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2019-03-19
Turco sale in tram e spara ai passeggeri. Ipotesi terrorismo
Ansa
Piazza 24 ottobre, zona residenziale nella periferia di Utrecht, città di 300.000 abitanti nel cuore dell'Olanda. Un ragazzo di carnagione olivastra, capelli corti, barba e sopracciglia folte, che indossa un giubbotto blu con cappuccio, è fermo nel piazzale della fermata per i tram.
Un testimone oculare ha raccontato che il soggetto ha puntato in modo evidente la pistola contro una donna a bordo del mezzo pubblico. Poi ha sparato sulle persone che hanno cercato di difenderla o prestarle soccorso. Bilancio: tre morti e nove feriti. Parlando con il quotidiano olandese Algemeen Dagblad e con Skynews, il testimone ha detto che «l'assalitore è uno del quartiere». Poi ha aggiunto: «Non credo abbia agito per terrorismo». Ma gli investigatori olandesi la pensano in modo differente e non scartano alcuna pista. D'altra parte, a distanza di poche ore dalla mattanza in Nuova Zelanda, il pensiero di esperti di intelligence e analisti in un primo momento è stato unanime. Le autorità hanno subito alzato il livello di allerta. «Ci sono stati spari in diversi luoghi stamane a Utrecht», ha confermato il capo dell'antiterrorismo olandese, Pieter-Jaap Aalbersberg, che ha aggiunto: «Ancora non è chiaro e le autorità lavorano per stabilire i fatti. Non possiamo escludere un movente terroristico ed è stata attivata un'unità di crisi».
Dopo le prime concitate fasi d'allerta, le autorità hanno anche diffuso una foto dell'uomo, che in serata è stato arrestato dopo una serrata caccia all'uomo condotta alle forze speciali. Il sospetto stragista è Gökmen Tanis, 37 anni, turco, con una sfilza di precedenti penali e di polizia. Secondo quanto riporta il sito della tv olandese Nos, si tratterebbe dell'autore di una rapina a Best nel febbraio 2012. Non solo: Tanis sarebbe stato fermato per un tentato omicidio a dicembre 2013, avrebbe aperto il fuoco in un appartamento nel quartiere di Kanaleneiland (sempre a Utrecht) nel maggio 2014, avrebbe minacciato un agente di polizia nell'ottobre 2014, avrebbe guidato in stato di ebbrezza nel novembre dello stesso anno, distrutto una vetrina a Utrecht nell'ottobre 2015, danneggiato una stazione di polizia nel luglio 2017 e, infine, avrebbe commesso una violenza sessuale per la quale due settimane fa sarebbe comparso davanti ai giudici in tribunale. Quanto a pedigree criminale, questo immigrato era certamente da considerarsi un individuo pericoloso. Ma sono spuntati anche rapporti con l'Isis. Il particolare è stato riferito da un uomo d'affari di Istanbul alla redazione turca della Bbc. La dichiarazione riportata sul sito Web dell'emittente è questa: «Era stato arrestato alcuni anni fa per presunti legami con l'Isis e poi rilasciato». E subito dopo una testimonianza ancora più preoccupante: «Tanis era andato a combattere anche in Cecenia», area nota per essere uno storico focolaio di attività jihadiste.
«Non parlo con mio figlio da 11 anni», ha detto Mehmet Tanis, padre del sospetto attentatore di Utrecht. «Non conosco la sua situazione psicologica, ma in passato non aveva comportamenti aggressivi. Non so cosa sia successo. Ma se è stato lui, deve essere punito», ha concluso il genitore. Nel frattempo è stato rintracciato un fratello di Gökmen. La polizia lo ha portato in caserma per interrogarlo. Nel giro di pochi minuti sono filtrate notizie su un possibile movente familiare. Un'ora più tardi, coincidenza, Gökmen è stato arrestato. In un tweet la polizia della cittadina olandese ha precisato che l'uomo è stato arrestato nel corso di un raid nella città vecchia. Agenti armati in modo pesante hanno circondato l'edificio che il turco aveva scelto come nascondiglio e l'hanno stanato. «Cosa abbia spinto l'uomo a sparare contro il tram non è ancora chiaro», ha detto il premier olandese, Mark Rutte, in una conferenza stampa in serata (alla quale ha partecipato anche il ministro della Giustizia, Ferdinand Grapperhaus), aggiungendo che «ci sono molte domande» a cui va data ancora una risposta. Le indagini, serrate, sono concentrate anche sul movente estremista. I responsabili dell'antiterrorismo olandese, dopo l'arresto, hanno abbassato il livello di allerta nella città da cinque, che è il punteggio massimo, a quattro, equiparandolo a quello previsto per il resto del Paese. E a confermare che l'ipotesi terroristica è molto accreditata è stato Rutger Jeuken, dell'ufficio della Procura, che ha confermato il lavoro investigativo approfondito legato alla pista terroristica. Le sue parole sono state queste: «Sulla base delle dichiarazioni e delle prove raccolte stiamo prendendo in considerazione il movente terroristico, ma non possiamo escludere altri moventi». Anche perché a tirare in ballo le questioni familiari sono stati proprio i parenti di Gökmen. Un aspetto che, però, se dovesse cadere il movente familiare rispetto alle ipotizzate accuse di terrorismo, potrebbe far finire anche loro nei guai.
Fabio Amendolara
L’Isis esulta: «Ucciso un crociato italiano»
«A quanto pare diverse case-trincee-tunnel sono rimaste. Non me lo faccio dire due volte, se tutto va bene domani riparto!». Scriveva così, il 12 marzo scorso, su Facebook, Lorenzo Orsetti, 33 anni, fiorentino, ucciso ieri dall'Isis a Baghuz (Siria), località sulla sponda dell'Eufrate, vicinissimo al confine con l'Iraq, in pieno Kurdistan. Sono stati i tagliagole islamisti a lanciare sui social network del circuito Aamaq, piattaforma Web legata allo Stato Islamico, la notizia dell'agguato in cui ha perso la vita il foreign fighter arruolatosi, da un anno e mezzo, nelle «Unità di protezione del popolo curdo» (Ypg). «Abbiamo ucciso un crociato italiano», hanno annunciato nelle didascalie della foto di un cadavere, oltre a quelle che ritrae la sua tessera sanitaria e una carta di credito dell'uomo. Insieme alla Brigata internazionale dei curdi - che ha l'appoggio dell'aviazione Usa - Orsetti aveva partecipato all'assalto finale per rompere le ultime difese del Califfato nella parte orientale della Siria, dove i jihadisti hanno costruito rifugi sotto terra per sfuggire agli attacchi aerei americani. «Siamo orgogliosi di lui, della scelta che ha fatto, ma ora siamo distrutti dal dolore», ha detto il papà, Alessandro Orsetti, che ha avuto conferma dell'uccisione dal comandante del reparto curdo. «Ha sempre voluto aiutare gli altri. Voleva liberare i curdi dal fascismo. Noi eravamo contrari alla sua partenza, io non riesco più a dormire la notte», piange mamma Annalisa. Il suo nome di battaglia era Tekoser (lottatore), e aveva partecipato l'anno scorso anche all'eroica resistenza di Afrin, roccaforte delle forze democratiche siriane. Per 13 anni, Orsetti aveva lavorato nell'alta ristorazione in Toscana: «Ho fatto il cameriere, il sommelier, il cuoco», spiegava in una intervista al Corriere Fiorentino nel 2018. «Mi sono avvicinato alla causa curda perché mi convincevano gli ideali che la ispirano, vogliono costruire una società più giusta più equa». Appena una settimana prima di morire - attraverso l'emittente Radio Ondarossa - aveva lanciato l'allarme sui bombardamenti dei campi profughi da parte di Ankara. «Mancano cibo e acqua potabile, le città sono distrutte e piene di mine. È assurdo continuare a dare soldi alla Turchia visto l'uso che ne fa». Appassionato di scrittura, aveva pubblicato alcuni racconti nella sezione «Internazionale» del portale Milano in movimento.
Definiva la guerra ai soldati di Al Baghdadi una «battaglia di civiltà». E al sito Gli occhi della guerra aveva narrato gli incontri ravvicinati con gli assassini di Daesh. «Un paio di volte sono quasi riusciti ad accerchiarci. Nel deserto hanno contrattaccato e travolto le nostre postazioni. Quando iniziano a morirti i tuoi compagni accanto, soprattutto per le mine e i cecchini, non lo dimentichi. Adesso molti miliziani stranieri si arrendono, ma spesso si sono fatti saltare in aria quando non avevano vie di scampo. Lo Stato Islamico è un male assoluto». Il suo profilo Facebook - sotto il nome Orso Dellatullo - da ieri si è trasformato in un muro del pianto virtuale. Molti amici e semplici ammiratori commentano la foto profilo con tuta mimetica e fucile mitragliatore, e condividono il suo motto: «Meglio aggiungere vita ai giorni che giorni alla vita». I miliziani curdi hanno reso pubblico il suo testamento: «Ciao, se state leggendo questo messaggio significa che non sono più in questo mondo. Nonostante questa prematura dipartita, la mia vita resta comunque un successo e sono quasi certo che me ne sono andato con il sorriso sulle labbra. Non avrei potuto chiedere di meglio».
Simone Di Meo
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Tre morti e nove feriti a Utrecht. La polizia cattura l'assassino. A processo per furto e stupro, era stato indagato per jihadismo.Accerchiata pattuglia curda a Baghuz, ultima roccaforte del Califfato in Siria. Fra i caduti c'è anche il fiorentino Lorenzo Orsetti, che si era arruolato nello Ypg per combattere gli jihadisti. Pubblicati sul Web la foto del corpo e dei documenti, il papà: «Fiero di lui».Lo speciale contiene due articoli Piazza 24 ottobre, zona residenziale nella periferia di Utrecht, città di 300.000 abitanti nel cuore dell'Olanda. Un ragazzo di carnagione olivastra, capelli corti, barba e sopracciglia folte, che indossa un giubbotto blu con cappuccio, è fermo nel piazzale della fermata per i tram. Un testimone oculare ha raccontato che il soggetto ha puntato in modo evidente la pistola contro una donna a bordo del mezzo pubblico. Poi ha sparato sulle persone che hanno cercato di difenderla o prestarle soccorso. Bilancio: tre morti e nove feriti. Parlando con il quotidiano olandese Algemeen Dagblad e con Skynews, il testimone ha detto che «l'assalitore è uno del quartiere». Poi ha aggiunto: «Non credo abbia agito per terrorismo». Ma gli investigatori olandesi la pensano in modo differente e non scartano alcuna pista. D'altra parte, a distanza di poche ore dalla mattanza in Nuova Zelanda, il pensiero di esperti di intelligence e analisti in un primo momento è stato unanime. Le autorità hanno subito alzato il livello di allerta. «Ci sono stati spari in diversi luoghi stamane a Utrecht», ha confermato il capo dell'antiterrorismo olandese, Pieter-Jaap Aalbersberg, che ha aggiunto: «Ancora non è chiaro e le autorità lavorano per stabilire i fatti. Non possiamo escludere un movente terroristico ed è stata attivata un'unità di crisi». Dopo le prime concitate fasi d'allerta, le autorità hanno anche diffuso una foto dell'uomo, che in serata è stato arrestato dopo una serrata caccia all'uomo condotta alle forze speciali. Il sospetto stragista è Gökmen Tanis, 37 anni, turco, con una sfilza di precedenti penali e di polizia. Secondo quanto riporta il sito della tv olandese Nos, si tratterebbe dell'autore di una rapina a Best nel febbraio 2012. Non solo: Tanis sarebbe stato fermato per un tentato omicidio a dicembre 2013, avrebbe aperto il fuoco in un appartamento nel quartiere di Kanaleneiland (sempre a Utrecht) nel maggio 2014, avrebbe minacciato un agente di polizia nell'ottobre 2014, avrebbe guidato in stato di ebbrezza nel novembre dello stesso anno, distrutto una vetrina a Utrecht nell'ottobre 2015, danneggiato una stazione di polizia nel luglio 2017 e, infine, avrebbe commesso una violenza sessuale per la quale due settimane fa sarebbe comparso davanti ai giudici in tribunale. Quanto a pedigree criminale, questo immigrato era certamente da considerarsi un individuo pericoloso. Ma sono spuntati anche rapporti con l'Isis. Il particolare è stato riferito da un uomo d'affari di Istanbul alla redazione turca della Bbc. La dichiarazione riportata sul sito Web dell'emittente è questa: «Era stato arrestato alcuni anni fa per presunti legami con l'Isis e poi rilasciato». E subito dopo una testimonianza ancora più preoccupante: «Tanis era andato a combattere anche in Cecenia», area nota per essere uno storico focolaio di attività jihadiste. «Non parlo con mio figlio da 11 anni», ha detto Mehmet Tanis, padre del sospetto attentatore di Utrecht. «Non conosco la sua situazione psicologica, ma in passato non aveva comportamenti aggressivi. Non so cosa sia successo. Ma se è stato lui, deve essere punito», ha concluso il genitore. Nel frattempo è stato rintracciato un fratello di Gökmen. La polizia lo ha portato in caserma per interrogarlo. Nel giro di pochi minuti sono filtrate notizie su un possibile movente familiare. Un'ora più tardi, coincidenza, Gökmen è stato arrestato. In un tweet la polizia della cittadina olandese ha precisato che l'uomo è stato arrestato nel corso di un raid nella città vecchia. Agenti armati in modo pesante hanno circondato l'edificio che il turco aveva scelto come nascondiglio e l'hanno stanato. «Cosa abbia spinto l'uomo a sparare contro il tram non è ancora chiaro», ha detto il premier olandese, Mark Rutte, in una conferenza stampa in serata (alla quale ha partecipato anche il ministro della Giustizia, Ferdinand Grapperhaus), aggiungendo che «ci sono molte domande» a cui va data ancora una risposta. Le indagini, serrate, sono concentrate anche sul movente estremista. I responsabili dell'antiterrorismo olandese, dopo l'arresto, hanno abbassato il livello di allerta nella città da cinque, che è il punteggio massimo, a quattro, equiparandolo a quello previsto per il resto del Paese. E a confermare che l'ipotesi terroristica è molto accreditata è stato Rutger Jeuken, dell'ufficio della Procura, che ha confermato il lavoro investigativo approfondito legato alla pista terroristica. Le sue parole sono state queste: «Sulla base delle dichiarazioni e delle prove raccolte stiamo prendendo in considerazione il movente terroristico, ma non possiamo escludere altri moventi». Anche perché a tirare in ballo le questioni familiari sono stati proprio i parenti di Gökmen. Un aspetto che, però, se dovesse cadere il movente familiare rispetto alle ipotizzate accuse di terrorismo, potrebbe far finire anche loro nei guai.Fabio Amendolara<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/turco-sale-in-tram-e-spara-ai-passeggeri-ipotesi-terrorismo-2632041631.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lisis-esulta-ucciso-un-crociato-italiano" data-post-id="2632041631" data-published-at="1767749616" data-use-pagination="False"> L’Isis esulta: «Ucciso un crociato italiano» «A quanto pare diverse case-trincee-tunnel sono rimaste. Non me lo faccio dire due volte, se tutto va bene domani riparto!». Scriveva così, il 12 marzo scorso, su Facebook, Lorenzo Orsetti, 33 anni, fiorentino, ucciso ieri dall'Isis a Baghuz (Siria), località sulla sponda dell'Eufrate, vicinissimo al confine con l'Iraq, in pieno Kurdistan. Sono stati i tagliagole islamisti a lanciare sui social network del circuito Aamaq, piattaforma Web legata allo Stato Islamico, la notizia dell'agguato in cui ha perso la vita il foreign fighter arruolatosi, da un anno e mezzo, nelle «Unità di protezione del popolo curdo» (Ypg). «Abbiamo ucciso un crociato italiano», hanno annunciato nelle didascalie della foto di un cadavere, oltre a quelle che ritrae la sua tessera sanitaria e una carta di credito dell'uomo. Insieme alla Brigata internazionale dei curdi - che ha l'appoggio dell'aviazione Usa - Orsetti aveva partecipato all'assalto finale per rompere le ultime difese del Califfato nella parte orientale della Siria, dove i jihadisti hanno costruito rifugi sotto terra per sfuggire agli attacchi aerei americani. «Siamo orgogliosi di lui, della scelta che ha fatto, ma ora siamo distrutti dal dolore», ha detto il papà, Alessandro Orsetti, che ha avuto conferma dell'uccisione dal comandante del reparto curdo. «Ha sempre voluto aiutare gli altri. Voleva liberare i curdi dal fascismo. Noi eravamo contrari alla sua partenza, io non riesco più a dormire la notte», piange mamma Annalisa. Il suo nome di battaglia era Tekoser (lottatore), e aveva partecipato l'anno scorso anche all'eroica resistenza di Afrin, roccaforte delle forze democratiche siriane. Per 13 anni, Orsetti aveva lavorato nell'alta ristorazione in Toscana: «Ho fatto il cameriere, il sommelier, il cuoco», spiegava in una intervista al Corriere Fiorentino nel 2018. «Mi sono avvicinato alla causa curda perché mi convincevano gli ideali che la ispirano, vogliono costruire una società più giusta più equa». Appena una settimana prima di morire - attraverso l'emittente Radio Ondarossa - aveva lanciato l'allarme sui bombardamenti dei campi profughi da parte di Ankara. «Mancano cibo e acqua potabile, le città sono distrutte e piene di mine. È assurdo continuare a dare soldi alla Turchia visto l'uso che ne fa». Appassionato di scrittura, aveva pubblicato alcuni racconti nella sezione «Internazionale» del portale Milano in movimento. Definiva la guerra ai soldati di Al Baghdadi una «battaglia di civiltà». E al sito Gli occhi della guerra aveva narrato gli incontri ravvicinati con gli assassini di Daesh. «Un paio di volte sono quasi riusciti ad accerchiarci. Nel deserto hanno contrattaccato e travolto le nostre postazioni. Quando iniziano a morirti i tuoi compagni accanto, soprattutto per le mine e i cecchini, non lo dimentichi. Adesso molti miliziani stranieri si arrendono, ma spesso si sono fatti saltare in aria quando non avevano vie di scampo. Lo Stato Islamico è un male assoluto». Il suo profilo Facebook - sotto il nome Orso Dellatullo - da ieri si è trasformato in un muro del pianto virtuale. Molti amici e semplici ammiratori commentano la foto profilo con tuta mimetica e fucile mitragliatore, e condividono il suo motto: «Meglio aggiungere vita ai giorni che giorni alla vita». I miliziani curdi hanno reso pubblico il suo testamento: «Ciao, se state leggendo questo messaggio significa che non sono più in questo mondo. Nonostante questa prematura dipartita, la mia vita resta comunque un successo e sono quasi certo che me ne sono andato con il sorriso sulle labbra. Non avrei potuto chiedere di meglio». Simone Di Meo
Antonio Decaro (Imagoeconomica)
La richiesta si basa, in gran parte, su una sentenza del Tar dell’Emilia-Romagna, a cui la Regione fortino del Pd - che con Michele De Pascale punta ad ergersi capofila nazionale delle politiche sanitarie autonome regionali - si è appellata per evitare di erogare, retroattivamente, gli stessi emolumenti, mai corrisposti, ai propri camici bianchi. La pretesa restituzione dei compensi, che per ogni singolo medico ammonterebbe a circa 70.000 euro, è arrivata la sera di Capodanno, lanciata via Pec alle 20.48 da qualche dirigente bontempone, ma ora rischia di trasformarsi in una valanga. I medici di base, infatti, non hanno preso bene l’idea di dover restituire decine di migliaia di euro a testa all’ente che per anni li ha erogati senza battere ciglio e, oltre ad aver dato mandato ai legali di resistere in giudizio a quello che definiscono «un vero furto», minacciano di fare «non uno, ma quattro passi indietro» nei confronti degli impegni assunti con Regione in relazione alle Case di Comunità, finanziate con 350 milioni di euro di fondi Pnrr, tra i fiori all’occhiello della campagna elettorale di Decaro. «Stiamo reagendo dal punto di vista legale sia a livello regionale che di singole Asl e abbiamo già dato mandato ai legali per impugnare la circolare e ottenerne la sospensiva immediata della direttiva regionale», spiega Antonio De Maria, segretario regionale del sindacato dei medici Fimmg. «La situazione del sistema sanitario della Puglia è già al collasso e in questo momento ci vuole coesione e grande collaborazione tra le parti. Innescare adesso un meccanismo del genere è pericolosissimo e ci auguriamo che questa richiesta, arrivata con modalità offensive dal dipartimento regionale della Sanità, non abbia l’avvallo politico. Avvisiamo già che non ci fermeremo e che a fronte di questo atto siamo pronti a rimettere completamente in discussione la nostra presenza e collaborazione al progetto delle Case di Comunità dell’intero territorio regionale». I sindacati dei medici sono uniti in questa battaglia: «Quanto avvenuto è sconcertante e si tratta di un attacco inopportuno e, a nostro parere, totalmente illegittimo. Appariamo come professionisti che hanno percepito dei soldi che non gli spettavano: è assolutamente falso. Quest’azione rappresenta l’espressione della situazione caotica che ormai da un anno viviamo nell’organizzazione della medicina territoriale a livello pugliese. Se qualcuno pensa di risanare in questo modo le finanze regionali, tagli dove si spreca», ha aggiunto Luigi Nigri, segretario regionale Puglia e vicepresidente nazionale Finp. Eppure, nonostante la posta in gioco, non sarà semplice per Decaro fare un passo indietro sulla questione. Rinunciare al prelievo dalle tasche dei dottori significherebbe, infatti, sconfessare la linea dell’Emilia-Romagna, che quegli stessi assegni, negli ultimi dieci anni, ai suoi medici non li ha mai versati e che ora rischia - a causa di un’azione legale partita da Rimini - di dover sborsare oltre 100 milioni di euro in un colpo solo. La Regione rossa, infatti, è in attesa del pronunciamento della Cassazione e, negli ambienti, si racconta che qualche settimana fa, presso la sede romana della Sisac - Struttura interregionale sanitari convenzionati, ossia il luogo in cui si costruiscono gli Accordi nazionali collettivi che stabiliscono gli emolumenti per i sanitari - si è tenuta una plenaria durante la quale, sul tema dei compensi ai medici, è stata dettata e condivisa una linea comune. Il mandato più o meno esplicito sarebbe stato quello di «evitare di pagare per non far finire nei guai chi non ha nulla in cassa». In sostanza, marciare uniti a scapito dei camici bianchi. E a quanto pare, la Puglia ha preso l’indicazione come un ordine. «Mi pare sia evidente che la sinistra in Italia abbia perso qualsiasi titolo per parlare di sanità: chiedono di aumentare le risorse che hanno tagliato durante i loro governi e stanno dimostrando di non saper neppure gestire quelle che hanno nelle Regioni che governano. La situazione che si è venuta a creare in Puglia credo sia abbastanza emblematica; tra l’altro la Puglia ha erogato questi integrativi, così Decaro si è fatto bello per le elezioni regionali ed oggi, dopo la vittoria, gli chiede indietro ai medici di base a cui magari pochi mesi fa chiedeva il voto», commenta il senatore Fdi Marco Lisei. «Un comportamento immorale, che però non lascia immune da critiche neppure la Regione Emilia-Romagna, che quegli integrativi avrebbe dovuto coprirli. Ora serve chiarezza, ma soprattutto servono tutele per i professionisti sanitari. Per questo come governo abbiamo destinato risorse dedicate per aumentare gli stipendi e tutelare chi nel corso degli anni ha tenuto in piedi il sistema sanitario mentre la sinistra lo sfasciava». Il prossimo 12 gennaio, per Decaro, sarà una data importante: il report sulla realizzazione delle Case di Comunità verrà trasmesso all’Autorità di missione Pnrr, presso il ministero della Salute, per una valutazione sullo stato di avanzamento del progetto. La promessa - nonché condizione necessaria per il raggiungimento del target e dunque per l’ottenimento dei fondi Pnrr - è che al 30 giugno 2026 la Puglia avrà 123 Case di comunità, ma la Corte dei Conti, che ha già un fascicolo aperto sui ritardi nella realizzazione delle opere, ha ricordato esplicitamente che per essere soddisfatto pienamente il target di giugno «non implica solo la realizzazione, ma la completa messa a disposizione delle strutture dotate di tutte le attrezzature necessarie al funzionamento». Medici compresi.
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La riaffermazione di tale principio si accompagna, tuttavia, nella stessa sentenza n. 204/2025, alla declaratoria di illegittimità costituzionale dell’articolo 7 della legge regionale oggetto di ricorso, che, apparentemente in linea con il suddetto principio, impegnava le aziende sanitarie locali a fornire all’aspirante suicida «il supporto tecnico e farmacologico nonché l’assistenza sanitaria per la preparazione all’autosomministrazione del farmaco autorizzato».
L’incostituzionalità di tale disposizione - afferma la Corte - è dovuta al fatto che essa «invade la riserva allo Stato della fissazione dei principi fondamentali in materia di tutela della salute», dal momento che non si limita a semplici «norme di dettaglio» attuative dei suddetti principi, ma avrebbe dato luogo a «una illegittima determinazione degli stessi da parte della legislazione regionale». Giova, in proposito, ricordare che la tutela della salute è, appunto, una delle materie in cui, ai sensi dell’articolo 117, comma III, della Costituzione, la potestà legislativa spetta alle Regioni, «salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservati alla legislazione dello Stato».
Il ragionamento della Corte non farebbe una grinza se non fosse per il fatto che, nella sentenza n. 204/2025, la stessa Corte ha cura di precisare che la ritenuta incostituzionalità dell’articolo 7 della legge regionale toscana «lascia intatto il diritto», riconosciuto all’aspirante suicida dalla sentenza n. 132/ 2025, «di ottenere dalle aziende del Servizio sanitario regionale il farmaco, i dispositivi eventualmente occorrenti all’autosomministrazione, nonché l’assistenza sanitaria anche durante l’esecuzione di questa procedura». Ciò in forza della «portata autoapplicativa» da riconoscersi - afferma sempre la Corte - alla suddetta sentenza. Ma una sentenza della Corte Costituzionale che abbia «portata autoapplicativa» e nella quale vengano - come nel caso di specie - dettati principi del tutto analoghi a quelli che potrebbero essere stabiliti con legge dello Stato, dovrebbe, con ogni evidenza, essere considerata idonea ad assolvere alla stessa funzione che l’articolo 117, comma III, della Costituzione assegna alla legge statale per la determinazione dei principi fondamentali ai quali dovrebbe poi attenersi la legislazione regionale. L’articolo 7 della legge regionale toscana, quindi, siccome del tutto aderente a quanto stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza in questione, non sarebbe stato da dichiarare incostituzionale.
La declaratoria di incostituzionalità si rivela, però, paradossalmente, corretta proprio considerando che, in realtà, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte, al principio affermato nella sentenza n. 132/2025 e confermato in quella n. 204/2025 non sembra affatto che possa attribuirsi carattere vincolante e meno che mai, quindi, «portata autoapplicativa». Si tratta, infatti, di un principio che non è in alcun modo conseguenziale alla già ricordata sentenza della stessa Corte n. 242/2019, essendosi questa limitata a rendere non punibile, a determinate condizioni, mediante declaratoria di parziale incostituzionalità dell’articolo 580 del codice penale, la condotta di chi presti aiuto al suicidio, senza con ciò attribuire all’aspirante suicida alcun diritto a ottenere quell’aiuto da parte di chicchessia, ivi compreso il Servizio sanitario nazionale. A quest’ultimo, infatti, la Corte affida il solo compito di accertare che le suddette condizioni siano effettivamente sussistenti e che le modalità stabilite dall’interessato e dal medico di sua fiducia per l’esecuzione del suicidio non siano tali da offendere la dignità della persona e cagionarle sofferenze.
Lo stesso principio, inoltre, non può neppure dirsi funzionale alla decisione a suo tempo assunta con la sentenza n. 132/2025, in cui esso è enunciato, dal momento che tale sentenza, a sostegno della ritenuta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell’articolo 579 del codice penale, che punisce l’omicidio del consenziente, fece essenzialmente leva sul fatto che, contrariamente a quanto affermato dai ricorrenti, non poteva dirsi accertata, in linea di fatto, l’assoluta irreperibilità, sul mercato, di strumenti che consentissero all’aspirante suicida, nonostante la sua condizione di paraplegico, l’autonoma assunzione del farmaco mortale. L’affermazione che del reperimento di quegli strumenti dovesse farsi carico, se necessario, il Servizio sanitario nazionale, rispondendo ciò a un diritto dell’interessato, aveva carattere meramente incidentale (c.d. «obiter dictum»); il che, secondo quanto pacificamente ritenuto dalla dottrina giuridica, esclude in radice che ad essa possa attribuirsi carattere vincolante tanto nei confronti del Servizio sanitario nazionale quanto in quelli del legislatore ordinario.
Non può in alcun modo condividersi, quindi, l’opinione di chi - come il senatore del Pd Alfredo Bazoli, secondo quanto riferito sulla Verità del 31 dicembre scorso nell’articolo a firma di Carlo Tarallo - sostiene che il legislatore ordinario, nel dettare la disciplina generale in materia di fine vita, non potrebbe «in alcun modo derogare» al principio in questione giacché quello in esso affermato sarebbe «un diritto pienamente riconosciuto e dunque pienamente eseguibile». Deve invece ritenersi, al contrario, che il legislatore ordinario sia perfettamente libero di seguire o non seguire l’indicazione della Corte Costituzionale circa il ruolo da attribuirsi al Servizio sanitario nazionale, senza che, nella seconda di tali ipotesi, la sua scelta possa cadere, alla prima occasione, sotto la mannaia della stessa Corte; ciò sempre che, naturalmente, quest’ultima resista alla ricorrente tentazione di esorbitare dai limiti delle proprie funzioni; sul che, ovviamente, dati i numerosi precedenti, nessuno può azzardarsi a mettere la mano sul fuoco.
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«Io sono notizia» (Netflix)
Non una biografia, ma un modo, più accattivante del solo accademico, di ripercorrere la storia dell'Italia: gli anni Novanta e il momento, senza data precisa, in cui il confine tra vita privata e pubblica apparenza, tra famiglia e spettacolo, si è fatto labile.
Fabrizio Corona - Io sono notizia, docuserie in cinque episodi disponibile su Netflix a partire da venerdì 9 gennaio, promette di sfruttare la parabola di un singolo individuo (opportunamente discusso e divisivo) per trovare, poi, gli stilemi di un racconto universale. Non è Corona, dunque, re dei paparazzi, ma il sistema moderno, declinato nel nostro Paese sul berlusconismo, sulla faziosità, vera o presunta, dei media, sul modo in cui il giornalismo si è progressivamente piegato al gossip e alla ricerca della notorietà, dimenticando ogni deontologia professionale.
Io sono notizia, il cui avvento Fabrizio Corona ha annunciato sui propri social network in pompa magna, con l'orgoglio di chi non ha paura di veder riproposta la propria crescita umana, prende il via da lontano. Fabrizio è giovane, figlio di un padre - Vittorio Corona - tanto visionario e talentuoso quanto ingombrante. Corona, padre, avrebbe cambiato il volto dell'editoria, salvo poi essere fatto fuori da quella stessa gente che diceva apprezzarlo. Fabrizio, ragazzo, è cresciuto così, con il complesso, forse inconscio, di dover tenere il passo del genitore, esserne all'altezza. L'ambiente del padre, dunque, è stato l'obiettivo del figlio. Che, diversamente, però, ha deciso di sfruttarlo in altro modo. Fabrizio Corona avrebbe messo in ginocchio i salotti bene, e il gossip sarebbe stato merce di scambio. Lo strappo, che la docuserie ricostruisce, sarebbe arrivato con Vallettopoli e le accuse di estorsione.
Allora, il re dei paparazzi avrebbe perso parte del proprio appeal, trasformandosi nel bersaglio di una giustizia che, per alcuni, ne avrebbe fatto un capro espiatorio. Quel che segue sono processi, dibattiti, prime pagine e opinioni, è lo scontro fra chi considera Corona un demone e chi, invece, lo vorrebbe assolto.
Quel che segue è la rapida ascesa dei social network, di cui il re Mida del gossip ha saputo intuire il potenziale e le criticità, sfruttandoli, come nessun altro, per tessere la propria tela. Ed è qui, tra le pieghe di questa metamorfosi, da ragazzo d'oro a figura confusa, che Netflix racconta essere nato il Fabrizio di oggi, l'essere capace di fare della propria vita un'opera, d'arte o meno sia dibattuto in altra sede.
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