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2019-08-05
Terremoto, tre anni dopo: «Ci hanno abbandonati»
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Portate pazienza, cari terremotati. Per riavere le vostre case ci vorranno almeno 15 anni. E non è una stima di noi uccellacci, usi agli allarmismi. Ma la sibillina previsione dell'ingegnere Cesare Spuri, direttore dell'Ufficio speciale per la ricostruzione nelle Marche. Estenuante tempistica da mutuare pure nelle altre Regioni colpite dal sisma del 2016: Umbria, Abruzzo e Lazio. «Nessuno si faccia illusioni», ammette Spuri. «Non si può tornare a qualche parvenza di normalità in meno di dieci anni. Bisogna fare in modo che ci sia maggiore fluidità nelle pratiche, certo. Però, con questi ritmi, potremmo immaginare una ricostruzione lunga 15 anni».
Intanto, ne sono passati già tre dal terremoto che, nell'agosto 2016, spazzò via Amatrice e Arquata: 303 morti, 388 feriti, 41.000 sfollati. Un'ecatombe: persone, luoghi, affetti. Una sequenza sismica proseguita con il terremoto di Norcia a ottobre 2016 e quello della Valnerina, nel gennaio 2017. Cumuli di macerie e devastazione. Infinito cordoglio e florilegi di promesse. «Prendiamo l'impegno che nessuno verrà lasciato da solo: nessuna famiglia, nessun Comune, nessuna frazione» annuncia l'allora premier, Matteo Renzi. Non è andata così. Tre commissari straordinari più tardi, si profila unanime e mesta previsione: le calende greche. Prima arriva Vasco Errani, già presidente pd dell'Emilia Romagna. Nel 2017, l'onere passa a Paola De Micheli, oggi vicesegretario democratico in forte ascesa. Lo scorso ottobre viene infine nominato Piero Farabollini. Appena insediato, annuncia le sue indifferibili priorità: velocizzare, snellire, sburocratizzare.
Negli ultimi mesi, il geologo a tendenza 5 stelle ha incassato sonore contestazioni: sindaci, cittadini, autorità. Non s'è sobbarcato un compito agevole. Tutt'altro. E i suoi predecessori non hanno certo brillato. I dati però restano impietosi. A partire dalle case da ricostruire. Appena 8.168 pratiche presentate: poco più di un decimo delle abitazioni danneggiate. Insomma, la stragrande maggioranza dei proprietari prende tempo. Magari aspettando adeguate coperture. Ma anche i progetti avviati vanno a rilento. Ne hanno approvati appena 2.420: meno di un terzo di quelli al vaglio degli uffici comunali. Che continuano a fare ineludibili conti con la carenza di tecnici e impiegati. «Con questo organico, ci metterò 27 anni a evadere tutte le domande...» vaticina collerico Giuseppe Pezzanesi, sindaco di Tolentino, nelle Marche. Non va meglio per le opere pubbliche: su 239 scuole danneggiate, solo tre sono state consegnante. E grazie a donazioni private. Eppure i soldi pubblici non mancano: per le zone terremotate sono stati stanziati 22 miliardi. Il problema è che, un lacciolo dopo l'altro, non si riescono a spendere. Una paralisi? Di più: basti pensare che, a tre anni dal sisma, rimane ancora da smaltire il 40% delle macerie.
«Non possiamo permetterci di indugiare oltre» sprona due mesi fa il premier, Giuseppe Conte. «Sulla ricostruzione si gioca il futuro del Paese» avverte lo scorso 16 luglio il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, durante una visita ad Amatrice. Ecco, proprio il paese del reatino nel 2015 veniva dichiarato uno dei borghi più belli d'Italia. Adesso è diventato un monumento all'inerzia. Gli abitanti continuano a far le valige. La popolazione s'è già ridotta del 40%. E anche i proprietari delle seconde case, che affollavano le stagioni estive, sono spariti. Del resto, non avrebbero nemmeno un tetto sotto cui dormire.
Viaggiando nelle zone del terremoto, l'istantanea è univoca: desolazione, solitudine, abbandono. È il dantesco «lasciate ogni speranza voi ch'entrate». I Comuni sgretolati conservano intatti i segni della devastazione. Sembrano conservati sotto una teca, quasi un souvenir della tragedia. «Ci sono solo zone recintante e cumuli di macerie» riassume una sfollata, Luigia D'Annibale. «Continuano a passare camion che portano via le macerie. Non c'è una gru. Non c'è un cantiere. Niente di niente». Da ottobre 2017 Luigia, assieme al marito, vive nel Borgo uno: un villaggio di prefabbricati allestito ad Arquata del Tronto. Ha aspettato un anno prima di avere le chiavi della sua casetta. «All'inizio, come tutti, abbiamo avuto diversi problemi. Le installazioni e i lavori sono stati fatti in fretta. C'era una parete inzuppata d'acqua. C'hanno dato un numero per le emergenze. Ma spesso non rispondeva nessuno. O arrivavano dopo settimane. Così ho chiamato un idraulico, pagando di tasca mia». Luigia possiede una vecchia casa del Cinquecento nel centro storico di Arquata. «Dev'essere demolita, ma ci sono vincoli storici» spiega. «C'avevano detto che, con le nuove ordinanze, i tempi si sarebbero accorciati. Ma siamo fermi». C'è ancora da aspettare. E da sperare. «Va bene, prima o poi magari la ricostruzione partirà. Ma siamo sicuri che i contributi pubblici basteranno?». Domanda retorica. «Temo che alla fine saremmo costretti a fare un mutuo» si sfoga la donna. S'interrompe, riprende fiato, scuote la testa: «Siamo rimasti 700 nel paese. Molti si sono trasferiti a San Benedetto del Tronto, sulla costa. E chi aveva qui la casa dei nonni, non si fa più vedere». Magari torneranno. «Ma se non sono stati capaci nemmeno di attrezzare alcune aree per i camper! Almeno lì avremmo potuto ospitare i vacanzieri...».
Anche agricoltori e allevatori sono scorati. «Ho trascorso tutto l'inverno al gelo, con metà bestiame all'aperto» racconta Mario Troiani, allevatore di Visso. «Quando mi hanno rifatto la stalla, hanno calcolato male le dimensioni. Così, quando è arrivato il freddo, ho dovuto mettere i bovini sotto una tenda e al riparo degli alberi». Mario ha 28 anni. Vive ancora nei prefabbricati, con i genitori. «Siamo rassegnati» ammette l'allevatore. «La mia vecchia casa è nella zona rossa. E lì stanno ancora facendo i lavori di messa in sicurezza. Non abbiamo idea di quando partiranno i cantieri». Roberta Paoloni vive invece nel villaggio allestito ad Accumoli. «Ogni famiglia, davanti al suo modulo, ha creato un piccolo giardino. Ci manca il nostro vecchio paese. In particolare, il viavai dell'estate: quando il borgo si animava e cominciava la festa». E la ricostruzione? Roberta non ci spera più. «Hanno la priorità le abitazioni con danni lievi, mentre la mia è gravemente lesionata. Non sappiamo nemmeno se una parte del paese dovrà traslocare altrove. Il sindaco non si pronuncia».
A Camerino, storica città universitaria, si respira la stessa atmosfera, tetra e sospesa. Marco Brusciotti, studente e barista, sembra sconfortato: «Il centro storico è nelle stesse condizioni di tre anni fa. Inaccessibile. Le piccole attività, intanto, sono state trasferite in una struttura in periferia». Da queste parti nemmeno la recente visita del Papa ha rinfrancato gli animi. «Il rischio è che, dopo il primo coinvolgimento emotivo e mediatico, l'attenzione cali e le promesse vadano a finire nel dimenticatoio, aumentando la frustrazione di chi vede il territorio spopolarsi sempre di più» ha detto il Pontefice lo scorso 16 giugno. L'arcivescovo di Camerino, Francesco Massara, è stato meno ecumenico: «La ricostruzione s'è lasciata ingabbiare dai lacci della burocrazia, generando sconforto e delusione».
Fendenti poco caritatevoli sono partiti anche dalla diocesi di Spoleto. L'arcivescovo, monsignor Renato Boccardo, qualche giorno fa ha attaccato le paludi procedurali e amministrative. Che, per esempio, impediscono di rimettere in piedi la basilica di San Benedetto, a Norcia. Una delle tragiche icone del terremoto. «Stanno ancora rimuovendo le macerie» informa il prelato spoletino. E la decantata rinascita? Nemmeno l'ombra. Eppure Renzi prometteva: «La basilica tornerà a splendere». Mentre l'allora presidente della Commissione europea, Jean Claude Juncker, rilanciava: «Ce ne faremo carico noi». Monsignor Boccardo, tre anni dopo, ragguaglia: «Continuiamo ad aspettare che il ministero dei Beni culturali indica il concorso internazionale di progettazione». Intanto, nella vicina chiesa di Santa Maria ci sono persino detriti all'interno, che coprono preziose opere d'arte. «Adesso cosa si potrà mai recuperare?» chiede crucciato l'arcivescovo.
A Spoleto il sisma ha danneggiato 14 chiese. Soltanto una è stata riaperta. Le altre attendono di uscire dalle secche. Vittime sacrificali di ordinanze scritte, riscritte e mai applicate. Nell'attesa, la diocesi sperava di cavarsela con i container. Da posizionare, a proprie spese, in cinque frazioni. Per dir messa e prendere la comunione. Ne è stato autorizzato solo uno. E gli altri? Niente da fare: l'impatto sul Parco dei Sibillini sarebbe eccessivo. Il monsignore cannoneggia: «Sono più propensi a dare attenzione ad alberi e animali che alle persone». Pastoie e cecità. «La burocrazia è un attentato alla ricostruzione». Adesso la pazienza è finita.
«A Norcia ancora macerie per colpa della burocrazia»

Ansa
«Se non si sciolgono alcuni nodi burocratici, qui non ricostruiamo nulla. L'intoppo è nello smaltimento delle macerie private, bloccato per un'assurda norma che ci impedisce di procedere». Il sindaco di Norcia, Nicola Alemanno, lancia l'ennesimo grido di allarme su una questione che, «nonostante i ripetuti richiami, a tre anni di distanza dal terremoto, non ha ancora trovato una risposta».
Siamo quasi al terzo anniversario del sisma e Norcia è ancora alle prese con le macerie?
«Paradossale ma vero. Ora vi spiego cosa sta succedendo. La Regione Umbria ha dato in gestione il trattamento delle macerie pubbliche a un soggetto pubblico, la Vus - Valle umbra servizi. Il contratto scadeva il 31 dicembre 2018. Già cinque mesi prima, ad agosto scorso, avevo posto il problema del rinnovo perché ci sono da rimuovere ancora ben 53.000 tonnellate di detriti. Si è messa in moto la macchina burocratica e solo dopo un anno, il 9 luglio è stato dato un altro mandato alla società».
Allora il trasporto delle macerie è ricominciato?
«Assolutamente no. La società deve di nuovo noleggiare le macchine e impiegare il personale necessario».
Ma di chi è la responsabilità di un anno di ritardi?
«Questa è una bella domanda. L'ex capo dell'Anac, Raffaele Cantone, ci ha sempre detto che lui procedeva velocemente, la Regione addossa la responsabilità al commissario alla ricostruzione, Piero Farabollini e questo sostiene che non riceve dalla Regione la documentazione in tempo. Eppure non c'è neppure il problema di dove scaricare le macerie, dal momento che l'impianto di stoccaggio di Misciano funziona benissimo».
Ma se lo smaltimento delle macerie pubbliche si è bloccato, come mai non va avanti quello delle private?
«Qui si apre un altro scenario assurdo. La legge stabilisce che mentre le macerie pubbliche sono di competenza statale, la gestione di quelle private spetta ai cittadini. Questo vuol dire che non possono affluire nel sito di Misciano. Ma per individuare un'altra area di stoccaggio dei detriti, occorrono mille autorizzazioni, oltre al costo. La copertura finanziaria dello Stato è per un trasporto fino a 11 chilometri dal luogo dove vengono rimossi. Un gruppo di abitanti che si è consorziato sperando in questo modo di riuscire a far valere le proprie ragioni, è in attesa da due anni di avere tutte le bollinature previste».
Ma allora come se ne esce?
«Io da tempo ho lanciato la proposta di autorizzare la struttura pubblica dell'impianto di Misciano a ricevere le macerie private. La Protezione civile mi ha detto che occorre fare una modifica al Codice dell'ambiente per equiparare tutti i detriti ed eliminare le distinzioni. Abbiamo interpellato il commissario Farabollini ma ci ha detto che il tema non è di sua competenza. La Regione si è subito defilata, adducendo svariati motivi normativi. Insomma, abbiamo un sito di stoccaggio pronto ad accogliere le macerie private ma non si può procedere. Tutti hanno le loro ragioni e Norcia è bloccata».
Avete posto la questione al governo?
«Certo, ma il tema è complesso e vale poco in termini elettorali. Peraltro il problema delle macerie non c'è in tutto il cratere. O meglio, è stato affrontato in modi diversi. Lazio e Marche si sono affidati a ditte private e sono sorte altre problematiche, come è emerso dalle cronache di stampa. Manca un interlocutore che si faccia carico della questione e dia una risposta una volta per tutte».
«Finiremo i soldi solo per bandire l’appalto europeo»

Ansa
«Ma quale ricostruzione? Dopo tre anni stanno ancora portando via le macerie. Per capire quali paesi potranno essere ricostruiti come erano e dove erano, dobbiamo addirittura fare una gara europea. Temo che quando avremmo completato tutto l'iter burocratico non ci saranno più i soldi». Aleandro Petrucci, sindaco di Arquata del Tronto, uno dei Comuni completamente rasi al suolo dal terremoto, non riesce a nascondere una vena di sfiducia.
Ci spiega questa questione della gara europea?
«Per i paesi perimetrati, cioè con abitazioni crollate completamente, la normativa impone di indire una gara europea per individuare 14 tecnici, tra cui ingegneri, architetti, geometri, geologi, che dovranno valutare se si può ricostruire su quello stesso luogo e come. Nel mio Comune ci sono sette frazioni sulle quali gli esperti dovranno esprimersi e decidere come intervenire. Conto di fare la gara per settembre. Ma già so che Pescara del Tronto va delocalizzata».
Questo vuol dire che Pescara del Tronto non esisterà più?
«La popolazione sarà trasferita nelle vicinanze, in un'area, forse anche in due, che dobbiamo ancora individuare. Non è un'operazione facile, ogni cittadino ha delle preferenze e mettere d'accordo tutti è complicato. Poi gli abitanti hanno chiesto che le case non siano spianate via, completamente, con le ruspe, ma che siano conservati i ruderi. Dovrebbe diventare un luogo della memoria, un museo a cielo aperto».
Ma come mai la rimozione delle macerie è ancora in corso?
«Bisognava individuare le aree dove trasferirle. I capannoni per lo stoccaggio si trovano a 70 chilometri da Arquata, a Monte Prandone, vicino a San Benedetto del Tronto. Lì, una volta portate le macerie, inizia l'operazione di separazione dei materiali individuando anche eventuali reperti di interesse storico. L'eternit e l'amianto vanno bonificati sul posto. E questo crea altre battute d'arresto perché bisogna chiamare una ditta specializzata per la rimozione. Nelle case antiche, le canne fumarie spesso contenevano amianto. Finora sono state portate via 260.000 tonnellate di macerie. Restano circa 150.000 tonnellate. Finora si sono avvicendate tre ditte».
Che tempi prevede per l'avvio della ricostruzione?
«Fino a quando le macerie non saranno rimosse completamente, la ricostruzione non può cominciare. L'operazione delle ruspe procede a rilento anche perché i proprietari delle case distrutte vogliono essere presenti e verificare se possono recuperare i beni più cari. Qualche passo in avanti si è fatto nelle sei frazioni non perimetrate. Qui non era necessaria la gara europea e i proprietari possono rivolgersi a professionisti per redigere i progetti. Ma non mancano gli intoppi. Spesso le case in questi piccoli paesi sono attaccate le une alle altre e quindi per il progetto bisogna mettere d'accordo più persone. Alcune abitazioni erano state abbandonate da anni perché i proprietari erano migrati in America e ora è impossibile rintracciarli. Sono poi frequenti i passaggi di proprietà non certificati e avvenuti con una semplice stretta di mano, o i piccoli abusi mai sanati. Tutti fattori che ostacolano l'approvazione veloce delle pratiche».
Quante persone si sono trasferite a vivere altrove?
«Circa un centinaio di famiglie usufruiscono del Cas, il contributo pubblico per l'autonoma sistemazione e vivono in affitto tra Acquasanta, Ascoli e San Benedetto del Tronto. Undici famiglie invece risiedono ancora in albergo. Penso che poche faranno ritorno. Questo Comune rischia di scomparire».
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Nel 2016, la sequenza sismica che sconquassò il Centro Italia. Ma nonostante le promesse dei governi pd, c'è tuttora gente senza casette. La ricostruzione è lenta. E i territori si svuotano.Il primo cittadino di Norcia: «C'è un continuo rimpallo di responsabilità tra Protezione civile, Regione e nuovo commissario».Il sindaco di Arquata: «Per smaltire i detriti dobbiamo indire una gara valida in tutta l'Ue. Ma so già che il paese andrà spostato».Lo speciale contiene tre articoli.Portate pazienza, cari terremotati. Per riavere le vostre case ci vorranno almeno 15 anni. E non è una stima di noi uccellacci, usi agli allarmismi. Ma la sibillina previsione dell'ingegnere Cesare Spuri, direttore dell'Ufficio speciale per la ricostruzione nelle Marche. Estenuante tempistica da mutuare pure nelle altre Regioni colpite dal sisma del 2016: Umbria, Abruzzo e Lazio. «Nessuno si faccia illusioni», ammette Spuri. «Non si può tornare a qualche parvenza di normalità in meno di dieci anni. Bisogna fare in modo che ci sia maggiore fluidità nelle pratiche, certo. Però, con questi ritmi, potremmo immaginare una ricostruzione lunga 15 anni».Intanto, ne sono passati già tre dal terremoto che, nell'agosto 2016, spazzò via Amatrice e Arquata: 303 morti, 388 feriti, 41.000 sfollati. Un'ecatombe: persone, luoghi, affetti. Una sequenza sismica proseguita con il terremoto di Norcia a ottobre 2016 e quello della Valnerina, nel gennaio 2017. Cumuli di macerie e devastazione. Infinito cordoglio e florilegi di promesse. «Prendiamo l'impegno che nessuno verrà lasciato da solo: nessuna famiglia, nessun Comune, nessuna frazione» annuncia l'allora premier, Matteo Renzi. Non è andata così. Tre commissari straordinari più tardi, si profila unanime e mesta previsione: le calende greche. Prima arriva Vasco Errani, già presidente pd dell'Emilia Romagna. Nel 2017, l'onere passa a Paola De Micheli, oggi vicesegretario democratico in forte ascesa. Lo scorso ottobre viene infine nominato Piero Farabollini. Appena insediato, annuncia le sue indifferibili priorità: velocizzare, snellire, sburocratizzare. Negli ultimi mesi, il geologo a tendenza 5 stelle ha incassato sonore contestazioni: sindaci, cittadini, autorità. Non s'è sobbarcato un compito agevole. Tutt'altro. E i suoi predecessori non hanno certo brillato. I dati però restano impietosi. A partire dalle case da ricostruire. Appena 8.168 pratiche presentate: poco più di un decimo delle abitazioni danneggiate. Insomma, la stragrande maggioranza dei proprietari prende tempo. Magari aspettando adeguate coperture. Ma anche i progetti avviati vanno a rilento. Ne hanno approvati appena 2.420: meno di un terzo di quelli al vaglio degli uffici comunali. Che continuano a fare ineludibili conti con la carenza di tecnici e impiegati. «Con questo organico, ci metterò 27 anni a evadere tutte le domande...» vaticina collerico Giuseppe Pezzanesi, sindaco di Tolentino, nelle Marche. Non va meglio per le opere pubbliche: su 239 scuole danneggiate, solo tre sono state consegnante. E grazie a donazioni private. Eppure i soldi pubblici non mancano: per le zone terremotate sono stati stanziati 22 miliardi. Il problema è che, un lacciolo dopo l'altro, non si riescono a spendere. Una paralisi? Di più: basti pensare che, a tre anni dal sisma, rimane ancora da smaltire il 40% delle macerie.«Non possiamo permetterci di indugiare oltre» sprona due mesi fa il premier, Giuseppe Conte. «Sulla ricostruzione si gioca il futuro del Paese» avverte lo scorso 16 luglio il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, durante una visita ad Amatrice. Ecco, proprio il paese del reatino nel 2015 veniva dichiarato uno dei borghi più belli d'Italia. Adesso è diventato un monumento all'inerzia. Gli abitanti continuano a far le valige. La popolazione s'è già ridotta del 40%. E anche i proprietari delle seconde case, che affollavano le stagioni estive, sono spariti. Del resto, non avrebbero nemmeno un tetto sotto cui dormire.Viaggiando nelle zone del terremoto, l'istantanea è univoca: desolazione, solitudine, abbandono. È il dantesco «lasciate ogni speranza voi ch'entrate». I Comuni sgretolati conservano intatti i segni della devastazione. Sembrano conservati sotto una teca, quasi un souvenir della tragedia. «Ci sono solo zone recintante e cumuli di macerie» riassume una sfollata, Luigia D'Annibale. «Continuano a passare camion che portano via le macerie. Non c'è una gru. Non c'è un cantiere. Niente di niente». Da ottobre 2017 Luigia, assieme al marito, vive nel Borgo uno: un villaggio di prefabbricati allestito ad Arquata del Tronto. Ha aspettato un anno prima di avere le chiavi della sua casetta. «All'inizio, come tutti, abbiamo avuto diversi problemi. Le installazioni e i lavori sono stati fatti in fretta. C'era una parete inzuppata d'acqua. C'hanno dato un numero per le emergenze. Ma spesso non rispondeva nessuno. O arrivavano dopo settimane. Così ho chiamato un idraulico, pagando di tasca mia». Luigia possiede una vecchia casa del Cinquecento nel centro storico di Arquata. «Dev'essere demolita, ma ci sono vincoli storici» spiega. «C'avevano detto che, con le nuove ordinanze, i tempi si sarebbero accorciati. Ma siamo fermi». C'è ancora da aspettare. E da sperare. «Va bene, prima o poi magari la ricostruzione partirà. Ma siamo sicuri che i contributi pubblici basteranno?». Domanda retorica. «Temo che alla fine saremmo costretti a fare un mutuo» si sfoga la donna. S'interrompe, riprende fiato, scuote la testa: «Siamo rimasti 700 nel paese. Molti si sono trasferiti a San Benedetto del Tronto, sulla costa. E chi aveva qui la casa dei nonni, non si fa più vedere». Magari torneranno. «Ma se non sono stati capaci nemmeno di attrezzare alcune aree per i camper! Almeno lì avremmo potuto ospitare i vacanzieri...».Anche agricoltori e allevatori sono scorati. «Ho trascorso tutto l'inverno al gelo, con metà bestiame all'aperto» racconta Mario Troiani, allevatore di Visso. «Quando mi hanno rifatto la stalla, hanno calcolato male le dimensioni. Così, quando è arrivato il freddo, ho dovuto mettere i bovini sotto una tenda e al riparo degli alberi». Mario ha 28 anni. Vive ancora nei prefabbricati, con i genitori. «Siamo rassegnati» ammette l'allevatore. «La mia vecchia casa è nella zona rossa. E lì stanno ancora facendo i lavori di messa in sicurezza. Non abbiamo idea di quando partiranno i cantieri». Roberta Paoloni vive invece nel villaggio allestito ad Accumoli. «Ogni famiglia, davanti al suo modulo, ha creato un piccolo giardino. Ci manca il nostro vecchio paese. In particolare, il viavai dell'estate: quando il borgo si animava e cominciava la festa». E la ricostruzione? Roberta non ci spera più. «Hanno la priorità le abitazioni con danni lievi, mentre la mia è gravemente lesionata. Non sappiamo nemmeno se una parte del paese dovrà traslocare altrove. Il sindaco non si pronuncia».A Camerino, storica città universitaria, si respira la stessa atmosfera, tetra e sospesa. Marco Brusciotti, studente e barista, sembra sconfortato: «Il centro storico è nelle stesse condizioni di tre anni fa. Inaccessibile. Le piccole attività, intanto, sono state trasferite in una struttura in periferia». Da queste parti nemmeno la recente visita del Papa ha rinfrancato gli animi. «Il rischio è che, dopo il primo coinvolgimento emotivo e mediatico, l'attenzione cali e le promesse vadano a finire nel dimenticatoio, aumentando la frustrazione di chi vede il territorio spopolarsi sempre di più» ha detto il Pontefice lo scorso 16 giugno. L'arcivescovo di Camerino, Francesco Massara, è stato meno ecumenico: «La ricostruzione s'è lasciata ingabbiare dai lacci della burocrazia, generando sconforto e delusione».Fendenti poco caritatevoli sono partiti anche dalla diocesi di Spoleto. L'arcivescovo, monsignor Renato Boccardo, qualche giorno fa ha attaccato le paludi procedurali e amministrative. Che, per esempio, impediscono di rimettere in piedi la basilica di San Benedetto, a Norcia. Una delle tragiche icone del terremoto. «Stanno ancora rimuovendo le macerie» informa il prelato spoletino. E la decantata rinascita? Nemmeno l'ombra. Eppure Renzi prometteva: «La basilica tornerà a splendere». Mentre l'allora presidente della Commissione europea, Jean Claude Juncker, rilanciava: «Ce ne faremo carico noi». Monsignor Boccardo, tre anni dopo, ragguaglia: «Continuiamo ad aspettare che il ministero dei Beni culturali indica il concorso internazionale di progettazione». Intanto, nella vicina chiesa di Santa Maria ci sono persino detriti all'interno, che coprono preziose opere d'arte. «Adesso cosa si potrà mai recuperare?» chiede crucciato l'arcivescovo.A Spoleto il sisma ha danneggiato 14 chiese. Soltanto una è stata riaperta. Le altre attendono di uscire dalle secche. Vittime sacrificali di ordinanze scritte, riscritte e mai applicate. Nell'attesa, la diocesi sperava di cavarsela con i container. Da posizionare, a proprie spese, in cinque frazioni. Per dir messa e prendere la comunione. Ne è stato autorizzato solo uno. E gli altri? Niente da fare: l'impatto sul Parco dei Sibillini sarebbe eccessivo. Il monsignore cannoneggia: «Sono più propensi a dare attenzione ad alberi e animali che alle persone». Pastoie e cecità. «La burocrazia è un attentato alla ricostruzione». 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La Regione Umbria ha dato in gestione il trattamento delle macerie pubbliche a un soggetto pubblico, la Vus - Valle umbra servizi. Il contratto scadeva il 31 dicembre 2018. Già cinque mesi prima, ad agosto scorso, avevo posto il problema del rinnovo perché ci sono da rimuovere ancora ben 53.000 tonnellate di detriti. Si è messa in moto la macchina burocratica e solo dopo un anno, il 9 luglio è stato dato un altro mandato alla società». Allora il trasporto delle macerie è ricominciato? «Assolutamente no. La società deve di nuovo noleggiare le macchine e impiegare il personale necessario». Ma di chi è la responsabilità di un anno di ritardi? «Questa è una bella domanda. L'ex capo dell'Anac, Raffaele Cantone, ci ha sempre detto che lui procedeva velocemente, la Regione addossa la responsabilità al commissario alla ricostruzione, Piero Farabollini e questo sostiene che non riceve dalla Regione la documentazione in tempo. Eppure non c'è neppure il problema di dove scaricare le macerie, dal momento che l'impianto di stoccaggio di Misciano funziona benissimo». Ma se lo smaltimento delle macerie pubbliche si è bloccato, come mai non va avanti quello delle private? «Qui si apre un altro scenario assurdo. La legge stabilisce che mentre le macerie pubbliche sono di competenza statale, la gestione di quelle private spetta ai cittadini. Questo vuol dire che non possono affluire nel sito di Misciano. Ma per individuare un'altra area di stoccaggio dei detriti, occorrono mille autorizzazioni, oltre al costo. La copertura finanziaria dello Stato è per un trasporto fino a 11 chilometri dal luogo dove vengono rimossi. Un gruppo di abitanti che si è consorziato sperando in questo modo di riuscire a far valere le proprie ragioni, è in attesa da due anni di avere tutte le bollinature previste». Ma allora come se ne esce? «Io da tempo ho lanciato la proposta di autorizzare la struttura pubblica dell'impianto di Misciano a ricevere le macerie private. La Protezione civile mi ha detto che occorre fare una modifica al Codice dell'ambiente per equiparare tutti i detriti ed eliminare le distinzioni. Abbiamo interpellato il commissario Farabollini ma ci ha detto che il tema non è di sua competenza. La Regione si è subito defilata, adducendo svariati motivi normativi. Insomma, abbiamo un sito di stoccaggio pronto ad accogliere le macerie private ma non si può procedere. Tutti hanno le loro ragioni e Norcia è bloccata». Avete posto la questione al governo? «Certo, ma il tema è complesso e vale poco in termini elettorali. Peraltro il problema delle macerie non c'è in tutto il cratere. O meglio, è stato affrontato in modi diversi. Lazio e Marche si sono affidati a ditte private e sono sorte altre problematiche, come è emerso dalle cronache di stampa. Manca un interlocutore che si faccia carico della questione e dia una risposta una volta per tutte». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/tre-anni-dopo-ci-hanno-abbandonati-2639638082.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="finiremo-i-soldi-solo-per-bandire-lappalto-europeo" data-post-id="2639638082" data-published-at="1779393486" data-use-pagination="False"> «Finiremo i soldi solo per bandire l’appalto europeo» Ansa «Ma quale ricostruzione? Dopo tre anni stanno ancora portando via le macerie. Per capire quali paesi potranno essere ricostruiti come erano e dove erano, dobbiamo addirittura fare una gara europea. Temo che quando avremmo completato tutto l'iter burocratico non ci saranno più i soldi». Aleandro Petrucci, sindaco di Arquata del Tronto, uno dei Comuni completamente rasi al suolo dal terremoto, non riesce a nascondere una vena di sfiducia. Ci spiega questa questione della gara europea? «Per i paesi perimetrati, cioè con abitazioni crollate completamente, la normativa impone di indire una gara europea per individuare 14 tecnici, tra cui ingegneri, architetti, geometri, geologi, che dovranno valutare se si può ricostruire su quello stesso luogo e come. Nel mio Comune ci sono sette frazioni sulle quali gli esperti dovranno esprimersi e decidere come intervenire. Conto di fare la gara per settembre. Ma già so che Pescara del Tronto va delocalizzata». Questo vuol dire che Pescara del Tronto non esisterà più? «La popolazione sarà trasferita nelle vicinanze, in un'area, forse anche in due, che dobbiamo ancora individuare. Non è un'operazione facile, ogni cittadino ha delle preferenze e mettere d'accordo tutti è complicato. Poi gli abitanti hanno chiesto che le case non siano spianate via, completamente, con le ruspe, ma che siano conservati i ruderi. Dovrebbe diventare un luogo della memoria, un museo a cielo aperto». Ma come mai la rimozione delle macerie è ancora in corso? «Bisognava individuare le aree dove trasferirle. I capannoni per lo stoccaggio si trovano a 70 chilometri da Arquata, a Monte Prandone, vicino a San Benedetto del Tronto. Lì, una volta portate le macerie, inizia l'operazione di separazione dei materiali individuando anche eventuali reperti di interesse storico. L'eternit e l'amianto vanno bonificati sul posto. E questo crea altre battute d'arresto perché bisogna chiamare una ditta specializzata per la rimozione. Nelle case antiche, le canne fumarie spesso contenevano amianto. Finora sono state portate via 260.000 tonnellate di macerie. Restano circa 150.000 tonnellate. Finora si sono avvicendate tre ditte». Che tempi prevede per l'avvio della ricostruzione? «Fino a quando le macerie non saranno rimosse completamente, la ricostruzione non può cominciare. L'operazione delle ruspe procede a rilento anche perché i proprietari delle case distrutte vogliono essere presenti e verificare se possono recuperare i beni più cari. Qualche passo in avanti si è fatto nelle sei frazioni non perimetrate. Qui non era necessaria la gara europea e i proprietari possono rivolgersi a professionisti per redigere i progetti. Ma non mancano gli intoppi. Spesso le case in questi piccoli paesi sono attaccate le une alle altre e quindi per il progetto bisogna mettere d'accordo più persone. Alcune abitazioni erano state abbandonate da anni perché i proprietari erano migrati in America e ora è impossibile rintracciarli. Sono poi frequenti i passaggi di proprietà non certificati e avvenuti con una semplice stretta di mano, o i piccoli abusi mai sanati. Tutti fattori che ostacolano l'approvazione veloce delle pratiche». Quante persone si sono trasferite a vivere altrove? «Circa un centinaio di famiglie usufruiscono del Cas, il contributo pubblico per l'autonoma sistemazione e vivono in affitto tra Acquasanta, Ascoli e San Benedetto del Tronto. Undici famiglie invece risiedono ancora in albergo. Penso che poche faranno ritorno. Questo Comune rischia di scomparire».
Ansa
Una serie centrata sulle storie delle persone, sui loro disagi e sul desiderio spesso acerbo e contraddittorio di paternità e maternità, tanto più quando alle spalle non ci sono legami profondi e coppie reali. Non è una passeggiata evitare il tranello manicheo di dividere i due (o più) sessi in buono e tossico. E non lo è nemmeno evitare di buttarla platealmente contro il governo delle destre, causa di tutti i mali, sebbene non si risparmi un generico passaggio sulla provenienza di molti pazienti italiani «da un Paese arretrato».
S’intitola In utero lo show in otto episodi su Hbo Max - rilasciati finora i primi due, uno a settimana - prodotta da Cattleya di Riccardo Tozzi e Paramount+ che doveva anche distribuirla ma l’ha tenuta ferma, cedendola infine alla piattaforma di Warner bros Discovery. Chissà, forse a causa del tema scabroso, trattato in modo non mainstream, come automaticamente ci si aspetta quando si parla di gestazione per altri o di gay aspiranti padri e madri. Certamente i sacerdoti della critica diranno che su questi argomenti è facile cedere al ricatto del contenuto. Ed è, effettivamente, un rischio che si può correre volentieri e in modo consapevole. In ogni caso, dal punto di vista estetico, è una serie creata da Margaret Mazzantini, scritta da Enrico Audenino, Teresa Gelli, Vanessa Picciarelli, diretta da Maria Sole Tognazzi e Nicola Sorcinelli e sostenuta da un cast in ottima forma. Tutti insieme mostrano di padroneggiare le sfumature del racconto oltre le trappole dell’ovvio, intarsiandolo di buoni dialoghi e screziature non banali, dalle parti sentimentali ai rapporti tormentati per la loro diversità e la sofferenza delle fecondità complicate, fino ai complessi snodi medico-scientifici. Una serie coraggiosa nell’avventurarsi oltre il medical drama, sui temi etici e dei diritti ma, come detto, sverniciandoli dell’enfasi Lgbtq+.
Al posto dei commissariati di polizia, delle agenzie dei servizi segreti e delle corsie d’ospedale, qui siamo in una clinica moderna ben arredata e intonata all’empatia, indispensabile per trattare con i pazienti che non devono essere chiamati clienti. Alla Creatividad di Barcellona, amministrata dalla pragmatica Teresa (Maria Pia Calzone), suo marito, il direttore sanitario Ruggero Gentile (Sergio Castellitto), si occupa del percorso delle coppie con l’aiuto dell’embriologo Angelo Salemi (Alessio Fiorenza), un trans uomo tendente a credere nei meriti della scienza («sì, la scienza, la scienza…», borbotta Gentile) e il sostegno dell’assistente ai pazienti Dora (Thony).
In questa clinica s’infila la sensibilità della Mazzantini e degli sceneggiatori per raccontare i «travagli» di persone colte in momenti di fragilità e di conflitto. Compreso quello tra marito e moglie, fondatori della Creatividad che combatte in tutti i modi la sterilità e che, paradossalmente, non hanno figli. Per di più, adesso, l’azienda comincia ad avere problemi di sostenibilità economica. Cerchiamo dei nuovi soci, propone lei al compagno riluttante. Ma quando gli presenta gli emissari di un gruppo olandese, Gentile dimentica la sua abituale empatia: «Io non finisco la mia carriera obbedendo alle case farmaceutiche. Ricordatelo». L’uomo è accentratore, votato alla professione, determinato a «fare felici tutti». Anche a costo di non essere totalmente trasparente. Quando arriva la richiesta di una «figlia della clinica» malata di leucemia che vuole trovare il donatore del seme per capire se è compatibile con il trapianto di midollo, il pathos prende a lievitare. Il donatore è lui stesso, ma la legge stabilisce che resti anonimo. Persino sua moglie ne è all’oscuro. Quanto a lui certi paletti cominciano a stargli stretti. Certi colloqui con i pazienti più determinati lo turbano. Alcuni principi, però, li ha chiari in mente. Alla ragazza lesbica che avanza pretese e non si mette in gioco ora che si scopre che la compagna non può essere madre, Gentile dice: «I figli sono un desiderio. Non sono né un diritto né un dovere. Non torni qui». Poi c’è la storia del trans e della sua relazione che scricchiola. Meglio distrarsi con Dora, siciliana come lui. Che, però, quando si accorge della sua transizione, ha un comprensibile momento di smarrimento. «Si sarà sentito umiliato e rifiutato, lasciatelo dire a me che sono gay», commenta l’avventura senza lieto fine il compagno di appartamento. E l’altra inquilina: «E che c’entra? Sono stata rifiutata anch’io che sono etero». Insomma, niente luoghi comuni e comode formule vittimistiche in questa storia. Con i tempi che corrono nella serialità, è un buon risultato, come lo è il trattamento problematico del diritto alla genitorialità a tutti i costi e, per esempio, finora, non c’è nessuno che consideri il piano B dell’adozione. Si aspetta la conferma del rinnovo per la seconda stagione. Ma sarebbe già cosa buona che una serie così trovasse una visibilità diversa da quella avuta da Portobello di Marco Bellocchio, sempre di Hbo Max, forse poco promossa a causa dell’imminenza del referendum sulla giustizia.
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La Corea del Sud ha messo a segno una performance che definire «stratosferica» è riduttivo. Il Kospi, l’indice azionario principale coreano, ha guadagnato l’85,6% in un anno, e c’è chi fra i pessimisti lo vede gigante dai piedi d’argilla, o meglio, di silicio. Oltre il 40% della capitalizzazione di mercato è infatti appeso al destino di due soli titoli: Samsung Electronics e SK Hynix. «Certo siamo di fronte a una concentrazione del rischio senza precedenti», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «Samsung che ha corso del +394% e SK Hynix del +800% in un anno. Questi non sono più semplici titoli azionari, sono diventati dei proxy dell’intelligenza artificiale globale. Il mercato sta scommettendo che la domanda di memorie Hbm (High Bandwidth Memory) non finirà mai anche se la storia insegna che il settore dei semiconduttori è ciclico per natura».
Ma c’è un altro motore che spinge Seul: la leva finanziaria. In Corea, i piccoli risparmiatori, soprannominati gaemi (formiche), stanno invadendo il mercato finanziando gli acquisti con il debito. I prestiti a margine hanno superato i 34 trilioni di won. Dall’altra parte del Mar del Giappone, il Nikkei ha toccato il massimo storico di 63.272 punti negli scorsi giorni. Qui la narrazione non è molto diversa: riforme della governance, trasparenza e l’emersione del valore dei vecchi conglomerati. Ma attenzione ai rendimenti: per l’investitore europeo, la valuta è stata la variabile discriminante.
«Il Giappone del 2026 è un mercato a due velocità» sottolinea sempre Gaziano, «dove chi ha investito con copertura del cambio (Eur Hedged) ha portato a casa rendimenti eccezionali, come il +137% del WisdomTree Japan. Chi invece è rimasto esposto allo Yen ha visto i propri guadagni falcidiati dalla svalutazione della moneta nipponica».
Nonostante la guerra in Medio Oriente, Giappone e Corea (nella storia non certo sempre amici) hanno sorpreso tutti non affondando sotto il peso del caro-petrolio. Fra le mosse messe in campo da queste nazioni anche una «diplomazia pragmatica» che sta portando in queste settimane alla creazione di una riserva petrolifera comune tra il premier nipponico Takaichi e il presidente coreano Lee Jae Myung per una riserva energetica comune per ridurre la dipendenza diretta dallo Stretto di Hormuz. «Titoli come Toyota, pur stimando cali di profitto per i costi delle materie prime, restano pilastri che il mercato non vuole mollare, grazie a bilanci che finalmente iniziano a premiare gli azionisti con dividendi e buyback», conclude l’esperto.
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Il presidente di Anafe Umberto Roccatti
Agli Stati Generali Adm il presidente Umberto Roccatti attacca le riforme europee su accise e liquidi aromatizzati: «Aumenti fino al 200%, così si favoriscono contrabbando online e mercato illegale». Nel mirino le direttive Ted e Tpd.
Le nuove strette europee sul vaping rischiano di mettere in crisi un settore che in Italia vale circa un miliardo di euro e occupa 50 mila persone. L’allarme arriva da Umberto Roccatti, intervenuto agli Stati Generali dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, dove ha criticato duramente le imminenti revisioni europee delle direttive Ted e Tpd.
Secondo il presidente di Anafe Confindustria, le proposte allo studio a Bruxelles rischiano di produrre un effetto opposto rispetto agli obiettivi dichiarati: meno gettito fiscale, crescita del mercato illegale e difficoltà sempre maggiori per le imprese regolari.
Nel mirino c’è soprattutto la revisione della direttiva Ted sulle accise. Roccatti parla di aumenti «insostenibili» per aziende e consumatori: oltre il 100% per i prodotti con nicotina e circa il 200% per quelli senza. Una stretta che, secondo Anafe, potrebbe riportare il settore alla situazione vissuta nel 2014, quando l’introduzione di una tassazione giudicata eccessiva provocò il crollo del mercato legale.
Il presidente dell’associazione ricorda che allora lo Stato incassò appena 3 milioni di euro contro i 107 previsti e che migliaia di piccole imprese furono costrette a chiudere, mentre gran parte del mercato finì nel contrabbando. Solo dal 2018, sostiene Anafe, il comparto avrebbe ritrovato una certa stabilità grazie a incrementi fiscali più graduali.
L’altra grande preoccupazione riguarda invece la possibile revisione della direttiva Tpd e il cosiddetto «flavour ban», cioè il divieto dei liquidi aromatizzati. Per Roccatti si tratterebbe di una misura «ideologica», destinata a colpire uno degli elementi centrali dei prodotti alternativi alle sigarette tradizionali. Secondo Anafe, gli aromi rappresentano infatti uno strumento importante per i fumatori adulti che cercano di abbandonare il tabacco classico. L’associazione sostiene inoltre che il divieto non risolverebbe il problema dell’accesso dei minori, già regolato da norme e sanzioni esistenti, mentre rischierebbe di far crollare il gettito fiscale legato al settore.
Nel suo intervento agli Stati Generali Adm, Roccatti ha poi puntato il dito contro il commercio illegale online. Il presidente di Anafe ha parlato di un vero e proprio «Far West digitale», alimentato soprattutto da vendite sui social network e da siti esteri che operano all’interno dell’Unione europea aggirando controlli e dogane.Da qui la richiesta al governo italiano di difendere il comparto nei tavoli europei e di concentrare maggiormente i controlli sui canali illegali, evitando – sostiene l’associazione – di scaricare n uovi oneri burocratici soltanto sugli operatori regolari presenti sul territorio.
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Ma la vestale del Green deal Ursula von der Leyen non arretra di un millimetro sugli Ets per limitare le emissioni di Co2. Anche se queste tasse significano mandare fuori mercato le imprese, anche se queste imposte determinano una distorsione abnorme nei prezzi dell’energia. Si è molto preoccupata nelle settimane scorse delle risorse energetiche causa blocco di Hormuz, raccontando diverse favolette sull’approvvigionamento europeo. Ma nulla s’è visto. A Giorgia Meloni che invoca una clausola di salvaguardia del Patto di stabilità per l’emergenza energetica ha risposto che non si può, anzi ha aggiunto: fate con quel che avete. Per la verità Valdis Dombrovskis il lettone (Pil inferiore a quello della Lombardia), commissario all’Economia, ha fatto una minima apertura. Sempre la Von der Leyen, a chi le chiedeva di riaprire i rubinetti del gas russo, diceva di no, salvo poi scoprire che Pedro Sánchez - il massimo alfiere dell’europeismo gauchista duro e puro - compra Gnl a mano franca da Vladimir Putin. Ma una soluzione che sia una la presidente della Commissione europea non l’ha data. E su Ets non si smuove.
In compenso, ha fatto un bel gesto: ha stanziato 450 milioni di euro per aiutare gli agricoltori strozzati da un aumento del 70% dei prezzi dei fertilizzanti per via del blocco di Hormuz. Poi ha aggiunto che prima dell’estate - quando si dice la tempestività - ci sarà un rafforzamento della liquidità temporanea della Pac, consentendo ai Paesi di utilizzare i fondi per fornire agli agricoltori un risarcimento parziale dei costi aggiuntivi dei fertilizzanti. Ora, a parte il fatto che lei dà 71 milioni di soldi della Pac agli emiri di Dubai e che della sicurezza alimentare non si preoccupa (la Cina ha stoccato 151 milioni di tonnellate di grano, in Ue siamo sotto i 20 milioni), resta inevaso il nodo Ets. Gli agricoltori le ricordano che «non voler compiere nessun passo indietro sul Cbam, il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere, e sull’Ets, il mercato europeo delle quote di emissione di anidride carbonica, sta mettendo in ginocchio le aziende». Il conto è presto fatto: aumenti di costi fino a 250 euro a ettaro, che riducono oltre il livello di guardia i redditi degli agricoltori, mentre aumentano i prezzi per i consumatori, che affrontano un’inflazione alimentare del 4,6% (ma sui prodotti freschi - frutta, verdura, carne e pesce - sfonda il tetto dei 6,2 punti percentuali).
Ursula von der Leyen, quando si parla di ambiente, sembra quel chirurgo che ebbe a vantarsi: l’operazione è riuscita, ma il paziente è morto. E questo le manda a dire la Confcommercio, che ha presentato il suo rapporto in collaborazione col Cer. Stefano Fantacone, direttore del Cer, è esplicito: «Il conflitto del Golfo già oggi toglie il 2% al Pil e aggiunge lo 0,7% all’inflazione per il 2026. Ets con l’attuale situazione dei prezzi dell’energia rischia di essere insostenibile». Lo dicono i numeri. Per il trasporto su strada l’incidenza dell’Ets2 - che entrerà in vigore nel 2028 - è stimata tra i 4,7 e gli 11,3 miliardi di euro annui. Il diesel potrebbe aumentare di oltre il 17% e la benzina di oltre il 14%, con rincari fino a 355 euro l’anno per le auto a gasolio e a 250 euro per le auto a benzina. Ha voglia il governo di rifinanziare il contenimento delle accise! Dal trasporto alla casa e bottega, ecco il regalo Ets2: tra 1,6 e 4 miliardi l’anno circa per le utenze domestiche con un aggravio di 128 euro all’anno per famiglia e costi aggiuntivi per il commercio pari a 400 euro per un bar, 364 euro per un negozio alimentare, 1.090 euro per le grandi superfici di vendita, 1.275 euro per i ristoranti e 3.270 euro per un albergo medio. Basta? No, perché la tassa verde della Von der Leyen si abbatte per circa 713 milioni entro il 2028 sul trasporto marittimo e dunque con un ulteriore effetto inflattivo. Ets2 costa perciò da un minimo di 6,5 a un massimo di 16 miliardi in più. Logico che Pasquale Russo, vicepresidente di Confcommercio e presidente di Conftrasporto, sottolinei: «Il sistema Ets 2 può creare a trasporti, imprese e servizi danni irrimediabili, ci sono elementi distorsivi e incomprensibili». Ma non ditelo a Ursula. Lei pensa che Ets voglia dire: «Erano tutti soddisfatti».
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