Se l’Ue non vuol buttare altro tempo a parlare con Putin mandi la Merkel

Due nomi in finale nel casting del perfetto mediatore: Mario Draghi e Angela Merkel. Sono ritenuti i più indicati per rappresentare l’Unione europea nella trattativa con Vladimir Putin, con lo scopo di aprire la porta della pace in Ucraina. Mentre il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, alza il volume della radio sulla guerra («Dobbiamo continuare fino al pieno raggiungimento dei nostri obiettivi») nei palazzi del potere di Bruxelles è in via di definizione il più surreale dei tornei con l’identikit del «pontiere» ideale.
E secondo il Financial Times non ci sono dubbi sulla scelta: o l’ex kanzlerin tedesca oppure l’ex premier italiano, che godono pure del favore di Donald Trump e di Volodymyr Zelensky. La decisione finale dovrebbe essere presa dai ministri degli Esteri riuniti la prossima settimana nel summit di Cipro. Dopo quattro anni spesi in posture bellicose, in No ad ogni trattativa (fu l’Europa a far saltare il tavolo diplomatico di Recep Erdogan) e in esibizioni muscolari come l’Operazione Riarmo da 800 miliardi, la Ue cambia strategia e si esibisce in un’inversione di marcia che fa rumore, decisa per non dipendere una volta di più da accordi orchestrati direttamente da Washington e Mosca, con il risultato di non veder tutelati gli interessi del vecchio continente. Sempre secondo Ft, la linea del dialogo ha il suo sponsor numero uno nel presidente del Consiglio d’Europa, il portoghese António Costa, mentre Ursula von der Leyen sarebbe più defilata, visto il ruolo con elmetto e mimetica assunto fin qui.
È prudente l’Alta rappresentante degli Affari Esteri, Kaja Kallas, che comunque non smentisce lo scoop del giornale inglese: «Più importante del chi è il cosa. Serve unità d’intenti, il resto verrà». Dopo il via libera di Trump, più concentrato sull’incendio mediorientale, ad attribuire peso specifico alla novità è anche Zelensky, che ieri ha parlato di «negoziato all’orizzonte con la possibile rappresentanza dell’Europa in questo processo», e con candidati da condividere anche con Francia, Germania, Gran Bretagna (l’Italia non è citata). Fin d’ora i candidati suscitano reazioni contrastanti. Draghi è considerato da Bruxelles «una persona affidabile e rispettata in tutta l’Ue, con un background tecnocratico che potrebbe adattarsi alla situazione». Ma ha un punto debole: per Putin è radioattivo, vederselo comparire davanti potrebbe avere l’effetto dell’affronto personale. Lo zar ha buona memoria e pure noi. «Chiediamo il ritiro incondizionato dal Donbass, in caso contrario il dialogo è impossibile»; «Le sanzioni hanno un effetto dirompente sulla macchina da guerra russa» (sic). Così parlava mister Bce nel primo anno di guerra, al tempo di quel treno per Kiev con foto ricordo velleitaria accanto a Emmanuel Macron e Olaf Scholz. Fino a quattro anni fa il presupposto draghiano era racchiuso nella frase: «Con le autocrazie non si tratta, solo l’Ucraina può decidere quale pace sia accettabile». Non il viatico ideale per presentarsi al Cremlino con qualche chance. Il competitor per il ruolo è Angela Merkel, che avrebbe ben altre carte da giocare: per un ventennio è stata solida partner economica di Putin sfidando le strategie geopolitiche degli altri paesi Ue, soprattutto quelli orientali. La cancelliera non ha mai nascosto la necessità di una forte connessione con Mosca sull’energia, ha sponsorizzato la costruzione del gasdotto Nordstream 2, ha sfruttato il basso costo del gas e del petrolio russo per aprire il Green deal tedesco, naufragato dopo l’inizio della guerra e trasformatosi nella recessione più pesante dall’unificazione delle due Germanie. Ma anche lei ha un masso da rimuovere dalla strada: l’ostilità dell’attuale premier Friedrich Merz, che una settimana fa ha definito «sciagurata e controproducente» la Ostpolitik di Merkel. «La scelta di Angela sarebbe insensata» ha rivelato un parlamentare Cdu al Financial Times. E la stessa leader in pensione, interpellata, ha fatto melina sulla candidatura: «Probabilmente sarebbero più adatti altri».
«Draghi è stato invitato due volte da Putin e non è mai andato», ha fatto notare ieri Giuseppe Conte. «Draghi nel bene e nel male impersona la decisione assunta dai governi Nato, sulla spinta di Biden e Johnson, di dire: andiamo avanti e li sconfiggiamo militarmente. Io penserei a una Merkel, che non è stata coinvolta nella svolta bellicista». Un’Europa ai tempi supplementari, paralizzata in un cul de sac politico che ne definisce l’irrilevanza, utilizza parole nuove (pace, trattativa, dialogo). E lo fa per recuperare un ruolo abbandonato troppo in fretta, con il via libera di Washington che fin qui ha fallito l’operazione di riavvicinamento a Mosca. Draghi o Merkel? Nomi pesanti, con pregi e difetti, e con una sostanziale precondizione negativa agli occhi di Putin: non hanno legittimazione politica. Sono Avatar. Rappresentano il passato, sono formidabili personaggi da convegno, da autobiografia con retroscena o da riconoscimento internazionale (Draghi ha da poco ottenuto il prestigioso premio Carlo Magno) ma non smuovono folle. Semmai smuovono pochi rimpianti e qualche insulto. La sintesi più originale è del presidente della commissione Esteri della Camera, Giulio Tremonti: «Problemi così non si risolvono in questo modo, come dire, antropomorfo».






