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2019-03-19
Turco sale in tram e spara ai passeggeri. Ipotesi terrorismo
Ansa
Piazza 24 ottobre, zona residenziale nella periferia di Utrecht, città di 300.000 abitanti nel cuore dell'Olanda. Un ragazzo di carnagione olivastra, capelli corti, barba e sopracciglia folte, che indossa un giubbotto blu con cappuccio, è fermo nel piazzale della fermata per i tram.
Un testimone oculare ha raccontato che il soggetto ha puntato in modo evidente la pistola contro una donna a bordo del mezzo pubblico. Poi ha sparato sulle persone che hanno cercato di difenderla o prestarle soccorso. Bilancio: tre morti e nove feriti. Parlando con il quotidiano olandese Algemeen Dagblad e con Skynews, il testimone ha detto che «l'assalitore è uno del quartiere». Poi ha aggiunto: «Non credo abbia agito per terrorismo». Ma gli investigatori olandesi la pensano in modo differente e non scartano alcuna pista. D'altra parte, a distanza di poche ore dalla mattanza in Nuova Zelanda, il pensiero di esperti di intelligence e analisti in un primo momento è stato unanime. Le autorità hanno subito alzato il livello di allerta. «Ci sono stati spari in diversi luoghi stamane a Utrecht», ha confermato il capo dell'antiterrorismo olandese, Pieter-Jaap Aalbersberg, che ha aggiunto: «Ancora non è chiaro e le autorità lavorano per stabilire i fatti. Non possiamo escludere un movente terroristico ed è stata attivata un'unità di crisi».
Dopo le prime concitate fasi d'allerta, le autorità hanno anche diffuso una foto dell'uomo, che in serata è stato arrestato dopo una serrata caccia all'uomo condotta alle forze speciali. Il sospetto stragista è Gökmen Tanis, 37 anni, turco, con una sfilza di precedenti penali e di polizia. Secondo quanto riporta il sito della tv olandese Nos, si tratterebbe dell'autore di una rapina a Best nel febbraio 2012. Non solo: Tanis sarebbe stato fermato per un tentato omicidio a dicembre 2013, avrebbe aperto il fuoco in un appartamento nel quartiere di Kanaleneiland (sempre a Utrecht) nel maggio 2014, avrebbe minacciato un agente di polizia nell'ottobre 2014, avrebbe guidato in stato di ebbrezza nel novembre dello stesso anno, distrutto una vetrina a Utrecht nell'ottobre 2015, danneggiato una stazione di polizia nel luglio 2017 e, infine, avrebbe commesso una violenza sessuale per la quale due settimane fa sarebbe comparso davanti ai giudici in tribunale. Quanto a pedigree criminale, questo immigrato era certamente da considerarsi un individuo pericoloso. Ma sono spuntati anche rapporti con l'Isis. Il particolare è stato riferito da un uomo d'affari di Istanbul alla redazione turca della Bbc. La dichiarazione riportata sul sito Web dell'emittente è questa: «Era stato arrestato alcuni anni fa per presunti legami con l'Isis e poi rilasciato». E subito dopo una testimonianza ancora più preoccupante: «Tanis era andato a combattere anche in Cecenia», area nota per essere uno storico focolaio di attività jihadiste.
«Non parlo con mio figlio da 11 anni», ha detto Mehmet Tanis, padre del sospetto attentatore di Utrecht. «Non conosco la sua situazione psicologica, ma in passato non aveva comportamenti aggressivi. Non so cosa sia successo. Ma se è stato lui, deve essere punito», ha concluso il genitore. Nel frattempo è stato rintracciato un fratello di Gökmen. La polizia lo ha portato in caserma per interrogarlo. Nel giro di pochi minuti sono filtrate notizie su un possibile movente familiare. Un'ora più tardi, coincidenza, Gökmen è stato arrestato. In un tweet la polizia della cittadina olandese ha precisato che l'uomo è stato arrestato nel corso di un raid nella città vecchia. Agenti armati in modo pesante hanno circondato l'edificio che il turco aveva scelto come nascondiglio e l'hanno stanato. «Cosa abbia spinto l'uomo a sparare contro il tram non è ancora chiaro», ha detto il premier olandese, Mark Rutte, in una conferenza stampa in serata (alla quale ha partecipato anche il ministro della Giustizia, Ferdinand Grapperhaus), aggiungendo che «ci sono molte domande» a cui va data ancora una risposta. Le indagini, serrate, sono concentrate anche sul movente estremista. I responsabili dell'antiterrorismo olandese, dopo l'arresto, hanno abbassato il livello di allerta nella città da cinque, che è il punteggio massimo, a quattro, equiparandolo a quello previsto per il resto del Paese. E a confermare che l'ipotesi terroristica è molto accreditata è stato Rutger Jeuken, dell'ufficio della Procura, che ha confermato il lavoro investigativo approfondito legato alla pista terroristica. Le sue parole sono state queste: «Sulla base delle dichiarazioni e delle prove raccolte stiamo prendendo in considerazione il movente terroristico, ma non possiamo escludere altri moventi». Anche perché a tirare in ballo le questioni familiari sono stati proprio i parenti di Gökmen. Un aspetto che, però, se dovesse cadere il movente familiare rispetto alle ipotizzate accuse di terrorismo, potrebbe far finire anche loro nei guai.
Fabio Amendolara
L’Isis esulta: «Ucciso un crociato italiano»
«A quanto pare diverse case-trincee-tunnel sono rimaste. Non me lo faccio dire due volte, se tutto va bene domani riparto!». Scriveva così, il 12 marzo scorso, su Facebook, Lorenzo Orsetti, 33 anni, fiorentino, ucciso ieri dall'Isis a Baghuz (Siria), località sulla sponda dell'Eufrate, vicinissimo al confine con l'Iraq, in pieno Kurdistan. Sono stati i tagliagole islamisti a lanciare sui social network del circuito Aamaq, piattaforma Web legata allo Stato Islamico, la notizia dell'agguato in cui ha perso la vita il foreign fighter arruolatosi, da un anno e mezzo, nelle «Unità di protezione del popolo curdo» (Ypg). «Abbiamo ucciso un crociato italiano», hanno annunciato nelle didascalie della foto di un cadavere, oltre a quelle che ritrae la sua tessera sanitaria e una carta di credito dell'uomo. Insieme alla Brigata internazionale dei curdi - che ha l'appoggio dell'aviazione Usa - Orsetti aveva partecipato all'assalto finale per rompere le ultime difese del Califfato nella parte orientale della Siria, dove i jihadisti hanno costruito rifugi sotto terra per sfuggire agli attacchi aerei americani. «Siamo orgogliosi di lui, della scelta che ha fatto, ma ora siamo distrutti dal dolore», ha detto il papà, Alessandro Orsetti, che ha avuto conferma dell'uccisione dal comandante del reparto curdo. «Ha sempre voluto aiutare gli altri. Voleva liberare i curdi dal fascismo. Noi eravamo contrari alla sua partenza, io non riesco più a dormire la notte», piange mamma Annalisa. Il suo nome di battaglia era Tekoser (lottatore), e aveva partecipato l'anno scorso anche all'eroica resistenza di Afrin, roccaforte delle forze democratiche siriane. Per 13 anni, Orsetti aveva lavorato nell'alta ristorazione in Toscana: «Ho fatto il cameriere, il sommelier, il cuoco», spiegava in una intervista al Corriere Fiorentino nel 2018. «Mi sono avvicinato alla causa curda perché mi convincevano gli ideali che la ispirano, vogliono costruire una società più giusta più equa». Appena una settimana prima di morire - attraverso l'emittente Radio Ondarossa - aveva lanciato l'allarme sui bombardamenti dei campi profughi da parte di Ankara. «Mancano cibo e acqua potabile, le città sono distrutte e piene di mine. È assurdo continuare a dare soldi alla Turchia visto l'uso che ne fa». Appassionato di scrittura, aveva pubblicato alcuni racconti nella sezione «Internazionale» del portale Milano in movimento.
Definiva la guerra ai soldati di Al Baghdadi una «battaglia di civiltà». E al sito Gli occhi della guerra aveva narrato gli incontri ravvicinati con gli assassini di Daesh. «Un paio di volte sono quasi riusciti ad accerchiarci. Nel deserto hanno contrattaccato e travolto le nostre postazioni. Quando iniziano a morirti i tuoi compagni accanto, soprattutto per le mine e i cecchini, non lo dimentichi. Adesso molti miliziani stranieri si arrendono, ma spesso si sono fatti saltare in aria quando non avevano vie di scampo. Lo Stato Islamico è un male assoluto». Il suo profilo Facebook - sotto il nome Orso Dellatullo - da ieri si è trasformato in un muro del pianto virtuale. Molti amici e semplici ammiratori commentano la foto profilo con tuta mimetica e fucile mitragliatore, e condividono il suo motto: «Meglio aggiungere vita ai giorni che giorni alla vita». I miliziani curdi hanno reso pubblico il suo testamento: «Ciao, se state leggendo questo messaggio significa che non sono più in questo mondo. Nonostante questa prematura dipartita, la mia vita resta comunque un successo e sono quasi certo che me ne sono andato con il sorriso sulle labbra. Non avrei potuto chiedere di meglio».
Simone Di Meo
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Tre morti e nove feriti a Utrecht. La polizia cattura l'assassino. A processo per furto e stupro, era stato indagato per jihadismo.Accerchiata pattuglia curda a Baghuz, ultima roccaforte del Califfato in Siria. Fra i caduti c'è anche il fiorentino Lorenzo Orsetti, che si era arruolato nello Ypg per combattere gli jihadisti. Pubblicati sul Web la foto del corpo e dei documenti, il papà: «Fiero di lui».Lo speciale contiene due articoli Piazza 24 ottobre, zona residenziale nella periferia di Utrecht, città di 300.000 abitanti nel cuore dell'Olanda. Un ragazzo di carnagione olivastra, capelli corti, barba e sopracciglia folte, che indossa un giubbotto blu con cappuccio, è fermo nel piazzale della fermata per i tram. Un testimone oculare ha raccontato che il soggetto ha puntato in modo evidente la pistola contro una donna a bordo del mezzo pubblico. Poi ha sparato sulle persone che hanno cercato di difenderla o prestarle soccorso. Bilancio: tre morti e nove feriti. Parlando con il quotidiano olandese Algemeen Dagblad e con Skynews, il testimone ha detto che «l'assalitore è uno del quartiere». Poi ha aggiunto: «Non credo abbia agito per terrorismo». Ma gli investigatori olandesi la pensano in modo differente e non scartano alcuna pista. D'altra parte, a distanza di poche ore dalla mattanza in Nuova Zelanda, il pensiero di esperti di intelligence e analisti in un primo momento è stato unanime. Le autorità hanno subito alzato il livello di allerta. «Ci sono stati spari in diversi luoghi stamane a Utrecht», ha confermato il capo dell'antiterrorismo olandese, Pieter-Jaap Aalbersberg, che ha aggiunto: «Ancora non è chiaro e le autorità lavorano per stabilire i fatti. Non possiamo escludere un movente terroristico ed è stata attivata un'unità di crisi». Dopo le prime concitate fasi d'allerta, le autorità hanno anche diffuso una foto dell'uomo, che in serata è stato arrestato dopo una serrata caccia all'uomo condotta alle forze speciali. Il sospetto stragista è Gökmen Tanis, 37 anni, turco, con una sfilza di precedenti penali e di polizia. Secondo quanto riporta il sito della tv olandese Nos, si tratterebbe dell'autore di una rapina a Best nel febbraio 2012. Non solo: Tanis sarebbe stato fermato per un tentato omicidio a dicembre 2013, avrebbe aperto il fuoco in un appartamento nel quartiere di Kanaleneiland (sempre a Utrecht) nel maggio 2014, avrebbe minacciato un agente di polizia nell'ottobre 2014, avrebbe guidato in stato di ebbrezza nel novembre dello stesso anno, distrutto una vetrina a Utrecht nell'ottobre 2015, danneggiato una stazione di polizia nel luglio 2017 e, infine, avrebbe commesso una violenza sessuale per la quale due settimane fa sarebbe comparso davanti ai giudici in tribunale. Quanto a pedigree criminale, questo immigrato era certamente da considerarsi un individuo pericoloso. Ma sono spuntati anche rapporti con l'Isis. Il particolare è stato riferito da un uomo d'affari di Istanbul alla redazione turca della Bbc. La dichiarazione riportata sul sito Web dell'emittente è questa: «Era stato arrestato alcuni anni fa per presunti legami con l'Isis e poi rilasciato». E subito dopo una testimonianza ancora più preoccupante: «Tanis era andato a combattere anche in Cecenia», area nota per essere uno storico focolaio di attività jihadiste. «Non parlo con mio figlio da 11 anni», ha detto Mehmet Tanis, padre del sospetto attentatore di Utrecht. «Non conosco la sua situazione psicologica, ma in passato non aveva comportamenti aggressivi. Non so cosa sia successo. Ma se è stato lui, deve essere punito», ha concluso il genitore. Nel frattempo è stato rintracciato un fratello di Gökmen. La polizia lo ha portato in caserma per interrogarlo. Nel giro di pochi minuti sono filtrate notizie su un possibile movente familiare. Un'ora più tardi, coincidenza, Gökmen è stato arrestato. In un tweet la polizia della cittadina olandese ha precisato che l'uomo è stato arrestato nel corso di un raid nella città vecchia. Agenti armati in modo pesante hanno circondato l'edificio che il turco aveva scelto come nascondiglio e l'hanno stanato. «Cosa abbia spinto l'uomo a sparare contro il tram non è ancora chiaro», ha detto il premier olandese, Mark Rutte, in una conferenza stampa in serata (alla quale ha partecipato anche il ministro della Giustizia, Ferdinand Grapperhaus), aggiungendo che «ci sono molte domande» a cui va data ancora una risposta. Le indagini, serrate, sono concentrate anche sul movente estremista. I responsabili dell'antiterrorismo olandese, dopo l'arresto, hanno abbassato il livello di allerta nella città da cinque, che è il punteggio massimo, a quattro, equiparandolo a quello previsto per il resto del Paese. E a confermare che l'ipotesi terroristica è molto accreditata è stato Rutger Jeuken, dell'ufficio della Procura, che ha confermato il lavoro investigativo approfondito legato alla pista terroristica. Le sue parole sono state queste: «Sulla base delle dichiarazioni e delle prove raccolte stiamo prendendo in considerazione il movente terroristico, ma non possiamo escludere altri moventi». Anche perché a tirare in ballo le questioni familiari sono stati proprio i parenti di Gökmen. Un aspetto che, però, se dovesse cadere il movente familiare rispetto alle ipotizzate accuse di terrorismo, potrebbe far finire anche loro nei guai.Fabio Amendolara<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/turco-sale-in-tram-e-spara-ai-passeggeri-ipotesi-terrorismo-2632041631.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lisis-esulta-ucciso-un-crociato-italiano" data-post-id="2632041631" data-published-at="1777506967" data-use-pagination="False"> L’Isis esulta: «Ucciso un crociato italiano» «A quanto pare diverse case-trincee-tunnel sono rimaste. Non me lo faccio dire due volte, se tutto va bene domani riparto!». Scriveva così, il 12 marzo scorso, su Facebook, Lorenzo Orsetti, 33 anni, fiorentino, ucciso ieri dall'Isis a Baghuz (Siria), località sulla sponda dell'Eufrate, vicinissimo al confine con l'Iraq, in pieno Kurdistan. Sono stati i tagliagole islamisti a lanciare sui social network del circuito Aamaq, piattaforma Web legata allo Stato Islamico, la notizia dell'agguato in cui ha perso la vita il foreign fighter arruolatosi, da un anno e mezzo, nelle «Unità di protezione del popolo curdo» (Ypg). «Abbiamo ucciso un crociato italiano», hanno annunciato nelle didascalie della foto di un cadavere, oltre a quelle che ritrae la sua tessera sanitaria e una carta di credito dell'uomo. Insieme alla Brigata internazionale dei curdi - che ha l'appoggio dell'aviazione Usa - Orsetti aveva partecipato all'assalto finale per rompere le ultime difese del Califfato nella parte orientale della Siria, dove i jihadisti hanno costruito rifugi sotto terra per sfuggire agli attacchi aerei americani. «Siamo orgogliosi di lui, della scelta che ha fatto, ma ora siamo distrutti dal dolore», ha detto il papà, Alessandro Orsetti, che ha avuto conferma dell'uccisione dal comandante del reparto curdo. «Ha sempre voluto aiutare gli altri. Voleva liberare i curdi dal fascismo. Noi eravamo contrari alla sua partenza, io non riesco più a dormire la notte», piange mamma Annalisa. Il suo nome di battaglia era Tekoser (lottatore), e aveva partecipato l'anno scorso anche all'eroica resistenza di Afrin, roccaforte delle forze democratiche siriane. Per 13 anni, Orsetti aveva lavorato nell'alta ristorazione in Toscana: «Ho fatto il cameriere, il sommelier, il cuoco», spiegava in una intervista al Corriere Fiorentino nel 2018. «Mi sono avvicinato alla causa curda perché mi convincevano gli ideali che la ispirano, vogliono costruire una società più giusta più equa». Appena una settimana prima di morire - attraverso l'emittente Radio Ondarossa - aveva lanciato l'allarme sui bombardamenti dei campi profughi da parte di Ankara. «Mancano cibo e acqua potabile, le città sono distrutte e piene di mine. È assurdo continuare a dare soldi alla Turchia visto l'uso che ne fa». Appassionato di scrittura, aveva pubblicato alcuni racconti nella sezione «Internazionale» del portale Milano in movimento. Definiva la guerra ai soldati di Al Baghdadi una «battaglia di civiltà». E al sito Gli occhi della guerra aveva narrato gli incontri ravvicinati con gli assassini di Daesh. «Un paio di volte sono quasi riusciti ad accerchiarci. Nel deserto hanno contrattaccato e travolto le nostre postazioni. Quando iniziano a morirti i tuoi compagni accanto, soprattutto per le mine e i cecchini, non lo dimentichi. Adesso molti miliziani stranieri si arrendono, ma spesso si sono fatti saltare in aria quando non avevano vie di scampo. Lo Stato Islamico è un male assoluto». Il suo profilo Facebook - sotto il nome Orso Dellatullo - da ieri si è trasformato in un muro del pianto virtuale. Molti amici e semplici ammiratori commentano la foto profilo con tuta mimetica e fucile mitragliatore, e condividono il suo motto: «Meglio aggiungere vita ai giorni che giorni alla vita». I miliziani curdi hanno reso pubblico il suo testamento: «Ciao, se state leggendo questo messaggio significa che non sono più in questo mondo. Nonostante questa prematura dipartita, la mia vita resta comunque un successo e sono quasi certo che me ne sono andato con il sorriso sulle labbra. Non avrei potuto chiedere di meglio». Simone Di Meo
iStock
Dall’anno scorso, per questa ragione, l’Autorità garante della concorrenza e del mercato ha avviato un’istruttoria sull’operato di Dolomiti Superski e sulle sue presunte violazioni delle norme di libera concorrenza. Federconsorzi Dolomiti Superski e i 12 consorzi che ne fanno parte (tra le province di Bolzano, Trento e Belluno) hanno risposto negoziando una serie di proposte. La più discussa riguarderebbe un rimborso skipass per le stagioni 2022/23, 2023/24, 2024/25. Verrebbero messi sul piatto 30 milioni di euro, cifra che potrebbe corrispondere proprio a quella della sanzione massima che l’Agcm potrebbe infliggere all’azienda in caso di violazioni accertate, pari al 10% del suo fatturato. L’erogazione di 30 milioni sarebbe prevista in due forme: come «rimborso diretto monetario», pari al 20% del prezzo di uno skipass plurigiornaliero acquistato nelle ultime tre stagioni concluse, 2022/2023, 2023/2024 e 2024/2025, e a tal fine sarebbe garantito un tetto di 12 milioni. Oppure come sconto sull’acquisto di uno skipass futuro (pari al 30% del precedente esborso, con 18 milioni disponibili). Tuttavia Assoutenti non pare soddisfatta. «La soluzione non convince», afferma il presidente Gabriele Melluso, «i rimborsi saranno di entità diversa a seconda della scelta del consumatore di ottenere un indennizzo in denaro o un buono sconto su acquisti futuri, circostanza che crea discriminazioni e induce gli utenti ad acquistare nuovi skipass se vogliono ottenere il più alto vantaggio possibile. Inoltre i rimborsi arriveranno solo a chi si attiverà prima, e una volta terminato il fondo messo a disposizione, chi presenterà la richiesta, pur avendo diritto a ottenere un indennizzo, rimarrà a mani vuote». Non comparirebbe inoltre tra gli impegni la volontà di abbassare per tutti gli sciatori le tariffe skipass. In effetti l’erogazione dei risarcimenti sarà garantita dal meccanismo «first come, first served», cioè chi prima arriva, meglio alloggia. Ma non è l’unico argomento di discussione. Tra le proposte riparatrici avanzate da Dolomiti Superski, quella di «garantire piena libertà decisionale» ai consorzi «in merito a prezzi e sconti degli skipass, eliminando ogni asserita forma di coordinamento delle politiche commerciali», rendendo ciascuno libero di «determinare autonomamente la propria strategia». La proposta sarebbe quella di eliminare «tutte le indicazioni dirette o indirette di prezzo», dunque «le tre fasce di prezzi/sconti nelle quali fino a oggi venivano collocati i consorzi e le stesse soglie di sconto minimo e massimo». Dopodiché sarebbe stata prospettata l’eliminazione «di qualsivoglia forma di coordinamento» delle promozioni, eccezion fatta per la facoltà del Superski di richiedere ai consorzi di aderire al «Dolomiti Superpremière» e ai «Dolomiti Springdays». C’è tempo fino al 27 maggio per accogliere i rilievi del caso, fino alla decisione finale dell’Autorità.
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Luca Di Donna e Francesco Alcaro
Dopo Giovanni Buini e Dario Bianchi, ieri è stato il turno di Francesco Alcaro, imprenditore informatico fondatore della società Jarvit Srl, convocato dalla commissione Covid dopo che, lo scorso 15 aprile, Giacomo Amadori sulla Verità aveva pubblicato il contratto che legava l’imprenditore a Di Donna (che lavorava nello studio del professor Guido Alpa, come l’ex premier grillino). Alcaro, che nel 2020 stava lavorando su un progetto da 3 milioni di euro, ha riferito di essere stato approcciato da Di Donna ed Esposito i quali, in cambio della loro intermediazione, hanno richiesto una percentuale del 5% sul valore del progetto. Il manager ha sottoscritto il contratto raccontando che, quando ha ricevuto la mail dell’ex collega di Conte con la proposta, è andato a controllare sul sito dello studio Alpa chi fossero i componenti: «Ho fatto delle ricerche e ho ritenuto in quel caso che lo studio Alpa avesse una competenza molto importante perché c’erano figure che erano molto esposte e con esperienza». Quali? «Giuseppe Conte, ad esempio», è stata la replica di Alcaro.
L’imprenditore, una volta resosi conto che il lavoro sarebbe rimasto interamente in capo alla sua società («Il peso della realizzazione del progetto era al 90% sulla mia società e al 10% su di loro»), ha poi deciso di risolvere il contratto. La vicenda sarebbe finita qui, secondo Alfonso Colucci, capogruppo M5s in commissione Covid, che in una nota ha dichiarato che l’audizione di Alcaro è stata «un flop […] nel vano tentativo di far pronunciare ad Alcaro un addebito a carico di Conte o quantomeno dello stesso Di Donna».
Molte cose, però, non tornano. La prima è che Di Donna ed Esposito hanno mandato all’imprenditore le loro email, inerenti la realizzazione del piano da 3 milioni, proprio dal dominio internet dello studio Alpa dove, fino all’anno prima, Conte ha svolto la sua attività professionale: «Quello che ha determinato la mia scelta è stato proprio lo studio Alpa. Se la mail fosse arrivata da un altro indirizzo probabilmente ci avrei pensato molto di più», ha rivelato il manager. La seconda è che non è stato l’imprenditore a contattare Di Donna ed Esposito ma viceversa: nella testimonianza, Alcaro ha dichiarato di non ricordare se la prima telefonata operativa la avesse fatta lui o i due avvocati, ma ha confermato al presidente della commissione Covid Marco Lisei (Fdi) che sono stati proprio i due legali a proporre alla Jarvit i servizi e non lui ad averli cercati. Incalzato da Alice Buonguerrieri (Fdi), che gli chiedeva per quale motivo avesse accettato condizioni contrattuali capestro, la risposta di Alcaro è stata chiara: il fondatore della Jarvit ha confermato che Di Donna si era reso «certo della possibile riuscita del progetto». Ed è quantomeno curiosa questa certezza a fronte di una prestazione dei due avvocati che, a detta dell’imprenditore, non è stata soddisfacente.
«Quale attività avrebbe, dunque, dovuto fare il collega di Conte a fronte della richiesta di centinaia di migliaia di euro di parcella?», ha commentato Buonguerrieri. «Siamo ancora una volta di fronte a un’anomala ed enorme richiesta di denaro coperta dal solito contratto di consulenza farlocco, come già emerso nei casi di Giovanni Buini e Dario Bianchi. Fratelli d’Italia andrà fino in fondo a questa vicenda per capire come e perché un collega dell’allora premier Giuseppe Conte potesse avere tale accesso ai gangli decisionali del potere», ha concluso Buonguerrieri.
«L’audizione di oggi in commissione Covid ha visto per la terza volta un testimone affermare che in piena pandemia l’avvocato Luca Di Donna, collega di studio dell’allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte, era intento a procacciare affari richiedendo percentuali a proprio favore. Questa nuova testimonianza rende ineludibili ulteriori indagini per appurare quanto Giuseppe Conte sapesse dell’operato di un suo collega di studio», hanno aggiunto Galeazzo Bignami e Lucio Malan, presidenti rispettivamente dei deputati e dei senatori di Fratelli d’Italia.
Resta da capire, in effetti, per quale motivo Conte non abbia ancora preso iniziative nei confronti dell’ex collega di studio. Certo è che la provocazione dell’ex premier lanciata in Aula contro i deputati di Fdi affinché facciano a meno dell’immunità per poi «vedersela in tribunale» lascia il tempo che trova: l’immunità parlamentare è funzionale all’incarico e i deputati non possono, sic et simpliciter, rinunciarvi. Dovrebbe essere semmai la giunta per le autorizzazioni a procedere a valutare, caso per caso, se revocarla, ma è difficile che lo faccia in assenza di denunce.
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Ansa
Tra esse, in particolare, quella contenuta nel comma 3 dell’articolo 29, che abroga l’articolo 142 del Testo unico sulle spese di giustizia, in cui era prevista l’assistenza legale gratuita a favore degli stranieri extracomunitari nei processi avverso i provvedimenti di espulsione amministrativa adottati ai sensi dell’articolo 13 del decreto legislativo numero 286 del 1998. Si tratta di un primo, timido segnale della finalmente avvertita necessità di contrastare in qualche modo il fenomeno costituito dalla indiscriminata possibilità offerta a qualsiasi straniero extracomunitario entrato irregolarmente in Italia di avvalersi di assistenza legale a spese dello Stato per esperire tutti i possibili mezzi di impugnazione consentiti dal nostro ordinamento avverso i provvedimenti adottati nei suoi confronti sulla base della vigente normativa in materia di immigrazione.
Si tratta, però, appunto, soltanto di un timido segnale che, di fatto, sembra destinato a lasciare le cose come stanno. Tanto per cominciare, infatti, resta intatta la possibilità, per lo straniero extracomunitario, di ottenere l’ordinaria ammissione al patrocinio a spese dello Stato sulla base di una semplice e incontrollabile autocertificazione circa l’inesistenza o l’insufficienza di redditi prodotti all’estero, quando - come in realtà avviene, per le più varie ragioni, nella grande maggioranza dei casi - si ritenga che egli si sia trovato nell’impossibilità di ottenere una certificazione da parte dell’autorità consolare del suo Paese, come richiesto dall’articolo 79, comma 2, del Testo unico sulle spese di giustizia. Ciò sulla base della sentenza della Corte costituzionale numero 157 del 2021, dichiarativa della parziale incostituzionalità di detta ultima norma, appunto nella parte in cui non prevedeva che, in caso di impossibilità di ottenere la certificazione consolare, alla sua mancanza potesse supplirsi con un’autocertificazione dell’interessato. Secondariamente, resta pure intatta la previsione, contenuta nell’articolo 14, comma 4, del citato decreto legislativo numero 286/1998, in base alla quale lo straniero extracomunitario è in ogni caso ammesso al patrocinio a spese dello Stato nel procedimento di convalida del provvedimento con il quale viene disposto, in vista dell’espulsione, il suo trattenimento in un centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr). Così come, infine, resta intatta la previsione dell’articolo 16, comma 2, del decreto legislativo numero 25 del 2008, per la quale, ai fini delle impugnazioni delle decisioni in materia di riconoscimento dello status di rifugiato o di altre forme di protezione internazionale, lo straniero - per via del richiamo all’articolo 94 del Testo unico sulle spese di giustizia che, a sua volta, richiama il già citato articolo 79, comma 2, del medesimo Testo unico - è ammesso al patrocinio a spese dello Stato alla sola condizione, per quanto riguarda il requisito reddituale, costituita dalla produzione della stessa autocertificazione prevista dalla sentenza della Corte costituzionale di cui si è detto in precedenza.
Vi è, peraltro, da osservare, a quest’ultimo proposito, che nella medesima sentenza si afferma che dovrebbe essere onere dell’interessato provare «di aver compiuto tutto quanto esigibile secondo correttezza e diligenza» per ottenere, senza poi esservi riuscito, la certificazione da parte dell’autorità consolare del suo Paese, solo a tale condizione potendosi ammettere che essa sia sostituita dall’autocertificazione dello stesso interessato. Ma la verifica di tale condizione, nella pratica quotidiana, viene spesso e volentieri omessa, prendendosi per buono, purché non palesemente inverosimile, solo quanto affermato dall’interessato a sostegno dell’asserita «impossibilità» di ottenere la certificazione in questione. Da qui una prima conclusione, e cioè quella che sarebbe opportuno prevedere come obbligatorio, con apposita norma, che, quando lo straniero sia ammesso al gratuito patrocinio sulla base dell’autocertificazione da lui prodotta, nel relativo provvedimento si attesti l’avvenuta effettuazione della suddetta verifica e si indichino le ragioni per le quali essa abbia avuto esito positivo.
Ma una seconda e più importante conclusione è quella alla quale dovrebbe giungersi con riguardo al già accennato fenomeno costituito dalle impugnazioni che, grazie alla indiscriminata disponibilità dell’assistenza legale gratuita, vengono sistematicamente proposte dagl’interessati avverso ogni sorta di provvedimenti ad essi sfavorevoli in materia di immigrazione, indipendentemente dall’esistenza o meno di ragionevoli prospettive di un loro accoglimento. Per eliminare o, almeno, ridurre significativamente tale fenomeno, sarebbe necessario prevedere che l’assistenza legale gratuita possa essere negata ogni qual volta l’impugnazione che si intenda proporre avverso un determinato provvedimento appaia chiaramente destinata all’insuccesso. Ciò in perfetta conformità a quanto espressamente previsto tanto all’articolo 20, comma 3, dell’ancora vigente direttiva europea numero 32 del 2013 quanto all’articolo 29, comma 3, lettera b), della direttiva europea numero 1.346 del 2024, applicabile a partire dal 12 giugno 2026, fermo restando che, come pure espressamente previsto da detta ultima norma, l’assistenza legale gratuita sarebbe sempre concessa al solo, limitato fine della proposizione dell’impugnazione avverso il provvedimento con il quale essa sia stata negata. E dovrebbe, in particolare, ritenersi destinata, di regola, all’insuccesso ogni impugnazione avverso provvedimenti di diniego della protezione internazionale adottati nei numerosi casi, elencati negli articoli 28 ter e 29 del Decreto legislativo numero 25 del 2008, in cui la relativa richiesta sia da considerare inammissibile o manifestamente infondata; casi tra i quali rientra, ad esempio, quello che il richiedente asilo provenga da un Paese da ritenersi «sicuro».
Ai fini dell’adozione degli auspicabili interventi normativi di cui si è detto, potrebbe rivelarsi provvidenziale il «pasticcio» creatosi con l’emanazione, contestualmente alla conversione in legge del decreto legge numero 23/2026, del decreto legge «correttivo» numero 55/2026. In sede di conversione, infatti, di quest’ultimo decreto, ad esso potrebbero apportarsi, vertendosi comunque nella stessa materia, le modifiche nelle quali verrebbero a sostanziarsi i suddetti interventi (nella speranza che, naturalmente, in ossequio all’ormai avvenuta trasformazione dello Stato in senso monarchico, vi sia anche l’assenso del Sovrano che ha sede sul colle più alto).
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