Twitter e Facebook oscurano menzogne e maneggi dei Biden
  • Lo sfidante dem ha detto di non aver mai parlato di Ucraina con il figlio. Ma le mail lo smentiscono. E vengono censurate.
  • Basterebbe la reazione scomposta dei vertici dei social per capire che l’affare è vistoso ed ha un peso negli ultimi 15 giorni di campagna elettorale.

Lo speciale contiene due articoli

È di nuovo scontro tra Donald Trump e Twitter. Mercoledì, il New York Post aveva pubblicato una serie di email che mostravano come, nell’aprile 2015, il figlio di Joe Biden, Hunter, avesse presentato a suo padre (all’epoca vicepresidente in carica) un dirigente di Burisma holdings: società ucraina, ai cui vertici sedeva lo stesso Hunter. In particolare, l’incontro sarebbe avvenuto poco tempo prima che Biden esercitasse delle pressioni sull’allora presidente ucraino, Petro Poroshenko, con l’obiettivo di far silurare il procuratore che stava indagando proprio su Burisma per corruzione. Del resto, un’altra mail – risalente al 2014 – mostra che quel dirigente avesse esplicitamente chiesto a Hunter Biden come poter sfruttare l’influenza di suo padre a beneficio dell’azienda. La rivelazione ha rappresentato un elemento esplosivo in campagna elettorale, anche perché – nei mesi scorsi – Joe Biden ha ripetuto di non essersi mai occupato, da vicepresidente, degli affari all’estero di suo figlio. Eppure queste mail lasciano intendere il contrario.

Ma che cosa c’entra Twitter? Sempre mercoledì, la portavoce della Casa Bianca, Kayleigh McEnany, aveva postato lo scoop del Post sul social network, per vedersi poco dopo bloccato l’account. Stessa sorte è toccata ieri al profilo del comitato elettorale di Trump, «reo» di aver pubblicato un video su Hunter. Non solo, perché Twitter ha anche più in generale impedito la possibilità di condividere l’articolo sulla propria piattaforma. La motivazione della società è stata quella di non voler diffondere contenuti ottenuti in modo illegale e che includono informazioni private. Anche Facebook ha adottato misure similari, adducendo come giustificazione il fatto che le informazioni presenti nell’articolo del Post non risulterebbero verificate.

La faccenda ha del paradossale. Innanzitutto immaginiamoci che cosa sarebbe accaduto se Twitter e Facebook avessero riservato un trattamento simile a qualche testata di orientamento maggiormente liberal, come il New York Times e il Washington Post. Probabilmente si sarebbe scatenato un putiferio di proteste. In secondo luogo, se il problema risiede nel contenuto non verificato, allora non si spiegano alcune cose. Nel gennaio 2017, una testata non eccessivamente autorevole come BuzzFeed diffuse il dossier di Christopher Steele: un documento, secondo cui Trump sarebbe stato sotto ricatto dei russi per comportamenti sessuali scabrosi. Un documento di cui già allora si contestava l’accuratezza e che si è rivelato poi largamente infondato (oltre che finanziato dagli avversari dell’attuale presidente). Ebbene perché Twitter all’epoca non è intervenuta con il medesimo trattamento? Se il problema poi è la fuoriuscita illegale di informazioni riservate, per quale ragione Twitter e Facebook non hanno introdotto restrizioni sullo scoop della dichiarazione dei redditi di Trump, recentemente pubblicato dal New York Times? E vogliamo parlare di tutte le informazioni (più o meno veritiere) fatte indebitamente trapelare da alcuni settori dell’intelligence americana sul Russiagate attraverso Cnn, Washington Post e lo stesso New York Times?

Insomma, qualche «vago» sospetto di doppiopesismo effettivamente viene, mentre Trump non ha perso tempo ed è andato all’attacco proprio su Twitter. «Che cosa terribile che Facebook e Twitter abbiano tolto la storia, che è una pistola fumante, delle email relative a Sleepy Joe Biden e suo figlio, Hunter, sul New York Post. Per loro è solo l’inizio. Non c’è niente di peggio di un politico corrotto». Il presidente è inoltre tornato a chiedere l’abolizione della sezione 230 del Communications decency act (che garantisce determinate tutele legali ai social media). Nel frattempo, i senatori repubblicani hanno detto che convocheranno in commissione Giustizia il ceo di Twitter, Jack Dorsey, per avere spiegazioni. Tutto questo, mentre il deputato repubblicano Jim Jordan ha accusato i colossi del web di favorire intenzionalmente i dem. In effetti qualche sospetto viene, visto che il Policy communications director del gigante di Menlo Park, Andy Stone, è stato portavoce della senatrice democratica, Barbara Boxer, e capo comunicazione del comitato dem House majority pac.

Frattanto il New York Post ha diffuso ieri nuovi documenti, secondo cui Hunter Biden nel 2017 avrebbe cercato di stringere accordi con una importante società energetica cinese, Cefc, definendo una di queste intese «molto interessante per me e per la mia famiglia». Anche in tal caso, Twitter ha bloccato la condivisione dell’articolo. Lo scontro elettorale nel frattempo infuria, con Trump e Biden che ieri hanno preso parte a eventi televisivi differenti. Tutto questo, mentre due membri dello staff di Kamala Harris sono risultati positivi al Covid, costringendo la senatrice a interrompere temporaneamente la campagna. L’opposizione della Silicon Valley resta comunque un segnale del fatto che il mondo anti Trump ha paura. E se ha paura, vuol dire che – nonostante i sondaggi nazionali inclementi – il presidente può ancora farcela.

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