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2018-07-18
Trump si siede al tavolo dei talebani e decide pure il futuro delle nostre truppe
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Ansa
La sua amministrazione, in materia di difesa e sicurezza, è infatti chiamata a risolvere un rebus ai limiti dell'impossibile, tenendo insieme tre esigenze opposte.
Primo: porre rimedio al ritiro generalizzato, a un «withdrawal» non solo militare, ma politico e perfino morale, che, negli otto anni dell'amministrazione Obama, ha disastrosamente fatto arretrare gli Usa da tutti i teatri decisivi, creando un «vacuum»immediatamente occupato da altri attori: Iran, Russia, Cina, e per altro verso il terrore islamista. Trump, di tutta evidenza, vuole mostrare che l'America è tornata, e sa difendere il suo interesse nazionale riprendendosi il centro del ring.
Secondo: fare i conti con una scarsità di risorse che però non consente un impegno massiccio, simultaneo, convenzionale su troppi versanti contemporaneamente. All'inizio del 2017, cioè all'alba dell'amministrazione Trump, si contavano già cinque fronti aperti: Siria, Iraq, Afghanistan, Somalia, Yemen.
Terzo: tenere presente che Trump è stato eletto sulla base di una piattaforma che dice «America First». Il che non vuol dire
isolazionismo, come hanno erroneamente ritenuto in troppi: significa invece che ogni protagonismo internazionale non deve essere «gratuito», ma concretamente funzionale alla centralità dell'interesse nazionale americano.
Si comprende bene che non è facile «settle the conundrum», cioè risolvere l'enigma. Per farlo, o per essere aiutato a farlo, Trump ha scelto come Segretario alla Difesa un uomo su cui l'aneddotica è vastissima: James Mattis, già generale dei Marines, definito «Mad Dog» (letteralmente: cane pazzo). Si racconta che, all'inizio della sua missione in Iraq, incontrando alcuni capi locali, abbia detto loro brutalmente: «Sono venuto in pace. Ma se provate e imbrogliarmi, vi ammazzo tutti». Ma, racconti pulp a parte, Mattis è tutto tranne che pazzo: non solo perché, conoscendo bene la guerra, non è affatto un fanatico. Semmai, sono note le sue passioni per la storia: è persona di cultura profonda e non esibita, non solo un uomo di campo. E soprattutto ha il talento di dire a Trump interamente la propria opinione, anche in modo ruvido, ma a porte chiuse, senza contraddirlo in pubblico, senza cercare la polemica pubblica o l'applauso dei media ostili a The Donald.
È noto ad esempio che Mattis è più duro di Trump con la Russia; che tiene alle alleanze tradizionali con i paesi europei; che, diversamente dall'inquilino della Casa Bianca, pur condividendo una posizione durissima verso il regime iraniano, non considera l'Iran un deal totalmente da buttare. Anche nel corso del recente vertice Nato a Bruxelles (non a Helsinki con Putin), Mattis ovviamente c'era, reduce a sua volta da un importante giro in Europa: ma ha tenuto un profilo pubblico bassissimo. Nessuna dichiarazione pubblica, meno che mai per acchiappare titoli.
I media nemici di Trump (cioè quasi tutti) dicono che faccia così perché teme il licenziamento (come già successo a Rex Tillerson, l'ex Segretario di Stato cacciato più o meno via Twitter, con cui Mattis condivideva conversazioni a due, e spesso anche a tre nel tentativo di illustrare a Trump scenari e opportunità). Qui, invece, proponiamo una spiegazione diversa: Mattis è un militare, un uomo serio, e uno che crede nel ruolo costituzionale del Presidente Usa. È dovere di un ministro consigliarlo, suggerirgli soluzioni, con relativi costi e benefici. Poi tocca al Presidente decidere: e Mattis non farà nulla per polemizzare in pubblico o per elemosinare la luce delle telecamere.
Da questo complesso e delicato equilibrio tra Trump e Mattis - insieme strategico e psicologico, militare e umano - è venuta fuori una «dottrina» forse non ortodossa, forse non lineare, certamente mutevole e pragmatica, ma di sicuro interesse. Un mix di minacce e toni altissimi da una parte, e ricerca di intese su basi nuove dall'altra. Trump usa la doppia minaccia più classica e pesante: per un verso le sanzioni economiche, per altro verso il pugno duro militare (nei casi più gravi, anche evocando il tema nucleare), e poi cerca un reset. Non un reset finto, però: ma un reset effettivo, realizzato avendo tirato la corda fino al massimo punto possibile, per conquistare il miglior accordo dal punto di vista di Washington.
Non pretendiamo di coniare qui una definizione, ma, dovessimo provarci, parleremmo di una sorta di «deterrenza 2.0» o di «deterrenza diffusa»: mentre nella tradizionale Guerra Fredda la deterrenza (e quindi il «monito» rappresentato da un immenso arsenale anche nucleare) era giocato unicamente in termini dissuasivi rispetto al grande nemico dell'Urss, Trump sembra ispirarsi a quel metodo ma – per così dire – spezzettandolo e su scala minore, distribuendo la minaccia (ma anche il suo pendant, e cioè una buona offerta di intesa commerciale) nei diversi teatri.
Solo il tempo ci dirà se e in che misura questa scommessa potrà funzionare, se Washington manterrà il suo ruolo egemone, e che tipo di compromesso dovrà elaborare in primo luogo con Pechino, e in subordine con Mosca.
Gli Usa aprono il dialogo con i talebani
Giphy
Gli Stati Uniti si preparano a una svolta in Afghanistan? Sembrerebbe di sì.
Stando a quanto riporta il New York Times, lo Zio Sam sarebbe infatti intenzionato ad avviare dei colloqui diretti con i talebani, venendo così incontro a quanto costoro hanno spesso richiesto in passato. Si tratterebbe di una vera e propria rivoluzione strategica, visto che - sino ad oggi - Washington si è sempre rifiutata di riconoscere ai mullah la dignità di interlocutori diplomatici.
È abbastanza chiaro che il fine sia quello di spingere il governo di Kabul a trattare con i talebani, cercando così di arrivare a una stabilizzazione politica in un territorio martoriato, ancora oggi, da sanguinose scie di attentati. Una strategia, almeno apparentemente, non poi così lontana da quella adottata da Richard Nixon e Henry Kissinger negli anni Settanta, quando decisero di risolvere la guerra contro Ho Chi Minh, attraverso una progressiva «vietnamizzazione» del conflitto. Del resto, non è un mistero che il presidente americano, Donald Trump, consideri l'Afghanistan un pantano oneroso e impopolare, da cui si ritirerebbe volentieri nel più breve tempo possibile.
È dai tempi della campagna elettorale che il miliardario critica infatti questo conflitto: la netta presa di distanze dalle guerre di Iraq e Afghanistan era d'altronde parte di una ben precisa strategia politica, che aveva l'obiettivo di attaccare frontalmente l'ex presidente George W. Bush il quale - notoriamente - di quei conflitti era stato tra i principali artefici. Addirittura il magnate si era spinto in passato a parlare di un ritiro delle truppe americane dal teatro afghano. Una linea che si è tuttavia ineluttabilmente scontrata con le alte sfere dell'esercito e con i deputati repubblicani più radicali. Tanto che, alcuni mesi fa, il presidente era sembrato tornare sui suoi passi, annunciando un aumento di soldati statunitensi sul territorio.
Adesso però pare propendere nuovamente per l'approccio isolazionista. Un approccio non semplicissimo da attuare, vista anche la presenza in loco di pericolosissime cellule legate allo Stato Islamico. Appena ieri, un attentato kamikaze dell'Isis ha fatto venti vittime nel Nord del Paese. Come che sia, il presidente sembra essere deciso a cambiare linea. E non è forse un caso che questa novità abbia luogo quasi in concomitanza dell'incontro avvenuto con il presidente russo, Vladimir Putin, ad Helsinki lunedì scorso. Un incontro che ha evidenziato una volta di più come Trump sia fermamente intenzionato ad abbandonare le logiche della Guerra Fredda, oltre alle politiche bellicose e interventiste di suoi predecessori come lo stesso Bush e Bill Clinton.
La svolta afghana potrebbe insomma rappresentare un tassello in seno a una strategia geopolitica più generale, volta ad imprimere alle relazioni internazionali dello Zio Sam un'impronta dal chiaro sapore kissingeriano. E questo, nonostante le fortissime opposizioni interne, che provengono dall'esercito, dall'intelligence e da ampi settori del Congresso (senza dimenticare poi l'industria bellica).
Anche perché, da buon fiutatore elettorale, Trump è pienamente consapevole che questa sua nuova linea sia in fondo apprezzata dall'elettore medio: quell'elettore, cioè, che non capisce per quale ragione, dopo diciassette anni, gli Stati Uniti debbano restare coinvolti in un teatro di guerra, colmo di difficoltà ben lungi dal poter essere risolte.
Certo: la lotta è rischiosa. E la strada è in salita. Trump lo sa. Anche perché i suoi avversari hanno già ripreso a minacciarlo, agitandogli contro lo spettro del Russiagate. E, guarda caso, proprio ieri il magnate ha fatto una mezza marcia indietro sulle sue critiche verso l'intelligence americana, pronunciate in occasione dell'incontro con Putin. Segno di come questa svolta geopolitica sia molto difficoltosa. E di come Trump sia per necessità costretto a barcamenarsi tra posizioni contraddittorie, per trovare un margine d'azione concreta che gli consenta di destreggiarsi tra i marosi della politica statunitense.
Ci riuscirà? L'Afghanistan potrebbe già rivelarsi un importante banco di prova.
Stefano Graziosi
Meno militari italiani a Bagdad e Kabul, più aerei in cielo
Quando il 30 luglio prossimo si apriranno per Giuseppe Conte le porte della Casa Bianca, i dossier prevedibilmente sul tavolo saranno tre: per un verso le reciproche buone opportunità commerciali; per altro verso, la questione europea, con il chiaro tentativo di Trump di sganciare il maggior numero di paesi Ue dall'orbita o comunque dalla dipendenza rispetto alla Germania della Merkel; e infine il tasto dolente delle spese militari.
Anche all'Italia sarà chiesto un impegno maggiore impegno verso il fatidico 2% (nell'ultimo vertice Nato, Trump si è provocatoriamente spinto a chiedere il raddoppio fino alla cifra monstre del 4!). È presumibile che chi «brieferà» Conte lo istruirà a rivendicare il forte impegno italiano nelle missioni estere. E in effetti, in base al decreto approvato dallo scorso Parlamento in articulo mortis, il quadro dell'impegno estero delle truppe italiane anche per il 2018 è davvero notevole: conferma di tutte le missioni già esistenti nel 2017, più nuovi impegni africani in funzione del contenimento dell'estremismo jihadista e del traffico di esseri umani. Quest'ultimo fronte prevede un rafforzamento della presenza in Libia, un nuovo
impegno in Tunisia, più la contesta missione in Niger, ritenuta da molti più funzionale agli interessi francesi che a quelli italiani.
Come contrappeso rispetto a questo maggiore impegno in Nord Africa, è stata decisa una corrispondente riduzione della presenza in Medio Oriente (Afghanistan e Iraq). Stesso numero complessivo di soldati, risorse leggermente in crescita (circa 80 milioni in più dell'anno precedente), fino a un budget di un miliardo e mezzo di euro. Ma attenzione: le risorse non sono sufficienti e per arrivare a fine anno occorrerà forse un'iniezione di denaro in più.
Restano operative le presenze italiane in Libano e Kosovo, nel primo caso sotto egida Onu, nel secondo in ambito Nato. Sempre nel quadro dell'Alleanza Atlantica, l'Italia ha anche deciso di rafforzare il suo contributo di «air policing», cioè la sorveglianza dello spazio aereo Nato.
Resta da capire cosa si diranno Trump e Conte non solo sulla mole complessiva di impegno, obiettivamente notevolissima: ma anche sulle priorità nella distribuzione di uomini e mezzi. Resteranno valide le scelte lasciate in eredità da Paolo Gentiloni e da Roberta Pinotti?
Daniele Capezzone
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La politica militare di Donald Trump, più ancora della politica estera della quale è diretta espressione e applicazione, segue il principio guida che l'allora candidato Trump rivelò in un celebre colloquio con l'editorial board del Washington Post. Disse allora: «Sarò "unpredictable"», assumendo l'imprevedibilità, il carattere non banale e non convenzionale delle decisioni e delle priorità, come punto di riferimento. Adesso ha deciso di dialogare direttamente con i talebani per uscire dal pantano afgano portato avanti da Barack Obama. Il cambio di passo impatterà sulla presenza dei militari italiani anche in Iraq e nel Mediterraneo.Lo speciale contiene tre articoli.La sua amministrazione, in materia di difesa e sicurezza, è infatti chiamata a risolvere un rebus ai limiti dell'impossibile, tenendo insieme tre esigenze opposte.Primo: porre rimedio al ritiro generalizzato, a un «withdrawal» non solo militare, ma politico e perfino morale, che, negli otto anni dell'amministrazione Obama, ha disastrosamente fatto arretrare gli Usa da tutti i teatri decisivi, creando un «vacuum»immediatamente occupato da altri attori: Iran, Russia, Cina, e per altro verso il terrore islamista. Trump, di tutta evidenza, vuole mostrare che l'America è tornata, e sa difendere il suo interesse nazionale riprendendosi il centro del ring.Secondo: fare i conti con una scarsità di risorse che però non consente un impegno massiccio, simultaneo, convenzionale su troppi versanti contemporaneamente. All'inizio del 2017, cioè all'alba dell'amministrazione Trump, si contavano già cinque fronti aperti: Siria, Iraq, Afghanistan, Somalia, Yemen.Terzo: tenere presente che Trump è stato eletto sulla base di una piattaforma che dice «America First». Il che non vuol direisolazionismo, come hanno erroneamente ritenuto in troppi: significa invece che ogni protagonismo internazionale non deve essere «gratuito», ma concretamente funzionale alla centralità dell'interesse nazionale americano.Si comprende bene che non è facile «settle the conundrum», cioè risolvere l'enigma. Per farlo, o per essere aiutato a farlo, Trump ha scelto come Segretario alla Difesa un uomo su cui l'aneddotica è vastissima: James Mattis, già generale dei Marines, definito «Mad Dog» (letteralmente: cane pazzo). Si racconta che, all'inizio della sua missione in Iraq, incontrando alcuni capi locali, abbia detto loro brutalmente: «Sono venuto in pace. Ma se provate e imbrogliarmi, vi ammazzo tutti». Ma, racconti pulp a parte, Mattis è tutto tranne che pazzo: non solo perché, conoscendo bene la guerra, non è affatto un fanatico. Semmai, sono note le sue passioni per la storia: è persona di cultura profonda e non esibita, non solo un uomo di campo. E soprattutto ha il talento di dire a Trump interamente la propria opinione, anche in modo ruvido, ma a porte chiuse, senza contraddirlo in pubblico, senza cercare la polemica pubblica o l'applauso dei media ostili a The Donald.È noto ad esempio che Mattis è più duro di Trump con la Russia; che tiene alle alleanze tradizionali con i paesi europei; che, diversamente dall'inquilino della Casa Bianca, pur condividendo una posizione durissima verso il regime iraniano, non considera l'Iran un deal totalmente da buttare. Anche nel corso del recente vertice Nato a Bruxelles (non a Helsinki con Putin), Mattis ovviamente c'era, reduce a sua volta da un importante giro in Europa: ma ha tenuto un profilo pubblico bassissimo. Nessuna dichiarazione pubblica, meno che mai per acchiappare titoli.I media nemici di Trump (cioè quasi tutti) dicono che faccia così perché teme il licenziamento (come già successo a Rex Tillerson, l'ex Segretario di Stato cacciato più o meno via Twitter, con cui Mattis condivideva conversazioni a due, e spesso anche a tre nel tentativo di illustrare a Trump scenari e opportunità). Qui, invece, proponiamo una spiegazione diversa: Mattis è un militare, un uomo serio, e uno che crede nel ruolo costituzionale del Presidente Usa. È dovere di un ministro consigliarlo, suggerirgli soluzioni, con relativi costi e benefici. Poi tocca al Presidente decidere: e Mattis non farà nulla per polemizzare in pubblico o per elemosinare la luce delle telecamere.Da questo complesso e delicato equilibrio tra Trump e Mattis - insieme strategico e psicologico, militare e umano - è venuta fuori una «dottrina» forse non ortodossa, forse non lineare, certamente mutevole e pragmatica, ma di sicuro interesse. Un mix di minacce e toni altissimi da una parte, e ricerca di intese su basi nuove dall'altra. Trump usa la doppia minaccia più classica e pesante: per un verso le sanzioni economiche, per altro verso il pugno duro militare (nei casi più gravi, anche evocando il tema nucleare), e poi cerca un reset. Non un reset finto, però: ma un reset effettivo, realizzato avendo tirato la corda fino al massimo punto possibile, per conquistare il miglior accordo dal punto di vista di Washington.Non pretendiamo di coniare qui una definizione, ma, dovessimo provarci, parleremmo di una sorta di «deterrenza 2.0» o di «deterrenza diffusa»: mentre nella tradizionale Guerra Fredda la deterrenza (e quindi il «monito» rappresentato da un immenso arsenale anche nucleare) era giocato unicamente in termini dissuasivi rispetto al grande nemico dell'Urss, Trump sembra ispirarsi a quel metodo ma – per così dire – spezzettandolo e su scala minore, distribuendo la minaccia (ma anche il suo pendant, e cioè una buona offerta di intesa commerciale) nei diversi teatri.Solo il tempo ci dirà se e in che misura questa scommessa potrà funzionare, se Washington manterrà il suo ruolo egemone, e che tipo di compromesso dovrà elaborare in primo luogo con Pechino, e in subordine con Mosca.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/trump-siede-al-tavolo-dei-talebani-2587802143.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="gli-usa-aprono-il-dialogo-con-i-talebani" data-post-id="2587802143" data-published-at="1767860548" data-use-pagination="False"> Gli Usa aprono il dialogo con i talebani Giphy Gli Stati Uniti si preparano a una svolta in Afghanistan? Sembrerebbe di sì. Stando a quanto riporta il New York Times, lo Zio Sam sarebbe infatti intenzionato ad avviare dei colloqui diretti con i talebani, venendo così incontro a quanto costoro hanno spesso richiesto in passato. Si tratterebbe di una vera e propria rivoluzione strategica, visto che - sino ad oggi - Washington si è sempre rifiutata di riconoscere ai mullah la dignità di interlocutori diplomatici. È abbastanza chiaro che il fine sia quello di spingere il governo di Kabul a trattare con i talebani, cercando così di arrivare a una stabilizzazione politica in un territorio martoriato, ancora oggi, da sanguinose scie di attentati. Una strategia, almeno apparentemente, non poi così lontana da quella adottata da Richard Nixon e Henry Kissinger negli anni Settanta, quando decisero di risolvere la guerra contro Ho Chi Minh, attraverso una progressiva «vietnamizzazione» del conflitto. Del resto, non è un mistero che il presidente americano, Donald Trump, consideri l'Afghanistan un pantano oneroso e impopolare, da cui si ritirerebbe volentieri nel più breve tempo possibile. È dai tempi della campagna elettorale che il miliardario critica infatti questo conflitto: la netta presa di distanze dalle guerre di Iraq e Afghanistan era d'altronde parte di una ben precisa strategia politica, che aveva l'obiettivo di attaccare frontalmente l'ex presidente George W. Bush il quale - notoriamente - di quei conflitti era stato tra i principali artefici. Addirittura il magnate si era spinto in passato a parlare di un ritiro delle truppe americane dal teatro afghano. Una linea che si è tuttavia ineluttabilmente scontrata con le alte sfere dell'esercito e con i deputati repubblicani più radicali. Tanto che, alcuni mesi fa, il presidente era sembrato tornare sui suoi passi, annunciando un aumento di soldati statunitensi sul territorio. Adesso però pare propendere nuovamente per l'approccio isolazionista. Un approccio non semplicissimo da attuare, vista anche la presenza in loco di pericolosissime cellule legate allo Stato Islamico. Appena ieri, un attentato kamikaze dell'Isis ha fatto venti vittime nel Nord del Paese. Come che sia, il presidente sembra essere deciso a cambiare linea. E non è forse un caso che questa novità abbia luogo quasi in concomitanza dell'incontro avvenuto con il presidente russo, Vladimir Putin, ad Helsinki lunedì scorso. Un incontro che ha evidenziato una volta di più come Trump sia fermamente intenzionato ad abbandonare le logiche della Guerra Fredda, oltre alle politiche bellicose e interventiste di suoi predecessori come lo stesso Bush e Bill Clinton. La svolta afghana potrebbe insomma rappresentare un tassello in seno a una strategia geopolitica più generale, volta ad imprimere alle relazioni internazionali dello Zio Sam un'impronta dal chiaro sapore kissingeriano. E questo, nonostante le fortissime opposizioni interne, che provengono dall'esercito, dall'intelligence e da ampi settori del Congresso (senza dimenticare poi l'industria bellica). Anche perché, da buon fiutatore elettorale, Trump è pienamente consapevole che questa sua nuova linea sia in fondo apprezzata dall'elettore medio: quell'elettore, cioè, che non capisce per quale ragione, dopo diciassette anni, gli Stati Uniti debbano restare coinvolti in un teatro di guerra, colmo di difficoltà ben lungi dal poter essere risolte. Certo: la lotta è rischiosa. E la strada è in salita. Trump lo sa. Anche perché i suoi avversari hanno già ripreso a minacciarlo, agitandogli contro lo spettro del Russiagate. E, guarda caso, proprio ieri il magnate ha fatto una mezza marcia indietro sulle sue critiche verso l'intelligence americana, pronunciate in occasione dell'incontro con Putin. Segno di come questa svolta geopolitica sia molto difficoltosa. E di come Trump sia per necessità costretto a barcamenarsi tra posizioni contraddittorie, per trovare un margine d'azione concreta che gli consenta di destreggiarsi tra i marosi della politica statunitense. Ci riuscirà? L'Afghanistan potrebbe già rivelarsi un importante banco di prova. Stefano Graziosi <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/trump-siede-al-tavolo-dei-talebani-2587802143.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="meno-militari-italiani-a-bagdad-e-kabul-piu-aerei-in-cielo" data-post-id="2587802143" data-published-at="1767860548" data-use-pagination="False"> Meno militari italiani a Bagdad e Kabul, più aerei in cielo Quando il 30 luglio prossimo si apriranno per Giuseppe Conte le porte della Casa Bianca, i dossier prevedibilmente sul tavolo saranno tre: per un verso le reciproche buone opportunità commerciali; per altro verso, la questione europea, con il chiaro tentativo di Trump di sganciare il maggior numero di paesi Ue dall'orbita o comunque dalla dipendenza rispetto alla Germania della Merkel; e infine il tasto dolente delle spese militari.Anche all'Italia sarà chiesto un impegno maggiore impegno verso il fatidico 2% (nell'ultimo vertice Nato, Trump si è provocatoriamente spinto a chiedere il raddoppio fino alla cifra monstre del 4!). È presumibile che chi «brieferà» Conte lo istruirà a rivendicare il forte impegno italiano nelle missioni estere. E in effetti, in base al decreto approvato dallo scorso Parlamento in articulo mortis, il quadro dell'impegno estero delle truppe italiane anche per il 2018 è davvero notevole: conferma di tutte le missioni già esistenti nel 2017, più nuovi impegni africani in funzione del contenimento dell'estremismo jihadista e del traffico di esseri umani. Quest'ultimo fronte prevede un rafforzamento della presenza in Libia, un nuovoimpegno in Tunisia, più la contesta missione in Niger, ritenuta da molti più funzionale agli interessi francesi che a quelli italiani.Come contrappeso rispetto a questo maggiore impegno in Nord Africa, è stata decisa una corrispondente riduzione della presenza in Medio Oriente (Afghanistan e Iraq). Stesso numero complessivo di soldati, risorse leggermente in crescita (circa 80 milioni in più dell'anno precedente), fino a un budget di un miliardo e mezzo di euro. Ma attenzione: le risorse non sono sufficienti e per arrivare a fine anno occorrerà forse un'iniezione di denaro in più.Restano operative le presenze italiane in Libano e Kosovo, nel primo caso sotto egida Onu, nel secondo in ambito Nato. Sempre nel quadro dell'Alleanza Atlantica, l'Italia ha anche deciso di rafforzare il suo contributo di «air policing», cioè la sorveglianza dello spazio aereo Nato.Resta da capire cosa si diranno Trump e Conte non solo sulla mole complessiva di impegno, obiettivamente notevolissima: ma anche sulle priorità nella distribuzione di uomini e mezzi. Resteranno valide le scelte lasciate in eredità da Paolo Gentiloni e da Roberta Pinotti?Daniele Capezzone
Beppe Sala (Getty Images)
Ed è ovviamente molto difficile dare torto al primo cittadino milanese o non condividere il suo sdegno. Chi sta da clandestino sul territorio italiano deve essere riaccompagnato alla frontiera il più velocemente possibile, soprattutto se ha commesso dei reati. Non è, questa, una visione particolarmente destrorsa della realtà: è semplice utilizzo del buonsenso, condiviso dalla stragrande maggioranza degli italiani. Da qualche giorno sembra che perfino gli esponenti del Pd e della sinistra italica si siano collocati su questa posizione, tanto da pretendere più sicurezza, più controllo del territorio e più espulsioni.
Ad esempio Mattia Palazzi, sindaco pd di Mantova, spiega al Corriere della Sera che urge rispedire indietro gli stranieri delinquenti. «È chiaro che gli accordi per i rimpatri verso alcuni Paesi non funzionano», dice. «Intanto, cittadini e forze dell’ordine hanno spesso a che fare con persone soggette a ordini di espulsione per precedenti penali, con il risultato che i medesimi reati vengono reiterati. La situazione sta peggiorando, la sicurezza non può essere motivo di propaganda. Serve un patto politico bipartisan per garantire i rimpatri e più agenti a controllo delle città. L’esperimento Albania è fallito, non risolve i nodi aperti. Serve realismo, non propaganda».
Anche queste parole sono molto condivisibili: serve realismo non propaganda. Serve realismo sul tema dei rimpatri e su quello della protezione dei cittadini. Argomento su cui si sta scatenando il Pd dell’Emilia Romagna. Luigi Tosiani, segretario regionale dem, usa toni forti: «Agitare il tema della sicurezza come una clava può, forse, portare qualche punto in più nei sondaggi, poi però si va al governo e i problemi restano tutti lì, peggiorano, senza soluzioni concrete».
L’esponente pd si riferisce al fatto che a Bologna un povero capotreno di 34 anni è stato massacrato a coltellate nei pressi della stazione. Per il feroce assassinio è sospettato un altro straniero, Marin Jelenic, un croato di 36 anni con una lunga serie di precedenti. Tra maggio e settembre, Jelenic è stato identificato dalle forze dell’ordine numerose volte sempre a Milano, nelle stazioni Centrale e Lambrate. Era stato fermato pure il 22 dicembre, e come sempre aveva in tasca un coltello. Proprio in virtù di quel controllo di polizia si era visto appioppare un decreto di allontanamento dall’Italia. Non si trattava di una espulsione, ma di un provvedimento che riguarda i cittadini comunitari: Jelenic avrebbe dovuto lasciare il nostro territorio entro 10 giorni, cioè ai primi di gennaio. Come tragicamente noto, si è ben guardato dal farlo.
A quanto pare, dunque, non riusciamo ad allontanare dall’Italia nemmeno gli europei. E dunque è giusto indignarsi e protestare, e persino chiamare in causa il governo di destra, il quale ha ridotto il numero di stranieri in ingresso ma fatica, come tutti, sugli allontanamenti.
Detto questo, suona un po’ ridicolo il sussiego con cui ora la sinistra italica brama espulsioni e regole ferree. Che rimpatriare gli stranieri sia difficile è noto da molto tempo, motivo per cui sarebbe consigliabile farne entrare il meno possibile. Tema su cui però i nostri progressisti sono stati di opinione decisamente contraria per anni e anni (e continuano ad esserlo, ci risulta). Non solo. La sinistra è sempre in prima fila a protestare quando qualcuno osa parlare di espulsioni. Tanto che si è messa, pervertendo il termine inglese, a chiamarle deportazioni, giusto per evocare ancora una volta il nazismo. Tanto per non fare nomi, il sindaco Sala che adesso strepita per le espulsioni mai fatte è lo stesso che qualche mese fa fece di tutto per impedire che nella sua città si tenesse un convegno (un convegno!) sulla remigrazione. Di rimandare indietro gli stranieri non voleva nemmeno sentir parlare.
Ancora ieri, su Repubblica, Annalisa Cuzzocrea spiegava quanto sia inutile insistere sull’approccio securitario. A suo dire il problema sta solo nel fatto che non si spendono abbastanza soldi per l’integrazione, come se la violenza di soggetti tipo Velazco potesse essere attribuita al disagio sociale e alla povertà invece che alla propensione al crimine individuale.
Si punzecchi allora il governo, per carità, ma con un minimo di decenza se possibile. Chi si oppone ai rimpatri e contemporaneamente insiste per spalancare le frontiere, dovrebbe evitare di blaterare di sicurezza e di lamentarsi se in giro ci sono criminali stranieri. La sinistra, in sostanza, farebbe meglio a tacere.
Anzi, dovrebbe congratularsi con sé stessa per aver ottenuto ciò che ha richiesto.
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Ansa
La loro religione vieta qualsiasi tipo di integrazione, perché «l’Islam domina e non può essere dominato». Sono stati sparati i fuochi d’artificio ad altezza d’uomo. Auto sono state danneggiate o direttamente bruciate. Le sedie dei tavolini dei bar sono diventate corpi contundenti. I cassonetti della spazzatura sono stati devastati o dati alle fiamme. Queste persone stanno eseguendo gli ordini della loro religione, sono truppe d’assalto, sono fiori all’occhiello della loro comunità.
Pieni di fierezza, mettono i video della loro violenza stolida sui social. Le piazze e le strade sono in mano a loro perché si sono svuotate degli indigeni, noi. La bestiale violenza cui sono state sottoposte sistematicamente le donne occidentali, dopo il primo episodio passato alla storia come lo stupro di Colonia, hanno svuotato le strade e le piazze. Lo stupro di Colonia risale alla notte di San Silvestro nel 2015 e al successivo primo gennaio. In numerose città europee donne cristiane furono assaltate sessualmente da uomini islamici, inclusi alcuni veri e propri stupri. Nella città di Colonia gli episodi furono particolarmente numerosi, per cui la città ha dato il nome al fenomeno che fu in realtà esteso a molte città tedesche e europee. Si chiama Taharrush Gamea o jihad sessuale, ed ha il doppio scopo di umiliare le donne cristiane e i loro uomini incapaci di difenderle, e di svuotare le strade che diventano preda di bande islamiche.
Le autorità tentarono valorosamente di insabbiare il tutto, un lodevole sforzo di evitare l’islamofobia, che è una brutta cosa, ma grazie ai social lo schifo di quello che era successo affiorò alla coscienza pubblica. Da allora questo tipo di aggressione è diventato sistematico e le autorità hanno risolto il problema evitando i concerti di capodanno. Abbiamo lasciato le nostre città vuote e i nuovi barbari le hanno devastate. In Italia. In Germania. In Francia. Soprattutto in Belgio. Non in Corsica. In Corsica non è bruciato nemmeno un copertone e le strade sono pulite e appartengono a tutti. Il popolo corso e i suoi gruppi indipendentisti armati fino ai denti hanno già chiarito in un unico episodio precedente, anche questo del 2015, che in Corsica nessun atto di violenza sarà tollerato. Contrariamente a noi che siamo carini e beneducati e quando ci ammazzano rispondiamo con candeline e gessetti colorati, i corsi sono gloriosamente maleducati e hanno verbalizzato, scritto in una lettera aperta a firma dei gruppi indipendentisti, che non sono abbastanza raffinati da interessarsi a chi è innocente e chi è colpevole: al primo atto di violenza tutte le persone di origine musulmana saranno costrette ad andarsene. Quando nella notte di Natale del 2015 ci fu una modesta violenza di giovani immigrati, cassonetti della spazzatura dati alle fiamme e pompieri presi a sassate, un gruppo di maleducati corsi rase al suolo la moschea, episodio odioso e stigmatizzato, certo, è terribile tutta questa barbarie corsa. Noi siamo più educati e sono impressionanti i video che arrivano da Firenze, da una delle piazze più belle del mondo, da una piazza che è (era?) l’apogeo della civiltà: la violenza bruta, l’odio per noi e per la nostra cultura sono palpabili. Questi video e queste foto sono impressionanti per due motivi: la presenza di immigrati che non costituiscono né mai hanno costituito per noi un vantaggio economico, che sono sempre e sempre saranno un problema drammatico, che hanno è sempre avranno per noi e per la nostra civiltà un odio mortale. Non ho bisogno che tutti gli immigrati mi odino e siano violenti per essere distrutta. Mi basta il 10% di violenti e il 90% di moderati che si guarda bene dal disapprovare e isolare il 10 % di violenti. Qui siamo ben oltre il 10%. Il secondo elemento che ferisce gli occhi in queste foto e in questi video, è la mancanza di occidentali.
Se qualcuno andasse a spaccare le sedie e le vetrine nella piazza più bella di Tel Aviv, o anche semplicemente di Ajaccio in Corsica, verrebbe massacrato dei cittadini stessi, senza neanche aspettare la gendarmeria. Noi siamo stati addestrati all’assenza del sistema limbico da una magistratura che considera evidentemente gli immigrati la nuova razza padrona. Non proviamo collera, non difendiamo il territorio, non difendiamo le donne. Siamo stati addestrati da decenni di femminismo ridicolo e misandrico, a pretendere maschi svirilizzati e rieducati. L’uomo ideale della nuova donna 3.0 è quello che qualche decennio fa sarebbe stato riassuntivamente indicato col nome di mezzasega. Ha poco testosterone, sia per l’esposizione agli estroprogestinici che sono nelle carni che mangiamo e nell’acqua che beviamo, sia per l’esposizione continua alla pornografia, sia per l’esposizione continua alla criminalizzazione delle caratteristiche maschili. La prima caratteristica maschile è la difesa anche violenta del territorio. Un popolo che resta chiuso in casa a smaltarsi le unghie mentre qualcuno sta invadendo le sue strade, distruggendo i suoi monumenti, bruciando le auto, è un popolo di aspiranti eunuchi. Ora abbiamo barbari contro eunuchi, la vedo male per gli eunuchi. È il caso di fare un nuovo tipo di corsi di rieducazione: come diventare sporchi, brutti e cattivi in otto lezioni. Anche sette.
Nel frattempo, c’è una legge da fare immediatamente, divieto assoluto di produzione, vendita e uso di fuochi artificiali. L’Europa che con eroico sprezzo del ridicolo starnazza sull’anidride carbonica prodotta da vacche e caminetti, vieti immediatamente qualsiasi fuoco artificiale. Sono esplosivi. Producono molta più anidride carbonica di una vacca, soprattutto se danno fuoco a qualcosa. Senza fuochi artificiali il locale di Crans-Montana non sarebbe bruciato. Senza fuochi artificiali ci risparmieremmo innumerevoli morti e feriti e soprattutto i fuochi artificiali sono esplosivi. Non possiamo più permetterceli.
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