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2024-09-12
Trump zoppica e Harris non brilla. Ma per i media la dem ha trionfato
Donald Trump e Kamala Harris nel faccia a faccia televisivo (Ansa)
La macchina retorica favorevole a Kamala Harris si è rimessa in moto (d’altronde, quando mai si era fermata?). Secondo la maggior parte dei media, la candidata dem avrebbe stravinto il dibattito di martedì con Donald Trump. A conforto di questa narrazione, viene citato l’instant poll della Cnn, secondo cui la vicepresidente si sarebbe aggiudicata il confronto con il favore del 63% degli spettatori contro il misero 37% racimolato dall’avversario. Siamo sicuri che le cose stiano così?
Cominciamo subito col dire che Trump ha deluso le aspettative. Il tycoon è infatti caduto in varie delle trappole che la Harris aveva man mano disseminato con l’unico obiettivo di provocarlo e farlo uscire dai gangheri. Pur evitando di andare in escandescenze, il repubblicano si è più volte mostrato innervosito e, in alcuni segmenti del confronto, è apparso fuori fuoco e meno incisivo di quanto necessario. Alcune uscite poi, come quella sui clandestini che mangerebbero i gatti, avrebbe potuto risparmiarsele, essendo subito diventate carburante per gli attacchi dei dem contro di lui.
Ciò detto, questo non vuol dire che la Harris abbia brillato. Tutt’altro. Se come provocatrice si è rivelata efficace, non è tuttavia riuscita a scrollarsi di dosso l’immagine di candidata preimpostata. Non solo. Quando le sono state fatte domande scomode (specialmente sull’economia), la vicepresidente si è mostrata incredibilmente vaga. Trump si è inoltre rivelato discretamente abile nel legarla a doppio filo all’impopolare Joe Biden: una strategia, quella del tycoon, che ha irritato la Harris. «È importante ricordare all’ex presidente che non stai correndo contro Joe Biden, stai correndo contro di me», ha dichiarato la candidata dem.
Un altro punto a favore di Trump è stato quando il tycoon si è chiesto per quale ragione la Harris, vicepresidente in carica da oltre tre anni, non abbia implementato le misure che propone oggi. «Ha iniziato dicendo che farà questo, farà quello, farà tutte queste cose meravigliose. Perché non l’ha fatto? È lì da tre anni e mezzo», ha tuonato Trump. Tra l’altro, chi aveva assoluta necessità di vincere nettamente martedì era proprio la vicepresidente, per rilanciare una campagna che, nelle ultime due settimane, aveva mostrato segnali di stanchezza. L’ex presidente, di contro, può ancora vantare dei fondamentali più solidi rispetto all’avversaria.
Insomma, a conti fatti non si può proprio parlare di una vittoria della Harris. Tutto questo, con buona pace dell’instant poll della Cnn: d’altronde, a seguito del primo dibattito di Trump con Hillary Clinton nel settembre 2016, la stessa emittente riferì che l’ex first lady aveva vinto con il 62%. Eppure ricordiamo tutti come andarono a finire le elezioni di quell’anno. Inoltre, Reuters ha intervistato ieri dieci elettori indecisi prima del confronto: dopo averlo visto, sei si sono detti propensi a votare Trump, tre la Harris e uno non ha ancora le idee chiare.
Un altro elemento da considerare è il doppiopesismo del factchecking attuato dai due moderatori di Abc che, molto severi nei confronti di Trump, non lo sono stati altrettanto con la sua avversaria. I due giornalisti hanno contestato all’ex presidente le sue affermazioni sugli immigrati che mangerebbero i gatti e sull’aumento del tasso di criminalità negli ultimi anni. Eppure, quando è stata la Harris a proferire fake news, non le hanno detto nulla. La vicepresidente ha infatti accusato Trump di aver sostenuto che, in caso di mancata vittoria a novembre, negli Usa si verificherebbe un «bagno di sangue». In realtà, con quella dichiarazione (risalente al marzo scorso), Trump, durante un comizio, si stava riferendo all’economia americana e, in particolare, al settore automobilistico. Non stava invocando stragi o violenza. I due moderatori, però, non sono intervenuti a correggere la Harris. È anche per questo che il tycoon è andato su tutte le furie: ha parlato di dibattito «truccato» e non ha chiarito se accetterà un secondo confronto, come chiesto dalla rivale.
È poi emerso un caso sull’aborto. Differentemente dagli scorsi mesi, l’ex presidente, martedì, ha evitato di impegnarsi esplicitamente nel porre il veto a un eventuale divieto federale dell’interruzione di gravidanza. Dall’altra parte, anche la Harris si è mostrata ambigua sull’aborto tardivo, vale a dire quello con travaglio indotto in fase avanzata di gestazione: pratica impopolare tra i cittadini americani, che, secondo Trump, i dem e la stessa Harris punterebbero a promuovere. «Fanno l’aborto al nono mese», ha dichiarato. Va detto che la vicepresidente non ha esplicitamente sostenuto questa pratica. Tuttavia non l’ha neppure chiaramente esclusa.
Il National Catholic Register ha riportato che, l’anno scorso, il vice della Harris, il governatore del Minnesota Tim Walz, ha firmato una legge statale che impone «di prendersi cura del neonato nato vivo» anziché di «preservare la vita e la salute del neonato nato vivo» (come era invece previsto da una precedente norma del 1976). Axios ha anche riferito che la legge del Minnesota «non prevede alcun limite gestazionale per l’aborto, il che significa che la procedura può essere eseguita in qualsiasi momento della gravidanza». In secondo luogo, quando il moderatore, martedì, ha chiesto alla Harris «se sostenga delle restrizioni al diritto di una donna all’aborto», la vicepresidente ha glissato. Lo stesso Politico ha sottolineato che la candidata dem «non ha detto quali restrizioni» applicherebbe all’interruzione di gravidanza. Insomma, pur non sostenendo esplicitamente l’aborto tardivo, l’ambiguità della Harris non pare neppure escluderlo. D’altronde, a luglio, sempre Politico riportò che una parte del mondo pro-choice vorrebbe che la vicepresidente osasse di più e non si limitasse a invocare il ritorno a Roe v. Wade (che consentiva l’interruzione di gravidanza entro le prime 22 settimane di gestazione).
La «gattara» Swift: «Voterò Kamala»
Alla fine è arrivato. Pochi minuti dopo la conclusione del dibattito televisivo tra Donald Trump e Kamala Harris, Taylor Swift ha dato il proprio endorsement alla candidata dem. «Voterò per Kamala Harris perché combatte per i diritti e le cause che credo abbiano bisogno di un guerriero che le sostenga», ha scritto la cantante sul suo profilo Instagram, che conta circa 283 milioni di follower, firmandosi «gattara senza figli» (un riferimento polemico al running mate di Trump, JD Vance, che, nel 2021, aveva definito in questo modo le donne ai vertici del Partito democratico americano). «Non ero un fan di Taylor Swift» ha replicato il candidato repubblicano, per poi aggiungere: «Sembra sempre sostenere un democratico, e probabilmente ne pagherà il prezzo sul mercato».
A ottobre 2020, la cantante aveva dato il proprio endorsement alla candidatura di Joe Biden. Tutto questo, mentre negli scorsi mesi si rincorrevano voci sul fatto che stesse per fare altrettanto quest’anno con il candidato presidenziale dem. Alla fine l’endorsement è arrivato. Ma c’è da chiedersi: che cosa comporterà? Molti già sostengono che, grazie ai suoi numerosi fan, la Swift sposterà montagne di voti a favore della Harris: tanto più che la star è originaria di uno Stato cruciale come la Pennsylvania. Tuttavia attenzione ai facili automatismi. Secondo un sondaggio commissionato a maggio da Newsweek, il 18% degli americani disse di essere disposto a seguire l’endorsement della stella del pop, mentre il 15% dei rispondenti sostenne che avrebbe votato in senso contrario. Il 55% degli intervistati, infine, riferì di non tenere in considerazione l’opinione politica della Swift.
Va poi tenuto conto del fatto che, nella politica americana, l’appoggio dello star system può essere utile in termini di raccolta fondi e di copertura mediatica (non a caso l’endorsement è arrivato subito dopo il dibattito presidenziale). Tuttavia, le celebrities di voti ne spostano pochi. Nel 2016, Hillary Clinton ebbe il sostegno di numerosi attori e cantanti: a partire dall’influente Beyoncé, che si impegnò in prima persona per lei. Questo non garantì comunque la vittoria all’ex first lady. Era invece il 1964 quando John Wayne, all’epoca un mito vivente di Hollywood, fece campagna a favore dell’allora candidato presidenziale repubblicano Barry Goldwater: quest’ultimo tuttavia alla fine perse malamente contro il democratico Lyndon Johnson. D’altronde, può rivelarsi un errore confondere la psicologia di un fan o di un follower con quella di un elettore.
Ma Taylor Swift non è l’unica a essersi interessata al dibattito di martedì. Il Cremlino ha infatti espresso disappunto per il fatto che, durante il confronto, Vladimir Putin è stato citato più volte. «Il nome di Putin è usato, diciamo, come uno degli strumenti della lotta politica dentro gli Usa. Questo non ci piace affatto», ha detto il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. Il nome dello zar è emerso soprattutto quando Trump e la Harris hanno battagliato sulle cause e sulle possibili soluzioni del conflitto russo-ucraino. La candidata dem ha accusato l’avversario di essere morbido con Mosca. Trump, dal canto suo, ha ricordato che fu l’amministrazione Biden-Harris a dare l’ok al gasdotto Nord Stream 2 e ha inoltre promesso che, se tornerà alla Casa Bianca, parlerà sia con Putin che con Volodymyr Zelensky per tentare di porre fine alla guerra in corso. Qualche giorno fa, lo zar aveva dato sarcasticamente il proprio endorsement alla vicepresidente.
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Il tycoon cade nei tranelli della sfidante al dibattito e fa uscite discutibili. La progressista, però, glissa sui temi scomodi. Come l’aborto tardivo, introdotto dal suo vice in Minnesota, sul quale non ha mai espresso contrarietà.Endorsement della popstar Taylor Swift alla candidata dem con frecciatina a J. D. Vance per la vecchia frase sulle donne senza figli. Il Cremlino irritato dallo scontro in tv: «Lasciate in pace Vladimir Putin».Lo speciale contiene due articoliLa macchina retorica favorevole a Kamala Harris si è rimessa in moto (d’altronde, quando mai si era fermata?). Secondo la maggior parte dei media, la candidata dem avrebbe stravinto il dibattito di martedì con Donald Trump. A conforto di questa narrazione, viene citato l’instant poll della Cnn, secondo cui la vicepresidente si sarebbe aggiudicata il confronto con il favore del 63% degli spettatori contro il misero 37% racimolato dall’avversario. Siamo sicuri che le cose stiano così?Cominciamo subito col dire che Trump ha deluso le aspettative. Il tycoon è infatti caduto in varie delle trappole che la Harris aveva man mano disseminato con l’unico obiettivo di provocarlo e farlo uscire dai gangheri. Pur evitando di andare in escandescenze, il repubblicano si è più volte mostrato innervosito e, in alcuni segmenti del confronto, è apparso fuori fuoco e meno incisivo di quanto necessario. Alcune uscite poi, come quella sui clandestini che mangerebbero i gatti, avrebbe potuto risparmiarsele, essendo subito diventate carburante per gli attacchi dei dem contro di lui.Ciò detto, questo non vuol dire che la Harris abbia brillato. Tutt’altro. Se come provocatrice si è rivelata efficace, non è tuttavia riuscita a scrollarsi di dosso l’immagine di candidata preimpostata. Non solo. Quando le sono state fatte domande scomode (specialmente sull’economia), la vicepresidente si è mostrata incredibilmente vaga. Trump si è inoltre rivelato discretamente abile nel legarla a doppio filo all’impopolare Joe Biden: una strategia, quella del tycoon, che ha irritato la Harris. «È importante ricordare all’ex presidente che non stai correndo contro Joe Biden, stai correndo contro di me», ha dichiarato la candidata dem.Un altro punto a favore di Trump è stato quando il tycoon si è chiesto per quale ragione la Harris, vicepresidente in carica da oltre tre anni, non abbia implementato le misure che propone oggi. «Ha iniziato dicendo che farà questo, farà quello, farà tutte queste cose meravigliose. Perché non l’ha fatto? È lì da tre anni e mezzo», ha tuonato Trump. Tra l’altro, chi aveva assoluta necessità di vincere nettamente martedì era proprio la vicepresidente, per rilanciare una campagna che, nelle ultime due settimane, aveva mostrato segnali di stanchezza. L’ex presidente, di contro, può ancora vantare dei fondamentali più solidi rispetto all’avversaria.Insomma, a conti fatti non si può proprio parlare di una vittoria della Harris. Tutto questo, con buona pace dell’instant poll della Cnn: d’altronde, a seguito del primo dibattito di Trump con Hillary Clinton nel settembre 2016, la stessa emittente riferì che l’ex first lady aveva vinto con il 62%. Eppure ricordiamo tutti come andarono a finire le elezioni di quell’anno. Inoltre, Reuters ha intervistato ieri dieci elettori indecisi prima del confronto: dopo averlo visto, sei si sono detti propensi a votare Trump, tre la Harris e uno non ha ancora le idee chiare.Un altro elemento da considerare è il doppiopesismo del factchecking attuato dai due moderatori di Abc che, molto severi nei confronti di Trump, non lo sono stati altrettanto con la sua avversaria. I due giornalisti hanno contestato all’ex presidente le sue affermazioni sugli immigrati che mangerebbero i gatti e sull’aumento del tasso di criminalità negli ultimi anni. Eppure, quando è stata la Harris a proferire fake news, non le hanno detto nulla. La vicepresidente ha infatti accusato Trump di aver sostenuto che, in caso di mancata vittoria a novembre, negli Usa si verificherebbe un «bagno di sangue». In realtà, con quella dichiarazione (risalente al marzo scorso), Trump, durante un comizio, si stava riferendo all’economia americana e, in particolare, al settore automobilistico. Non stava invocando stragi o violenza. I due moderatori, però, non sono intervenuti a correggere la Harris. È anche per questo che il tycoon è andato su tutte le furie: ha parlato di dibattito «truccato» e non ha chiarito se accetterà un secondo confronto, come chiesto dalla rivale.È poi emerso un caso sull’aborto. Differentemente dagli scorsi mesi, l’ex presidente, martedì, ha evitato di impegnarsi esplicitamente nel porre il veto a un eventuale divieto federale dell’interruzione di gravidanza. Dall’altra parte, anche la Harris si è mostrata ambigua sull’aborto tardivo, vale a dire quello con travaglio indotto in fase avanzata di gestazione: pratica impopolare tra i cittadini americani, che, secondo Trump, i dem e la stessa Harris punterebbero a promuovere. «Fanno l’aborto al nono mese», ha dichiarato. Va detto che la vicepresidente non ha esplicitamente sostenuto questa pratica. Tuttavia non l’ha neppure chiaramente esclusa. Il National Catholic Register ha riportato che, l’anno scorso, il vice della Harris, il governatore del Minnesota Tim Walz, ha firmato una legge statale che impone «di prendersi cura del neonato nato vivo» anziché di «preservare la vita e la salute del neonato nato vivo» (come era invece previsto da una precedente norma del 1976). Axios ha anche riferito che la legge del Minnesota «non prevede alcun limite gestazionale per l’aborto, il che significa che la procedura può essere eseguita in qualsiasi momento della gravidanza». In secondo luogo, quando il moderatore, martedì, ha chiesto alla Harris «se sostenga delle restrizioni al diritto di una donna all’aborto», la vicepresidente ha glissato. Lo stesso Politico ha sottolineato che la candidata dem «non ha detto quali restrizioni» applicherebbe all’interruzione di gravidanza. Insomma, pur non sostenendo esplicitamente l’aborto tardivo, l’ambiguità della Harris non pare neppure escluderlo. D’altronde, a luglio, sempre Politico riportò che una parte del mondo pro-choice vorrebbe che la vicepresidente osasse di più e non si limitasse a invocare il ritorno a Roe v. 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Pochi minuti dopo la conclusione del dibattito televisivo tra Donald Trump e Kamala Harris, Taylor Swift ha dato il proprio endorsement alla candidata dem. «Voterò per Kamala Harris perché combatte per i diritti e le cause che credo abbiano bisogno di un guerriero che le sostenga», ha scritto la cantante sul suo profilo Instagram, che conta circa 283 milioni di follower, firmandosi «gattara senza figli» (un riferimento polemico al running mate di Trump, JD Vance, che, nel 2021, aveva definito in questo modo le donne ai vertici del Partito democratico americano). «Non ero un fan di Taylor Swift» ha replicato il candidato repubblicano, per poi aggiungere: «Sembra sempre sostenere un democratico, e probabilmente ne pagherà il prezzo sul mercato». A ottobre 2020, la cantante aveva dato il proprio endorsement alla candidatura di Joe Biden. Tutto questo, mentre negli scorsi mesi si rincorrevano voci sul fatto che stesse per fare altrettanto quest’anno con il candidato presidenziale dem. Alla fine l’endorsement è arrivato. Ma c’è da chiedersi: che cosa comporterà? Molti già sostengono che, grazie ai suoi numerosi fan, la Swift sposterà montagne di voti a favore della Harris: tanto più che la star è originaria di uno Stato cruciale come la Pennsylvania. Tuttavia attenzione ai facili automatismi. Secondo un sondaggio commissionato a maggio da Newsweek, il 18% degli americani disse di essere disposto a seguire l’endorsement della stella del pop, mentre il 15% dei rispondenti sostenne che avrebbe votato in senso contrario. Il 55% degli intervistati, infine, riferì di non tenere in considerazione l’opinione politica della Swift. Va poi tenuto conto del fatto che, nella politica americana, l’appoggio dello star system può essere utile in termini di raccolta fondi e di copertura mediatica (non a caso l’endorsement è arrivato subito dopo il dibattito presidenziale). Tuttavia, le celebrities di voti ne spostano pochi. Nel 2016, Hillary Clinton ebbe il sostegno di numerosi attori e cantanti: a partire dall’influente Beyoncé, che si impegnò in prima persona per lei. Questo non garantì comunque la vittoria all’ex first lady. Era invece il 1964 quando John Wayne, all’epoca un mito vivente di Hollywood, fece campagna a favore dell’allora candidato presidenziale repubblicano Barry Goldwater: quest’ultimo tuttavia alla fine perse malamente contro il democratico Lyndon Johnson. D’altronde, può rivelarsi un errore confondere la psicologia di un fan o di un follower con quella di un elettore. Ma Taylor Swift non è l’unica a essersi interessata al dibattito di martedì. Il Cremlino ha infatti espresso disappunto per il fatto che, durante il confronto, Vladimir Putin è stato citato più volte. «Il nome di Putin è usato, diciamo, come uno degli strumenti della lotta politica dentro gli Usa. Questo non ci piace affatto», ha detto il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. Il nome dello zar è emerso soprattutto quando Trump e la Harris hanno battagliato sulle cause e sulle possibili soluzioni del conflitto russo-ucraino. La candidata dem ha accusato l’avversario di essere morbido con Mosca. Trump, dal canto suo, ha ricordato che fu l’amministrazione Biden-Harris a dare l’ok al gasdotto Nord Stream 2 e ha inoltre promesso che, se tornerà alla Casa Bianca, parlerà sia con Putin che con Volodymyr Zelensky per tentare di porre fine alla guerra in corso. Qualche giorno fa, lo zar aveva dato sarcasticamente il proprio endorsement alla vicepresidente.
Nel riquadro, lo stilista Brett Johnson
Settantacinque appuntamenti, tra cui 16 sfilate fisiche, 6 eventi digitali, 44 presentazioni, 2 presentazioni su appuntamento e 7 eventi speciali. Un programma ricco che testimonia la vitalità del settore e la capacità di Milano di attrarre brand affermati e nuove realtà creative. Questi i numeri della fashion week (19/23 giugno) dedicata all’abbigliamento da uomo. In calendario anche Brett Johnson, stilista americano specializzato nel lusso maschile di alta gamma. Ha lanciato il suo marchio durante la settimana della moda di New York nel 2013-2014 e successivamente ha trasferito il centro operativo a Milano, dove oggi ha showroom e uffici. Dietro a ogni sua collezione c’è molto di più: una visione della qualità fondata sull’artigianalità italiana, sul valore della permanenza e sulla volontà di costruire una nuova eredità culturale nel panorama internazionale dell’ultra-lusso. In questa conversazione, Brett Johnson racconta la sua idea di stile, il rapporto con il made in Italy e l’ambizione di creare una maison capace di lasciare un segno nella storia della moda contemporanea.
La Costiera Amalfitana è stata la principale fonte d’ispirazione per la Primavera-estate 2027. Quali emozioni o immagini desiderava tradurre in questa collezione?
«La Costiera ha qualcosa di magnetico, un luogo sospeso tra mare e roccia, dove la luce scolpisce le superfici, i colori si fondono con il paesaggio e il tempo sembra seguire un ritmo diverso. Ho voluto evocare la naturale eleganza del territorio sia attraverso i colori sia i materiali e le costruzioni. Ho scelto per questo il bianco della calce, le sfumature minerali della sabbia, l’acquamarina del mare, il verde salvia della vegetazione costiera. Ho voluto utilizzare lini superfini, cotoni mercerizzati, blend di seta e cotone, suede impalpabili e pelli ultraleggere, molto confortevoli. Anche il tailoring segue questa filosofia: le forme sono leggere, le strutture morbide e rilassate. Giacche destrutturate, pantaloni fluidi, bermuda sartoriali, overshit. Questa collezione racchiude un equilibrio perfetto tra eleganza disinvolta, artigianalità ed energia vibrante».
Nelle sue collezioni il concetto di «lusso silenzioso» emerge con grande forza. Come definirebbe oggi il vero lusso in un’epoca dominata dalla velocità e dall’ostentazione?
«Credo che oggi il vero lusso sia avere il tempo e la libertà di fare le cose nel modo giusto. Quando acquisti qualcosa, dovresti sapere che è stato prodotto con cura, con materiali straordinari e da artigiani capaci di valorizzare i capi. Questo, per me, è il lusso. In un mondo che corre sempre più veloce e premia l’ostentazione, penso che le persone sentano il bisogno di qualcosa di più autentico. Un abito non dovrebbe gridare per essere notato: dovrebbe parlare attraverso la sua costruzione, il comfort e il modo in cui ti fa sentire quando lo indossi. Il lusso è anche correttezza. È offrire il miglior prodotto possibile, realizzato con rispetto per chi lo crea e a un prezzo che rifletta il suo vero valore. Non mi interessa il lusso come simbolo di status. Mi interessa creare capi destinati a durare».
Lei lavora esclusivamente con manifatture d’eccellenza in Toscana e Umbria. Che cosa ha imparato dagli artigiani italiani e in che modo questa esperienza ha influenzato la sua visione creativa?
«Gli artigiani italiani mi hanno insegnato prima di tutto il rispetto. Rispetto per il materiale, per il tempo necessario a realizzare qualcosa bene e per un sapere che si tramanda da generazioni. Quando ho iniziato, non avevo una formazione tradizionale nella moda: ho imparato osservando, facendo domande e lavorando ogni giorno al loro fianco. È stata un’esperienza che ha cambiato completamente il mio modo di pensare il design. Oggi, quando sviluppo una collezione, non parto solo da un’idea estetica, ma da ciò che una manifattura è realmente in grado di esprimere al massimo livello. Credo che il miglior design nasca proprio da questo dialogo continuo tra creatività e artigianalità. L’Italia mi ha insegnato che l’eccellenza non è mai il risultato di una scorciatoia. È disciplina, pazienza e attenzione ai dettagli. Lavorare con le manifatture in Toscana e in Umbria significa confrontarsi ogni giorno con persone che fanno questo mestiere da tutta la vita e che hanno un livello di competenza incredibile. Il mio ruolo è valorizzare quel patrimonio di conoscenze e trasformarlo in qualcosa di contemporaneo».
La ricerca delle materie prime è un elemento centrale del suo lavoro. Quando seleziona una pelle o un tessuto, quali caratteristiche cerca per capire se quel materiale è davvero straordinario?
«La prima cosa che cerco è il carattere. Un materiale straordinario non deve solo essere bello da vedere, deve trasmettere qualcosa già al primo contatto. Mi interessa la mano del tessuto, il modo in cui cade sul corpo, come reagisce al movimento e, soprattutto, come evolve nel tempo. Mi interessa capire se possiede un’autenticità che il cliente percepirà anche tra dieci anni. I materiali migliori hanno una qualità quasi silenziosa. Dietro una pelle o un tessuto ci sono persone, competenze e decenni di esperienza. Non acquisto semplicemente una materia prima: scelgo di lavorare con aziende che condividono i miei stessi valori. Se un materiale è eccellente ma nasce da una filiera che non rispetta le persone o il territorio, per me perde immediatamente gran parte del suo valore. La qualità non può essere separata dall’integrità».
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Turisti in piazza San Marco a Venezia (iStock)
Un superticket che potrebbe arrivare fino a 50 euro. È questa l’idea lanciata dal neosindaco di Venezia, Simone Venturini, che ha annunciato la richiesta al governo di alzare la soglia del biglietto di ingresso per i turisti nella città lagunare dagli attuali 5-10 euro a 30-50 euro. I dieci euro del provvedimento varato nel 2024, insomma, non basterebbero a calmierare gli accessi dei visitatori per un giorno, per questo il sindaco penda a un aumento. Anche perché meno della metà dei turisti che hanno pagato il ticket per entrare a Venezia si sono prenotati in anticipo per godere della tariffa scontata a 5 euro. Su un totale di 514.710 contributi versati nei primi 42 giorni di applicazione, quelli da 5 euro sono stati 245.503, quelli da 10 euro 268.207. Per un incasso di 3.919.585 euro. I dati resi noti dall’amministrazione comunale confermano come la tariffa differenziata, sperimentata ormai da un paio d’anni, incida poco sulle scelte dei visitatori per un giorno.
Non si è verificato l’effetto disincentivo al cosiddetto overtourism nella sua versione «mordi e fuggi». Per farlo, serve una modifica legislativa. Che, in caso di accoglimento, vedrebbe quasi certamente schizzare alle stelle le sanzioni per i furbetti. Oggi chi non paga il biglietto rischia una multa da 50 a 300 euro. In pratica, oggi con il biglietto tra i 5 e 10 euro, la sanzione minima è 10 volte tanto il prezzo del biglietto prenotato online: è ovvio che se passa la proposta di portare la tariffa a 30 e 50 euro, le sanzioni verranno riviste al rialzo.
Va detto che, anche se il fenomeno dell’overtourism è un argomento che tutte le città storiche si trovano ad affrontare, le caratteristiche uniche di Venezia, proprio quelle che attraggono un numero enorme di visitatori, rendono la gestione dei flussi particolarmente delicata.
A dicembre scorso, l’allora l’assessore all’Ambiente, Massimiliano De Martin, aveva spiegato che «alcune analisi recenti stimano che nel 2024, nel centro storico della città lagunare, la media giornaliera delle persone presenti - residenti, lavoratori, turisti, escursionisti - sia risultata di circa 170.000 persone al giorno, di cui quasi 80.000 “city users” (non residenti, non domiciliati, presenti anche per lavoro o studio, prestazioni sanitarie, eventi artistici, sportivi)». Una situazione delicata, che negli anni scorsi aveva già portato a una serie di provvedimenti per cercare di frenare gli accessi di turisti per poche ore. Un primo tentativo era stato fatto nel 2021 con la limitazione all’ingresso nella Laguna delle grandi navi da crociera, mai diventato definitivo. Nel 2024, invece, era stato approvato un codice deontologico dagli operatori di incoming che lavorano in città e che aderiscono alla Federazione turismo organizzato di Confcommercio. Nel codice, tra le indicazioni rivolte agli operatori, spiccava l’incentivo a proporre itinerari alternativi a Piazza San Marco e Rialto, l’utilizzo di auricolari per ascoltare le spiegazioni delle guide al fine di ridurre il disturbo acustico e la visita ai musei cittadini.
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(iStock)
Molto lontani dalle cinque strutture colossali da 100.000 chip ciascuna, immaginate in partenza. Il contributo pubblico europeo nella prima fase scenderà fino a un massimo di 1 miliardo di euro, una frazione dei 4,1 miliardi che Bruxelles aveva promesso in una proposta precedente, mentre i finanziamenti per la seconda fase restano subordinati al bilancio comunitario 2028, ancora in fase di negoziazione.
Per misurare la portata della frenata conviene tornare all’entusiasmo dell’aprile 2025, quando la Commissione presentava l’AI continent action plan come la mossa capace di trasformare i punti di forza europei in acceleratori dell’Intelligenza artificiale.
I numeri sbandierati erano imponenti, dai 200 miliardi di euro per spingere lo sviluppo dell’IA attraverso l’iniziativa InvestAI ai 20 miliardi per finanziare fino a cinque gigafactory, e poi una rete di diciannove AI factory appoggiate sui supercalcolatori europei.
Il piano prometteva di costruire un’infrastruttura di calcolo su larga scala in grado di addestrare modelli complessi a un livello senza precedenti, e di assicurare all’Unione la leadership nella frontiera dell’IA. Sul versante delle infrastrutture digitali, il Cloud and AI development act doveva almeno triplicare in cinque anni la capacità dei data center europei, con una clausola che già allora suonava sospetta, ovvero «priorità ai data center sostenibili».
Il contorno di tutto ciò è il pacchetto sulla sovranità tecnologica, pensato per ridurre la dipendenza europea da Stati Uniti e Asia nei semiconduttori, nell’Intelligenza artificiale e nel cloud. Il Cloud and AI development act, ripreso in quella sede, mirava a obbligare i governi a conservare i dati critici su servizi cloud controllati nell’Unione, in un mercato dove i tre operatori americani Amazon, Microsoft e Google detengono oltre il 70%. Sul fronte dei chip, la riedizione del Chips act fissava un fabbisogno di 120 miliardi di euro di investimenti pubblici e privati entro il 2035, con uno stabilimento per la produzione di semiconduttori da 30 miliardi. Insomma, come sempre a Bruxelles, Much ado about nothing.
Il ridimensionamento europeo è il prodotto di due problemi. Il primo è lo stesso limite che ha già fatto fallire altri programmi industriali, cioè l’entità e la rapidità dei fondi. Il Chips act del 2022 puntava a raddoppiare la quota europea nella produzione mondiale di chip portandola al 20% entro il 2030, ma la stessa Corte dei conti europea stima che il continente ne controllerà appena il 12%, e nel frattempo Intel ha congelato i cantieri in Polonia e Germania mentre Berlino ha dirottato 3 miliardi di aiuti al settore verso strade e ponti. A questo si aggiunge la sproporzione delle risorse, perché un singolo investimento privato come quello annunciato da SoftBank in Francia, fino a 75 miliardi di euro, vale da solo più dell’intero programma europeo. Le incertezze su tempi e dimensioni hanno raffreddato l’interesse di consorzi importanti come quello del gruppo Schwarz in Germania, e diversi candidati hanno cominciato a riconsiderare la partecipazione proprio mentre le strutture finanziabili si rimpicciolivano.
Sul secondo versante c’è il nodo energetico e ambientale. La Commissione punta a triplicare la capacità dei data center, ma la rete elettrica non è pronta, l’espansione delle infrastrutture procede a rilento e i piccoli reattori nucleari modulari arriveranno comunque tardi. In assenza di rete e di accumuli sufficienti (cioè un volume enorme) l’unico combustibile capace di colmare il divario nel breve periodo resta l’odiato gas, con un ritorno che già negli Stati Uniti ha spinto gli ordini di nuovi impianti termoelettrici ai massimi degli ultimi 25 anni. Affidarsi soltanto a solare ed eolico con le batterie per nutrire la fame di energia dei data center significa accettare dei rischi enormi che nessuno in realtà vuole accollarsi.
Il commissario all’Energia Dan Jørgensen ripete che i data center sono benvenuti soltanto se contribuiscono alla transizione, sostenendo le rinnovabili e recuperando il calore di scarto, e i gruppi ambientalisti invitano la Commissione a tenere il punto contro l’idea di bruciare altro gas per i profitti del settore. Se è così, è evidente che la partita è già chiusa. Pretendere energia rinnovabile per ogni data center significa perdere tempo, aumentare i costi e i rischi di instabilità mentre i concorrenti avanzano.
Resta sullo sfondo la usuale e ben nota contraddizione tutta dell’Unione. Lo sviluppo dell’Intelligenza artificiale e dei data center, con i consumi elettrici e la continuità di alimentazione che richiede, non è compatibile con i tempi e i vincoli del Green deal. O, se si vuole, i tempi e i vincoli del Green deal non sono compatibili con la corsa europea all’Intelligenza artificiale. È il vecchio trilemma dell’energia che ripresenta il conto, perché sicurezza degli approvvigionamenti, accessibilità dei costi e cosiddetta sostenibilità ambientale non si lasciano massimizzare insieme. Chi pretende di tenere fermi tutti e tre i vertici finisce per sacrificarne almeno uno, senza ammetterlo. Aggiungendo la pretesa di sovranità tecnologica, Bruxelles si è caricata di un’equazione che non ha soluzione. Il ridimensionamento di questi giorni rischia di essere soltanto il primo di una lunga serie.
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Anthony Fauci (Ansa)
A seguito della pubblicazione di 400 pagine di documenti declassificati «che rivelano», ha spiegato Gabbard, «come il dottor Fauci abbia usato milioni di dollari dei contribuenti americani per finanziare pericolose ricerche nel laboratorio di Wuhan, collaborato con elementi politicizzati nell’Intelligence Usa per nascondere la verità sulle sue azioni e sulle origini del Coronavirus» e «danneggiato un presidente eletto (Trump, ndr) limitando l’accesso alle informazioni: è ora che il popolo americano sappia la vera storia», ha chiosato Gabbard, sottolineando che l’ex consulente scientifico presidenziale ha «mentito al Congresso». «Grazie Tulsi per aver documentato il ruolo di Fauci nel più grave crimine della storia dell’umanità», ha commentato il ministro della Salute Robert F. Kennedy.
Un epilogo inglorioso per l’ormai pensionato Fauci, la cui fama aveva raggiunto l’apice in pandemia, varcando anche i confini: l’allora ministro della Zalute, Roberto Speranza (Pd), figura chiave della gestione Covid nel governo Pd-M5S, aveva sostenuto la sua nomina come consulente del BioTecnopolo di Siena a fianco del gran visir dei vaccini, il professor Rino Rappuoli. Il legame con il nostro Paese, sua terra d’origine, era stato suggellato a maggio 2021 quando, su iniziativa del presidente Sergio Mattarella, lo scienziato italo-americano aveva ricevuto la massima onorificenza nazionale, quella di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al merito della Repubblica italiana. Ma il timbro dell’Intelligence Usa sui Fauci files ha spazzato via tutto.
I lettori della Verità conoscono bene la vicenda, raccontata sul nostro giornale sin dal 2021 dopo la pubblicazione di alcune mail delle istituzioni pubbliche (il suo Niaid, il Nih di Francis Collins, l’Fda, il Dipartimento di Stato, l’Hhs-Dipartimento della Salute Usa, i Cdc e altre agenzie federali) acquisite grazie ai Foia (richieste di accesso agli atti, ndr) presentati dal Partito repubblicano di Donald Trump al Congresso assieme ad altre associazioni civiche americane.
Il quadro accusatorio è fitto e ricco di dettagli: è ormai dimostrato che lo scienziato ha autorizzato il finanziamento, insieme con le autorità cinesi, del laboratorio di Wuhan per milioni di dollari dei contribuenti americani. A Wuhan è stata sperimentata la ricerca gain-of-function («GoF»), controverso metodo di ricerca scientifica che prevede la manipolazione dei virus per renderli più trasmissibili o pericolosi per l’uomo. In America era stata vietata e poi definanziata da Trump, Fauci avrebbe aggirato la moratoria sovvenzionando proprio chi, con ogni probabilità, ha causato la fuoriuscita del virus dal laboratorio scatenando il Covid, scrive l’Odni. A Wuhan, in effetti, alcuni ricercatori Usa e cinesi, ben prima dello scoppio della pandemia, stavano lavorando su un progetto nominato «Defuse», che prevedeva la creazione artificiale di un nuovo Coronavirus dalle caratteristiche identiche al Sars Cov-2. Una volta uscito dal laboratorio di Wuhan, Fauci ha fatto il possibile per nascondere la verità: un clamoroso esempio è l’articolo «The proximal origin of Sars Cov-2», pubblicato su Nature, su suo input, il 17 marzo 2020, in cui gli scienziati a lui vicini hanno sconfessato l’ipotesi della fuga da laboratorio (ricevendo, subito dopo la pubblicazione del paper, lauti finanziamenti dal Niaid). Eppure a gennaio 2020, come emerge dalle email, avevano sostenuto che l’origine naturale era «praticamente impossibile».
L’elemento più grave che emerge dai documenti declassificati, anche questo anticipato anni fa sulla Verità, è la collaborazione con i servizi segreti americani: Fauci ha lavorato con alti funzionari «politicizzati» dell’intelligence Usa, è l’accusa di Gabbard, che ha evidenziato che la ricerca da lui promossa ha «causato danni incommensurabili e innumerevoli vite perse». I documenti, si legge sul sito dell’Odni, «evidenziano il ruolo diretto di Fauci nell’influenzare e manipolare le valutazioni dell’Intelligence Usa sul Covid». «Chiederemo aiuto alla Cia», si legge in una mail di luglio 2021. L’obiettivo era «non causare problemi con la Cina», scrivevano allora gli scienziati e soprattutto, ha dichiarato Gabbard, foraggiare le ricerche collegando strettamente questi esperimenti agli interessi finanziari delle «grandi aziende farmaceutiche nello sviluppo di vaccini universali del valore di miliardi di dollari». Follow the money, come sempre.
I funzionari dell’Odni hanno anche registrato un’«atmosfera di intimidazione» contro chi avesse osato smentire la narrazione ufficiale sulle origini del Covid.
Fauci era stato ascoltato dalla commissione Covid per due giorni e un totale di 14 ore di testimonianza e, riferì all’epoca il presidente Brad Wenstrup, aveva pronunciato la frase «non ricordo almeno 100 volte». L’Odni lo accusa oggi di aver «mentito sotto giuramento nel 2024»: «La corrispondenza pubblicata oggi», si legge, «contraddice direttamente la sua testimonianza. In quell’udienza è stato ripetutamente chiesto a Fauci se avesse mai parlato di ricerca con Fbi, Cia, Dia o qualsiasi altra agenzia (…) Lui ha ripetutamente schivato le domande, per poi affermare, mentendo, “che io sappia, non sul Covid”».
Ora, se il suo braccio destro David Morens è stato arrestato lo scorso 28 aprile con l’accusa di aver «fatto sparire» i messaggi per sfuggire ai controlli (rischia decenni di carcere), a Fauci non toccherà la stessa sorte: nelle sue ultime ore in carica come presidente degli Stati Uniti, Joe Biden gli ha concesso un provvedimento di grazia onnicomprensivo per proteggerlo da possibili future incriminazioni relative ai 10 anni precedenti. I repubblicani hanno contestato la validità dell’atto. Gabbard ha rilasciato altri documenti declassificati, ma nessuno, a quanto pare, pagherà.
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