della Grecia. Per una nazione di soli 10 milioni di abitanti, in effetti, si tratta di un investimento molto consistente. Anzi, come ha specificato con enfasi lo stesso Mitsotakis, si parla nientemeno che della «più drastica trasformazione delle forze armate nella storia moderna». Illustrando i dettagli del progetto, il primo ministro ha dichiarato che questo vasto potenziamento della Difesa è necessario per «rimanere forti e indipendenti in un mondo che cambia a ritmi imprevedibili» e «in un contesto internazionale incerto». L’obiettivo del governo, ha proseguito Mitsotakis, «è che la Grecia disponga in pochi anni di uno dei sistemi di difesa più avanzati d’Europa». Secondo il quotidiano ellenico Kathimerini, il piano avrà una durata di 12 anni. Questi 25 miliardi, peraltro, saranno stanziati dopo che la Grecia ha già raddoppiato le spese ordinarie per la Difesa, portandole quest’anno a oltre 6 miliardi di euro. Senza contare che, come ha rivendicato Mitsotakis in Parlamento, «per la prima volta in 14 anni, gli ufficiali delle forze armate hanno visto aumentare i loro stipendi e i loro benefit». Un’attenzione, quella per la Difesa, che non è affatto una novità per Atene, che da tempo destina al settore più del 3% del proprio Pil. E la motivazione è anche semplice da intuire: la minacciosa vicinanza della Turchia, rivale storica della Grecia, che nel frattempo ha allestito il secondo esercito più forte della Nato dopo quello degli Stati Uniti. «La filosofia del nuovo programma», ha poi spiegato Mitsotakis, «riguarda innanzitutto l’introduzione di nuove tecnologie. Ciò che chiamavamo “Difesa” significa molto più che semplice sorveglianza delle frontiere: vi rientrano le minacce ibride come i flussi migratori, campagne di disinformazione, attacchi informatici». Oltre a specificare che il progetto di riarmo non comporterà «eccessi di spesa», il premier ellenico ha sottolineato che un altro punto caratterizzante del piano sarà «la partecipazione dell’industria greca del settore a tutti i programmi che il ministero della Difesa avvierà nei prossimi anni». La volontà di potenziare la propria industria domestica, tuttavia, non esclude per il momento il ricorso ad armamenti stranieri. Per quanto riguarda la marina militare, ad esempio, il quotidiano Kathimerini ha rivelato che il governo di Atene starebbe trattando l’acquisto di due fregate Fremm italiane, ossia la Virginio Fasan (F 591) e la Carlo Bergamini (F 590), per cui sarebbe stato stanziato un budget di 580 milioni di euro. Ma uno dei punti più interessanti del piano di riarmo, che non a caso Mitsotakis ha definito come «il progetto più emblematico», riguarda senz’altro l’allestimento di un sistema di difesa aerea all’avanguardia. Il premier ne ha già svelato il nome: si chiamerà «Scudo di Achille», costerà circa 2,8 miliardi di euro e, pertanto, sarà «probabilmente il più significativo investimento dei prossimi anni». Stando sempre a Kathimerini, questo scudo dagli echi omerici sarà dotato delle più sofisticate tecnologie anti drone, antiaeree e antimissile balistico. Una sorta di Iron dome in salsa ellenica. E, infatti, non è un caso che lo Scudo di Achille sarà prodotto proprio da aziende israeliane (si parla di Iai, Rafael ed Elbit), che doteranno le forze armate greche di sistemi missilistici terra-aria ad alto, medio e corto raggio (Hsam, Msam), oltre a una rete radar avanzata. L’annuncio di Mitsotakis, del resto, è arrivato poco dopo la sua recente visita a Gerusalemme, dove ha discusso con Benjamin Netanyahu di progetti di produzione congiunta di armi tra Grecia e Israele.
Il presidente della Biennale di Venezia Pietrangelo Buttafuoco (Ansa)
La scelta di invitare i russi non è stata condivisa anche da buona parte dell’esecutivo italiano, con il ministro della Cultura Alessandro Giuli che si è opposto con durezza da un lato, mentre dall’altro, il presidente del Consiglio Giorgia Meloni pur non condividendo l’idea ha rivendicato l’autonomia del presidente della Fondazione Biennale Pietrangelo Buttafuoco. È proprio a lui che ieri è arrivata una lettera con l’elenco degli artisti detenuti o morti in carcere in Russia, con la richiesta di non ridurre il dissenso a un cocktail, «di non continuare a ridurre il dialogo a una performance superficiale», come lo si accusa di voler fare con l’iniziativa «Il dissenso e la pace» che prevede l’intervento del regista Aleksandr Sokurov, organizzata in risposta alle critiche per il ritorno della Russia all’Esposizione d’arte internazionale, in programma a Venezia dal 9 maggio al 22 novembre. Una lettera firmata da alcuni intellettuali che evidentemente pretendono di decidere quali debbano essere gli artisti invitati alla Biennale. A firmare il documento accademici, attivisti e artisti italiani e russi, fra cui Nadia Tolokonnikova, fra le fondatrici delle Pussy Riot ed ex detenuta politica, il filmmaker premio Oscar con Mr Nobody Against Putin, Pavel Talankin, la presidente di Memorial Italia Giulia De Florio, il vicepresidente dell’organizzazione, Andrea Gullotta, la traduttrice e scrittrice Elena Kostyoukovitch e l’artista e attivista Katia Margolis. «La sollecitiamo ad aprire questa iniziativa a coloro che sono realmente perseguiti per il loro dissenso e a onorare il lascito del 1977 (l’anno in cui si era tenuta la Biennale del Dissenso, ndr) come spazio di confronto, non della sua simulazione» si legge nella lettera. E poi: «Ha spesso insistito nel dire che la Biennale deve essere aperta a tutte le voci. Le chiediamo di essere coerente con le sue dichiarazioni. “Il dissenso e la pace” onori e dia voce al dissenso reale non al suo simulacro». Eloquente la risposta che arriva indiretta dai social di Buttafuoco. Il presidente della Biennale ha pubblicato una lunga intervista-ritratto firmata dalla scrittrice Lila Azam Zanganeh sulla rivista New Voyager, e simbolicamente intitolata «A Free Man», cioè «un uomo libero».
«Ci si aspettava che l’intellettuale conservatore Pietrangelo Buttafuoco portasse la sua visione politica alla Biennale di Venezia. Si è rivelato molto più eccentrico - e più libero - di quanto chiunque avrebbe potuto immaginare», si legge nel catenaccio dell’articolo al cui interno si aggiunge: Buttafuoco ha fatto a Venezia scelte completamente in controtendenza rispetto al nativismo e all’ortodossia di destra europei contemporanei». E poi: «Buttafuoco si erge, per così dire, su un’altra sponda. È un uomo quasi estraneo al conformismo di questo momento culturale. L’Europa del dopoguerra ha in gran parte aderito al vangelo liberale, mentre Buttafuoco vive con una visione narrativa anticonformista e fondamentalmente libertaria, nella sfera pubblica, nella vita privata e nella sua narrativa». Intanto a Venezia fervono i lavori per la messa a punto dei dettagli di «In Minor Keys», che martedì prossimo vedrà l’apertura dei cancelli per la stampa selezionata. A documentarlo sono i video postati sui social dell’istituzione culturale, che stanno ottenendo un boom di visualizzazioni.
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Rosy Bindi (Ansa)
Un «morto sanguinario e traditore», catturato dai partigiani e fucilato mentre scappava travestito da soldato tedesco. Certo, quello del cantante dei Litfiba è un coraggio che a ottant’anni di distanza non fa rischiare niente, se non l’applauso. Lo stesso ottenuto parlando del genocidio dei pellerossa, di quello degli armeni e degli ebrei, dei rom, dei gay e degli oppositori politici. Ma poteva mancare un riferimento alla Palestina e alla Flotilla? Ovviamente no. E dunque ecco Pelù urlare dal palco: «Palestina libera e fanculo i colonialismi». Cose mai sentite in una pubblica piazza.
Ma il cantante de Il diablo venerdì pomeriggio era in ottima compagnia. C’era chi, come Big Mama, ha chiuso la sua esibizione con il bacio gay dei suoi ballerini; chi come Frah Quintale ha invitato il pubblico a tenere gli occhi aperti perché «sono tempi bui»; chi come Geolier, cantante che ha realizzato una serie di video in cui si ostentavano kalashnikov e belle ragazze, si è lamentato perché le giovani generazioni sono vittime di violenza; chi come Serena Brancale ha rispolverato il mito di Che Guevara, intonando Hasta siempre comandante e infine chi, come Delia, ha corretto Bella ciao per renderla più inclusiva: non ci si rivolge più al partigiano ma all’essere umano. Un festival dell’impegno, che però si ferma dopo due strofe. Una celebrazione dell’ovvio, che non va oltre la banalità del bene. Gli slogan sono già logori ancora prima di essere pronunciati. C’è chi dal palco di San Giovanni dice «insieme possiamo cambiare le cose» (le Bambole di pezza) e chi invita a «prendersi il futuro» (Mobrici), ma anche chi sostiene che «la felicità è un diritto» (Maria Antonietta): non si sa se vada messa nella Costituzione come il lavoro e poi, come il lavoro, dimenticata. Una passerella di frasi fatte, buone anche per i Baci Perugina.
Il meglio di tutti però lo ha dato Levante, indossando una maglietta con il cognome del capo dello Stato. Altro che Che Guevara, il vero mito dell’Italia resistente è Sergio Mattarella, a cui l’Italia che si oppone (il 25 aprile, il primo maggio, la Festa della Repubblica e pure Pasqua, Natale, Santo Stefano e il 31 dicembre) si rivolge ogni sera deferente. Infatti, usando il nome del presidente della Repubblica, Levante ha bucato il video e pure le pagine dei giornali. Le pagelle dei cronisti l’hanno subito premiata. Parlare di Mussolini per accostarne l’immagine a Giorgia Meloni, come fa il povero Tomaso Montanari, ormai non suscita più alcuno scandalo. E pure il bacio gay: Fedez l’ha sdoganato a Sanremo. E la Flotilla, dopo mesi passati a discutere delle gite in alto mare degli attivisti, non emoziona più nessuno, neppure se i corpi speciali israeliani fermano le barche appena fuori dal porto. Insomma, per far parlare di sé senza avere né un repertorio straordinario né una voce particolare tocca usare Mattarella. Che con la musica c’entra poco, ma se non hai una canzone che ti faccia guadagnare un titolo puoi sempre buttarla in politica. Ovviamente badando bene a non toccare il caso Minetti, perché il Quirinale, dopo i chiarimenti sul potere di grazia in capo al presidente, è imbarazzato assai. E attenti a non insistere troppo neppure su Che Guevara, che essendo sudamericano potrebbe riportare alla memoria il pasticcio uruguaiano e un’adozione che, fino a quando l’Interpol non farà chiarezza, rischia di intaccare l’immagine del nostro Comandante.
E a proposito di chi, non sapendo come riemergere, si inventa ogni cosa, l’avete sentita Rosy Bindi? Parlando di Trump si è chiesta perché certi attentati riescano e altri no. Riflessioni profonde di una pasionaria democristiana di sinistra che Silvio Berlusconi definì proditoriamente (attenti: Prodi, compagno di Bindi e di altri di sinistra, non c’entra nulla) più bella che intelligente. Detto ciò, a me sembra che il primo maggio più che la festa dei Lavoratori sia la festa dei saltimbanchi.
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Piazza del Quirinale a Roma (iStock)
Però al Quirinale non sono contenti dello stanziamento deciso nell’ultima Finanziaria, come segnala il sito Open.online, che sottolinea come «per il secondo anno consecutivo la Presidenza della Repubblica ha ottenuto, a differenza di Camera e Senato, un aumento del finanziamento annuale a carico del bilancio dello Stato».
Le lamentele, ovviamente felpate, emergono dai commenti che si leggono sul sito del Colle: l’incremento di 5 milioni della dotazione equilibra «solo parzialmente la riduzione del valore reale della dotazione dopo dieci anni di completa invarianza della stessa ad un livello nominale pari a quello richiesto per l’esercizio 2007». E l’aumento della dote «si è reso necessario per soddisfare le accresciute esigenze di spesa riscontrate nei vari comparti, sinora fronteggiate con la sola utilizzazione dell’avanzo di amministrazione realizzato nel corso del tempo e progressivamente eroso e mitiga solo parzialmente la riduzione in termini reali che la stessa ha costantemente subito nel corso degli anni: l’attuale importo di 235 milioni di euro, tenuto conto dell’inflazione misurata nel tempo in base all’indice dei prezzi al consumo, registra tuttora una diminuzione di circa il 31,07% rispetto all’importo del giugno 2007 rivalutato fino a dicembre 2025».
Insomma, dal Quirinale dicono che hanno fatto già tanti sacrifici. Mentre le spese aumentano. Quali? Ad esempio quelle pensionistiche. «La spesa per la previdenza, che costituisce il 45,39% del totale della spesa complessiva prevista del Segretariato generale (in aumento rispetto al 44,77% del 2025), presenta una dinamica in crescita nel prossimo triennio, a causa del maturare dei requisiti pensionistici da parte di numerose classi di età, con un incremento del 2,59% nel 2026 (da euro 116.334.000 del 2025 a euro 119.345.000), dell’1,52% nel 2027 (121.154.000 euro) e del 2,26% nel 2028 (euro 123.896.000)», si legge nella nota del Quirinale, che specifica come «le previsioni sono costruite sulla base dell’andamento dei collocamenti a riposo per raggiunti limiti di età (67 anni) e su ipotesi riguardanti la dinamica dei pensionamenti anticipati a domanda».
Poi sale la spesa «per i Consiglieri e Consulenti del Presidente della Repubblica» che passa da 1.568.000 nel 2025 a 2.083.000 euro nel 2026, con l’aumento percentuale più alto di tutte le voci di bilancio del Quirinale: +32,84%, spiega Open. Infine nel 2026 triplicheranno le spese in conto capitale, che lievitano dai 6.698.000 euro dell’anno precedente ai 18.728.000 milioni previsti. Ma gran parte di questi costi li coprirà il ministero di Matteo Salvini.
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Via gli Emirati Arabi, l’OPEC si sfalda. Stoccaggi di greggio pieni, Iran verso il fermo impianti. La Cina riapre l’export di prodotti. Gli USA sanzionano raffineria cinese per i legami con l’Iran.