Adesso tutti scoprono i «guai» dei Renzi

Nel 2016, per l’esattezza il 20 settembre di cinque anni fa, Giacomo Amadori, Francesco Borgonovo e il sottoscritto raccontammo in un libro tutti gli strani affari della famiglia Renzi. Edito da Sperling & Kupfer, il volume si intitolava I segreti di Renzi.

Affari, clan, banche, trame. Tra i capitoli che trattavano del crac di Banca Etruria, dei rapporti con i servizi di sicurezza, della riforma costituzionale e di vari misteri legati all’attività politica dell’allora presidente del Consiglio ce n’era uno che si intitolava «Coop, soldi e parentele». Erano poco più di una ventina di pagine, ma leggendole si poteva scoprire tutto quello di cui si discute adesso nelle aule dei tribunali, con il rinvio a giudizio dei genitori dell’ex premier. In pratica, nel libro si parlava di Eventi 6, di Delivery Service Italia, di Direkta, di ChilPost, di Speedy e pure di Marmodiv. All’epoca, le sigle di queste società erano sconosciute, ma nel volume si spiegava con chiarezza che si trattava di una costellazione di società che ruotavano intorno a babbo Renzi, alcune delle quali in difficoltà, altre già fallite. Un filo conduttore legava tra loro le ditte, ed era il sistema che consentiva di aprire ogni volta nuove aziende o cooperative, molte delle quali poi finivano alla deriva. Già all’epoca c’erano delle Procure che avevano acceso un faro sull’andirivieni di fatture e fallimenti e per questo nel libro ci si interrogava sul ruolo dei protagonisti delle operazioni citando, oltre al padre del premier, anche la madre, la sorella, il cognato e gli amici.

Quando uscì, si può dire che il volume fosse una miniera di notizie, soprattutto considerando che il testo arrivava a pochi mesi dal voto per le modifiche costituzionali volute da Renzi & Boschi e che gli italiani avevano diritto di conoscere nei dettagli alcuni fatti che riguardavano non solo il presidente del Consiglio, ma anche l’entourage che gli ruotava intorno. Invece, con sorpresa, nessuno riprese le notizie ivi contenute, se non La Verità. Affari, clan, banche, trame e pure pasticci familiari passarono sotto silenzio, ignorati dalla grande stampa. Poco male: questo ha consentito alla Verità di farsi notare come un quotidiano che non ha né padrini né padroni, ma soprattutto come un giornale che non ha timore alcuno nei confronti di chi sta al potere. Se oggi siamo quello che siamo, cioè una testata affermata tra le più importanti fra quelle nazionali, con numeri in controtendenza rispetto al mercato, lo dobbiamo anche al fatto che la concorrenza schifa le notizie, preferendo le genuflessioni nei confronti del potente di turno.

Vi state chiedendo perché vi parli dell’autocensura a cui si sottoposero molti colleghi cinque anni fa? Per il semplice motivo che l’altro ieri è arrivato il rinvio a giudizio per i genitori e pure per la sorella di Matteo Renzi, tutti quanti imputati di reati fiscali, con l’accusa di dichiarazione fraudolenta con l’uso di fatture parzialmente inesistenti. Non entro nel merito dell’indagine, che sarà oggetto di un dibattimento e dei giudici stabiliranno se i reati contestati siano realmente stati commessi oppure no. La sola cosa che mi stupisce è che quei fatti, cioè le fatture della Marmodiv, le contestazioni per le operazioni a carico di Eventi 6, ossia della società di babbo Renzi, sono proprio quelle di cui Amadori, Borgonovo e io ci occupammo nel libro, aggiornandole nell’edizione uscita nel 2018. Eppure, mentre l’altro ieri la gran parte dei quotidiani si è occupata del rinvio a giudizio della sacra famiglia del senatore semplice di Scandicci, cinque anni fa, ma anche successivamente quando fu pubblicata l’edizione aggiornata, nessuno sembrò avere interesse per l’andirivieni di fatture e di fallimenti. Qualcuno potrebbe obiettare che forse i colleghi degli altri quotidiani erano distratti e che comunque nessuno ha l’obbligo di leggere le cose che Amadori, Borgonovo e io scriviamo. In Italia, i lettori di libri sono una minoranza e non tutti i giornalisti ne fanno parte. Vero. Tuttavia, siccome molti di questi argomenti sono stati ripresi anche dal nostro giornale, non dico che ci fosse l’obbligo di pubblicare le notizie, ma magari di non ignorare le inchieste sì. Invece, nonostante ci fossero fior di Procure al lavoro, fino a poco tempo fa i fatti riguardanti l’entourage di Renzi (come quello di altri potenti, a patto che non si chiamassero Berlusconi) sembravano privi di interesse, soprattutto quando il fondatore di Italia viva stava a Palazzo Chigi.

I lettori sanno che Renzi non mi è particolarmente simpatico, perché pur riconoscendone l’abilità e una certa scaltrezza politica, lo ritengo un po’ troppo spregiudicato per i miei gusti. Tuttavia, di fronte al coraggio dimostrato da molti giornalisti, che scoprono le presunte malefatte della sacra famiglia solo ora che il Bullo sta al 2% e non fa più paura a nessuno, vi confesso che quasi quasi mi viene di stare dalla sua parte.

Ps. Tranquilli, poi mi rivedo quando promette di andare in processione a monte Senario se non salderà i debiti della Pubblica amministrazione entro settembre (del 2014) e la voglia di schierarmi con lui mi passa subito.

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