The Donald annuncia i dazi reciproci. È pronto a stangare auto, farmaci, acciaio
(Ansa)
Per lo Studio Ovale, «se ci tassano, tassiamo allo stesso modo». Sanzioni al procuratore della Cpi: non potrà entrare negli Usa.

Per essere un D-day, D nel senso di dazi, non è stata una rivoluzione, ma una energica indicazione. Donald Trump ha varato un’offensiva commerciale che assomiglia più a una strategia geopolitica. I suoi dazi reciproci vanno a colpire soprattutto i Brics e i potenziali alleati della Cina e in Europa sembrano ritagliati sulla Germania che ha un doppio torto: dialoga troppo con Pechino, ha un surplus commerciale con Washington inaccettabile.

Leggendo tra le righe dei provvedimenti annunciati da Trump si capisce che per quel che riguarda l’Europa nel mirino ci sono le auto, i medicinali, alcuni prodotti chimici come i fertilizzanti. In un post tutto in maiuscolo sul suo social Truth, Trump ha scritto: «Se ci fanno pagare, noi semplicemente li facciamo pagare». Cosa significa? Lo ha spiegato in un veloce incontro con i giornalisti ammessi nello studio ovale della Casa Bianca subito dopo la firma di un corposo memorandum presidenziale. L’America ha intenzione di riequilibrare la sua bilancia dei pagamenti. Il principio è chiarissimo: gli Usa hanno aiutato tutte le econome, ora è tempo di «make America great again». E, dunque, come prima cosa parità di tariffa in entrata e in uscita di ogni prodotto.

L’entità delle tariffe che l’amministrazione Usa intende applicare non è nota, ma è evidente che uno dei settori più colpiti sarà quello delle auto. L’Europa applica sui veicoli prodotti negli Usa una tassa del 10% finora, invece, Washington tassava le auto prodotte in Europa di appena il 2,5%. Nella media, l’Ue applica ai prodotti americani chr importa un «dazio» del 4,7% mentre gli Stati Uniti applicano una media del 4%. Un altro aspetto che riguarda specificamente l’Ue è l’Iva. Bruxelles ordina ai Paesi membri di imporre l’imposta sul valore aggiunto ai prodotti d’importazione. Non c’è in Usa una tassa che equivalga all’Iva e, dunque, nello schema di «reciprocità», sarà computata al fine di determinare il «dazio» finale delle merci in entrata negli Usa. Si sa però – come già successo con i dazi del 25% applicati ad acciaio e alluminio di Messico e Canada, che sono stati fatti slittare al primo marzo – che queste misure non saranno applicate immediatamente. Trump minaccia di fare in fretta ma, secondo un’anticipazione della Cbs, non se ne parla prima di aprile. Che Trump intenda usare i dazi come arma negoziale lo dimostra l’incontro che ha avuto con Nerendra Modi, il leader indiano che ha avuto un lungo vertice con Elon Musk su intelligenza artificiale, comunicazioni e ricerca di tecnologie. L’aliquota media praticata dagli Usa sulle merci indiane è del 3% mentre l’India applica dazi per oltre il 9%: è chiaro che ci saranno compensi.

Tuttavia, i consiglieri economici di Trump, Peter Navarro e Kevin Hasset, tendono a mitigare la linea del presidente. Sanno che un eccesso di dazi può tradursi in un aumento dell’inflazione – i prezzi alla produzione sono aumentati lo scorso mese dello 0,4%, un decimale in più di quanto previsto, così come l’inflazione viaggia al 3,5% – giustificando la politica monetaria restrittiva da parte della Fed. In questa linea di prudenza va anche letto il nuovo accordo che Trump sta stringendo col Giappone che si è impegnato a comprare più gas liquefatto dall’America a investire molto negli Usa. Proprio l’incontro con Modi ha dimostrato che Trump partendo dai dazi minacciati intende negoziare con ogni singolo Paese. E questa sarà la strategia che userà in Europa. Anche perché la risposta dei ministri del commercio estero europeo è molto di facciata. Si sono riuniti in videoconferenza e hanno partorito un generico impegno a sostenere «acciaio e alluminio europeo» contro i dazi di Trump, ma «vogliono mantenere aperta l’offerta di una cooperazione positiva con gli Usa». Resta il dato che Trump va avanti come un treno. Ieri ha varato una sanzione nei confronti del procuratore della Corte penale internazionale, Karim Khan. Lui che è cittadino britannico, e la sua famiglia non potranno entrare negli Stati Uniti e verranno sanzionati anche finanziariamente. La decisione è stata presa come protesta per l’inchiesta condotta dalla Corte nei riguardi del premier israeliano, Benjamin Netanyahu, accusato col suo ex ministro della Difesa, Yoav Gallant, di crimini di guerra. Con un post Trump ha annunciato tagli drastici alla Reuters che ha avrebbe avuto 9 milioni di dollari di contributo dalla Difesa «per favorire l’inganno sociale su larga scala». Ora è tempo che ridiano i soldi. Ed Elon Musk, in appoggio, rilancia: «La Reuters riceveva molto denaro federale per l’ingegneria sociale ma lo faceva transitare attraverso intermediari». Il messaggio è chiaro: la ricreazione è finita.

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