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2018-12-08
Ecco i tagli per le pensioni d’oro
ma la fregatura è su quelle basse
ANSA
Il taglio delle pensioni d'oro sarà sicuramente un fatto (anche la Lega lo sosterrà), ma al momento resta più che altro uno slogan, soprattutto grillino. Nato dall'ispirazione di Rocco Casalino che da subito ha capito quanto agli italiani piaccia vedere puniti i più ricchi. Soprattutto quelli che a loro avviso non meritano un portafogli gonfio. Ma spesso anche quelli che invece hanno onestamente lavorato e versato i contributi. Il contratto di governo, d'altronde, lo prevede, anche se la cifra indicata è quella dei 5.000 euro netti. Così la mediazione tra Lega e 5 stelle avrebbe portato a una sorta di via di mezzo: si scende a 4.500 euro netti, importo che equivale a circa 90.000 euro lordi annui, e si parte con un taglio progressivo, equivalente all'8% della cifra eccedente i 90.000 euro fino a un imponibile di 130.000. Si passa poi a un prelievo del 12% tra i 130.000 euro e i 200.000. Sullo scaglione successivo, compreso tra i 200.000 e i 500.000, pesa un'aliquota del 16%. Si conclude infine con un prelievo del 40% dai 500.000 euro lordi annui in su.
In soldoni, significa che un pensionato che riceve 10.000 euro lordi al mese ne perde 248. Si passa a circa 1.000 euro in meno al mese con un assegno di poco superiore ai 15.000. Con 24.000 euro lordi di assegni, si lascia allo Stato una cifra che si aggira sui 2.700 euro mensili e infine per chi incassa più di 38.000 euro la sforbiciata è del 40% pari a 12.600. Tanto, anzi tantissimo, ma almeno è un taglio progressivo.
E così in ogni caso la propaganda è soddisfatta, sia rispetto agli impegni presi prima delle elezioni del 2018, sia - soprattutto - in vista di quelle di maggio 2019. In termini di gettito, l'operazione è però praticamente irrilevante. Innanzitutto tra i 4.000 netti e i 5.000 euro netti mensili c'è una differenza abissale. Immaginare un taglio secco sopra i 5.000 euro (circa 30.000 pensionati) comporterebbe un risparmio per lo Stato di 280 milioni all'anno (il taglio degli assegni comporta anche la rinuncia a una buona fetta di Irpef e altre tasse) e con una cifra simile non si è in grado di aumentare le minime se non di circa 15 euro al mese.
Il nesso tra pensioni d'oro e minime non è stato fatto da noi, ma da Luigi Di Maio lo scorso 24 giugno. Se poi il taglio sopra i 4.500 euro sarà progressivo come prospettato in questi giorni, il gettito sarà sicuramente inferiore ai 200 milioni netti. Ecco perché tale schema, anche se si tratta di indiscrezioni, apre al vero pericolo: il taglio della rivalutazione degli assegni rispetto all'inflazione. Il primo gennaio 2019 scadrà il periodo di congelamento della rivalutazione ereditato dal governo Letta e definito da quelli Renzi e Gentiloni. Il congelamento applicato da Mario Monti è stato dichiarato illegittimo. In pratica, l'anno prossimo dovrebbero scattare gli aumenti per tutti i pensionati, portando nelle casse dello Stato un aggravio - solo per il 2019 - di circa due miliardi di euro. In pratica, si ritornerebbe al modello applicato dopo il Duemila. Il condizionale è d'obbligo: si tratta di una cifra che lo Stato non ha messo in manovra. Non risulta essere stata stanziata. Così, mentre alcuni fanno terrorismo sulle pensioni d'oro «dimezzate», il problema vero pare il blocco delle rivalutazioni. Il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito? In questo caso l'esempio va rovesciato. Invece di guardare la luna, i pensionati farebbero bene a soffermarsi sulle dita che impugneranno le forbici ed elimineranno gli aumenti. A quanto risulta alla Verità, il ministero dell'Economia è al lavoro per utilizzare lo stesso schema progressivo di taglio delle pensioni d'oro per ridurre gli aumenti. La soglia di partenza dovrebbe essere dai 2.000 euro lordi al mesi, e dopo i 3.500 euro lordi al mese dovrebbe implicare un «congelamento» totale delle rivalutazioni.
Non è ancora dato sapere quali percentuali di mancata rivalutazione si vorranno applicare. Probabilmente da un minimo del 20% per passare a scaglioni da 40 e poi 70%. In ogni caso inferiori al taglio prodotto dai precedenti governi. Tutto è in divenire, ma il rischio di una fregatura si affaccia dietro i pacchi di Natale. Il blocco è previsto dalla legge, ma «ciò che stupisce», spiegano i rappresentanti di rimborsopensioni.it, «è il fatto che ogni provvedimento venga definito provvisorio e poi rinnovato da ciascun governo senza soluzione di continuità. Su questa base, se dovesse partire il decreto, valuteremo gli eventuali ricorsi».
Alla fine i soldi mancano. E solo l'1,4% dei pensionati percepisce più di 5.000 euro al mese. Sono 33.000 in tutto. Per risparmiare una cifra che si avvicina ai due miliardi serve la massa dei pensionati. E il blocco (anche se parziale) delle indicizzazioni serve proprio a questo. I tempi sono molto stretti: se le elargizioni promesse dai 5 stelle partiranno - forse - a luglio, il congelamento scatterebbe inesorabile a gennaio.
Claudio Antonelli
Senza lo scatto e l’adeguamento anche 69 euro in meno al mese
Al momento tutti i provvedimenti sono scritti sulla sabbia. I ddl bilancio che ieri era in discussione alla Camera non contiene nulla che riguardi le pensioni d'oro. Tanto meno sulla rivalutazione degli assegni. L'anno prossimo, però, l'inflazione programmata è all'1,2% e il 31 dicembre il blocco del precedente governo non avrà più efficacia. In caso di silenzio-assenso, il governo farebbe scattare gli aumenti per tutti i pensionati. Un costo di circa due miliardi. In qualche modo, il Mef è al lavoro per limare l'esborso. Il taglio delle pensioni d'oro da solo compenserà un dieci per cento della cifra. Ecco che l'ipotesi è ripescare lo schema utilizzato dai governi di Mario Monti, Enrico Letta, Matteo Renzi e Paolo Gentiloni. Alleggerirlo e renderlo meno pesante per le pensioni più basse. Ma qui la soglia va bene inquadrata. A quanto risulta alla Verità, il blocco partirebbe dai 2.000 euro lordi al mese; circa 1.400 netti. Il mancato aumento corrisponderebbe a 4,8 euro al mese, 62 all'anno. La mancata rivalutazione, però, non si esaurisce con il 2019. Esiste infatti l'effetto trascinamento. I 62 euro in meno incassati sono persi per l'intera vita pensionistica. In pratica, se si tiene presente un'aspettativa di vita che si aggira sugli 86 anni la cifra complessiva perduta è di 1.248 euro. Se si sale si passa a mancate rivalutazioni più pesanti. Il blocco per chi incassa 2.500 euro lordi potrebbe essere del 40%, sopra i 3.000 del 70% e a partire dai 3.500 lordi mensili il mancato aumento potrebbe essere totale. Risultato? Con 2.650 euro netti al mese (equivalenti a 3.500 lordi) si perderebbero 42 euro che, trascinati per 13 mesi e per 20 anni (mediamente l'aspettativa di vita), fa una cifra di poco inferiore agli 11.000 euro. Per chi ne incassa 4.500 euro netti, la soglia da cui parte il taglio promosso da Luigi Di Maio, la mancata rivalutazione produce un effetto trascinamento di quasi 18.000 euro.
Mettendo assieme questi numeri - e soprattutto i 4,8 euro al mese lordi per la massa di pensionati - si capisce come il governo possa risparmiare denaro. Non ci è dato ancora capire se la mancata rivalutazione per le pensioni d'oro andrà a sommarsi al taglio grillino. Non sappiamo se l'8% di sforbiciata sulla parte che eccede i 90.000 euro in caso di imponibile a 130.000 euro si sommerà o meno alla mancata rivalutazione. Nel caso di un assegno da 10.000 euro lordi al mese, la mancata rivalutazione varrebbe 120 euro circa. Altri 246 se ne aggiungerebbero ai 246 invocati da Di Maio. Su questo aspetto l'incertezza regna sovrana. D'altronde si tratta di ipotesi: verosimili, ma per definizione incerte. Come è incerto l'esecutivo sul tempo. Potrebbero infatti cambiare le soglie. Potrebbero essere spostate verso l'alto e poi potrebbero esserci interventi sulle percentuali di mancata rivalutazione. In ogni caso l'esigenza dello Stato ancora una volta varrebbe di più degli accordi presi con i cittadini.
D'altronde, dalla sua l'esecutivo ha una recente sentenza (della scorsa estate) della Corte europea dei diritti umani. Come abbiamo più volte denunciato, le toghe di Strasburgo hanno bocciato il ricorso contro il bonus Poletti applicato dal governo Renzi dopo che la Corte costituzionale aveva bocciato il congelamento applicato da Elsa Fornero. Le motivazioni addotte? Le somme tagliate erano così basse da non intaccare lo stile di vita dei pensionati e non farli scendere sotto la soglia di povertà. Per cui, se il governo applicherà come criterio le motivazioni della Cedu i pensionati avranno poco a cui opporsi. Salvo incassare il taglio.
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Le sforbiciate previste colpiranno sopra i 90.000 euro lordi annui: si va dall'8 fino al 40% per chi incassa più di 500.000 euro. Ma dietro la retorica si nasconde il blocco delle rivalutazioni già dai 2.000 lordi al mese.Il congelamento dell'indicizzazione può portare 2 miliardi nelle casse dello Stato.Lo speciale contiene due articoli.!function(e,t,s,i){var n="InfogramEmbeds",o=e.getElementsByTagName("script")[0],d=/^http:/.test(e.location)?"http:":"https:";if(/^\/{2}/.test(i)&&(i=d+i),window[n]&&window[n].initialized)window[n].process&&window[n].process();else if(!e.getElementById(s)){var r=e.createElement("script");r.async=1,r.id=s,r.src=i,o.parentNode.insertBefore(r,o)}}(document,0,"infogram-async","https://e.infogram.com/js/dist/embed-loader-min.js"); Il taglio delle pensioni d'oro sarà sicuramente un fatto (anche la Lega lo sosterrà), ma al momento resta più che altro uno slogan, soprattutto grillino. Nato dall'ispirazione di Rocco Casalino che da subito ha capito quanto agli italiani piaccia vedere puniti i più ricchi. Soprattutto quelli che a loro avviso non meritano un portafogli gonfio. Ma spesso anche quelli che invece hanno onestamente lavorato e versato i contributi. Il contratto di governo, d'altronde, lo prevede, anche se la cifra indicata è quella dei 5.000 euro netti. Così la mediazione tra Lega e 5 stelle avrebbe portato a una sorta di via di mezzo: si scende a 4.500 euro netti, importo che equivale a circa 90.000 euro lordi annui, e si parte con un taglio progressivo, equivalente all'8% della cifra eccedente i 90.000 euro fino a un imponibile di 130.000. Si passa poi a un prelievo del 12% tra i 130.000 euro e i 200.000. Sullo scaglione successivo, compreso tra i 200.000 e i 500.000, pesa un'aliquota del 16%. Si conclude infine con un prelievo del 40% dai 500.000 euro lordi annui in su. In soldoni, significa che un pensionato che riceve 10.000 euro lordi al mese ne perde 248. Si passa a circa 1.000 euro in meno al mese con un assegno di poco superiore ai 15.000. Con 24.000 euro lordi di assegni, si lascia allo Stato una cifra che si aggira sui 2.700 euro mensili e infine per chi incassa più di 38.000 euro la sforbiciata è del 40% pari a 12.600. Tanto, anzi tantissimo, ma almeno è un taglio progressivo.E così in ogni caso la propaganda è soddisfatta, sia rispetto agli impegni presi prima delle elezioni del 2018, sia - soprattutto - in vista di quelle di maggio 2019. In termini di gettito, l'operazione è però praticamente irrilevante. Innanzitutto tra i 4.000 netti e i 5.000 euro netti mensili c'è una differenza abissale. Immaginare un taglio secco sopra i 5.000 euro (circa 30.000 pensionati) comporterebbe un risparmio per lo Stato di 280 milioni all'anno (il taglio degli assegni comporta anche la rinuncia a una buona fetta di Irpef e altre tasse) e con una cifra simile non si è in grado di aumentare le minime se non di circa 15 euro al mese. Il nesso tra pensioni d'oro e minime non è stato fatto da noi, ma da Luigi Di Maio lo scorso 24 giugno. Se poi il taglio sopra i 4.500 euro sarà progressivo come prospettato in questi giorni, il gettito sarà sicuramente inferiore ai 200 milioni netti. Ecco perché tale schema, anche se si tratta di indiscrezioni, apre al vero pericolo: il taglio della rivalutazione degli assegni rispetto all'inflazione. Il primo gennaio 2019 scadrà il periodo di congelamento della rivalutazione ereditato dal governo Letta e definito da quelli Renzi e Gentiloni. Il congelamento applicato da Mario Monti è stato dichiarato illegittimo. In pratica, l'anno prossimo dovrebbero scattare gli aumenti per tutti i pensionati, portando nelle casse dello Stato un aggravio - solo per il 2019 - di circa due miliardi di euro. In pratica, si ritornerebbe al modello applicato dopo il Duemila. Il condizionale è d'obbligo: si tratta di una cifra che lo Stato non ha messo in manovra. Non risulta essere stata stanziata. Così, mentre alcuni fanno terrorismo sulle pensioni d'oro «dimezzate», il problema vero pare il blocco delle rivalutazioni. Il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito? In questo caso l'esempio va rovesciato. Invece di guardare la luna, i pensionati farebbero bene a soffermarsi sulle dita che impugneranno le forbici ed elimineranno gli aumenti. A quanto risulta alla Verità, il ministero dell'Economia è al lavoro per utilizzare lo stesso schema progressivo di taglio delle pensioni d'oro per ridurre gli aumenti. La soglia di partenza dovrebbe essere dai 2.000 euro lordi al mesi, e dopo i 3.500 euro lordi al mese dovrebbe implicare un «congelamento» totale delle rivalutazioni.Non è ancora dato sapere quali percentuali di mancata rivalutazione si vorranno applicare. Probabilmente da un minimo del 20% per passare a scaglioni da 40 e poi 70%. In ogni caso inferiori al taglio prodotto dai precedenti governi. Tutto è in divenire, ma il rischio di una fregatura si affaccia dietro i pacchi di Natale. Il blocco è previsto dalla legge, ma «ciò che stupisce», spiegano i rappresentanti di rimborsopensioni.it, «è il fatto che ogni provvedimento venga definito provvisorio e poi rinnovato da ciascun governo senza soluzione di continuità. Su questa base, se dovesse partire il decreto, valuteremo gli eventuali ricorsi». Alla fine i soldi mancano. E solo l'1,4% dei pensionati percepisce più di 5.000 euro al mese. Sono 33.000 in tutto. Per risparmiare una cifra che si avvicina ai due miliardi serve la massa dei pensionati. E il blocco (anche se parziale) delle indicizzazioni serve proprio a questo. I tempi sono molto stretti: se le elargizioni promesse dai 5 stelle partiranno - forse - a luglio, il congelamento scatterebbe inesorabile a gennaio.Claudio Antonelli<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tutta-la-verita-sulle-pensioni-doro-intanto-i-tagli-sono-su-quelle-basse-2622720386.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="senza-lo-scatto-e-ladeguamento-anche-69-euro-in-meno-al-mese" data-post-id="2622720386" data-published-at="1778108269" data-use-pagination="False"> Senza lo scatto e l’adeguamento anche 69 euro in meno al mese Al momento tutti i provvedimenti sono scritti sulla sabbia. I ddl bilancio che ieri era in discussione alla Camera non contiene nulla che riguardi le pensioni d'oro. Tanto meno sulla rivalutazione degli assegni. L'anno prossimo, però, l'inflazione programmata è all'1,2% e il 31 dicembre il blocco del precedente governo non avrà più efficacia. In caso di silenzio-assenso, il governo farebbe scattare gli aumenti per tutti i pensionati. Un costo di circa due miliardi. In qualche modo, il Mef è al lavoro per limare l'esborso. Il taglio delle pensioni d'oro da solo compenserà un dieci per cento della cifra. Ecco che l'ipotesi è ripescare lo schema utilizzato dai governi di Mario Monti, Enrico Letta, Matteo Renzi e Paolo Gentiloni. Alleggerirlo e renderlo meno pesante per le pensioni più basse. Ma qui la soglia va bene inquadrata. A quanto risulta alla Verità, il blocco partirebbe dai 2.000 euro lordi al mese; circa 1.400 netti. Il mancato aumento corrisponderebbe a 4,8 euro al mese, 62 all'anno. La mancata rivalutazione, però, non si esaurisce con il 2019. Esiste infatti l'effetto trascinamento. I 62 euro in meno incassati sono persi per l'intera vita pensionistica. In pratica, se si tiene presente un'aspettativa di vita che si aggira sugli 86 anni la cifra complessiva perduta è di 1.248 euro. Se si sale si passa a mancate rivalutazioni più pesanti. Il blocco per chi incassa 2.500 euro lordi potrebbe essere del 40%, sopra i 3.000 del 70% e a partire dai 3.500 lordi mensili il mancato aumento potrebbe essere totale. Risultato? Con 2.650 euro netti al mese (equivalenti a 3.500 lordi) si perderebbero 42 euro che, trascinati per 13 mesi e per 20 anni (mediamente l'aspettativa di vita), fa una cifra di poco inferiore agli 11.000 euro. Per chi ne incassa 4.500 euro netti, la soglia da cui parte il taglio promosso da Luigi Di Maio, la mancata rivalutazione produce un effetto trascinamento di quasi 18.000 euro. Mettendo assieme questi numeri - e soprattutto i 4,8 euro al mese lordi per la massa di pensionati - si capisce come il governo possa risparmiare denaro. Non ci è dato ancora capire se la mancata rivalutazione per le pensioni d'oro andrà a sommarsi al taglio grillino. Non sappiamo se l'8% di sforbiciata sulla parte che eccede i 90.000 euro in caso di imponibile a 130.000 euro si sommerà o meno alla mancata rivalutazione. Nel caso di un assegno da 10.000 euro lordi al mese, la mancata rivalutazione varrebbe 120 euro circa. Altri 246 se ne aggiungerebbero ai 246 invocati da Di Maio. Su questo aspetto l'incertezza regna sovrana. D'altronde si tratta di ipotesi: verosimili, ma per definizione incerte. Come è incerto l'esecutivo sul tempo. Potrebbero infatti cambiare le soglie. Potrebbero essere spostate verso l'alto e poi potrebbero esserci interventi sulle percentuali di mancata rivalutazione. In ogni caso l'esigenza dello Stato ancora una volta varrebbe di più degli accordi presi con i cittadini. D'altronde, dalla sua l'esecutivo ha una recente sentenza (della scorsa estate) della Corte europea dei diritti umani. Come abbiamo più volte denunciato, le toghe di Strasburgo hanno bocciato il ricorso contro il bonus Poletti applicato dal governo Renzi dopo che la Corte costituzionale aveva bocciato il congelamento applicato da Elsa Fornero. Le motivazioni addotte? Le somme tagliate erano così basse da non intaccare lo stile di vita dei pensionati e non farli scendere sotto la soglia di povertà. Per cui, se il governo applicherà come criterio le motivazioni della Cedu i pensionati avranno poco a cui opporsi. Salvo incassare il taglio.
Ansa
Del resto quando degradi l’idea stessa di cultura allo schema del prodotto di consumo e quando utilizzi ostentatamente le strategie di marketing per dire che «il marketing è oppressione», quando denunci la mercificazione e vendi il tuo letto disfatto per milioni di sterline, allora sei tu ad essere il cuore stesso del sistema che pensavi di denunciare. E mentre diventi multimilionario e ti godi il riconoscimento del ruolo di artista e di intellettuale - ormai le due cose non possono più essere disgiunte - non ti accorgi che nel frattempo il «popolo» al quale pensi di parlare non è la massa ma è l’élite straricca di coloro che frequentano il salotto del tuo gallerista per partecipare al gioco (fiscale) dell’arte contemporanea.
L’ultimo grande eroe dell’arte trasgressiva e della denuncia sociale è caduto l’altro giorno sotto una meritata salva di fischi e derisioni. L’opera raffigurante un uomo che marcia accecato dalla propria bandiera, installata nottetempo in Waterloo Place a Londra senza autorizzazione apparente e con la solita modalità «pirata» dal collettivo che utilizza il nome Banksy, viene immediatamente adottata dal Westminster City Council e dal sindaco Sadiq Khan: alle prime luci dell’alba compaiono barriere di protezione e dichiarazioni ufficiali con tanto di cartella stampa che definiscono l’installazione «un vibrante contributo alla scena artistica pubblica».
Senonché la Bbc fa un servizio in cui solleva dubbi sulla presunta «trasgressività» dell’installazione provocando l’ulteriore conferma dall’amministrazione londinese che dichiara che l’opera «non è autorizzata» ma che verrà mantenuta e transennata fino alle elezioni locali come «motivo di riflessione contro i nazionalismi». Inaspettatamente, però, su X si solleva una pressoché unanime protesta non tanto contro l’installazione, che ha un effettivo potenziale comunicativo e «di rottura» inferiore ad un manifesto pubblicitario di una serie Netflix, quanto nei confronti del palese e ormai ridicolo cortocircuito tra politica, artisti sovvenzionati e mercato dell’arte. Tutti elementi interni al mondo della Sinistra che ormai non riesce più a fuoriuscire dai riti e dai linguaggi che ha stabilito con tale solerzia e convinzione da giungere all’inevitabile deriva finale: il comico.
I più furbi, notando le reazioni del pubblico, si sono a loro volta uniformati alla nuova ondata di rigetto ed hanno, candidamente e con la nonchalance che ne contraddistingue l’esistenza, elaborato nuove analisi nelle quali effettivamente si riconosce che Banksy è un paraculo, che è da sempre d’accordo con le istituzioni (o almeno da quando ha una quotazione di mercato) e che la politica gli ha in pratica commissionato l’opera. Improvvisamente anche per le riviste impegnate l’artista-collettivo multimilionario, da decenni allineato all’agenda ufficiale, che finanzia le Ong immigrazioniste e che non perde occasione per condannare il populismo, non solo incarna «il provocative conformism» ma la sua opera non fa altro che «proiettare l’ansia elitaria verso il populismo reazionario piuttosto che sfidare il vero potere». I commentatori chic britannici si sono così accorti che Banksy più che ad Andy Warhol guarda a Greta Thunberg offrendo al mercato ribelle il prodotto giusto, quello che consente la trasgressione estetica confermando l’ortodossia culturale.
Esattamente come le magliette dei trasgressivi che attaccano le pericolosissime masse populiste e corrono a difendere il debole e inerme Quirinale, esattamente come le solite «battaglie culturali» sempre allineate al mainstream e sempre dotate di merchandising già pronto il primo giorno di «manifestazioni spontanee», ormai ogni discorso ribelle è merce che consolida il dominio producendo verità attraverso il consenso culturale.
Il fatto è che mai nella storia si è chiesto alle avanguardie una ricetta politica alternativa ma solo la lucidità per denunciare la narrazione dominante e distaccarsene radicalmente. La ribellione al sistema di un Johnny Rotten rifuggiva ogni programma politico e si limitava a smascherare ogni forma di falsa coscienza; oggi l’artista contemporaneo non vede l’ora di farsi cooptare dal potere e di farsi quotare nel sistema dell’arte contemporanea, correndo a confermare ogni battaglia culturale woke e decidendo così di farsi attivista politico proprio mentre l’ex cantante dei Sex Pistols liquida il woke come «una banda di pazzi» e ammette che oggi è la sinistra ad incarnare tutto ciò che è divertente odiare. E mentre Rolling Stone retrocede Eric Clapton dalla decima alla trentacinquesima posizione della sua hall of fame per «le sue critiche al vaccino Covid e la sua scelta di non discriminare l’ingresso ai suoi concerti durante la pandemia», siamo tutti chiamati a ricordare che l’arte autentica è affermazione vitale e non risentimento mascherato da progressismo, rifiuto della conformità e non ricerca ossessiva delle benedizioni istituzionali.
Questa volta, con l’ennesima installazione pedagogica del buon Banksy, si cominciano ad intravedere i segni di un diffuso rigetto nei confronti di forme obsolete, utili solo a mantenere privilegi elitari, controllo della narrazione ed estromissione dei veri temi critici dall’agenda narrativa dominante. Fino a che un giorno chi scrive quell’agenda si accorgerà che viene letta solo ai vernissage di certe gallerie.
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Michele Emiliano (Ansa)
Dal rapporto burrascoso con il governatore della Puglia e suo ex pupillo, Antonio Decaro, a un ritorno in toga, Emiliano va a ruota libera in un’intervista rilasciata a Telenorba. Dopo 23 anni di aspettativa politica è in attesa della decisione della Terza commissione del Csm per ottenere il via libera a un’altra aspettativa per diventare consulente giuridico della Regione Puglia, domanda già bocciata tre volte.
Ieri doveva arrivare la decisione che non è arrivata. La discussione sul contratto proposto da Decaro al suo predecessore (con uno stipendio di circa 130.000 euro all’anno) ha fatto emergere diverse obiezioni, tra cui quella secondo cui «un consigliere non è la stessa cosa di un operativo: il via libera creerebbe un precedente per il quale tutti gli enti territoriali potrebbero chiedere un magistrato in aspettativa per affidargli compiti dirigenziali.
«Il presidente Decaro mi ha chiesto di dargli una mano come consulente», spiega Emiliano, «io gli ho detto: “Sono disposto a darti consulenze pure telefoniche gratuitamente”, però evidentemente voleva darmi il segno della sua vicinanza. Io avevo detto che era una costruzione un po’ ardita, ma lui ha voluto andare avanti. Dopodiché il Pd ha chiesto alla commissione sugli incidenti del lavoro di inserirmi come consulente. Ma se io dovessi scegliere, non vedrei l’ora di rimettermi la toga, di andare a fare il pubblico ministero in una Procura».
La legge attuale impedisce ai magistrati che hanno fatto politica di rientrare negli uffici giudiziari, ma a lui questa legge non si applica essendo andato in aspettativa prima. «Temo solo che la Procura dove rischio di andare sarebbe un po’ perseguitata dai giornalisti», aggiunge. Ecco la scusa. «Sto cercando di evitare di rientrare in servizio proprio per evitare questo. Dopodiché, se mi costringono a rientrare, sarò felicissimo perché chi nasce magistrato muore magistrato».
Ma non esita a dire anche che «se il Pd decidesse di candidarmi» alle Politiche 2027 «sarei felice», perché «la politica obiettivamente è la bacchetta magica che se funziona, cambia tutto, come al contrario se non funziona fa un disastro». A Emiliano ha cambiato davvero tutto.
Quindi? «Non è che uno per sopravvivere deve fare politica per forza», insiste. «Mi rendo conto però che se qualcuno mi chiedesse di fare il deputato farebbe una cosa intelligente perché ho una certa esperienza. Se non me lo chiedesse perché sono troppo ingombrante a me la vita non me la cambiano». E ne ha anche per il sindaco di Genova, Silvia Salis, che scarica per ingraziarsi il segretario Pd, Elly Schlein: «Non credo abbia le carte in regola per essere candidata premier del centrosinistra. È appena diventata sindaco, non ha nessuna storia politica e non ha nessuna connessione con tutto il mondo progressista. È una figura interessante per il futuro, non per il presente».
Emiliano manda poi una serie di messaggi a Decaro, delfino che si è smarcato dal suo mentore. «Antonio è reo confesso: lo dice chiaramente a tutti che soffre la mia presenza, ma questo lo capisco». Tuttavia, gli tende la mano: «Io, comunque, qualunque cosa dovesse fare Antonio, sono dalla sua parte e lo sosterrò in tutte le maniere perché ovviamente, come diceva mia madre, l’ho fatto io, non è che lo posso distruggere».
Nel corso dell’intervista, Emiliano ha anche presentato il suo romanzo noir, L’Alba di San Nicola, raccontandone la genesi: «Se non mi avessero messo a riposo forzato, probabilmente non l’avrei finito. È stato un momento per riorganizzare la propria vita».
Anche se per il momento la vita di Emiliano assomiglia di più a un giallo.
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Nicola Magrini (Ansa)
L’affermazione è stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l’ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni «non erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell’evoluzione clinica del paziente».
Peccato che la circolare dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata il 30 novembre 2020 dall’ex direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza e uscita dopo 8 mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio «vigile attesa» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». L’accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso. Quanto al «monitoraggio non da remoto», sappiamo che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. Magrini, che è specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento più affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. «Undici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalità, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l’idrossiclorochina, il lopinavir […] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l’aspirina…».
Non si è trattato solo dell’ennesimo insulto al professor Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell’efficacia dell’infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.
Come quello dell’ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalità ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall’inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l’inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell’ambito di un programma autorizzato dalla Fda.
In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanità e Aifa «non evidenziò benefici» e la cura venne bocciata. Forse perché costava poco. Ancora oggi, Magrini insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell’aspirina? Solo guardando agli studi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l’importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l’aspirina. Nel gennaio di quest’anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell’effetto dell’aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacità del virus di legarsi alle cellule dell’ospite e limitando il danno polmonare. E per fortuna che l’ex dg di Aifa ha affermato: «Le linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana». Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria impedì che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti?
Magrini ha spiegato in commissione che aveva ragione l’articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo «Valutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19», nel quale «Jerry Avorn affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione». Nel testo si affermava che «l’ampliamento dell’accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate» e Magrini ha fatto l’esempio di Trump. «Diceva che aveva l’intuito che funzionasse l’idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico […] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri». L’ex dg non ha dubbi: «La salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserverà restando fedeli ai principi di valutazione delle attività regolatorie». Il giudizio su Aifa, guardando all’epoca pandemica, invece per molti italiani non è affatto positivo.
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