- Il divieto di esportazione rifilato dagli Stati Uniti al colosso Zte è la nuova puntata della guerra commerciale con il Dragone. Tim Cook esulta con Samsung e Lg, mentre piangono i fornitori. Ora ci si aspetta una reazione da Pechino.
- La Casa Bianca apre un altro fronte. I Paesi produttori di petrolio si riuniscono con l’intento di portare il barile almeno a 80 dollari. Washington chiede di tagliare i costi.
Sette anni di vacche magre per il colosso cinese della telefonia Zte e circa 7 miliardi di fatturato che finiranno nelle tasche degli americani (la Apple è il primo produttore negli Stati Uniti) e dei coreani (Samsung e Lg sono al secondo e terzo posto nel podio dei maggiori produttori di telefonia mobile).
È il risultato che avrà il divieto di esportazione negli Usa per sette anni che il segretario del commercio Wilbur Ross ha inflitto a Zhongxing telecommunications equipment corporation (Zte corporation).
Il conto è presto fatto: Zte, colosso da 14 miliardi di fatturato nel 2017, nella terra dello Zio Sam aveva una quota dell’11,5% all’interno di un mercato che nel 2017 valeva 55 miliardi di dollari e che nel 2018, secondo le stime, dovrebbe crescere fino a 62,9 miliardi. Pallottoliere alla mano circa 7,2 miliardi, la quota di Zte, finiranno nelle tasche di Apple, Lg e Samsung.
È chiaro che il provvedimento emesso dal Bureau of industry and security del dipartimento statunitense del commercio altro non è se non un altro capitolo della guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina. Nei mesi scorsi la Casa Bianca aveva anche negato la possibilità di partecipare a bandi per la fibra. Il colosso cinese in una nota diffusa ieri ha spiegato che, «l’ordine di divieto non solo avrà un impatto grave sulla sopravvivenza e sullo sviluppo di Zte, ma causerà anche danni a tutti i partner di Zte, tra cui un gran numero di aziende statunitensi».
In effetti, la scelta farà felici molte aziende americane, ma ne scontenterà altre: mentre Apple festeggia, infatti, tutti i fornitori che da sempre hanno costruito alcune componenti dei telefonini della Zte soffrono. La californiana Qualcomm, ad esempio, produce i chip per il 70% degli smartphone del gruppo cinese e non è chiaro se continuerà a farlo. Lo stesso vale anche per altri fornitori di componentistica come Neophotonics, Xilinx e Qorvo.
Ma come mai gli Stati Uniti hanno punito tanto duramente l’azienda? Tutto è iniziato poco più di un anno fa quando Zte venne accusata di aver infranto l’embargo per cui avrebbe venduto apparati per le telecomunicazioni in Iran e Corea del Nord rilasciando, per giunta, false dichiarazioni a fronte di specifiche richieste governative da parte degli Stati Uniti. La vicenda si concluse con il pagamento di una maxi multa da 1,2 miliardi di dollari e uno stop alle esportazioni in America, poi sospeso.
Ora, a distanza di un anno, il governo degli Stati Uniti ha scoperto che Zte avrebbe mentito davanti al Bureau of industry and security sui dichiarati (e mai avvenuti) provvedimenti disciplinari verso i dirigenti aziendali direttamente colpevoli delle infrazioni contestate. Non solo i manager non sarebbero stati licenziati, ma persino premiati. Ciò ha fatto andare su tutte le furie il segretario Ross che ha deciso di rendere la sanzione verso Zte di nuovo operativa. Va detto che gli Stati Uniti non sono nuovi a questo genere di provvedimenti. Nel 2014 il gruppo bancario francese venne multato per 8,8 miliardi di dollari per aver violato l’embargo con Cuba, Iran e Sudan tra il 2002 e il 2009. La banca avrebbe aggirato il divieto internazionale effettuando pagamenti in dollari nei tre Paesi.
Una vicenda simile ha riguardato nel 2014 anche Credit suisse, la seconda banca svizzera, che dovette pagare oltre 500 milioni di dollari per evitare un procedimento giudiziario con le autorità americane. Nel 2009 lo stesso gruppo fu costretto a pagare altri 530 milioni di dollari per aver fatto affari in Sudan.
Sempre nel 2009 la banca britannica Lloyds ammise di aver favorito transazioni finanziarie con l’Iran (più Libia e Sudan) e accettò di pagare una multa di 350 milioni di dollari.
Nel 2016 fu la volta della società di telecomunicazioni olandese Vimpelcom. In quel caso il gruppo fu costretto a pagare 835 milioni di dollari per aver pagato delle tangenti ad alcuni esponenti del governo usbeco per entrare nel mercato delle tlc.
La guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina sembra dunque essere entrata nel vivo. Sembra logico ritenere che la Cina (e forse anche Zte) risponderà al fuoco con una contromossa. Al momento non è ancora dato sapere come risponderà il dragone cinese, ma qualcosa accadrà. Intanto però le aziende pronte a spartirsi i ricavi delle reti digitali 5G in terra americana hanno un concorrente in meno a cui pensare.
Gianluca Baldini
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