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2018-07-18
Trump si siede al tavolo dei talebani e decide pure il futuro delle nostre truppe
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Ansa
La sua amministrazione, in materia di difesa e sicurezza, è infatti chiamata a risolvere un rebus ai limiti dell'impossibile, tenendo insieme tre esigenze opposte.
Primo: porre rimedio al ritiro generalizzato, a un «withdrawal» non solo militare, ma politico e perfino morale, che, negli otto anni dell'amministrazione Obama, ha disastrosamente fatto arretrare gli Usa da tutti i teatri decisivi, creando un «vacuum»immediatamente occupato da altri attori: Iran, Russia, Cina, e per altro verso il terrore islamista. Trump, di tutta evidenza, vuole mostrare che l'America è tornata, e sa difendere il suo interesse nazionale riprendendosi il centro del ring.
Secondo: fare i conti con una scarsità di risorse che però non consente un impegno massiccio, simultaneo, convenzionale su troppi versanti contemporaneamente. All'inizio del 2017, cioè all'alba dell'amministrazione Trump, si contavano già cinque fronti aperti: Siria, Iraq, Afghanistan, Somalia, Yemen.
Terzo: tenere presente che Trump è stato eletto sulla base di una piattaforma che dice «America First». Il che non vuol dire
isolazionismo, come hanno erroneamente ritenuto in troppi: significa invece che ogni protagonismo internazionale non deve essere «gratuito», ma concretamente funzionale alla centralità dell'interesse nazionale americano.
Si comprende bene che non è facile «settle the conundrum», cioè risolvere l'enigma. Per farlo, o per essere aiutato a farlo, Trump ha scelto come Segretario alla Difesa un uomo su cui l'aneddotica è vastissima: James Mattis, già generale dei Marines, definito «Mad Dog» (letteralmente: cane pazzo). Si racconta che, all'inizio della sua missione in Iraq, incontrando alcuni capi locali, abbia detto loro brutalmente: «Sono venuto in pace. Ma se provate e imbrogliarmi, vi ammazzo tutti». Ma, racconti pulp a parte, Mattis è tutto tranne che pazzo: non solo perché, conoscendo bene la guerra, non è affatto un fanatico. Semmai, sono note le sue passioni per la storia: è persona di cultura profonda e non esibita, non solo un uomo di campo. E soprattutto ha il talento di dire a Trump interamente la propria opinione, anche in modo ruvido, ma a porte chiuse, senza contraddirlo in pubblico, senza cercare la polemica pubblica o l'applauso dei media ostili a The Donald.
È noto ad esempio che Mattis è più duro di Trump con la Russia; che tiene alle alleanze tradizionali con i paesi europei; che, diversamente dall'inquilino della Casa Bianca, pur condividendo una posizione durissima verso il regime iraniano, non considera l'Iran un deal totalmente da buttare. Anche nel corso del recente vertice Nato a Bruxelles (non a Helsinki con Putin), Mattis ovviamente c'era, reduce a sua volta da un importante giro in Europa: ma ha tenuto un profilo pubblico bassissimo. Nessuna dichiarazione pubblica, meno che mai per acchiappare titoli.
I media nemici di Trump (cioè quasi tutti) dicono che faccia così perché teme il licenziamento (come già successo a Rex Tillerson, l'ex Segretario di Stato cacciato più o meno via Twitter, con cui Mattis condivideva conversazioni a due, e spesso anche a tre nel tentativo di illustrare a Trump scenari e opportunità). Qui, invece, proponiamo una spiegazione diversa: Mattis è un militare, un uomo serio, e uno che crede nel ruolo costituzionale del Presidente Usa. È dovere di un ministro consigliarlo, suggerirgli soluzioni, con relativi costi e benefici. Poi tocca al Presidente decidere: e Mattis non farà nulla per polemizzare in pubblico o per elemosinare la luce delle telecamere.
Da questo complesso e delicato equilibrio tra Trump e Mattis - insieme strategico e psicologico, militare e umano - è venuta fuori una «dottrina» forse non ortodossa, forse non lineare, certamente mutevole e pragmatica, ma di sicuro interesse. Un mix di minacce e toni altissimi da una parte, e ricerca di intese su basi nuove dall'altra. Trump usa la doppia minaccia più classica e pesante: per un verso le sanzioni economiche, per altro verso il pugno duro militare (nei casi più gravi, anche evocando il tema nucleare), e poi cerca un reset. Non un reset finto, però: ma un reset effettivo, realizzato avendo tirato la corda fino al massimo punto possibile, per conquistare il miglior accordo dal punto di vista di Washington.
Non pretendiamo di coniare qui una definizione, ma, dovessimo provarci, parleremmo di una sorta di «deterrenza 2.0» o di «deterrenza diffusa»: mentre nella tradizionale Guerra Fredda la deterrenza (e quindi il «monito» rappresentato da un immenso arsenale anche nucleare) era giocato unicamente in termini dissuasivi rispetto al grande nemico dell'Urss, Trump sembra ispirarsi a quel metodo ma – per così dire – spezzettandolo e su scala minore, distribuendo la minaccia (ma anche il suo pendant, e cioè una buona offerta di intesa commerciale) nei diversi teatri.
Solo il tempo ci dirà se e in che misura questa scommessa potrà funzionare, se Washington manterrà il suo ruolo egemone, e che tipo di compromesso dovrà elaborare in primo luogo con Pechino, e in subordine con Mosca.
Gli Usa aprono il dialogo con i talebani
Giphy
Gli Stati Uniti si preparano a una svolta in Afghanistan? Sembrerebbe di sì.
Stando a quanto riporta il New York Times, lo Zio Sam sarebbe infatti intenzionato ad avviare dei colloqui diretti con i talebani, venendo così incontro a quanto costoro hanno spesso richiesto in passato. Si tratterebbe di una vera e propria rivoluzione strategica, visto che - sino ad oggi - Washington si è sempre rifiutata di riconoscere ai mullah la dignità di interlocutori diplomatici.
È abbastanza chiaro che il fine sia quello di spingere il governo di Kabul a trattare con i talebani, cercando così di arrivare a una stabilizzazione politica in un territorio martoriato, ancora oggi, da sanguinose scie di attentati. Una strategia, almeno apparentemente, non poi così lontana da quella adottata da Richard Nixon e Henry Kissinger negli anni Settanta, quando decisero di risolvere la guerra contro Ho Chi Minh, attraverso una progressiva «vietnamizzazione» del conflitto. Del resto, non è un mistero che il presidente americano, Donald Trump, consideri l'Afghanistan un pantano oneroso e impopolare, da cui si ritirerebbe volentieri nel più breve tempo possibile.
È dai tempi della campagna elettorale che il miliardario critica infatti questo conflitto: la netta presa di distanze dalle guerre di Iraq e Afghanistan era d'altronde parte di una ben precisa strategia politica, che aveva l'obiettivo di attaccare frontalmente l'ex presidente George W. Bush il quale - notoriamente - di quei conflitti era stato tra i principali artefici. Addirittura il magnate si era spinto in passato a parlare di un ritiro delle truppe americane dal teatro afghano. Una linea che si è tuttavia ineluttabilmente scontrata con le alte sfere dell'esercito e con i deputati repubblicani più radicali. Tanto che, alcuni mesi fa, il presidente era sembrato tornare sui suoi passi, annunciando un aumento di soldati statunitensi sul territorio.
Adesso però pare propendere nuovamente per l'approccio isolazionista. Un approccio non semplicissimo da attuare, vista anche la presenza in loco di pericolosissime cellule legate allo Stato Islamico. Appena ieri, un attentato kamikaze dell'Isis ha fatto venti vittime nel Nord del Paese. Come che sia, il presidente sembra essere deciso a cambiare linea. E non è forse un caso che questa novità abbia luogo quasi in concomitanza dell'incontro avvenuto con il presidente russo, Vladimir Putin, ad Helsinki lunedì scorso. Un incontro che ha evidenziato una volta di più come Trump sia fermamente intenzionato ad abbandonare le logiche della Guerra Fredda, oltre alle politiche bellicose e interventiste di suoi predecessori come lo stesso Bush e Bill Clinton.
La svolta afghana potrebbe insomma rappresentare un tassello in seno a una strategia geopolitica più generale, volta ad imprimere alle relazioni internazionali dello Zio Sam un'impronta dal chiaro sapore kissingeriano. E questo, nonostante le fortissime opposizioni interne, che provengono dall'esercito, dall'intelligence e da ampi settori del Congresso (senza dimenticare poi l'industria bellica).
Anche perché, da buon fiutatore elettorale, Trump è pienamente consapevole che questa sua nuova linea sia in fondo apprezzata dall'elettore medio: quell'elettore, cioè, che non capisce per quale ragione, dopo diciassette anni, gli Stati Uniti debbano restare coinvolti in un teatro di guerra, colmo di difficoltà ben lungi dal poter essere risolte.
Certo: la lotta è rischiosa. E la strada è in salita. Trump lo sa. Anche perché i suoi avversari hanno già ripreso a minacciarlo, agitandogli contro lo spettro del Russiagate. E, guarda caso, proprio ieri il magnate ha fatto una mezza marcia indietro sulle sue critiche verso l'intelligence americana, pronunciate in occasione dell'incontro con Putin. Segno di come questa svolta geopolitica sia molto difficoltosa. E di come Trump sia per necessità costretto a barcamenarsi tra posizioni contraddittorie, per trovare un margine d'azione concreta che gli consenta di destreggiarsi tra i marosi della politica statunitense.
Ci riuscirà? L'Afghanistan potrebbe già rivelarsi un importante banco di prova.
Stefano Graziosi
Meno militari italiani a Bagdad e Kabul, più aerei in cielo
Quando il 30 luglio prossimo si apriranno per Giuseppe Conte le porte della Casa Bianca, i dossier prevedibilmente sul tavolo saranno tre: per un verso le reciproche buone opportunità commerciali; per altro verso, la questione europea, con il chiaro tentativo di Trump di sganciare il maggior numero di paesi Ue dall'orbita o comunque dalla dipendenza rispetto alla Germania della Merkel; e infine il tasto dolente delle spese militari.
Anche all'Italia sarà chiesto un impegno maggiore impegno verso il fatidico 2% (nell'ultimo vertice Nato, Trump si è provocatoriamente spinto a chiedere il raddoppio fino alla cifra monstre del 4!). È presumibile che chi «brieferà» Conte lo istruirà a rivendicare il forte impegno italiano nelle missioni estere. E in effetti, in base al decreto approvato dallo scorso Parlamento in articulo mortis, il quadro dell'impegno estero delle truppe italiane anche per il 2018 è davvero notevole: conferma di tutte le missioni già esistenti nel 2017, più nuovi impegni africani in funzione del contenimento dell'estremismo jihadista e del traffico di esseri umani. Quest'ultimo fronte prevede un rafforzamento della presenza in Libia, un nuovo
impegno in Tunisia, più la contesta missione in Niger, ritenuta da molti più funzionale agli interessi francesi che a quelli italiani.
Come contrappeso rispetto a questo maggiore impegno in Nord Africa, è stata decisa una corrispondente riduzione della presenza in Medio Oriente (Afghanistan e Iraq). Stesso numero complessivo di soldati, risorse leggermente in crescita (circa 80 milioni in più dell'anno precedente), fino a un budget di un miliardo e mezzo di euro. Ma attenzione: le risorse non sono sufficienti e per arrivare a fine anno occorrerà forse un'iniezione di denaro in più.
Restano operative le presenze italiane in Libano e Kosovo, nel primo caso sotto egida Onu, nel secondo in ambito Nato. Sempre nel quadro dell'Alleanza Atlantica, l'Italia ha anche deciso di rafforzare il suo contributo di «air policing», cioè la sorveglianza dello spazio aereo Nato.
Resta da capire cosa si diranno Trump e Conte non solo sulla mole complessiva di impegno, obiettivamente notevolissima: ma anche sulle priorità nella distribuzione di uomini e mezzi. Resteranno valide le scelte lasciate in eredità da Paolo Gentiloni e da Roberta Pinotti?
Daniele Capezzone
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La politica militare di Donald Trump, più ancora della politica estera della quale è diretta espressione e applicazione, segue il principio guida che l'allora candidato Trump rivelò in un celebre colloquio con l'editorial board del Washington Post. Disse allora: «Sarò "unpredictable"», assumendo l'imprevedibilità, il carattere non banale e non convenzionale delle decisioni e delle priorità, come punto di riferimento. Adesso ha deciso di dialogare direttamente con i talebani per uscire dal pantano afgano portato avanti da Barack Obama. Il cambio di passo impatterà sulla presenza dei militari italiani anche in Iraq e nel Mediterraneo.Lo speciale contiene tre articoli.La sua amministrazione, in materia di difesa e sicurezza, è infatti chiamata a risolvere un rebus ai limiti dell'impossibile, tenendo insieme tre esigenze opposte.Primo: porre rimedio al ritiro generalizzato, a un «withdrawal» non solo militare, ma politico e perfino morale, che, negli otto anni dell'amministrazione Obama, ha disastrosamente fatto arretrare gli Usa da tutti i teatri decisivi, creando un «vacuum»immediatamente occupato da altri attori: Iran, Russia, Cina, e per altro verso il terrore islamista. Trump, di tutta evidenza, vuole mostrare che l'America è tornata, e sa difendere il suo interesse nazionale riprendendosi il centro del ring.Secondo: fare i conti con una scarsità di risorse che però non consente un impegno massiccio, simultaneo, convenzionale su troppi versanti contemporaneamente. All'inizio del 2017, cioè all'alba dell'amministrazione Trump, si contavano già cinque fronti aperti: Siria, Iraq, Afghanistan, Somalia, Yemen.Terzo: tenere presente che Trump è stato eletto sulla base di una piattaforma che dice «America First». Il che non vuol direisolazionismo, come hanno erroneamente ritenuto in troppi: significa invece che ogni protagonismo internazionale non deve essere «gratuito», ma concretamente funzionale alla centralità dell'interesse nazionale americano.Si comprende bene che non è facile «settle the conundrum», cioè risolvere l'enigma. Per farlo, o per essere aiutato a farlo, Trump ha scelto come Segretario alla Difesa un uomo su cui l'aneddotica è vastissima: James Mattis, già generale dei Marines, definito «Mad Dog» (letteralmente: cane pazzo). Si racconta che, all'inizio della sua missione in Iraq, incontrando alcuni capi locali, abbia detto loro brutalmente: «Sono venuto in pace. Ma se provate e imbrogliarmi, vi ammazzo tutti». Ma, racconti pulp a parte, Mattis è tutto tranne che pazzo: non solo perché, conoscendo bene la guerra, non è affatto un fanatico. Semmai, sono note le sue passioni per la storia: è persona di cultura profonda e non esibita, non solo un uomo di campo. E soprattutto ha il talento di dire a Trump interamente la propria opinione, anche in modo ruvido, ma a porte chiuse, senza contraddirlo in pubblico, senza cercare la polemica pubblica o l'applauso dei media ostili a The Donald.È noto ad esempio che Mattis è più duro di Trump con la Russia; che tiene alle alleanze tradizionali con i paesi europei; che, diversamente dall'inquilino della Casa Bianca, pur condividendo una posizione durissima verso il regime iraniano, non considera l'Iran un deal totalmente da buttare. Anche nel corso del recente vertice Nato a Bruxelles (non a Helsinki con Putin), Mattis ovviamente c'era, reduce a sua volta da un importante giro in Europa: ma ha tenuto un profilo pubblico bassissimo. Nessuna dichiarazione pubblica, meno che mai per acchiappare titoli.I media nemici di Trump (cioè quasi tutti) dicono che faccia così perché teme il licenziamento (come già successo a Rex Tillerson, l'ex Segretario di Stato cacciato più o meno via Twitter, con cui Mattis condivideva conversazioni a due, e spesso anche a tre nel tentativo di illustrare a Trump scenari e opportunità). Qui, invece, proponiamo una spiegazione diversa: Mattis è un militare, un uomo serio, e uno che crede nel ruolo costituzionale del Presidente Usa. È dovere di un ministro consigliarlo, suggerirgli soluzioni, con relativi costi e benefici. Poi tocca al Presidente decidere: e Mattis non farà nulla per polemizzare in pubblico o per elemosinare la luce delle telecamere.Da questo complesso e delicato equilibrio tra Trump e Mattis - insieme strategico e psicologico, militare e umano - è venuta fuori una «dottrina» forse non ortodossa, forse non lineare, certamente mutevole e pragmatica, ma di sicuro interesse. Un mix di minacce e toni altissimi da una parte, e ricerca di intese su basi nuove dall'altra. Trump usa la doppia minaccia più classica e pesante: per un verso le sanzioni economiche, per altro verso il pugno duro militare (nei casi più gravi, anche evocando il tema nucleare), e poi cerca un reset. Non un reset finto, però: ma un reset effettivo, realizzato avendo tirato la corda fino al massimo punto possibile, per conquistare il miglior accordo dal punto di vista di Washington.Non pretendiamo di coniare qui una definizione, ma, dovessimo provarci, parleremmo di una sorta di «deterrenza 2.0» o di «deterrenza diffusa»: mentre nella tradizionale Guerra Fredda la deterrenza (e quindi il «monito» rappresentato da un immenso arsenale anche nucleare) era giocato unicamente in termini dissuasivi rispetto al grande nemico dell'Urss, Trump sembra ispirarsi a quel metodo ma – per così dire – spezzettandolo e su scala minore, distribuendo la minaccia (ma anche il suo pendant, e cioè una buona offerta di intesa commerciale) nei diversi teatri.Solo il tempo ci dirà se e in che misura questa scommessa potrà funzionare, se Washington manterrà il suo ruolo egemone, e che tipo di compromesso dovrà elaborare in primo luogo con Pechino, e in subordine con Mosca.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/trump-siede-al-tavolo-dei-talebani-2587802143.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="gli-usa-aprono-il-dialogo-con-i-talebani" data-post-id="2587802143" data-published-at="1778658337" data-use-pagination="False"> Gli Usa aprono il dialogo con i talebani Giphy Gli Stati Uniti si preparano a una svolta in Afghanistan? Sembrerebbe di sì. Stando a quanto riporta il New York Times, lo Zio Sam sarebbe infatti intenzionato ad avviare dei colloqui diretti con i talebani, venendo così incontro a quanto costoro hanno spesso richiesto in passato. Si tratterebbe di una vera e propria rivoluzione strategica, visto che - sino ad oggi - Washington si è sempre rifiutata di riconoscere ai mullah la dignità di interlocutori diplomatici. È abbastanza chiaro che il fine sia quello di spingere il governo di Kabul a trattare con i talebani, cercando così di arrivare a una stabilizzazione politica in un territorio martoriato, ancora oggi, da sanguinose scie di attentati. Una strategia, almeno apparentemente, non poi così lontana da quella adottata da Richard Nixon e Henry Kissinger negli anni Settanta, quando decisero di risolvere la guerra contro Ho Chi Minh, attraverso una progressiva «vietnamizzazione» del conflitto. Del resto, non è un mistero che il presidente americano, Donald Trump, consideri l'Afghanistan un pantano oneroso e impopolare, da cui si ritirerebbe volentieri nel più breve tempo possibile. È dai tempi della campagna elettorale che il miliardario critica infatti questo conflitto: la netta presa di distanze dalle guerre di Iraq e Afghanistan era d'altronde parte di una ben precisa strategia politica, che aveva l'obiettivo di attaccare frontalmente l'ex presidente George W. Bush il quale - notoriamente - di quei conflitti era stato tra i principali artefici. Addirittura il magnate si era spinto in passato a parlare di un ritiro delle truppe americane dal teatro afghano. Una linea che si è tuttavia ineluttabilmente scontrata con le alte sfere dell'esercito e con i deputati repubblicani più radicali. Tanto che, alcuni mesi fa, il presidente era sembrato tornare sui suoi passi, annunciando un aumento di soldati statunitensi sul territorio. Adesso però pare propendere nuovamente per l'approccio isolazionista. Un approccio non semplicissimo da attuare, vista anche la presenza in loco di pericolosissime cellule legate allo Stato Islamico. Appena ieri, un attentato kamikaze dell'Isis ha fatto venti vittime nel Nord del Paese. Come che sia, il presidente sembra essere deciso a cambiare linea. E non è forse un caso che questa novità abbia luogo quasi in concomitanza dell'incontro avvenuto con il presidente russo, Vladimir Putin, ad Helsinki lunedì scorso. Un incontro che ha evidenziato una volta di più come Trump sia fermamente intenzionato ad abbandonare le logiche della Guerra Fredda, oltre alle politiche bellicose e interventiste di suoi predecessori come lo stesso Bush e Bill Clinton. La svolta afghana potrebbe insomma rappresentare un tassello in seno a una strategia geopolitica più generale, volta ad imprimere alle relazioni internazionali dello Zio Sam un'impronta dal chiaro sapore kissingeriano. E questo, nonostante le fortissime opposizioni interne, che provengono dall'esercito, dall'intelligence e da ampi settori del Congresso (senza dimenticare poi l'industria bellica). Anche perché, da buon fiutatore elettorale, Trump è pienamente consapevole che questa sua nuova linea sia in fondo apprezzata dall'elettore medio: quell'elettore, cioè, che non capisce per quale ragione, dopo diciassette anni, gli Stati Uniti debbano restare coinvolti in un teatro di guerra, colmo di difficoltà ben lungi dal poter essere risolte. Certo: la lotta è rischiosa. E la strada è in salita. Trump lo sa. Anche perché i suoi avversari hanno già ripreso a minacciarlo, agitandogli contro lo spettro del Russiagate. E, guarda caso, proprio ieri il magnate ha fatto una mezza marcia indietro sulle sue critiche verso l'intelligence americana, pronunciate in occasione dell'incontro con Putin. Segno di come questa svolta geopolitica sia molto difficoltosa. E di come Trump sia per necessità costretto a barcamenarsi tra posizioni contraddittorie, per trovare un margine d'azione concreta che gli consenta di destreggiarsi tra i marosi della politica statunitense. Ci riuscirà? L'Afghanistan potrebbe già rivelarsi un importante banco di prova. Stefano Graziosi <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/trump-siede-al-tavolo-dei-talebani-2587802143.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="meno-militari-italiani-a-bagdad-e-kabul-piu-aerei-in-cielo" data-post-id="2587802143" data-published-at="1778658337" data-use-pagination="False"> Meno militari italiani a Bagdad e Kabul, più aerei in cielo Quando il 30 luglio prossimo si apriranno per Giuseppe Conte le porte della Casa Bianca, i dossier prevedibilmente sul tavolo saranno tre: per un verso le reciproche buone opportunità commerciali; per altro verso, la questione europea, con il chiaro tentativo di Trump di sganciare il maggior numero di paesi Ue dall'orbita o comunque dalla dipendenza rispetto alla Germania della Merkel; e infine il tasto dolente delle spese militari.Anche all'Italia sarà chiesto un impegno maggiore impegno verso il fatidico 2% (nell'ultimo vertice Nato, Trump si è provocatoriamente spinto a chiedere il raddoppio fino alla cifra monstre del 4!). È presumibile che chi «brieferà» Conte lo istruirà a rivendicare il forte impegno italiano nelle missioni estere. E in effetti, in base al decreto approvato dallo scorso Parlamento in articulo mortis, il quadro dell'impegno estero delle truppe italiane anche per il 2018 è davvero notevole: conferma di tutte le missioni già esistenti nel 2017, più nuovi impegni africani in funzione del contenimento dell'estremismo jihadista e del traffico di esseri umani. Quest'ultimo fronte prevede un rafforzamento della presenza in Libia, un nuovoimpegno in Tunisia, più la contesta missione in Niger, ritenuta da molti più funzionale agli interessi francesi che a quelli italiani.Come contrappeso rispetto a questo maggiore impegno in Nord Africa, è stata decisa una corrispondente riduzione della presenza in Medio Oriente (Afghanistan e Iraq). Stesso numero complessivo di soldati, risorse leggermente in crescita (circa 80 milioni in più dell'anno precedente), fino a un budget di un miliardo e mezzo di euro. Ma attenzione: le risorse non sono sufficienti e per arrivare a fine anno occorrerà forse un'iniezione di denaro in più.Restano operative le presenze italiane in Libano e Kosovo, nel primo caso sotto egida Onu, nel secondo in ambito Nato. Sempre nel quadro dell'Alleanza Atlantica, l'Italia ha anche deciso di rafforzare il suo contributo di «air policing», cioè la sorveglianza dello spazio aereo Nato.Resta da capire cosa si diranno Trump e Conte non solo sulla mole complessiva di impegno, obiettivamente notevolissima: ma anche sulle priorità nella distribuzione di uomini e mezzi. Resteranno valide le scelte lasciate in eredità da Paolo Gentiloni e da Roberta Pinotti?Daniele Capezzone
Alberto Stasi (Ansa)
Alcune ricostruzioni, soprattutto nei talk show televisivi, hanno parlato di un documento capace di «scagionarlo». Altre hanno sostenuto che un’aggressione «più lunga e articolata» potesse rendere meno compatibile la sua presenza sulla scena.
Lette le carte, però, la relazione Cattaneo dice qualcosa di più tecnico e meno assoluto. Non assolve Stasi, non lo colloca fuori dalla villetta, ma soprattutto non attribuisce l’omicidio ad Andrea Sempio. Fa un’operazione diversa: allarga l’incertezza, chiarisce alcuni aspetti medico-legali, ma non produce da sola la nuova verità giudiziaria che era stata anticipata.
Il perimetro dell’incarico è il primo limite da ricordare. Alla consulente viene chiesto di valutare le lesioni di Chiara, l’eventuale attività di difesa, gli strumenti compatibili, il range temporale del decesso e, solo con integrazione successiva, le misure antropometriche di Sempio. Non le viene chiesto di stabilire chi fosse l’assassino, né di escludere Stasi dalla scena.
Il nodo dell’orario è il più delicato. La relazione scrive che «l’epoca della morte può essere stimata con la massima precisione entro un intervallo compreso in via di elevatissima probabilità tra le 7 e le 12.30 del 13/8/2007». È una finestra ampia, ma non una finestra liberatoria. Dentro resta anche la fascia 9.12-9.35, quella che negli anni ha retto una parte centrale della ricostruzione contro Stasi. I cosiddetti metodi «ancillari» (livor e rigor mortis) possono far «stringere» verso la parte più recente del range, cioè 10-12. Ma la stessa Cattaneo avverte che «sul piano rigorosamente scientifico» bisogna restare ancorati al range più ampio.
Anche il contenuto gastrico non mette un punto definitivo. La consulenza lo considera coerente con quanto trovato sul divano e compatibile con una morte tra 30 minuti e 2-3 ore dall’ingestione della colazione. Ma aggiunge che, senza un momento esatto di inizio della colazione, quel dato non può restringere le lancette dell’orologio in cui è avvenuta la morte. In sostanza, la conferma del pasto mattutino aiuta a ricostruire la mattina di Chiara, non a fissare l’ora del delitto. Lo stesso accade per la difesa messa in atto dalla ragazza. La Cattaneo valorizza un dato importante. Chiara, nei primi momenti dell’aggressione, era «molto probabilmente nelle piene capacità di reagire». E indica numerosi segni riconducibili a una «difesa passiva» - compatibile con una prevalenza di lesioni su avambracci e dorso delle mani - e colloca la durata dell’aggressione «tra i 15 e i 20 minuti massimo». Ma anche questo non identifica l’autore. Dice che Chiara subì una violenza veemente e in più fasi, ma non dice che quell’aggressore fosse Sempio, né che non potesse essere Stasi.
Sull’arma, poi, la relazione resta prudente. Le lesioni sono compatibili con «uno strumento produttivo contundente, con superficie piana, margini e spigoli, composto da metalli»: un martello a testa squadrata, una mazzetta, il retro di una piccola accetta o un oggetto simile. Ma l’arma non è stata trovata e non è stato individuato con certezza nemmeno il tipo. La frase decisiva è un’altra: «Tutte le lesioni sono coerenti con l’ipotesi di utilizzo di un unico strumento». Dunque, non si tratta di una svolta definitiva, come avevano lasciato intendere alcune anticipazioni, ma una compatibilità medico-legale con uno strumento comune.
Nel frattempo, il fronte difensivo lavora a una contro-lettura medico-legale e di scena. Questa è stata affidata anche ad Armando Palmegiani, ex poliziotto della Scientifica, criminologo e consulente nominato dalla difesa dopo la rinuncia di Luciano Garofano. Palmegiani porta nel caso un profilo tecnico particolare: nel suo curriculum figurano rilievi planimetrici e ricostruzioni tridimensionali per determinare la traiettoria del colpo che uccise Marta Russo alla Sapienza nel maggio 1997; nel 1999, inoltre, compaiono rilievi in via Carini per la ricostruzione dell’omicidio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa nel processo contro i mandanti. È, dunque, un consulente abituato a lavorare proprio sul punto che oggi diventa centrale a Garlasco: la traduzione della scena del crimine in geometria e traiettorie.
Sentito dalla Verità, Palmegiani conferma che il range dell’epoca della morte resta ampio e che il contenuto gastrico non consente di fissare con precisione l’orario della colazione. Se gli inquirenti restringessero quel tempo, ha detto, sarebbe «qualcosa di non scientifico nella ricostruzione della Cattaneo». Quindi la relazione non esclude Stasi dalla scena, ma rende più fragile ogni ricostruzione che pretenda di fissare l’orario del delitto con certezza.
Anche il trascinamento resta un punto aperto. La Bpa del colonnello del Ris Andrea Berti ipotizza che Chiara sia stata trascinata «verosimilmente per le caviglie». La consulenza Cattaneo, però, rileva segni soprattutto alla caviglia sinistra e non li interpreta in modo univoco: potrebbero dipendere da un afferramento, ma anche dal tentativo di bloccare un calcio o da urti contro superfici della casa.
La differenza è importante. Se una persona viene trascinata per entrambe le caviglie, il corpo tende a muoversi in modo più dritto e controllato. Se invece viene tirata da una sola caviglia, il corpo ruota, si torce, cambia posizione, e anche le tracce di sangue possono distribuirsi in modo diverso.
Per la difesa di Sempio questo è un punto utile. Se non è certo come Chiara sia stata trascinata, allora non è certa nemmeno la ricostruzione dei movimenti dell’aggressore. Tirarla per due caviglie avrebbe prodotto un movimento più lineare, mentre tirarla per una sola avrebbe potuto far ruotare il corpo e lasciare tracce diverse. Quindi la scena non permette una conclusione definitiva: offre solo ipotesi.
Per di più, proprio Palmegiani contesta anche la rappresentazione 3D della Procura. L’avatar, sostiene, sarebbe troppo suggestivo perché somigliante a Sempio («La prima cosa che insegnano nei modelli 3D è di essere il più possibile semplici, qui ci sono anche gli occhi…», dice alla Verità), mentre «chiunque scenda quella scala appoggia la mano». La difesa, dunque, non nega la centralità della scena, ma contesta il salto da modello grafico a identificazione personale.
In questo senso, la relazione è meno spettacolare delle anticipazioni. Non dice chi ha ucciso Chiara Poggi. Sostiene che, dal punto di vista medico-legale, alcune certezze costruite negli anni non erano certezze. Erano stime, compatibilità, intervalli, ma anche margini d’errore. Ed è dentro quel margine, oggi, che si gioca la nuova battaglia su Stasi e Sempio.
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Andriy Yermak (Ansa)
Un nuovo terremoto scuote i vertici politici di Kiev. Le autorità ucraine hanno accusato l’ex capo di gabinetto di Volodymyr Zelensky, Andriy Yermak, di riciclaggio di denaro. È in questo quadro che, ieri, il diretto interessato è comparso davanti all’Alta corte anticorruzione dell’Ucraina.
In particolare, l’ufficio nazionale anticorruzione (Nabu) e la Procura specializzata anticorruzione (Sapo) ritengono che Yermak abbia riciclato circa 10 milioni di dollari attraverso il progetto di costruzione di un complesso residenziale di lusso nei pressi di Kiev. Secondo il Kyiv Independent, Yermak avrebbe utilizzato «una rete di società di comodo, transazioni in contanti e documenti finanziari fittizi». Un’accusa che l’avvocato dello stesso Yermak, Ihor Fomin, ha respinto. «Posso affermare che la questione del riciclaggio di denaro, a mio parere, è infondata», ha affermato, per poi aggiungere: «Tutta questa situazione è stata provocata dalla pressione dell’opinione pubblica». Come che sia, ieri, il capo della Procura specializzata anticorruzione, Oleksandr Klymenko, oltre a negare esplicitamente che Zekensky sia coinvolto nell’indagine, ha chiesto la custodia cautelare per Yermak o, in alternativa, la libertà su cauzione per un importo di 4 milioni di dollari. L’udienza è stata tuttavia sospesa e rinviata a oggi per permettere intanto alla difesa di esaminare gli atti processuali.
Ricordiamo che l’ex capo di gabinetto di Zelensky è sotto inchiesta nell’ambito di un’indagine per corruzione dal valore complessivo di 100 milioni di dollari relativa all’azienda statale Energoatom: un’indagine, battezzata «Midas», che ha già portato all’incriminazione di vari collaboratori del presidente ucraino, tra cui l’ex vicepremier, Oleksiy Chernyshov, e l’ex ministro della Giustizia, Herman Halushchenko. È in questo contesto che, lo scorso 28 novembre, Yermak si dimise da capo di gabinetto: un passo indietro avvenuto dopo che le autorità anticorruzione avevano fatto perquisire la sua abitazione. Si trattò, all’epoca, di un vero e proprio scossone ai vertici del governo ucraino.
Nominato da Zelensky proprio capo di gabinetto nel 2020, Yermak era diventato una delle figure più potenti (e controverse) dell’ecosistema politico ucraino. Politico, nel 2023, lo definì il «cardinale verde», in virtù della sua considerevole influenza e per la tendenza a vestirsi con abiti militari di color oliva. Inoltre, secondo il Kyiv Independent, sarebbe stato proprio lui a spingere Zelensky a sostenere la norma, poi ritirata, che avrebbe indebolito l’indipendenza delle autorità anticorruzione ucraine.
Non solo. A marzo dell’anno scorso, il presidente ucraino aveva anche messo Yermak a capo della delegazione che avrebbe dovuto negoziare con Washington e Mosca per porre fine alla guerra in Ucraina. La sua caduta fu quindi particolarmente fragorosa. E lui stesso lasciò intendere, in alcune dichiarazioni rilasciate al New York Post dopo le dimissioni, di essersi sentito abbandonato. «Sono stato dissacrato e la mia dignità non è stata tutelata, nonostante sia a Kiev dal 24 febbraio 2022. Pertanto, non voglio creare problemi a Zelensky; andrò al fronte», affermò.
Il ritorno di Yermak sotto i riflettori indebolisce il presidente ucraino. Pur non essendo coinvolto nell’inchiesta, Zelensky si ritrova infatti ad affrontare un duplice problema politico. Innanzitutto, il nodo della corruzione potrebbe complicare il già accidentato percorso di Kiev verso l’adesione all’Unione europea: percorso che, anche in considerazione della recente sconfitta elettorale di Viktor Orbán in Ungheria, la Commissione Ue ha recentemente cercato di rilanciare ma che, adesso, potrebbe impelagarsi di nuovo a causa dell’inchiesta sul caso Energoatom.
In secondo luogo, non è detto che la questione non abbia indirettamente un impatto anche sul fronte diplomatico e geopolitico. Come detto, fino a novembre, Yermak era stato il capo negoziatore di Kiev nel processo diplomatico relativo alla crisi ucraina. In questo quadro, a giugno, Politico riportò che l’amministrazione Trump fosse particolarmente irritata con lui. Non è inoltre un mistero che l’attuale Casa Bianca auspichi dall’anno scorso che l’Ucraina tenga al più presto delle nuove elezioni presidenziali. Non dimentichiamo poi che, all’inizio del 2026, a lasciare l’amministrazione Trump, dopo aver perso decisamente influenza, è stato il generale Keith Kellogg: uno dei principali punti di riferimento di Zelensky a Washington. A questo si aggiunga che, nonostante abbia reso noto che i rappresentanti americani visiteranno Kiev a cavallo tra primavera ed estate, il presidente ucraino è attualmente in rapporti problematici con Trump. Irritato dall’attenzione che la Casa Bianca sta riservando al dossier iraniano, Zelensky, secondo The Atlantic, starebbe cercando delle sponde alternative agli Stati Uniti. Il punto è che difficilmente il leader ucraino potrà fare realmente a meno di Washington, soprattutto qualora il processo diplomatico dovesse ripartire. Ed è qui che la questione Yermak potrebbe pesare negativamente su Zelensky.
Ieri, il ministero degli Esteri russo non ha perso tempo e ha cercato di cavalcare questo caso giudiziario per screditare Kiev: un caso giudiziario che, secondo Reuters, potrebbe complicare un domani la rielezione del presidente ucraino, oltre a creargli imbarazzo sul fronte dei rapporti internazionali.
Mosca: «Tregua finita, tocca a loro»
Consapevole che l’Ucraina non si trovi in una posizione di vantaggio, Mosca tiene il punto sulla sua disponibilità a sedersi al tavolo delle trattative.
La conferma è arrivata dal portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, che ha commentato le recenti dichiarazioni del presidente russo, Vladimir Putin, sulla fine del conflitto. Il portavoce ha infatti spiegato che la guerra «può finire in qualsiasi momento, non appena il regime di Kiev e Volodymyr Zelensky si assumeranno la responsabilità e prenderanno le decisioni necessarie», alludendo al Donbass. Un indicatore che confermerebbe la possibilità della fine delle ostilità è «il lavoro svolto nel formato trilaterale». Quanto all’eventuale faccia a faccia tra il leader ucraino e il presidente russo Putin, il portavoce ha affermato che lo zar è pronto «in qualsiasi momento» all’incontro «per dei negoziati», purché sia nella Capitale russa. Un’altra sede «avrebbe senso solo per finalizzare il processo di regolamento», ma prima serve «molto lavoro preliminare».
Mosca, nel frattempo, resta «aperta ai contatti». Anche perché il portavoce del Cremlino ha ribadito che la Russia «accoglie con favore gli sforzi di mediazione degli Stati Uniti». Che Washington sia indispensabile nel contesto degli sforzi di pace ne è convinto anche il ministro degli Esteri ucraino, Andrii Sybiha: «Abbiamo bisogno del coinvolgimento degli Usa, ma allo stesso tempo abbiamo anche bisogno della loro influenza e della pressione che esercitano sulla Russia».
Al contrario, l’Europa resta ancora in panchina. Dopo che l’Alto Rappresentante dell’Ue, Kaja Kallas, ha bocciato il ruolo di negoziatore dell’ex cancelliere tedesco Gerhard Schroeder, definendolo un «lobbista russo», Mosca è tornata a mettere i puntini sulle i riguardo al coinvolgimento europeo. Il viceministro degli Esteri russo, Alexander Grushko, ha chiarito che è esclusa «al momento qualsiasi partecipazione costruttiva dell’Unione europea agli sforzi volti a incanalare il conflitto in una dimensione politico-diplomatica». Mentre «la retorica» europea sbandiera la volontà di raggiungere la pace, secondo Grushko, Bruxelles «sta facendo tutto il possibile per protrarre il conflitto il più a lungo possibile».
Future trattative a parte, ieri è scaduta la breve tregua tra la Russia e l’Ucraina, con decine di droni russi che sono tornati a colpire Kiev. La ripresa dei combattimenti è stata poi confermata dal ministero della Difesa russo, mentre lo zar annunciava tra l’altro che Mosca schiererà il suo nuovo missile nucleare strategico Sarmat alla fine dell’anno. Dall’altra parte, Sybiha ha riferito che Kiev ha «proposto a Mosca di estendere il cessate il fuoco parziale, ma la Russia ha lanciato oltre 200 droni, colpendo infrastrutture civili, incluso un asilo nido, ferendo almeno sei persone e uccidendone almeno una». A suo dire, «Putin deve rendersi conto che per lui le cose andranno solo peggio». Sulla stessa linea anche il ministro della Difesa tedesco, Boris Pistorius, che intravede una presunta posizione di forza di Kiev sul fronte. Dopo aver visitato le regioni di Zaporizhzhia e Dnipro, ha infatti sentenziato: «Credo che gli ucraini abbiano effettivamente un momento favorevole. La Russia sta attraversando una fase di debolezza, sia dal punto di vista economico che politico interno, nonché sul campo di battaglia». Peraltro, la Germania ha dichiarato che darà un contributo di oltre 10 milioni di euro al progetto europeo per creare centri di addestramento militare in Ucraina. Gli aiuti a Kiev annunciati ieri riguardano anche i velivoli senza pilota: Kallas ha reso noto che a «giugno» il primo esborso del prestito di 90 miliardi sarà destinato «all’acquisto di droni». E con l’obiettivo di «sviluppare l’Intelligenza artificiale» per intercettare i droni russi, Zelensky ha incontrato Alex Karp, Ceo di Palantir Technologies, colosso americano specializzato in sicurezza e intelligence.
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Donald Trump (Ansa)
Poco dopo, durante una cena con la polizia americana alla Casa Bianca, il presidente ha abbandonato i toni diplomatici. «Le nostre forze armate sono fantastiche, stiamo facendo il c... a tutti», ha dichiarato, rivendicando apertamente le operazioni contro l’Iran, mentre il Pentagono continua formalmente a sostenere la validità del cessate il fuoco.
Mentre il Pentagono confermava che la guerra in Iran è già costata 29 miliardi, Trump ha poi rilanciato la pressione sul programma nucleare iraniano. Intervistato dal conduttore radiofonico conservatore Sid Rosenberg, il presidente americano ha sostenuto che solo Stati Uniti e Cina sarebbero in grado di recuperare il materiale nucleare iraniano, definito da lui «polvere nucleare», a condizione che Teheran accetti di consegnarlo. «Al 100 per 100 si fermeranno», ha detto riferendosi all’arricchimento dell’uranio. «Non possiamo permettere loro di avere un’arma nucleare perché la userebbero».
Sul fronte iraniano, però, le posizioni restano contrastanti. Il presidente Masoud Pezeshkian continua a sostenere che esiste ancora spazio per il dialogo con Washington e che la Repubblica islamica può negoziare «da una posizione di dignità». Allo stesso tempo però, gli esponenti della linea dura minacciano un’escalation nucleare. Ebrahim Rezaei, portavoce della commissione parlamentare per la sicurezza nazionale, ha dichiarato che Teheran potrebbe arricchire l’uranio fino al 90% in caso di nuovi attacchi. Il presidente del Parlamento, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha invece ribadito che Washington deve riconoscere «i diritti del popolo iraniano» contenuti nella risposta di Teheran.
Nel frattempo gli Usa stanno rafforzando la presenza militare nella regione. Il Comando centrale americano ha confermato che il 9 maggio un bombardiere strategico B-1B Lancer ha effettuato una missione operativa verso il Medio Oriente. Il generale Dan Caine, capo di Stato maggiore congiunto Usa, ha cercato di rassicurare il Congresso sostenendo che Washington dispone ancora di munizioni sufficienti nonostante un conflitto che sarebbe già costato circa 29 miliardi di dollari. Funzionari americani hanno però ammesso che gli Stati Uniti hanno dovuto trasferire rapidamente bombe e missili dai comandi in Asia ed Europa verso il Medio Oriente, riducendo la prontezza militare nei confronti di Russia e Cina. Anche Israele continua a rafforzare il dispositivo difensivo regionale. L’ambasciatore americano Mike Huckabee ha dichiarato che Tel Aviv ha trasferito negli Emirati una batteria Iron Dome. Secondo indiscrezioni del Wall Street Journal, gli Emirati avrebbero inoltre partecipato segretamente ad attacchi contro l’Iran, compresa un’operazione aerea contro una raffineria sull’isola iraniana di Lavan. Abu Dhabi non ha confermato le notizie.
Il centro dello scontro resta lo Stretto di Hormuz. Il segretario alla Difesa americano, Pete Hegseth, ha dichiarato al Senato che gli Stati Uniti mantengono il controllo dello Stretto, sostenendo che «nulla vi entra senza il nostro permesso». Il vice comandante della Marina dei pasdaran ha risposto annunciando che l’Iran ha ampliato il controllo strategico dell’area fino alle coste di Jask e Siri, assicurando che ogni movimento viene monitorato. Nelle stesse ore la petroliera qatariota Mihzem ha attraversato lo Stretto dopo essere rimasta bloccata in attesa dell’autorizzazione iraniana. Più delicato il caso della petroliera greca Agios Phanourios. Prima i media iraniani avevano sostenuto che la nave fosse stata respinta dalla Marina americana dopo aver attraversato Hormuz con greggio iracheno. Il Centcom ha confermato di aver bloccato una petroliera per violazione del blocco verso i porti iraniani, precisando che il carico non era petrolio iraniano e che altre navi sono già state intercettate.
In serata il Pakistan ha smentito le accuse di aver ospitato aerei militari iraniani nei propri aeroporti durante i negoziati tra Teheran e Washington, definendo «fuorviante e sensazionalistico» il report della Cbs. Le polemiche sono esplose dopo le dichiarazioni del senatore Lindsey Graham, che ha messo in dubbio l’affidabilità di Islamabad come mediatore: «Non mi fido più del Pakistan. Se davvero ci sono aerei iraniani parcheggiati nelle basi pakistane, questo mi dice che dovremmo cercare qualcun altro come mediatore. Non c’è da stupirsi se questa dannata situazione non va da nessuna parte». Secondo il governo pakistano, gli aerei arrivati nel Paese servivano soltanto al trasporto di diplomatici e personale coinvolto nei colloqui. Infine, la crescente militarizzazione del Golfo coinvolge ormai anche l’Europa. L’Alto rappresentante Ue, Kaja Kallas, ha dichiarato che la missione navale europea Aspides potrebbe diventare il contributo europeo alla sicurezza marittima nella regione, chiedendo più navi e maggiore coordinamento tra gli Stati membri.
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