- Le sforbiciate previste colpiranno sopra i 90.000 euro lordi annui: si va dall’8 fino al 40% per chi incassa più di 500.000 euro. Ma dietro la retorica si nasconde il blocco delle rivalutazioni già dai 2.000 lordi al mese.
- Il congelamento dell’indicizzazione può portare 2 miliardi nelle casse dello Stato.
Lo speciale contiene due articoli.
Il taglio delle pensioni d’oro sarà sicuramente un fatto (anche la Lega lo sosterrà), ma al momento resta più che altro uno slogan, soprattutto grillino. Nato dall’ispirazione di Rocco Casalino che da subito ha capito quanto agli italiani piaccia vedere puniti i più ricchi. Soprattutto quelli che a loro avviso non meritano un portafogli gonfio. Ma spesso anche quelli che invece hanno onestamente lavorato e versato i contributi. Il contratto di governo, d’altronde, lo prevede, anche se la cifra indicata è quella dei 5.000 euro netti. Così la mediazione tra Lega e 5 stelle avrebbe portato a una sorta di via di mezzo: si scende a 4.500 euro netti, importo che equivale a circa 90.000 euro lordi annui, e si parte con un taglio progressivo, equivalente all’8% della cifra eccedente i 90.000 euro fino a un imponibile di 130.000. Si passa poi a un prelievo del 12% tra i 130.000 euro e i 200.000. Sullo scaglione successivo, compreso tra i 200.000 e i 500.000, pesa un’aliquota del 16%. Si conclude infine con un prelievo del 40% dai 500.000 euro lordi annui in su.
In soldoni, significa che un pensionato che riceve 10.000 euro lordi al mese ne perde 248. Si passa a circa 1.000 euro in meno al mese con un assegno di poco superiore ai 15.000. Con 24.000 euro lordi di assegni, si lascia allo Stato una cifra che si aggira sui 2.700 euro mensili e infine per chi incassa più di 38.000 euro la sforbiciata è del 40% pari a 12.600. Tanto, anzi tantissimo, ma almeno è un taglio progressivo.
E così in ogni caso la propaganda è soddisfatta, sia rispetto agli impegni presi prima delle elezioni del 2018, sia – soprattutto – in vista di quelle di maggio 2019. In termini di gettito, l’operazione è però praticamente irrilevante. Innanzitutto tra i 4.000 netti e i 5.000 euro netti mensili c’è una differenza abissale. Immaginare un taglio secco sopra i 5.000 euro (circa 30.000 pensionati) comporterebbe un risparmio per lo Stato di 280 milioni all’anno (il taglio degli assegni comporta anche la rinuncia a una buona fetta di Irpef e altre tasse) e con una cifra simile non si è in grado di aumentare le minime se non di circa 15 euro al mese.
Il nesso tra pensioni d’oro e minime non è stato fatto da noi, ma da Luigi Di Maio lo scorso 24 giugno. Se poi il taglio sopra i 4.500 euro sarà progressivo come prospettato in questi giorni, il gettito sarà sicuramente inferiore ai 200 milioni netti. Ecco perché tale schema, anche se si tratta di indiscrezioni, apre al vero pericolo: il taglio della rivalutazione degli assegni rispetto all’inflazione. Il primo gennaio 2019 scadrà il periodo di congelamento della rivalutazione ereditato dal governo Letta e definito da quelli Renzi e Gentiloni. Il congelamento applicato da Mario Monti è stato dichiarato illegittimo. In pratica, l’anno prossimo dovrebbero scattare gli aumenti per tutti i pensionati, portando nelle casse dello Stato un aggravio – solo per il 2019 – di circa due miliardi di euro. In pratica, si ritornerebbe al modello applicato dopo il Duemila. Il condizionale è d’obbligo: si tratta di una cifra che lo Stato non ha messo in manovra. Non risulta essere stata stanziata. Così, mentre alcuni fanno terrorismo sulle pensioni d’oro «dimezzate», il problema vero pare il blocco delle rivalutazioni. Il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito? In questo caso l’esempio va rovesciato. Invece di guardare la luna, i pensionati farebbero bene a soffermarsi sulle dita che impugneranno le forbici ed elimineranno gli aumenti. A quanto risulta alla Verità, il ministero dell’Economia è al lavoro per utilizzare lo stesso schema progressivo di taglio delle pensioni d’oro per ridurre gli aumenti. La soglia di partenza dovrebbe essere dai 2.000 euro lordi al mesi, e dopo i 3.500 euro lordi al mese dovrebbe implicare un «congelamento» totale delle rivalutazioni.
Non è ancora dato sapere quali percentuali di mancata rivalutazione si vorranno applicare. Probabilmente da un minimo del 20% per passare a scaglioni da 40 e poi 70%. In ogni caso inferiori al taglio prodotto dai precedenti governi. Tutto è in divenire, ma il rischio di una fregatura si affaccia dietro i pacchi di Natale. Il blocco è previsto dalla legge, ma «ciò che stupisce», spiegano i rappresentanti di rimborsopensioni.it, «è il fatto che ogni provvedimento venga definito provvisorio e poi rinnovato da ciascun governo senza soluzione di continuità. Su questa base, se dovesse partire il decreto, valuteremo gli eventuali ricorsi».
Alla fine i soldi mancano. E solo l’1,4% dei pensionati percepisce più di 5.000 euro al mese. Sono 33.000 in tutto. Per risparmiare una cifra che si avvicina ai due miliardi serve la massa dei pensionati. E il blocco (anche se parziale) delle indicizzazioni serve proprio a questo. I tempi sono molto stretti: se le elargizioni promesse dai 5 stelle partiranno – forse – a luglio, il congelamento scatterebbe inesorabile a gennaio.
Claudio Antonelli
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