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2024-09-12
Trump zoppica e Harris non brilla. Ma per i media la dem ha trionfato
Donald Trump e Kamala Harris nel faccia a faccia televisivo (Ansa)
La macchina retorica favorevole a Kamala Harris si è rimessa in moto (d’altronde, quando mai si era fermata?). Secondo la maggior parte dei media, la candidata dem avrebbe stravinto il dibattito di martedì con Donald Trump. A conforto di questa narrazione, viene citato l’instant poll della Cnn, secondo cui la vicepresidente si sarebbe aggiudicata il confronto con il favore del 63% degli spettatori contro il misero 37% racimolato dall’avversario. Siamo sicuri che le cose stiano così?
Cominciamo subito col dire che Trump ha deluso le aspettative. Il tycoon è infatti caduto in varie delle trappole che la Harris aveva man mano disseminato con l’unico obiettivo di provocarlo e farlo uscire dai gangheri. Pur evitando di andare in escandescenze, il repubblicano si è più volte mostrato innervosito e, in alcuni segmenti del confronto, è apparso fuori fuoco e meno incisivo di quanto necessario. Alcune uscite poi, come quella sui clandestini che mangerebbero i gatti, avrebbe potuto risparmiarsele, essendo subito diventate carburante per gli attacchi dei dem contro di lui.
Ciò detto, questo non vuol dire che la Harris abbia brillato. Tutt’altro. Se come provocatrice si è rivelata efficace, non è tuttavia riuscita a scrollarsi di dosso l’immagine di candidata preimpostata. Non solo. Quando le sono state fatte domande scomode (specialmente sull’economia), la vicepresidente si è mostrata incredibilmente vaga. Trump si è inoltre rivelato discretamente abile nel legarla a doppio filo all’impopolare Joe Biden: una strategia, quella del tycoon, che ha irritato la Harris. «È importante ricordare all’ex presidente che non stai correndo contro Joe Biden, stai correndo contro di me», ha dichiarato la candidata dem.
Un altro punto a favore di Trump è stato quando il tycoon si è chiesto per quale ragione la Harris, vicepresidente in carica da oltre tre anni, non abbia implementato le misure che propone oggi. «Ha iniziato dicendo che farà questo, farà quello, farà tutte queste cose meravigliose. Perché non l’ha fatto? È lì da tre anni e mezzo», ha tuonato Trump. Tra l’altro, chi aveva assoluta necessità di vincere nettamente martedì era proprio la vicepresidente, per rilanciare una campagna che, nelle ultime due settimane, aveva mostrato segnali di stanchezza. L’ex presidente, di contro, può ancora vantare dei fondamentali più solidi rispetto all’avversaria.
Insomma, a conti fatti non si può proprio parlare di una vittoria della Harris. Tutto questo, con buona pace dell’instant poll della Cnn: d’altronde, a seguito del primo dibattito di Trump con Hillary Clinton nel settembre 2016, la stessa emittente riferì che l’ex first lady aveva vinto con il 62%. Eppure ricordiamo tutti come andarono a finire le elezioni di quell’anno. Inoltre, Reuters ha intervistato ieri dieci elettori indecisi prima del confronto: dopo averlo visto, sei si sono detti propensi a votare Trump, tre la Harris e uno non ha ancora le idee chiare.
Un altro elemento da considerare è il doppiopesismo del factchecking attuato dai due moderatori di Abc che, molto severi nei confronti di Trump, non lo sono stati altrettanto con la sua avversaria. I due giornalisti hanno contestato all’ex presidente le sue affermazioni sugli immigrati che mangerebbero i gatti e sull’aumento del tasso di criminalità negli ultimi anni. Eppure, quando è stata la Harris a proferire fake news, non le hanno detto nulla. La vicepresidente ha infatti accusato Trump di aver sostenuto che, in caso di mancata vittoria a novembre, negli Usa si verificherebbe un «bagno di sangue». In realtà, con quella dichiarazione (risalente al marzo scorso), Trump, durante un comizio, si stava riferendo all’economia americana e, in particolare, al settore automobilistico. Non stava invocando stragi o violenza. I due moderatori, però, non sono intervenuti a correggere la Harris. È anche per questo che il tycoon è andato su tutte le furie: ha parlato di dibattito «truccato» e non ha chiarito se accetterà un secondo confronto, come chiesto dalla rivale.
È poi emerso un caso sull’aborto. Differentemente dagli scorsi mesi, l’ex presidente, martedì, ha evitato di impegnarsi esplicitamente nel porre il veto a un eventuale divieto federale dell’interruzione di gravidanza. Dall’altra parte, anche la Harris si è mostrata ambigua sull’aborto tardivo, vale a dire quello con travaglio indotto in fase avanzata di gestazione: pratica impopolare tra i cittadini americani, che, secondo Trump, i dem e la stessa Harris punterebbero a promuovere. «Fanno l’aborto al nono mese», ha dichiarato. Va detto che la vicepresidente non ha esplicitamente sostenuto questa pratica. Tuttavia non l’ha neppure chiaramente esclusa.
Il National Catholic Register ha riportato che, l’anno scorso, il vice della Harris, il governatore del Minnesota Tim Walz, ha firmato una legge statale che impone «di prendersi cura del neonato nato vivo» anziché di «preservare la vita e la salute del neonato nato vivo» (come era invece previsto da una precedente norma del 1976). Axios ha anche riferito che la legge del Minnesota «non prevede alcun limite gestazionale per l’aborto, il che significa che la procedura può essere eseguita in qualsiasi momento della gravidanza». In secondo luogo, quando il moderatore, martedì, ha chiesto alla Harris «se sostenga delle restrizioni al diritto di una donna all’aborto», la vicepresidente ha glissato. Lo stesso Politico ha sottolineato che la candidata dem «non ha detto quali restrizioni» applicherebbe all’interruzione di gravidanza. Insomma, pur non sostenendo esplicitamente l’aborto tardivo, l’ambiguità della Harris non pare neppure escluderlo. D’altronde, a luglio, sempre Politico riportò che una parte del mondo pro-choice vorrebbe che la vicepresidente osasse di più e non si limitasse a invocare il ritorno a Roe v. Wade (che consentiva l’interruzione di gravidanza entro le prime 22 settimane di gestazione).
La «gattara» Swift: «Voterò Kamala»
Alla fine è arrivato. Pochi minuti dopo la conclusione del dibattito televisivo tra Donald Trump e Kamala Harris, Taylor Swift ha dato il proprio endorsement alla candidata dem. «Voterò per Kamala Harris perché combatte per i diritti e le cause che credo abbiano bisogno di un guerriero che le sostenga», ha scritto la cantante sul suo profilo Instagram, che conta circa 283 milioni di follower, firmandosi «gattara senza figli» (un riferimento polemico al running mate di Trump, JD Vance, che, nel 2021, aveva definito in questo modo le donne ai vertici del Partito democratico americano). «Non ero un fan di Taylor Swift» ha replicato il candidato repubblicano, per poi aggiungere: «Sembra sempre sostenere un democratico, e probabilmente ne pagherà il prezzo sul mercato».
A ottobre 2020, la cantante aveva dato il proprio endorsement alla candidatura di Joe Biden. Tutto questo, mentre negli scorsi mesi si rincorrevano voci sul fatto che stesse per fare altrettanto quest’anno con il candidato presidenziale dem. Alla fine l’endorsement è arrivato. Ma c’è da chiedersi: che cosa comporterà? Molti già sostengono che, grazie ai suoi numerosi fan, la Swift sposterà montagne di voti a favore della Harris: tanto più che la star è originaria di uno Stato cruciale come la Pennsylvania. Tuttavia attenzione ai facili automatismi. Secondo un sondaggio commissionato a maggio da Newsweek, il 18% degli americani disse di essere disposto a seguire l’endorsement della stella del pop, mentre il 15% dei rispondenti sostenne che avrebbe votato in senso contrario. Il 55% degli intervistati, infine, riferì di non tenere in considerazione l’opinione politica della Swift.
Va poi tenuto conto del fatto che, nella politica americana, l’appoggio dello star system può essere utile in termini di raccolta fondi e di copertura mediatica (non a caso l’endorsement è arrivato subito dopo il dibattito presidenziale). Tuttavia, le celebrities di voti ne spostano pochi. Nel 2016, Hillary Clinton ebbe il sostegno di numerosi attori e cantanti: a partire dall’influente Beyoncé, che si impegnò in prima persona per lei. Questo non garantì comunque la vittoria all’ex first lady. Era invece il 1964 quando John Wayne, all’epoca un mito vivente di Hollywood, fece campagna a favore dell’allora candidato presidenziale repubblicano Barry Goldwater: quest’ultimo tuttavia alla fine perse malamente contro il democratico Lyndon Johnson. D’altronde, può rivelarsi un errore confondere la psicologia di un fan o di un follower con quella di un elettore.
Ma Taylor Swift non è l’unica a essersi interessata al dibattito di martedì. Il Cremlino ha infatti espresso disappunto per il fatto che, durante il confronto, Vladimir Putin è stato citato più volte. «Il nome di Putin è usato, diciamo, come uno degli strumenti della lotta politica dentro gli Usa. Questo non ci piace affatto», ha detto il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. Il nome dello zar è emerso soprattutto quando Trump e la Harris hanno battagliato sulle cause e sulle possibili soluzioni del conflitto russo-ucraino. La candidata dem ha accusato l’avversario di essere morbido con Mosca. Trump, dal canto suo, ha ricordato che fu l’amministrazione Biden-Harris a dare l’ok al gasdotto Nord Stream 2 e ha inoltre promesso che, se tornerà alla Casa Bianca, parlerà sia con Putin che con Volodymyr Zelensky per tentare di porre fine alla guerra in corso. Qualche giorno fa, lo zar aveva dato sarcasticamente il proprio endorsement alla vicepresidente.
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Il tycoon cade nei tranelli della sfidante al dibattito e fa uscite discutibili. La progressista, però, glissa sui temi scomodi. Come l’aborto tardivo, introdotto dal suo vice in Minnesota, sul quale non ha mai espresso contrarietà.Endorsement della popstar Taylor Swift alla candidata dem con frecciatina a J. D. Vance per la vecchia frase sulle donne senza figli. Il Cremlino irritato dallo scontro in tv: «Lasciate in pace Vladimir Putin».Lo speciale contiene due articoliLa macchina retorica favorevole a Kamala Harris si è rimessa in moto (d’altronde, quando mai si era fermata?). Secondo la maggior parte dei media, la candidata dem avrebbe stravinto il dibattito di martedì con Donald Trump. A conforto di questa narrazione, viene citato l’instant poll della Cnn, secondo cui la vicepresidente si sarebbe aggiudicata il confronto con il favore del 63% degli spettatori contro il misero 37% racimolato dall’avversario. Siamo sicuri che le cose stiano così?Cominciamo subito col dire che Trump ha deluso le aspettative. Il tycoon è infatti caduto in varie delle trappole che la Harris aveva man mano disseminato con l’unico obiettivo di provocarlo e farlo uscire dai gangheri. Pur evitando di andare in escandescenze, il repubblicano si è più volte mostrato innervosito e, in alcuni segmenti del confronto, è apparso fuori fuoco e meno incisivo di quanto necessario. Alcune uscite poi, come quella sui clandestini che mangerebbero i gatti, avrebbe potuto risparmiarsele, essendo subito diventate carburante per gli attacchi dei dem contro di lui.Ciò detto, questo non vuol dire che la Harris abbia brillato. Tutt’altro. Se come provocatrice si è rivelata efficace, non è tuttavia riuscita a scrollarsi di dosso l’immagine di candidata preimpostata. Non solo. Quando le sono state fatte domande scomode (specialmente sull’economia), la vicepresidente si è mostrata incredibilmente vaga. Trump si è inoltre rivelato discretamente abile nel legarla a doppio filo all’impopolare Joe Biden: una strategia, quella del tycoon, che ha irritato la Harris. «È importante ricordare all’ex presidente che non stai correndo contro Joe Biden, stai correndo contro di me», ha dichiarato la candidata dem.Un altro punto a favore di Trump è stato quando il tycoon si è chiesto per quale ragione la Harris, vicepresidente in carica da oltre tre anni, non abbia implementato le misure che propone oggi. «Ha iniziato dicendo che farà questo, farà quello, farà tutte queste cose meravigliose. Perché non l’ha fatto? È lì da tre anni e mezzo», ha tuonato Trump. Tra l’altro, chi aveva assoluta necessità di vincere nettamente martedì era proprio la vicepresidente, per rilanciare una campagna che, nelle ultime due settimane, aveva mostrato segnali di stanchezza. L’ex presidente, di contro, può ancora vantare dei fondamentali più solidi rispetto all’avversaria.Insomma, a conti fatti non si può proprio parlare di una vittoria della Harris. Tutto questo, con buona pace dell’instant poll della Cnn: d’altronde, a seguito del primo dibattito di Trump con Hillary Clinton nel settembre 2016, la stessa emittente riferì che l’ex first lady aveva vinto con il 62%. Eppure ricordiamo tutti come andarono a finire le elezioni di quell’anno. Inoltre, Reuters ha intervistato ieri dieci elettori indecisi prima del confronto: dopo averlo visto, sei si sono detti propensi a votare Trump, tre la Harris e uno non ha ancora le idee chiare.Un altro elemento da considerare è il doppiopesismo del factchecking attuato dai due moderatori di Abc che, molto severi nei confronti di Trump, non lo sono stati altrettanto con la sua avversaria. I due giornalisti hanno contestato all’ex presidente le sue affermazioni sugli immigrati che mangerebbero i gatti e sull’aumento del tasso di criminalità negli ultimi anni. Eppure, quando è stata la Harris a proferire fake news, non le hanno detto nulla. La vicepresidente ha infatti accusato Trump di aver sostenuto che, in caso di mancata vittoria a novembre, negli Usa si verificherebbe un «bagno di sangue». In realtà, con quella dichiarazione (risalente al marzo scorso), Trump, durante un comizio, si stava riferendo all’economia americana e, in particolare, al settore automobilistico. Non stava invocando stragi o violenza. I due moderatori, però, non sono intervenuti a correggere la Harris. È anche per questo che il tycoon è andato su tutte le furie: ha parlato di dibattito «truccato» e non ha chiarito se accetterà un secondo confronto, come chiesto dalla rivale.È poi emerso un caso sull’aborto. Differentemente dagli scorsi mesi, l’ex presidente, martedì, ha evitato di impegnarsi esplicitamente nel porre il veto a un eventuale divieto federale dell’interruzione di gravidanza. Dall’altra parte, anche la Harris si è mostrata ambigua sull’aborto tardivo, vale a dire quello con travaglio indotto in fase avanzata di gestazione: pratica impopolare tra i cittadini americani, che, secondo Trump, i dem e la stessa Harris punterebbero a promuovere. «Fanno l’aborto al nono mese», ha dichiarato. Va detto che la vicepresidente non ha esplicitamente sostenuto questa pratica. Tuttavia non l’ha neppure chiaramente esclusa. Il National Catholic Register ha riportato che, l’anno scorso, il vice della Harris, il governatore del Minnesota Tim Walz, ha firmato una legge statale che impone «di prendersi cura del neonato nato vivo» anziché di «preservare la vita e la salute del neonato nato vivo» (come era invece previsto da una precedente norma del 1976). Axios ha anche riferito che la legge del Minnesota «non prevede alcun limite gestazionale per l’aborto, il che significa che la procedura può essere eseguita in qualsiasi momento della gravidanza». In secondo luogo, quando il moderatore, martedì, ha chiesto alla Harris «se sostenga delle restrizioni al diritto di una donna all’aborto», la vicepresidente ha glissato. Lo stesso Politico ha sottolineato che la candidata dem «non ha detto quali restrizioni» applicherebbe all’interruzione di gravidanza. Insomma, pur non sostenendo esplicitamente l’aborto tardivo, l’ambiguità della Harris non pare neppure escluderlo. D’altronde, a luglio, sempre Politico riportò che una parte del mondo pro-choice vorrebbe che la vicepresidente osasse di più e non si limitasse a invocare il ritorno a Roe v. Wade (che consentiva l’interruzione di gravidanza entro le prime 22 settimane di gestazione).<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/trump-harris-taylor-swift-elezioni-2669172754.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-gattara-swift-votero-kamala" data-post-id="2669172754" data-published-at="1726136564" data-use-pagination="False"> La «gattara» Swift: «Voterò Kamala» Alla fine è arrivato. Pochi minuti dopo la conclusione del dibattito televisivo tra Donald Trump e Kamala Harris, Taylor Swift ha dato il proprio endorsement alla candidata dem. «Voterò per Kamala Harris perché combatte per i diritti e le cause che credo abbiano bisogno di un guerriero che le sostenga», ha scritto la cantante sul suo profilo Instagram, che conta circa 283 milioni di follower, firmandosi «gattara senza figli» (un riferimento polemico al running mate di Trump, JD Vance, che, nel 2021, aveva definito in questo modo le donne ai vertici del Partito democratico americano). «Non ero un fan di Taylor Swift» ha replicato il candidato repubblicano, per poi aggiungere: «Sembra sempre sostenere un democratico, e probabilmente ne pagherà il prezzo sul mercato». A ottobre 2020, la cantante aveva dato il proprio endorsement alla candidatura di Joe Biden. Tutto questo, mentre negli scorsi mesi si rincorrevano voci sul fatto che stesse per fare altrettanto quest’anno con il candidato presidenziale dem. Alla fine l’endorsement è arrivato. Ma c’è da chiedersi: che cosa comporterà? Molti già sostengono che, grazie ai suoi numerosi fan, la Swift sposterà montagne di voti a favore della Harris: tanto più che la star è originaria di uno Stato cruciale come la Pennsylvania. Tuttavia attenzione ai facili automatismi. Secondo un sondaggio commissionato a maggio da Newsweek, il 18% degli americani disse di essere disposto a seguire l’endorsement della stella del pop, mentre il 15% dei rispondenti sostenne che avrebbe votato in senso contrario. Il 55% degli intervistati, infine, riferì di non tenere in considerazione l’opinione politica della Swift. Va poi tenuto conto del fatto che, nella politica americana, l’appoggio dello star system può essere utile in termini di raccolta fondi e di copertura mediatica (non a caso l’endorsement è arrivato subito dopo il dibattito presidenziale). Tuttavia, le celebrities di voti ne spostano pochi. Nel 2016, Hillary Clinton ebbe il sostegno di numerosi attori e cantanti: a partire dall’influente Beyoncé, che si impegnò in prima persona per lei. Questo non garantì comunque la vittoria all’ex first lady. Era invece il 1964 quando John Wayne, all’epoca un mito vivente di Hollywood, fece campagna a favore dell’allora candidato presidenziale repubblicano Barry Goldwater: quest’ultimo tuttavia alla fine perse malamente contro il democratico Lyndon Johnson. D’altronde, può rivelarsi un errore confondere la psicologia di un fan o di un follower con quella di un elettore. Ma Taylor Swift non è l’unica a essersi interessata al dibattito di martedì. Il Cremlino ha infatti espresso disappunto per il fatto che, durante il confronto, Vladimir Putin è stato citato più volte. «Il nome di Putin è usato, diciamo, come uno degli strumenti della lotta politica dentro gli Usa. Questo non ci piace affatto», ha detto il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. Il nome dello zar è emerso soprattutto quando Trump e la Harris hanno battagliato sulle cause e sulle possibili soluzioni del conflitto russo-ucraino. La candidata dem ha accusato l’avversario di essere morbido con Mosca. Trump, dal canto suo, ha ricordato che fu l’amministrazione Biden-Harris a dare l’ok al gasdotto Nord Stream 2 e ha inoltre promesso che, se tornerà alla Casa Bianca, parlerà sia con Putin che con Volodymyr Zelensky per tentare di porre fine alla guerra in corso. Qualche giorno fa, lo zar aveva dato sarcasticamente il proprio endorsement alla vicepresidente.
Antonio Decaro (Imagoeconomica)
La richiesta si basa, in gran parte, su una sentenza del Tar dell’Emilia-Romagna, a cui la Regione fortino del Pd - che con Michele De Pascale punta ad ergersi capofila nazionale delle politiche sanitarie autonome regionali - si è appellata per evitare di erogare, retroattivamente, gli stessi emolumenti, mai corrisposti, ai propri camici bianchi. La pretesa restituzione dei compensi, che per ogni singolo medico ammonterebbe a circa 70.000 euro, è arrivata la sera di Capodanno, lanciata via Pec alle 20.48 da qualche dirigente bontempone, ma ora rischia di trasformarsi in una valanga. I medici di base, infatti, non hanno preso bene l’idea di dover restituire decine di migliaia di euro a testa all’ente che per anni li ha erogati senza battere ciglio e, oltre ad aver dato mandato ai legali di resistere in giudizio a quello che definiscono «un vero furto», minacciano di fare «non uno, ma quattro passi indietro» nei confronti degli impegni assunti con Regione in relazione alle Case di Comunità, finanziate con 350 milioni di euro di fondi Pnrr, tra i fiori all’occhiello della campagna elettorale di Decaro. «Stiamo reagendo dal punto di vista legale sia a livello regionale che di singole Asl e abbiamo già dato mandato ai legali per impugnare la circolare e ottenerne la sospensiva immediata della direttiva regionale», spiega Antonio De Maria, segretario regionale del sindacato dei medici Fimmg. «La situazione del sistema sanitario della Puglia è già al collasso e in questo momento ci vuole coesione e grande collaborazione tra le parti. Innescare adesso un meccanismo del genere è pericolosissimo e ci auguriamo che questa richiesta, arrivata con modalità offensive dal dipartimento regionale della Sanità, non abbia l’avvallo politico. Avvisiamo già che non ci fermeremo e che a fronte di questo atto siamo pronti a rimettere completamente in discussione la nostra presenza e collaborazione al progetto delle Case di Comunità dell’intero territorio regionale». I sindacati dei medici sono uniti in questa battaglia: «Quanto avvenuto è sconcertante e si tratta di un attacco inopportuno e, a nostro parere, totalmente illegittimo. Appariamo come professionisti che hanno percepito dei soldi che non gli spettavano: è assolutamente falso. Quest’azione rappresenta l’espressione della situazione caotica che ormai da un anno viviamo nell’organizzazione della medicina territoriale a livello pugliese. Se qualcuno pensa di risanare in questo modo le finanze regionali, tagli dove si spreca», ha aggiunto Luigi Nigri, segretario regionale Puglia e vicepresidente nazionale Finp. Eppure, nonostante la posta in gioco, non sarà semplice per Decaro fare un passo indietro sulla questione. Rinunciare al prelievo dalle tasche dei dottori significherebbe, infatti, sconfessare la linea dell’Emilia-Romagna, che quegli stessi assegni, negli ultimi dieci anni, ai suoi medici non li ha mai versati e che ora rischia - a causa di un’azione legale partita da Rimini - di dover sborsare oltre 100 milioni di euro in un colpo solo. La Regione rossa, infatti, è in attesa del pronunciamento della Cassazione e, negli ambienti, si racconta che qualche settimana fa, presso la sede romana della Sisac - Struttura interregionale sanitari convenzionati, ossia il luogo in cui si costruiscono gli Accordi nazionali collettivi che stabiliscono gli emolumenti per i sanitari - si è tenuta una plenaria durante la quale, sul tema dei compensi ai medici, è stata dettata e condivisa una linea comune. Il mandato più o meno esplicito sarebbe stato quello di «evitare di pagare per non far finire nei guai chi non ha nulla in cassa». In sostanza, marciare uniti a scapito dei camici bianchi. E a quanto pare, la Puglia ha preso l’indicazione come un ordine. «Mi pare sia evidente che la sinistra in Italia abbia perso qualsiasi titolo per parlare di sanità: chiedono di aumentare le risorse che hanno tagliato durante i loro governi e stanno dimostrando di non saper neppure gestire quelle che hanno nelle Regioni che governano. La situazione che si è venuta a creare in Puglia credo sia abbastanza emblematica; tra l’altro la Puglia ha erogato questi integrativi, così Decaro si è fatto bello per le elezioni regionali ed oggi, dopo la vittoria, gli chiede indietro ai medici di base a cui magari pochi mesi fa chiedeva il voto», commenta il senatore Fdi Marco Lisei. «Un comportamento immorale, che però non lascia immune da critiche neppure la Regione Emilia-Romagna, che quegli integrativi avrebbe dovuto coprirli. Ora serve chiarezza, ma soprattutto servono tutele per i professionisti sanitari. Per questo come governo abbiamo destinato risorse dedicate per aumentare gli stipendi e tutelare chi nel corso degli anni ha tenuto in piedi il sistema sanitario mentre la sinistra lo sfasciava». Il prossimo 12 gennaio, per Decaro, sarà una data importante: il report sulla realizzazione delle Case di Comunità verrà trasmesso all’Autorità di missione Pnrr, presso il ministero della Salute, per una valutazione sullo stato di avanzamento del progetto. La promessa - nonché condizione necessaria per il raggiungimento del target e dunque per l’ottenimento dei fondi Pnrr - è che al 30 giugno 2026 la Puglia avrà 123 Case di comunità, ma la Corte dei Conti, che ha già un fascicolo aperto sui ritardi nella realizzazione delle opere, ha ricordato esplicitamente che per essere soddisfatto pienamente il target di giugno «non implica solo la realizzazione, ma la completa messa a disposizione delle strutture dotate di tutte le attrezzature necessarie al funzionamento». Medici compresi.
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La riaffermazione di tale principio si accompagna, tuttavia, nella stessa sentenza n. 204/2025, alla declaratoria di illegittimità costituzionale dell’articolo 7 della legge regionale oggetto di ricorso, che, apparentemente in linea con il suddetto principio, impegnava le aziende sanitarie locali a fornire all’aspirante suicida «il supporto tecnico e farmacologico nonché l’assistenza sanitaria per la preparazione all’autosomministrazione del farmaco autorizzato».
L’incostituzionalità di tale disposizione - afferma la Corte - è dovuta al fatto che essa «invade la riserva allo Stato della fissazione dei principi fondamentali in materia di tutela della salute», dal momento che non si limita a semplici «norme di dettaglio» attuative dei suddetti principi, ma avrebbe dato luogo a «una illegittima determinazione degli stessi da parte della legislazione regionale». Giova, in proposito, ricordare che la tutela della salute è, appunto, una delle materie in cui, ai sensi dell’articolo 117, comma III, della Costituzione, la potestà legislativa spetta alle Regioni, «salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservati alla legislazione dello Stato».
Il ragionamento della Corte non farebbe una grinza se non fosse per il fatto che, nella sentenza n. 204/2025, la stessa Corte ha cura di precisare che la ritenuta incostituzionalità dell’articolo 7 della legge regionale toscana «lascia intatto il diritto», riconosciuto all’aspirante suicida dalla sentenza n. 132/ 2025, «di ottenere dalle aziende del Servizio sanitario regionale il farmaco, i dispositivi eventualmente occorrenti all’autosomministrazione, nonché l’assistenza sanitaria anche durante l’esecuzione di questa procedura». Ciò in forza della «portata autoapplicativa» da riconoscersi - afferma sempre la Corte - alla suddetta sentenza. Ma una sentenza della Corte Costituzionale che abbia «portata autoapplicativa» e nella quale vengano - come nel caso di specie - dettati principi del tutto analoghi a quelli che potrebbero essere stabiliti con legge dello Stato, dovrebbe, con ogni evidenza, essere considerata idonea ad assolvere alla stessa funzione che l’articolo 117, comma III, della Costituzione assegna alla legge statale per la determinazione dei principi fondamentali ai quali dovrebbe poi attenersi la legislazione regionale. L’articolo 7 della legge regionale toscana, quindi, siccome del tutto aderente a quanto stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza in questione, non sarebbe stato da dichiarare incostituzionale.
La declaratoria di incostituzionalità si rivela, però, paradossalmente, corretta proprio considerando che, in realtà, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte, al principio affermato nella sentenza n. 132/2025 e confermato in quella n. 204/2025 non sembra affatto che possa attribuirsi carattere vincolante e meno che mai, quindi, «portata autoapplicativa». Si tratta, infatti, di un principio che non è in alcun modo conseguenziale alla già ricordata sentenza della stessa Corte n. 242/2019, essendosi questa limitata a rendere non punibile, a determinate condizioni, mediante declaratoria di parziale incostituzionalità dell’articolo 580 del codice penale, la condotta di chi presti aiuto al suicidio, senza con ciò attribuire all’aspirante suicida alcun diritto a ottenere quell’aiuto da parte di chicchessia, ivi compreso il Servizio sanitario nazionale. A quest’ultimo, infatti, la Corte affida il solo compito di accertare che le suddette condizioni siano effettivamente sussistenti e che le modalità stabilite dall’interessato e dal medico di sua fiducia per l’esecuzione del suicidio non siano tali da offendere la dignità della persona e cagionarle sofferenze.
Lo stesso principio, inoltre, non può neppure dirsi funzionale alla decisione a suo tempo assunta con la sentenza n. 132/2025, in cui esso è enunciato, dal momento che tale sentenza, a sostegno della ritenuta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell’articolo 579 del codice penale, che punisce l’omicidio del consenziente, fece essenzialmente leva sul fatto che, contrariamente a quanto affermato dai ricorrenti, non poteva dirsi accertata, in linea di fatto, l’assoluta irreperibilità, sul mercato, di strumenti che consentissero all’aspirante suicida, nonostante la sua condizione di paraplegico, l’autonoma assunzione del farmaco mortale. L’affermazione che del reperimento di quegli strumenti dovesse farsi carico, se necessario, il Servizio sanitario nazionale, rispondendo ciò a un diritto dell’interessato, aveva carattere meramente incidentale (c.d. «obiter dictum»); il che, secondo quanto pacificamente ritenuto dalla dottrina giuridica, esclude in radice che ad essa possa attribuirsi carattere vincolante tanto nei confronti del Servizio sanitario nazionale quanto in quelli del legislatore ordinario.
Non può in alcun modo condividersi, quindi, l’opinione di chi - come il senatore del Pd Alfredo Bazoli, secondo quanto riferito sulla Verità del 31 dicembre scorso nell’articolo a firma di Carlo Tarallo - sostiene che il legislatore ordinario, nel dettare la disciplina generale in materia di fine vita, non potrebbe «in alcun modo derogare» al principio in questione giacché quello in esso affermato sarebbe «un diritto pienamente riconosciuto e dunque pienamente eseguibile». Deve invece ritenersi, al contrario, che il legislatore ordinario sia perfettamente libero di seguire o non seguire l’indicazione della Corte Costituzionale circa il ruolo da attribuirsi al Servizio sanitario nazionale, senza che, nella seconda di tali ipotesi, la sua scelta possa cadere, alla prima occasione, sotto la mannaia della stessa Corte; ciò sempre che, naturalmente, quest’ultima resista alla ricorrente tentazione di esorbitare dai limiti delle proprie funzioni; sul che, ovviamente, dati i numerosi precedenti, nessuno può azzardarsi a mettere la mano sul fuoco.
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«Io sono notizia» (Netflix)
Non una biografia, ma un modo, più accattivante del solo accademico, di ripercorrere la storia dell'Italia: gli anni Novanta e il momento, senza data precisa, in cui il confine tra vita privata e pubblica apparenza, tra famiglia e spettacolo, si è fatto labile.
Fabrizio Corona - Io sono notizia, docuserie in cinque episodi disponibile su Netflix a partire da venerdì 9 gennaio, promette di sfruttare la parabola di un singolo individuo (opportunamente discusso e divisivo) per trovare, poi, gli stilemi di un racconto universale. Non è Corona, dunque, re dei paparazzi, ma il sistema moderno, declinato nel nostro Paese sul berlusconismo, sulla faziosità, vera o presunta, dei media, sul modo in cui il giornalismo si è progressivamente piegato al gossip e alla ricerca della notorietà, dimenticando ogni deontologia professionale.
Io sono notizia, il cui avvento Fabrizio Corona ha annunciato sui propri social network in pompa magna, con l'orgoglio di chi non ha paura di veder riproposta la propria crescita umana, prende il via da lontano. Fabrizio è giovane, figlio di un padre - Vittorio Corona - tanto visionario e talentuoso quanto ingombrante. Corona, padre, avrebbe cambiato il volto dell'editoria, salvo poi essere fatto fuori da quella stessa gente che diceva apprezzarlo. Fabrizio, ragazzo, è cresciuto così, con il complesso, forse inconscio, di dover tenere il passo del genitore, esserne all'altezza. L'ambiente del padre, dunque, è stato l'obiettivo del figlio. Che, diversamente, però, ha deciso di sfruttarlo in altro modo. Fabrizio Corona avrebbe messo in ginocchio i salotti bene, e il gossip sarebbe stato merce di scambio. Lo strappo, che la docuserie ricostruisce, sarebbe arrivato con Vallettopoli e le accuse di estorsione.
Allora, il re dei paparazzi avrebbe perso parte del proprio appeal, trasformandosi nel bersaglio di una giustizia che, per alcuni, ne avrebbe fatto un capro espiatorio. Quel che segue sono processi, dibattiti, prime pagine e opinioni, è lo scontro fra chi considera Corona un demone e chi, invece, lo vorrebbe assolto.
Quel che segue è la rapida ascesa dei social network, di cui il re Mida del gossip ha saputo intuire il potenziale e le criticità, sfruttandoli, come nessun altro, per tessere la propria tela. Ed è qui, tra le pieghe di questa metamorfosi, da ragazzo d'oro a figura confusa, che Netflix racconta essere nato il Fabrizio di oggi, l'essere capace di fare della propria vita un'opera, d'arte o meno sia dibattuto in altra sede.
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