True
2020-12-07
Tutti i dubbi sui vaccini Ogm
Ansa
Sarà gratis, la priorità l'avranno il personale medico-sanitario e gli anziani, saranno a disposizione 202 milioni di dosi ed è probabile che a ciascuna persona ne serviranno 2 a distanza di qualche tempo, i primi arriveranno a gennaio. L'operazione non sarà obbligatoria, almeno per il momento. Sono queste le uniche certezze che abbiamo sulla vaccinazione contro il Covid. La campagna inizierà a gennaio per completarsi a fine anno. Due sono le case farmaceutiche che per prime metteranno a disposizione il vaccino: il 20 dicembre la Pfizer e il 12 gennaio Moderna. Da queste aziende avremo rispettivamente 8 milioni e 1,346 milioni di dosi. Per i vaccini che necessitano di catena del freddo standard ci sarà un sito nazionale di stoccaggio e siti territoriali.
Nella fase iniziale le vaccinazioni saranno centralizzate negli ospedali o con unità mobili. Serviranno circa 20.000 persone e quindi oltre ai medici saranno chiamati a partecipare anche gli specializzandi. A parte questi titoli sciorinati dal ministro della Salute, Roberto Speranza, nulla si sa su come l'operazione vaccini sarà organizzata a livello territoriale. Non sono state ancora comunicate le strutture, a cominciare dagli ospedali, in grado di conservare il vaccino Pfizer, il primo ad arrivare e quello più delicato da gestire dal momento che va tenuto a meno 75 gradi. E sono ancora tanti i punti oscuri e gli interrogativi di questa vaccinazione di massa.
Innanzitutto, che cosa sappiamo dei due farmaci Pfizer e Moderna, che stanno per arrivare sul mercato? Sappiamo che sono il frutto di una tecnologia avanzata e che dovrebbero rappresentare un salto rispetto ai tradizionali vaccini. Ma proprio perché è un prodotto innovativo ci saremmo aspettati una maggiore trasparenza e più dati sui risultati della sperimentazione. Enrico Bucci, Ph.D. in biochimica e biologia molecolare, professore aggiunto alla Temple University di Philadelphia, in un post sul suo profilo Facebook ironizza sui risultati sbandierati dalle industrie del farmaco. «Le comunicazioni di percentuali di efficacia sono numeri a lotto, sia per motivi tecnici, perché basate su campioni troppo piccoli e quindi corredate di un intervallo di incertezza molto ampio, sia per motivi concreti, perché nessun numero è stato fornito alle autorità regolatorie, come Ema (European medicines agency, Agenzia europea del farmaco, ndr), per poter effettuare un calcolo. Vanno dunque intese per ciò che sono: messaggi ottimistici agli investitori e ai concorrenti, quando provengono dalle aziende, e agli elettori e cittadini, quando provengono dai politici».
Un interrogativo è la durata della copertura dal virus. L'antinfluenzale dura meno di un anno. Non è noto se il vaccino protegge dalle complicanze del Covid e se i soggetti vaccinati che si sono ammalati hanno avuto un decorso della malattia meno grave rispetto ai soggetti non vaccinati che si sono ammalati. Punto interrogativo anche sul grado di protezione per gli anziani. Il vaccino riuscirà a proteggerli allo stesso modo dei giovani? Inoltre sempre riguardo agli anziani, dal momento che si richiedono due dosi, non c'è il rischio che non possano essere tollerate se il paziente ha anche altre patologie, cosa non rara con l'età avanzata?
È un altro interrogativo ancora senza risposta: e se chi si immunizza diventa poi un portatore sano? L'obiettivo dei governi è la cosiddetta immunità di gregge, ma questo traguardo potrebbe allontanarsi se chi è stato vaccinato dovesse diventare un portatore sano o asintomatico, cioè un individuo infettato dall'agente patogeno trasmissibile che però non presenta sintomi della malattia.
Finora ci sono state solo dichiarazioni alla stampa, ma manca una pubblicazione scientifica in grado di chiarire questi dubbi.
Tant'è che diverse associazioni di medici e infermieri negli Stati Uniti hanno fatto sapere che supporteranno la vaccinazione soltanto quando avranno a disposizione precisi dati scientifici.
È il tema più controverso che ha scatenato subito il partito dei cospirazionisti e dei No vax. Sappiamo che i vaccini contro il Covid sono ottenuti con tecnologie avanzate ma, senza entrare nel ginepraio delle polemiche sull'ingegneria genetica, vale comunque la pena ricordare che a luglio la Commissione europea ha proposto un regolamento per derogare ad alcune disposizioni della direttiva sugli organismi geneticamente modificati (Ogm) per le sperimentazioni cliniche e sui trattamenti che contengono o sono costituiti da Ogm. «Alcuni vaccini», si legge sul sito del Parlamento europeo, «e trattamenti anti Covid già in fase di sviluppo possono essere definiti Ogm e sono quindi coperti dalle direttive Ue sugli Ogm». La deroga, si precisa, sarà temporanea e legata alla pandemia.
In Gran Bretagna il Comitato congiunto per la vaccinazione e l'immunizzazione ha sconsigliato la somministrazione alle donne in gravidanza. Su Clinical Trial, un database di studi clinici finanziati con fondi pubblici e privati condotti in tutto il mondo, è comparso un report di Moderna su una sperimentazione del vaccino che esclude le donne in gravidanza. Non solo quelle in evidente stato interessante. Per accedere alla sperimentazione bisognava astenersi da rapporti sessuali 28 giorni prima della dose e continuare la contraccezione nei 3 mesi successivi alla seconda dose. Per gli uomini valeva la restrizione di aver praticato la contraccezione e di essersi astenuti da rapporti sessuali dal momento della prima dose e fino a 3 mesi dopo la seconda dose. Questo lascia intendere che chi invece non si trova in tale condizione non è stato testato. Quindi che cosa succede se si viene vaccinati in una situazione di gravidanza iniziale? O si hanno avuti rapporti sessuali?
La contrattazione per l'acquisto dei vaccini fa capo alla Ue. Al momento la Commissione non ha fornito i contenuti dei contratti stipulati: la mancanza di trasparenza è uno dei maggiori limiti di tutta l'operazione vaccini anti Covid. Pertanto, non si conoscono il costo sostenuto e in quali situazioni scatta la responsabilità con obbligo di indennizzo in caso di effetti collaterali non previsti. Chi si ammala a chi potrà rivolgersi per ottenere un risarcimento? L'Agenzia italiana del farmaco, interpellata sul tema della responsabilità di eventuali effetti collaterali, ha spiegato che «come per qualunque altro vaccino la responsabilità è in capo all'azienda farmaceutica, tranne che per le reazioni avverse indicate nel foglio illustrativo, come previsto dalla legge». Ma sono proprio le reazioni avverse l'oggetto del mistero. E a pagare potrebbero essere chiamati anche gli Stati che hanno contribuito a finanziare le ricerche.
Infine, non ha ancora una risposta chiara l'interrogativo su che cosa accadrà se non si raggiungerà l'obiettivo dell'immunità di gregge, se cioè oltre il 70% della popolazione non si vaccina. Il farmaco potrebbe diventare obbligatorio in modo più o meno esplicito. Per esempio, potrebbe essere reso obbligatorio il rilascio di una sorta di passaporto sanitario per spostarsi liberamente anche all'estero. Così il vaccino non obbligatorio lo diventa per vie traverse.
I timori di esperti, medici, infermieri: «Fretta eccessiva. Così è una follia»
Febbre alta, eruzioni cutanee, mal di testa, vomito, forte sensazione di stanchezza al punto da non potersi alzare dal letto per oltre due giorni. Sono gli effetti della vaccinazione contro il Covid, così come risultano dalle testimonianze di chi si è sottoposto al test, raccolte da riviste scientifiche e da alcuni giornali americani. Degli effetti a medio e lungo termine non si sa nulla. Ci sono dichiarazioni ma nessun dato pubblicato.
La rivista americana Science riporta la testimonianza di un biologo quarantenne, Luke Hutchison, che si è offerto volontario per una sperimentazione del vaccino di Moderna. Dopo aver ricevuto la seconda iniezione, un braccio si è gonfiato «come un uovo», riferisce Hutchison che ha fornito anche una foto dell'arto arrossato. Nel giro di poche ore dopo la somministrazione del farmaco, ha avuto la febbre alta oltre 39 gradi, accompagnata da forti dolori muscolari e alle ossa: «Ho cominciato a tremare e ho passato la notte davanti al telefono nell'incertezza se chiamare l'ambulanza». I sintomi di Hutchison si sono risolti dopo 12 ore.
Bernice Hausman, esperta di controversie sui vaccini al College of medicine della Pennsylvania State University, ancora su Science ha sollevato il problema di come supportare le persone con reazioni serie. Hausman richiama l'attenzione su strutture in grado non solo di effettuare la vaccinazione ma anche di assistere i vaccinati. C'è la testimonianza di Ian Haydon, che ha ricevuto la dose più alta del vaccino Moderna nella prima sperimentazione umana. Riferisce di aver avuto brividi e mal di testa, dolori muscolari, stanchezza, nausea e febbre alta a 39,6 gradi. È stato sottoposto a cure urgenti e in seguito ha vomitato ed è svenuto prima che i sintomi si ritirassero, circa 24 ore dopo. Haydon dice che la sua esperienza è stata «un piccolo prezzo da pagare» per la possibilità di tornare alla vita normale.
Su Scientific American è comparso un articolo di William Aseltine, scienziato noto per gli studi sull'Hiv e sul genoma umano, professore all'Harvard medical school, che mette in guardia dal rischio di avere fretta nello sfornare un vaccino. Fattori come l'età influiscono sulla risposta alla copertura contro il virus: «Più invecchiamo, peggiore è la capacità di rispondere ai vaccini. La resistenza alla vaccinazione inizia sui 30 anni e diventa progressivamente più profonda con il tempo. E con il Covid gli over 60 sono la popolazione più a rischio. La vaccinazione degli anziani a volte può avere successo somministrando dosi ripetute e aumentando la potenza del vaccino con adiuvanti che però possono essere rischiosi per chi è in età avanzata». Aseltine definisce una «follia affrettarsi per un vaccino nel 2020 se è probabile che abbia solo un beneficio limitato per la popolazione più bisognosa e potrebbe mettere a rischio persone altrimenti sane».
Lo scienziato mette in guardia dal rischio che effetti collaterali possano incrinare la fiducia in altri vaccini salvavita: «Vale la pena aspettare un vaccino sicuro, efficace per tutti coloro che sono a rischio, soprattutto quando abbiamo altre soluzioni in mano. Sappiamo dall'esperienza dei Paesi asiatici che l'epidemia può essere fermata con misure di salute pubblica di base: test diffusi, tracciamento dei contatti e quarantena controllata obbligatoria, non necessariamente in una struttura sanitaria pubblica, ma nelle case con supervisione virtuale. Questi sforzi da soli potrebbero portare le nuove infezioni quasi a zero in poche settimane».
Il Clinical Trials, un registro di studi clinici, il più grande database di sperimentazioni cliniche, riporta un articolo del giornalista inglese Reynald Castaneda, specializzato in temi scientifici, nel quale ci sono interventi di esperti perplessi sulla fretta con cui la casa farmaceutica AstraZeneca ha riavviato le sperimentazioni dopo che due volontari hanno avuto gravi effetti neurologici. Un editoriale sul British medical journal denuncia la scarsa trasparenza nei risultati dei test mentre il Washington Post riferisce che tra medici e infermieri ci sono molte perplessità sul vaccino: prima di sostenerlo, vogliono più dati sulla sperimentazione. La diffidenza sarebbe tale che molti di loro hanno detto chiaramente che non saranno in prima fila a farsi vaccinare.
Secondo un rapporto di ricercatori dell'Università della California, il 66% degli operatori sanitari di Los Angeles intende aspettare prima di farsi vaccinare mentre da un sondaggio dell'American nurses association, un'organizzazione nazionale di infermiere, è emerso che un terzo dei membri non ha intenzione di vaccinarsi e un altro terzo è indeciso. A Boston i principali ospedali universitari stanno lanciando video informativi rivolti al personale medico per convincerli dell'efficacia del farmaco. Un report del Pew Research Center ha rilevato che solo il 51% degli statunitensi è disponibile a farsi vaccinare e il 19% ha fiducia che il processo di sviluppo del vaccino produrrà un prodotto sicuro ed efficace.
«Ancora troppi segreti sul contratto tra Ue e aziende farmaceutiche»
La Commissione europea ha firmato 5 contratti con altrettante case farmaceutiche per l'acquisto dei vaccini, ma finora il contenuto è rimasto segreto. Sollecitata dalle interrogazioni parlamentari la Commissione si è rifiutata di fornire qualsiasi informazione su tali accordi, sul prezzo e soprattutto sulle responsabilità qualora emergessero effetti collaterali imprevisti. È avvolto dal mistero il vaccino contro il Covid, più di un segreto di Stato, nonostante ci siano in gioco milioni di vite umane. L'europarlamentare belga Marc Botenga ha cercato di aprire una breccia in questo muro di silenzio, ma finora senza esito. Le sue interrogazioni parlamentari sono cadute nel vuoto, hanno ricevuto risposte generiche e un secco rifiuto quando ha cercato di andare più a fondo. Il Financial Times ha scritto che la lobby dei vaccini dell'industria farmaceutica ha fatto pressing sulla Ue per essere esentata da azioni legali in caso di effetti collaterali. Da Bruxelles, Botenga spiega alla Verità che cosa è riuscito a sapere sulle clausole di responsabilità civile contenute nei contratti tra la Ue e le case farmaceutiche.
Chi paga se le cose dovessero andare storte, se nel medio e lungo termine emergessero effetti collaterali seri dalle vaccinazioni?
«A settembre scorso il capo della Direzione generale per la salute e la sicurezza alimentare, Sandra Gallina, in un'audizione parlamentare disse che le aziende farmaceutiche sarebbero civilmente responsabili per qualsiasi difetto del vaccino, ma potrebbero evitare di pagare un indennizzo nel caso dei cosiddetti “difetti nascosti". Nell'interrogazione ho chiesto alla Commissione di specificare come e da chi verrebbero definiti i “difetti nascosti" e se la Commissione poteva indicare casi concreti in cui le società farmaceutiche sono esentate in tutto o in parte dal pagamento dell'indennizzo. Infine, ho chiesto se gli Stati membri saranno costretti a risarcire i danneggiati al posto delle industrie del farmaco».
Che cosa ha risposto la Commissione? Chi è responsabile se il vaccino provoca danni e chi risarcisce?
«Il commissario Ue per la Salute, Stella Kyriakides, ha risposto che nei contratti definiti dalla Commissione europea con le aziende farmaceutiche è previsto l'obbligo da parte degli Stati membri di pagare un indennizzo per effetti collaterali che non si possono prevedere. In base alla direttiva sulla responsabilità del prodotto, ha ricordato Kyriakides, il produttore non è responsabile se dimostra che lo stato delle conoscenze scientifiche e tecniche al momento in cui è stato messo in circolazione il prodotto non era tale da consentire la scoperta di un difetto. Quindi se la società non è ritenuta responsabile, non è costretta a pagare il risarcimento. E la responsabilità dovrà essere evidente. Qualsiasi difetto, mi ha detto Kyriakides, dovrà essere accertato davanti al tribunale competente con una prova del danno, del difetto e della relazione causale tra difetto e danno. Sarà molto, molto difficile inchiodare le industrie farmaceutiche alle loro responsabilità. Ma c'è di più. Non solo i produttori di vaccino non pagheranno per gli eventuali effetti collaterali, ma riceveranno soldi dagli Stati a titolo di copertura di possibili cause legali».
Vuol dire che le aziende farmaceutiche oltre a lavarsi le mani di eventuali danni provocati dal vaccino, riceveranno un indennizzo dai governi?
«Proprio così. Nella risposta all'interrogazione il commissario Kyriakides mi scrive questo: gli accordi di acquisto anticipato dei vaccini Covid prevedono che gli Stati membri indennizzino il produttore per eventuali responsabilità sostenute solo a determinate condizioni stabilite nell'accordo. In tutte le altre condizioni non definite negli accordi, gli Stati membri non saranno obbligati a indennizzare il produttore. Ovvero gli Stati farebbero da polizza assicuratrice».
La Commissione ha fatto accordi con le industrie farmaceutiche nei quali sono stabiliti una serie di condizioni. Quali?
«Qui cominciano i segreti. Alla mia richiesta di conoscere i contenuti degli accordi, cioè le condizioni di acquisto e il prezzo…».
È calata la cortina di silenzio?
«Peggio. Mi è stato risposto che c'è il segreto commerciale. Ma questo dovrebbe riguardare informazioni sensibili per l'azienda, non le condizioni e il prezzo sui quali sarebbe necessaria la massima trasparenza».
Lei ha chiesto a quale prezzo l'Europa acquisterà i vaccini?
«Mi è stato risposto con un “no comment"».
Che idea si è fatto di questi accordi?
«La Commissione sta negoziando i contratti velocemente e non sono sicuro che lo stia facendo nel migliore dei modi».
C'è qualche altra cosa che non la convince?
«Nella squadra dei negoziatori della Commissione Ue c'è Richard Bergstrom, fino al 2016 a capo dell'Efpia, la lobby farmaceutica europea, quindi un personaggio che è in totale conflitto di interessi. L'agenzia di stampa Reuters ha calcolato, prendendo a riferimento i prezzi praticati sui vaccini negli Usa, che i prodotti di Pfizer e Moderna potrebbero costare all'Europa oltre 10 miliardi di euro. Certo, alla fine, sui prezzi ci sarà un controllo della Corte dei conti europea, ma prima che questo avvenga passerà molto».
Come mai il silenzio su quanto la Commissione pagherà le dosi?
«Potrebbero voler nascondere che pagano troppo. Guardate quello che è successo con il Remdesivir, l'antivirale usato contro il Covid. La Ue aveva contrattato un accordo quadro di 1 miliardo a inizio ottobre per 500.000 trattamenti anche se il 23 settembre l'Oms aveva detto che il farmaco non funzionava. Si è fatta buggerare, o lo sapeva ed è andata avanti lo stesso?».
Continua a leggereRiduci
Sono tante le domande sulla somministrazione dell'antidoto al Covid-19. Pochi dati e scarsa trasparenza per un'operazione le cui percentuali di efficacia sembrano «numeri dati al lotto».Le riviste scientifiche americane hanno riportato le testimonianze delle prime «cavie» cui è stato iniettato il farmaco: febbre alta, mal di testa, vomito, stress. E la metà degli statunitensi non vuole farsi vaccinare.L'eurodeputato belga Marc Botenga: «In caso di "difetti nascosti" a pagare i risarcimenti ai malati non saranno le Big Pharma, ma gli Stati».Lo speciale contiene tre articoli.Sarà gratis, la priorità l'avranno il personale medico-sanitario e gli anziani, saranno a disposizione 202 milioni di dosi ed è probabile che a ciascuna persona ne serviranno 2 a distanza di qualche tempo, i primi arriveranno a gennaio. L'operazione non sarà obbligatoria, almeno per il momento. Sono queste le uniche certezze che abbiamo sulla vaccinazione contro il Covid. La campagna inizierà a gennaio per completarsi a fine anno. Due sono le case farmaceutiche che per prime metteranno a disposizione il vaccino: il 20 dicembre la Pfizer e il 12 gennaio Moderna. Da queste aziende avremo rispettivamente 8 milioni e 1,346 milioni di dosi. Per i vaccini che necessitano di catena del freddo standard ci sarà un sito nazionale di stoccaggio e siti territoriali. Nella fase iniziale le vaccinazioni saranno centralizzate negli ospedali o con unità mobili. Serviranno circa 20.000 persone e quindi oltre ai medici saranno chiamati a partecipare anche gli specializzandi. A parte questi titoli sciorinati dal ministro della Salute, Roberto Speranza, nulla si sa su come l'operazione vaccini sarà organizzata a livello territoriale. Non sono state ancora comunicate le strutture, a cominciare dagli ospedali, in grado di conservare il vaccino Pfizer, il primo ad arrivare e quello più delicato da gestire dal momento che va tenuto a meno 75 gradi. E sono ancora tanti i punti oscuri e gli interrogativi di questa vaccinazione di massa.Innanzitutto, che cosa sappiamo dei due farmaci Pfizer e Moderna, che stanno per arrivare sul mercato? Sappiamo che sono il frutto di una tecnologia avanzata e che dovrebbero rappresentare un salto rispetto ai tradizionali vaccini. Ma proprio perché è un prodotto innovativo ci saremmo aspettati una maggiore trasparenza e più dati sui risultati della sperimentazione. Enrico Bucci, Ph.D. in biochimica e biologia molecolare, professore aggiunto alla Temple University di Philadelphia, in un post sul suo profilo Facebook ironizza sui risultati sbandierati dalle industrie del farmaco. «Le comunicazioni di percentuali di efficacia sono numeri a lotto, sia per motivi tecnici, perché basate su campioni troppo piccoli e quindi corredate di un intervallo di incertezza molto ampio, sia per motivi concreti, perché nessun numero è stato fornito alle autorità regolatorie, come Ema (European medicines agency, Agenzia europea del farmaco, ndr), per poter effettuare un calcolo. Vanno dunque intese per ciò che sono: messaggi ottimistici agli investitori e ai concorrenti, quando provengono dalle aziende, e agli elettori e cittadini, quando provengono dai politici».Un interrogativo è la durata della copertura dal virus. L'antinfluenzale dura meno di un anno. Non è noto se il vaccino protegge dalle complicanze del Covid e se i soggetti vaccinati che si sono ammalati hanno avuto un decorso della malattia meno grave rispetto ai soggetti non vaccinati che si sono ammalati. Punto interrogativo anche sul grado di protezione per gli anziani. Il vaccino riuscirà a proteggerli allo stesso modo dei giovani? Inoltre sempre riguardo agli anziani, dal momento che si richiedono due dosi, non c'è il rischio che non possano essere tollerate se il paziente ha anche altre patologie, cosa non rara con l'età avanzata?È un altro interrogativo ancora senza risposta: e se chi si immunizza diventa poi un portatore sano? L'obiettivo dei governi è la cosiddetta immunità di gregge, ma questo traguardo potrebbe allontanarsi se chi è stato vaccinato dovesse diventare un portatore sano o asintomatico, cioè un individuo infettato dall'agente patogeno trasmissibile che però non presenta sintomi della malattia.Finora ci sono state solo dichiarazioni alla stampa, ma manca una pubblicazione scientifica in grado di chiarire questi dubbi.Tant'è che diverse associazioni di medici e infermieri negli Stati Uniti hanno fatto sapere che supporteranno la vaccinazione soltanto quando avranno a disposizione precisi dati scientifici.È il tema più controverso che ha scatenato subito il partito dei cospirazionisti e dei No vax. Sappiamo che i vaccini contro il Covid sono ottenuti con tecnologie avanzate ma, senza entrare nel ginepraio delle polemiche sull'ingegneria genetica, vale comunque la pena ricordare che a luglio la Commissione europea ha proposto un regolamento per derogare ad alcune disposizioni della direttiva sugli organismi geneticamente modificati (Ogm) per le sperimentazioni cliniche e sui trattamenti che contengono o sono costituiti da Ogm. «Alcuni vaccini», si legge sul sito del Parlamento europeo, «e trattamenti anti Covid già in fase di sviluppo possono essere definiti Ogm e sono quindi coperti dalle direttive Ue sugli Ogm». La deroga, si precisa, sarà temporanea e legata alla pandemia.In Gran Bretagna il Comitato congiunto per la vaccinazione e l'immunizzazione ha sconsigliato la somministrazione alle donne in gravidanza. Su Clinical Trial, un database di studi clinici finanziati con fondi pubblici e privati condotti in tutto il mondo, è comparso un report di Moderna su una sperimentazione del vaccino che esclude le donne in gravidanza. Non solo quelle in evidente stato interessante. Per accedere alla sperimentazione bisognava astenersi da rapporti sessuali 28 giorni prima della dose e continuare la contraccezione nei 3 mesi successivi alla seconda dose. Per gli uomini valeva la restrizione di aver praticato la contraccezione e di essersi astenuti da rapporti sessuali dal momento della prima dose e fino a 3 mesi dopo la seconda dose. Questo lascia intendere che chi invece non si trova in tale condizione non è stato testato. Quindi che cosa succede se si viene vaccinati in una situazione di gravidanza iniziale? O si hanno avuti rapporti sessuali?La contrattazione per l'acquisto dei vaccini fa capo alla Ue. Al momento la Commissione non ha fornito i contenuti dei contratti stipulati: la mancanza di trasparenza è uno dei maggiori limiti di tutta l'operazione vaccini anti Covid. Pertanto, non si conoscono il costo sostenuto e in quali situazioni scatta la responsabilità con obbligo di indennizzo in caso di effetti collaterali non previsti. Chi si ammala a chi potrà rivolgersi per ottenere un risarcimento? L'Agenzia italiana del farmaco, interpellata sul tema della responsabilità di eventuali effetti collaterali, ha spiegato che «come per qualunque altro vaccino la responsabilità è in capo all'azienda farmaceutica, tranne che per le reazioni avverse indicate nel foglio illustrativo, come previsto dalla legge». Ma sono proprio le reazioni avverse l'oggetto del mistero. E a pagare potrebbero essere chiamati anche gli Stati che hanno contribuito a finanziare le ricerche.Infine, non ha ancora una risposta chiara l'interrogativo su che cosa accadrà se non si raggiungerà l'obiettivo dell'immunità di gregge, se cioè oltre il 70% della popolazione non si vaccina. Il farmaco potrebbe diventare obbligatorio in modo più o meno esplicito. Per esempio, potrebbe essere reso obbligatorio il rilascio di una sorta di passaporto sanitario per spostarsi liberamente anche all'estero. Così il vaccino non obbligatorio lo diventa per vie traverse.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tutti-i-dubbi-sui-vaccini-ogm-2649329684.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-timori-di-esperti-medici-infermieri-fretta-eccessiva-cosi-e-una-follia" data-post-id="2649329684" data-published-at="1607278963" data-use-pagination="False"> I timori di esperti, medici, infermieri: «Fretta eccessiva. Così è una follia» Febbre alta, eruzioni cutanee, mal di testa, vomito, forte sensazione di stanchezza al punto da non potersi alzare dal letto per oltre due giorni. Sono gli effetti della vaccinazione contro il Covid, così come risultano dalle testimonianze di chi si è sottoposto al test, raccolte da riviste scientifiche e da alcuni giornali americani. Degli effetti a medio e lungo termine non si sa nulla. Ci sono dichiarazioni ma nessun dato pubblicato. La rivista americana Science riporta la testimonianza di un biologo quarantenne, Luke Hutchison, che si è offerto volontario per una sperimentazione del vaccino di Moderna. Dopo aver ricevuto la seconda iniezione, un braccio si è gonfiato «come un uovo», riferisce Hutchison che ha fornito anche una foto dell'arto arrossato. Nel giro di poche ore dopo la somministrazione del farmaco, ha avuto la febbre alta oltre 39 gradi, accompagnata da forti dolori muscolari e alle ossa: «Ho cominciato a tremare e ho passato la notte davanti al telefono nell'incertezza se chiamare l'ambulanza». I sintomi di Hutchison si sono risolti dopo 12 ore. Bernice Hausman, esperta di controversie sui vaccini al College of medicine della Pennsylvania State University, ancora su Science ha sollevato il problema di come supportare le persone con reazioni serie. Hausman richiama l'attenzione su strutture in grado non solo di effettuare la vaccinazione ma anche di assistere i vaccinati. C'è la testimonianza di Ian Haydon, che ha ricevuto la dose più alta del vaccino Moderna nella prima sperimentazione umana. Riferisce di aver avuto brividi e mal di testa, dolori muscolari, stanchezza, nausea e febbre alta a 39,6 gradi. È stato sottoposto a cure urgenti e in seguito ha vomitato ed è svenuto prima che i sintomi si ritirassero, circa 24 ore dopo. Haydon dice che la sua esperienza è stata «un piccolo prezzo da pagare» per la possibilità di tornare alla vita normale. Su Scientific American è comparso un articolo di William Aseltine, scienziato noto per gli studi sull'Hiv e sul genoma umano, professore all'Harvard medical school, che mette in guardia dal rischio di avere fretta nello sfornare un vaccino. Fattori come l'età influiscono sulla risposta alla copertura contro il virus: «Più invecchiamo, peggiore è la capacità di rispondere ai vaccini. La resistenza alla vaccinazione inizia sui 30 anni e diventa progressivamente più profonda con il tempo. E con il Covid gli over 60 sono la popolazione più a rischio. La vaccinazione degli anziani a volte può avere successo somministrando dosi ripetute e aumentando la potenza del vaccino con adiuvanti che però possono essere rischiosi per chi è in età avanzata». Aseltine definisce una «follia affrettarsi per un vaccino nel 2020 se è probabile che abbia solo un beneficio limitato per la popolazione più bisognosa e potrebbe mettere a rischio persone altrimenti sane». Lo scienziato mette in guardia dal rischio che effetti collaterali possano incrinare la fiducia in altri vaccini salvavita: «Vale la pena aspettare un vaccino sicuro, efficace per tutti coloro che sono a rischio, soprattutto quando abbiamo altre soluzioni in mano. Sappiamo dall'esperienza dei Paesi asiatici che l'epidemia può essere fermata con misure di salute pubblica di base: test diffusi, tracciamento dei contatti e quarantena controllata obbligatoria, non necessariamente in una struttura sanitaria pubblica, ma nelle case con supervisione virtuale. Questi sforzi da soli potrebbero portare le nuove infezioni quasi a zero in poche settimane». Il Clinical Trials, un registro di studi clinici, il più grande database di sperimentazioni cliniche, riporta un articolo del giornalista inglese Reynald Castaneda, specializzato in temi scientifici, nel quale ci sono interventi di esperti perplessi sulla fretta con cui la casa farmaceutica AstraZeneca ha riavviato le sperimentazioni dopo che due volontari hanno avuto gravi effetti neurologici. Un editoriale sul British medical journal denuncia la scarsa trasparenza nei risultati dei test mentre il Washington Post riferisce che tra medici e infermieri ci sono molte perplessità sul vaccino: prima di sostenerlo, vogliono più dati sulla sperimentazione. La diffidenza sarebbe tale che molti di loro hanno detto chiaramente che non saranno in prima fila a farsi vaccinare. Secondo un rapporto di ricercatori dell'Università della California, il 66% degli operatori sanitari di Los Angeles intende aspettare prima di farsi vaccinare mentre da un sondaggio dell'American nurses association, un'organizzazione nazionale di infermiere, è emerso che un terzo dei membri non ha intenzione di vaccinarsi e un altro terzo è indeciso. A Boston i principali ospedali universitari stanno lanciando video informativi rivolti al personale medico per convincerli dell'efficacia del farmaco. Un report del Pew Research Center ha rilevato che solo il 51% degli statunitensi è disponibile a farsi vaccinare e il 19% ha fiducia che il processo di sviluppo del vaccino produrrà un prodotto sicuro ed efficace. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tutti-i-dubbi-sui-vaccini-ogm-2649329684.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="ancora-troppi-segreti-sul-contratto-tra-ue-e-aziende-farmaceutiche" data-post-id="2649329684" data-published-at="1607278963" data-use-pagination="False"> «Ancora troppi segreti sul contratto tra Ue e aziende farmaceutiche» La Commissione europea ha firmato 5 contratti con altrettante case farmaceutiche per l'acquisto dei vaccini, ma finora il contenuto è rimasto segreto. Sollecitata dalle interrogazioni parlamentari la Commissione si è rifiutata di fornire qualsiasi informazione su tali accordi, sul prezzo e soprattutto sulle responsabilità qualora emergessero effetti collaterali imprevisti. È avvolto dal mistero il vaccino contro il Covid, più di un segreto di Stato, nonostante ci siano in gioco milioni di vite umane. L'europarlamentare belga Marc Botenga ha cercato di aprire una breccia in questo muro di silenzio, ma finora senza esito. Le sue interrogazioni parlamentari sono cadute nel vuoto, hanno ricevuto risposte generiche e un secco rifiuto quando ha cercato di andare più a fondo. Il Financial Times ha scritto che la lobby dei vaccini dell'industria farmaceutica ha fatto pressing sulla Ue per essere esentata da azioni legali in caso di effetti collaterali. Da Bruxelles, Botenga spiega alla Verità che cosa è riuscito a sapere sulle clausole di responsabilità civile contenute nei contratti tra la Ue e le case farmaceutiche. Chi paga se le cose dovessero andare storte, se nel medio e lungo termine emergessero effetti collaterali seri dalle vaccinazioni? «A settembre scorso il capo della Direzione generale per la salute e la sicurezza alimentare, Sandra Gallina, in un'audizione parlamentare disse che le aziende farmaceutiche sarebbero civilmente responsabili per qualsiasi difetto del vaccino, ma potrebbero evitare di pagare un indennizzo nel caso dei cosiddetti “difetti nascosti". Nell'interrogazione ho chiesto alla Commissione di specificare come e da chi verrebbero definiti i “difetti nascosti" e se la Commissione poteva indicare casi concreti in cui le società farmaceutiche sono esentate in tutto o in parte dal pagamento dell'indennizzo. Infine, ho chiesto se gli Stati membri saranno costretti a risarcire i danneggiati al posto delle industrie del farmaco». Che cosa ha risposto la Commissione? Chi è responsabile se il vaccino provoca danni e chi risarcisce? «Il commissario Ue per la Salute, Stella Kyriakides, ha risposto che nei contratti definiti dalla Commissione europea con le aziende farmaceutiche è previsto l'obbligo da parte degli Stati membri di pagare un indennizzo per effetti collaterali che non si possono prevedere. In base alla direttiva sulla responsabilità del prodotto, ha ricordato Kyriakides, il produttore non è responsabile se dimostra che lo stato delle conoscenze scientifiche e tecniche al momento in cui è stato messo in circolazione il prodotto non era tale da consentire la scoperta di un difetto. Quindi se la società non è ritenuta responsabile, non è costretta a pagare il risarcimento. E la responsabilità dovrà essere evidente. Qualsiasi difetto, mi ha detto Kyriakides, dovrà essere accertato davanti al tribunale competente con una prova del danno, del difetto e della relazione causale tra difetto e danno. Sarà molto, molto difficile inchiodare le industrie farmaceutiche alle loro responsabilità. Ma c'è di più. Non solo i produttori di vaccino non pagheranno per gli eventuali effetti collaterali, ma riceveranno soldi dagli Stati a titolo di copertura di possibili cause legali». Vuol dire che le aziende farmaceutiche oltre a lavarsi le mani di eventuali danni provocati dal vaccino, riceveranno un indennizzo dai governi? «Proprio così. Nella risposta all'interrogazione il commissario Kyriakides mi scrive questo: gli accordi di acquisto anticipato dei vaccini Covid prevedono che gli Stati membri indennizzino il produttore per eventuali responsabilità sostenute solo a determinate condizioni stabilite nell'accordo. In tutte le altre condizioni non definite negli accordi, gli Stati membri non saranno obbligati a indennizzare il produttore. Ovvero gli Stati farebbero da polizza assicuratrice». La Commissione ha fatto accordi con le industrie farmaceutiche nei quali sono stabiliti una serie di condizioni. Quali? «Qui cominciano i segreti. Alla mia richiesta di conoscere i contenuti degli accordi, cioè le condizioni di acquisto e il prezzo…». È calata la cortina di silenzio? «Peggio. Mi è stato risposto che c'è il segreto commerciale. Ma questo dovrebbe riguardare informazioni sensibili per l'azienda, non le condizioni e il prezzo sui quali sarebbe necessaria la massima trasparenza». Lei ha chiesto a quale prezzo l'Europa acquisterà i vaccini? «Mi è stato risposto con un “no comment"». Che idea si è fatto di questi accordi? «La Commissione sta negoziando i contratti velocemente e non sono sicuro che lo stia facendo nel migliore dei modi». C'è qualche altra cosa che non la convince? «Nella squadra dei negoziatori della Commissione Ue c'è Richard Bergstrom, fino al 2016 a capo dell'Efpia, la lobby farmaceutica europea, quindi un personaggio che è in totale conflitto di interessi. L'agenzia di stampa Reuters ha calcolato, prendendo a riferimento i prezzi praticati sui vaccini negli Usa, che i prodotti di Pfizer e Moderna potrebbero costare all'Europa oltre 10 miliardi di euro. Certo, alla fine, sui prezzi ci sarà un controllo della Corte dei conti europea, ma prima che questo avvenga passerà molto». Come mai il silenzio su quanto la Commissione pagherà le dosi? «Potrebbero voler nascondere che pagano troppo. Guardate quello che è successo con il Remdesivir, l'antivirale usato contro il Covid. La Ue aveva contrattato un accordo quadro di 1 miliardo a inizio ottobre per 500.000 trattamenti anche se il 23 settembre l'Oms aveva detto che il farmaco non funzionava. Si è fatta buggerare, o lo sapeva ed è andata avanti lo stesso?».
Sabato 28 febbraio la Casa di reclusione di Milano Bollate ospita la terza edizione dei Giochi della Speranza. Detenuti, polizia penitenziaria, magistrati e società civile in campo insieme per una «piccola olimpiade» che usa lo sport come strumento di inclusione e speranza.
Le Olimpiadi arrivano anche dietro le sbarre. A Milano lo sport entra in carcere con la terza edizione dei Giochi della Speranza, una «piccola olimpiade» che sabato 28 febbraio porterà gare e tornei dentro la Casa di reclusione di Milano Bollate. L’iniziativa si inserisce nel clima dei Giochi olimpici e paralimpici di Milano Cortina 2026 e prova a tradurne i valori in un contesto dove il confine tra dentro e fuori è, per definizione, più netto.
Il carcere, per un giorno, diventerà un campo di gara. Non per dimenticare dove ci si trova, ma per usare lo sport come linguaggio comune, capace di accorciare le distanze e rompere schemi e abitudini. È questo lo spirito con cui i Giochi della Speranza arrivano per la prima volta a Bollate, dopo le edizioni precedenti e l’esperienza avviata a Rebibbia, a Roma.
Il progetto è promosso dalla Fondazione Giovanni Paolo II per lo Sport, insieme al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, al Gruppo sportivo Fiamme Azzurre e alla rete dei magistrati Sport e Legalità, con il patrocinio del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale. La presentazione si è svolta alla Triennale di Milano, nella sede di Casa Italia. Negli anni, i Giochi della Speranza si sono costruiti un’identità precisa: non un evento simbolico, ma un progetto educativo che mette al centro dignità della persona, giustizia e percorsi di recupero. L’idea è semplice e ambiziosa allo stesso tempo: creare spazi reali di incontro e responsabilità condivisa dentro gli istituti di pena, usando lo sport come terreno neutro su cui riconoscersi parte della stessa comunità.
A spiegare il senso dell’iniziativa è Daniele Pasquini, presidente della Fondazione promotrice: «Portare la speranza in carcere», dice, «significa offrire alle persone detenute un’aria di normalità, spezzare una quotidianità spesso monotona e ridare valore al tempo». Non solo una giornata di gare, quindi, ma un percorso che crea attesa, preparazione e coinvolgimento. Questa edizione milanese è organizzata in collaborazione con il Csi Milano e avrà una formula particolare: in campo scenderanno quattro delegazioni – detenuti, polizia penitenziaria, magistrati e rappresentanti della società civile – chiamate a competere fianco a fianco, senza gerarchie. «In una città attraversata dal vento olimpico» – ha spiegato il presidente del Csi Milano Massimo Achini – «è emozionante pensare che quell’atmosfera possa scavalcare muri che di solito sono invalicabili». Una giornata che, nelle sue parole, è il punto di arrivo di un lavoro quotidiano svolto durante l’anno negli istituti di pena del territorio. Il senso più profondo dell’iniziativa lo ha riassunto Fabrizio Basei, giudice e coordinatore della rete Magistrati Sport e Legalità: «Il carcere può restare un luogo dimenticato, oppure diventare uno spazio in cui si sconta la pena ma si inizia anche un percorso nuovo, di reinserimento e di speranza. I Giochi nascono per stare da questa seconda parte».
Il programma di sabato 28 febbraio prevede una mattinata di gare, dalle 9.30 alle 13.00, dopo la cerimonia di apertura. In calendario tornei e prove sportive che vanno dal calcio alla pallavolo, dal tennis tavolo all’atletica (velocità e staffetta), fino a biliardino e scacchi. Discipline diverse, un messaggio unico: lo sport come strumento di educazione alle regole, cura della persona e responsabilizzazione.
Sul valore umano dell’iniziativa si è soffermato anche Michele Robibaro, rappresentante del Dicastero per il Servizio allo sviluppo umano integrale della Santa Sede, ricordando come «l’accompagnamento delle persone detenute sia un gesto di umanizzazione» e come «lo sport, in carcere, possa diventare un’esperienza concreta di libertà possibile». Il direttore del carcere, Giorgio Leggieri, ha parlato dell’importanza dell’attesa e di iniziative radicate nel territorio, soprattutto in un periodo segnato dalle Olimpiadi: il carcere, spesso percepito solo come luogo di separazione, può trasformarsi in uno scenario di inclusione sociale per una comunità che conta oltre 1.600 persone. Infine Irene Marotta, direttore Div. IV Gruppi Sportivi del Corpo di Polizia penitenziaria - Fiamme Azzurre, ha sottolineato come il progetto sia pensato per essere replicabile negli istituti dotati di strutture adeguate: le quattro rappresentative in campo insieme sono il simbolo di una possibile ricomposizione del conflitto attraverso lo sport.
Alle 13 sono previste le premiazioni. Ma, al di là dei risultati, l’obiettivo resta uno solo: dimostrare che anche dietro le sbarre lo sport può aprire uno spazio di incontro, responsabilità e futuro.
Continua a leggereRiduci
(IStock)
Chiunque sia dotato di un livello minimo di buon senso sa che un bambino dai quattro anni in poi, fino alla preadolescenza e all’adolescenza, ma soprattutto nei primi anni, vive un processo molto complesso, e soprattutto molto personale, che cambia da bambino a bambino, da bambina a bambina. Un bambino può arrivare a camminare prima di un altro ma può sviluppare più tardi una certa proprietà di linguaggio e questo dimostra che non è possibile determinare, anzi predeterminare, uno sviluppo che segua rigidamente delle tappe prestabilite. Figuriamoci se è possibile, in questa fase così delicata, inserire per legge e nella scuola, neanche in famiglia, la possibilità per un bambino o una bambina di aggiungere a tutto il «peso» psicologico, ma anche diremmo alla magia di questo percorso, un ulteriore elemento e cioè quello dell’orientamento sessuale, o del gender, che andrebbe in ogni caso ad appesantire quel patrimonio di base che comunque andrà nel futuro e che è quello che costituirà le fondamenta della personalità individuale. Ci ha insegnato il grande filosofo e pedagogista Jean Piaget che esistono, nello sviluppo cognitivo, due elementi base ma fondanti che sono un insieme di funzioni dette «invarianti» che consentono, sia al bambino sia all’adulto, di avere un rapporto di scambio con l’ambiente esterno che gli consente di ottenere informazioni, comprenderle, elaborarle, memorizzarle e utilizzarle grazie proprio all’elasticità che va sviluppandosi nel processo psicologico evolutivo e che consente al bambino di adattarsi all’ambiente circostante, non solo recependo le informazioni che gli giungono, ma anche elaborandole, ognuno secondo un percorso personale, e interagire così col mondo che lo circonda. C’è poi un secondo elemento che ci indica Jean Piaget ed è costituito dalle «strutture cognitive» che si costruiscono proprio all’incrocio tra i processi mentali della persona e l’ambiente fisico e sociale esistente e nel quale è introdotta e si modificano durante la crescita per far fronte ai nuovi bisogni che sorgono con il passare dei primi anni di vita. I bambini non sono soggetti passivi, come del resto chiunque ha avuto a che fare con loro ha potuto sperimentare, ma sono soggetti che raccolgono dati attraverso l’esperienza, li classificano in schemi mentali preesistenti, ma spesso li modificano a seconda di nuove informazioni o nuove esigenze. Pensate un bambino al quale viene proposto un gioco, magari di costruzioni possibili, passerà più o meno velocemente dalle costruzioni più semplici che rappresentano figure presenti già nella sua mente a figure magari stravaganti e che non si reggono in piedi, ma che manifestano la sua possibilità di sviluppo e di adattamento, ma anche di creatività nei confronti di quel materiale da gioco che gli è stato fornito.
Cosa vuol dire tutto questo? Vuol dire che il bambino ha bisogno di costruire delle strutture di base che rafforzino le sue strutture cognitive secondo un ciclo che è certamente personalizzato a seconda dei diversi bambini ma che comporta alcuni passaggi essenziali a loro comuni.
Abbiamo scritto questa lunga premessa per rendere presente a quegli scellerati, colpevoli scellerati, che vogliono inserire la questione gender fin dall’età di quattro anni, che dovrebbero avere la consapevolezza che prima di far funzionare un’auto e decidere se farla svoltare a destra o a sinistra bisogna che quell’auto - ci rendiamo conto del paragone rozzo, ma vi ricorriamo consapevolmente data la rozzezza della proposta di questi folli inglesi -, ebbene, prima di decidere l’indirizzo bisogna costruire bene l’auto, bisogna che essa abbia tutto ciò che necessita per poter viaggiare tranquilla e decidere la direzione.
Vogliamo lasciare a questi bambini e bambine un tempo tranquillo nel quale sviluppare le strutture di base psicologiche che possano, un domani, momento di raggiunta maturità, portare anche a delle scelte di orientamento sessuale diverse dalla realtà biologica? Oppure riteniamo che a quattro anni si possa individuare una fenomenologia di comportamenti tale da poter decretare noi, non loro, i bambini e le bambine, che appaiono evidenti i segni di un orientamento sessuale diverso dal dato biologico? Ma siamo veramente tutti impazziti? Vogliamo arrivare al punto di dare delle pasticche per la transizione sessuale alla scuola elementare? Arriveremo forse al punto in cui i genitori, non contenti del sesso della creatura che stanno concependo, vorranno iniziare da subito una transizione voluta da loro e inflitta a queste povere creature innocenti e inconsapevoli? Vogliano arrivare al punto che partiremo da delle iniezioni intraplacentari? Dove vogliamo arrivare? Non basta quello a cui siamo arrivati che è, a mio modestissimo avviso, ampiamente oltre le offese sopportabili dal dato naturale biologico? La situazione non è disarmante, è molto peggiore, qui si scherza con la natura umana. Forse invasati dall’intelligenza artificiale si pensa che si possa a nostro piacimento manipolare l’intelligenza naturale. Non si rendono conto, questi folli, che una cosa è la scelta personale e consapevole riguardo al proprio orientamento sessuale e altra cosa è una scelta fatta da altri per bambini e bambine sul loro orientamento sessuale che, nelle prime fasi evolutive, non può che corrispondere esclusivamente al dato biologico che si restringe a due categorie: maschio e femmina.
Continua a leggereRiduci
Kathy Ruemmler con Barack Obama nel 2014 (White House Flickr photo by Pete Souza)
«Buon compleanno! Spero che ti stia godendo la giornata con il tuo vero amore», scrive la Ruemmler a Epstein il 20 gennaio 2015. «Dicono che gli uomini di solito diano un nome al loro pene, altrimenti sarebbe inappropriato fare l’amore con un totale sconosciuto», risponde sarcastico Epstein. «Difficile credere che ci sia ancora un dibattito aperto su se gli uomini siano il genere inferiore», replica divertita la donna. In un’altra mail, questa del 12 febbraio 2016, Ruemmler scrive: «Il miglior massaggio di sempre, ma non il tuo tipo di massaggi», lasciando così intendere di sapere a che cosa alludesse Epstein con quel termine (le sue complici ufficialmente adescavano «massaggiatrici», e molte vittime riferiscono di una «stanza dei massaggi» dove venivano perpetrati gli abusi). In altre mail si riferisce al pedofilo come lo «zio Jeffrey», organizza incontri tra il finanziere e il direttore della Cia, lo ringrazia per regali di lusso e gli chiede consigli su quale tv comprare (marzo 2017), affermando di preferirne una priva dell’«opzione Cia/Nsa» (in quel periodo anche Wikileaks aveva rivelato la possibilità per i servizi di intelligence di accedere alle telecamere e ai microfoni dei dispositivi).
In quelli che sembrano appunti investigativi scritti a mano, emerge che proprio alla Ruemmler il pedofilo avrebbe rivolto una delle prime telefonate dopo l’arresto. In un altro scambio di email, i due discutono del Crime Victims’ Rights Act (Cvra), una causa federale avviata da alcune vittime per far dichiarare illegale l’accordo di non-prosecuzione del 2008 in Florida, accordo che aveva concesso l’immunità a Epstein e ai suoi co-cospiratori. La donna suggerisce o discute strategie su come gestire la vicenda, descritta come «una questione di soldi», e stigmatizza alcune delle persone attive: «Diritti delle vittime, ma fammi il piacere». Rivelati questi messaggi, la consigliera di Obama dal 2011 al 2014, oggi responsabile legale di Goldman Sachs, ha rassegnato le dimissioni.
E non solo lei: anche il miliardario emiratino Sultan Ahmed bin Sulayem ha rinunciato alla carica di ad di Dp World, uno dei maggiori operatori portuali al mondo. Grazie alle pressioni di alcuni parlamentari statunitensi, si è scoperto che fu lui a inviare il «video delle torture» che tanta gioia destò in Epstein. Ripercussioni anche per un’altra figura chiave degli Epstein files, Leon Black, miliardario cofondatore dell’Apollo Global Management su cui grava l’ombra di pesanti accuse di violenze sessuali (anche su ragazze minorenni) e che è stato inserito, nei documenti dell’Fbi, tra i co-cospiratori. Attraverso la sua società di private equity è proprietario di Lifetouch, la più grande azienda di fotografia scolastica degli Usa. Dopo le notizie uscite sul suo conto, molte scuole stanno cancellando i «picture day» (la giornata delle fotografie) perché preoccupate dell’utilizzo che verrebbe fatto di queste foto.
La vicenda di Epstein sta continuando a scuotere anche il Regno Unito, dove ieri si è scoperto che il Lolita Express, l’aereo privato con cui il faccendiere andava in giro e trasportava le sue schiave sessuali, avrebbe fatto scalo anche a Buckingham Palace. Secondo il Sun, l’ex principe Andrea invitò diverse ragazze portate dal finanziere, fatte entrare spesso senza le adeguate autorizzazioni di sicurezza. L’ex premier laburista Gordon Brown ha parlato di 90 voli del Lolita Express atterrati in Uk con a bordo giovani donne provenienti da tutto il mondo. La corona britannica, inoltre, avrebbe prestato 12 milioni di sterline all’ex principe per risarcire la vittima Virgina Giuffrè, morta - ufficialmente per suicidio - l’anno scorso, ma mai un penny è stato restituito dal fratello di re Carlo. Sempre tra i file, inoltre, emerge una mail del 2002 su una gita in Perù organizzata per Andrea dalla socia di Epstein, Ghislaine Maxwell. «Qualche vista turistica, qualche vista a due gambe (leggi: intelligenti, carine, divertenti e da buone famiglie) e sarà molto felice», scrive la donna nel corpo del messaggio, specificando poi i doveri di riservatezza.
Anche il primo ministro Keir Starmer è ben lontano dall’aver risolto i suoi problemi. In una lettera che l’ambasciata del Regno Unito ha recapitato, per conto dell’Nca, all’Fbi americano, emerge che l’intelligence inglese stava indagando su Epstein già nel 2020. Poteva dunque Starmer non sapere dei suoi legami con Peter Mandelson (che, dopo aver perso il titolo di Lord a causa di questa vicenda, è stato convocato ieri a testimoniare dal Congresso americano), da lui nominato ambasciatore negli Usa? Intanto, l'ex primo ministro israeliano Ehud Barak ha chiesto scusa per la sua pluriennale amicizia con il faccendiere.
Ma la saga degli orrori non è finita. Ieri, due deputate repubblicane sono andate al Dipartimento della Giustizia Usa per visionare i file e sono uscite «scioccate»: all’interno «ci sono persone famose, ricchi, persone di potere, premier, ex premier, ex presidenti e celebrità». Di questa storia sentiremo ancora parlare a lungo.
Continua a leggereRiduci