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2018-07-18
Trump si siede al tavolo dei talebani e decide pure il futuro delle nostre truppe
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Ansa
La sua amministrazione, in materia di difesa e sicurezza, è infatti chiamata a risolvere un rebus ai limiti dell'impossibile, tenendo insieme tre esigenze opposte.
Primo: porre rimedio al ritiro generalizzato, a un «withdrawal» non solo militare, ma politico e perfino morale, che, negli otto anni dell'amministrazione Obama, ha disastrosamente fatto arretrare gli Usa da tutti i teatri decisivi, creando un «vacuum»immediatamente occupato da altri attori: Iran, Russia, Cina, e per altro verso il terrore islamista. Trump, di tutta evidenza, vuole mostrare che l'America è tornata, e sa difendere il suo interesse nazionale riprendendosi il centro del ring.
Secondo: fare i conti con una scarsità di risorse che però non consente un impegno massiccio, simultaneo, convenzionale su troppi versanti contemporaneamente. All'inizio del 2017, cioè all'alba dell'amministrazione Trump, si contavano già cinque fronti aperti: Siria, Iraq, Afghanistan, Somalia, Yemen.
Terzo: tenere presente che Trump è stato eletto sulla base di una piattaforma che dice «America First». Il che non vuol dire
isolazionismo, come hanno erroneamente ritenuto in troppi: significa invece che ogni protagonismo internazionale non deve essere «gratuito», ma concretamente funzionale alla centralità dell'interesse nazionale americano.
Si comprende bene che non è facile «settle the conundrum», cioè risolvere l'enigma. Per farlo, o per essere aiutato a farlo, Trump ha scelto come Segretario alla Difesa un uomo su cui l'aneddotica è vastissima: James Mattis, già generale dei Marines, definito «Mad Dog» (letteralmente: cane pazzo). Si racconta che, all'inizio della sua missione in Iraq, incontrando alcuni capi locali, abbia detto loro brutalmente: «Sono venuto in pace. Ma se provate e imbrogliarmi, vi ammazzo tutti». Ma, racconti pulp a parte, Mattis è tutto tranne che pazzo: non solo perché, conoscendo bene la guerra, non è affatto un fanatico. Semmai, sono note le sue passioni per la storia: è persona di cultura profonda e non esibita, non solo un uomo di campo. E soprattutto ha il talento di dire a Trump interamente la propria opinione, anche in modo ruvido, ma a porte chiuse, senza contraddirlo in pubblico, senza cercare la polemica pubblica o l'applauso dei media ostili a The Donald.
È noto ad esempio che Mattis è più duro di Trump con la Russia; che tiene alle alleanze tradizionali con i paesi europei; che, diversamente dall'inquilino della Casa Bianca, pur condividendo una posizione durissima verso il regime iraniano, non considera l'Iran un deal totalmente da buttare. Anche nel corso del recente vertice Nato a Bruxelles (non a Helsinki con Putin), Mattis ovviamente c'era, reduce a sua volta da un importante giro in Europa: ma ha tenuto un profilo pubblico bassissimo. Nessuna dichiarazione pubblica, meno che mai per acchiappare titoli.
I media nemici di Trump (cioè quasi tutti) dicono che faccia così perché teme il licenziamento (come già successo a Rex Tillerson, l'ex Segretario di Stato cacciato più o meno via Twitter, con cui Mattis condivideva conversazioni a due, e spesso anche a tre nel tentativo di illustrare a Trump scenari e opportunità). Qui, invece, proponiamo una spiegazione diversa: Mattis è un militare, un uomo serio, e uno che crede nel ruolo costituzionale del Presidente Usa. È dovere di un ministro consigliarlo, suggerirgli soluzioni, con relativi costi e benefici. Poi tocca al Presidente decidere: e Mattis non farà nulla per polemizzare in pubblico o per elemosinare la luce delle telecamere.
Da questo complesso e delicato equilibrio tra Trump e Mattis - insieme strategico e psicologico, militare e umano - è venuta fuori una «dottrina» forse non ortodossa, forse non lineare, certamente mutevole e pragmatica, ma di sicuro interesse. Un mix di minacce e toni altissimi da una parte, e ricerca di intese su basi nuove dall'altra. Trump usa la doppia minaccia più classica e pesante: per un verso le sanzioni economiche, per altro verso il pugno duro militare (nei casi più gravi, anche evocando il tema nucleare), e poi cerca un reset. Non un reset finto, però: ma un reset effettivo, realizzato avendo tirato la corda fino al massimo punto possibile, per conquistare il miglior accordo dal punto di vista di Washington.
Non pretendiamo di coniare qui una definizione, ma, dovessimo provarci, parleremmo di una sorta di «deterrenza 2.0» o di «deterrenza diffusa»: mentre nella tradizionale Guerra Fredda la deterrenza (e quindi il «monito» rappresentato da un immenso arsenale anche nucleare) era giocato unicamente in termini dissuasivi rispetto al grande nemico dell'Urss, Trump sembra ispirarsi a quel metodo ma – per così dire – spezzettandolo e su scala minore, distribuendo la minaccia (ma anche il suo pendant, e cioè una buona offerta di intesa commerciale) nei diversi teatri.
Solo il tempo ci dirà se e in che misura questa scommessa potrà funzionare, se Washington manterrà il suo ruolo egemone, e che tipo di compromesso dovrà elaborare in primo luogo con Pechino, e in subordine con Mosca.
Gli Usa aprono il dialogo con i talebani
Giphy
Gli Stati Uniti si preparano a una svolta in Afghanistan? Sembrerebbe di sì.
Stando a quanto riporta il New York Times, lo Zio Sam sarebbe infatti intenzionato ad avviare dei colloqui diretti con i talebani, venendo così incontro a quanto costoro hanno spesso richiesto in passato. Si tratterebbe di una vera e propria rivoluzione strategica, visto che - sino ad oggi - Washington si è sempre rifiutata di riconoscere ai mullah la dignità di interlocutori diplomatici.
È abbastanza chiaro che il fine sia quello di spingere il governo di Kabul a trattare con i talebani, cercando così di arrivare a una stabilizzazione politica in un territorio martoriato, ancora oggi, da sanguinose scie di attentati. Una strategia, almeno apparentemente, non poi così lontana da quella adottata da Richard Nixon e Henry Kissinger negli anni Settanta, quando decisero di risolvere la guerra contro Ho Chi Minh, attraverso una progressiva «vietnamizzazione» del conflitto. Del resto, non è un mistero che il presidente americano, Donald Trump, consideri l'Afghanistan un pantano oneroso e impopolare, da cui si ritirerebbe volentieri nel più breve tempo possibile.
È dai tempi della campagna elettorale che il miliardario critica infatti questo conflitto: la netta presa di distanze dalle guerre di Iraq e Afghanistan era d'altronde parte di una ben precisa strategia politica, che aveva l'obiettivo di attaccare frontalmente l'ex presidente George W. Bush il quale - notoriamente - di quei conflitti era stato tra i principali artefici. Addirittura il magnate si era spinto in passato a parlare di un ritiro delle truppe americane dal teatro afghano. Una linea che si è tuttavia ineluttabilmente scontrata con le alte sfere dell'esercito e con i deputati repubblicani più radicali. Tanto che, alcuni mesi fa, il presidente era sembrato tornare sui suoi passi, annunciando un aumento di soldati statunitensi sul territorio.
Adesso però pare propendere nuovamente per l'approccio isolazionista. Un approccio non semplicissimo da attuare, vista anche la presenza in loco di pericolosissime cellule legate allo Stato Islamico. Appena ieri, un attentato kamikaze dell'Isis ha fatto venti vittime nel Nord del Paese. Come che sia, il presidente sembra essere deciso a cambiare linea. E non è forse un caso che questa novità abbia luogo quasi in concomitanza dell'incontro avvenuto con il presidente russo, Vladimir Putin, ad Helsinki lunedì scorso. Un incontro che ha evidenziato una volta di più come Trump sia fermamente intenzionato ad abbandonare le logiche della Guerra Fredda, oltre alle politiche bellicose e interventiste di suoi predecessori come lo stesso Bush e Bill Clinton.
La svolta afghana potrebbe insomma rappresentare un tassello in seno a una strategia geopolitica più generale, volta ad imprimere alle relazioni internazionali dello Zio Sam un'impronta dal chiaro sapore kissingeriano. E questo, nonostante le fortissime opposizioni interne, che provengono dall'esercito, dall'intelligence e da ampi settori del Congresso (senza dimenticare poi l'industria bellica).
Anche perché, da buon fiutatore elettorale, Trump è pienamente consapevole che questa sua nuova linea sia in fondo apprezzata dall'elettore medio: quell'elettore, cioè, che non capisce per quale ragione, dopo diciassette anni, gli Stati Uniti debbano restare coinvolti in un teatro di guerra, colmo di difficoltà ben lungi dal poter essere risolte.
Certo: la lotta è rischiosa. E la strada è in salita. Trump lo sa. Anche perché i suoi avversari hanno già ripreso a minacciarlo, agitandogli contro lo spettro del Russiagate. E, guarda caso, proprio ieri il magnate ha fatto una mezza marcia indietro sulle sue critiche verso l'intelligence americana, pronunciate in occasione dell'incontro con Putin. Segno di come questa svolta geopolitica sia molto difficoltosa. E di come Trump sia per necessità costretto a barcamenarsi tra posizioni contraddittorie, per trovare un margine d'azione concreta che gli consenta di destreggiarsi tra i marosi della politica statunitense.
Ci riuscirà? L'Afghanistan potrebbe già rivelarsi un importante banco di prova.
Stefano Graziosi
Meno militari italiani a Bagdad e Kabul, più aerei in cielo
Quando il 30 luglio prossimo si apriranno per Giuseppe Conte le porte della Casa Bianca, i dossier prevedibilmente sul tavolo saranno tre: per un verso le reciproche buone opportunità commerciali; per altro verso, la questione europea, con il chiaro tentativo di Trump di sganciare il maggior numero di paesi Ue dall'orbita o comunque dalla dipendenza rispetto alla Germania della Merkel; e infine il tasto dolente delle spese militari.
Anche all'Italia sarà chiesto un impegno maggiore impegno verso il fatidico 2% (nell'ultimo vertice Nato, Trump si è provocatoriamente spinto a chiedere il raddoppio fino alla cifra monstre del 4!). È presumibile che chi «brieferà» Conte lo istruirà a rivendicare il forte impegno italiano nelle missioni estere. E in effetti, in base al decreto approvato dallo scorso Parlamento in articulo mortis, il quadro dell'impegno estero delle truppe italiane anche per il 2018 è davvero notevole: conferma di tutte le missioni già esistenti nel 2017, più nuovi impegni africani in funzione del contenimento dell'estremismo jihadista e del traffico di esseri umani. Quest'ultimo fronte prevede un rafforzamento della presenza in Libia, un nuovo
impegno in Tunisia, più la contesta missione in Niger, ritenuta da molti più funzionale agli interessi francesi che a quelli italiani.
Come contrappeso rispetto a questo maggiore impegno in Nord Africa, è stata decisa una corrispondente riduzione della presenza in Medio Oriente (Afghanistan e Iraq). Stesso numero complessivo di soldati, risorse leggermente in crescita (circa 80 milioni in più dell'anno precedente), fino a un budget di un miliardo e mezzo di euro. Ma attenzione: le risorse non sono sufficienti e per arrivare a fine anno occorrerà forse un'iniezione di denaro in più.
Restano operative le presenze italiane in Libano e Kosovo, nel primo caso sotto egida Onu, nel secondo in ambito Nato. Sempre nel quadro dell'Alleanza Atlantica, l'Italia ha anche deciso di rafforzare il suo contributo di «air policing», cioè la sorveglianza dello spazio aereo Nato.
Resta da capire cosa si diranno Trump e Conte non solo sulla mole complessiva di impegno, obiettivamente notevolissima: ma anche sulle priorità nella distribuzione di uomini e mezzi. Resteranno valide le scelte lasciate in eredità da Paolo Gentiloni e da Roberta Pinotti?
Daniele Capezzone
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La politica militare di Donald Trump, più ancora della politica estera della quale è diretta espressione e applicazione, segue il principio guida che l'allora candidato Trump rivelò in un celebre colloquio con l'editorial board del Washington Post. Disse allora: «Sarò "unpredictable"», assumendo l'imprevedibilità, il carattere non banale e non convenzionale delle decisioni e delle priorità, come punto di riferimento. Adesso ha deciso di dialogare direttamente con i talebani per uscire dal pantano afgano portato avanti da Barack Obama. Il cambio di passo impatterà sulla presenza dei militari italiani anche in Iraq e nel Mediterraneo.Lo speciale contiene tre articoli.La sua amministrazione, in materia di difesa e sicurezza, è infatti chiamata a risolvere un rebus ai limiti dell'impossibile, tenendo insieme tre esigenze opposte.Primo: porre rimedio al ritiro generalizzato, a un «withdrawal» non solo militare, ma politico e perfino morale, che, negli otto anni dell'amministrazione Obama, ha disastrosamente fatto arretrare gli Usa da tutti i teatri decisivi, creando un «vacuum»immediatamente occupato da altri attori: Iran, Russia, Cina, e per altro verso il terrore islamista. Trump, di tutta evidenza, vuole mostrare che l'America è tornata, e sa difendere il suo interesse nazionale riprendendosi il centro del ring.Secondo: fare i conti con una scarsità di risorse che però non consente un impegno massiccio, simultaneo, convenzionale su troppi versanti contemporaneamente. All'inizio del 2017, cioè all'alba dell'amministrazione Trump, si contavano già cinque fronti aperti: Siria, Iraq, Afghanistan, Somalia, Yemen.Terzo: tenere presente che Trump è stato eletto sulla base di una piattaforma che dice «America First». Il che non vuol direisolazionismo, come hanno erroneamente ritenuto in troppi: significa invece che ogni protagonismo internazionale non deve essere «gratuito», ma concretamente funzionale alla centralità dell'interesse nazionale americano.Si comprende bene che non è facile «settle the conundrum», cioè risolvere l'enigma. Per farlo, o per essere aiutato a farlo, Trump ha scelto come Segretario alla Difesa un uomo su cui l'aneddotica è vastissima: James Mattis, già generale dei Marines, definito «Mad Dog» (letteralmente: cane pazzo). Si racconta che, all'inizio della sua missione in Iraq, incontrando alcuni capi locali, abbia detto loro brutalmente: «Sono venuto in pace. Ma se provate e imbrogliarmi, vi ammazzo tutti». Ma, racconti pulp a parte, Mattis è tutto tranne che pazzo: non solo perché, conoscendo bene la guerra, non è affatto un fanatico. Semmai, sono note le sue passioni per la storia: è persona di cultura profonda e non esibita, non solo un uomo di campo. E soprattutto ha il talento di dire a Trump interamente la propria opinione, anche in modo ruvido, ma a porte chiuse, senza contraddirlo in pubblico, senza cercare la polemica pubblica o l'applauso dei media ostili a The Donald.È noto ad esempio che Mattis è più duro di Trump con la Russia; che tiene alle alleanze tradizionali con i paesi europei; che, diversamente dall'inquilino della Casa Bianca, pur condividendo una posizione durissima verso il regime iraniano, non considera l'Iran un deal totalmente da buttare. Anche nel corso del recente vertice Nato a Bruxelles (non a Helsinki con Putin), Mattis ovviamente c'era, reduce a sua volta da un importante giro in Europa: ma ha tenuto un profilo pubblico bassissimo. Nessuna dichiarazione pubblica, meno che mai per acchiappare titoli.I media nemici di Trump (cioè quasi tutti) dicono che faccia così perché teme il licenziamento (come già successo a Rex Tillerson, l'ex Segretario di Stato cacciato più o meno via Twitter, con cui Mattis condivideva conversazioni a due, e spesso anche a tre nel tentativo di illustrare a Trump scenari e opportunità). Qui, invece, proponiamo una spiegazione diversa: Mattis è un militare, un uomo serio, e uno che crede nel ruolo costituzionale del Presidente Usa. È dovere di un ministro consigliarlo, suggerirgli soluzioni, con relativi costi e benefici. Poi tocca al Presidente decidere: e Mattis non farà nulla per polemizzare in pubblico o per elemosinare la luce delle telecamere.Da questo complesso e delicato equilibrio tra Trump e Mattis - insieme strategico e psicologico, militare e umano - è venuta fuori una «dottrina» forse non ortodossa, forse non lineare, certamente mutevole e pragmatica, ma di sicuro interesse. Un mix di minacce e toni altissimi da una parte, e ricerca di intese su basi nuove dall'altra. Trump usa la doppia minaccia più classica e pesante: per un verso le sanzioni economiche, per altro verso il pugno duro militare (nei casi più gravi, anche evocando il tema nucleare), e poi cerca un reset. Non un reset finto, però: ma un reset effettivo, realizzato avendo tirato la corda fino al massimo punto possibile, per conquistare il miglior accordo dal punto di vista di Washington.Non pretendiamo di coniare qui una definizione, ma, dovessimo provarci, parleremmo di una sorta di «deterrenza 2.0» o di «deterrenza diffusa»: mentre nella tradizionale Guerra Fredda la deterrenza (e quindi il «monito» rappresentato da un immenso arsenale anche nucleare) era giocato unicamente in termini dissuasivi rispetto al grande nemico dell'Urss, Trump sembra ispirarsi a quel metodo ma – per così dire – spezzettandolo e su scala minore, distribuendo la minaccia (ma anche il suo pendant, e cioè una buona offerta di intesa commerciale) nei diversi teatri.Solo il tempo ci dirà se e in che misura questa scommessa potrà funzionare, se Washington manterrà il suo ruolo egemone, e che tipo di compromesso dovrà elaborare in primo luogo con Pechino, e in subordine con Mosca.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/trump-siede-al-tavolo-dei-talebani-2587802143.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="gli-usa-aprono-il-dialogo-con-i-talebani" data-post-id="2587802143" data-published-at="1777391187" data-use-pagination="False"> Gli Usa aprono il dialogo con i talebani Giphy Gli Stati Uniti si preparano a una svolta in Afghanistan? Sembrerebbe di sì. Stando a quanto riporta il New York Times, lo Zio Sam sarebbe infatti intenzionato ad avviare dei colloqui diretti con i talebani, venendo così incontro a quanto costoro hanno spesso richiesto in passato. Si tratterebbe di una vera e propria rivoluzione strategica, visto che - sino ad oggi - Washington si è sempre rifiutata di riconoscere ai mullah la dignità di interlocutori diplomatici. È abbastanza chiaro che il fine sia quello di spingere il governo di Kabul a trattare con i talebani, cercando così di arrivare a una stabilizzazione politica in un territorio martoriato, ancora oggi, da sanguinose scie di attentati. Una strategia, almeno apparentemente, non poi così lontana da quella adottata da Richard Nixon e Henry Kissinger negli anni Settanta, quando decisero di risolvere la guerra contro Ho Chi Minh, attraverso una progressiva «vietnamizzazione» del conflitto. Del resto, non è un mistero che il presidente americano, Donald Trump, consideri l'Afghanistan un pantano oneroso e impopolare, da cui si ritirerebbe volentieri nel più breve tempo possibile. È dai tempi della campagna elettorale che il miliardario critica infatti questo conflitto: la netta presa di distanze dalle guerre di Iraq e Afghanistan era d'altronde parte di una ben precisa strategia politica, che aveva l'obiettivo di attaccare frontalmente l'ex presidente George W. Bush il quale - notoriamente - di quei conflitti era stato tra i principali artefici. Addirittura il magnate si era spinto in passato a parlare di un ritiro delle truppe americane dal teatro afghano. Una linea che si è tuttavia ineluttabilmente scontrata con le alte sfere dell'esercito e con i deputati repubblicani più radicali. Tanto che, alcuni mesi fa, il presidente era sembrato tornare sui suoi passi, annunciando un aumento di soldati statunitensi sul territorio. Adesso però pare propendere nuovamente per l'approccio isolazionista. Un approccio non semplicissimo da attuare, vista anche la presenza in loco di pericolosissime cellule legate allo Stato Islamico. Appena ieri, un attentato kamikaze dell'Isis ha fatto venti vittime nel Nord del Paese. Come che sia, il presidente sembra essere deciso a cambiare linea. E non è forse un caso che questa novità abbia luogo quasi in concomitanza dell'incontro avvenuto con il presidente russo, Vladimir Putin, ad Helsinki lunedì scorso. Un incontro che ha evidenziato una volta di più come Trump sia fermamente intenzionato ad abbandonare le logiche della Guerra Fredda, oltre alle politiche bellicose e interventiste di suoi predecessori come lo stesso Bush e Bill Clinton. La svolta afghana potrebbe insomma rappresentare un tassello in seno a una strategia geopolitica più generale, volta ad imprimere alle relazioni internazionali dello Zio Sam un'impronta dal chiaro sapore kissingeriano. E questo, nonostante le fortissime opposizioni interne, che provengono dall'esercito, dall'intelligence e da ampi settori del Congresso (senza dimenticare poi l'industria bellica). Anche perché, da buon fiutatore elettorale, Trump è pienamente consapevole che questa sua nuova linea sia in fondo apprezzata dall'elettore medio: quell'elettore, cioè, che non capisce per quale ragione, dopo diciassette anni, gli Stati Uniti debbano restare coinvolti in un teatro di guerra, colmo di difficoltà ben lungi dal poter essere risolte. Certo: la lotta è rischiosa. E la strada è in salita. Trump lo sa. Anche perché i suoi avversari hanno già ripreso a minacciarlo, agitandogli contro lo spettro del Russiagate. E, guarda caso, proprio ieri il magnate ha fatto una mezza marcia indietro sulle sue critiche verso l'intelligence americana, pronunciate in occasione dell'incontro con Putin. Segno di come questa svolta geopolitica sia molto difficoltosa. E di come Trump sia per necessità costretto a barcamenarsi tra posizioni contraddittorie, per trovare un margine d'azione concreta che gli consenta di destreggiarsi tra i marosi della politica statunitense. Ci riuscirà? L'Afghanistan potrebbe già rivelarsi un importante banco di prova. Stefano Graziosi <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/trump-siede-al-tavolo-dei-talebani-2587802143.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="meno-militari-italiani-a-bagdad-e-kabul-piu-aerei-in-cielo" data-post-id="2587802143" data-published-at="1777391187" data-use-pagination="False"> Meno militari italiani a Bagdad e Kabul, più aerei in cielo Quando il 30 luglio prossimo si apriranno per Giuseppe Conte le porte della Casa Bianca, i dossier prevedibilmente sul tavolo saranno tre: per un verso le reciproche buone opportunità commerciali; per altro verso, la questione europea, con il chiaro tentativo di Trump di sganciare il maggior numero di paesi Ue dall'orbita o comunque dalla dipendenza rispetto alla Germania della Merkel; e infine il tasto dolente delle spese militari.Anche all'Italia sarà chiesto un impegno maggiore impegno verso il fatidico 2% (nell'ultimo vertice Nato, Trump si è provocatoriamente spinto a chiedere il raddoppio fino alla cifra monstre del 4!). È presumibile che chi «brieferà» Conte lo istruirà a rivendicare il forte impegno italiano nelle missioni estere. E in effetti, in base al decreto approvato dallo scorso Parlamento in articulo mortis, il quadro dell'impegno estero delle truppe italiane anche per il 2018 è davvero notevole: conferma di tutte le missioni già esistenti nel 2017, più nuovi impegni africani in funzione del contenimento dell'estremismo jihadista e del traffico di esseri umani. Quest'ultimo fronte prevede un rafforzamento della presenza in Libia, un nuovoimpegno in Tunisia, più la contesta missione in Niger, ritenuta da molti più funzionale agli interessi francesi che a quelli italiani.Come contrappeso rispetto a questo maggiore impegno in Nord Africa, è stata decisa una corrispondente riduzione della presenza in Medio Oriente (Afghanistan e Iraq). Stesso numero complessivo di soldati, risorse leggermente in crescita (circa 80 milioni in più dell'anno precedente), fino a un budget di un miliardo e mezzo di euro. Ma attenzione: le risorse non sono sufficienti e per arrivare a fine anno occorrerà forse un'iniezione di denaro in più.Restano operative le presenze italiane in Libano e Kosovo, nel primo caso sotto egida Onu, nel secondo in ambito Nato. Sempre nel quadro dell'Alleanza Atlantica, l'Italia ha anche deciso di rafforzare il suo contributo di «air policing», cioè la sorveglianza dello spazio aereo Nato.Resta da capire cosa si diranno Trump e Conte non solo sulla mole complessiva di impegno, obiettivamente notevolissima: ma anche sulle priorità nella distribuzione di uomini e mezzi. Resteranno valide le scelte lasciate in eredità da Paolo Gentiloni e da Roberta Pinotti?Daniele Capezzone
Maurizio Landini
Si tratta di decisioni da adottare in una fase molto complicata, perché il tema delle risorse finanziare resta centrale in un quadro di forte incertezza, causata dall’impatto economico e energetico del conflitto in Medio Oriente e dal mancato rispetto dell’obiettivo di deficit al 3%. Che come è noto comporta il mantenimento della procedura di infrazione da parte dell’Unione Europea nei confronti dell’Italia e lascia aperta la possibilità, da parte del nostro governo, di valutare un possibile scostamento di bilancio. Tutte questioni che dovranno essere oggetto di un auspicabile confronto con la Commissione europea, con l’obiettivo di ottenere una maggiore flessibilità finanziaria.
Immaginiamo già le critiche dell’opposizione di sinistra nei confronti del governo reo di non aver fatto nulla per impedire questo stato di cose e persino di aver strumentalmente convocato il cdm per assumere le decisioni sul lavoro a ridosso del Primo Maggio, solo per silenziare i sindacati e i lavoratori, saturando lo spazio mediatico, e inviando messaggi rassicuranti per garantire in qualche modo che il potere d’acquisto non sarà ulteriormente intaccato dall’onda lunga delle speculazioni.
La verità è che l’anno appena trascorso ha segnato un punto di svolta nel modo in cui la questione salariale è stata affrontata nel dibattito pubblico italiano. Dopo anni di attenzione discontinua, il tema è emerso come problema strutturale. Anche nelle zone economicamente più avanzate del Paese, la dinamica salariale è oggi al centro delle attenzioni non solo perché è una questione nazionale ma anche perché è sempre più evidente che non riguarda soltanto l’equità sociale, ma incide direttamente sulla competitività del sistema economico.
Ma al di là dei compiti che un governo deve avere nell’attivare politiche fiscali a favore del lavoro e nella predisposizione di un quadro macroeconomico che permetta al sistema produttivo di operare nel migliore dei modi, vi è da dire che l’esecutivo, in quanto datore di lavoro pubblico, ha agito relativamente bene, rinnovando i contratti della scuola e degli enti locali e predisponendo il tavolo per il rinnovo del contratto della sanità pubblica. Possiamo dire altrettanto delle organizzazioni sindacali e datoriali?
Non sarebbe davvero stato male se nel recente dibattito il segretario Cgil e il presidente di Confindustria avessero preso coscienza dei loro compiti e delle loro responsabilità nell’affrontare i problemi del mondo del lavoro e dei lavoratori. Ad esempio prendendo atto che nonostante il sistema contrattuale italiano sia da considerarsi tra i migliori in Europa, in realtà la contrattazione ha mostrato limiti strutturali: oltre agli enormi ritardi nei rinnovi del settore privato, non è riuscita a garantire aumenti adeguati, spesso legati a una produttività ferma a diversi anni fa. Sindacati e imprese dovrebbero sapere che le ragioni di questo ritardo persistente sono note e strutturali: il peso elevato delle pmi, la centralità di settori a basso valore aggiunto come il turismo, edilizia e i servizi alla persona, un sistema di relazioni industriali frammentato e in alcuni comparti molto debole, livelli di competenze ancora insufficienti - sia dal lato dei lavoratori sia dei manager - e un passaggio scuola-lavoro ampiamente migliorabile - continuano a comprimere la dinamica delle retribuzioni.
Soprattutto appare evidente l’incapacità di adattarsi alle trasformazioni tecnologiche e di mercato e di conseguenza mantenendosi non raramente minimi retributivi molto bassi. Inoltre in questi anni si è assistito ad una proliferazione di contratti siglati da organizzazioni sindacali e datoriali con una bassa rappresentatività, generando effetti perversi di «dumping salariale e contrattuale».
A queste criticità si aggiunge un paradosso, ovvero che i record occupazionali possono costituire il terreno per una nuova stagnazione salariale. Con l’aumento del costo del capitale, molte imprese hanno scelto di espandere il fattore lavoro rinviando investimenti e digitalizzazione. In definitiva sé si vuole affrontare la questione salariale, il governo dovrà fare la sua parte ma le parti sociali, sindacato e datori di lavoro, non possono essere da meno e dovrebbero mostrare più coraggio e lungimiranza. Ingredienti che finora hanno dimostrato di non avere.
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L’operazione, coordinata dalla Questura di Roma, è stata preceduta da un’attività di analisi informativa e di mappatura delle criticità, con particolare attenzione alle dinamiche di occupazione abusiva stratificatesi nel tempo all’interno del complesso di proprietà di Ater Roma. Subito dopo l’accesso allo stabile da parte delle forze dell’ordine, i tecnici di Ater hanno avviato le operazioni di bonifica degli spazi. Durante l’intervento non è stato trovato alcun occupante all’interno della struttura. Un gruppo iniziale di una decina di attivisti, poi cresciuto fino a quasi un centinaio, si è arrampicato sul tetto in segno di protesta.
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Alla fine degli anni ’40 la Vespa ebbe la sua veste definitiva, con caratteristiche che manterrà per i decenni a venire. Nell’ultimo scorcio del decennio, a pochi anni dalla fine della guerra, Piaggio aveva riguadagnato anche i macchinari per la produzione in serie, persi sotto le bombe alleate negli stabilimenti di Pontedera. Il decennio si era concluso con l’introduzione della «125», evoluzione della prima e più spartana «98» del 1946. Nel 1951 la casa presentò la nuova Vespa «ottavo di litro», con notevoli migliorie tecniche nei cavi del cambio, nella sospensione anteriore e nella riduzione delle vibrazioni garantite dalla presenza di silent block. Lo stampaggio realizzato da moderne presse americane permise anche di abbassare i listini, dando di fatto uno slancio inarrestabile alla motorizzazione dell’Italia postbellica. Accanto alla rinnovata «125» la casa di Pontedera lanciò nel 1952 un modello ancora più economico, la oggi rarissima «125 U», dove la lettera «U» stava per «utilitaria». Lo scooter era riconoscibile dal cofano motore ridotto a semplice copertura degli organi, aperto lateralmente e dal faro anteriore di dimensioni ridotte. In Italia non ebbe grandissimo successo, mentre fu più apprezzata all’estero dove furono esportate in Svezia, Venezuela e Iran (in Venezuela furono adottate dalla polizia, in Iran dalle poste). Anche in Italia, la Vespa fu compagna del lavoro quotidiano dei difficili anni della ricostruzione, con la versione motocarro presentata già nel 1948 (con il nome provvisorio di TriVespa), poi diventata sempre più diffusa con il nome di «Ape».
Nel 1953 la Vespa fu consacrata sul grande schermo nel film culto «Vacanze romane» con Gregory Peck e Audrey Hepburn. L’attore americano guidava una «125» (V31T) faro basso del 1951 che fece il primo giro «virtuale» del mondo. Gli anni ’50 catapultano la Vespa in cima ai desideri degli italiani, seguita dalla rivale Lambretta Innocenti. Con la crescita delle vendite (500.000 esemplari alla fine del 1953) si alza anche la cilindrata. La «150 GS» del 1955 è la prima ad avere velleità sportive, con una potenza di 8 Cv e il cambio a 4 marce che permetteva alla GS di infrangere il muro dei 100 km/h. Fu messa in listino anche la vespa 150 «VL», una versione più tranquilla della GS, ribattezzata «struzzo» per la particolare forma della carenatura del faro anteriore al manubrio. Nel 1958 sarà rinnovata anche la «125» con l’adozione dei semigusci e dei comandi nascosti nel manubrio. Questo modello fu utilizzato nelle scene degli inseguimenti dei paparazzi ne «La Dolce Vita» di Federico Fellini.
All’inizio degli anni Sessanta la spinta del boom economico comincia a ridursi, mentre la motorizzazione degli italiani passa dalle 2 alle 4 ruote (con l’immissione sul mercato delle utilitarie Fiat «600» e «500» dalla metà del decennio precedente). Piaggio risponde alla contrazione con un’altra idea vincente. Nel 1963 presenta la prima Vespa «50», caratterizzata dalle dimensioni ridotte, dando vita alla generazione delle «small frame». Fu l'ultima Vespa firmata da Corradino D'Ascanio. Guidabile senza patente e a partire dai 14 anni, la nuova «50» si inserì nel mondo dei ciclomotori scalando in pochissimo tempo le classifiche di vendita. Nelle cilindrate più alte, per la prima volta la Vespa si presentò al pubblico con un motore da 180cc. Nel 1964 esce la «180 Super Sport», uno degli scooter più veloci sul mercato con i suoi 105 km/h di punta. Anche le linee sono rinnovate, con il faro trapezoidale e un disegno più squadrato, che porrà fine alle bombature accentuate della prima generazione dello scooter Piaggio. Anche la serie «piccola» vedrà evoluzioni a partire dalla metà del decennio. Nel 1965 vengono presentate due meteore da 90cc. con il telaio della «50», di cui una sportiva, la 90 «SS» caratterizzata da un finto serbatoio tra sellino e manubrio, che in realtà è un portaoggetti. Il manubrio, più stretto e inclinato verso il basso ricordava quelli utilizzati sulle moto sportive. Nello stesso anno viene lanciata la «125 Nuova», base small frame per quella che nel 1967 inizierà la serie best seller delle piccole targate, la «Primavera». Alla fine degli anni Sessanta Piaggio presenta una rinnovata 180cc, la «Rally», dotata di un faro di grandi dimensioni e per la prima volta del bauletto portaoggetti dietro la scocca anteriore. Il decennio si chiude con l’ampliamento dell’offerta sui »Vespini» da 50cc, con la nuova «50 N» dal telaio allungato per un maggiore confort di marcia e con la versione lusso con cromature, la «50 L». Nel 1969 Piaggio presenta una delle Vespa più iconiche della sua lunga storia: al Salone del Ciclo e Motociclo di Milano compare una Vespa 50 dal faro rettangolare, così come il fanalino posteriore ed il sellino a «gobba». E’ la «50 Special», il sogno dei ragazzi degli anni Settanta.
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