True
2019-03-19
Turco sale in tram e spara ai passeggeri. Ipotesi terrorismo
Ansa
Piazza 24 ottobre, zona residenziale nella periferia di Utrecht, città di 300.000 abitanti nel cuore dell'Olanda. Un ragazzo di carnagione olivastra, capelli corti, barba e sopracciglia folte, che indossa un giubbotto blu con cappuccio, è fermo nel piazzale della fermata per i tram.
Un testimone oculare ha raccontato che il soggetto ha puntato in modo evidente la pistola contro una donna a bordo del mezzo pubblico. Poi ha sparato sulle persone che hanno cercato di difenderla o prestarle soccorso. Bilancio: tre morti e nove feriti. Parlando con il quotidiano olandese Algemeen Dagblad e con Skynews, il testimone ha detto che «l'assalitore è uno del quartiere». Poi ha aggiunto: «Non credo abbia agito per terrorismo». Ma gli investigatori olandesi la pensano in modo differente e non scartano alcuna pista. D'altra parte, a distanza di poche ore dalla mattanza in Nuova Zelanda, il pensiero di esperti di intelligence e analisti in un primo momento è stato unanime. Le autorità hanno subito alzato il livello di allerta. «Ci sono stati spari in diversi luoghi stamane a Utrecht», ha confermato il capo dell'antiterrorismo olandese, Pieter-Jaap Aalbersberg, che ha aggiunto: «Ancora non è chiaro e le autorità lavorano per stabilire i fatti. Non possiamo escludere un movente terroristico ed è stata attivata un'unità di crisi».
Dopo le prime concitate fasi d'allerta, le autorità hanno anche diffuso una foto dell'uomo, che in serata è stato arrestato dopo una serrata caccia all'uomo condotta alle forze speciali. Il sospetto stragista è Gökmen Tanis, 37 anni, turco, con una sfilza di precedenti penali e di polizia. Secondo quanto riporta il sito della tv olandese Nos, si tratterebbe dell'autore di una rapina a Best nel febbraio 2012. Non solo: Tanis sarebbe stato fermato per un tentato omicidio a dicembre 2013, avrebbe aperto il fuoco in un appartamento nel quartiere di Kanaleneiland (sempre a Utrecht) nel maggio 2014, avrebbe minacciato un agente di polizia nell'ottobre 2014, avrebbe guidato in stato di ebbrezza nel novembre dello stesso anno, distrutto una vetrina a Utrecht nell'ottobre 2015, danneggiato una stazione di polizia nel luglio 2017 e, infine, avrebbe commesso una violenza sessuale per la quale due settimane fa sarebbe comparso davanti ai giudici in tribunale. Quanto a pedigree criminale, questo immigrato era certamente da considerarsi un individuo pericoloso. Ma sono spuntati anche rapporti con l'Isis. Il particolare è stato riferito da un uomo d'affari di Istanbul alla redazione turca della Bbc. La dichiarazione riportata sul sito Web dell'emittente è questa: «Era stato arrestato alcuni anni fa per presunti legami con l'Isis e poi rilasciato». E subito dopo una testimonianza ancora più preoccupante: «Tanis era andato a combattere anche in Cecenia», area nota per essere uno storico focolaio di attività jihadiste.
«Non parlo con mio figlio da 11 anni», ha detto Mehmet Tanis, padre del sospetto attentatore di Utrecht. «Non conosco la sua situazione psicologica, ma in passato non aveva comportamenti aggressivi. Non so cosa sia successo. Ma se è stato lui, deve essere punito», ha concluso il genitore. Nel frattempo è stato rintracciato un fratello di Gökmen. La polizia lo ha portato in caserma per interrogarlo. Nel giro di pochi minuti sono filtrate notizie su un possibile movente familiare. Un'ora più tardi, coincidenza, Gökmen è stato arrestato. In un tweet la polizia della cittadina olandese ha precisato che l'uomo è stato arrestato nel corso di un raid nella città vecchia. Agenti armati in modo pesante hanno circondato l'edificio che il turco aveva scelto come nascondiglio e l'hanno stanato. «Cosa abbia spinto l'uomo a sparare contro il tram non è ancora chiaro», ha detto il premier olandese, Mark Rutte, in una conferenza stampa in serata (alla quale ha partecipato anche il ministro della Giustizia, Ferdinand Grapperhaus), aggiungendo che «ci sono molte domande» a cui va data ancora una risposta. Le indagini, serrate, sono concentrate anche sul movente estremista. I responsabili dell'antiterrorismo olandese, dopo l'arresto, hanno abbassato il livello di allerta nella città da cinque, che è il punteggio massimo, a quattro, equiparandolo a quello previsto per il resto del Paese. E a confermare che l'ipotesi terroristica è molto accreditata è stato Rutger Jeuken, dell'ufficio della Procura, che ha confermato il lavoro investigativo approfondito legato alla pista terroristica. Le sue parole sono state queste: «Sulla base delle dichiarazioni e delle prove raccolte stiamo prendendo in considerazione il movente terroristico, ma non possiamo escludere altri moventi». Anche perché a tirare in ballo le questioni familiari sono stati proprio i parenti di Gökmen. Un aspetto che, però, se dovesse cadere il movente familiare rispetto alle ipotizzate accuse di terrorismo, potrebbe far finire anche loro nei guai.
Fabio Amendolara
L’Isis esulta: «Ucciso un crociato italiano»
«A quanto pare diverse case-trincee-tunnel sono rimaste. Non me lo faccio dire due volte, se tutto va bene domani riparto!». Scriveva così, il 12 marzo scorso, su Facebook, Lorenzo Orsetti, 33 anni, fiorentino, ucciso ieri dall'Isis a Baghuz (Siria), località sulla sponda dell'Eufrate, vicinissimo al confine con l'Iraq, in pieno Kurdistan. Sono stati i tagliagole islamisti a lanciare sui social network del circuito Aamaq, piattaforma Web legata allo Stato Islamico, la notizia dell'agguato in cui ha perso la vita il foreign fighter arruolatosi, da un anno e mezzo, nelle «Unità di protezione del popolo curdo» (Ypg). «Abbiamo ucciso un crociato italiano», hanno annunciato nelle didascalie della foto di un cadavere, oltre a quelle che ritrae la sua tessera sanitaria e una carta di credito dell'uomo. Insieme alla Brigata internazionale dei curdi - che ha l'appoggio dell'aviazione Usa - Orsetti aveva partecipato all'assalto finale per rompere le ultime difese del Califfato nella parte orientale della Siria, dove i jihadisti hanno costruito rifugi sotto terra per sfuggire agli attacchi aerei americani. «Siamo orgogliosi di lui, della scelta che ha fatto, ma ora siamo distrutti dal dolore», ha detto il papà, Alessandro Orsetti, che ha avuto conferma dell'uccisione dal comandante del reparto curdo. «Ha sempre voluto aiutare gli altri. Voleva liberare i curdi dal fascismo. Noi eravamo contrari alla sua partenza, io non riesco più a dormire la notte», piange mamma Annalisa. Il suo nome di battaglia era Tekoser (lottatore), e aveva partecipato l'anno scorso anche all'eroica resistenza di Afrin, roccaforte delle forze democratiche siriane. Per 13 anni, Orsetti aveva lavorato nell'alta ristorazione in Toscana: «Ho fatto il cameriere, il sommelier, il cuoco», spiegava in una intervista al Corriere Fiorentino nel 2018. «Mi sono avvicinato alla causa curda perché mi convincevano gli ideali che la ispirano, vogliono costruire una società più giusta più equa». Appena una settimana prima di morire - attraverso l'emittente Radio Ondarossa - aveva lanciato l'allarme sui bombardamenti dei campi profughi da parte di Ankara. «Mancano cibo e acqua potabile, le città sono distrutte e piene di mine. È assurdo continuare a dare soldi alla Turchia visto l'uso che ne fa». Appassionato di scrittura, aveva pubblicato alcuni racconti nella sezione «Internazionale» del portale Milano in movimento.
Definiva la guerra ai soldati di Al Baghdadi una «battaglia di civiltà». E al sito Gli occhi della guerra aveva narrato gli incontri ravvicinati con gli assassini di Daesh. «Un paio di volte sono quasi riusciti ad accerchiarci. Nel deserto hanno contrattaccato e travolto le nostre postazioni. Quando iniziano a morirti i tuoi compagni accanto, soprattutto per le mine e i cecchini, non lo dimentichi. Adesso molti miliziani stranieri si arrendono, ma spesso si sono fatti saltare in aria quando non avevano vie di scampo. Lo Stato Islamico è un male assoluto». Il suo profilo Facebook - sotto il nome Orso Dellatullo - da ieri si è trasformato in un muro del pianto virtuale. Molti amici e semplici ammiratori commentano la foto profilo con tuta mimetica e fucile mitragliatore, e condividono il suo motto: «Meglio aggiungere vita ai giorni che giorni alla vita». I miliziani curdi hanno reso pubblico il suo testamento: «Ciao, se state leggendo questo messaggio significa che non sono più in questo mondo. Nonostante questa prematura dipartita, la mia vita resta comunque un successo e sono quasi certo che me ne sono andato con il sorriso sulle labbra. Non avrei potuto chiedere di meglio».
Simone Di Meo
Continua a leggereRiduci
Tre morti e nove feriti a Utrecht. La polizia cattura l'assassino. A processo per furto e stupro, era stato indagato per jihadismo.Accerchiata pattuglia curda a Baghuz, ultima roccaforte del Califfato in Siria. Fra i caduti c'è anche il fiorentino Lorenzo Orsetti, che si era arruolato nello Ypg per combattere gli jihadisti. Pubblicati sul Web la foto del corpo e dei documenti, il papà: «Fiero di lui».Lo speciale contiene due articoli Piazza 24 ottobre, zona residenziale nella periferia di Utrecht, città di 300.000 abitanti nel cuore dell'Olanda. Un ragazzo di carnagione olivastra, capelli corti, barba e sopracciglia folte, che indossa un giubbotto blu con cappuccio, è fermo nel piazzale della fermata per i tram. Un testimone oculare ha raccontato che il soggetto ha puntato in modo evidente la pistola contro una donna a bordo del mezzo pubblico. Poi ha sparato sulle persone che hanno cercato di difenderla o prestarle soccorso. Bilancio: tre morti e nove feriti. Parlando con il quotidiano olandese Algemeen Dagblad e con Skynews, il testimone ha detto che «l'assalitore è uno del quartiere». Poi ha aggiunto: «Non credo abbia agito per terrorismo». Ma gli investigatori olandesi la pensano in modo differente e non scartano alcuna pista. D'altra parte, a distanza di poche ore dalla mattanza in Nuova Zelanda, il pensiero di esperti di intelligence e analisti in un primo momento è stato unanime. Le autorità hanno subito alzato il livello di allerta. «Ci sono stati spari in diversi luoghi stamane a Utrecht», ha confermato il capo dell'antiterrorismo olandese, Pieter-Jaap Aalbersberg, che ha aggiunto: «Ancora non è chiaro e le autorità lavorano per stabilire i fatti. Non possiamo escludere un movente terroristico ed è stata attivata un'unità di crisi». Dopo le prime concitate fasi d'allerta, le autorità hanno anche diffuso una foto dell'uomo, che in serata è stato arrestato dopo una serrata caccia all'uomo condotta alle forze speciali. Il sospetto stragista è Gökmen Tanis, 37 anni, turco, con una sfilza di precedenti penali e di polizia. Secondo quanto riporta il sito della tv olandese Nos, si tratterebbe dell'autore di una rapina a Best nel febbraio 2012. Non solo: Tanis sarebbe stato fermato per un tentato omicidio a dicembre 2013, avrebbe aperto il fuoco in un appartamento nel quartiere di Kanaleneiland (sempre a Utrecht) nel maggio 2014, avrebbe minacciato un agente di polizia nell'ottobre 2014, avrebbe guidato in stato di ebbrezza nel novembre dello stesso anno, distrutto una vetrina a Utrecht nell'ottobre 2015, danneggiato una stazione di polizia nel luglio 2017 e, infine, avrebbe commesso una violenza sessuale per la quale due settimane fa sarebbe comparso davanti ai giudici in tribunale. Quanto a pedigree criminale, questo immigrato era certamente da considerarsi un individuo pericoloso. Ma sono spuntati anche rapporti con l'Isis. Il particolare è stato riferito da un uomo d'affari di Istanbul alla redazione turca della Bbc. La dichiarazione riportata sul sito Web dell'emittente è questa: «Era stato arrestato alcuni anni fa per presunti legami con l'Isis e poi rilasciato». E subito dopo una testimonianza ancora più preoccupante: «Tanis era andato a combattere anche in Cecenia», area nota per essere uno storico focolaio di attività jihadiste. «Non parlo con mio figlio da 11 anni», ha detto Mehmet Tanis, padre del sospetto attentatore di Utrecht. «Non conosco la sua situazione psicologica, ma in passato non aveva comportamenti aggressivi. Non so cosa sia successo. Ma se è stato lui, deve essere punito», ha concluso il genitore. Nel frattempo è stato rintracciato un fratello di Gökmen. La polizia lo ha portato in caserma per interrogarlo. Nel giro di pochi minuti sono filtrate notizie su un possibile movente familiare. Un'ora più tardi, coincidenza, Gökmen è stato arrestato. In un tweet la polizia della cittadina olandese ha precisato che l'uomo è stato arrestato nel corso di un raid nella città vecchia. Agenti armati in modo pesante hanno circondato l'edificio che il turco aveva scelto come nascondiglio e l'hanno stanato. «Cosa abbia spinto l'uomo a sparare contro il tram non è ancora chiaro», ha detto il premier olandese, Mark Rutte, in una conferenza stampa in serata (alla quale ha partecipato anche il ministro della Giustizia, Ferdinand Grapperhaus), aggiungendo che «ci sono molte domande» a cui va data ancora una risposta. Le indagini, serrate, sono concentrate anche sul movente estremista. I responsabili dell'antiterrorismo olandese, dopo l'arresto, hanno abbassato il livello di allerta nella città da cinque, che è il punteggio massimo, a quattro, equiparandolo a quello previsto per il resto del Paese. E a confermare che l'ipotesi terroristica è molto accreditata è stato Rutger Jeuken, dell'ufficio della Procura, che ha confermato il lavoro investigativo approfondito legato alla pista terroristica. Le sue parole sono state queste: «Sulla base delle dichiarazioni e delle prove raccolte stiamo prendendo in considerazione il movente terroristico, ma non possiamo escludere altri moventi». Anche perché a tirare in ballo le questioni familiari sono stati proprio i parenti di Gökmen. Un aspetto che, però, se dovesse cadere il movente familiare rispetto alle ipotizzate accuse di terrorismo, potrebbe far finire anche loro nei guai.Fabio Amendolara<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/turco-sale-in-tram-e-spara-ai-passeggeri-ipotesi-terrorismo-2632041631.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lisis-esulta-ucciso-un-crociato-italiano" data-post-id="2632041631" data-published-at="1772078139" data-use-pagination="False"> L’Isis esulta: «Ucciso un crociato italiano» «A quanto pare diverse case-trincee-tunnel sono rimaste. Non me lo faccio dire due volte, se tutto va bene domani riparto!». Scriveva così, il 12 marzo scorso, su Facebook, Lorenzo Orsetti, 33 anni, fiorentino, ucciso ieri dall'Isis a Baghuz (Siria), località sulla sponda dell'Eufrate, vicinissimo al confine con l'Iraq, in pieno Kurdistan. Sono stati i tagliagole islamisti a lanciare sui social network del circuito Aamaq, piattaforma Web legata allo Stato Islamico, la notizia dell'agguato in cui ha perso la vita il foreign fighter arruolatosi, da un anno e mezzo, nelle «Unità di protezione del popolo curdo» (Ypg). «Abbiamo ucciso un crociato italiano», hanno annunciato nelle didascalie della foto di un cadavere, oltre a quelle che ritrae la sua tessera sanitaria e una carta di credito dell'uomo. Insieme alla Brigata internazionale dei curdi - che ha l'appoggio dell'aviazione Usa - Orsetti aveva partecipato all'assalto finale per rompere le ultime difese del Califfato nella parte orientale della Siria, dove i jihadisti hanno costruito rifugi sotto terra per sfuggire agli attacchi aerei americani. «Siamo orgogliosi di lui, della scelta che ha fatto, ma ora siamo distrutti dal dolore», ha detto il papà, Alessandro Orsetti, che ha avuto conferma dell'uccisione dal comandante del reparto curdo. «Ha sempre voluto aiutare gli altri. Voleva liberare i curdi dal fascismo. Noi eravamo contrari alla sua partenza, io non riesco più a dormire la notte», piange mamma Annalisa. Il suo nome di battaglia era Tekoser (lottatore), e aveva partecipato l'anno scorso anche all'eroica resistenza di Afrin, roccaforte delle forze democratiche siriane. Per 13 anni, Orsetti aveva lavorato nell'alta ristorazione in Toscana: «Ho fatto il cameriere, il sommelier, il cuoco», spiegava in una intervista al Corriere Fiorentino nel 2018. «Mi sono avvicinato alla causa curda perché mi convincevano gli ideali che la ispirano, vogliono costruire una società più giusta più equa». Appena una settimana prima di morire - attraverso l'emittente Radio Ondarossa - aveva lanciato l'allarme sui bombardamenti dei campi profughi da parte di Ankara. «Mancano cibo e acqua potabile, le città sono distrutte e piene di mine. È assurdo continuare a dare soldi alla Turchia visto l'uso che ne fa». Appassionato di scrittura, aveva pubblicato alcuni racconti nella sezione «Internazionale» del portale Milano in movimento. Definiva la guerra ai soldati di Al Baghdadi una «battaglia di civiltà». E al sito Gli occhi della guerra aveva narrato gli incontri ravvicinati con gli assassini di Daesh. «Un paio di volte sono quasi riusciti ad accerchiarci. Nel deserto hanno contrattaccato e travolto le nostre postazioni. Quando iniziano a morirti i tuoi compagni accanto, soprattutto per le mine e i cecchini, non lo dimentichi. Adesso molti miliziani stranieri si arrendono, ma spesso si sono fatti saltare in aria quando non avevano vie di scampo. Lo Stato Islamico è un male assoluto». Il suo profilo Facebook - sotto il nome Orso Dellatullo - da ieri si è trasformato in un muro del pianto virtuale. Molti amici e semplici ammiratori commentano la foto profilo con tuta mimetica e fucile mitragliatore, e condividono il suo motto: «Meglio aggiungere vita ai giorni che giorni alla vita». I miliziani curdi hanno reso pubblico il suo testamento: «Ciao, se state leggendo questo messaggio significa che non sono più in questo mondo. Nonostante questa prematura dipartita, la mia vita resta comunque un successo e sono quasi certo che me ne sono andato con il sorriso sulle labbra. Non avrei potuto chiedere di meglio». Simone Di Meo
Achille Lauro e Laura Pausini sul palco dell'Ariston (Ansa)
Seconda serata del Festival di Sanremo 2026 tra musica, ospiti e momenti di spettacolo più o meno riusciti. Sul palco dell’Ariston si alternano cantanti, co-conduttori e incursioni comiche: queste le pagelle ai protagonisti della serata.
Laura Pausini 8 Più che spalla, padrona di casa. Conti le concede l’apertura e ripaga la fiducia. A proprio agio anche da conduttrice, s’improvvisa corista dell’Anffas. Lo stile pop porta spontaneità al protocollo. Disinvolta.
Patty Pravo 5 Santi e peccatori/ Naviganti e sognatori. L’unicità di ogni essere umano, come la sua all’Ariston, ultima resistente dell’era beat. Proprio indispensabile?
Achille Lauro 7,5 Accolto dal tifo organizzato. La sua Perdutamente, intonata al funerale di Achille Barosi, morto nel rogo del Constellation, canta la precarietà umana. E se bastasse una notte, sì, per farci sparire/ Cancellarci in un lampo come un meteorite. Momento clou con coro lirico. E un pizzico d’enfasi di troppo.
Lillo 6,5 Si finge apprendista presentatore. Infila i luoghi comuni del mestiere, la «splendida cornice», il «voltiamo pagina», il «proprio su questo palcoscenico»… Si dilunga, imposta la voce attoriale, esagera con l’enfasi. Autoironico.
Vincenzo De Lucia 4 La performance meno riuscita del Festival. L’imitazione di Laura Pausini non è credibile e soprattutto non diverte. Conti fa il finto tonto. Gli autori dove sono? Numero da oratorio.
Elettra Lamborghini 6 Media voto tra Voilà, esile canzonzina da spiaggia sostenuta dal balletto glamour, e la protesta fuori programma contro le «festine bilaterali» che l’hanno costretta alla notte insonne. Il fuori palco irrompe sul palco. Strappacopione.
Francesca Lollobrigida, Lisa Vittozzi 6 Vincitrici di tre ori olimpici, emozionate più che sul ghiaccio e sulla neve di Milano Cortina. Dove stanno per cimentarsi anche gli atleti paralimpici. Non manca l’onnipresente ex presidente del Coni, Giovanni Malagò. Passaggio del testimone, forzato, da un evento all’altro.
Levante 7 Sei tu, la più difficile delle canzoni in gara. Recitata, sussurrata, commossa. Se l’amore sei tu/ Ma ho già perso il controllo/ Non mi segue più il corpo. Un brano romantico vecchia maniera, scritto da sola. Cantautrice ispirata.
Continua a leggereRiduci
A quattro anni dall'invasione russa in Ucraina un evento di Fratelli d'Italia in Senato per raccontare la verità di quello che succede sul campo.
Un evento organizzato dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari e dall'onorevole Francesco Filini, responsabile dell'Ufficio studi e che lo ha anche moderato.
Fazzolari ha garantito che il sostegno, anche militare a Kiev, ci sarà per tutto il 2026, così come confermato dal voto in Senato del giorno successivo. «Il governo è sempre stato molto compatto sul sostegno a Kiev, abbiamo messo più volte la fiducia su più provvedimenti anche per ragioni di tempo e di semplicità, ma non c’è mai stato un problema nella maggioranza sul sostegno all’Ucraina». Poi ha aggiunto: «In tutto questo gioco di trattative il pericolo più grande che abbiamo è quello di giungere alla fine a una pace tra Mosca e Kiev senza aver inglobato pienamente l’Ucraina nel contesto europeo, nel nostro sistema di difesa o nel nostro sistema dell’Unione Europea». Per Filini i quattro anni passati sono stati conditi anche tantissima disinformazione: «Da quattro anni circolano fake news che raccontano come l’Ucraina avrebbe perso la guerra sin dalle prime settimane. In realtà, la situazione sul campo è tutt’altra: ci parla di una Russia impantanata, che non riesce più a uscire da un inferno che si è andata a cercare, perché non si aspettava la risposta ucraina all’aggressione di quattro anni fa». Invece, aggiunge: «Oggi siamo qui per raccontare, anche attraverso un documento elaborato dall’Ufficio studi di FdI, come stanno realmente le cose e per smascherare l’enorme quantità di fake news che purtroppo vengono rilanciate qui in Italia da persone che probabilmente si bevono la propaganda russa e la rilanciano. Noi siamo qui a testimoniare la verità».
All'evento hanno partecipato anche il presidente dei senatori di FdI Lucio Malan, il capogruppo alla Camera Galeazzo Bignami, il direttore di Libero Mario Sechi, il direttore de Il Foglio Claudio Cerasa, l’analista e youtuber Anton Sokol, il presidente del Copasir Lorenzo Guerini, il senatore di Azione Marco Lombardo, l’inviata Rai Stefania Battistini e il giornalista Federico Rampini, esperto di politica americana e inviato del Corriere della sera, il giornalista ucraino Vladislav Maistrouk.
Continua a leggereRiduci
Ansa
Gli arrestati per l’omicidio di Quentin Deranque sono quasi tutti figli della borghesia benestante della Francia-ztl e più in generale quando la Sinistra antagonista va in piazza per una manifestazione propal i musulmani arruolati appartengono sempre a fasce di disagio urbano precedentemente e pazientemente politicizzate dalla Sinistra antagonista alla testa delle proteste di piazza. Non avviene mai, come invece sarebbe logico aspettarsi, che i Centri sociali si accodino a proteste di eventuali movimenti politici composti da coloro che in prima persona vivono il problema oggetto della manifestazione, al contrario, quando si tratta di manifestare a favore del Venezuela o di Cuba, il copione classico vede lo scontro verbale tra i manifestanti europei figli di famiglie benestanti con i veri venezuelani e i veri cubani ai quali viene rimproverato il fatto di non essere abbastanza informati su ciò che succede «davvero» a casa loro.
Questo schema non è casuale e discende consequenzialmente dal nuovo rapporto di utilizzo che la Sinistra occidentale ha sviluppato nei confronti della violenza: venuta a mancare da decenni la prospettiva rivoluzionaria reale, la Sinistra ha trasformato la violenza di piazza in un rituale autoreferenziale privo di telos politico ed è giunta a tale stadio dialettico realizzando le linee-guida tratteggiate dai postmarxisti teorici della protesta come fonte di senso esistenziale à la Toni Negri. In questa visione la violenza diventa lo strumento paradossale con cui la borghesia ricca e presentabile manifesta la propria esistenza morale contro la società che essa stessa ha edificato. Dalla radice iniziale del concetto di violenza intesa come «levatrice della storia» - il contributo forse più originale elaborato da Marx insieme alla superiorità della prassi sulla teoria - si è giunti alla sua funzione puramente simulacrale e sostanzialmente finalizzata al dispendio energetico delle forze di coloro che non trovano posto nella nuova società postindustriale.
Dalla Comune di Parigi alla Rivoluzione d’ottobre, dal Biennio rosso al Sessantotto, dalle Brigate Rosse alla Rote Armee Fraktion, la violenza ha sempre avuto una precisa finalità politica ed un preciso obiettivo rivoluzionario, più o meno realistico o utopico. Con l’ingresso nella Globalizzazione la rivoluzione è in effetti avvenuta ma non come i rivoluzionari si aspettavano: in effetti si è entrati in un «mondo nuovo» ma non basato sugli esiti ultimi del marxismo bensì sul mercato unico globale in grado, secondo il marketing che l’ha accompagnato, di stabilire «pace perpetua e fine delle ineguaglianze». La presa d’atto da parte della Sinistra più violenta, quella legata alle proprie radici marxiste, di tale deriva realizzata proprio dalla Sinistra mercatista - quella per intenderci del New Labour il cui principale teorizzatore, Peter Mandelson, è stato arrestato due giorni fa per i suoi rapporti con Jeffrey Epstein - ha portato ad una sorta di «denudamento della violenza» ormai trovatasi orfana dei propri obiettivi rivoluzionari.
Ecco dunque la necessaria ridefinizione della stessa nei termini di «svolta identitaria post-coloniale», come ipotizzato da Herbert Marcuse, per arrivare ad un nuovo utilizzo della violenza stessa la quale non abbatte più lo Stato ma «decolonizza lo spazio pubblico», «denuncia il privilegio» e, soprattutto, «pratica l’antifascismo militante». Inutile sottolineare come tutto ciò significhi un ritiro dagli obiettivi politici reali ed un approdo all’ambito esistenziale, soggettivo e psicologico. Il «disagio» è così passato dall’essere parte decisiva della coscienza di classe ad essere elemento scatenante il rifiuto della propria condizione soggettiva, del proprio corpo, dei propri codici comunicativi, della propria cultura, della propria etnia, del proprio sesso.
Privata di obiettivi politici la violenza resta tuttavia in gioco in quanto ineliminabile ed in quanto costitutiva della vita sociale degli esseri umani ma anche la sua strumentalizzazione è rimasta intatta dietro le quinte dei meccanismi vittimari per i quali i «nuovi oppressi» - immigrati, minoranze, trans - vengono sacralizzati per permettere alla borghesia di espiare il proprio privilegio senza rinunciarvi. La tragica conferma della dissoluzione nichilistica della violenza si ha, infine, nei numerosi casi di omicidio-suicidio degli individui spinti a ciò dal woke negli Usa e senza che ciò possa incidere politicamente su alcun aspetto della società.
Continua a leggereRiduci
Valdo Calocane (Getty Images)
Uno schizofrenico paranoico diagnosticato, che però non riceveva alcuna cura perché nero. E il razzismo questa volta non c’entra. C’entra, in compenso, la paura di essere additati come xenofobi. Quella paura che ha fatto sì che gli specialisti dell’ospedale psichiatrico che avrebbero dovuto prenderlo in cura preferissero lasciarlo libero per evitare una «sovrarappresentazione di giovani maschi neri in detenzione».
Come emerge da una recente inchiesta, infatti, Valdo sarebbe dovuto stare in un istituto psichiatrico. Del resto, la sua carriera di violenza è lunga. Nel 2020 il primo raptus. Provano a curarlo ma non c’è nulla da fare. Va e viene dagli ospedali per quattro volte, fino a quando i medici rinunciano. Non perché Valdo non ne abbia più bisogno ma perché, come si legge nel report dedicato al killer, «il team coinvolto nel quarto ricovero di Calocane si è sentito sotto pressione per evitare pratiche restrittive a causa della sua etnia, data la pubblicità che circondava l’uso eccessivo del Mental Health Act e le misure restrittive nei confronti dei pazienti neri africani e neri caraibici».
Del resto, come rileva il Telegraph, «secondo gli ultimi dati del Servizio sanitario nazionale (Nhs), le persone di colore hanno quattro volte più probabilità di essere internate rispetto ai bianchi. Nel 2024-2025, 262,4 neri ogni 100.000 persone sono stati internati, la percentuale più alta tra tutti i gruppi etnici, contro i 65,8 ogni 100.000 bianchi».
Calocane resta così libero. Non fa nemmeno più le cure perché dice di aver paura degli aghi. Continua con le aggressioni e afferma di esser controllato. Di sentire delle voci che gli sussurrano di colpire.
Un giorno, nel 2021, si presenta anche davanti all’ufficio che ospita i servizi segreti interni britannici, il famoso Mi5, e chiede di essere arrestato. La spirale di paranoia è sempre più feroce. Valdo continua a nutrirsi di violenza. Guarda i video delle stragi e cerca informazioni su come compierle. Si è convinto che la sua testa sia eterodiretta da qualcun altro attraverso l’intelligenza artificiale. Era un pericolo pubblico e, non a caso, era stato internato quattro volte, ma poi sempre «liberato». E questo nonostante il medico che lo aveva in cura fosse convinto che Calocane, prima o poi, avrebbe ammazzato qualcuno. Così è stato.
Chris Philp, il ministro ombra degli Interni, commentando questa notizia ha detto: «Le decisioni non dovrebbero mai essere prese su questa base (ovvero la paura di esser tacciati come razzisti, Ndr). È preoccupante che il partito laburista stia modificando la legge per rendere ancora più difficile l’internamento di persone per lo stesso motivo. L’ingegneria inversa dei risultati basati sull’etnia sta mettendo a rischio vite umane. Questa follia deve finire».
Eppure il Regno Unito sembra colpito da questa follia che è diventata una vera e propria «malattia». Da questo razzismo al contrario che si ostina a non vedere la realtà.
Solamente qualche settimana fa, la metropolitana di Londra aveva realizzato una campagna per mostrare i comportamenti inadeguati ai quali stare attenti durante i viaggi. In essa, si vedeva un bianco che importunava una ragazza. E poi, in un altro spezzone, un nero che faceva la stessa cosa. Ovviamente il filmato è stato rimosso perché, secondo alcuni, non faceva altro che rafforzare «stereotipi razziali dannosi» nei confronti della comunità afro. Non era così. O meglio. In quei pochi frame si faceva notare una cosa molto semplice: chiunque può delinquere, indipendentemente dal colore della pelle. Ma l’aver mostrato anche un ragazzo nero non è accettabile. È la white guilt», la colpa di essere bianchi, per citare un bel libro di Emanuele Fusi. Una colpa che ormai è penetrata nelle viscere dell’Occidente. E che sta continuando a mietere vittime innocenti.
Continua a leggereRiduci