True
2018-07-18
Trump si siede al tavolo dei talebani e decide pure il futuro delle nostre truppe
True
Ansa
La sua amministrazione, in materia di difesa e sicurezza, è infatti chiamata a risolvere un rebus ai limiti dell'impossibile, tenendo insieme tre esigenze opposte.
Primo: porre rimedio al ritiro generalizzato, a un «withdrawal» non solo militare, ma politico e perfino morale, che, negli otto anni dell'amministrazione Obama, ha disastrosamente fatto arretrare gli Usa da tutti i teatri decisivi, creando un «vacuum»immediatamente occupato da altri attori: Iran, Russia, Cina, e per altro verso il terrore islamista. Trump, di tutta evidenza, vuole mostrare che l'America è tornata, e sa difendere il suo interesse nazionale riprendendosi il centro del ring.
Secondo: fare i conti con una scarsità di risorse che però non consente un impegno massiccio, simultaneo, convenzionale su troppi versanti contemporaneamente. All'inizio del 2017, cioè all'alba dell'amministrazione Trump, si contavano già cinque fronti aperti: Siria, Iraq, Afghanistan, Somalia, Yemen.
Terzo: tenere presente che Trump è stato eletto sulla base di una piattaforma che dice «America First». Il che non vuol dire
isolazionismo, come hanno erroneamente ritenuto in troppi: significa invece che ogni protagonismo internazionale non deve essere «gratuito», ma concretamente funzionale alla centralità dell'interesse nazionale americano.
Si comprende bene che non è facile «settle the conundrum», cioè risolvere l'enigma. Per farlo, o per essere aiutato a farlo, Trump ha scelto come Segretario alla Difesa un uomo su cui l'aneddotica è vastissima: James Mattis, già generale dei Marines, definito «Mad Dog» (letteralmente: cane pazzo). Si racconta che, all'inizio della sua missione in Iraq, incontrando alcuni capi locali, abbia detto loro brutalmente: «Sono venuto in pace. Ma se provate e imbrogliarmi, vi ammazzo tutti». Ma, racconti pulp a parte, Mattis è tutto tranne che pazzo: non solo perché, conoscendo bene la guerra, non è affatto un fanatico. Semmai, sono note le sue passioni per la storia: è persona di cultura profonda e non esibita, non solo un uomo di campo. E soprattutto ha il talento di dire a Trump interamente la propria opinione, anche in modo ruvido, ma a porte chiuse, senza contraddirlo in pubblico, senza cercare la polemica pubblica o l'applauso dei media ostili a The Donald.
È noto ad esempio che Mattis è più duro di Trump con la Russia; che tiene alle alleanze tradizionali con i paesi europei; che, diversamente dall'inquilino della Casa Bianca, pur condividendo una posizione durissima verso il regime iraniano, non considera l'Iran un deal totalmente da buttare. Anche nel corso del recente vertice Nato a Bruxelles (non a Helsinki con Putin), Mattis ovviamente c'era, reduce a sua volta da un importante giro in Europa: ma ha tenuto un profilo pubblico bassissimo. Nessuna dichiarazione pubblica, meno che mai per acchiappare titoli.
I media nemici di Trump (cioè quasi tutti) dicono che faccia così perché teme il licenziamento (come già successo a Rex Tillerson, l'ex Segretario di Stato cacciato più o meno via Twitter, con cui Mattis condivideva conversazioni a due, e spesso anche a tre nel tentativo di illustrare a Trump scenari e opportunità). Qui, invece, proponiamo una spiegazione diversa: Mattis è un militare, un uomo serio, e uno che crede nel ruolo costituzionale del Presidente Usa. È dovere di un ministro consigliarlo, suggerirgli soluzioni, con relativi costi e benefici. Poi tocca al Presidente decidere: e Mattis non farà nulla per polemizzare in pubblico o per elemosinare la luce delle telecamere.
Da questo complesso e delicato equilibrio tra Trump e Mattis - insieme strategico e psicologico, militare e umano - è venuta fuori una «dottrina» forse non ortodossa, forse non lineare, certamente mutevole e pragmatica, ma di sicuro interesse. Un mix di minacce e toni altissimi da una parte, e ricerca di intese su basi nuove dall'altra. Trump usa la doppia minaccia più classica e pesante: per un verso le sanzioni economiche, per altro verso il pugno duro militare (nei casi più gravi, anche evocando il tema nucleare), e poi cerca un reset. Non un reset finto, però: ma un reset effettivo, realizzato avendo tirato la corda fino al massimo punto possibile, per conquistare il miglior accordo dal punto di vista di Washington.
Non pretendiamo di coniare qui una definizione, ma, dovessimo provarci, parleremmo di una sorta di «deterrenza 2.0» o di «deterrenza diffusa»: mentre nella tradizionale Guerra Fredda la deterrenza (e quindi il «monito» rappresentato da un immenso arsenale anche nucleare) era giocato unicamente in termini dissuasivi rispetto al grande nemico dell'Urss, Trump sembra ispirarsi a quel metodo ma – per così dire – spezzettandolo e su scala minore, distribuendo la minaccia (ma anche il suo pendant, e cioè una buona offerta di intesa commerciale) nei diversi teatri.
Solo il tempo ci dirà se e in che misura questa scommessa potrà funzionare, se Washington manterrà il suo ruolo egemone, e che tipo di compromesso dovrà elaborare in primo luogo con Pechino, e in subordine con Mosca.
Gli Usa aprono il dialogo con i talebani
Giphy
Gli Stati Uniti si preparano a una svolta in Afghanistan? Sembrerebbe di sì.
Stando a quanto riporta il New York Times, lo Zio Sam sarebbe infatti intenzionato ad avviare dei colloqui diretti con i talebani, venendo così incontro a quanto costoro hanno spesso richiesto in passato. Si tratterebbe di una vera e propria rivoluzione strategica, visto che - sino ad oggi - Washington si è sempre rifiutata di riconoscere ai mullah la dignità di interlocutori diplomatici.
È abbastanza chiaro che il fine sia quello di spingere il governo di Kabul a trattare con i talebani, cercando così di arrivare a una stabilizzazione politica in un territorio martoriato, ancora oggi, da sanguinose scie di attentati. Una strategia, almeno apparentemente, non poi così lontana da quella adottata da Richard Nixon e Henry Kissinger negli anni Settanta, quando decisero di risolvere la guerra contro Ho Chi Minh, attraverso una progressiva «vietnamizzazione» del conflitto. Del resto, non è un mistero che il presidente americano, Donald Trump, consideri l'Afghanistan un pantano oneroso e impopolare, da cui si ritirerebbe volentieri nel più breve tempo possibile.
È dai tempi della campagna elettorale che il miliardario critica infatti questo conflitto: la netta presa di distanze dalle guerre di Iraq e Afghanistan era d'altronde parte di una ben precisa strategia politica, che aveva l'obiettivo di attaccare frontalmente l'ex presidente George W. Bush il quale - notoriamente - di quei conflitti era stato tra i principali artefici. Addirittura il magnate si era spinto in passato a parlare di un ritiro delle truppe americane dal teatro afghano. Una linea che si è tuttavia ineluttabilmente scontrata con le alte sfere dell'esercito e con i deputati repubblicani più radicali. Tanto che, alcuni mesi fa, il presidente era sembrato tornare sui suoi passi, annunciando un aumento di soldati statunitensi sul territorio.
Adesso però pare propendere nuovamente per l'approccio isolazionista. Un approccio non semplicissimo da attuare, vista anche la presenza in loco di pericolosissime cellule legate allo Stato Islamico. Appena ieri, un attentato kamikaze dell'Isis ha fatto venti vittime nel Nord del Paese. Come che sia, il presidente sembra essere deciso a cambiare linea. E non è forse un caso che questa novità abbia luogo quasi in concomitanza dell'incontro avvenuto con il presidente russo, Vladimir Putin, ad Helsinki lunedì scorso. Un incontro che ha evidenziato una volta di più come Trump sia fermamente intenzionato ad abbandonare le logiche della Guerra Fredda, oltre alle politiche bellicose e interventiste di suoi predecessori come lo stesso Bush e Bill Clinton.
La svolta afghana potrebbe insomma rappresentare un tassello in seno a una strategia geopolitica più generale, volta ad imprimere alle relazioni internazionali dello Zio Sam un'impronta dal chiaro sapore kissingeriano. E questo, nonostante le fortissime opposizioni interne, che provengono dall'esercito, dall'intelligence e da ampi settori del Congresso (senza dimenticare poi l'industria bellica).
Anche perché, da buon fiutatore elettorale, Trump è pienamente consapevole che questa sua nuova linea sia in fondo apprezzata dall'elettore medio: quell'elettore, cioè, che non capisce per quale ragione, dopo diciassette anni, gli Stati Uniti debbano restare coinvolti in un teatro di guerra, colmo di difficoltà ben lungi dal poter essere risolte.
Certo: la lotta è rischiosa. E la strada è in salita. Trump lo sa. Anche perché i suoi avversari hanno già ripreso a minacciarlo, agitandogli contro lo spettro del Russiagate. E, guarda caso, proprio ieri il magnate ha fatto una mezza marcia indietro sulle sue critiche verso l'intelligence americana, pronunciate in occasione dell'incontro con Putin. Segno di come questa svolta geopolitica sia molto difficoltosa. E di come Trump sia per necessità costretto a barcamenarsi tra posizioni contraddittorie, per trovare un margine d'azione concreta che gli consenta di destreggiarsi tra i marosi della politica statunitense.
Ci riuscirà? L'Afghanistan potrebbe già rivelarsi un importante banco di prova.
Stefano Graziosi
Meno militari italiani a Bagdad e Kabul, più aerei in cielo
Quando il 30 luglio prossimo si apriranno per Giuseppe Conte le porte della Casa Bianca, i dossier prevedibilmente sul tavolo saranno tre: per un verso le reciproche buone opportunità commerciali; per altro verso, la questione europea, con il chiaro tentativo di Trump di sganciare il maggior numero di paesi Ue dall'orbita o comunque dalla dipendenza rispetto alla Germania della Merkel; e infine il tasto dolente delle spese militari.
Anche all'Italia sarà chiesto un impegno maggiore impegno verso il fatidico 2% (nell'ultimo vertice Nato, Trump si è provocatoriamente spinto a chiedere il raddoppio fino alla cifra monstre del 4!). È presumibile che chi «brieferà» Conte lo istruirà a rivendicare il forte impegno italiano nelle missioni estere. E in effetti, in base al decreto approvato dallo scorso Parlamento in articulo mortis, il quadro dell'impegno estero delle truppe italiane anche per il 2018 è davvero notevole: conferma di tutte le missioni già esistenti nel 2017, più nuovi impegni africani in funzione del contenimento dell'estremismo jihadista e del traffico di esseri umani. Quest'ultimo fronte prevede un rafforzamento della presenza in Libia, un nuovo
impegno in Tunisia, più la contesta missione in Niger, ritenuta da molti più funzionale agli interessi francesi che a quelli italiani.
Come contrappeso rispetto a questo maggiore impegno in Nord Africa, è stata decisa una corrispondente riduzione della presenza in Medio Oriente (Afghanistan e Iraq). Stesso numero complessivo di soldati, risorse leggermente in crescita (circa 80 milioni in più dell'anno precedente), fino a un budget di un miliardo e mezzo di euro. Ma attenzione: le risorse non sono sufficienti e per arrivare a fine anno occorrerà forse un'iniezione di denaro in più.
Restano operative le presenze italiane in Libano e Kosovo, nel primo caso sotto egida Onu, nel secondo in ambito Nato. Sempre nel quadro dell'Alleanza Atlantica, l'Italia ha anche deciso di rafforzare il suo contributo di «air policing», cioè la sorveglianza dello spazio aereo Nato.
Resta da capire cosa si diranno Trump e Conte non solo sulla mole complessiva di impegno, obiettivamente notevolissima: ma anche sulle priorità nella distribuzione di uomini e mezzi. Resteranno valide le scelte lasciate in eredità da Paolo Gentiloni e da Roberta Pinotti?
Daniele Capezzone
Continua a leggereRiduci
La politica militare di Donald Trump, più ancora della politica estera della quale è diretta espressione e applicazione, segue il principio guida che l'allora candidato Trump rivelò in un celebre colloquio con l'editorial board del Washington Post. Disse allora: «Sarò "unpredictable"», assumendo l'imprevedibilità, il carattere non banale e non convenzionale delle decisioni e delle priorità, come punto di riferimento. Adesso ha deciso di dialogare direttamente con i talebani per uscire dal pantano afgano portato avanti da Barack Obama. Il cambio di passo impatterà sulla presenza dei militari italiani anche in Iraq e nel Mediterraneo.Lo speciale contiene tre articoli.La sua amministrazione, in materia di difesa e sicurezza, è infatti chiamata a risolvere un rebus ai limiti dell'impossibile, tenendo insieme tre esigenze opposte.Primo: porre rimedio al ritiro generalizzato, a un «withdrawal» non solo militare, ma politico e perfino morale, che, negli otto anni dell'amministrazione Obama, ha disastrosamente fatto arretrare gli Usa da tutti i teatri decisivi, creando un «vacuum»immediatamente occupato da altri attori: Iran, Russia, Cina, e per altro verso il terrore islamista. Trump, di tutta evidenza, vuole mostrare che l'America è tornata, e sa difendere il suo interesse nazionale riprendendosi il centro del ring.Secondo: fare i conti con una scarsità di risorse che però non consente un impegno massiccio, simultaneo, convenzionale su troppi versanti contemporaneamente. All'inizio del 2017, cioè all'alba dell'amministrazione Trump, si contavano già cinque fronti aperti: Siria, Iraq, Afghanistan, Somalia, Yemen.Terzo: tenere presente che Trump è stato eletto sulla base di una piattaforma che dice «America First». Il che non vuol direisolazionismo, come hanno erroneamente ritenuto in troppi: significa invece che ogni protagonismo internazionale non deve essere «gratuito», ma concretamente funzionale alla centralità dell'interesse nazionale americano.Si comprende bene che non è facile «settle the conundrum», cioè risolvere l'enigma. Per farlo, o per essere aiutato a farlo, Trump ha scelto come Segretario alla Difesa un uomo su cui l'aneddotica è vastissima: James Mattis, già generale dei Marines, definito «Mad Dog» (letteralmente: cane pazzo). Si racconta che, all'inizio della sua missione in Iraq, incontrando alcuni capi locali, abbia detto loro brutalmente: «Sono venuto in pace. Ma se provate e imbrogliarmi, vi ammazzo tutti». Ma, racconti pulp a parte, Mattis è tutto tranne che pazzo: non solo perché, conoscendo bene la guerra, non è affatto un fanatico. Semmai, sono note le sue passioni per la storia: è persona di cultura profonda e non esibita, non solo un uomo di campo. E soprattutto ha il talento di dire a Trump interamente la propria opinione, anche in modo ruvido, ma a porte chiuse, senza contraddirlo in pubblico, senza cercare la polemica pubblica o l'applauso dei media ostili a The Donald.È noto ad esempio che Mattis è più duro di Trump con la Russia; che tiene alle alleanze tradizionali con i paesi europei; che, diversamente dall'inquilino della Casa Bianca, pur condividendo una posizione durissima verso il regime iraniano, non considera l'Iran un deal totalmente da buttare. Anche nel corso del recente vertice Nato a Bruxelles (non a Helsinki con Putin), Mattis ovviamente c'era, reduce a sua volta da un importante giro in Europa: ma ha tenuto un profilo pubblico bassissimo. Nessuna dichiarazione pubblica, meno che mai per acchiappare titoli.I media nemici di Trump (cioè quasi tutti) dicono che faccia così perché teme il licenziamento (come già successo a Rex Tillerson, l'ex Segretario di Stato cacciato più o meno via Twitter, con cui Mattis condivideva conversazioni a due, e spesso anche a tre nel tentativo di illustrare a Trump scenari e opportunità). Qui, invece, proponiamo una spiegazione diversa: Mattis è un militare, un uomo serio, e uno che crede nel ruolo costituzionale del Presidente Usa. È dovere di un ministro consigliarlo, suggerirgli soluzioni, con relativi costi e benefici. Poi tocca al Presidente decidere: e Mattis non farà nulla per polemizzare in pubblico o per elemosinare la luce delle telecamere.Da questo complesso e delicato equilibrio tra Trump e Mattis - insieme strategico e psicologico, militare e umano - è venuta fuori una «dottrina» forse non ortodossa, forse non lineare, certamente mutevole e pragmatica, ma di sicuro interesse. Un mix di minacce e toni altissimi da una parte, e ricerca di intese su basi nuove dall'altra. Trump usa la doppia minaccia più classica e pesante: per un verso le sanzioni economiche, per altro verso il pugno duro militare (nei casi più gravi, anche evocando il tema nucleare), e poi cerca un reset. Non un reset finto, però: ma un reset effettivo, realizzato avendo tirato la corda fino al massimo punto possibile, per conquistare il miglior accordo dal punto di vista di Washington.Non pretendiamo di coniare qui una definizione, ma, dovessimo provarci, parleremmo di una sorta di «deterrenza 2.0» o di «deterrenza diffusa»: mentre nella tradizionale Guerra Fredda la deterrenza (e quindi il «monito» rappresentato da un immenso arsenale anche nucleare) era giocato unicamente in termini dissuasivi rispetto al grande nemico dell'Urss, Trump sembra ispirarsi a quel metodo ma – per così dire – spezzettandolo e su scala minore, distribuendo la minaccia (ma anche il suo pendant, e cioè una buona offerta di intesa commerciale) nei diversi teatri.Solo il tempo ci dirà se e in che misura questa scommessa potrà funzionare, se Washington manterrà il suo ruolo egemone, e che tipo di compromesso dovrà elaborare in primo luogo con Pechino, e in subordine con Mosca.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/trump-siede-al-tavolo-dei-talebani-2587802143.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="gli-usa-aprono-il-dialogo-con-i-talebani" data-post-id="2587802143" data-published-at="1778107079" data-use-pagination="False"> Gli Usa aprono il dialogo con i talebani Giphy Gli Stati Uniti si preparano a una svolta in Afghanistan? Sembrerebbe di sì. Stando a quanto riporta il New York Times, lo Zio Sam sarebbe infatti intenzionato ad avviare dei colloqui diretti con i talebani, venendo così incontro a quanto costoro hanno spesso richiesto in passato. Si tratterebbe di una vera e propria rivoluzione strategica, visto che - sino ad oggi - Washington si è sempre rifiutata di riconoscere ai mullah la dignità di interlocutori diplomatici. È abbastanza chiaro che il fine sia quello di spingere il governo di Kabul a trattare con i talebani, cercando così di arrivare a una stabilizzazione politica in un territorio martoriato, ancora oggi, da sanguinose scie di attentati. Una strategia, almeno apparentemente, non poi così lontana da quella adottata da Richard Nixon e Henry Kissinger negli anni Settanta, quando decisero di risolvere la guerra contro Ho Chi Minh, attraverso una progressiva «vietnamizzazione» del conflitto. Del resto, non è un mistero che il presidente americano, Donald Trump, consideri l'Afghanistan un pantano oneroso e impopolare, da cui si ritirerebbe volentieri nel più breve tempo possibile. È dai tempi della campagna elettorale che il miliardario critica infatti questo conflitto: la netta presa di distanze dalle guerre di Iraq e Afghanistan era d'altronde parte di una ben precisa strategia politica, che aveva l'obiettivo di attaccare frontalmente l'ex presidente George W. Bush il quale - notoriamente - di quei conflitti era stato tra i principali artefici. Addirittura il magnate si era spinto in passato a parlare di un ritiro delle truppe americane dal teatro afghano. Una linea che si è tuttavia ineluttabilmente scontrata con le alte sfere dell'esercito e con i deputati repubblicani più radicali. Tanto che, alcuni mesi fa, il presidente era sembrato tornare sui suoi passi, annunciando un aumento di soldati statunitensi sul territorio. Adesso però pare propendere nuovamente per l'approccio isolazionista. Un approccio non semplicissimo da attuare, vista anche la presenza in loco di pericolosissime cellule legate allo Stato Islamico. Appena ieri, un attentato kamikaze dell'Isis ha fatto venti vittime nel Nord del Paese. Come che sia, il presidente sembra essere deciso a cambiare linea. E non è forse un caso che questa novità abbia luogo quasi in concomitanza dell'incontro avvenuto con il presidente russo, Vladimir Putin, ad Helsinki lunedì scorso. Un incontro che ha evidenziato una volta di più come Trump sia fermamente intenzionato ad abbandonare le logiche della Guerra Fredda, oltre alle politiche bellicose e interventiste di suoi predecessori come lo stesso Bush e Bill Clinton. La svolta afghana potrebbe insomma rappresentare un tassello in seno a una strategia geopolitica più generale, volta ad imprimere alle relazioni internazionali dello Zio Sam un'impronta dal chiaro sapore kissingeriano. E questo, nonostante le fortissime opposizioni interne, che provengono dall'esercito, dall'intelligence e da ampi settori del Congresso (senza dimenticare poi l'industria bellica). Anche perché, da buon fiutatore elettorale, Trump è pienamente consapevole che questa sua nuova linea sia in fondo apprezzata dall'elettore medio: quell'elettore, cioè, che non capisce per quale ragione, dopo diciassette anni, gli Stati Uniti debbano restare coinvolti in un teatro di guerra, colmo di difficoltà ben lungi dal poter essere risolte. Certo: la lotta è rischiosa. E la strada è in salita. Trump lo sa. Anche perché i suoi avversari hanno già ripreso a minacciarlo, agitandogli contro lo spettro del Russiagate. E, guarda caso, proprio ieri il magnate ha fatto una mezza marcia indietro sulle sue critiche verso l'intelligence americana, pronunciate in occasione dell'incontro con Putin. Segno di come questa svolta geopolitica sia molto difficoltosa. E di come Trump sia per necessità costretto a barcamenarsi tra posizioni contraddittorie, per trovare un margine d'azione concreta che gli consenta di destreggiarsi tra i marosi della politica statunitense. Ci riuscirà? L'Afghanistan potrebbe già rivelarsi un importante banco di prova. Stefano Graziosi <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/trump-siede-al-tavolo-dei-talebani-2587802143.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="meno-militari-italiani-a-bagdad-e-kabul-piu-aerei-in-cielo" data-post-id="2587802143" data-published-at="1778107079" data-use-pagination="False"> Meno militari italiani a Bagdad e Kabul, più aerei in cielo Quando il 30 luglio prossimo si apriranno per Giuseppe Conte le porte della Casa Bianca, i dossier prevedibilmente sul tavolo saranno tre: per un verso le reciproche buone opportunità commerciali; per altro verso, la questione europea, con il chiaro tentativo di Trump di sganciare il maggior numero di paesi Ue dall'orbita o comunque dalla dipendenza rispetto alla Germania della Merkel; e infine il tasto dolente delle spese militari.Anche all'Italia sarà chiesto un impegno maggiore impegno verso il fatidico 2% (nell'ultimo vertice Nato, Trump si è provocatoriamente spinto a chiedere il raddoppio fino alla cifra monstre del 4!). È presumibile che chi «brieferà» Conte lo istruirà a rivendicare il forte impegno italiano nelle missioni estere. E in effetti, in base al decreto approvato dallo scorso Parlamento in articulo mortis, il quadro dell'impegno estero delle truppe italiane anche per il 2018 è davvero notevole: conferma di tutte le missioni già esistenti nel 2017, più nuovi impegni africani in funzione del contenimento dell'estremismo jihadista e del traffico di esseri umani. Quest'ultimo fronte prevede un rafforzamento della presenza in Libia, un nuovoimpegno in Tunisia, più la contesta missione in Niger, ritenuta da molti più funzionale agli interessi francesi che a quelli italiani.Come contrappeso rispetto a questo maggiore impegno in Nord Africa, è stata decisa una corrispondente riduzione della presenza in Medio Oriente (Afghanistan e Iraq). Stesso numero complessivo di soldati, risorse leggermente in crescita (circa 80 milioni in più dell'anno precedente), fino a un budget di un miliardo e mezzo di euro. Ma attenzione: le risorse non sono sufficienti e per arrivare a fine anno occorrerà forse un'iniezione di denaro in più.Restano operative le presenze italiane in Libano e Kosovo, nel primo caso sotto egida Onu, nel secondo in ambito Nato. Sempre nel quadro dell'Alleanza Atlantica, l'Italia ha anche deciso di rafforzare il suo contributo di «air policing», cioè la sorveglianza dello spazio aereo Nato.Resta da capire cosa si diranno Trump e Conte non solo sulla mole complessiva di impegno, obiettivamente notevolissima: ma anche sulle priorità nella distribuzione di uomini e mezzi. Resteranno valide le scelte lasciate in eredità da Paolo Gentiloni e da Roberta Pinotti?Daniele Capezzone
Ansa
Del resto quando degradi l’idea stessa di cultura allo schema del prodotto di consumo e quando utilizzi ostentatamente le strategie di marketing per dire che «il marketing è oppressione», quando denunci la mercificazione e vendi il tuo letto disfatto per milioni di sterline, allora sei tu ad essere il cuore stesso del sistema che pensavi di denunciare. E mentre diventi multimilionario e ti godi il riconoscimento del ruolo di artista e di intellettuale - ormai le due cose non possono più essere disgiunte - non ti accorgi che nel frattempo il «popolo» al quale pensi di parlare non è la massa ma è l’élite straricca di coloro che frequentano il salotto del tuo gallerista per partecipare al gioco (fiscale) dell’arte contemporanea.
L’ultimo grande eroe dell’arte trasgressiva e della denuncia sociale è caduto l’altro giorno sotto una meritata salva di fischi e derisioni. L’opera raffigurante un uomo che marcia accecato dalla propria bandiera, installata nottetempo in Waterloo Place a Londra senza autorizzazione apparente e con la solita modalità «pirata» dal collettivo che utilizza il nome Banksy, viene immediatamente adottata dal Westminster City Council e dal sindaco Sadiq Khan: alle prime luci dell’alba compaiono barriere di protezione e dichiarazioni ufficiali con tanto di cartella stampa che definiscono l’installazione «un vibrante contributo alla scena artistica pubblica».
Senonché la Bbc fa un servizio in cui solleva dubbi sulla presunta «trasgressività» dell’installazione provocando l’ulteriore conferma dall’amministrazione londinese che dichiara che l’opera «non è autorizzata» ma che verrà mantenuta e transennata fino alle elezioni locali come «motivo di riflessione contro i nazionalismi». Inaspettatamente, però, su X si solleva una pressoché unanime protesta non tanto contro l’installazione, che ha un effettivo potenziale comunicativo e «di rottura» inferiore ad un manifesto pubblicitario di una serie Netflix, quanto nei confronti del palese e ormai ridicolo cortocircuito tra politica, artisti sovvenzionati e mercato dell’arte. Tutti elementi interni al mondo della Sinistra che ormai non riesce più a fuoriuscire dai riti e dai linguaggi che ha stabilito con tale solerzia e convinzione da giungere all’inevitabile deriva finale: il comico.
I più furbi, notando le reazioni del pubblico, si sono a loro volta uniformati alla nuova ondata di rigetto ed hanno, candidamente e con la nonchalance che ne contraddistingue l’esistenza, elaborato nuove analisi nelle quali effettivamente si riconosce che Banksy è un paraculo, che è da sempre d’accordo con le istituzioni (o almeno da quando ha una quotazione di mercato) e che la politica gli ha in pratica commissionato l’opera. Improvvisamente anche per le riviste impegnate l’artista-collettivo multimilionario, da decenni allineato all’agenda ufficiale, che finanzia le Ong immigrazioniste e che non perde occasione per condannare il populismo, non solo incarna «il provocative conformism» ma la sua opera non fa altro che «proiettare l’ansia elitaria verso il populismo reazionario piuttosto che sfidare il vero potere». I commentatori chic britannici si sono così accorti che Banksy più che ad Andy Warhol guarda a Greta Thunberg offrendo al mercato ribelle il prodotto giusto, quello che consente la trasgressione estetica confermando l’ortodossia culturale.
Esattamente come le magliette dei trasgressivi che attaccano le pericolosissime masse populiste e corrono a difendere il debole e inerme Quirinale, esattamente come le solite «battaglie culturali» sempre allineate al mainstream e sempre dotate di merchandising già pronto il primo giorno di «manifestazioni spontanee», ormai ogni discorso ribelle è merce che consolida il dominio producendo verità attraverso il consenso culturale.
Il fatto è che mai nella storia si è chiesto alle avanguardie una ricetta politica alternativa ma solo la lucidità per denunciare la narrazione dominante e distaccarsene radicalmente. La ribellione al sistema di un Johnny Rotten rifuggiva ogni programma politico e si limitava a smascherare ogni forma di falsa coscienza; oggi l’artista contemporaneo non vede l’ora di farsi cooptare dal potere e di farsi quotare nel sistema dell’arte contemporanea, correndo a confermare ogni battaglia culturale woke e decidendo così di farsi attivista politico proprio mentre l’ex cantante dei Sex Pistols liquida il woke come «una banda di pazzi» e ammette che oggi è la sinistra ad incarnare tutto ciò che è divertente odiare. E mentre Rolling Stone retrocede Eric Clapton dalla decima alla trentacinquesima posizione della sua hall of fame per «le sue critiche al vaccino Covid e la sua scelta di non discriminare l’ingresso ai suoi concerti durante la pandemia», siamo tutti chiamati a ricordare che l’arte autentica è affermazione vitale e non risentimento mascherato da progressismo, rifiuto della conformità e non ricerca ossessiva delle benedizioni istituzionali.
Questa volta, con l’ennesima installazione pedagogica del buon Banksy, si cominciano ad intravedere i segni di un diffuso rigetto nei confronti di forme obsolete, utili solo a mantenere privilegi elitari, controllo della narrazione ed estromissione dei veri temi critici dall’agenda narrativa dominante. Fino a che un giorno chi scrive quell’agenda si accorgerà che viene letta solo ai vernissage di certe gallerie.
Continua a leggereRiduci
Michele Emiliano (Ansa)
Dal rapporto burrascoso con il governatore della Puglia e suo ex pupillo, Antonio Decaro, a un ritorno in toga, Emiliano va a ruota libera in un’intervista rilasciata a Telenorba. Dopo 23 anni di aspettativa politica è in attesa della decisione della Terza commissione del Csm per ottenere il via libera a un’altra aspettativa per diventare consulente giuridico della Regione Puglia, domanda già bocciata tre volte.
Ieri doveva arrivare la decisione che non è arrivata. La discussione sul contratto proposto da Decaro al suo predecessore (con uno stipendio di circa 130.000 euro all’anno) ha fatto emergere diverse obiezioni, tra cui quella secondo cui «un consigliere non è la stessa cosa di un operativo: il via libera creerebbe un precedente per il quale tutti gli enti territoriali potrebbero chiedere un magistrato in aspettativa per affidargli compiti dirigenziali.
«Il presidente Decaro mi ha chiesto di dargli una mano come consulente», spiega Emiliano, «io gli ho detto: “Sono disposto a darti consulenze pure telefoniche gratuitamente”, però evidentemente voleva darmi il segno della sua vicinanza. Io avevo detto che era una costruzione un po’ ardita, ma lui ha voluto andare avanti. Dopodiché il Pd ha chiesto alla commissione sugli incidenti del lavoro di inserirmi come consulente. Ma se io dovessi scegliere, non vedrei l’ora di rimettermi la toga, di andare a fare il pubblico ministero in una Procura».
La legge attuale impedisce ai magistrati che hanno fatto politica di rientrare negli uffici giudiziari, ma a lui questa legge non si applica essendo andato in aspettativa prima. «Temo solo che la Procura dove rischio di andare sarebbe un po’ perseguitata dai giornalisti», aggiunge. Ecco la scusa. «Sto cercando di evitare di rientrare in servizio proprio per evitare questo. Dopodiché, se mi costringono a rientrare, sarò felicissimo perché chi nasce magistrato muore magistrato».
Ma non esita a dire anche che «se il Pd decidesse di candidarmi» alle Politiche 2027 «sarei felice», perché «la politica obiettivamente è la bacchetta magica che se funziona, cambia tutto, come al contrario se non funziona fa un disastro». A Emiliano ha cambiato davvero tutto.
Quindi? «Non è che uno per sopravvivere deve fare politica per forza», insiste. «Mi rendo conto però che se qualcuno mi chiedesse di fare il deputato farebbe una cosa intelligente perché ho una certa esperienza. Se non me lo chiedesse perché sono troppo ingombrante a me la vita non me la cambiano». E ne ha anche per il sindaco di Genova, Silvia Salis, che scarica per ingraziarsi il segretario Pd, Elly Schlein: «Non credo abbia le carte in regola per essere candidata premier del centrosinistra. È appena diventata sindaco, non ha nessuna storia politica e non ha nessuna connessione con tutto il mondo progressista. È una figura interessante per il futuro, non per il presente».
Emiliano manda poi una serie di messaggi a Decaro, delfino che si è smarcato dal suo mentore. «Antonio è reo confesso: lo dice chiaramente a tutti che soffre la mia presenza, ma questo lo capisco». Tuttavia, gli tende la mano: «Io, comunque, qualunque cosa dovesse fare Antonio, sono dalla sua parte e lo sosterrò in tutte le maniere perché ovviamente, come diceva mia madre, l’ho fatto io, non è che lo posso distruggere».
Nel corso dell’intervista, Emiliano ha anche presentato il suo romanzo noir, L’Alba di San Nicola, raccontandone la genesi: «Se non mi avessero messo a riposo forzato, probabilmente non l’avrei finito. È stato un momento per riorganizzare la propria vita».
Anche se per il momento la vita di Emiliano assomiglia di più a un giallo.
Continua a leggereRiduci
Nicola Magrini (Ansa)
L’affermazione è stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l’ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni «non erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell’evoluzione clinica del paziente».
Peccato che la circolare dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata il 30 novembre 2020 dall’ex direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza e uscita dopo 8 mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio «vigile attesa» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». L’accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso. Quanto al «monitoraggio non da remoto», sappiamo che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. Magrini, che è specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento più affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. «Undici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalità, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l’idrossiclorochina, il lopinavir […] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l’aspirina…».
Non si è trattato solo dell’ennesimo insulto al professor Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell’efficacia dell’infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.
Come quello dell’ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalità ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall’inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l’inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell’ambito di un programma autorizzato dalla Fda.
In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanità e Aifa «non evidenziò benefici» e la cura venne bocciata. Forse perché costava poco. Ancora oggi, Magrini insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell’aspirina? Solo guardando agli studi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l’importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l’aspirina. Nel gennaio di quest’anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell’effetto dell’aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacità del virus di legarsi alle cellule dell’ospite e limitando il danno polmonare. E per fortuna che l’ex dg di Aifa ha affermato: «Le linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana». Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria impedì che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti?
Magrini ha spiegato in commissione che aveva ragione l’articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo «Valutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19», nel quale «Jerry Avorn affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione». Nel testo si affermava che «l’ampliamento dell’accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate» e Magrini ha fatto l’esempio di Trump. «Diceva che aveva l’intuito che funzionasse l’idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico […] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri». L’ex dg non ha dubbi: «La salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserverà restando fedeli ai principi di valutazione delle attività regolatorie». Il giudizio su Aifa, guardando all’epoca pandemica, invece per molti italiani non è affatto positivo.
Continua a leggereRiduci
Secondo Il Tg 1 Andrea Sempio sarebbe stato intercettato in macchina mentre parlava da solo. Dopo aver visto i suoi video insieme a Stasi avrebbe telefonato a Chiara per farle delle avances, ma lei lo avrebbe duramente respinto. Marco Poggi, però, difende l'amico: mai visto con lui i video di Chiara